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martedì 9 dicembre 2025

Zootropolis 2 (2025)

Mercoledì scorso sono andata a vedere Zootropolis 2 (Zootopia 2), co-diretto dai registi Byron Howard e Jared Bush, anche sceneggiatore.


Trama: dopo aver risolto il caso dei predatori impazziti ed essere entrati entrambi in polizia, la coniglietta Judy e la volpe Nick rischiano di venire separati. Cercano così un nuovo caso per dimostrare il loro valore...


Nove anni sono passati dal primo Zootropolis, che ci aveva conquistati non solo grazie alla storia della strana amicizia tra la coniglietta Judy e la volpe Nick, ma anche per l'idea di un luogo dove animali di ogni specie potessero vivere in armonia, uniti benché separati da zone climatiche ben precise ma tranquillamente attraversabili da chiunque. In realtà, non è propriamente vero che Zootropolis avesse mostrato ogni specie animale. Mancavano sicuramente i rettili, per esempio, e il nuovo capitolo di quella che promette di diventare una saga composta da almeno tre film risponde alla domanda che forse qualcuno si era fatto, raccontando perché a Zootropolis si vedessero solo mammiferi. Zootropolis 2 racconta anche il periodo successivo all'apparente coronamento dei sogni di Judy e Nick. Avevamo lasciato i due protagonisti nel momento di maggior trionfo, ma non è tutto oro quello che luccica. Nonostante sia riuscita a farsi un nome all'interno del dipartimento di polizia, Judy è sempre alla ricerca di qualcosa che dimostri il suo valore agli occhi di colleghi tosti e rudi che continuano a sottovalutarla, mentre pare che a Nick non freghi nulla di nulla e si limiti a farsi trascinare svogliatamente dall'esagitata coniglietta. La coppia vincente del primo film si scopre assai male assortita, e il comandante Bogo minaccia di "scoppiarla"; l'anniversario della fondazione di Zootropolis, con conseguente esposizione di un antico libro contenente i progetti dei macchinari per mantenere le diverse zone climatiche, è la scusa, per Judy e Nick, per scoprire chi abbia intenzione di rubarlo e dimostrare nuovamente il loro valore. Il progetto, sulla carta semplice, andrà malissimo e il sodalizio di ferro verrà messo duramente alla prova, in primis dal carattere dei due protagonisti e dalla loro incapacità di essere sinceri l'uno con l'altro. Come già succedeva in Zootropolis, anche nel secondo capitolo si sfruttano i topoi del buddy cop movie per affrontare temi più profondi, in primis il razzismo e l'incapacità di andare oltre i preconcetti radicati; qui, inoltre, si cerca di mandare un messaggio positivo agli spettatori, sottolineando l'importanza dell'impegno e della perseveranza nel realizzare i propri obiettivi ma, anche, del "lasciare andare", se necessario, valutando di volta in volta ciò che è davvero importante. Zootropolis 2 è, infatti, una celebrazione dell'amicizia e della famiglia in senso lato; quella in cui nasciamo è importante, ma non tanto quella che ci creiamo con chi è in grado di farci stare bene e ci sprona, con la sua sola presenza, ad essere delle persone migliori. E' vero che il web impietoso è pieno di fanfiction che coronano una storia d'amore fittizia tra Judy e Nick (ammetto che animali antropomorfi così carismatici farebbero capitolare anche chi rabbrividisce all'idea del furry) ma la bellezza del rapporto tra i due protagonisti è proprio l'incanalare la tensione romantica in un'amicizia sempre più grande e profonda, che sul finale smuove lacrime di commozione.


