Dear Quentin,
sono sempre io, dopo ben quattro anni. Nel frattempo ti sei sposato, aspetti un figliolo, e io dico: c'era bisogno di arrivare a tanto con questa donna dello schermo quando io, la tua Beatrice, non avrei problemi a dichiarare al mondo il nostro aMMore? Guarda, ti giuro che non è per ripicca che vado dicendo in giro di come C'era una volta a... Hollywood non sia il tuo film migliore e te lo dimostrerò scrivendo solo cose belle, anzi, bellissime, sul tuo ultimo film, senza SPOILER. Posso però dire che sei stato un maledetto a tagliare le scene con Tim Roth? E posso altresì permettermi di dirti che la prossima volta mi piacerebbe un "pochettino" di coesione in più all'interno della trama, ché va bene la struttura sfilacciata, le trame incrociate e le digressioni citazioniste ma a tratti mi è sembrato di ripiombare nella lunghissima introduzione di A prova di morte (per me il film meno bello - MAI brutto! - che hai realizzato)? Bon, basta, quello che dovevo dire di negativo l'ho detto, ora passiamo alla gioia.
In tempi di orrido cinismo e snobismo cinèfilo, dove tutti hanno già visto tutto e chiunque ha un'opinione perlopiù negativa su qualsiasi pellicola, dove non ci sono più curiosità né mistero, perché tanto ogni singolo segreto di un film si può trovare on line, mi chiedo come diamine fai tu, caro Quentin, a sognare ancora. A custodire dentro il cuore ricordi lucidissimi eppure ancora intrisi di magia, a fomentare continuamente l'Amore per quel Cinema che ti ha dato tutto, fin da quando non eri nemmeno famoso, al punto da annullare ogni confine tra la realtà, il gossip da tabloid patinato e il cliché. Come Noodles che usciva da quella stazione, vecchio e zeppo di memorie filtrate dal tempo e dall'oppio, così tu ci consegni la TUA storia, la TUA Hollywood, una città fatta di luci al neon e cinema, di star che possono venirti a vivere accanto a casa, dove ogni giorno può diventare una (dis)avventura e dove fiumi di alcool e fumo mettono a tacere le coscienze di coloro per i quali il sogno o è morto o sta per trasformarsi in un incubo. I tre personaggi che sfrecciano sulle strade di Los Angeles con in capelli al vento e la musica nelle orecchie sono i tre estremi di un'ideale triangolo che racchiude in sé tutta la leggenda Hollywoodiana. Certo, il Rick Dalton di Di Caprio è il veicolo attraverso il quale ci consenti di vivere la Hollywood degli addetti ai lavori, quella non così esaltante; la Hollywood di chi, come probabilmente Luke Perry (bonanima), è rimasto confinato all'interno di un archetipo televisivo e, invecchiando, non è più riuscito ad emergere nel mare di starlette in continuo movimento, trasformandosi in una sorta di leggenda o figura indistinta nella memoria. E' con Rick Dalton che si scoprono gli "altarini" del cinema che più hai amato, quello degli italiani banfoni che con due lire si accaparravano vecchie star in declino per creare pellicole (s)cult da pochi spiccioli insinuandosi nei cuori dei cinefili onnivori, con i loro set esotici, le trame bizzarre e le locandine disegnate in maniera splendida. Ma anche qui, non si costruiva forse la leggenda? Non c'era la voglia di divertire e far sognare il pubblico, a prescindere dalla coerenza delle trame e alla faccia di qualsiasi, gigantesco what the fuck?
