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venerdì 28 agosto 2015

Rainbow Day - Cruising (1980)


Quest'oggi La fabbrica dei sogni compie sette anni e la padrona del blog ha chiesto alla solita cumpa di cinefili scribacchini di farle gli auguri in modo un po' speciale, ovvero parlando di un film a tematica omosessuale per ricordare quanto ancora sia diffusa l'omofobia e quanta strada si debba fare (soprattutto in Italia) perché alle coppie gay vengano giustamente riconosciuti gli stessi diritti di quelle etero. La mia scelta è caduta, più per curiosità che per effettiva conoscenza del film in questione, su Cruising, diretto e sceneggiato nel 1980 dal regista William Friedkin partendo dal romanzo omonimo di Gerald Walker.


Trama: dopo una serie di brutali delitti compiuti ai danni di alcuni omosessuali dediti a pratiche sadomaso, un poliziotto viene scelto dal suo capo per infiltrarsi all'interno di questo "microcosmo" e scovare il killer...



Sono sinceramente dispiaciuta di avere scelto Cruising come film per celebrare la diversità e l'orgoglio omosessuale, dico davvero. E non perché la pellicola di Friedkin non mi sia piaciuta, anzi, l'ho trovata molto weird ed intrigante ma c'è da mettersi le mani nei capelli per il modo in cui dipinge la scena gay "underground" del Greenwich Village e non c'è da stupirsi che il film sia stato boicottato già durante le riprese dalla comunità omosessuale. Immaginate qualsiasi stereotipo possa venirvi in mente sui gay, cominciando molto banalmente da un mix tra i video dei Village People e le scene ambientate al Blue Oyster in Scuola di polizia, aumentate brutalmente il livello di pornografia e avrete una vaga idea di quello che vi aspetterà se mai deciderete di guardare Cruising: il film infatti non lesina scene hard di ordinarie orge sotterranee tra fustacchioni dotati di baffoni a manubrio, aderentissimi pantaloni con apposite aperture ad altezza chiappe, accessori sadomaso e berrettini da poliziotto, oppure panoramiche di parchi popolati da aitanti omosessuali in modalità "cruising", ovvero pronti a cercare la scopata facile (da cui nasce il gioco di parole tra "cruising" inteso come andare in cerca di partner e "cruising" nel senso di andare di pattuglia) e sculettanti buliccetti sognatori rigorosamente scrittori, costumisti, attori, ecc. ecc. Non certo un bel modo di presentare la comunità gay ad un pubblico che l'anno seguente avrebbe cominciato a vedere ovunque l'alone violaceo del morbo dell'AIDS e scatenato una caccia all'omosessuale che, siamo sinceri, dura ancora oggi. Pensandoci a mente fredda, lo sguardo di Friedkin è impietoso e, sia a livello di sceneggiatura che di regia, ci sono pochissime occasioni in cui lo spettatore viene spinto non tanto a provare pietà ma perlomeno ad empatizzare con le vittime in particolare o con gli omosessuali in generale. Tutto viene infatti filtrato attraverso il punto di vista (dapprima naif poi sempre più allucinato e distorto) di un giovanissimo sbirro che viene costretto non solo a fare da esca per un eventuale killer ma anche a diventare "carne da macello" agli occhi di questi branchi di gay violenti ed infoiati, all'interno di ambienti talmente sordidi che la mente del protagonista viene inevitabilmente travolta ed annullata. Soltanto una volta Steve Burns prova un reale impulso di umana pietà nei confronti di un giovane omosessuale brutalizzato dalla polizia ma è solo perché, per esigenze di "copione", si mette finalmente nei panni di chi viene malmenato ed umiliato in quanto "diverso" e ciò lo porta a mettere in discussione tutto quello che gli è sembrato normale fino a poco prima, fidanzata e lavoro compresi. Un po' poco per celebrare l'orgoglio gay.


Nonostante tutto questo bailamme di stereotipi e momenti talvolta anche abbastanza trash, pare che Cruising abbia fatto storia e si sia comunque conquistato un suo spazio nell'empireo dei cult, per vari motivi. Innanzitutto, il film è basato sulla storia vera di un serial killer che negli anni settanta aveva fatto parecchie vittime tra gli omosessuali e, molto probabilmente, l'omicida era un tale Paul Bateson, che aveva partecipato a L'esorcista nei panni dell'infermiere che infila Reagan sotto la terribile macchina per la scansione cerebrale e che, di conseguenza, è stato spesso consultato da Friedkin durante la realizzazione di Cruising. Una realizzazione travagliata, come avrete capito dal tema trattato, e non solo per le giuste proteste della comunità gay: pare infatti che il regista abbia dovuto tagliare le scene più spinte onde evitare che il film venisse interamente censurato e non si sa tutt'oggi se questi quasi 40 minuti di girato siano stati (come si vocifera) distrutti oppure se ancora esistano da qualche parte, cosa di cui i fan sono convinti e che da anni li spinge a chiedere una riedizione integrale della pellicola. Come avrete capito, non faccio parte degli aficionados di Cruising e starei serena anche senza un eventuale director's cut ma non nego di avere apprezzato il cupissimo clima generale di ambiguità ed incertezza che permea l'intera vicenda, fatta di continui scambi di ruolo tra prede e predatori, di vicendevoli pregiudizi, di violenza tollerata e malcelata, di imbarazzo e di follia. Altro non aggiungerò sulla trama, perché credo che Cruising sia un film da scoprire (e da cui lasciarsi sconvolgere) a poco a poco, con un Al Pacino reduce da ruoli già iconici ed impegnato in una parte per molti versi difficilissima e logorante; sono quasi convinta che, alla fine delle riprese, gli attori coinvolti abbiano dovuto tirarsi delle gran secchiate di acqua addosso per lavare via quell'aura di "sbagliato" e corrotto che si portano addosso quasi tutti i protagonisti, salvo forse la povera ed ignara Karen Allen, la fidanzata della porta accanto costretta a stare fianco a fianco con una realtà pericolosa appena fuori dalla portata del suo campo visivo. Altro che Rainbow: la comunità gay americana non è mai stata così Black!!


