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martedì 16 giugno 2015

Voices (2007)

Oh, da quant'è che non guardavo un misconosciuto horror coreano! La scelta, vai a sapere perché, è caduta su Voices (Du saram yida), diretto e co-sceneggiato nel 2007 dal regista Ki-Hwan Oh e tratto dal manhwa Two Will Come di Kyung-Ok Kang.


Trama: poco prima del matrimonio, la zia della studentessa Ga-in viene prima spinta giù da una balaustra dal futuro marito e poi uccisa in ospedale dalla sorella. Poco dopo, la ragazzina ha l'orribile visione di uno spirito che le comunica "Tu sei la prossima" e da quel giorno tutte le persone a lei vicine cercano di ucciderla..


Che detta così, come trama, sarebbe anche intrigante e non a caso costituisce l'ossatura del manhwa, di cui parlerò nelle solite note che seguono il post. Se la storia di Voices (anche conosciuto come Someone Behind You, manco fosse un film di Rocco) si fosse mantenuta su questa traccia il risultato sarebbe stato dignitoso e comprensibile, invece questo k-horror è un grande e raffazzonatissimo casino. Quella che comincia come una maledizione di famiglia (peraltro, cosa suggerita nei dialoghi a inizio film) si trasforma infatti col prosieguo della pellicola in una sorta di allegoria del male che alberga in ognuno di noi, una forza in grado di risvegliare la personificazione stessa dell'Odio che, chissà perché, se ne va in giro in guisa di bimbominkia coreano e si diletta a fare telefonate anonime e spingere la gente ad uscire di testa per delle sciocchezze, solleticando una voglia pazza di uccidere i propri cari, rei magari semplicemente di esistere e dare momentaneamente fastidio. In pratica, sembra di vedere trasposto in pellicola un episodio della Famiglia D'Odio di Daw che, se permettete, mi fa molto ridere in strip ma risulta ridicola vista in video. Che poi, a dire la verità, avrei anche apprezzato forse l'idea dell'Odio che miete vittime per diletto, però allora non devi cominciare il film parlando di maledizioni di famiglia: l'incertezza degli sceneggiatori ad un certo punto è tale che la protagonista viene mandata dal padre a chiedere aiuto ad un vecchio che, a rigor di logica, io presupponevo essere un nonno o uno zio, invece è semplicemente un povero sfigato a cui è capitato di uccidere la moglie e ha così passato la vita a tormentarsi cercando un senso nelle proprie azioni. L'aiuto di questo venerabile imbelle potrebbe tranquillamente riassumersi con l'espressione inglese "shit happens", che poi è un po' l'assunto su cui si regge l'intero film. Shit Happens ma solo se si presenta nei panni di un emo coreano, ovvio. E se permette un colpo di scena totalmente gratuito e privo di fondamento.


Per quel che riguarda la componente horror o perlomeno ansiogena, anche qui siamo un po' carenti. L'unico pregio che ha Voices è quello di non sfruttare fino all'osso la solita "mostra" asiatica dal volto coperto, bensì un essere dalla sessualità non ben definita dal viso deforme che tuttavia compare purtroppo solo in un paio di scene (e vorrei ben vedere visto che è completamente inutile e fuorviante ai fini della storia); il resto, è tutto giocato sull'attesa di sapere chi tra gli amici, conoscenti e parenti di Ga-in sbroccherà per primo cercando di ucciderla, cosa divertente all'inizio ma dopo un po' anche basta. Limitata, come del resto ci si aspetterebbe da un film simile, anche la componente gore, sebbene l'accanimento con cui viene accoltellata la cugina della protagonista all'inizio potrebbe fare felici gli estimatori del genere. Tutto il resto è tristemente nella media e anche un pelino sotto, non c'è poesia dietro la macchina da presa, né soluzioni particolari per quel che riguarda fotografia e montaggio, mentre gli attori al minimo sindacale fanno del loro meglio per non risultare ridicoli ma sono comunque penalizzati dall'oscena e inconcludente trama. In definitiva, dopo avere visto campeggiare sulla locandina la scritta 8 Films to Die For e la dicitura After Dark Horror Fest, avrei dovuto evitare con serenità questa belinata asiatica, ché l'After Dark non mi ha mai dato, salvo rare eccezioni, delle grandi gioie... ma, si sa, amo farmi del male. Voi siate più furbi e bypassate questo horroretto in favore di prodotti più pregevoli.