Se Zootropolis 2 è un seguito con tanto cuore, gli animatori non si sono dimenticati di appagare anche l'occhio. Visto sul grande schermo il film è uno spettacolo dettagliatissimo, zeppo di animali talmente ben realizzati e caratterizzati che persino quelli sullo sfondo catturano l'attenzione, tra piccole gag riuscite e miriadi di citazioni. La più bella, quella che mi ha portata ad urlare in sala, è l'omaggio inquadratura per inquadratura ad una delle sequenze più iconiche di Shining, però qui parliamo di qualcosa di macroscopico (non che l'omaggio al "silenzio degli agnelli" sia meno geniale, ma è più breve e sottile). Dietro a Zootropolis 2 c'è un lavoro enorme soprattutto per quanto riguarda gli sfondi, le luci e i colori, le minuzie che rendono viva sia la città titolare che gli ambienti che la circondano, realizzati in modo da essere realistici e "cartooneschi" in egual misura, con un gusto estetico che esplode nel momento in cui si scopre un intero quartiere perduto in cui andrei a vivere anche domani. Molto bello anche il character design dei nuovi personaggi. Le linci sono perfette e il goffo Pawbert mi ha ricordato, nei suoi momenti migliori, la tenerezza del PJ di Ecco Pippo!; il serpente Gary, che lì per lì sembrerebbe il personaggio più ordinario, buca lo schermo nei momenti in cui ai toni freddi viene sostituito il scintillante calore del fuoco e, in generale, i rettili e tutti gli abitanti del quartiere paludoso regalano delle gioie, con un picco supremo raggiunto da un branco di trichechi che farebbero un figurone appaiati ai gabbiani de Alla ricerca di Nemo. Alla colonna sonora ritroviamo Michael Giacchino, che riprende un paio di melodie dal capitolo precedente e poi si sbizzarrisce creando suoni nuovi che accompagnano alla perfezione il ritmo e le situazioni del film. Torna anche la scatenata Shakira, con quella Zoo davanti alla quale non sono riuscita a rimanere ferma in poltrona, ad aprire e chiudere Zootropolis 2 nel migliore dei modi. Zootropolis 2 è uno di quei rari casi in cui un sequel è bello quanto il film che lo ha preceduto e, soprattutto, non ne ripropone pedissequamente le situazioni. Certo, il film è pieno di omaggi a Zootropolis, tornano personaggi amatissimi e anche un paio di gag, ma tutto sommato non c'è quel senso di dejà vu e noia che è poi il rischio di questo genere di operazioni e, per quanto mi riguarda, qualora dovesse uscire un terzo capitolo mi fionderò al cinema senza pensarci due volte, sperando che la qualità della saga continui a rimanere così alta!


Dei due registi Jared Bush (anche sceneggiatore) e Byron Howard ho già parlato QUI QUAGinnifer Goodwin (voce originale di Judy Hopps), Jason Bateman (Nick Wilde), Ke Huy Quan (Gary De'Snake), Andy Samberg (Pawbert Lynxley), David Strathairn (Milton Lynxley), Idris Elba (Comandante Bogo), Patrick Warburton (Sindaco Winddancer), Danny Trejo (Jesús), Bonnie Hunt (Bonnie Hopps), Jean Reno (Bûcheron/Chèvre), Alan Tudyk (Duke Weaselton/Chef francese/Molt Kahl/Reporter), Macaulay Culkin (Cattrick Lynxley), John Leguizamo (Antony Snootley), Jenny Slate (Bellwether), Tommy Chong (Yax), Michael J. Fox (Michael J. The Fox), Josh Gad (Paul Moledebrandt) e Dwayne Johnson (Zeke, il dik-dik incastrato nella tuba) li trovate invece ai rispettivi link.


Il marito di Ginnifer Goodwin, l'attore Josh Dallas, continua a prestare la voce al "maiale agitato", la bellissima Michelle Gomez, che interpretava Mary Wardwell ne Le terrificanti avventure di Sabrina, è la voce originale del Capitano Hoggbottom, Brenda Song doppia Kitty Lynxley e l'attrice Tig Notaro interpreta Big Tig, uno degli animali nel carcere; Ed Sheeran, che ha scritto la canzone Zoo, cantata da Shakira/Gazelle sul finale, è invece il doppiatore di una delle pecore dal barbiere. Il film è il seguito di Zootropolis, che vi conviene guardare prima di gettarvi su questo! ENJOY!

martedì 2 ottobre 2012

Margaret (2011)

In questi giorni mi sono buttata nella visione di un film solo per il gusto di vedere alcuni attori sullo schermo, senza curarmi della trama, come facevo parecchio tempo fa. Il metodo mi ha regalato spesso perle di cinema che, diversamente, magari non avrei avuto occasione di scoprire… vediamo se Margaret, diretto nel 2011 dal regista Kenneth Lonergan, è una di queste.