Quell'enorme what the fuck che è Brad Pitt, per esempio. Non fraintendermi, io l'ho amato e, come ho detto ai miei compagni di visione, vorrei un Brad Pitt personale in casa per morire dal ridere ogni volta che sono depressa, ma riflettendo su Cliff Booth ho trovato l'elemento di pura finzione all'interno del film, l'estremo "surreale" del triangolo. Cliff Booth è l'eroe tipico degli spaghetti western, il cowboy bruciato dal sole dalla battuta facile e dall'indolenza gigantesca, un po' cavaliere dal cuore d'oro e un po' galeotto, colui che ha il compito di difendere il Sogno contro la realtà che minaccia di privarlo di tutta la sua innocenza, in una Los Angeles di fine anni '60 trasformata in isola felice contro tutti i cambiamenti sociali e le brutture dell'America e del mondo. La realtà gli scivola addosso, come già succedeva ad Aldo Rayne in Bastardi senza gloria, e non è un caso se l'artefice del più clamoroso what if? della pellicola è proprio lui. E poi c'è lei, Margot Robbie. Ora, c'è stato un momento, verso la fine del film, in cui la gente rideva e applaudiva. Io non ce l'ho fatta. Non lo so perché la storia di Sharon Tate e dell'orribile destino toccato in sorte a lei e ai suoi amici mi ha sempre toccata nel profondo, sta di fatto che mentre tutti ridevano io lottavo contro il magone. Sì perché tu sei riuscito a trasformare Sharon Tate nella fata buona, nell'incarnazione stessa di quel sogno chiamato Cinema. Bellissima e leggiadra, Margot Robbie col suo sorriso incantevole trasuda amore e giovinezza da ogni poro, ed è l'immagine stessa dell'innocenza di una Hollywood che non tornerà mai più e forse non è mai esistita; vederla piena di entusiasmo varcare la soglia di un cinema che proietta uno dei suoi film scalda il cuore e trasmette un briciolo della sensazione di trionfo che sicuramente anche tu hai provato nel corso non solo di blasonate anteprime, ma soprattutto quando nessuno ti considerava, confuso nella folla, nascosto nell'ombra a spirare la reazione degli spettatori davanti a ciò che avevi scritto, magari diretto. Ma fosse solo quello. La figura di Sharon Tate trasporta in un mondo altro, in una Favola che si vorrebbe non finisse mai, e quello che è rimasto durante i titoli di coda, almeno a me, è un enorme nodo alla gola al pensiero che quell'innocenza meravigliosa e anche un po' ignorante l'abbiamo persa tutti da troppo tempo.
E allora, abbandoniamoci all'amore e all'innocenza, che cazzo. Alla gioia di rivedere facce amatissime (ciao Michael, ciao Zoe, ciao Lorenza, ciao Kurt), di prendere le tue auto-citazioni, le ricostruzioni di film e telefilm, i tuoi marchi di fabbrica e usarli come una calda coperta di Linus per affrontare il freddo della steppa di cinèfili dell'internet senza cuore, perché alla fine se è vero che il Cinema è un mondo e che siamo fatti al 90% dei film che abbiamo visto, il tuo microcosmo è uno di quelli in cui mi perdo più volentieri. E allora, abbandoniamoci alle grasse risate davanti al solito, favoloso Di Caprio che solo tu riesci a fare brillare come una stella, accoppiato ad un Brad Pitt che, porco cane, ma manda al diavolo il futuro film di Star Trek (dai, amore mio, mi fa schifo, lo sai. Rinunciaci) e realizza una COMMEDIA con loro due come protagonisti, ti prego! Abbandoniamoci e soprattutto chiniamo il capo davanti alla bellezza incredibile della colonna sonora, che mi ha fatto muovere a tempo la testa per tutta la durata del film, quando non ero impegnata a rimanere a bocca aperta davanti alle immagini che scorrevano sullo schermo (apro parentesi. Si vede che qui hai potuto fare un po' come hai voluto, libero da Weinstein ecc. C'era una volta a Hollywood è meno "stiloso" in maniera artefatta e più "tuo"). Abbandoniamoci (anche se lì, lo ammetto, ho fatto resistenza ma hai capito perché. Anche per questo devo rivedere il film) alla fottuta catarsi da cinema di serie Z, a quella valvola di sfogo che incanala tutto il disprezzo nei confronti di chi ha privato Hollywood di buona parte della sua innocenza per colpa di un matto invidioso che ha mandato "il Diavolo a fare i cazzi del Diavolo", giusto per ribadire come davanti a gente inutile si debba rispondere con menefreghistico disprezzo. Abbandoniamoci alla speranza, all'ottimismo, al "e vissero tutti felici e contenti", per una volta, facendoci accogliere dai volti amici di persone che vediamo sullo schermo quasi ogni giorno e che ogni volta ci fanno fuggire dalla realtà, così come loro, chissà, fuggono dalla propria solo grazie a noi umili spettatori.