Ki-Hwan Oh è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Coreano, ha diretto film diffusi anche sul mercato internazionale, come Art of Seduction e Five Senses of Eros che tuttavia non conosco. Anche attore, ha 48 anni.


Jin-Seo Yoon interpreta Ga-in Kim. Coreana, ha partecipato a film come Ebbro di donne e di pittura, Oldboy e Lady Vendetta. Anche produttrice, ha 32 anni.


La pellicola è tratta dal manhwa Two Will Come (anche conosciuto come It's Two People), inedito in Italia, la cui trama tradotta dal sito inglese Myanimelist recita più o meno così: "Jina, una normalissima studentessa delle superiori, scopre di avere ereditato una terribile maledizione dalla sinistra storia della sua famiglia. Molto tempo prima, infatti, i suoi antenati avevano ucciso un serpente magico conosciuto come Imugi, convinti che la cosa avrebbe portato loro fortuna. Sfortunatamente, la creatura morendo li aveva invece maledetti: a partire da quel giorno, un membro della famiglia per ogni generazione sarebbe stato ucciso da due persone a lui particolarmente vicine. Al giorno d'oggi, nessuno vuole più credere in queste superstizioni, ma è tuttavia vero che in ogni generazione uno dei parenti di Jina è stato assassinato. E Jina è venuta a sapere che la prossima a morire sarà proprio lei". Giuro, avrei preferito il serpente in CG che l'Odio emo. Detto, questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate tutti i link del recente special K-Horror Day indetto da noi blogger e divertitevi a scoprire il cinema horror coreano! ENJOY!


giovedì 27 settembre 2012

Seconds Apart (2011)

Nonostante ne abbia visti ormai per così, i film dell’Afterdark riescono ancora a riservare delle sorprese. Per esempio, mi ha piacevolmente stupita Seconds Apart, diretto nel 2011 dal regista Antonio Negret.


Trama: Seth e Jonas, due gemelli dotati di poteri in grado di indurre allucinazioni nelle persone, decidono di portare avanti dei fantomatici e mortali “esperimenti”…


Prima di gettarmi nell’ennesima visione dell’ennesimo prodotto dell’Afterdark Horror Fest, questa volta mi sono documentata, ed è stata la recensione positiva della bravissima Lucia a convincermi che potevo dare una chance a Seconds Apart. Non mi sono affatto pentita della scelta perché, nonostante il film tratti un argomento già abbastanza sfruttato (gemelli malvagi con poteri derivanti da questo misterioso legame…) e non racconti fondamentalmente nulla di nuovo in merito, la realizzazione della pellicola è comunque ottima e, finalmente, dopo tanto tempo sono riuscita a vedere un horror inquietante, in grado di tenere lo spettatore inchiodato alla sedia e, soprattutto, curioso di vedere come andrà a finire. Il merito, come dicevo, è in gran parte della regia perché Seconds Apart parte veramente col botto e in un modo che ricorda tanto un altro film non disprezzabile, From Within: un tranquillo “gioco della verità” si trasforma in una mortale roulette russa durante la quale i partecipanti non smettono di parlare in totale tranquillità, come se non stesse succedendo nulla. Sullo sfondo, il freddo sguardo di questi due inquietanti gemellini che, da bravi figli (di Sultana) del nostro tempo, non mancano di riprendere il tutto con la telecamera per il loro esperimento.


