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mercoledì 19 agosto 2026

Hokum (2026)


Ho dovuto aspettare praticamente un mese ma, alla fine, anche io sono riuscita a vedere al cinema uno degli horror che aspettavo di più quest'anno, Hokum, diretto e sceneggiato dal regista Damian McCarthy.

Trama

Uno scrittore americano va in Irlanda, nell'hotel dove i genitori hanno passato la luna di miele, per disperderne le ceneri. Lì scopre che l'hotel è infestato da una strega...

Recensione

Dopo Caveat e Oddity, ecco arrivare Hokum, ma cos'è esattamente un "hokum"? Si definisce "hokum" una sciocchezza, oppure un artificio molto terra terra che mira ad ingannare il prossimo. Il nuovo film di McCarthy contiene in sé entrambe le definizioni, a seconda dei punti di vista che vengono utilizzati. Da una parte c'è il protagonista del film, uno scrittore depresso e disilluso che dismette tutto ciò che lo circonda come "hokum", in particolare le storie di streghe che lo accolgono dal momento in cui mette piede in Irlanda, deciso a disperdere le ceneri dei suoi genitori nel posto che li ha accolti per la luna di miele. Dall'altro c'è, in effetti, un artificio dei più banali, che va ad inserire all'interno della trama horror del film un inganno ai danni di una persona, per motivazioni, appunto, molto terra terra. Questi due aspetti del film si intrecciano così da attirare il protagonista fuori dalla propria (un)comfort zone, scendendo a patti con un trauma infantile inestricabile da un profondo senso di colpa, e usare quello che dovrebbe essere l'"occhio" del tessitore di storie, andando oltre l'apparenza e un disprezzo smisurato verso gli esseri umani. A tal proposito, McCarthy ci introduce il protagonista alle prese con il finale della sua trilogia più famosa, e con questo racconto nel racconto ci dice moltissimo della sua percezione cupa del mondo, mostrandoci il tremendo destino dei personaggi della sua storia. Ed è sempre una storia che introduce la strega imprigionata nell'hotel, il che consente a McCarthy di metterne in discussione, come già accadeva in Caveat, la presenza o meno. Raccontandone la leggenda a due terrorizzati bambini, la strega viene chiamata Cailleach dal proprietario dell'hotel. La Cailleach del folklore celtico, a onor del vero, non è né buona né cattiva ed è più ancorata all'espressione di fenomeni naturali, mentre quella di McCarthy è una sorta di demone che trascina le anime e i corpi degli incauti in una dimensione oscura, mutilandoli durante il tragitto. Dando per buono che esista, e che la sua presenza non sia frutto della percezione distorta del protagonista, le sue azioni sembrerebbero in effetti mirate a fare più danno a coloro che sono colpevoli di qualcosa, torturandoli psicologicamente prima di ghermirli per trascinarli nel suo regno infernale; ciò spiegherebbe perché SPOILER il corpo di Fiona, probabilmente morta di paura, sia invece ancora nella suite FINE SPOILER Hokum tiene dunque fede al titolo in quanto opera che si presta a più interpretazioni, sia da parte del pubblico che da parte dei personaggi, in base a quanto i destinatari della narrazione siano disposti o meno a farsi ingannare, o da quanto acuto sia il loro spirito di osservazione.

