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martedì 14 luglio 2026

Minions & Monsters (2026)


Sabato sera sono andata al rinnovato cinema di Albisola a vedere Minions & Monsters, diretto e co-sceneggiato dal regista Pierre Coffin.

Trama

Due Minions, James e Henry, decidono di perseguire un sogno ben diverso da quello del resto della loro tribù, ovvero realizzare un film. Per poter girare uno splendido film di mostri, utilizzano un libro di incantesimi che ne evoca davvero uno...

RECENSIONE

Ho sempre amato i Minions e il loro grande capo Gru, ma col tempo mi sono un po' disaffezionata, al punto che non ho mai recuperato Cattivissimo me 4. Stavo quasi per lasciare perdere anche Minions & Monsters, nonostante il trailer simpatico e la presenza di un mini-Cthulhu, ma per fortuna ho dato una scorsa al post entusiasta di Solaris e, spinta dalla curiosità, ho approfittato della programmazione albisolese per andarlo a vedere. Poi dicono che ormai i blog sono morti e non servono più a nulla! Sono felice di essermi fidata, perché Minions & Monsters è sì l'ennesima aggiunta ad un franchise di successo che non accenna a volersi fermare, ma anche e soprattutto un'immensa dichiarazione d'amore al Cinema, la macchina dei sogni in grado di realizzare quelli delle menti più visionarie e poetiche, e di regalarne altri a quanti sono pronti a sedersi per un paio d'ore nelle poltrone di una sala. La storia di Minions & Monsters, da collocarsi cronologicamente prima dei fatti narrati nel primo Minions, si concentra, infatti, su due Minions in particolare, James ed Henry. Mentre i loro colleghi hanno come unico scopo nella vita quello di trovare un "grande capo" malvagissimo da seguire, James ed Henry sono guidati da fantasia e senso dell'umorismo; in particolare, James adora disegnare storie, tanto quanto Henry adora ascoltarle e condividere con l'amico la propria unicità. Dopo tutta una serie di esilaranti vicissitudini, i Minions finiscono nella Hollywood di fine anni '20 e si ritrovano protagonisti assoluti della scena cinematografica dell'epoca, quella precedente la transizione dai film muti al sonoro. E' proprio lì, prima che la trama introduca i Monsters del titolo, che Minions & Monsters diventa un gioiellino per i cinefili adulti (c'è anche una favolosa zampata sul finale, che non vi spoilero); per il modo in cui il film racconta l'energia, l'esagerata opulenza e la gloria di un'industria cinematografica al suo apice, con tutti i suoi pregi e difetti, la facilità con cui chiunque poteva dare forma a sogni e desideri, e anche la tragica velocità con cui i sogni potevano trasformarsi in incubi di indigenza, dopo anni di fama e denaro. Un dualismo incarnato alla perfezione dai geniali produttori Frank ed Elwood, mostro di cattiveria l'uno ed ottimista tutto zucchero l'altro, emblemi del destino estremo che lambiva chiunque si avvicinasse ad Hollywood.

Questa parte di Minions & Monsters è davvero l'equivalente animato di quel trionfo che era il Babylon di Chazelle, di cui riprende alcuni elementi chiave, sia a livello di trama che di messa in scena (la transizione da muto a sonoro avrebbe sicuramente risollevato l'animo del povero Jack Conrad di Babylon, perché pronunciare parole storiche come "Rosebud/Rosabella" in minionese farebbe sembrare perfetta la voce di qualsiasi attore!). A proposito di quest'ultima, dal momento in cui i Minions mettono piede ad Hollywood c'è da diventare matti a trovare tutti gli omaggi alla settima arte, con capolavori parodiati non solo durante gli splendidi titoli di testa, oppure con intere sequenze dedicate, ma anche con riferimenti blink and you'll miss it all'interno delle scene più concitate, in primis quella dell'inseguimento in treno all'interno di una trafficatissima strada; probabilmente, però, la sequenza più emozionante per un cinefilo è quella del dietro le quinte, una lunghissima carrellata che offre un meravigliato sguardo alle magie praticate dalle maestranze, indispensabili protagonisti per il corretto funzionamento della macchina dei sogni, ancor più di attori e registi blasonati. Per quanto riguarda l'aspetto "monsters", l'impatto visivo degli stessi è efficacissimo, perché il character design di Goomi e colleghi è meraviglioso così come le animazioni, ed è interessante anche il modo in cui la parte di trama che li vede coinvolti, assieme a James, Henry ed Ed, scorra in parallelo con l'altrettanto assurda vicenda di Dick e degli altri Minions, finiti dritti all'interno di una storia di fantascienza che, a un certo punto, acquista tutte le sfumature di una love story d'altri tempi. Giuro senza vergogna che non avrei dato un euro a questo Minions & Monsters, invece si è rivelato uno dei capitoli migliori del franchise e una boccata di aria fresca capace di coniugare meraviglia cinefila e grasse risate. Approfittate delle arene estive, all'interno delle quali sarà sicuro mattatore ancora per un po', e recuperatelo!!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Pierre Coffin, che doppia anche i Minions, ho già parlato QUI. Allison Janney (voce originale di Olivia), George Lucas (sé stesso), Christoph Waltz (Max), Jeff Bridges (Frank e Elwood), Jesse Eisenberg (Dort), Trey Parker (Goomi), Zoey Deutch (Debbie) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Nella versione italiana, il regista Max è doppiato da Maccio Capatonda. Minions & Monsters si colloca cronologicamente prima di Cattivissimo me, Cattivissimo me 2, Minions, Cattivissimo me 3, Minions 2 - Come Gru diventa cattivissimo e Cattivissimo me 4, tutti film che vi consiglio di recuperare, anche se Minions & Monsters è perfettamente fruibile anche da solo. ENJOY!

martedì 9 settembre 2025

I Roses (2025)

Non so nemmeno io perché ma, spinta da curiosità, lunedì sono andata a vedere I Roses (The Roses), diretto dal regista Jay Roach e tratto dal romanzo La guerra dei Roses di Warren Adler.


Trama: dopo un colpo di fulmine e un matrimonio durato dieci anni, qualcosa si spezza nell'idillio tra la cuoca Ivy e l'architetto Theo, che devono correre ai ripari prima di perdere tutto ciò che hanno di importante...