Trama: la diciassettenne Lisa viene coinvolta in un incidente stradale che costa la vita ad una donna. Convinta di essere, almeno in parte, colpevole dell’accaduto, la ragazza cerca di fare ammenda in ogni modo…


La trama del film, ovviamente, non è così semplice, anche perché la pellicola dura ben due ore e mezza, attenzione. Quindi, a prescindere dalla qualità o meno del film, sarà meglio iniziare la recensione con un’avvertenza: se non siete pronti né intenzionati a guardarvi un lunghissimo, a tratti lento e spesso irritante psicodramma americano radical – chic passate ad altro o verrete a cercarmi a casa per fustigarmi come merito. In Margaret non troverete infatti amicizia, cortesia, simpatia, convenienza, ampio parcheggio; non c’è un solo personaggio anche solo vagamente sopportabile tra quelli ritratti, salvo forse il povero Ramon di Jean Reno, che tuttavia si vede poco. Detto questo, il film a me è piaciuto. Non è un capolavoro, è troppo prolisso e appesantito da personaggi e sequenze francamente inutili e, lo ammetto, almeno all’inizio ho fatto fatica a seguirlo, tanto che pensavo non lo avrei mai finito, ma se ci si mette con pazienza certosina e si inghiotte il desiderio di fare sommaria giustizia dei personaggi, alla fine si riuscirà ad apprezzare una triste e spietata riflessione sulla realtà della società americana in particolare e sulla vita in generale, arricchita da prove attoriali notevoli, quella di Anna Paquin in primis.


Tornando un attimino più seri, poiché l’argomento trattato lo richiede, Margaret è in sostanza un racconto di formazione nel quale un’immatura diciassettenne viene presa a schiaffi dalla brutalità della vita e, soprattutto, della morte. L’incidente iniziale, causato dalla frivolezza della ragazzina e dalla criminale inettitudine dell’autista di un autobus, diventa il catalizzatore di una sorta di tempesta che sconvolge il mondo e la psiche di Lisa, la quale cerca così di responsabilizzarsi in modo sbagliato e, ancor peggio, senza una guida. Lonergan, infatti, vuole innanzitutto mostrarci l’incredibile, alienante solitudine alla quale sono condannati gli abitanti di una grande metropoli moderna, dove TUTTI, dal bambino all’adulto, devono arrangiarsi a vivere senza poter contare sugli altri, perché sono l’egoismo e l’incapacità di ascoltare le persone (figuriamoci poi a sostenere un dialogo…) a farla da padrone. Lisa è sicuramente una ragazzetta irritante e vanerella, pronta a battersi per i diritti delle persone che non conosce per dimostrare di essere “profonda” ma assolutamente incapace di relazionarsi con chi le sta accanto, tuttavia è anche vero che gli adulti che la circondano sono dei casi umani da show della D’Urso: il padre è fisicamente e mentalmente lontano, una mera presenza telefonica, la madre attrice reagisce come una quindicenne ad ogni provocazione della figlia, l’insegnante di matematica è l’emblema della passività mentre quello di letteratura si rifà (e come dargli torto…) sugli studenti imbecilli che lo prendono in giro. Davanti a questi ottimi esempi, capirete bene che di amici nemmeno a parlarne, e meno male, anche perché la santa Lisa non si fa scrupoli a perdere la verginità col ragazzo della migliore amica o a illudere e poi mandare a quel paese l’unico amico che la vorrebbe davvero.


