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martedì 11 luglio 2023

Indiana Jones e il quadrante del destino (2023)

Potevo forse perdermi Indiana Jones e il quadrante del destino (Indiana Jones and the Dial of Destiny), diretto e co-sceneggiato dal regista James Mangold? Ovviamente no. Zero spoiler, prometto.


Trama: raggiunta l'età della pensione, Indiana Jones viene avvicinato dalla figlia di un suo vecchio amico, che lo trascinerà in un'avventura in mezzo a nazisti ed invenzioni pitagoriche...


Lo dico e lo ripeto: che susse siamo diventati noi spettatori. Ma da una parte, per carità, è meglio così. Indiana Jones e il quadrante del destino è stato talmente asfaltato dalla "critica" che sono partita prevenutissima con questo ultimo capitolo della saga, nonostante non sia una di quei fan che conoscono a memoria e citano ogni film della trilogia tranne il quarto (per me questa cosa vale solo con Il tempio maledetto, ma sono in minoranza visto che lo odiano persino i coinvolti). Mi aspettavo una ciofeca e, come sempre accade in questi casi, avendo le aspettative a terra mi sono sorpresa davanti a un film gradevolissimo e divertente che, con un po' di fortuna, metterà definitivamente fine alle avventure di Indiana Jones. Questa consapevolezza, probabilmente, ha viziato la mia percezione dell'opera, lo ammetto. Se già in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo il protagonista era invecchiato e si scagliava contro i giovinastri irrispettosi incarnati dal "simpaticissimo" Mutt, pagando il contrappasso di avere perculato papà Sean Connery nel capitolo precedente e ritrovandosi nei panni di matusa rincoglionito, qui abbiamo un professor Jones in pensione, divorato dalla solitudine, amaro come l'alcool in cui affoga i suoi dispiaceri, a volte persino vittima di quello sguardo tra il sorpreso e lo spaventato degli anziani (una bambina nel pubblico mi ha spezzato il cuore dicendo che uno dei cattivi non le piaceva perché "picchia i vecchietti". Amore pulcetta, ma ci rendiamo conto che per lei quel gran figo di Ford è un vecchietto?). Indy è un uomo arrivato al capolinea, ed è terribile il contrasto tra la sequenza iniziale (che, grazie alla CGI, ce lo mostra giovane e aitante a fare il mazzo ai nazi) e quella in cui, mutanda flappa d'ordinanza, intima al vicino capellone di abbassare la musica; è un uomo che, a differenza dell'Indy che rideva in faccia alla morte ne I predatori dell'arca perduta, spende una lacrima per ogni persona conosciuta o amico che fa una brutta fine, perché ognuna di queste morti lo rende più solo e più vicino alla sua dipartita. Onestamente, questo è uno degli aspetti che più ho apprezzato del film, perché non avrei tollerato un settanta-ottantenne che saltella e si spara pose da cinico marpione come se non fossero passati più di quarant'anni dal suo esordio, e trovo anche giusto che la motivazione principale che lo spinge a farsi coinvolgere dalla giovane Helena sia quella di levarsi presto dalle balle l'incombenza e tornare a piangersi addosso in tranquillità.