E se le sorprese del film si fermassero qui sarebbe davvero poca roba, ma Seconds Apart rischia di mettere d’accordo cultori dell’horror più gore e amanti di pellicole un po’ più “sottili” e psicologiche, perché nel corso della visione ci si imbatte in un’insostenibile operazione chirurgica CUM verme, una colazione a dir poco pesante, deliranti video in bianco e nero che documentano le attività di una clinica degli orrori, e la sempre valida coppia di genitori apparentemente troppo perfetti per essere veri, il tutto accompagnato da una fotografia assai nitida, scenografie molto evocative e quelle splendide, gotiche e terrificanti immagini religiose di angeli, santi e cristi che di buono hanno veramente poco. Questo, per quanto riguarda i momenti in cui la trama si lega strettamente alla storia di questi due gemelli bastardi, perché  purtroppo c’è una piccola gabola, un prezzo da pagare che inficia un po’ la complessiva qualità di questo Seconds Apart e lo trascina per i capelli fino a farlo avvicinare pericolosamente al confine col prodotto di routine. Sto purtroppo parlando della classica, banale figura del poliziotto traumatizzato da un passato infelice, che in questo caso non si inserisce benissimo nella trama e che, troppo spesso, sottrae tempo e spazio prezioso ai ben più importanti protagonisti. Per carità, anche le sequenze nelle quali lo sbirro ricorda il terribile incidente accorso alla moglie sono molto ben girate, soprattutto quelle ambientate all’interno del globo di neve, tuttavia l’intera faccenda toglie freschezza ed inventiva ad un film che poteva raggiungere ben alte vette. A prescindere da questo difetto, che magari farà storcere il naso a me ma potrebbe anche non disturbare altri spettatori, mi sento comunque di consigliare la visione di questo disturbante Seconds Apart.

Antonio Negret è il regista della pellicola. Colombiano, ha diretto altri due film che purtroppo non conosco, Hacia la oscuridad e Transit. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 30 anni e un film in uscita.


Orlando Jones interpreta il detective Lampkin. Americano, ha partecipato a film come Dal tramonto all’alba 3, Magnolia, Indiavolato, Evolution e a episodi delle serie The Bernie Mac Show, Ghost Whisperer, Dr. House e CSI: Miami. Anche sceneggiatore e produttore, ha 44 anni e due film in uscita.


Se il film vi fosse piaciuto, vi consiglierei di dare un’occhiata al classico Inseparabili di Cronenberg, al già recensito Chi è l’altro e a Il villaggio dei dannati, sia l’originale del 1960 sia il remake anni ’90 di Carpenter. ENJOY!

martedì 11 settembre 2012

Prowl (2010)

Nonostante la mia folle idea di proseguire nella visione delle pellicole targate After Dark mi riservi spesso delle brutte sorprese, questa volta mi è andata bene e devo dire che il film Prowl, diretto nel 2010 dal regista Patrik Syversen, è stato un’esperienza piacevole.


Trama: una ragazza decide di scappare dal mediocre paesino in cui vive per tentare la fortuna a Chicago. Gli amici si offrono di accompagnarla a pagare l’anticipo per l’appartamento, ma qualcosa va storto e i nostri sono costretti a chiedere un passaggio a un camionista. Ovviamente, per loro sarà l’inizio di un incubo…


Chiariamo subito la questione: Prowl non è un film innovativo né un capolavoro del genere horror, però si lascia guardare ed è molto dinamico. Gli sceneggiatori si sono serviti di un canovaccio usato ormai così tante volte da essere frusto (poveri fanciulli persi sulle strade USA e ingannati dal primo camionista redneck e maniaco di turno…), ma come spesso accade la commistione di generi paga e l’idea di aggiungere l’incognita dei vampiri a questa storia ormai vista mille volte dà origine a un prodotto quantomeno dignitoso. Anche il prologo lunghetto che precede gli eventi è interessante; i protagonisti sono ovviamente la solita accozzaglia di carne da macello di cui nessuno potrebbe sentire la mancanza, ma almeno gli sceneggiatori tratteggiano le motivazioni della protagonista, donano un briciolo di personalità ai coinvolti e provano almeno a spiegare allo spettatore le dinamiche che tengono assieme il gruppo, oltre a renderci assolutamente partecipi e convinti della scelta dell’eroina di portare via le balle dall’orrendo paesino (la madre ubriaca che, nel dormiveglia, le dice con un tatto incredibile di essere contenta… di averla adottata!! La faccia della protagonista in quel momento è da primato…). Qua e là, poi, vengono inserite le immagini di quelli che parrebbero flashback, incubi o visioni, che forniscono allo spettatore attento e scafato degli indizi su quello che poi sarà il colpo di scena clou dell’intera vicenda.