L’incidente, come ho detto, porta Lisa ad aprire gli occhi sulla realtà, ma in maniera sbagliata. “Pungolata” dall’insegnante di matematica che la accusa di non avere interesse per ciò che la circonda, la ragazza decide di sfogare il senso di colpa e lo shock di avere tenuto tra le braccia una donna morente cercando innanzitutto di conoscerne il passato, sebbene assai superficialmente. In qualche modo Lisa “drammatizza”, come ben sottolinea l’odiosa amica della vittima, l’intera questione, decidendo di rendersi più interessante e responsabile (agli occhi degli altri e di sé stessa) vestendo i panni dell’eroina, della paladina degli oppressi, della fanciulla segnata da un trauma insormontabile, arrivando addirittura ad illudersi di essere stata, almeno per cinque minuti, incarnazione della figlia della vittima, morta giovanissima per una malattia. Tanto idealismo, altruista od egoista che sia, si scontra però con l’ennesima testimonianza della natura quasi kafkiana della società americana e della pochezza degli esseri umani; i parenti della defunta vogliono solo i soldi e non sono assolutamente interessati ad avere giustizia, facendo magari licenziare l’autista che ha causato l’incidente, la compagnia degli autobus mira solo a non far finire la storia sui giornali e cerca in tutti i modi, di conseguenza, di tutelare un dipendente palesemente inadatto a fare suo lavoro, in tutto questo gli avvocati riescono a calcolare gli indennizzi in base a quanto una persona è rimasta in vita e quanto ha sofferto prima di morire. Follia pura.


La chiave per l’interpretazione del film e il significato del titolo, comunque, risiedono soprattutto nella poesia che Matthew Broderick legge in classe, Spring and Fall di G. M. Hopkins, nella quale una ragazzina di nome Margaret, guardando le foglie cadere, comincia a comprendere la natura della morte e del dolore che essa porta con sé. Un dolore ancora immaturo, suscitato da oggetti inanimati, che diventerà più profondo e consapevole col tempo e l’esperienza, un percorso assai simile a quello che dovrà intraprendere nella vita Anna, cercando magari di non diventare come l’unico personaggio che mostra di voler prendere a modello, ovvero la migliore amica della vittima, una donna disillusa, dura, prevaricatrice e segnata dalla vita. Interpretata da un’attrice bravissima, così come è eccezionale Anna Paquin, la cui performance, a tratti, è così piena di emozione da mettere i brividi, soprattutto da metà film in poi. Un po’ come la colonna sonora, minimale,  triste e malinconica, adattissima a sottolineare le atmosfere delle pellicola che, come avrete capito, nonostante la lunghezza e la lentezza mi ha coinvolta parecchio.  


Di Anna Paquin (Lisa), Mark Ruffalo (Maretti), Jean Reno (Ramon), Matt Damon (Mr. Aaron) ed Allison Janney (Monica Patterson) ho già parlato nei rispettivi link.

Kenneth Lonergan è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche Conta su di me. Anche attore, ha 50 anni.


Kieran Culkin interpreta Paul. Fratello di Maculay e Rory, ha partecipato a film come Mamma ho perso l’aereo, Mamma ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York, Le regole della casa del sidro e Scott Pilgrim vs. the World (dove interpreta Wallace. Sto mostro? Ma stiamo scherzando???). Ha 30 anni e un film in uscita.


Matthew Broderick interpreta John. Attore americano famosissimo negli anni ’80, che col tempo si è un po’ perso a dir la verità, lo ricordo per film come Wargames – giochi di guerra, il meraviglioso Ladyhawke, Sono affari di famiglia, Il rompiscatole, Godzilla, Inspector Gadget, inoltre ha doppiato Simba da adulto ne Il re leone. Anche regista e produttore, ha 50 anni.


Se non ho capito male il film dovrebbe risalire addirittura al 2006 ma, per problemi legati al montaggio e a diverse cause legali intentate dagli studios a finanziatori e regista, Margaret non è stato distribuito fino al 2011, anno in cui, finalmente, due pezzacci da 90 come Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker sono riusciti a tirare fuori un final cut in grado di soddisfare il regista. Che, per inciso, è un pazzo. Se il film vi fosse piaciuto, consiglio la visione del bellissimo Carnage. ENJOY!

martedì 12 giugno 2012

Leon (1994)

E’ arrivato il momento di recensire uno dei miei film preferiti, ovvero Leon (Léon), diretto nel 1994 da Luc Besson.