Se volete continuare a celebrare La fabbrica dei sogni e il Rainbow Day potete andare a leggere i post scritti dai colleghi blogger! ENJOY!

In Central Perk
Inside the Obsidian Mirror
Non c'è paragone
Pensieri Cannibali
La fabbrica dei sogni
Delicatamente perfido
Solaris
Director's Cult
Montecristo
WhiteRussian


martedì 16 dicembre 2014

Il Bollospite: Rosetta (1999)

Bentornati all'appuntamento con le "sfide" cinefile tra me ed Arwen Lynch! Questa volta toccava a lei scegliere il film e la mia collega ha tirato fuori dal cilindro Rosetta, diretto nel 1999 dai fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne.
Il post viene pubblicato in contemporanea anche su La fabbrica dei sogni. ENJOY!


Trama: Rosetta è una ragazza che vive in povertà all'interno di una roulotte e fatica a trovare un lavoro fisso. Costretta a badare ad una madre alcoolizzata e prostituta, la poverina vorrebbe soltanto una vita normale ed onesta ma ogni volta trova ad ostacolarla dei muri insormontabili.


Il punto di vista di Arwen...

Cosa penso di Rosetta?
Innanzitutto è un film dalla forza umana disarmante, un opera che mette in scena due lati dell'umanità, quella altruistica, e quella egoistica.
Allo stesso tempo però i Dardenne - questo è il secondo film che vedo diretto da loro - non giudicano i personaggi, ma fanno si che noi spettatori ci mettessimo sotto esame, tanto per dire, e tu come faresti se fossi al posto suo?
Rosetta è tutti noi, chi non si riconosce in lei? Rosetta è tutti quei ragazzi disoccupati, senza un futuro e una via d'uscita, logico che si fa la prima cosa buona per noi per uscire da tutta quella miseria, quella disperazione, anche se vuol  dire tradire una persona che ci ha aiutati, cosa che in altri contesti non sarebbe accaduta.
Eppure Rosetta è un film che rispecchia la realtà, esattamente come viene filmata dai due fratelli belgi, senza sotterfugi senza nessun contentino di fondo.
La complessità del film sta nel voler sottolineare che si fa qualsiasi cosa pur di non badare a una madre ubriacona, che invece di occuparsi di te, sei tu adolescente che devi fare questo con lei, poi c'è la negazione dei rapporti umani, non per una precisa scelta, ma per la difesa della propria dignità di persona.
Poi ovviamente c'è la società, i fratelli fotografano una realtà di gente povera, senza prospettive per il futuro, e senza possibilità di un cambiamento, in cui vige la legge del più forte, e del più furbo, mors tua vita mea, non importa se un altra persona perde il posto.
Questo è  umanamente sbagliato, ma è giusto dire cose del genere a una ragazzina?
Rosetta mi ha ricordato molto i vecchi film italiani del neorealismo, soprattutto Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica, il motivo è lo scenario, privo di certezze e futuro dei protagonisti.
La cosa che più sconcerta di un film come Rosetta è l'assoluta integrità della protagonista, ma non sconcerta in negativo, ma in positivo.
Non si tratta certo di tornaconto personale, quello si ha per fare uno sgambetto agli altri quando tu non ne hai bisogno, anche se in apparenza può sembrare così; si tratta per lo più di fare una scelta, anche se può far del male agli altri, noi scegliamo sempre la cosa migliore per noi, inteso come persone, anche se questo dovesse tradire la fiducia di un amico.
L'aspetto sociologico al positivo e al negativo del film è quello che più tocca in fondo al cuore degli spettatori, la classica guerra tra poveri, vince sempre chi è più forte, negando gli aspetti umani che in fondo in fondo sono dentro di noi.
Possiamo condannare Rosetta per le sue scelte? E chi ne avrebbe il coraggio? Se c'è un colpevole è la società meschina che ha negato il valore fondamentale dell'altruismo, potreste dire ma è la vita...bisogna andare avanti...ma così facendo il mondo non cambia, resta sempre uguale a se stesso, giorno dopo giorno, non ci vuole la bacchetta magica per capire che il cambiamento deve cominciare dalla società.
In conclusione, un grandissimo film, che rasenta il capolavoro se già non lo è.


...e quello della Bolla!