Per quanto riguarda l’aspetto prettamente horror della pellicola, gli amanti del genere non potranno proprio lamentarsi. Già a partire dalle sequenze girate all’interno del camion il regista e lo sceneggiatore costruiscono un crescendo di tensione che si sfogherà nella maniera più splatter e brutale all’interno del magazzino abbandonato dove vengono condotti i protagonisti; non mancano teste ed arti mozzati, sangue a secchiate e, soprattutto, non mancano tensione e un senso di imminente e costante pericolo. Il makeup dei vampiri non lascia spazio a tratti romantici o vagamente umani, anzi ricorda molto quello di 30 giorni di buio, con questi esseri dagli occhi completamente neri che saltano come Hulk e strisciano sui muri come un branco di blatte troppo cresciute, inoltre non è male l’idea di mostrare una sorta di “scuola” dove i giovani vampiri vengono introdotti all’arte della caccia e lasciati liberi di ingegnarsi da soli (d’altronde, to prowl significa letteralmente “vagare in cerca di prede”). Le ambientazioni del magazzino e della fabbrica abbandonata, poi, sono molto suggestive e ideali per fornire miriadi di nascondigli ai cacciatori, con conseguente aumento dell’ansia dello spettatore.


“Ma come, è un prodotto dell’Afterdark! Possibile che non ci sia nemmeno un difetto, nemmeno uno piccolo piccolo?”. E un momento, branco di cutrettole, ci arrivo! Il difetto, cari miei, sta proprio nel colpo di scena finale che, ovviamente, non vi rivelo… sappiate solo che dopo quasi ottanta minuti di film “serio” questa rivelazione che cade dall’alto all’improvviso fa lo stesso effetto di uno strappo ad altezza chiappe sul costume di un impeccabile ginnasta, una tavanata galattica che, purtroppo, inficia anche il valore del finale. Peccato perché, senza quella nota “sborona” e quello spiegone francamente improponibile che la maestra Veronica rifila alla protagonista nel momento topico della pellicola, Prowl avrebbe potuto diventare un vero gioiello. A maggior ragione, comunque, vi consiglio di guardarlo perché è uno dei pochi horror recenti ad essermi piaciuto e che è riuscito a regalarmi qualche momento di vero godimento splatter!

Patrik Syversen è il regista della pellicola. Norvegese, ha diretto altri tre film che tuttavia non conosco. Anche sceneggiatore e produttore, al momento sta girando alcuni episodi di una serie televisiva.


Bruce Payne interpreta il camionista Bernard. Inglese, ha partecipato a film come Nei panni di una bionda e a serie come Nikita e Streghe. Anche produttore, ha 54 anni e due film in uscita.


Per quanto riguarda i giovani attori che interpretano il gruppo di povere e sfortunate vittime, Ruta Gedmintas (Suzy) è comparsa nelle serie The Tudors e The Borgias, mentre la protagonista Courtney Hope (Amber) ha partecipato ad episodi di Walker Texas Ranger, Grey’s Anatomy, CSI: Miami e Criminal Minds. E per questa volta è davvero tutto… ENJOY!

martedì 5 giugno 2012

Husk (2011)

Olé, ecco l'ennesimo horror prodotto dalla After Dark Films recensito sul Bollalmanacco, nonostante il 90% di essi sia una camurrìa senza pari al mondo. Oggi parliamo di Husk, diretto nel 2011 dal regista Brett Simmons.


Trama: un gruppo di ragazzi ha un incidente in macchina proprio vicino ad uno sterminato campo di granturco. Quando si accorgono che uno di loro manca all'appello, decidono di inoltrarsi nel suddetto campo, finché non arrivano in una casa... e lì cominciano i guai.