La guerra dei Roses
è sempre stato uno dei miei film preferiti e lo ricordavo ancora benissimo, anche se non lo avessi riguardato in occasione dell'uscita di questa rilettura del romanzo di Warren Adler. Uso il termine rilettura, perché anche se il succo della vicenda è la stessa, tra una casa contesa e sentimenti che si raffreddano fino a trasformarsi in odio, la sceneggiatura di Tony McNamara (lo stesso di La favorita e Povere creature!) si concentra, fin dal titolo che lascia cadere il termine "guerra", esclusivamente sui Roses. Sulle due individualità che compongono la coppia, sullo sviscerare, senza un attimo di pausa, i rispettivi pensieri, le riflessioni sul proprio carattere, le convinzioni relative all'educazione dei figli, i problemi e le soddisfazioni lavorative. I Roses 2.0 sono figli della generazione Z, che necessita di essere presa per mano e affrontare i conflitti spiegazione dopo spiegazione, anche a costo di ribadire l'ovvio, tanto che la sofferenza dell'architetto Theo, costretto a diventare "mammo" dopo aver perso ogni oncia di prestigio, è costellata di monologhi in cui il personaggio si ammonisce a non essere un maschio tossico ed invidioso, ma non solo. Tra dialoghi e monologhi, quello de I Roses è uno stream of consciousness in cui wit inglese, punzecchiature e pensieri messi in parole danno voce a due persone confuse che la guerra non vogliono proprio farla, ma che a un certo punto decidono che il loro ego è più importante di tutto il resto, e proprio nel momento in cui l'altro avrebbe più bisogno di aiuto. E' il grido disperato di un uomo narcisista che mal sopporta il successo della moglie, e di una donna che vorrebbe tutti i pro di carriera e famiglia e nessun contro, un grido che esplode quando i due, privi di figli e lavoro a distrarli, sono costretti finalmente ad affrontarsi e rivelarsi come due persone fondamentalmente piccine e superficiali, quindi perfette l'uno per l'altro. I Roses è, dunque, un film cerchiobottista che sceglie di appesantirsi stordendo lo spettatore di parole, facendo tutto sommato una satira innocua delle coppie moderne e di alcuni vezzi tutti americani (i figli, in questa versione della storia, sono usati in maniera egregia) e puntando su un registro più demenziale che grottesco, cosa che smorza parecchio l'amarezza e il pessimismo della vicenda originale. 


Fortunatamente, I Roses è anche un film graziato da una coppia di ottimi attori, anche se sarebbe meglio goderseli in lingua originale visto che buona parte dell'umorismo viene dallo scontro culturale tra inglesi e americani. Olivia Colman e Benedict Cumberbatch hanno un'alchimia tutta particolare, risultano affascinanti e carismatici pur non essendo delle bellezze canoniche, e le loro espressioni spesso stralunate fungono da perfetto contraltare ad un mondo di comprimari idioti. Questo però, a mio parere, è un altro difetto del film. Non è che non abbia riso davanti alla coppia formata da Andy Samberg e Kate McKinnon, quest'ultima pazza come non mai, ma tra loro, l'amico architetto stronzo e le due macchiette etniche di Ncuti Gatwa e Sunita Mani, c'erano troppi elementi bizzarri atti a distrarre dal fulcro della vicenda e, soprattutto, molta poca verosimiglianza, visto che sembra di avere avanti delle caricature più che delle persone vere. Apprezzabilissimo, invece, il lavoro svolto a livello di scenografia, arredamento e "cucina". Il gusto della splendida casa che diventa il pomo della discordia è stato aggiornato, diventando il sogno di ogni architetto moderno, e c'è da togliersi il cappello davanti all'abilità dello scenografo Mark Ricker, che ha ricostruito gli ambienti in studio. Il genio e l'ego di Theo vengono così ottimamente rappresentati, mentre l'estro creativo e la volontà di Ivy di essere anticonformista a tutti i costi trovano espressione negli splendidi piatti e nelle particolari torte degustati dai vari personaggi. In definitiva, I Roses non è un film da buttare e, appena sarà disponibile in streaming, credo che lo guarderò in lingua originale sperando di apprezzarlo di più, ma mi ha lasciata tutto sommato abbastanza fredda e in molti punti ho provato persino noia. Fortunatamente, c'è sempre il bluray del film di DeVito, di cui spero di riuscire a parlare nei prossimi giorni. 


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Olivia Colman (Ivy Rose), Benedict Cumberbatch (Theo Rose), Kate McKinnon (Amy), Andy Samberg (Barry), Sunita Mani (Jane) ed Allison Janney (Eleanor) li trovate invece ai rispettivi link. 


Ncuti Gatwa
, che interpreta Jeffrey, è stato Il dottore delle recenti stagioni di Doctor Who. Se I Roses vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, La guerra dei Roses. ENJOY!

martedì 6 maggio 2025

Un altro piccolo favore (2025)

Nonostante fossero disponibili parecchi film più interessanti, in questi giorni, per una serie di motivi, ho recuperato prima Un altro piccolo favore (Another Simple Favor), diretto dal regista Paul Feig.


Trama: Dopo aver mandato in carcere Emily, Stepahanie è diventata una vlogger ed investigatrice affermata. Tutto sembra andare per il meglio, finché Emily non si ripresenta davanti a Stephanie e la invita a Capri per il suo matrimonio...


Avevo visto Un piccolo favore ai tempi dell'uscita cinematografica. Era un film carino, il cui punto di forza risiedeva nell'alchimia tra la "strana" mammina tuttofare Stephanie e la fascinosa, misteriosissima Emily, coinvolte in una trama delirante e, sul finale, anche un po' ridicola (l'incidente d'auto, rivisto oggi, è brutto come lo ricordate). Non mi sembrava fosse stato una hit clamorosa, quindi ho faticato a capire il perché di un sequel ma, spinta da curiosità, l'ho comunque guardato. Un altro piccolo favore è come il predecessore: una trama arzigogolata fatta di segreti, confessioni e omicidi, dove spicca la relazione di amore e odio tra Emily e Stephanie. Nel frattempo, però, la mammina timida e weird del film precedente è diventata una scrittrice sicura di sé che non sta tanto a farsi menare per il naso, soprattutto non da Emily, e gli scambi dibattute tra le due sono molto più sassy rispetto al film precedente. Con l'upgrade della protagonista, gli sceneggiatori hanno dovuto fare i salti mortali per creare una trama che fosse più complessa, più "esagerata" di quella precedente e, soprattutto, zeppa di rimandi, perdendo così anche un po' di coerenza, soprattutto perché Un altro piccolo favore cerca di inserire tutti i personaggi comparsi nel primo film, anche quelli solamente nominati; non si capisce dunque perché, al matrimonio di Emily, debba essere invitato anche l'ex marito (la scusa di volere che il figlio sia presente non sta in piedi), e la funzione del detective di colore e degli amici della scuola è talmente ridicola che avrebbero potuto anche non inserirli nel cast. Il boost della trama passa anche, purtroppo, per un cambio di setting imbarazzante per un'italiana. Per dare un tocco esotico al tutto, infatti, il matrimonio di Emily si tiene in una Capri da cartolina, ovviamente con un membro della malavita organizzata che è lo stereotipo (perdonatemi il razzismo) del terronaccio da operetta. Guardare le scene ambientate in Italia, ritornare a una rappresentazione anni '50 del Paese, filtrata dagli occhi di americani che, probabilmente, non ci hanno mai messo piede, è cringe quanto ascoltare la colonna sonora scelta per l'occasione, dove spiccano L'italiano di Toto Cutugno e l'esibizione di un terrificante cantante neomelodico che mi ha fatto rimpiangere che il film non fosse ambientato al Castello delle Cerimonie.


