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mercoledì 24 giugno 2026

Saccharine (2026)


Siccome mi incuriosiva parecchio, nei giorni scorsi ho recuperato Saccharine, diretto e sceneggiato dalle regista Natalie Erika James.

Trama

Hana, studentessa di medicina con problemi di peso, scopre l'esistenza di pillole dimagranti miracolose. Dopo averle provate, viene a conoscenza del tremendo segreto del suo ingrediente principale...

RECENSIONE

Che poi, l'ingrediente principale delle pillole non è nemmeno il problema principale di Saccharine, e funge più da shock value e da asticella atta a misurare il livello di disperazione raggiunta dalla protagonista. E in realtà, Saccharine non è nemmeno un body horror, come il suo argomento lascerebbe supporre, ma è un film che si concentra molto sull'aspetto psicologico e sociale della percezione del corpo in generale e di quelli in sovrappeso in particolare. Alzi la mano chi non si è mai visto grasso, a ragione o a torto, soprattutto per quanto riguarda chi ha avuto la sventura di crescere negli anni '90, che non lasciavano passare nulla a nessuno e che sono arrivati al punto da definire grassa persino Kate Winslet in Titanic, rea di avere un fisico normalissimo e di non rientrare nella categoria "scheletri". Io stessa, oggettivamente, credo di essere all'interno di un range di peso normale, eppure non posso saperlo con certezza, perché non vedo una bilancia da almeno 25 anni e, a seconda di quanto sia più o meno depressa, non mi guardo allo specchio nemmeno per sbaglio, di sicuro non in intimo e neppure nuda. Se lo chiedete a me, sono una cicciona sfondata, ma fidanzato (forse per non essere ucciso) e madre (forse per evitarmi traumi) negano con fermezza. Questo per dire, e sicuramente è una banalità ma è così, che la nostra società ha standard talmente elevati da stravolgere completamente le nostre percezioni e farci sentire in colpa se solo ingurgitiamo qualcosa di più calorico di mezzo bicchiere d'acqua. Nel caso particolare di Hana, protagonista di Saccharine, c'è di mezzo una vita di disordini alimentari causati dai due poli familiari, con un padre pronto per una puntata di Vite al limite e una madre dedita a rinfacciare ogni giorno alla figlia di non essere una silfide. In realtà, Hana è una ragazza normalissima, ma ha un rapporto malsano con ciò che poi, di fatto, è il responsabile di ogni variazione di peso corporeo, ovvero il cibo. Il fulcro di Saccharine è proprio il cibo, visto come salvezza, droga, condanna, maledizione. Fin dai geniali titoli di testa, che mostrano donne nell'atto di divorare con foga quasi sessuale il cibo, ma in rewind, dando quindi l'idea che se lo stiano togliendo dalla bocca, se non addirittura lo vomitino, si capisce che la "colpa" di Hana è proprio quella di provare piacere mangiando, di preferire il junk food all'ammazzarsi di palestra. Hana è una studentessa di medicina, quindi ha una mente razionale in grado di identificare il problema, di tenere diari dettagliatissimi con i suoi (scarsi) progressi, le cause e le conseguenze del suo modo di vivere, eppure non riesce, povera Crista, a liberarsi di un disturbo alimentare che di razionale non ha proprio nulla.