Nonostante sia un prodotto dell'After Dark Films, questo Husk poteva essere molto peggio. Certo, gli attori sono pessimi ragazzetti (parlo soprattutto dei due fidanzati, due gatti di marmo monoespressivi!) con le solite facce da vittime sacrificali, tontoloni o zoccolotte, la pellicola non racconta nulla di troppo nuovo e alcuni aspetti della trama portano a farsi più di qualche domanda, ma per passare un'ora e mezza di puro svago col cervello spento va benissimo e ci si spaventa anche un po'. No, correggo, MI spavento, ma solo perché da quando ho letto il capolavoro I figli del grano di Stephen King basta che veda un campo di granturco per cominciare ad avere l'ansia a mille... e poi perché le maschere asettiche e prive di occhi come quelle che potrebbero indossare degli spaventapasseri semoventi mi terrorizzano. In questo caso, Husk mescola un po' tutte queste "paure" tipicamente yankee e ci aggiunge anche l'elemento zombie e quello sovrannaturale per creare una maledizione senza fine, che come spesso succede negli horror si autoalimenta finché qualcuno non ne capisce il meccanismo e tenta di fermarla (riuscendoci o meno, questo lo scoprirete però solo guardando il film).


Il risultato è un horror abbastanza classico, con una regia e una fotografia buone ma prive di guizzi particolari, che offre allo spettatore tutto quello che ci si può aspettare, senza indugiare troppo sul gore o sulle sottigliezze della trama: i protagonisti cadono uno per uno nella rete dei mostri che li circondano senza capire troppo bene cosa stia accadendo, gli spaventapasseri sono forniti di unghie chiodate per spillare qualche goccia di sangue in più (e sarebbero anche facili da sconfiggere se solo le loro vittime sacrificali mostrassero un po' più di sale in zucca), ci sono i soliti ignoranti bifolchi campagnoli con tanto di capello lungo e salopette a dare un po' di colore e infine il campo di grano offre parecchie zone buie e nascondigli per i soliti attacchi a sorpresa che fanno stramazzare a terra lo spettatore incauto. Come ho detto, ci si potrebbe chiedere come mai 'sta gente non capisca che basterebbe togliere la maschera agli spaventapasseri zombie per ridurli all'impotenza, mentre l'unica soluzione che trova il nerd del gruppo è scappare intanto che uno di loro è impegnato a cucirsela (non ci vogliono anni per rappezzarsi un po' di juta, eh!), oppure ci si potrebbe domandare perché mai a turno si inoltrino nel campo di grano quando basterebbe farsi la strada a ritroso e chiedere l'aiuto di qualche autoctono, ma vabbé: in un mondo in cui basta finire con la macchina in un fosso per far svenire cinque persone e basta un telo per proteggere una Cadillac dall'usura del tempo, del sole e delle intemperie, certi dettagli sono superabili. Ah, chiedetevi anche a cosa serva cammallarsi dietro delle pesantissime taniche di benzina per dare fuoco al granturco quando il momento per usare l'accendino viene procrastinato con qualsiasi, futile barbatrucco fino a diventare inutile. Detto questo, ho sicuramente visto film peggiori, almeno Husk non pretende di essere un capolavoro, quindi è sicuramente onesto. A voi scegliere di guardarlo o meno, anche se io mi butterei su horror migliori.

Brett Simmons è il regista della pellicola. Americano al suo terzo film, anche attore, sceneggiatore, compositore e produttore, ha 30 anni.


Devon Graye interpreta l'occhialuto Scott. Americano, ha partecipato alle serie Dexter, Bones, CSI: Miami e CSI: Scena del crimine. Ha 25 anni e due film in uscita. 


Wes Chatham interpreta lo spesso Brian. Americano, ha partecipato al film The Help. Ha due film in uscita. 


C.J. Thomason (vero nome Christopher John Thomason) interpreta lo sborone Chris. Americano, ha partecipato a film come Transformers e serie come CSI: NY, Harper's Island e The Big Bang Theory. Ha 30 anni e un film in uscita.


Tammin Sursok interpreta Natalie, la ragazza del gruppo. Sudafricana, ha partecipato a film come Aquamarine, alla soap australiana Home & Away e alla serie Hannah Montana. Ha 29 anni e un film in uscita.