Rosetta è il mio primo film dei Dardenne e non potevo cominciare meglio sebbene, causa periodo un po' stressante, abbia dovuto fare una pausa verso metà film perché la situazione in cui si trova la protagonista è incredibilmente angosciante. Senza fare della falsa retorica i Dardenne mostrano un periodo limitato della vita di una ragazza cresciuta in povertà ed impossibilitata ad uscire dalla sua condizione perché circondata da un ambiente che non lascia scampo, dove è in corso una costante guerra tra poveri. Di Rosetta conosciamo poco (non ci viene detto, per esempio, dove sia il padre) ma sappiamo quanto basta per empatizzare con lei. Sappiamo che non è particolarmente brillante né particolarmente bella, sappiamo anche che non è neppure particolarmente fortunata ma sicuramente ha una grande forza d'animo, un carattere orgoglioso e un'incredibile dignità: nel corso del film arriviamo a capire che questa combine devastante le porterà solo sofferenza in una cittadina dove prosperano lo squallore, i piccoli espedienti e soprattutto la disoccupazione. Rosetta ci tocca il cuore quando elenca una serie di "dati di fatto" che nascondono altrettanti, ardenti desideri: io sono Rosetta, non sono su una strada, ho un lavoro, ho trovato un amico (il collega Riquet). Quattro cose banalissime all'apparenza, forse la prima è la più banale di tutte, ma non è sempre possibile definirci come individui. Se è vero, infatti, che "il denaro non fa la felicità", è altrettanto vero che una persona, per mantenere la stima di sé stessa, ha bisogno dei soldi guadagnati per garantirsi un'indipendenza economica e sociale, per non "rimanere su una strada"; Rosetta ha sicuramente vergogna di sé e della madre ubriacona e prostituta, ha vergogna della propria impossibilità di trovare un lavoro e, di conseguenza, molto probabilmente Riquet è la prima persona che possa definire amica. Terribilmente ironico che la guerra tra poveri di cui parlavo prima arrivi a causare l'inevitabile rottura di quest'amicizia nuova, fragile e preziosa, che in un altro luogo avrebbe forse potuto trasformarsi in amore.
I Dardenne, dal canto loro, non danno giudizi né cercano di "manipolare" lo spettatore ma si limitano a raccontare una storia di vita quotidiana, attraverso una messa in scena se vogliamo un po' squallida (lungi da me utilizzare questo aggettivo con accezione negativa, semplicemente i Dardenne portano su pellicola l'atmosfera della società che desiderano ritrarre) ma sicuramente efficace. Il loro occhio spia Rosetta, soffermandosi su dettagli all'apparenza trascurabili ma sicuramente utili per capire la protagonista e l'ambiente in cui è costretta a vivere: l'ossessiva ripetizione di determinati luoghi o di determinate sequenze, come quella in cui Rosetta recupera l'attrezzatura da pesca, cerca lavoro oppure sistema il furgoncino delle goffres, testimoniano la natura ciclica e soffocante della vita della protagonista, un circolo vizioso dal quale è molto difficile uscire e dove la "tentazione" è sempre dietro l'angolo (quante volte vengono inquadrati cibo e denaro, sempre a portata di mano dell'orgogliosa protagonista che, se volesse, potrebbe rubarli e scappare per non venire mai più ritrovata). E Rosetta, interpretata magnificamente dalla giovane Émilie Dequenne, essendo molto umana non è insensibile alle tentazioni, abbracciate di malavoglia e sempre per cercare di raggiungere i suoi semplici desideri, tanto più dolorose perché ricercate con consapevolezza, tanto più dannose perché il mondo non fa sconti a chi ha un animo puro ed è costretto a cambiare per non soccombere. Questo era vero nel 1999 ed è vero soprattutto oggi, nel 2014, in Italia. Se Rosetta venisse proiettato nelle scuole chissà se il grido "Siamo tutti Rosetta" servirebbe a svegliare il nostro governo com'è servito a svegliare almeno un po' quello Belga nell'anno dell'uscita del film?

Jean-Pierre e Luc Dardenne sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Entrambi belgi, hanno diretto insieme film come Il figlio, L'enfant, Il ragazzo con la bicicletta e il recente Due giorni, una notte. Anche produttori, Jean-Pierre ha 63 anni mentre Luc ne ha 60.


Émilie Dequenne interpreta Rosetta. Belga, ha partecipato a film come Il patto dei lupi e La meute. Ha 33 anni e un film in uscita.


Se Rosetta vi fosse piaciuto provate a recuperare Bread and Roses o Due giorni, una notte. ENJOY!


domenica 16 novembre 2014

Il BollOspite: Metropolis (1927)

Tornano le collaborazioni con La fabbrica dei sogni ed Arwen! Stavolta è toccato a me "sfidarla" a redigere la doppia recensione di un caposaldo come Metropolis, diretto nel 1927 dal regista Fritz Lang.


Trama: in una futuristica società divisa tra poveri operai e ricchi dirigenti, il giovane figlio di un industriale, Freder, si innamora della bella Maria, portavoce di un sentimento di unione tra "braccia e menti". L'inventore Rotwang, deciso a vendicarsi del padre di Freder che gli aveva portato via la donna amata, crea però un automa con le fattezze di Maria e lo usa per sobillare i lavoratori...



Il punto di vista di Arwen...