Allo stesso modo, la meticolosità e la curiosità che la portano ad identificare fin da subito il contenuto "proibito" delle miracolose capsule per perdere peso regalate da una vecchia amica, non la salvano dalle conseguenze della loro assunzione, anzi. A mo' di contrappasso dantesco, più Hana dimagrisce più la sua fame aumenta, e più lo stomaco si contorce dai crampi, più l'inquietante presenza che ha preso a perseguitarla si rafforza, imponendole la sua volontà. Con un ribaltamento di prospettiva allucinante, l'unico modo che Hana ha di non morire o di non venire posseduta da uno spirito incazzatissimo è mangiare fino a sfondarsi, cancellando con un colpo di spugna tutti gli sforzi fatti nel corso della vita per non venire giudicata per le sue abitudini alimentari. Hana, fin dall'inizio, cerca di integrarsi, di uniformarsi a quello che la società giudica come sano e vincente, forse anche per una questione di "credibilità" legata alla sua scelta di intraprendere la professione medica, ma più va contro la sua natura più diventa infelice e stressata, conseguentemente vittima del suo smodato desiderio di cibo. La possessione di cui finisce vittima (che, da brava praticante di medicina, Hana considera legata a qualcosa di "fisico") in realtà è più una questione di affinità spirituale, la vendetta di una donna condannata dalla società per la sua incapacità di smettere di mangiare e, per questo, abbandonata, lasciata morire e presa in giro persino dopo la morte. Bertha, questo il nome del fantasma, è stata "divorata" dalla società per le sue colpe e allo stesso modo non solo divora Hana dall'interno, ma ne accresce la fame fino ad annullare ogni confine tra bisogno reale e desiderio vorace; lo splendido, sconcertante finale di Saccharine, seguito da titoli di coda che sono belli e carichi di significato quanto quelli iniziali, ci dice che l'unico modo per sopravvivere in un mondo che ci tratta come cibo da divorare fino all'osso, è mangiare a nostra volta, diventando dei mostri "felici", mossi solo da desideri egoisti. Non è una conclusione positiva, così come non è liberatorio né positivo Saccharine, il quale non offre scappatoia da questo infinito circolo di masochismo e fotografa una realtà soffocante in cui la peer pressure e la diet culture la fanno da padrone. In sostanza, un film molto bello e interessante, ma da maneggiare con un po' di cautela.  

CAST

Della regista e sceneggiatrice Natalie Erika James ho già parlato QUI.

SE VI è PIACIUTO...

Se Saccharine vi è piaciuto recuperate The Substance, The Neon Demon e Raw. ENJOY!


lunedì 23 dicembre 2024

Apartment 7A (2024)

Lo so, era uscito ad Haloween su Paramount + il prequel di Rosemary's Baby, ovvero Apartment 7A, diretto e co-sceneggiato dalla regista Natalie Erika James. Ma io ne parlo sotto Natale, dandovi appuntamento a venerdì prossimo per le consuete classifiche di fine anno e facendovi tanti auguri di Buone Feste, visto che il Bollalmanacco se ne va un po' in pausa! ENJOY!


Trama: Terry, giovane ballerina caduta in disgrazia dopo un infortunio, viene presa in simpatia dagli anziani coniugi Castevet, che le offrono di andare a vivere nel loro stesso palazzo, in un appartamento di loro proprietà. Dopo un primo periodo di felicità, Terry comincia a temere che il prezzo da pagare per una simile fortuna sia troppo alto...