Se Husk vi fosse piaciuto, innanzitutto sappiate che esiste un omonimo corto diretto nel 2008 sempre da Brett Simmons, con una trama simile al film (potete trovarlo su Vimeo se non ho visto male); inoltre, vi consiglierei di leggere I figli del grano, racconto di Stephen King che potete trovare nella splendida raccolta A volte ritornano. Grano rosso sangue invece, film tratto proprio da quel racconto, non ve lo consiglio perché è davvero bruttarello. ENJOY!




giovedì 10 maggio 2012

The Abandoned (2006)

Dopo tante visioni ormai è difficile che mi capiti tra le mani qualche horror interessante o ben fatto, soprattutto se parliamo di pellicole recenti. Per fortuna ogni tanto spuntano lavori pregevoli come The Abandoned, diretto nel 2006 dal regista Nacho Cerdá. La recensione contiene qualche leggero spoiler, siete avvisati.

Trama: dopo 40 anni una donna torna in Russia per scoprire la verità sulla sua famiglia. Si riunirà al fratello perduto, ma scoprirà anche che certi segreti del passato sarebbe meglio lasciarli sepolti…


The Abandoned è una pellicola assai particolare, dal gusto europeo. E’ un horror adulto e per nulla lineare, nel quale la trama e la soluzione dei misteri che circondano la famiglia della protagonista vengono portate avanti a poco a poco, senza concedere tutto e subito allo spettatore. In questo senso, è un horror per persone pazienti, che preferiscono l’atmosfera ai colpi di scena che si susseguono senza sosta. E The Abandoned è sufficientemente inquietante da regalare più di un brivido. Nulla di troppo innovativo, per carità; la pellicola sfrutta topoi horror ormai consolidati, come la vecchia casa abbandonata, il luogo da cui non è possibile uscire, il bosco minaccioso, una sorta di loop temporale, un passato terribile e celato, personaggi inquietanti che non parlano o lo fanno per enigmi. Ma la messa in scena di questi topoi è convincente, perché il regista e gli sceneggiatori li sfruttano al meglio senza cadere troppo nella banalità o nel già visto, con la macchina da presa che cerca soluzioni innovative, immagini emblematiche e quasi artistiche, un susseguirsi ininterrotto e straniante di flashback, scene ambientate nel presente e visioni di morte.


The Abandoned non è comunque privo di difetti e quello principale è forse quello di confondere lo spettatore fino a fargli perdere di vista il fulcro della vicenda; per dirla in due parole, secondo me gli sceneggiatori a un certo punto non sapevano più come giustificare la presenza dei due protagonisti nella casa e la loro impossibilità ad uscirne, né se i due sono vivi oppure morti durante la loro permanenza lì perché, a tratti, sembrerebbe che entrambi fossero già schiattati prima di arrivare nella casa o subito dopo (per esempio, la donna finisce nel fiume e il fratello le dice di averla salvata dall’annegamento… ma se non fosse vero? E perché lui viene inghiottito dal pavimento e non si vede per mezz’ora buona, prima di tornare come se non gli fosse successo nulla?). A parte questo, se si accettano le cose come sono e non si punta ad approfondire troppo la faccenda, The Abandoned regala interessanti trovate horror, come quella dei doppelgänger che incarnano il destino di morte dei due fratelli e che non possono essere feriti o uccisi, perché ogni ferita si ripercuoterebbe sui vivi, o come la terribile sequenza dove viene rivelata tutta la follia del padre dei due, follia che farebbe invidia al Mason Verger di Hannibal e dove viene fatto un uso assai creativo di alcuni setolosi purcelli.


Insomma, come sempre più spesso accade, l’horror europeo dimostra di essere molto superiore a quello USA, e di essere in grado di rinnovare temi e trame ormai inflazionati, creando qualcosa di innovativo e particolare. Qui non ci sono grandi nomi, soprattutto per quanto riguarda gli attori, che sono fondamentalmente degli sconosciuti (la protagonista, con la sua aria da donna dura e provata dalla vita, è perfetta per il ruolo) ma c’è sicuramente tanta passione ed impegno e, soprattutto, uno script originale e non tratto da romanzi o altri film. A prescindere dalle incongruenze della trama, quindi, mi sento di poter consigliare The Abandoned ad ogni appassionato horroromane.

Nacho Cerdá (vero nome Ignacio Cerdá) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Spagnolo, ha diretto due famosi corti horror, Genesis e Aftermath. Anche produttore e attore, ha 43 anni e un film in uscita.