Che ti devo dire, ancora, Quentin mio? Più ci rifletto sopra, più C'era una volta a... Hollywood diventa bellissimo e interessante. Vorrei rivederlo subito, ovviamente in lingua originale, che l'adattamento italiano lasciamolo perdere, per cogliere tutti i dettagli che ho perso durante la prima visione e scoprire ancora ulteriori strati di questo splendido delirio cinefilo, quindi grazie, come sempre. E anche un po' vaffanculo, dai, ché son buoni tutti a sposarsi la sgnoccolona trentatreenne israeliana. Potevi anche accontentarti della sgnoccolona trentottenne ligure, vecchio porcello.
Del regista e sceneggiatore Quentin Tarantino, la cui voce si può sentire durante lo spot delle Red Apple, ho già parlato QUI. Leonardo di Caprio (Rick Dalton), Brad Pitt (Cliff Booth), Margot Robbie (Sharon Tate), Emile Hirsch (Jay Sebring), Timothy Olyphant (James Stacy), Dakota Fanning (Squeaky Fromme), Bruce Dern (George Spahn), Luke Perry (Wayne Maunder), Al Pacino (Marvin Schwarz), Lorenza Izzo (Francesca Capucci), Harley Quinn Smith (Froggie), Danielle Harris (Angel), Clifton Collins Jr. (Ernesto il vaquero messicano), Rumer Willis (Joanna Pettet), Rebecca Gayheart (Billie Booth), Kurt Russell (Randy e, in originale, anche il narratore), Zoe Bell (Janet) e Michael Madsen (Sceriffo Hackett di Bounty Law) li trovate invece ai rispettivi link.
Margaret Qualley interpreta Pussycat. Americana, ha partecipato a film come The Nice Guys, Death Note e a serie quali Fosse/Verdon. Ha 25 anni e un film in uscita.
Tra le millemila guest star presenti nella pellicola segnalo la ahimé moglie di Quentin, Daniella Pick, il Friederich di Tutti insieme appassionatamente, Nicholas Hammond (che interpreta Sam Wanamaker) e, tra i figli d'arte, quella di Ethan Hawke e Uma Thurman, Maya Hawke, nei panni di Flowerchild, mentre il povero Tim Roth, inserito nei titoli di coda, è protagonista delle scene eliminate, quindi non compare nel film. Non ce l'ha fatta nemmeno Burt Reynolds (che, di fatto, era il "cattivo" dell'episodio di F.B.I. presente nel film), purtroppo venuto a mancare prima di poter girare le scene in cui avrebbe dovuto interpretare George Spahn. Se il film vi fosse piaciuto, ovviamente vi consiglierei di recuperare la filmografia di Tarantino ma siccome lo stesso Quentin ha stilato un elenco di pellicole da vedere in preparazione di C'era una volta a Hollywood, perché non seguirlo e recuperare Bob & Carol & Ted & Alice, Fiore di cactus, Easy Rider, L'amante perduta, La battaglia del Mar dei Coralli, L'impossibilità di essere normale, Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, Trafficanti del piacere, Il sentiero della violenza e I pistoleri maledetti? ENJOY!