Adoro Rosemary's Baby. E' uno di quei film che ho visto tante di quelle volte da saperlo quasi a memoria, eppure ogni volta me lo godo come se fosse la prima. Nonostante questo, l'idea che fosse in produzione un prequel non mi ha né sconvolta né indispettita e, appena Apartment 7A è diventato disponibile, mi sono fiondata a guardarlo. Forse mi dava delle buone vibrazioni l'idea che dietro la macchina da presa e alla sceneggiatura ci fosse Natalie Erika James, già molto apprezzata per il suo Relic, forse ero davvero curiosa di sapere cosa fosse successo al Bramford prima dell'arrivo di Rosemary e Guy; sia come sia, la mia fiducia è stata ricompensata da un film ottimo, che riguarderei volentieri anche una seconda volta. Per carità, qualche difetto ce l'ha. Il secondo atto è facilone a livello imbarazzante, perché Terry deve in qualche modo "investigare" su quello che le sta succedendo e quindi si ritrova ad incrociare persone anche troppo esperte di Satana e compagnia danzante per essere verosimili, mentre Jim Sturgess, che dovrebbe interpretare un affascinante e ambiguo seduttore, ha il carisma di un termosifone e non riesce a reggere la scena assieme alla brava Julia Garner. Questi difetti, pur presenti, per quanto mi riguarda non hanno inficiato la riuscita dell'opera, che è una dignitosissima rilettura/prequel del romanzo di Ira Levin e del film di Roman Polanski, omaggiato apertamente sul finale. Apartment 7A "rivela" il modus operandi della congrega impegnata a garantire la nascita dell'Anticristo, e mostra ciò che nelle opere precedenti è stato solo accennato, ovvero il modo in cui gli accoliti più o meno consenzienti arrivano ad ottenere ciò che desiderano. Certo, Guy giocava col culo degli altri, nella fattispecie della moglie Rosemary, mentre giustamente Apartment 7A si focalizza sulla forte volontà di rivalsa prima, e sulla disperazione poi, di una ragazza che, dalla vita, ha ricevuto solo merda, e che si scopre incinta di una persona che le fa palesemente schifo nel momento esatto in cui le cose cominciano ad andare per il verso giusto. Peggio ancora, la congrega si approfitta di Terry perché il destino l'ha privata dell'unico modo per avere il completo controllo di se stessa e della realtà, ovvero la danza, e per riottenerlo la riducono a mero burattino ed incubatrice del maligno, sottolineando più volte la natura esterna di un suo eventuale successo. 


Proprio la danza diventa, così, un mezzo espressivo che rappresenta la dimensione d'orrore in cui viene a ritrovarsi Terry. Sono tanti i numeri musicali all'interno di Apartment 7A, ed è uno degli aspetti del film che ho più apprezzato, soprattutto per l'ironia nera e la sottile inquietudine che veicolano. L'idea di rappresentare la classica violenza del demonio come un elegante numero sulle note di Heart di Peggy Lee, come nemmeno Ryan Murphy avrebbe osato nelle stagioni più camp di American Horror Story, è vincente, e la coreografia che vede impegnata Julia Garner sul finale, accompagnata da Be My Baby delle Ronettes, è un miracolo di tensione, soprattutto per chi ha visto Rosemary's Baby, ma in generale l'ambiente della danza, con tutta la crudeltà di cui è pervaso, è rappresentato davvero molto bene. Se però volete un solo motivo per dare una chance ad Apartment 7A senza pensarci due volte, è l'interpretazione di Dianne Wiest. Minnie Castevet, nel film di Polanski, era una vecchiaccia impicciona che fungeva da "schermo" per un marito ben più insidioso, ms qui è un vero mostro, e i suoi sorrisi falsi, le maniere leziose, la voce acuta, mettono i brividi. La Wiest ricorderebbe un po' la Annie Wilkes delle scene iniziali di Misery non deve morire, ma probabilmente l'attrice ha deciso di mollare il freno a mano e dare sfogo a tutto l'orrore nascosto nella vecchia proprio perché la maggior parte degli spettatori sa cosa rappresenti in realtà Minnie, e giocare a carte coperte non avrebbe avuto molto senso. Meglio così, ripeto, perché Dianne Wiest è la cosa migliore di Apartment 7A, film che, per inciso, riguarderei di nuovo; non è originale, non è una pietra miliare, ma per il tempo che dura è davvero "gradevole", se così si può dire! 


Della regista e co-sceneggiatrice Natalie Erika James ho già parlato QUI. Dianne Wiest (Minnie Castevet), Kevin McNally (Roman Castevet) e Jim Sturgess (Alan Marchand) li trovate invece ai rispettivi link.

Julia Garner interpreta Terry Gionoffrio. Americana, ha partecipato a film come Sin City - Una donna per cui uccidere. Ha 30 anni e un film in uscita, Wolfman. 


Se Apartment 7A vi fosse piaciuto recuperate Rosemary's Baby e 1BR. ENJOY!

mercoledì 22 luglio 2020

Relic (2020)

Il blog di Lucia offre, come sempre, moltissime gioie. La più recente è stata Relic, diretto e co-sceneggiato dalla regista Natalie Erika James.