Anastasia Hille interpreta Marie. Inglese, ha partecipato a film come The Hole e 1921 – Il mistero di Rookford. Ha 46 anni.


Karel Roden interpreta Nicolai. Originario della Repubblica Ceca, ha partecipato a parecchi film per la tv nostrani della mia infanzia come Fantaghirò 2 , Desideria e l’anello del drago, Sorellina e il principe del sogno, oltre a film come 15 minuti – Follia omicida a New York, Blade II, Hellboy, Mr. Bean’s Holiday e Orphan. Ha 50 anni e un film in uscita.


Per il ruolo di Marie si era pensato alle più famose Nastassja Kinski e Holly Hunter, ma il regista è riuscito ad ottenere il la per avere invece un’attrice sconosciuta, che avrebbe reso la protagonista più “umana” e cazzuta. Se il film vi fosse piaciuto, come atmosfere lo vedo abbastanza simile a Echi mortali e Mirrors - Riflessi di paura. ENJOY!

domenica 22 aprile 2012

The Gravedancers (2006)

Continua, mio malgrado, la camurrìa legata all’After Dark Horror Fest. Perché mi sia messa in testa di perseverare su questa strada che porta a mille fallimenti e qualche sporadico successo devo ancora capirlo, sta di fatto che questa volta è toccato a The Gravedancers, diretto nel 2006 dal regista Mike Mendez. Tenetevi pronti che si balla.


Trama: dopo il funerale del loro migliore amico, tre ex compagni di liceo decidono di recarsi, nottetempo, al cimitero e rendergli omaggio a modo loro. Tratti in inganno da un poema non trovano altro di meglio da fare che mettersi a ballare, ubriachi come irlandesi, su tre tombe sconosciute, suscitando così le ire delle persone ivi sepolte…


The Gravedancers parte bene. O meglio, parte male da una parte, per colpa di una sequenza iniziale da mani nei capelli, durante la quale una povera crista viene sbatacchiata diquaeddellà (come diceva Er Piotta) da un’entità invisibile che infine la impicca. Fine dell’introduzione inutile, dimenticatela pure, andiamo avanti. Arriva poi un primo piano del simbolico Biggimme Dominic Purcell, gonfio come un batrace ed altrettanto espressivo, presenza costante dell’intera pellicola e secondo indice di sicura belinata, ma soprassediamo anche qui. Torniamo a dire che The Gravedancers parte bene. Perché, direte voi? Perché almeno all’inizio illude lo spettatore di trovarsi davanti ad un horror un po’ diverso dagli altri, con gli spiriti richiamati da una danza, legati indissolubilmente a chi è stato tanto idiota da ballare sulle loro tombe e sempre più forti mano a mano che la luna si fa piena. C’è poi la curiosità di scoprire l’identità dei tre spiriti in questione e capire i diversi modi in cui perseguiteranno chi li ha richiamati, anche perché gli sceneggiatori avrebbero per le mani un bestiario mica da ridere: una moglie gelosa che ha ucciso il marito con un’ascia, un bimbo piromane e, dulcis in fundus, un vecchio giudice pervertito nel peggior senso della parola. Insomma, tutto questo potenziale da utilizzare, tutte queste aspettative che si creano, la sottile inquietudine di percepire le presenze e non vederle.. e poi bam!, parte la bufala.


Da metà film in poi, infatti, The Gravedancers sprofonda tranquillamente nella fossa dell’inguardabilità. Il motivo sta da ricercarsi non solo nelle incredibili cretinate compiute da quasi ogni personaggio presente (cretinate sulle quali poi torneremo), ma anche nella bruttezza rara degli effetti speciali. Quando, infatti, in un eccesso di sboroneria, i realizzatori decidono di mostrare le facce dei tre spiriti, ci troviamo davanti a qualcosa che è un incrocio tra un Muppet e una brutta imitazione di Zio Tibia. Il giudice, tanto quanto, si salva appena, ma la donna e il bambino sono dei pupazzi talmente orrendi che non ci si crede (quasi a livello di "sonounamarionettaiaiaoh", per intenderci), mentre l'effetto "3D" finale, col megafaccione spettrale che si scaglia contro i poveri sopravvissuti trasformandosi in mano artigliata alla bisogna fa semplicemente pietà. Stendiamo poi un velo pietoso anche sull'uomo che brucia vivo e sull'esplosione che ne segue la morte, perché credo che un ragazzino con qualsivoglia programma di grafica avrebbe fatto meglio di quanto viene mostrato in pellicola.