Siccome ho nominato Helena, un paio di accenni sulla trama. Indiana Jones e il quadrante del destino è il tipico film avventuroso, "alla Indiana Jones" appunto, dove i personaggi vagano per il globo alla ricerca di manufatti protetti da ingegnose trappole/indovinelli onde evitare che il villain di turno se ne impossessi. E' la cifra stilistica della serie, per quanto mi riguarda, solo che stavolta l'azione è quasi tutta nelle mani della new entry Helena; quest'ultima è un personaggio che evolve, presentandosi inizialmente come un'archeologa/collezionista di manufatti antichi senza scrupoli, in aperto contrasto con le idee più filantropiche di Indy, e piano piano riscopre una sorta di etica, se non addirittura un cuore, che la rendono meno monodimensionale di quanto non appaia all'inizio. Il fulcro della trama, però, non è lo scontro generazionale, quanto piuttosto il contrasto tra chi non accetta di fare ormai parte di un'altra epoca e ancora vive legato a fasti passati che non torneranno mai, e chi sceglie di fare tesoro del passato ma senza lasciarsi dominare da esso, un contrasto che trova compimento nella presenza di un artefatto strettamente legato al tempo e, anche, nella natura stessa di Indiana Jones e il quadrante del destino. Guardando il film, infatti, non si percepisce alcuna voglia di rilanciare il franchise, quanto piuttosto quella di farlo diventare una sorta di omaggio riaggiornato (e remunerativo, certo) a quarant'anni di avventure di un'icona cinematografica. Al di là dei riferimenti espliciti e degli easter egg sparsi qui e là, ci sono intere sequenze ad omaggiare lo stile di Spielberg quando si approcciava alla saga (ma anche a quello delle sue produzioni più iconiche, soprattutto i Goonies, citato più di una volta), tra inseguimenti mozzafiato su vari mezzi di locomozione ed insidiosi ambienti zeppi di trappole, e persino alcuni giochi di luce ed ombre sono simili; nonostante ciò, Mangold e soci sono riusciti a far sì che il film mantenesse una sua personalità e hanno evitato di ricalcare pedissequamente le opere che lo hanno preceduto e trasformarlo in un remake/plagio fatto e finito, com'è successo, per esempio, con il secondo tempo di Ghostbusters Legacy.


E poi, vabbé, come ho scritto all'inizio del post io sono di parte. Harrison Ford, col tempo, è arrivato ad assomigliare un casino al mio papà, sia per il sembiante che per la faccia scazzata di chi ha sempre un po' la bestemmia in canna perché la gente gli spacca i marroni, e vederlo guidare il tuctuc ha rischiato di uccidermi in mezzo alla sala, perché uno dei mezzi di ordinanza di padre è l'Ape Piaggio, mezzo di locomozione tipico dei vegi di campagna. Quindi sì, ogni volta che vedevo Jones sperso, perplesso, triste, mi veniva in mente papà e mi si spezzava il cuore, e ogni suo trionfo o rivincita da old man sono stati una gioia per lo stesso motivo. Lo so che è un punto di vista stupido, da ragazzina immatura, ma credo che il cinema sia soprattutto questo, farsi trasportare dalle emozioni più varie, tornare bambini per una sera, dividersi tra il rimpianto per quel gran figo che era Harrison Ford e l'amore per questo arzillo ottantenne, perdendo quella voglia di criticare sempre e comunque, tipica del nostro tempo. Poi se volete vi dico che quel bambino mostruoso che hanno appioppato ai protagonisti non ha un grammo del carisma dell'amatissimo Shorty, che le scene ambientate in Italia sono il trionfo dello sterotipo tossico, che la presenza di Banderas è uno spreco di denaro e carisma, che le motivazioni del villain sono di una banalità sconcertante e che Helena si definisce bene solo da un certo punto in poi, ché all'inizio secondo me la sceneggiatura non sapeva bene quale carattere darle, ma tutto scompare davanti allo score di John Williams, agli schiocchi di frusta e a quel piccolo bacio dato sul gomito, che ha lasciato me e i miei compagni di visione in lacrime commosse. Dite quel che volete su Indiana Jones e il quadrante del destino ma, per quanto mi riguarda, old man Indy batte gli alieni 10 a 0. 
P.S. Magari andatelo a vedere in v.o., se potete. Il doppiaggio italiano ci mette almeno dieci minuti ad entrare in sincrono coi movimenti labiali dei personaggi, tanto che all'inizio mi veniva voglia di strapparmi le orecchie, e Gammino ormai biascica un po', santa creatura. Ho riso più per le varie interpretazioni che gli spettatori attorno a me davano di "wombato" che per le gag del film, ma qui magari trattasi di ignoranza del pubblico, non di pronuncia strascicata.  


Del regista e co-sceneggiatore James Mangold ho già parlato QUI. Harrison Ford (Indiana Jones), Antonio Banderas (Renaldo), Karen Allen (Marion), John Rhys-Davies (Sallah), Thomas Kretschmann (Colonnello Weber), Toby Jones (Basil Shaw), Boyd Holbrook (Klaber) e Mads Mikkelsen (Dr. Voller) li trovate invece ai rispettivi link. 