Il mio, lo ammetto, è un po' annebbiato a causa del caldo, ma ciò non mi ha impedito di riconoscere quelle espressioni stilistiche e quei temi ricorrenti che rendono Damian McCarthy uno degli autori horror più coerenti in circolazione, nonché uno dei più originali. C'è un sottile fil rouge che unisce tutte le sue opere, rappresentato nella sua forma più "plateale" dagli oggetti iconici che vengono passati da un film all'altro; in Oddity compariva il coniglio di Caveat, in Hokum compare il terrificante campanello da reception di Oddity. Questi oggetti non si limitano ad essere una strizzata d'occhio al fan, ma trasmettono un senso di inquietudine ed aspettativa terrorizzata, poiché fondamentalmente "sbagliati". La cosa, ovviamente, vale per ogni elemento scenografico nei film di McCarthy, e Hokum non fa eccezione. La casa del protagonista, i boschi attorno all'albergo, lo stesso hotel, prima ancora che l'azione si sposti nella suite incriminata, sono tutti luoghi all'interno dei quali i personaggi vengono posizionati in modo che si crei attorno a loro un vuoto, una distanza più o meno grande rispetto a un punto considerato sicuro, il che li rende inquietanti anche quando i protagonisti non sono soli. Se poi, a un certo punto, la solitudine arriva davvero, combinata a soprammobili che paiono godere di vita propria, ambienti scarsamente illuminati, barriere ben poco solide e tunnel che si prolungano all'infinito, c'è da morire di ansia, al punto che non sempre basta ricorrere alla tecnica delle dita davanti agli occhi, perché l'attesa è molto peggio dello jump scare. Anzi, benché Jack the Jackass, con i suoi occhi pallati, sia materiale da incubo da qui all'eternità (anche perché sapete bene quanta presa facciano su di me pupazzi, umanoidi pupazzosi ed analogic horror), mi sono quasi sentita più sicura durante la sua comparsa, rispetto ai momenti in cui sullo schermo c'era solo Adam Scott circondato da mobili e buio. Per quanto riguarda la "paura", McCarthy è dunque di nuovo riuscito a farmela fare sotto. Forse preferisco le sue due opere precedenti Hokum, in quanto più dirette e viscerali, ma è un giudizio che dovrei dare ad una seconda visione, soprattutto in v.o. visto che il doppiaggio italiano appiattisce qualunque cosa. Al momento, però, è il terzo sì di fila per McCarthy, e ciò lo rende di diritto uno dei miei autori horror preferiti!

Cast

Del regista e sceneggiatore Damian McCarthy ho già parlato QUI mentre Adam Scott, che interpreta Ohm Bauman, lo trovate QUA.

Curiosità

Austin Amelio, che interpreta il conquistador, era il Dwight di The Walking Dead. Se Hokum vi è piaciuto recuperate Caveat e Oddity. ENJOY!

domenica 5 novembre 2017

Little Evil (2017)

La scorsa sera cercavo un film corto da guardare col Bolluomo e la scelta è caduta su una delle ultime produzioni Netflix, Little Evil, scritto e diretto dal regista Eli Craig.


Trama: dopo il matrimonio con la donna dei suoi sogni, Gary si ritrova a fare da patrigno al figlio di lei, un pargoletto che potrebbe essere proprio l'Anticristo.


Posso dire una cosa senza timore di offendere nessuno? Da quando mi sono abbonata a Netflix mi pare che il colosso americano stia tirando fuori una ciofeca dietro l'altra, a parte Okja. Ho dato una chance a Little Evil non solo perché cercavo qualcosa di corto e leggero (oltre che doppiato) da guardare con Mirco ma anche perché il regista e sceneggiatore era quello di Tucker and Dale vs Evil, uno dei film più divertenti visti negli ultimi anni. Lì per lì credevo di averci azzeccato, in quanto Little Evil inizia come una parodia di tutti i film a tema "figlio del demonio" (in particolare Il presagio) e mette alla berlina tutti i topoi del genere, rendendoli parte integrante della trama: abbiamo il bambino cupo che non spiccica parola ma molto spesso si esprime attraverso un inquietante pupazzo, adulti che muoiono in maniere assurde magari dopo averlo rimproverato, gravidanze a dir poco peculiari e orde di invasati pronti a compiacere il piccolo satanasso, tutti stereotipi finalizzati a creare le situazioni più improbabili e divertenti possibili, soprattutto se ad affrontarle è un uomo impreparato a fare il patrigno e costretto a fronteggiare non solo il figliastro ma anche una mammina cieca davanti a qualunque difetto di quest'ultimo. L'elemento horror/parodico si fonde quindi, almeno all'inizio, con un po' di sana satira che va a colpire proprio il modo in cui si tende a trattare coi guanti i cosiddetti "bambini traumatizzati" quando forse sarebbero invece i genitori quelli da mandare da uno psichiatra, ciechi come sono davanti al fatto che anche il bambino dalla situazione sociale più disastrata va comunque educato e non assecondato, compatito o perdonato qualunque cosa faccia o dica, pena la creazione di veri e propri mostri. E' simpatica quindi l'idea di inserire il protagonista in un gruppo di patrigni "disperati", perennemente in cerca di un modo per sopportare i figliastri o entrare nelle grazie di madri che non hanno occhi che per i loro "angeli", ma quando la commedia parodistica sfocia nella retorica d'accatto di un film sentimentale a base di padri e figli che copre l'intera seconda metà della pellicola il risultato diventa tragico, al punto che persino la sottotrama sovrannaturale si fa caotica e poco interessante.