La sensazione avuta guardando il film è che tutto fosse volutamente più esagerato e kitsch rispetto a Un piccolo favore. Persino le mise di Blake Lively, elegantissime ed invidiabili nel primo capitolo, si sono evolute in un tratto distintivo assai simile a una caricatura; inoltre, se pensavate che nel primo film le relazioni familiari fossero leggermente di cattivo gusto (e inserite, anche lì, senza un reale perché) qui la sceneggiatura si supera, cercando l'elemento comico in qualcosa di difficilmente apprezzabile. Per il resto, è tutto più o meno simile a Un piccolo favore. La regia di Paul Feig alterna momenti di serio thriller a svolazzanti, coloratissime sequenze da commedia, risultando in un effetto assai straniante, non per tutti i palati. Le due protagoniste ci credono ancora tantissimo, in particolare la Kendrick, evolutasi nel frattempo come il suo personaggio (guardando i due film a distanza ravvicinata si vede che l'attrice era molto più dimessa un tempo, quasi non osasse affrontare ruoli più fascinosi, ora si abbandona a trucco, parrucco e abiti molto più particolari, anche quando il personaggio torna ad essere più "sfigatello"); la Lively è sempre a suo agio nel ruolo di Emily, ma Un altro piccolo favore le richiede un'altra interpretazione ancora, e l'attrice non mi è sembrata molto all'altezza, ho provato a tratti imbarazzo per lei. Lo stesso imbarazzo l'ho provato per buona parte del cast italiano, dove si salva solo Elena Sofia Ricci, elegante e divertentissima nei panni della madre del boss mafioso. Sicuramente, l'attrice fa più bella figura di una Allison Janney sprecata, il cui ruolo avrebbe meriato un po' più di impegno da parte degli sceneggiatori. Diciamo che Un altro piccolo favore funziona nella misura in cui viene affrontato senza aspettative, senza pensare troppo a quel che viene mostrato sullo schermo, prendendolo come una commedia nera dalle tinte thriller. In questo modo, intrattiene per tutta la sua durata, anche se due ore sono troppe. Ma, se già non vi era piaciuto il primo, fossi in voi lo eviterei come la peste.
 

Del regista Paul Feig ho già parlato QUI. Anna Kendrick (Stephanie Smothers), Blake Lively (Emily Nelson), Elena Sofia Ricci (Portia Versano), Allison Janney (Zia Linda McLanden) ed Elizabeth Perkins (Margaret McLanden) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Un altro piccolo favore vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Un piccolo favore, anche se vi converrebbe vederli in ordine. ENJOY!

mercoledì 4 ottobre 2023

The Creator (2023)

Incoraggiata dalle molte critiche positive d'oltreoceano, domenica sono andata a vedere The Creator, diretto e co-sceneggiato dal regista Gareth Edwards.


Trama: dopo lo scoppio di un ordigno nucleare a Los Angeles, gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra alle A.I, che hanno trovato rifugio nella Nuova Asia. Un ex militare americano viene richiamato in servizio e incaricato di ritrovare e distruggere l'arma definitiva prodotta da Nirmata, il creatore di ogni A.I...


The Creator è un film di fantascienza "come una volta", che affronta però un tema attuale come quello della A.I. e del rischio che quest'ultima, prima o poi, finisca fuori controllo. La mia definizione di "come una volta", deriva dal fatto che The Creator ha una trama molto derivativa, legata a doppio filo alla classica indagine sulla natura e sviluppo dell'Intelligenza Artificiale e sulla possibilità che esseri artificiali dalle sembianze umane arrivino a provare anche più sentimenti di noi, sviluppando una coscienza propria. Anche i personaggi coinvolti sono degli archetipi, a partire dal protagonista Joshua: vittima della più tipica "controindicazione" da doppiogioco, il nostro viene condannato a perdere tutto ciò che ha di più importante nella vita e poi richiamato all'ordine da un governo che l'ha usato e gettato via come uno straccio, solo per aprire gli occhi sugli errori passati e passare dalla parte del "nemico". E per quanto riguarda il nemico, anche qui, nulla di nuovo. In contrasto col militarismo rozzo e crudele degli USA, basta cambiare un attimo prospettiva per capire che nemici non ne esistono, e che l'unico motore della guerra è la paura, l'istinto di autoconservazione, il desiderio di essere liberi e venire capiti. Non a caso, l'arma finale destinata (forse) a distruggere l'umanità è la cosa più innocente a cui si possa pensare, una creatura pura ma già vittima di un immenso dolore, davanti alla quale potrebbe rimanere indifferente giusto un sasso. E infatti, a discapito di tutto il condivisibile astio dei veri cultori del genere fantascientifico verso The Creator, io due pianti me li sono fatti con gioia, soprattutto sul finale, perché l'ultima fatica di Gareth Edwards, con tutti i suoi twist prevedibili dal minuto uno, è la "solita" bella storia che conosciamo fin da bambini e funge proprio da coperta di Linus per rilassarsi e passare una serata al cinema in totale sicurezza, in una comunione universale con gli spettatori senza pretese che cercano solo una pellicola gradevole.


D'altra parte, Edwards comunque non è un cretino. Visto al cinema, The Creator è uno spettacolo. Tanto per cominciare è un film che definirei "arioso" per via degli ampi movimenti di macchina e delle incredibili panoramiche di paesaggi incontaminati. Certo, su questi ultimi incombono armi di distruzione gigantesche che mettono angoscia solo a pensarle e che sembrano quasi reali, in virtù di una CGI per nulla posticcia e perfettamente integrata con gli sfondi ripresi dal vero; a tal proposito, un altro aggettivo che mi viene in mente per The Creator è "abbondante", perché la caratteristica principale di molte sequenze è quella di mostrare dei personaggi inghiottiti all'interno di ambienti giganteschi, che si estendono a perdita d'occhio. Anche il contrasto tra l'artificialità ostentata e i paesaggi naturali è importante, così come lo è l'umanizzazione dei robot non antropomorfi, a volte con risultati eccellenti (le bombe sacrificabili mi hanno magonata), altri meno (davanti ai robot/bonzi con tanto di rosario ho avuto delle perplessità), e soprattutto c'è Madeleine Yuna Voyles che, con quel musetto, mi farebbe passare dalla parte dell'A.I. senza pensarci un secondo. Di sicuro, mi rimarrà più impressa la sua deliziosa faccetta rispetto all'espressione un po' monocorde di Baby Denzel, il quale avrà di sicuro il phisique du role ma soprattutto, purtroppo, dispone della gamma emotiva di un comodino basito. Questa è una delle mancanze di un film al quale imputo l'unico, reale difetto di lasciare cadere nel dimenticatoio un paio di sottotrame/spunti tecnologici che avrebbero potuto essere sfruttati molto meglio ma che vengono gettati via solo per far proseguire la storia da A a B. Ciò, sicuramente, relegherà The Creator nel novero dei film che dimenticherò nel giro di un mese (anche se ricorderò la bellissima colonna sonora che usa splendidamente i Radiohead e omaggia Evangelion), ed è un peccato perché visivamente è un'opera perfetta da godersi in sala!