Eh si, chiedo venia, con colpevole ritardo ho visto Metropolis dopo più di vent'anni di visioni cinematografiche, cospargo il capo di cenere e dico perdonatemi.
Ovviamente come si dice, meglio tardi che mai piuttosto che non vederlo assolutamente meglio aspettare no? Comunque sia ora che siamo in ballo, balliamo!!
Metropolis è entrato nella mia vita come un fulmine a ciel sereno, cambiandola in bene!
Avevo già inquadrato l'opera cinematografica di Fritz Lang e visto alcuni suoi film perchè facendo la Nouvelle Vague mi resi conto che quei registi hanno spolverato la sua filmografia per preservarla nel tempo, siccome mi ispirava ho deciso di percorrere la conoscenza del suo cinema, e ogni tanto guardavo qualche film da lui diretto - e alla fabbrica potete trovare qualche suo film già recensito da me medesima - è inutile dire che come film Metropolis è imprescindibile in ogni collezione che si rispetti, sia per il fatto che è un capolavoro assoluto, sia per la capacità di essere attuale nonostante siano passati 87 anni dalla sua uscita, ma ciò che rende Metropolis affascinante, è il fatto di essere un film muto!!!
Sembra strano vero? Nell'epoca di tanti e roboanti film fracassoni, guardare un film come Metropolis è come prendere un pezzo di storia del cinema e restarne incantati per tutta la durata.
Nonostante ciò credo che Fritz Lang, molto più di altri autori a venire, -  come Kubrick o Tarkovskij, che hanno provveduto a rivoluzionare il genere, rendendolo adulto - abbia diretto un film che trascende il tempo, nel senso che ogni momento per vedere Metropolis è quello giusto, sarà sempre attuale grazie alla visionarietà all'avanguardia all'epoca del suo autore, che poi è stato di ispirazione a parecchi film come diceva anche Bollicina quali Guerre Stellari tra gli altri.
Io vedo Metropolis come il padre della fantascienza moderna, o meglio, come l'antenato dei film del genere, un capolavoro assoluto di un importanza fondamentale che trovare le parole adatte per una recensione è quanto mai un impresa, non ci vogliono voti per un film del genere, ma solo un invito a guardarlo e a collezionarlo, cosa fondamentale per ogni cinefilo che si definisca tale.
In poche parole TUTTI I CINEFILI DEVONO AVERE METROPOLIS NELLA LORO COLLEZIONE, altrimenti non possono essere definiti tali, in qualsiasi formato, in vhs, divx, dvd, non importa vi invito caldamente a guardare questo film, e immergervi nel mondo fantastico creato da Fritz Lang.
Oppure vederlo al cinema, ma ci pensate come sarebbe guardare Metropolis al cinema nel terzo millennio?
Sapete una cosa? Ho già l'acquolina in bocca al solo pensiero.
FILM DA NON PERDERE ASSOLUTAMENTE!!!

...E quello della Bolla!

Come posso io, umile detentrice di un misero blog, anche solo osare parlare di un caposaldo come Metropolis? Semplice, cercando di mettermi nei panni di uno spettatore degli anni '20 e abbandonandomi ad una meraviglia ancora oggi senza tempo, in grado di influenzare pesantemente tutto il cinema che sarebbe venuto dopo, a cominciare da Guerre Stellari, senza tanto ricamare su tecnicismi e significati nascosti di cui, tanto, non capirei nulla. Metropolis è un film semplice nella trama e grandioso nella realizzazione, lo specchio di una società che stava cambiando e che cercava il modo di parlare dei propri problemi attraverso la finzione, la fuga dalla realtà, per non dover vedere riproposte sullo schermo le sue misere condizioni in maniera palese. Ecco dunque che Fritz Lang e Thea Von Harbou creano Metropolis, futuristica città anche troppo somigliante alle caotiche metropoli (appunto!) della mitica America, all'interno della quale ricostruiscono lo squallido ed ingiusto divario tra la bistrattata classe operaia e la ricca classe dirigente, che dall'alto maneggia, decide ed impone senza preoccuparsi delle condizioni precarie in cui sopravvive la maggior parte della popolazione. Nella neonata Repubblica di Weimar era importante che tutti gli aspetti sociali collaborassero per mandare avanti la Nazione ed ecco la necessità, ribadita più volte nel corso di Metropolis, di trovare un mediatore, un Cuore, che unisse il braccio e la mente così da creare una società forte, collaborativa, indistruttibile, in grado di superare le costanti tentazioni che avrebbero affossato il singolo e portato quindi alla morte l'intera comunità (capite ora perché, anche se Metropolis non è assolutamente un film d'ispirazione nazista, quel povero pirla di Hitler se lo fosse guardato ed interpretato per i suoi biechi propositi...). Freder rappresenta così il Cuore, un privilegiato che, dopo aver testimoniato le terribili condizioni dei lavoratori, decide di diventare il mediatore auspicato dall'angelica Maria e portare la pace all'interno di Metropolis; a mettergli i bastoni tra le ruote ci pensa però l'inventore Rotwang, reso folle da un tragico amore che lo ha portato a creare un "uomo macchina" o, meglio, una donna macchina che obbedisce ad ogni suo volere e che lo aiuterà a perpetrare un'egoistica e terribile vendetta che finirà per minacciare l'intera città.
Al di là della storia, è indubbio però che quel che rende ancora oggi Metropolis un capolavoro del genere sono l'impianto incredibilmente visionario e, soprattutto, la favolosa donna-macchina, sia col suo aspetto meccanico che con quello umano. Le immagini sono splendide, le scenografie sono ancora fortemente debitrici dell'espressionismo tedesco (con le sue ombre decise e spigolose) ma già catapultate verso qualcosa di più moderno e "americano" nella sua grandiosità, interamente espressa con degli effetti speciali all'avanguardia e l'utilizzo di uno sterminato numero di comparse. La figura di Maria, come ho detto, calamita tutta l'attenzione dello spettatore, oggi come allora: al di là di un design che ha fatto storia e che è tutt'oggi fuori dal normale (tra l'altro la povera Brigitte Helm indossava un costume fastidiosissimo!), è incredibile il delirante sdoppiamento dell'attrice che passa dall'essere una figura angelicata all'incarnazione stessa della puttana di Babilonia, un essere ultraterreno e pericoloso che da il la ad una delle sequenze più surreali della pellicola, quella in cui la finta Maria danza attorniata dagli occhi (occhi, non sguardi. Occhi! E' incredibile!) lubrichi degli spettatori adoranti, una sequenza eguagliata solo dalla terribile visione in cui Freder vede una semplice macchina trasformarsi in un orribile mostro mangia-operai. Anche l'inquietante aspetto di Rotwang, un perfetto mad doctor, e della terribile spia di Fredersen hanno fatto scuola e ancora oggi conservano inalterata la capacità di turbare gli animi, in quanto determinate caratteristiche sono ormai state codificate nella concezione stessa di "malvagio" o "strano" fino a diventare quasi parte del nostro DNA di spettatori, anche occasionali. Altro non sto a dire, ne hanno parlato fior di critici e di studiosi del cinema; io posso solo consigliarvi, una volta nella vita, di ignorare il bianco e nero, il muto, la lunghezza e di gustarvi un caposaldo cinematografico ancora modernissimo e in grado di stupire!!