Trama: dopo la sparizione prolungata della madre, Kay e la figlia Sam decidono di trasferirsi a casa sua per starle vicino ma cominciano ad accadere inquietanti fenomeni...


Uno dei film che più mi aveva angosciata, qualche tempo fa, era stato Still Alice, la storia di una donna ancora abbastanza giovane che vedeva la sua vita divorata dall'Alzheimer. Che sia Alzheimer o demenza senile, l'idea di non ricordare più nulla, di vedere gli affetti e la coscienza di se stessi e del mondo scorrere via dalle dita è qualcosa di orribile e se a questo si aggiungono gli acciacchi della vecchiaia, la consapevolezza di un corpo che non risponde più ai nostri desideri, costringendoci ad umiliarci, anche, davanti alle persone a cui vogliamo bene, mi rendo conto che forse non vorrei arrivare ad essere troppo vecchia e che mi piacerebbe molto lasciare questo mondo prima di diventare un peso per gli altri. La condizione fisica di mia nonna, che pure fortunatamente (o sfortunatamente per lei, temo) ha la testa ancora lucidissima, ce l'ho sotto gli occhi ogni giorno e guardando questo Relic ho inevitabilmente trasferito la sua condizione su quella di Edna, anziana ed indipendente signora che comincia a cambiare. La casa in cui ha vissuto per anni le sembra un luogo minaccioso, i volti si confondono, cominciano a spuntare dei post-it per ricordarsi le cose basilari, sul corpo compaiono inquietanti lividi neri e, cosa forse peggiore, la figlia e la nipote, ognuna pronta ad aiutare nonostante la prima sia stata distante per anni, decidono di assistere Edna trasferendosi nella sua casa, facendola involontariamente sentire ancora più invalida, incapace e colma di vergogna. Cosa si celi nella casa di Edna non è dato sapere di preciso, ma non è importante: Natalie Erika James e Christian White hanno dato una "forma" a qualcosa che può annidarsi nel corpo e nell'anima di tutti e trasformare la realtà in un incubo, e lo hanno fatto con una raffinatezza inusuale per un'opera prima, senza ricorrere a jump scare faciloni.


Relic è innanzitutto un horror di atmosfera, e fa un po' effetto che venga dall'Australia, quando parrebbe girato in qualche tristissimo marsh o brughiera inglese, dove non smette di piovere nemmeno per un secondo e la nebbia divora le caviglie nemmeno ci si trovasse a Vinden. Quasi interamente girato all'interno di una casa vecchia, disordinata e piena di luoghi nascosti (il che si rivelerà fondamentale a un certo punto del film), e nell'uggioso bosco che la circonda il film è una cupa riflessione su qualcosa che potrebbe colpire chiunque, sia direttamente che indirettamente, e ha la furbizia di mantenersi abbastanza vago da far sì che sia il singolo spettatore a caricarlo di significati e aspettative derivanti dalla sua esperienza personale. Oggettivamente, ci sono delle sequenze parecchio inquietanti in Relic, assai legate a un certo tipo di iconografia legata al body horror o a quelle opere che parlano di possessioni demoniache, ma la cosa bella del film è che tutti questi elementi vengono riutilizzati, mescolati e rinfrescati per offrire qualcosa di nuovo, claustrofobico e anche in grado di emozionare lo spettatore, di coinvolgerlo grazie anche alla bella prova offerta dalle tre attrici principali, Robyn Nevin in primis. Oserei dire che, guardando Relic, ognuno potrebbe vedere e vivere un film diverso; probabilmente qualcuno di voi si annoierà preferendo qualcosa di più dinamico, altri, come Lucia, lo eleveranno a film del cuore. Io non sono arrivata a definirlo l'horror dell'anno ma mi ha coinvolta parecchio e sul finale mi sono anche commossa, quindi non posso fare altro che consigliarlo spassionatamente.


Di Emily Mortimer, che interpreta Kay, e Bella Heathcote, che interpreta Sam, ho già parlato ai rispettivi link.

Natalie Erika James è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Nata in America, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.


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