Del regista e co-sceneggiatore Gareth Edwards ho già parlato QUI. John David Washington (Joshua), Gemma Chan (Maya), Allison Janney (Colonnello Howell), Ken Watanabe (Harun) e Ralph Ineson (Generale Andrews) li trovate invece ai rispettivi link.

Marc Menchaca interpreta McBride. Americano, lo ricordo per film come Alone e Sick, inoltre ha partecipato a serie quali CSI: NY, CSI - Scena del crimine, The Outsider. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 48 anni. 


Benedict Wong era stato scelto per il ruolo di Harun ma ha dovuto abbandonare il progetto per impegni pregressi. Se The Creator vi fosse piaciuto recuperate Blade Runner, Blade Runner 2049, Ex Machina e A.I. Intellingenza Artificiale. ENJOY!

venerdì 12 maggio 2023

To Leslie (2022)

La nomination come migliore attrice protagonista ad Andrea Riseborough mi ha portata ovviamente a recuperare anche To Leslie, diretto nel 2022 dal regista Michael Morris.


Trama: dopo aver vinto la lotteria e sperperato tutti i soldi, l'alcolista Leslie si ritrova a vivere di espedienti...


Non ho seguito granché tutta la bagarre derivante dalla nomination alla Riseborough ma, per amor di completezza, il succo del discorso è che la sua performance in To Leslie è stata candidata senza nessun premio pregresso ad avvalorarla e, soprattutto, dopo una campagna di "raccomandazioni" da parte di grandissimi nomi del mondo dello spettacolo (due su tutti: Gwyneth Paltrow ed Edward Norton) durata appena un mesetto, che ha destato sospetti soprattutto nelle attrici di colore che si sono viste snobbare in favore dell'ennesima bianca privilegiata. A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, tuttavia non essendo un'addetta ai lavori mi limito a fare spallucce e ad offrirvi soltanto il mio personalissimo giudizio sul film e sull'interpretazione di Andrea Riseborough. Innanzitutto, To Leslie è un film molto "classico", di quel sapore anni '70 richiamato dallo sguardo spietato e naturalistico col quale indaga sulla protagonista, Leslie, appunto; quest'ultima è una donna allo sbando che ha sbattuto letteralmente la porta in faccia alla fortuna presentatasi in forma di enorme vincita alla lotteria, riuscendo a dilapidare 190 mila dollari in droghe, alcool e divertimenti e a finire per strada, abbandonata da figlio, genitori e amici. Non è un bel personaggio, quello di Leslie, perché ogni sua azione è spinta da una dipendenza dagli alcolici che è alimentata da un senso di colpa infinito, per qualcosa che verrà chiarito verso la fine del film, quindi per buona parte della durata To Leslie segue una protagonista che non intende redimersi e che morde la mano di chiunque cerchi di aiutarla, con somma frustrazione dello spettatore. Per estensione, To Leslie diventa non solo lo studio di un'ubriacona all'ultimo stadio, ma di tutta la squallida società di derelitti che la circonda, di un Texas fatto di locali fatiscenti, motel dimenticati da Dio e speranze perdute, dove a farla da padrone è un tristissimo rancore misto a menefreghismo egoista, e le poche persone altruiste fanno la figura dei minchioni. Per quanto mi riguarda, sono ambienti che mi repellono abbastanza e che poco mi affascinano, tuttavia ho trovato la sceneggiatura interessante, nonostante la sua natura leggermente derivativa, il che forse rischia di inficiare il mio giudizio sull'attrice protagonista.


Sulla Riseborough, per carità, non ho nulla da dire. Regge da sola l'intero film rendendo gli altri (salvo forse Allison Janney, fredda e cattivissima ex amica dalla lingua tagliente) praticamente invisibili ed interpretando un personaggio scomodo non solo dal punto di vista psicologico, ma anche "brutto" fisicamente, sporco a livello di igiene personale. Di solito queste trasformazioni sono molto gradite all'Academy e anche agli spettatori, tuttavia a me è parso che Leslie, come personaggio, avesse poco da dire e da "insegnare"; la sua lenta risalita non deriva da chissà quale forza d'animo, quanto da un unico, difficile gesto di pietà probabilmente legato al senso di colpa, come se la fortuna volesse sfidarla a girarle le spalle una seconda volta, e, in particolare, il finale è talmente facilone da fare a pugni con lo spietato realismo utilizzato nel resto del film. Per quanto mi riguarda trovo quindi che la candidatura della Riseborough sia un po' deboluccia, ma non avendo assistito alle performance delle grandi escluse, Viola Davis in primis, non posso fare confronti e mi limito a concludere dicendo che To Leslie è un film abbastanza "medio", di cui probabilmente mi dimenticherò nelle prossime settimane, e che si poteva scegliere una pellicola indipendente un po' più originale e coraggiosa per rappresentare la categoria agli Oscar. 


Di Andrea Riseborough (Leslie), Allison Janney (Nancy), Stephen Root (Dutch) e Owen Teague (James) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Morris è il regista della pellicola. Inglese, al suo primo lungometraggio, ha diretto episodi di serie come House of Cards, Preacher, Locke and Key e Better Call Saul. Anche produttore, ha 49 anni. 


Marc Maron interpreta Sweeney. Comico americano, ha partecipato a film come Sharknado 3: Attacco alla casa bianca e Joker; come doppiatore, ha lavorato in I Simpson. Anche sceneggiatore, produttore, compositore e regista, ha 60 anni.



venerdì 27 marzo 2020

Bombshell - La voce dello scandalo (2019)

Sarebbe dovuto uscire ieri, già in vergognoso ritardo, e ora chissà quando uscirà, Bombshell - La voce dello scandalo (Bombshell), diretto nel 2019 dal regista Jay Roach.


Trama: dopo essere stata licenziata da Fox News la giornalista Gretchen Carlson decide di far causa al direttore Roger Ailes per molestie sessuali, portando diverse altre colleghe a fare altrettanto.