Fritz Lang (vero nome Friedrich Christian Anton Lang) è il regista della pellicola e probabilmente ha messo mano anche alla sceneggiatura assieme alla moglie Thea Von Harbou. Originario di Vienna, ha diretto film come Il dottor Mabuse, I nibelunghi, M - Il mostro di Dusseldorf, Il testamento del dottor Mabuse, Il prigioniero del terrore, Il grande caldo, La bestia umana e Il diabolico Dr. Mabuse. Anche produttore e attore, è morto nel 1976 all'età di 85 anni.


Per decenni, tutte le versioni esistenti di Metropolis erano copie accorciate e rimontate del negativo originale incompleto (forse la più famosa è quella del 1984, "colorata" ed accompagnata dallo score di Moroder) ma nel 2008 è stata ritrovata al Museo del Cine Pablo Ducrós Hicken di Buenos Aires una copia integrale del film originale, spedita in Argentina nel 1928. Nel 2010 è stata quindi presentata a Berlino la versione "definitiva" di Metropolis, contenente più o meno 25 minuti di scene ritrovate nella copia argentina e accompagnata dalle musiche originali di Gottfried Huppertz, ed è la versione che ho visto io in DVD. Onestamente, visto che Metropolis è unico nel suo genere, non saprei cosa consigliarvi di vedere se vi fosse piaciuto: provate con dei capisaldi come M - Il mostro di Dusseldorf e Tempi moderni. ENJOY!

venerdì 26 settembre 2014

Il BollOspite: The Butterfly Room - La stanza delle farfalle (2012)

Eccoci arrivati ad un altro appuntamento col BollOspite, che oggi presenta una recensione in tandem con Arwen Lynch (la potete trovare ovviamente anche sul suo blog, La fabbrica dei sogni). Il film stavolta lo ha scelto Arwen e trattasi dell'italianissimo The Butterfly Room - La stanza delle farfalle, diretto e sceneggiato nel 2012 dal regista Jonathan Zarantonello. Contiene qualche SPOILER!


Trama: Ann è una donna solitaria ed educata che ama collezionare farfalle, tenute in una stanza misteriosa. La figlioletta di una vicina di casa scopre a poco a poco che Ann nasconde un oscuro segreto...


Il punto di vista di Arwen....


Guardando questo film ho avuto l'impressione che il regista abbia riunito alcuni nomi del cinema horror del passato, senza dubbio si tratta di un opera cinefila e come spesso accade c'è il modus operandi toccato persino da grandi registi come Tarantino ad esempio. Barbara Steele è unica, per chi come me ha visto le opere di Mario Bava sa a cosa mi riferisco, anche in questo film è inquietante da morire, avete notato il suo sguardo allucinante? E' da pelle d'oca che se ci penso ancora mi vengono i brividi. Il film si costruisce su un piano molto comune, la madre che passa un weekend con il suo nuovo compagno e deve lasciare la sua figlioletta, ma a chi la lascia? Alla vicina dall'aspetto rassicurante, senza contare che spesso sono le persone rassicuranti le più pericolose.Il film è costruito come se lo spettatore guardasse tutto con gli occhi di un bambino, in questo caso Julie, che entra in una storia più grande di lei che non può affrontare da sola, il regista Gionata Zarantorello è capace anche di parlare del passato di Ann, attraverso dei flashback intelligentissimi e mirati nei momenti giusti. Si scopre per esempio la presenza di una bambina che non vedremo mai, tranne quando sarà Julie a scoprirla nella stanza delle farfalle, si scopre il mistero legato alla psicosi di Ann e tanti altri misteri. A questo si aggiungono gli omicidi commessi per nascondere il suo oscuro passato dietro la patina di persona rassicurante accrescendo l'ansia dello spettatore. Da sottolineare la presenza del per me mitico Ray Wise - il Leland Palmer di Twin Peaks - uno degli attori che meriterebbero avere maggior risalto nel cinema. La regia è efficace e per nulla scontata, gli attori ben utilizzati, tranne alcuni che rimangono comprimari, il perno ovviamente è Barbara Steele, ritornata al cinema dopo il suo ritiro e si mangia ovviamente tutti quanti come dice Bollicina. L'orrore spesso risiede nelle cose rassicuranti, quelle che ci ispirano fiducia. La madre della bambina poi l'avrei menata pure io, ma come lasci la tua piccola nelle mani di una sconosciuta e te ne vai col tuo amante? Ma dico si può essere così superficiali? SI perchè il film è anche molto realistico oltre che essere un opera di fiction, e questa è una grande abilità del regista lo dobbiamo dire. Niente male come film italiano avere delle guest star americane che hanno fatto film horror. Sul finale invece mi trovo in disaccordo con Bollicina, non è scontato perchè se tu subisci degli abusi, un giorno potresti rimanerne vittima, quindi la storia si ripete e va avanti...non c'è un happy end consolatorio, quello si sarebbe stato fuori luogo. Il regista non fa un semplice horror, ma cerca di far capire agli spettatori che la follia una volta toccata ti segna per la vita e non ne puoi uscire, che la crudeltà e l'orrore si nascondono sempre in persone di cui in apparenza ti puoi fidare, anche se poi le conseguenze saranno devastanti. Zarantonello dirige un film che scava con una storia abbastanza semplice nel passato del glorioso cinema horror, e lo sa rappresentare in maniera fluida e sincera, e questo per il cinema italiano è già qualcosa di eccezionale non credete?