Little Evil quindi funziona quasi esclusivamente quando Eli Craig mostra di conoscere alla perfezione l'horror e, come già accadeva in Tucker & Dale vs Evil, di saper trasformare anche i più semplici incidenti in testimonianze della presenza del maligno non solo attraverso la sceneggiatura ma anche grazie ad un sapiente mix di regia, colonna sonora e citazioni ad hoc; quando però non ci si concentra sulle malefatte del piccolo satanasso persino questi tre elementi si appiattiscono e Little Evil risulta, anche esteticamente, poco più di una banale commedia americana, con troppi momenti morti. E' un peccato perché gli attori sono tutti molto simpatici e in parte, a cominciare da quell'Adam Scott che spuntava già in Krampus (film a sua volta "ibrido" ma più feroce di Little Evil) per arrivare ad Evangeline Lilly, sempre bellissima, con l'aggiunta di un'accozzaglia di facce note molto apprezzate come quelle di Sally Field, Donald Faison, Tyler Labine e soprattutto Clancy Brown, ambiguo come sempre e in grado di mangiarsi con la sua sola presenza tutti coloro che lo circondano (magari se non lo avessero doppiato in modo così spoileroso...). Molto carino anche il bimbetto protagonista, impressionante soprattutto per il modo in cui passa dall'essere inquietante a tenerissimo nel giro di un paio di sequenze, mentre sinceramente non saprei come definire la presenza dell'attrice Bridget Everett. Il personaggio di AL, lesbica dagli atteggiamenti prettamente maschili, anzi, più uomo degli stessi uomini e altrettanto volgare e cretina, dovrebbe fungere da "consigliere" per il protagonista oltre che da elemento comico ma a tratti mi è sembrata talmente esagerata da farmi dubitare di essere stata creata dalla stessa mano delicata che ha dato vita all'originale storia d'amore vista in Tucker & Dale vs Evil... e inoltre fa davvero poco ridere. Mah. In soldoni, l'ennesimo film MEH della stagione, né troppo bello né troppo brutto, sicuramente dimenticabile. Speriamo che Eli Craig torni ai vecchi fasti, non posso credere si sia già bruciato dopo così pochi anni di attività.


Del regista e sceneggiatore Eli Craig ho già parlato QUI. Evangeline Lilly (Samantha), Adam Scott (Gary), Sally Field (Miss Shaylock), Clancy Brown (Reverendo Gospel), Tyler Labine (Carl C. Miller) e Donald Faison (Larry) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Little Evil vi fosse piaciuto recuperate Benvenuti a Zombieland e Tucker & Dale vs Evil. ENJOY!

domenica 27 marzo 2016

Krampus - Natale non è sempre Natale (2015)

Spinta dall'entusiasmo di Lucia Kara e Hell in questi giorni ho deciso anch'io di recuperare il bistrattato Krampus - Natale non è sempre Natale (Krampus), diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Michael Dougherty e, nonostante fosse già stata comunicata una data d'uscita, mai arrivato in Italia. Bel tempismo pubblicarlo proprio il giorno di Pasqua, eh? Auguri!!!!


Trama: costretto a passare le festività con i genitori in crisi e un terrificante nugolo di zii e cugini, il piccolo Max abbandona per la prima volta in vita sua lo spirito Natalizio. Sfortunatamente per lui, la sua mancanza di fede viene percepita dal Krampus e dai suoi adepti...



Alzi la mano chi non ha mai dovuto passare le feste tra parenti camurriosi!! Io sono stata benedetta da una famiglia numerosa ma affatto molesta, per lo più formata da persone intelligenti e se non altro riservate e poco chiassose ma purtroppo so per certo che non per tutti è così. Di sicuro non lo è per il piccolo Max, costretto a passare il Natale con un'orda di burini grandi e piccoli che farebbero scappare la pazienza ad un santo, due genitori che ormai non si amano più come una volta e una sorella in piena fase adolescenziale; l'unico alleato di Max, bimbo che ancora crede in Babbo Natale, ama scrivere la letterina o guardare Snoopy in televisione, è la nonna tedesca la quale, come tutte le nonne che si rispettino, è un bignami vivente di tradizioni, saggezza, biscottini e cioccolata. Date le premesse, Krampus sembra davvero la tipica favoletta edificante di Natale, una di quelle in cui tutti devono ritrovare lo spirito natalizio perduto a son di buffetti e ramanzine, giusto? No, niente di più sbagliato. Perché Krampus non perdona chi, anche solo per cinque minuti, ha smesso di credere e di cantare It's Beginning To Look a Lot Like Christmas con tutta la gioia di questo mondo nel cuore. Krampus è il secondo spirito "punitivo" creato dalla fervida mente di Michael Dougherty, quello che già ai tempi di Trick'r'Treat (o La vendetta di Halloween, fate voi, ma sappiate che è un titolo che aborro) ci aveva mostrato quanto fosse pericoloso prendersi gioco delle antichissime regole che scandiscono le festività, qualunque esse siano; a chi non rispetta il Natale, Krampus scaglia contro delle orribili ed inquietanti versioni di dolcetti e balocchi, esaudendo i desideri dei piccoli disillusi come un novello Djinn malvagio, facendoli pentire per tutta la vita di essersi arresi e avere smesso di combattere per un Natale migliore. Il risultato di tutto questo preambolo è una nerissima commedia natalizia, condita da momenti esilaranti e altri di spietata, immorale ironia, ancor più riusciti perché tremendamente realistici e al passo con la terrificante idea di "allegria a tutti i costi" oppure "consumismo sfrenato" che sempre più accompagna il Natale mano a mano che si diventa adulti.