L'eco del movimento #metoo è arrivato fino a qui, "grazie" a quel vecchio suino di Harvey Weinstein e al coinvolgimento di molte attrici famose, ma già nel 2016 qualcosa si era smosso ai piani alti di uno dei posti più impensabili del mondo, ovvero la sede di Fox News, sentina di repubblicani duri e puri, conservatori e Trumpiani della peggior specie. Che lì in mezzo, e perdonatemi se ragiono per stereotipi, non si nascondano i peggio maschilisti e maiali sulla faccia della terra mi parrebbe un po' improbabile e infatti, alla faccia dei mille volti femminili che quotidianamente bucano lo schermo, qualcosa di marcio è venuto fuori. Bombshell è la storia di quel marciume che risponde al nome di Roger Ailes, vero e proprio numero uno, secondo giusto a Rupert Murdoch all'interno della piramide di potere della Fox, e delle donne che hanno scelto di farsi sentire e rivelare la mondo la sua natura di predatore seriale. Una scelta non facile, ovviamente, e non solo per questioni di carriera, reputazione o soldi, ma proprio per quella perversa malattia intrinseca delle persone, che tendono sempre a porre la stessa domanda idiota: "E come mai lo accusa proprio ora? Non poteva dirlo prima?". No, non si può, o almeno non sempre. Lo spiega alla perfezione il personaggio di Kaya Pospisil, uno dei pochi inventati per l'occasione, in un dialogo telefonico che spezza il cuore e conferma Margot Robbie, se ancora ce ne fosse bisogno, come una delle attrici più brave in circolazione. Il motore che spinge le donne a mantenere il silenzio è, semplicemente, la vergogna. Quel dubbio che comincia a rodere e che ti porta non solo a rivivere mille volte momenti disgustosi e dolorosi ma anche tutto quello che c'è stato prima (comportamenti, frasi, abiti, sguardi: e se fossi stata io ad incoraggiarlo, in effetti?), alimentando un senso di colpa inesistente e annullando ogni speranza di indulgenza o di riuscire a reagire e a cercare una qualche forma di giustizia. La colpa, certo, è di una società e di posti di lavoro dove il maschilismo ancora impera, ma spesso le nemiche più agguerrite delle donne sono altre donne, senza contare che non sempre questi enormi atti di coraggio pagano (in senso letterale e figurato), non nell'immediato almeno, e servono spalle enormi per sopportare critiche, insulti o minacce.


La vicenda di Bombshell viene quindi narrata da tre punti di vista prettamente femminili, a partire da quello di Megyn Kelly, probabilmente la donna più potente del network, invidiabile e sicura di sé al punto da poter addirittura osare dare addosso a Trump (pagandone le conseguenze, ovviamente; è interessante vedere come la vicenda di Ailes venga preceduta dallo scontro tra la Kelly e il futuro presidente USA, che contestualizza l'intera situazione e mostra come le giuste critiche mosse da una donna famosa, potente ed intelligente possano diventare in tempo zero il punto di partenza per slut shaming e altre orribili pratiche); Megyn è il vertice apparentemente "neutro" di un triangolo che vede presenti anche Gretchen Carlson, la "scarpa vecchia" da sostituire e trattare come una matta visionaria, e la già citata Kayla, giovane ed inesperta, potenzialmente la più malleabile del trio. Un trio di donne che scatenerà, ognuna a modo suo e ognuna coi suoi tempi, uno tsunami che andrà ad influenzare non sono i personaggi principali di questa scandalosa vicenda ma anche quelli secondari, che si ritrovano ad incrociare il cammino delle tre anche solo per poco tempo. La quantità di vite "toccate" dallo scandalo si rispecchia in una scrittura e in una regia veloci ed accattivanti ma comunque pregne, dove è un attimo perdersi la battuta o il dialogo fondamentali (soprattutto in lingua originale) e dove star dietro alla frenetica attività di Fox News non è facilissimo, tra momenti di dramma e altri in cui Bombshell diventa quasi una commedia, con tanto di quarta parete infranta e narratori esterni. Uno stile che forse riesce a gestire meglio Adam McKay, laddove Jay Roach a tratti pare un po' perdersi e lasciare che sia la grandezza delle tre attrici protagoniste a governare il ritmo della pellicola, ma comunque un modo di fare cinema che a me piace parecchio, soprattutto quando racconta storie importanti come questa sottolineando, con amara ironia, quanto ancora sia lunga la strada per un mondo più equo e giusto per tutti.


Del regista Jay Roach ho già parlato QUI. Charlize Theron (Megyn Kelly), Nicole Kidman (Gretchen Carlson), Margot Robbie (Kayla Pospisil), John Lithgow (Roger Ailes), Allison Janney (Susan Estrich), Malcom McDowell (Rupert Murdoch), Kate McKinnon (Jess Carr), Mark Duplass (Doug Brunt), Jennifer Morrison (Juliet Huddy), Ashley Greene (Abby Huntsman) e P.J. Byrne (Neil Cavuto) li trovate invece ai rispettivi link.

Connie Britton interpreta Beth Ailes. Americana, ha partecipato a film come Nightmare e a serie quali Ellen, 24, American Crime Story e American Horror Story; come doppiatrice ha lavorato ne I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, ha 53 anni e due film in uscita.


Liv Hewson, che interpreta Lily Balin, era Abby Hammond in Santa Clarita Diet mentre Madeline Zima, che interpreta la truccatrice Eddy, era la piccola Gracie Sheffield de La tata. Alcuni degli eventi raccontati nel film sono stati riportati anche nella miniserie TV The Loudest Voice, che recupererò il prima possibile. ENJOY!

domenica 6 ottobre 2019

Ma (2019)

C'è voluto del bello e del buono ma alla fine sono riuscita a recuperare Ma, diretto dal regista Tate Taylor.


Trama: un gruppo di minorenni in cerca di un adulto che possa comprare loro dell'alcool si imbatte in Sue Ann, infermiera in una clinica veterinaria che prima accetta di aiutare i ragazzi e poi arriva persino a offrire a loro e agli altri giovani della cittadina la propria cantina come locale dove sballarsi e fare feste. Insomma, l'adulto ideale, se non fosse che Sue Ann, detta "Ma", nasconde inconfessabili segreti...



Sapevate che la parola "Ma" in giapponese indica uno spirito maligno? E sapevate che, effettivamente, l'unica parola pronunciata dal Bolluomo alla fine del film di Tate Taylor è stata proprio "ma...?" e ammetto di non essermela sentita di chiedergliene il significato? Questo per dire che la protagonista di Ma può essere davvero assimilabile a un demone vendicativo, o a una megera di quelle sdoganate con l'apprezzatissimo filone della hagsploitation, anche se giudicare la bravissima Octavia Spencer già pronta per questo genere di pellicole significherebbe farle un torto, ché di solito parliamo di attrici che hanno superato abbondantemente i 50/60 anni e non solo santa Octavia è ancora nella quarantina ma meriterebbe millemila film da protagonista, altro che "carriera da rilanciare con ruoli ad hoc". Val la pena, in effetti, guardare Ma anche solo per l'interpretazione della Spencer, che si carica sulle spalle un personaggio cattivo, strano, persino un pochino repellente a tratti, che tuttavia nasconde dentro di sé mille e uno motivi validi per essere così, motivi che vengono rivelati a poco a poco nel corso della pellicola. E se è vero che Ma è palesemente scentrata, non proprio sanissima di mente, talmente traumatizzata dal passato da diventare una moderna Piper Laurie, è anche vero che, salvo la protagonista e forse il fidanzatino, il desiderio di vedere morti male gli altri tre cretini che passano le loro giornate ad ubriacarsi e che trattano fin da subito Sue Ann con accondiscendenza, sopportazione e infine infinita maleducazione è assolutamente condivisibile (la biondina col cellulare sempre in mano, che ricopre di insulti Ma su INSTAGRAM, per il Signore, e poi si presenta nello scantinato con una faccia come il culo, è l'emblema della gioventù cretina di oggi e meriterebbe di subire ogni tortura possibile e immaginabile).