... E quello della Bolla!

Quando, all'inizio dei titoli di testa, ho visto la dedica in italiano e la scritta "prodotto in associazione con RaiCinema" il mio primo istinto è stato quello di spegnere il televisore, il secondo quello di mandare un messaggio ad Arwen per chiederle se non le avesse dato di volta il cervello viste le mie ultime, orrende esperienze col thriller-horror moderno nostrano (Mandare un messaggio a me? Nooo, Bollicina abbi fede, lo sai che quando tocca a me scelgo sempre delle chicche, e come vedi il film t'è piaciuto, hehehe mai spegnere la tv anche se ci vedi RaiCinema all'inizio N.D.Arwen). Poi ho visto il nome di Barbara Steele e di un altro paio di signore avvezze all'horror (nonché di Ray Wise, ovviamente!) e ho deciso di dare comunque una chance a The Butterfly Room, aggiungerei anche per fortuna. La pellicola di Zarantonello infatti, pur non essendo priva di un paio di forzature, è uno dei thriller più intriganti che mi sia capitato di vedere recentemente, una sorta di ritorno alle atmosfere anni '80-'90 in perfetto stile Il patrigno o La mano sulla culla: la protagonista Ann, infatti, è semplicemente una pazza psicopatica tout-court e uno degli enormi pregi del film è quello di non stare a ricamare troppo su eventuali spiegoni legati al suo passato o a traumi ancora irrisolti. Ann, come nelle migliori favole, è "semplicemente" una strega cattiva, in grado di infliggere le peggiori torture psicologiche ai bambini per puro scopo educativo, egoista al punto da non fermarsi di fronte a nulla pur di ottenere l'oggetto delle sue brame. Tale "oggetto", c'è da dire, conferisce un che di morbosetto alla trama di The Butterfly Room, un perfetto esempio di "innocenza del demonio" che purtroppo rappresenta alla perfezione la mentalità di tante ragazzine (e di tante, indegne madri), disposte a fare qualunque cosa per soldi; anzi, a questi punti mi chiedo se Zarantonello non abbia qualche problema con la figura materna o con quella femminile perché, a parte la piccola Julie, delle donne rappresentate non se ne salva una, tutte pazze, sgualdrine, profittatrici e quant'altro. Qui mi fermo nel raccontare trama e personaggi che, ovviamente, vanno scoperti e gustati a poco a poco.
Il pregio della regia di Zarantonello, invece, è la sua capacità innanzitutto di creare immagini assai eleganti ed evocative (la scoperta del "segreto" della butterfly room del titolo è scioccante e meravigliosa allo stesso tempo) poi quella di sfruttare un montaggio fatto di dissolvenze particolari e ancor più particolari "rewind" che introducono ai pochi, necessari flashback necessari per comprendere la vicenda; i flashback in questione, peraltro, sono frammentari e mescolati al normale scorrere del tempo narrativo, cosa che spinge lo spettatore a guardare The Butterfly Room con particolare attenzione. La fotografia inoltre è molto curata e ciò, assieme agli elementi di cui ho già parlato, concorre ad elevare di molto la pellicola rispetto allo standard italiano moderno dei film di genere. Passiamo ora a quello che più mi ha attratto del film, ovvero l'abbondanza di guest star horror! Come spesso accade, alcune di esse sono ben utilizzate, altre meno. La grandiosa Barbara Steele non ha bisogno di presentazioni: elegante, con quel raffinatissimo accento inglese e quei profondi, inquietanti occhi neri, è la perfetta incarnazione del male e ruba la scena a chiunque le stia accanto, senza caricare un personaggio che, se messo in mano ad un'attrice meno esperta, avrebbe rischiato di trasformarsi in macchietta. Ray Wise, Camille Keaton ed Heather Langenkamp fanno giusto delle comparsate (a parte l'ex Nancy che ha un ruolo più consistente) e, obiettivamente, avrebbe fatto piacere vederli un po' di più, mentre la povera Erica Leerhsen interpreta un personaggio così irritante che verrebbe voglia di vederla morta dopo i primi fotogrammi. Molto brave anche le giovani protagoniste, ognuna a modo suo, in particolare i glaciali sguardi di disprezzo che Julia Putnam lancia nei confronti di chicchessia sembrano proprio veri mentre la piccola Ellery Sprayberry è di una tenerezza disarmante e sul finale spezza il cuore. A proposito del finale, forse giusto quello ho trovato un po' forzato, non tanto per l'"evoluzione" del personaggio della Langenkamp ma piuttosto per una situazione familiare a dir poco improbabile. Ciò non toglie, ovviamente, che The Butterfly Room è un film pregevolissimo che vi consiglio assolutamente di recuperare!!


Di Barbara Steele (Ann), Ray Wise (Nick) e P.J. Soles (Karen) ho già parlato ai rispettivi link.

Jonathan Zarantonello (vero nome Gionata Zarantonello) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato a Vicenza, ha diretto film come Medley - Brandelli di scuola e il corto Alice dalle 4 alle 5. Anche attore, responsabile degli effetti speciali e produttore, ha 35 anni.


Erica Leerhsen interpreta Claudia. Americana, ha partecipato a film come Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2, Non aprite quella porta e a serie come I Soprano, Alias, Ghost Whisperer e CSI: Miami. Anche produttrice, ha 38 anni.