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venerdì 20 settembre 2019
venerdì 10 marzo 2017
The Autopsy of Jane Doe (2016)
Altro giro, altro horror preso paro paro dalla classifica di Lucia e consigliatomi anche dall'amico Roberto! Oggi si parla di The Autopsy of Jane Doe, diretto nel 2016 dal regista André Øvredal e uscito proprio l'8 marzo in Italia.
Trama: sul luogo di una strage familiare viene ritrovato il cadavere di una donna che, apparentemente, non ha nulla a che vedere con le dinamiche della tragedia. Per comprenderne il mistero, il cadavere viene affidato agli anatomopatologi Tommy ed Austin Tilden, padre e figlio che si ritrovano così a dover gestire qualcosa che va oltre le loro competenze...
Ultimamente mi capitano sotto mano horror che, per quanto siano bellissimi, non riescono proprio a mettermi paura, a meno che non ricorrano al sempre valido "trucco" del jump scare piazzato ad arte. Per intenderci, non è che guardando Train to Busan non mi sia venuta ansia per i protagonisti quando gli zombi li attaccavano, oppure che non me la sia fatta sotto all'idea di una madre e una figlia perseguitate dai djinn nel bellissimo Under the Shadow, ma l'aria di minaccia che ho respirato fin dall'inizio di The Autopsy of Jane Doe è cresciuta e si è sedimentata in maniera particolare, tanto che ad un certo punto mi è venuta persino voglia di andarmi a fare un giro e lasciare i Tilden alle prese con l'inquietante cadavera. Senza fare spoiler, ché io basandomi sugli stessi indizi che sto per scrivere ero arrivata ad una conclusione completamente errata, questa Jane Doe così perfetta all'esterno e maciullata dentro, talmente gnocca che persino con la lingua mozzata e l'occhio vitreo risulta trecento volte più figa di quanto potrei mai essere io truccata di tutto punto, puzza di camurrìa lontano un chilometro. Lo sa bene Øvredal, che non lesina inquadrature del volto della fanciulla, di mani che si avvicinano pericolosamente alla bocca di lei, di "cose" inspiegabili che accadono man mano che i due anatomopatologi toccano le varie fasi dell'autopsia (con dovizia di rumorini, ombre riflesse sugli specchi, dettagli che stonano nell'asettico ambiente di una camera mortuaria) arrivando a scoprire cose parecchio strane su costei; ai fatti tangibili, per così dire, ricavati dall'approccio scientifico dei due e dagli indizi pescati da questo corpo morto, si affiancano conclusioni che fanno arricciare il naso dello spettatore e che lo portano ad aspettare spasmodicamente quella svolta horror che, ovviamente, non tarda ad arrivare. Ma forse non nel modo che uno si aspetta, non con questo canovaccio ridotto all'osso sul quale gli sceneggiatori hanno giocato di furbizia, attori e tecnica.