Da qui, ammettiamolo pure, il "ma...?" pronunciato da Mirco, sul quale non ho domandato lumi ma di cui ho comunque capito il senso. Ma, in effetti, ha molte potenzialità che non vengono sfruttate appieno, in primis tutta la frustrazione che potrebbe sfogare Sue Ann dopo un rancore coltivato per decenni (SPOILER qualcuno si becca una coltellata, alla mocciosa bionda viene cucita letteralmente la bocca, ma il ragazzetto di colore si ritrova solo con la faccia dipinta di bianco, e io che, ingenuamente, speravo fosse calce viva... FINE SPOILER), frustrazione che, per altro, viene indirizzata talvolta a casaccio (SPOILER ma trucida pure i tuoi idioti ex compagni di scuola e i loro figli, però gli altri che c'entrano? Sì, sono odiosi, però... FINE SPOILER). Salvo un paio di momenti gore, Ma è un film molto trattenuto, realizzato per un pubblico di adolescenti che probabilmente non hanno apprezzato il modo in cui la trama tende spesso a scavare nella psiche di Sue Ann e che, altrettanto probabilmente, saranno scoppiati a ridere alla rivelazione del suo terribile segreto; meno accattivante di uno slasher tout court e delle case stregate sempre sdoganate da Jason Blum, di fatto Ma non ha avuto successo né in Italia (è stato distribuito veramente col culo) e nemmeno nella madre patria, soprattutto se confrontato ad altre pellicole prodotte dalla Blum House. A mio avviso è un peccato, perché Ma non è peggiore di molti altri horror/thriller che arrivano periodicamente nelle nostre sale e che vengono osannati a sproposito. Innanzitutto ha un cast adulto di tutto rispetto (non chiedetemi perché ma ho un debole per Missi Pyle ma poi ci sono anche Luke Evans e Juliette Lewis!) e un'ottima protagonista adolescente, inoltre è incredibilmente ironico, soprattutto grazie alla colonna sonora, e avvince lo spettatore dall'inizio alla fine, scodellando almeno un twist interessante e inaspettato. In due parole, alla faccia delle critiche che gli sono piovute addosso da ogni dove e del "ma...?" mirchiano, Ma merita almeno una visione.


Del regista Tate Taylor, che interpreta anche l'agente Grainger, ho già parlato QUI. Octavia Spencer (Sue Ann), Juliette Lewis (Erica), Luke Evans (Ben), Missi Pyle (Mercedes) e Allison Janney (Dottor Brooks) li trovate invece ai rispettivi link.

Diana Silvers interpreta Maggie. Americana, ha partecipato a film come Glass e a serie come Into the Dark. Ha 22 anni e un film in uscita.


Dominic Burgess interpreta Stu. Inglese, ha partecipato a film come Batman Begins e a serie quali Agents of S.H.I.E.L.D., Feud, Supernatural, American Horror Story e Santa Clarita Diet. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 37 anni e tre film in uscita.




venerdì 30 marzo 2018

Tonya (2017)

E' uscito ieri in Italia Tonya (I, Tonya), diretto nel 2017 dal regista Craig Gillespie e vincitore di un premio Oscar finito ad Allison Janney come Migliore Attrice Non Protagonista.


Trama: il film racconta la vita sregolata di Tonya Harding, dagli esordi sulla pista di pattinaggio come bambina prodigio allo scandalo delle Olimpiadi del 1994, che l'ha vista coinvolta nell'incidente accorso all'avversaria Nancy Kerrigan.



Un genere di film che detesto è quello "sportivo", solitamente imperniato sulla brillante carriera di una stellina (vera o inventata, dipende) che ha trovato nello sport un modo per riscattarsi da una vita ingrata, assurgendo a modello per chiunque dopo anni e anni di duri allenamenti e sacrifici. A Tonya mi sono però avvicinata con fiducia, non solo per le tre nomination che lo infilavano di diritto nel novero dei film "da vedere" ma anche perché si parlava di uno scandalo che ha concluso la carriera della giovane pattinatrice, allontanando di prepotenza la pellicola da qualsiasi retorica sportiva (lo so, sono una stronza cinica). Quello che non mi sarei aspettata, però, era di trovarmi davanti un film drammatico ma anche esilarante, zeppo di caustica ironia e personaggi inattendibili che non ricostruiscono LA storia, bensì una versione della stessa filtrata dal loro punto di vista, al punto che lo spettatore arriva a chiedersi spesso chi sia la Tonya così fiera di mettere un Io davanti al nome proprio nel titolo originale. Indubbiamente, quello di Tonya Harding è un carattere temprato fin dalla più tenera età: nel corso del film vediamo come la madre LaVona abbia praticamente abbandonato la figlioletta sulle piste di pattinaggio sul ghiaccio, ricoprendola senza tregua con "amorevoli" insulti, schiaffi e sguardi di biasimo, insomma tutto ciò che potesse trasformare una piccola appassionata in una bambina prodigio colma di fiducia nelle proprie capacità atletiche ma assolutamente impreparata ad affrontare l'esistenza una volta tolti i pattini. Nello sport Tonya è incapace di trovare riscatto da una famiglia disfunzionale che l'ha condannata ad essere per sempre feccia ignorante e si ritrova così a cercare conforto, giovanissima, tra le braccia di un bifolco come lei, quel Jeff Gillooley clueless ma violento che è la quintessenza del white trash americano e col quale l'atleta avrà per anni un rapporto contrastato di mutua dipendenza che sfocerà persino in un matrimonio; proprio la stupidità incurabile di Gillooley e del suo pari, il disgustoso e folle Shawn, condanneranno Tonya all'oblio nel momento esatto in cui la ragazza sarebbe stata pronta ad acciuffare la gloria dell'oro olimpico, tenuta lontana da anni di eccessi.