Heather Langenkamp interpreta Dorothy. Indimenticabile Nancy in Nightmare - Dal profondo della notte, Nightmare 3 - I guerrieri del sogno e interprete di sé stessa in Nightmare - Nuovo incubo, la ricordo anche per film come Sotto shock; inoltre, ha partecipato a serie come Genitori in blue jeans. Anche produttrice e regista, ha 50 anni e due film in uscita.


Camille Keaton interpreta Olga. Americana, ha partecipato a film come Cosa avete fatto a Solange?, Non violentate Jennifer e Le streghe di Salem. Ha 67 anni e quattro film in uscita.


Nel film a un certo punto compare anche Joe Dante, ovvero il tassista a cui Claudia chiede se è davvero troppo vecchia per indossare certi abiti. The Butterfly Room non è, come si dice nei credits, basato sul romanzo Alice dalle 4 alle 5 (che, di fatto, non esiste) bensì sul corto che porta lo stesso titolo, sempre diretto da Jonathan Zarantonello. Se il film vi fosse piaciuto magari recuperatelo! ENJOY!


sabato 30 agosto 2014

Fabbrica dei Sogni Day

In verità il DAY era giovedì ma avevo già un paio di post in programma e non sono riuscita degnamente ad onorare i 6 anni del blog di Arwen, La fabbrica dei sogni.
Purtroppo di recensire un film in così breve tempo non se ne parla e la classifica personale dei migliori film usciti tra il 2008 (anno di nascita del blog) e il 2013 era già stata pubblicata parzialmente QUI... quindi ho deciso di fare gli auguri a La fabbrica dei sogni sfruttando un'altra delle passioni di Arwen e tirando fuori dal cappello una canzone che all'età di 8 anni mi aveva fatta letteralmente impazzire (mentre il meraviglioso film da cui è tratta, ovvero il primo Batman di Tim Burton, l'avrei conosciuto ovviamente qualche anno dopo, al momento del passaggio televisivo).

Auguroni dunque ad Arwen e alla Fabbrica dei sogni! Auguri e... get the funk up!!!

mercoledì 27 agosto 2014

Il Bollospite: La notte del demonio (1957)

Tornano le recensioni in tandem con Arwen de La fabbrica dei sogni! Stavolta è toccato a me scegliere e, complice la visione di Drag Me to Hell e un paio di scambi di messaggi con il buon Roberto E. D'Onofrio, ho deciso di parlare di La notte del demonio (Night of the Demon), diretto nel 1957 dal regista Jacques Tourneur e tratto dal racconto L'incantesimo delle rune di M.R. James. Ovviamente, la recensione potete leggerla anche QUI.


Trama: Lo scettico Dr. Holden si ritrova invischiato nelle indagini riguardanti un culto satanico capeggiato dall'ambiguo Dr. Karswell e viene colpito da una terribile maledizione che rischia di lasciargli solo tre giorni di vita...


Il punto di vista di Arwen...

Ragazzi che film!!! Innanzitutto ringrazio la mitica Bolla per avermelo fatto conoscere, il film l'ho visto ieri e sono rimasta molto colpita dalla capacità di Jaques Tourneur, di creare tensione e inquietudine ad ogni inquadratura.
E' difficile fare un buon film horror, ma dobbiamo tenere in considerazione che il film è degli anni 50, e seppur girato con i mezzi a disposizione di allora - non c'era ovviamente la tecnologia di oggi, che in parte ha snaturato di molto il genere - c'è molta capacità di creare la giusta tensione in un horror che si rispetti.
Il film viaggia a metà strada su scienza e magia, e presenta due personaggi all'opposto che si scontrano su degli avvenimenti che non possono essere presi con razionalità.
Il personaggio del mago ovvero Karswell è quello che mi ha colpito maggiormente, incarna la figura della persona pericolosa che si scontra con lo scettico scienziato, Dr Holden che lo crede un ciarlatano.
Sarà un gioco da caccia al gatto con il topo, mentre il mago riesce con astuzia a mettere in luce le sue facoltà e a prendere per il naso Holden, quest'ultimo deve far luce sugli strani avvenimenti che hanno causato la morte dello zio di una giovane, che anche lei vuole vederci chiaro.
Sin dall'inizio il regista ci mostra che i fatti messi in luce hanno qualcosa di sovrannaturale, è lo scienziato che non crede in esso, e nel suo scetticismo, non si accorge che è già dentro un gioco più grande di lui.
Gli avvenimenti inspiegabili narrati nel film svolgono un azione sorprendente e repentina, Karswell, è imprevedibile, non è possibile giocare d'astuzia con lui, Holden si renderà conto che non basta la razionalità per far luce sul mistero della morte del collega, nonchè zio di una giovane ragazza che gli ha chiesto esplicitamente di cercare di scoprire cosa è accaduto.
Nel film c'è un lavoro di regia magistrale e attento, Jaques Tourneur lo conoscevo perchè anni fa vidi un altro bellissimo film, Il Bacio della pantera, che spero di recensire presto.
Tourneur è molto bravo a sottolineare questo mix tra razionalità e irrazionalità, tra ciò che si può spiegare, e ciò che non si può spiegare, e si cela in eventi incomprensibili che hanno qualcosa di occulto.
Nel finale però, si capisce un altra cosa, ben più incredibile perchè non se lo aspetta nessuno, perchè Holden smette di essere razionale, e comincia a vedere le cose in un altro modo, e qui il destino gioca a suo favore, ma non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa, dico soltanto che questo è un grandissimo film, che ahimè non sapevo nemmeno della sua esistenza.
Un capolavoro punto.
Ringrazio ancora l'amica Bolla sia per avermi proposto di recensire insieme questo film, sia per avermelo fatto conoscere, perchè ho di fatto aggiunto un altro cult alla lista dei miei film horror preferiti, e il che non è poco.