Sono una marionetta ia ia oh!!
 Passiamo ora ai personaggi e agli attori. Al di là dello spreco di uno Tchéky Karyo costretto a parlare (anche in inglese, incredibile!) come uno sboccatissimo ispettore Clouseau e il piacere, sempre e comunque, di vedere la Glory di Buffy, il casting è a dir poco pessimo. L'attrice che interpreta l'esperta di fenomeni paranormali parla come Paperino ed è quasi più irritante del suo personaggio, gli altri attori però non sono meglio: il simbolico Bigjimme non fa altro che barcamenarsi tra la moglie che ama e l'amica che vorrebbe concupirlo, senza pensare nemmeno una volta che gli strani ed inquietanti fenomeni casalinghi siano frutto della presenza di qualche poltergeist, l'amico idiota dovrebbe avere la funzione di spalla comica ma riesce solamente a deprimere ancor più lo spettatore, mentre l'amichetta un po' zoccolotta ed ex stalker da il meglio di sé solo quando viene morsa, pestata e ridotta all'impotenza dal giudice maniaco, l'unico personaggio che, effettivamente, tutela il diritto dello spettatore che vorrebbe saccagnare di botte tutti i coinvolti. Incredibili poi le trovate atte ad allungare la durata del film o a creare dubbi colpi di scena: gente che, nonostante sappia che tre persone sono in pericolo, decide di mandare a monte il rito che li salverebbe solo per avere prove dell'esistenza del paranormale, donne lasciate sole in case od ospedali nonostante ci sia un fantasma che le perseguita, lo sbattimento di scavare fosse profondissime quando poi bastano un buchetto e un po' di terra (sconsacrata, ovvio) per far finire tutto, automobili che sfondano muri ed inferriate senza farsi nemmeno un graffio, gravi ustionati che nonostante abbiamo mezza faccia ridotta come quella di Freddy Krueger riescono a salvare gli amici.... e la finisco qui o il post diventa lunghissimo e The Gravedancers non lo merita. Evitate, gente, evitate!

Qui sta palesemente digerendo la peperonata della sera prima...
Di Tchéky Karyo, che interpreta Vincent Cochet, ho già parlato qui.

Mike Mendez è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Convent e un documentario sulla serie Masters of Horror. Anche attore, produttore e sceneggiatore, ha un film in uscita.

Il regista è quello con gli occhiali. Giuro.
Dominic Purcell (vero nome Dominic Haakon Myrtvedt Purcell) interpreta Harris. Inglese, famosissimo volto della serie Prison Break, ha partecipato a film come Mission: Impossible 2, Equilibrium, Blade: Trinity e Cani di Paglia, oltre ad un episodio di Dr. House. Anche produttore ha 42 anni e sei film in uscita. 


Josie Maran (vero nome Johanna Selhorst Maran) interpreta Kira. Americana, ha partecipato a film come Van Helsing e The Aviator. Ha 34 anni.


Clare Kramer (vero nome Clare Elizabeth Kramer) interpreta Allison. Attrice americana che i Buffy addicted come me ricorderanno per avere interpretato la dea Glory nella quinta stagione della serie, ha partecipato anche a film come In & Out e Le regole dell’attrazione, oltre che ad alcuni episodi di Sabrina, vita da strega, Tru Calling e Dr. House. Anche regista e sceneggiatrice, ha 38 anni e due film in uscita.


 The Gravedancers doveva essere parte di una trilogia. Fortunatamente si sono fermati lì, perché francamente non c'era altro da dire su questa roba. Comunque, se doveste guardare il film e trovarlo bello, recatevi a Disneyworld, perché pare che il design degli spettri sia stato preso paro paro dalla Haunted Mansion che c'è nel parco. Detto, questo, detto tutto, BaBBa Bia! ENJOY!

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