Date le premesse  e gli eventi non certo allegri che l'hanno caratterizzata, la vita di Tonya Harding avrebbe  potuto venire tradotta in maniera patetica, sottolineando l'infinita serie di abusi fisici e mentali ai quali la ragazza è stata costretta a sottostare, ma Craig Gillespie e lo sceneggiatore Steven Rogers hanno scelto un'altra via e, oltre a sottolineare il lato ridicolo di una vicenda assai drammatica, hanno "sfidato" lo spettatore a trovare da solo un'eventuale simpatia per un personaggio che non ne cerca e, forse, non ne ha bisogno. A prescindere dalla teppaglia che la circonda, è infatti la stessa Tonya ad essere lamentosa ed incapace ad assumersi le proprie responsabilità ("Non è stata colpa mia" è la sua catchphrase per l'intero film ma ce n'è anche per l'audience di allora, accusata di averla trasformata in fenomeno da baraccone, e ovviamente per quella di oggi) oltre che incredibilmente testarda e in qualche modo orgogliosa delle sue origini proletarie, che fin dall'inizio l'hanno resa un outsider in un mondo fatto di signorine raffinate dove l'apparenza conta quanto l'abilità tecnica e dove, purtroppo, se non hai soldi né sponsor fai davvero poca strada; nel corso del film le interviste ai personaggi coinvolti nell'"incidente" di Nancy Kerrigan (assai simili a quelle reali, mostrate nei titoli di coda) si alternano senza soluzione di continuità ad attori che bucano la quarta parete e si rivolgono direttamente allo spettatore, commentando con cinica ironia molti degli avvenimenti oppure contraddicendo sfacciatamente quanto sta accadendo sullo schermo, lasciando il pubblico incredulo, divertito e a tratti sgomento davanti a tanta pochezza. All'interno del quartetto di attori principali spiccano Margot Robbie, atletica e grintosa ma anche terribilmente squallida, e una Allison Janney mostruosamente glaciale, ma la strana coppia Sebastian Stan/Paul Walter Hauser tocca altissimi vertici di sciocca depravazione e soprattutto Hauser passa nel giro di poche sequenze dall'essere patetica figura di sfondo a psicotico deus ex machina dell'intera, delirante operazione atta ad intimorire la Kerrigan: l'intervista sul finale è angosciante e mette una tristezza infinita, non tanto per lui quanto per la Harding che si è ritrovata vittima di un marito imbecille ed incapace di capire la portata della demenza dell'amico di sempre... sempre che, in realtà, la giovane non fosse consapevole fin dall'inizio di quello che sarebbe successo alla rivale. Questo, ovviamente, Tonya non lo dice (ci sono state condanne per tutti, Harding compresa, ma siccome i coinvolti si accusavano a vicenda le reali responsabilità non sono mai state interamente chiarite...) ma poco importa, anzi, perché lasciare il dubbio allo spettatore rende ancora più interessante il film ed ambigui i suoi protagonisti, ora ben lontani dai "fasti" di una fama giunta non grazie ad uno storico triplo axel, bensì ad una sbarra di ferro.


Del regista Craig Gillespie ho già parlato QUI. Margot Robbie (Tonya Harding), Sebastian Stan (Jeff Gillooley), Allison Janney (LaVona Golden), Julianne Nicholson (Diane Rawlinson) e Bobby Cannavale (Martin Maddox) li trovate invece ai rispettivi link.

Mckenna Grace interpreta Tonya da ragazzina. Americana, ha partecipato a film come Frankenstein, Amityville - Il risveglio, Ready Player One e a serie quali CSI - Scena del crimine, The Vampire Diaries e C'era una volta. Ha 12 anni e un film in uscita, The Bad Seed.


Se Tonya vi fosse piaciuto potete cercare il documentario The Price of Gold, episodio della serie 30 for 30 dedicato proprio al caso Harding e aggiungete Rocky IV (omaggiato nel film) e Da morire, che Gillespie ha citato come fonte di ispirazione per la struttura di Tonya. ENJOY!

lunedì 5 marzo 2018

Oscar 2018

Buon lunedì a tutti! Oggi è un giorno gioiosissimo, in Italia non è successo NIENTE mentre in America hanno finalmente consacrato il tessitore di sogni (e incubi) Guillermo del Toro come meritava da tempo. Bando agli indugi e parliamo un po' di questa novantesima notte degli Oscar, che sono riuscita stavolta a guardare in diretta perché con tutta la bellezza premiata non potevo davvero perderla! ENJOY!


Cominciamo con i premi, dovuti e meritati, a La forma dell'acqua. La favola di Del Toro ha portato a casa gli Oscar più ambiti, Miglior Film e Miglior Regia, assieme a quello per la Miglior Scenografia e Miglior Colonna Sonora. Vedere ciccio Del Toro salire sul palco due volte e tributare omaggio a Spielberg, con tutta l'umiltà di un ragazzo messicano che MAI avrebbe pensato di trovarsi un giorno nel firmamento delle grandi stelle, mi ha sciolto il cuore di commozione. Uno sprone a inseguire i propri sogni fino a raggiungerli e una gioia per tutti noi che a Guillermo abbiamo sempre creduto!! (e grazie a Faye Dunaway e Warren Beatty per non avere fatto casini stavolta!)


Altro motivo di gioia, almeno per me, è la grandemente prevista vittoria di Gary Oldman come Miglior Attore Protagonista dopo la mostruosa interpretazione di Churchill. Lui era sicuramente contentissimo e ha dedicato l'Oscar a Churchill e a mammà, invitandola e mettere su il kettle per il the, da perfetto inglese, probabilmente erano invece meno contenti tutti gli altri coinvolti nella realizzazione de L'ora più buia, che ha vinto solo un altro premio, quello per il Miglior Make-Up.


Altro Oscar prevedibile ma molto gradito, quello a Frances McDormand come Migliore Attrice Protagonista per Tre manifesti a Ebbing, Missouri. L'attrice si è profusa in un discorso strepitoso, dove ha invitato Hollywood a parlare con le donne nei giorni seguenti ai bagordi, per ascoltarle e finanziarne i progetti. Speriamo in bene, via! Tre manifesti ha portato fortuna anche a Sam Rockwell, che ha giustamente vinto l'Oscar come Miglior Attore Non Protagonista, finalmente (anche se un po' mi spiace per il collega Woody Harrelson, piccolino), per il resto il film di McDonagh partiva strafavorito in ogni categoria e invece è rimasto con un palmo di naso.


Uno dei motivi del "ridimensionamento" di Tre manifesti a Ebbing, Missouri è da ricercarsi nel premio più inaspettato della serata, quello a Scappa - Get Out per la Miglior Sceneggiatura Originale. Ora, dite quello che volete ma, sorpresa a parte (non avrei scommesso un euro su questo risultato), io sono contentissima per Jordan Peele. Che un comico di colore sia riuscito ad imbastire una sceneggiatura in perfetto equilibrio tra horror, thriller e commedia e sia arrivato a conquistare l'Academy e il pubblico tutto (basta sentire le ovazioni che gli hanno tributato ad ogni nomination) mi riempie di speranze per il futuro del cinema in generale e dell'horror in particolare. Come ho scritto su Facebook, l'horror sta bene, vi saluta e Jason Blum mostra allegramente a tutti il dito medio. La Miglior Sceneggiatura Non Originale è finita tra le manine anziane del venerando e tenerissimo James Ivory per Chiamami col tuo nome, unica statuetta conferita al film di Guadagnino (Su TV8 hanno brindato. Dai, siete stati un po' ridicoli, ché di orgoglio italiano in quel film ce n'era davvero poco).