In conclusione, il film è tutto giocato sull'intelligenza e l'imprevedibilità,  in maniera ambigua in cui lo spettatore cerca in un modo o nell'altro di indovinare cosa succede dopo, rendendolo partecipe al film, e questo signori miei succede raramente, molto raramente.


... E quello della Bolla!

Girato negli anni '50, La notte del demonio è un perfetto esempio di come non siano il sangue o gli effetti speciali a fare un buon horror, ma l'atmosfera e il sapiente uso di una regia in grado di giocare con i dettagli, le luci e le ombre in modo da coinvolgere e confondere lo spettatore. La notte del demonio non offre infatti facili risposte ed è volutamente ambiguo sia per quel che riguarda la sua realizzazione sia per la storia raccontata, un thriller sovrannaturale dove la magia e la demonologia si mescolano alla scienza e alla psicologia, mettendo in scena uno scontro vecchio di decenni. La sequenza iniziale non lascerebbe spazio a dubbi riguardo alla natura "magica" degli eventi che accadono nel corso del film, tuttavia lo spettatore può tranquillamente scegliere se schierarsi dalla parte del Dr. Holden e ritenere il tutto frutto di una suggestione in grado di evocare orribili visioni oppure dalla parte del Dr. Karswell, dal sembiante pacioso e demoniaco al tempo stesso, abile stregone o forse ancor più abile ciarlatano: d'altronde, com'è noto e come viene ripetuto più volte nel corso della pellicola, la magia  (e questo vale anche per quella cinematografica) funziona solo se la gente crede in essa e tutto, in La notte del demonio, congiura per cancellare ogni parvenza di scetticismo e per lasciare quindi i protagonisti alla mercé di un'incomprensibile (ir)realtà. Mentre le "coincidenze" mortali si affastellano l'una sull'altra il Dr. Holden viene schiacciato da una cappa di progressiva diffidenza che gli impedisce di discernere gli alleati dai nemici e che lo costringe ad allargare i suoi limitati (per quanto vasti) orizzonti cognitivi onde lasciare uno spiraglio da cui possano entrare anche quei concetti che superano la scienza, tuttavia la particolarità di La notte del demonio è che, fino all'ultimo, il protagonista non dichiarerà di credere perché, tante volte, "è meglio non sapere", come viene ribadito in uno dei finali più moderni e mozzafiato della storia del Cinema.
Dopo quasi 60 anni La notte del demonio riesce a mettere ansia anche grazie alle immagini, ovviamente. Non tanto per quelle che mostrano l'inquietante Bestia che perseguita le vittime della maledizione (immagini volute dal produttore Hal E. Chester, non da Tourneur, e aggiunte pare all'insaputa del regista), quanto per le riprese di dettagli apparentemente insignificanti, per l'oscurità che sembra sempre sostare a pochi centimetri dagli attori, pronta a ghermirli (come la mano di Karswell che, in una sequenza particolarmente riuscita, insegue Holden senza che lui se ne accorga), per la roboante musica carica di tensione che si alterna ad un fischiettio quasi innocente, per quelle spaventevoli nuvole che sembrano squarciare il cielo e anche la pellicola, lo schermo, come se il Demonio stesse venendo a prendere proprio noi. Sfortunatamente, non ho potuto guardare La notte del Demonio in lingua originale ma ho apprezzato ovviamente la prova di tutti gli attori coinvolti. Dana Andrews non si scompone mai e ha sempre quei capelli perfettamente pettinati di chi si mantiene granitico anche davanti al terrore dell'inspiegabile e Peggy Cummins non è la solita damsel in distress ma si propone come un valido modello di donna forte, sicura e in grado di mettere una pezza laddove la sicumera dell'uomo (per di più "scienziato") farebbe solo casini ma il migliore di tutti è senza dubbio Niall McGinnis, che interpreta il Dr. Karswell. Il caratterista irlandese riesce a dar vita ad un personaggio complesso e pieno di sfumature, terrificante in una scena e apparentemente innocuo in quella dopo, talmente imprevedibile che spesso mi sono ritrovata a temere per la vita della vecchia madre impicciona, un elemento bizzarro in grado di stemperare con un pizzico d'ironia una vicenda altrimenti fosca e assai paurosa. Detto questo, cospargo il capo di cenere per aver aspettato così tanti anni a guardare un capolavoro come La notte del demonio e lo consiglio spassionatamente a tutti gli amanti dell'horror e del buon cinema!

Jacques Tourneur è il regista della pellicola. Francese, ha diretto film come Il bacio della pantera, Ho camminato con uno zombi, Il clan del terrore ed episodi delle serie Bonanza e Ai confini della realtà. Anche attore, è morto nel 1977 all'età di 73 anni.


La notte del demonio (che negli USA è conosciuto come Curse of the Demon e non Night of the Demon) è talmente seminale da essere stato citato anche in Science Fiction/Double Feature, canzone di apertura del Rocky Horror Picture Show, dove viene detto che "Dana Andrews said prunes gave him the runes, but passing them used lots of skills". Sempre a proposito di Dana Andrews, l'attore sarebbe poi tornato a collaborare con Tourneur ne La piovra nera. Se La notte del demonio vi fosse piaciuto, guardatevi il già citato omaggio di Sam Raimi, Drag me to Hell, e ovviamente capisaldi come Rosemary's Baby, The Wicker Man e Il bacio della pantera. ENJOY!


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