E qui ho tipo perso 10 anni di vita...
Dougherty si diverte a giocare sia con la trama, che titilla le aspettative dello spettatore portandolo a sperare per il meglio perché "hey, è Natale!!", sia col bestiario di fantasiose creature che la Weta gli ha messo a disposizione. Io che mi aspettavo di vedere "solo" un serissimo e sanguinario Krampus alla maniera di Saint ho dovuto ricredermi e godermi una versione moderna de I gremlins, zeppa di quella violenta cattiveria nascosta appena dietro l'inquadratura che rischia di fare venire gli incubi ad eventuali, incauti giovani spettatori; non aspettatevi infatti la macellata del secolo, ché i momenti splatter di Trick'r'Treat sono fortunatamente ben lontani, bensì preparatevi ad accogliere quella vecchia sensazione di impotente terrore che moltissimi "horror per ragazzi" anni '80 riuscivano a riversare addosso allo spettatore. Oltre ad essere assai ben fatto per quel che riguarda la parte tecnica e la colonna sonora (ascoltate la versione di Carol of the Bells sui titoli di coda oppure godetevi il cattivissimo montaggio iniziale sulle note di It's Beginning To Look a Lot Like Christmas, mi darete ragione!), Krampus vanta anche la presenza di caratteristi bravissimi, capaci di dare quel tocco di zenzero speziato in più all'intera operazione: accanto alla sempre graditissima Toni Collette e l'ormai mitico David Koechner, spicca la tremenda zia intepretata da una Conchata Ferrell in stato di grazia, i cui duetti con le nipoti o, peggio, con i poveri pargoli innocenti sono da manuale della commedia grottesca. Michael Dougherty, per fortuna o purtroppo, è un regista e sceneggiatore che se la mena e lascia noi fan a bocca asciutta per tempi talmente lunghi che paiono un'eternità ma quando esce un suo film pare davvero di essere a Natale, con un succulento pacchettone davanti, pieno di mostrini da scartare. Tesoro mio, quanto mi farai aspettare per Trick'r'Treat 2?


Del regista e co-sceneggiatore Michael Dougherty ho già parlato QUI. Toni Collette (Sarah Engel) e David Koechner (Howard) li trovate invece ai rispettivi link.

Adam Scott interpreta Tom Engel. Americano, ha partecipato a film come Hellraiser - La stirpe maledetta, The Aviator, Piranha 3D, Black Mass - L'ultimo gangster e a serie come E.R. Medici in prima linea, NYPD, Party of Five, Six Feet Under, CSI: Miami e Veronica Mars, inoltre ha lavorato come doppiatore per episodi di American Dad! e Robot Chicken. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 43 anni e un film in uscita.


Conchata Ferrell interpreta Zia Dorothy. Americana, la ricordo per film come Quinto potere, Edward mani di forbice e Una vita al massimo; inoltre ha partecipato a serie come Love Boat, La signora in giallo, Walker Texas Ranger, Buffy l'ammazzavampiri, Friends, E.R. Medici in prima linea, Sabrina vita da strega e Due uomini e mezzo mentre come doppiatrice ha lavorato nel film Frankenweenie e in serie come The Mask. Ha 73 anni.


Se Krampus vi fosse piaciuto recuperate Trick'r'Treat, Racconti dalla tomba, Black Christmas, Gremlins, The Nightmare Before Christmas, Trasporto eccezionale - Un racconto di Natale e Saint. ENJOY!

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