Una volta entrati nel mood del film, più o meno quando i due protagonisti arrivano a rendersi conto di essere stati incaprettati, la paura un po' passa e la conclusione, riflettendoci, fa abbastanza ridere (SPOOOOILERISSIMO: comodo perpetrare la maledizione attraverso un cadavere che gira per le case dal 1600!!) ma la scelta di ambientare il film in un ambiente claustrofobico come i sotterranei adibiti a morgue di una casa in campagna è sicuramente vincente, soprattutto considerata la natura per nulla rassicurante o moderna dei mezzi utilizzati solitamente dai Tilden per arrivare in superficie. A tutto questo bisogna aggiungere ancora un paio di cosette. La regia di Øvredal è furbissima e il norvegese merita un plauso per il modo in cui è riuscito ad evitare le soluzioni banali che la seconda parte del film avrebbe potuto richiamare, preferendo ricorrere a poche inquadrature mirate di dettagli e a quel "vedo non vedo" che fa molta più paura rispetto al continuo utilizzo di una CGI farlocca. Stiamo pur sempre parlando di un film che si intitola L'autopsia di Jane Doe, quindi anche gli amanti del gore hanno di che gioire, tra incisioni ad ipsilon dalle quali sgorga il sangue e dettagli anatomici abbastanza raccapriccianti (si astengano invece coloro che, giustamente per carità, non amano vedere morire degli animali on screen, anche di morte "naturale") ma il cuore della pellicola, giusto per rimanere in tema, è sottile e inquietante come il mestiere dei due protagonisti. I quali, ovviamente, sono il secondo punto di forza del film, col vecchio leone Brian Cox che palesa un invidiabile aplomb nonché una comprensibile aura di tristezza in grado di renderlo molto umano, ed Emile Hirsch in qualità di figlio desideroso di staccarsi dalla scomoda attività di famiglia eppure, in qualche modo, legato ed interessato ai segreti del mestiere. Menzione speciale la merita però Jane Doe in persona: l'irlandese Olwen Catherine Kelly passerà anche tutto il film sdraiata su un tavolo da autopsia senza muovere un muscolo ma in qualche modo la sua presenza scenica surclassa quella degli altri due bravissimi attori, quindi mi vien quasi da dire che il 2016 sia stato un anno perfetto per i cadaveri cinematografici, Swiss Army Man docet!
Di Brian Cox, che interpreta Tommy Tilden, ho già parlato QUI.
André Øvredal è il regista della pellicola. Norvegese, ha diretto film come Troll Hunter. Anche produttore, ha 44 anni e un film in uscita.
Emile Hirsch interpreta Austin Tilden. Americano, ha partecipato a film come Lords of Dogtown, Into the Wild - Nelle terre selvagge, Milk, Killer Joe, Le belve e a serie quali Una famiglia del terzo tipo, Sabrina vita da strega, Jarod il camaleonte e ER - Medici in prima linea. Ha 32 anni e quattro film in uscita.
Pare che Martin Sheen fosse stato scelto per il ruolo di Tommy ma all'ultimo ha dovuto rinunciare ed è stato perciò sostituito da Brian Cox. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate The VVitch. ENJOY!
Trama: sul luogo di una strage familiare viene ritrovato il cadavere di una donna che, apparentemente, non ha nulla a che vedere con le dinamiche della tragedia. Per comprenderne il mistero, il cadavere viene affidato agli anatomopatologi Tommy ed Austin Tilden, padre e figlio che si ritrovano così a dover gestire qualcosa che va oltre le loro competenze...
Ultimamente mi capitano sotto mano horror che, per quanto siano bellissimi, non riescono proprio a mettermi paura, a meno che non ricorrano al sempre valido "trucco" del jump scare piazzato ad arte. Per intenderci, non è che guardando Train to Busan non mi sia venuta ansia per i protagonisti quando gli zombi li attaccavano, oppure che non me la sia fatta sotto all'idea di una madre e una figlia perseguitate dai djinn nel bellissimo Under the Shadow, ma l'aria di minaccia che ho respirato fin dall'inizio di The Autopsy of Jane Doe è cresciuta e si è sedimentata in maniera particolare, tanto che ad un certo punto mi è venuta persino voglia di andarmi a fare un giro e lasciare i Tilden alle prese con l'inquietante cadavera. Senza fare spoiler, ché io basandomi sugli stessi indizi che sto per scrivere ero arrivata ad una conclusione completamente errata, questa Jane Doe così perfetta all'esterno e maciullata dentro, talmente gnocca che persino con la lingua mozzata e l'occhio vitreo risulta trecento volte più figa di quanto potrei mai essere io truccata di tutto punto, puzza di camurrìa lontano un chilometro. Lo sa bene Øvredal, che non lesina inquadrature del volto della fanciulla, di mani che si avvicinano pericolosamente alla bocca di lei, di "cose" inspiegabili che accadono man mano che i due anatomopatologi toccano le varie fasi dell'autopsia (con dovizia di rumorini, ombre riflesse sugli specchi, dettagli che stonano nell'asettico ambiente di una camera mortuaria) arrivando a scoprire cose parecchio strane su costei; ai fatti tangibili, per così dire, ricavati dall'approccio scientifico dei due e dagli indizi pescati da questo corpo morto, si affiancano conclusioni che fanno arricciare il naso dello spettatore e che lo portano ad aspettare spasmodicamente quella svolta horror che, ovviamente, non tarda ad arrivare. Ma forse non nel modo che uno si aspetta, non con questo canovaccio ridotto all'osso sul quale gli sceneggiatori hanno giocato di furbizia, attori e tecnica.