Trama: quando la famiglia della dodicenne Mathilda viene massacrata da alcuni poliziotti corrotti, il killer Leon prende la ragazzina sotto la sua ala protettrice, anche se di malavoglia. Lo strano rapporto tra i due li porterà a maturare, cambiare e vedere la vita con occhi diversi…


 Il personaggio di Leon nasce qualche anno prima in un altro capolavoro di Luc Besson, Nikita. Se ricordate, nel corso del film compare Jean Reno, baschetto d’ordinanza, occhialini e pastrano lungo, nei panni del “pulitore” Victor. Questo killer era appena abbozzato, ovviamente, rispetto alla protagonista, ma era già una figura di forte impatto che lo spettatore attento sicuramente avrebbe faticato a dimenticare, e che nel tempo si è umanizzato fino a diventare, appunto, il protagonista della pellicola che sto recensendo. Per quanto mi riguarda, ho sempre adorato Leon, lo ritengo il film più bello mai girato da Luc Besson. Il personaggio di questo killer freddo ma ingenuo, quasi ritardato pur essendo il migliore in quello che fa è di una tenerezza e, allo stesso tempo, di un fascino abissali, caratteristiche accentuate ancor più dalla presenza della sboccata, triste e dolce figura di Mathilda, una ragazzina segnata dalla vita che vorrebbe mostrarsi più dura e menefreghista di quello che in realtà non sia. Nonostante la violenza, il cinismo e in generale lo squallore che soffocano i due personaggi, infatti, si può dire che Leon sia un film molto ottimista, quasi una favola, per quanto nera; nel corso della pellicola, Leon torna a vivere un’esistenza quasi umana e comincia a sognare di mettere radici, di dormire in un letto, di tornare ad amare, mentre Mathilda non perde mai la sua innocenza, tutelata da questa strana figura di protettore, padre e primo amore, che introduce comunque delle regole nella trasandata vita della ragazzina. Nonostante quello che vorrebbe Mathilda e il palese imbarazzo del killer, inoltre, il rapporto tra i due non diventa mai ambiguo al punto da sfociare in una presunta pedofilia di Leon, il cui amore per la protetta viene sempre e solo mostrato come un goffo ed incerto sentimento paterno.


Sentimenti positivi a parte, Leon è comunque pur sempre un film che affonda le radici nell’ambiente della malavita, e una pellicola di genere che si rispetti non sarebbe tale senza la presenza di personaggi ambigui o moralmente abietti. E qui entrano in campo il “maestro” di Leon, interpretato magistralmente da Danny Aiello, e il meraviglioso, imprevedibile, deviato, folle poliziotto corrotto interpretato da un Gary Oldman in stato di grazia ed assolutamente ispirato, un uomo dallo sguardo inquietante che inghiotte pasticche come fossero caramelle, annusa le sue vittime e ascolta musica classica per mantenere la calma. Il film, inoltre, è un concentrato di esempi di  bravura attoriale e registica, come le sequenze in cui Leon mostra tutta la sua abilità di assassino, arrivando a piombare sulle vittime a testa in giù come un grosso pipistrello, quella terribile e mozzafiato in cui la famiglia di Mathilda viene massacrata, sottolineata da uno stupendo score musicale e dallo struggente sguardo della bravissima Natalie Portman, all’epoca solo undicenne, o quella in cui Leon salva la ragazzina dagli scagnozzi di Stansfield, con la macchina da presa che inquadra i piedi dei due protagonisti mentre il killer abbraccia Mathilda sollevandola letteralmente da terra. Detto questo, aggiungo anche che il valore della pellicola aumenta esponenzialmente, se si pensa che Leon doveva essere solo un divertissement dovuto al ritardo nella realizzazione de Il quinto elemento. Ad avercene di “riempitivi” così, e se non avete mai visto il film rimediate subito!!


Del regista Luc Besson, Jean Reno (Leon), Gary Oldman (Stansfield), Natalie Portman (Mathilda) ed Ellen Greene (la madre di Mathilda) ho già parlato nei rispettivi link.