Torniamo di nuovo su sentieri più sicuri con l'Oscar per la Miglior Attrice Non Protagonista, finito come da programma alla meravigliosa Allison Janney di I, Tonia, motivo in più per vedere uno dei migliori film dell'anno quando uscirà tra qualche settimana.


Quest'anno ero abbastanza preparata anche sugli altri premi (salvo corti, documentari e film stranieri, ma prometto che recupererò Una donna fantastica, ennesima riprova dello strapotere sudamericano che ha governato questa notte degli Oscar) quindi mi sento di poterne parlare senza vergogna. La statuetta per Miglior Film d'Animazione è andata a Coco (ne sono felicissima, anche perché rumenta come Baby Boss non andava nemmeno presa in considerazione, eppure avrei visto benissimo tra i vincitori lo splendido The Breadwinner, di cui parlerò domani), che ha vinto anche quella per la Miglior Canzone, premio un po' meno valido, ché tra tutte le canzoni in gara Remember Me era davvero quella meno bella e toccante. Vabbé. A Blade Runner 2049 sono andati invece i premi per la Miglior Fotografia, davvero meritatissimo, e quello per i Migliori Effetti Speciali, altrettanto meritato, mentre a Dunkirk è stata riconosciuta la perizia nel campo del Montaggio e del Sonoro, per un totale di tre premi molto importanti ad un film che obiettivamente non meritava di più, mi spiace cari Nolaniani. Le briciole, piuttosto, sono andate al povero Il filo nascosto, premiato solo per i Costumi, davvero meravigliosi, però forse il film meritava davvero di più. Ma tanto Del Toro ha stravinto, checcefrega? E per quest'anno è tutto! ENJOY!

lunedì 8 gennaio 2018

Golden Globes 2018

Buon lunedì a tutti! Piccolo riassunto ignorante (come ogni anno) dei vincitori dei Golden Globes, con un'unica grande gioia (Guillermoooooo aléééééé!!!!!!) e quattro film pigliatutto da attendere col fiato sospeso, non tanto per gli Oscar ma perché si preannunciano davvero bellissimi! Ah, ho già detto "che peccato, niente Dunkirk!"? ENJOY!


Miglior film - Drammatico
Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards in Ebbing, Missouri, USA, 2017)
E questa è la PRIMA pellicola da vedere assolutamente, consigliata persino da Zerocalcare in persona. Uscirà la settimana prossima, quindi per una volta la distribuzione italiana ci ha preso, e viene descritta nei poster come "il film che i Coen avrebbero voluto girare". Speriamo benissimo!!

Miglior film - Musical o commedia
Lady Bird (USA, 2017)
Coming of age? Io addoro i coming of age, anche quelli ambientati nei primi decenni del secondo millennio, un'epoca un po'... MEH. E poi l'ha scritto Greta Gerwig, altra garanzia di sicura validità! Purtroppo ci sarà da aspettare il giorno del mio genetliaco per vederlo uscire in Italia quindi temo che in occasione degli Oscar bisognerà diventare un po' creativi...

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Gary Oldman in L'ora più buia
Molto ma molto bene. L'ora più buia è un film che sarei andata a vedere a prescindere, ora ho un motivo in più e confido che il caro Oldman nei panni di Winston Churchill sia molto convincente. In Italia uscirà il 18 gennaio, altro colpo intelligente della distribuzione, bravi.

Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Frances McDormand in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
Oh, ma quanto la amo, da sempre. Non vedo l'ora di ammirarla nei panni di madre coraggio impegnata a risolvere il caso dell'omicidio della figlia, so già che non sarà la solita interpretazione banale.


Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
James Franco in The Disaster Artist
Per quanto mi stia sulle balle da sempre Franco, non si può dire che non metta anima e corpo in tutto quello che fa. Sono molto curiosa di vedere il film sulla "pellicola più brutta di sempre"... e anche, ovviamente, di recuperare ciò da cui tutto ha avuto origine! Purtroppo, data di uscita italiana non ancora pervenuta.

Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Saoirse Ronan in Lady Bird
Adorabile Saoirse, sono molto ma molto contenta per questa vittoria e ovviamente aspetto di vedere il film!


Miglior attore non protagonista
Sam Rockwell in Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Rockwell è un attore che non mi dispiace ma in questo caso sospendo il giudizio fino alla settimana prossima, anche perché l'unico suo antagonista visto sul grande schermo quest'anno è stato Christopher Plummer e la sua interpretazione di Paul Getty, per quanto valida, a mio avviso non era nemmeno da candidare.

Miglior attrice non protagonista
Allison Janney in I, Tonya
Altra attrice che adoro. Purtroppo I, Tonya, storia della pattinatrice americana Tonya Harding, non ha ancora una data di uscita italiana quindi chissà quando avremo l'onore di vederlo...

Miglior regista
Guillermo del Toro
Non posso che esserne stra-felice. Guillermone sta facendo incetta di premi quindi mi vien da dire che The Shape of Water sarà un capolavoro meraviglioso e quando uscirà sarà una festa per tutti!!


Miglior sceneggiatura
Martin McDonagh per Tre manifesti a Ebbing, Missouri
E niente, questo Tre manifesti ha sbancato. E io non ho mai visto nulla sceneggiato da McDonagh, mannaggia. Conviene mettere in lista Sette psicopatici e In Bruges, giusto per farmi un'idea.

Miglior canzone originale
The Greatest Showman di Benj Pasek e Justin Paul, per il film The Greatest Showman
Boh, io con la musica non ci azzecco nulla e The Greatest Showman non l'ho visto. Accetto il giudizio, anche perché le canzoni di Coco non mi hanno granché entusiasmata.

Miglior colonna sonora originale
The Shape of Water di Alexandre Desplat
Bella regia e colonna sonora evocativa, un connubio che aDDoro e che aumenta ulteriormente le aspettative per il nuovo film di Del Toro!

Miglior cartone animato
Coco (USA 2017)
Non c'era storia, obiettivamente (anche se The Breadwinner vorrei vederlo). Coco è uno splendore e sfido chiunque a rimanere indifferente dopo averlo visto, che piacciano o meno i film d'animazione. Adesso aspetto l'Oscar!

Miglior film straniero
Oltre la notte (Aus dem Nichts, Germania/Francia, 2017)
Storia di vendetta con Diane Kruger come protagonista, il film uscirà in Italia a marzo ma come al solito non sono preparata sui film "stranieri" e non riesco a fare un commento intelligente. Non so neppure se potrebbe essere un film in grado di interessarmi...

La mia reazione davanti al mancato tributo a Dougie!
Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Innanzitutto CACCA. Cacca su chi non ha riconosciuto la bravura di Kyle MacLachlan e la natura mitica di Dougie preferendogli Ewan McGregor. Non si fa, signori. Male anche per le mancate vittorie di Susan Sarandon e Jessica Lange in Feud (ma per Feud in generale...) mentre The Handmaid's Tale, che ha portato a casa il Globe come miglior serie drammatica e per la migliore attrice, si riconferma LA serie da recuperare per il 2018, nell'attesa che esca la seconda stagione. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

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