Una volta entrati nel mood del film, più o meno quando i due protagonisti arrivano a rendersi conto di essere stati incaprettati, la paura un po' passa e la conclusione, riflettendoci, fa abbastanza ridere (SPOOOOILERISSIMO: comodo perpetrare la maledizione attraverso un cadavere che gira per le case dal 1600!!) ma la scelta di ambientare il film in un ambiente claustrofobico come i sotterranei adibiti a morgue di una casa in campagna è sicuramente vincente, soprattutto considerata la natura per nulla rassicurante o moderna dei mezzi utilizzati solitamente dai Tilden per arrivare in superficie. A tutto questo bisogna aggiungere ancora un paio di cosette. La regia di Øvredal è furbissima e il norvegese merita un plauso per il modo in cui è riuscito ad evitare le soluzioni banali che la seconda parte del film avrebbe potuto richiamare, preferendo ricorrere a poche inquadrature mirate di dettagli e a quel "vedo non vedo" che fa molta più paura rispetto al continuo utilizzo di una CGI farlocca. Stiamo pur sempre parlando di un film che si intitola L'autopsia di Jane Doe, quindi anche gli amanti del gore hanno di che gioire, tra incisioni ad ipsilon dalle quali sgorga il sangue e dettagli anatomici abbastanza raccapriccianti (si astengano invece coloro che, giustamente per carità, non amano vedere morire degli animali on screen, anche di morte "naturale") ma il cuore della pellicola, giusto per rimanere in tema, è sottile e inquietante come il mestiere dei due protagonisti. I quali, ovviamente, sono il secondo punto di forza del film, col vecchio leone Brian Cox che palesa un invidiabile aplomb nonché una comprensibile aura di tristezza in grado di renderlo molto umano, ed Emile Hirsch in qualità di figlio desideroso di staccarsi dalla scomoda attività di famiglia eppure, in qualche modo, legato ed interessato ai segreti del mestiere. Menzione speciale la merita però Jane Doe in persona: l'irlandese Olwen Catherine Kelly passerà anche tutto il film sdraiata su un tavolo da autopsia senza muovere un muscolo ma in qualche modo la sua presenza scenica surclassa quella degli altri due bravissimi attori, quindi mi vien quasi da dire che il 2016 sia stato un anno perfetto per i cadaveri cinematografici, Swiss Army Man docet!
Di Brian Cox, che interpreta Tommy Tilden, ho già parlato QUI.
André Øvredal è il regista della pellicola. Norvegese, ha diretto film come Troll Hunter. Anche produttore, ha 44 anni e un film in uscita.
Emile Hirsch interpreta Austin Tilden. Americano, ha partecipato a film come Lords of Dogtown, Into the Wild - Nelle terre selvagge, Milk, Killer Joe, Le belve e a serie quali Una famiglia del terzo tipo, Sabrina vita da strega, Jarod il camaleonte e ER - Medici in prima linea. Ha 32 anni e quattro film in uscita.
Pare che Martin Sheen fosse stato scelto per il ruolo di Tommy ma all'ultimo ha dovuto rinunciare ed è stato perciò sostituito da Brian Cox. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate The VVitch. ENJOY!
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