Danny Aiello (vero nome Daniel Louis Aiello Jr.) interpreta Tony. Americano, lo ricordo per film come Il Padrino – Parte II, C’era una volta in America, The Stuff – Il gelato che uccide, Radio Days, Hudson Hawk, il mago del furto e Fa’ la cosa giusta, che gli è valso la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Anche produttore e sceneggiatore, ha 79 anni e tre film in uscita.  


Michael Badalucco interpreta il padre di Mathilda. Americano, lo ricordo per film come Cercasi Susan disperatamente, Nei panni di una bionda, Un giorno per caso, Fratello, dove sei? e L’uomo che non c’era, inoltre ha partecipato a serie come Ally McBeal, Bones e Cold Case. Anche produttore, ha 58 anni e due film in uscita. 


Tra gli altri attori segnalo un piccolissimo cameo di Maiwenn (il cui amore per Luc Besson, nato  quando lei aveva 15 anni e lui 32, pare abbia ispirato parte della trama del film) nei panni di una prostituta bionda e, per i Buffy geeks come me, la presenza di Adam Bush in quelli del piccolo Manolo. Liv Tyler era stata presa in considerazione per il ruolo di Mathilda, ma siccome all’epoca aveva 15 anni è stata ritenuta alla fine troppo vecchia. Per quanto riguarda il finale, invece, lo script originale ne prevedeva uno molto più pessimista e cupo, in cui la ragazza, dopo la morte di Leon, si faceva esplodere per uccidere Stansfield. Credete a me, meglio il finale che hanno mantenuto! ENJOY!

giovedì 14 gennaio 2010

Nikita (1990)

Esistono film che, nonostante non siano dei capolavori assoluti, non ci si stancherebbe mai di vedere. Nel mio caso, anche a costo di rimanere davanti alla tv fino alla ragguardevole ora delle 2 di notte, uno di questi film è senza dubbio Nikita di Luc Besson, che risale all’ormai lontano 1990.


Nikita è una tossicomane che, durante una rapina nella quale tutti i suoi compagni vengono uccisi dai poliziotti, stordita dalla droga ammazza a sangue freddo uno di questi ultimi. Viene condannata all’ergastolo ma una branca dei servizi segreti francesi decide di fingerne la morte e di prenderla in custodia per fare di lei un killer e una spia.


Prima ancora di Tarantino con le sue sanguinosissime Iene tutte al maschile, ci pensava un giovane regista francese a scioccare e deliziare le platee internazionali con un film violentissimo, pieno di scene che col tempo sarebbero diventate un cult (si pensi solo a quella in cui Nikita conficca una penna nella mano di un guardiano meno che gentile) e a tratti commovente, molto femminile. Nikita è la storia di una giovane ragazza sbandata che cresce nel modo più terribile che si possa immaginare, conoscendo l’esaltazione e l’orrore di potere diventare più di una donna comune, ma anche meno: la naturale propensione all’amore, all’avere una famiglia, persino un futuro normale, le vengono negati da un rigido addestramento e da un ancor più rigido patto con i suoi educatori/carcerieri, che riescono a sfruttare ogni suo desiderio ed ogni sua debolezza per trasformarla in una riluttante assassina.


Il film si può dividere in due parti, prima e dopo l’addestramento. La prima parte condensa almeno quattro anni di vita di Nikita e ci introduce al personaggio e all’inquietante e sotterraneo mondo dei servizi segreti, entrambi mostrati con una punta di sadico e nero umorismo; lo spettatore, nonostante si renda conto della colpa della ragazza, non può fare altro che provare pena per lei ed esultare ogni volta che prende per il naso i suoi freddi istruttori. Nella seconda parte Besson ci mostra invece una Nikita adulta, che cerca in ogni modo di recuperare tutto quello che le è stato tolto: amore, libertà, sesso, proprietà, in poche parole la vita. Ed è carino vedere come il personaggio sia assolutamente affamato di vita ed esperienze “normali” (deliziose le scene al supermercato, con conseguente incontro e seduzione del dolce cassiere, che diventerà poi il suo compagno di vita) nei brevi periodi in cui sa che il telefono non squillerà per richiamarla alla sua seconda vita, quella nascosta, quella che col nome in codice “Josephine” si insinua brutalmente nella sua quotidianità, arrivando a mettere in pericolo tutto quello che ha duramente conquistato. Anche in questa parte non manca un umorismo nero, cinico e spietato, che si manifesta con prepotenza durante la “luna di miele” a Venezia, ennesima illusione ed ennesima brutalità alla quale la sottopone il suo ex istruttore, il personaggio più ambiguo di tutto il film, sottilmente bastardo ed probabilmente innamorato (ricambiato) di lei.


Come avrete capito, la forza del film sta nei personaggi, e nei costanti tocchi di ironia e liricità che Besson riesce a dosare sapientemente. Questa tecnica troverà il suo apice nel film Léon, secondo me il capolavoro del regista, di cui già in Nikita troviamo un embrione: ad un certo punto infatti, nel momento più gore del film, arriva un “professionista” di nome Victor, una macchina per uccidere fredda, laconica, quasi indistruttibile… e non a caso interpretata proprio da Jean Reno. Col senno di poi, senza la benefica presenza di Mathilda,forse Léon sarebbe diventato proprio così. Anne Parillaud, nei panni di Nikita, è praticamente perfetta, riesce con un solo sguardo o un solo gesto a mostrare tutta la fragilità e la tristezza del personaggio e riesce a passare con naturalezza da un’interpretazione più “ribelle” e adolescenziale ad una più adulta e pacata. Se non conoscete il film, o non l’avete mai visto, è ora di rispolverarlo un po’, non ve ne pentirete. Occhio perché con lo stesso titolo esiste una serie TV omonima del 1997 tratta proprio da questo film ed interpretata da Peta Wilson (la Mina Harker di The League of Extraordinary Gentlemen, per intenderci…) ed un filmetto del 1988 intitolato Nikita – Spie senza volto, apprezzabile solo per la presenza del compianto River Phoenix.

Luc Besson è il regista del film. Prezzemolino del cinema francese (è infatti anche produttore, talent scout e sceneggiatore) e anche volpone, visto che le belle protagoniste delle sue pellicole diventano poi sue mogli (è stato sposato proprio con Anne Parillaud oltre che con Milla Jovovich anche se ha divorziato poi da entrambe), tra i suoi film ricordo il già citato Léon, il bellissimo Il quinto elemento, il fracassone Giovanna D’Arco ed Arthur e il popolo dei Minimei (con un seguito già uscito e un altro in arrivo). Ha 51 anni e due film in uscita.

Ossignore, me lo ricordavo un bell'uomo ma pare che si sia inghiottito tutte le ex mogli... o__O

Anne Parillaud interpreta Nikita. Attrice francese, ex moglie di Luc Besson, ha recitato in film come il divertente Amore all’ultimo morso e La maschera di ferro. Ha 50 anni e due film in uscita. 


Jean Reno interpreta Victor. Originario del Marocco e famoso in tutto il mondo, è uno dei miei attori preferiti anche se ultimamente non si sta dedicando a film proprio memorabili. Tra le sue pellicole ricordo I visitatori (con un seguito), il già citato Léon, Mission: Impossible, Godzilla, Ronin, I fiumi di porpora (e il suo seguito), Wasabi, La tigre e la neve, The Pink Panther – La pantera rosa (con il suo seguito) e Il codice Da Vinci. Ha inoltre dato la voce ad uno dei personaggi della versione francese dell’anime Porco Rosso. Ha 62 anni e tre film in uscita. 


Tcheky Karyo interpreta Bob, il “guardiano” di Nikita. L’attore turco ha recitato in uno dei film che più ho odiato e mi ha terrorizzata nella mia infanzia, L’orso e inoltre ha partecipato a 1492 – La scoperta del paradiso, Bad Boys, Crying Freeman, Goldeneye, Va dove ti porta il cuore (o__O), Dobermann, Giovanna D’Arco, L’erba di Grace, Il patriota, l’orrendo e trashissimo Blueberry; ha anche interpretato Filippo il Bello nella geniale e altrettanto trash (ma decisamente cult) serie TV La maledizione dei Templari! Ha 57 anni e un film in uscita.


E ora vi lascio con il trailer che passava negli USA all'epoca... ENJOY!



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