Phoebe Waller-Bridge interpreta Helena. Inglese, ha partecipato a film come Albert Nobbs, The Iron Lady, Solo: A Star Wars Story e a serie quali Fleabag. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 38 anni e un film in uscita. 


Se Indiana Jones e il quadrante del destino vi fosse piaciuto, neanche a dirlo, recuperate tutti gli altri film della saga! ENJOY!
 

venerdì 14 maggio 2021

L'apparenza delle cose (2021)

Volevo cominciare il recupero dei vari Saw ma purtroppo sul mio Prime il capostipite non c'è (arcano risolto: lo trovo solo cercando da PC, non da smartbox. Vabbé.) quindi ho ripiegato su L'apparenza delle cose (Things Heard and Seen), diretto e sceneggiato dai registi Shari Springer Berman Robert Pulcini a partire dal romanzo omonimo di Elizabeth Brundage.


Trama: i Claire e la loro figlioletta si trasferiscono in una casa in campagna e lì la famiglia comincia a sfasciarsi, vittima di strani fenomeni...


Due ore di film e non mi sono addormentata, è già qualcosa. Questo per dire che L'apparenza delle cose, anche se effettivamente è un po' moscerello a livello di horror tout court e spaventi nonché, senza ombra di dubbio, rallentato nel ritmo da una quantità di episodi evitabilissimi, è comunque un film capace di tenere desta l'attenzione e di invogliare lo spettatore a capire dove andrà a parare questa strana storia di presenze fantasmatiche che, per inciso, potevano anche non esserci. Pensate a un Amityville Horror (citato a piene mani) col freno tirato, dove le presenze compaiono quanto basta per giustificare la definizione di thriller sovrannaturale nonché l'orribile finale sul quale poi tornerò, e avrete un'idea di cosa aspettarvi guardando L'apparenza delle cose. Il quale, in effetti, nella prima parte dà ad intendere che i fantasmi della nuova dimora della famiglia Claire saranno fondamentali per lo sviluppo della trama, non fosse che i protagonisti sono una coppia già destinata allo sfascio e priva di amore fin da subito, due personaggi di cui uno andrebbe messo al rogo (il marito Charlie) e l'altro insignito del premio "Genio!" per il modo in cui decide di agire con imbarazzante mancanza di tempismo, quindi non serviva la mano spiritica per buttarli oltre il ciglio della rupe; certo, l'aldilà diventa fondamentale negli ultimi dieci minuti, ma per il resto potevano anche non scomodarlo. Diciamo che il "bello" del film è capire quanto Charlie sia, per l'appunto, solo apparenza e quanto ci metterà Catherine ad aprire gli occhi e mandarlo a stendere come merita, visto che del mistero che circonda la casa se ne disinteressano persino gli sceneggiatori a un certo punto, e sicuramente sono più inquietanti i vivi dei morti.


Ma come ho detto, bisogna pagare la quota sovrannaturale e tutto quello che è stato trattenuto nel corso del film deflagra in un finale che dovrebbe fare vergognare chiunque abbia mai definito kitsch Al di là dei sogni oltre che privare lo sceneggiatore di Estraneo a bordo del titolo di "peggior inventore di maccosa cinematografici"; nulla può, infatti, il clandestino imbullonato contro l'assioma "il bene vince sempre", incarnato in una cretinissima ed inverosimile vendetta postuma davanti alla quale il bene in questione ci fa proprio una magra figura. Arrivata fin qui, mi rendo conto di non avere scritto cose che possano invogliare alla visione di L'apparenza delle cose, ed è un peccato perché per una serata senza troppe pretese è un film perfetto, quindi potrei inserire qualche elemento positivo spendendo delle belle parole per Amanda Seyfried, sempre elegante e scazzatella (ma fatela esplodere di rabbia di più, non ricordate quella meravigliosa scena in Twin Peaks - Il ritorno?), perfetta per il personaggio di Catherine, oppure parlare della gioia di avere rivisto l'adorata Karen Allen, che purtroppo rischiate di perdervi per strada visto quanto poco è incisivo il personaggio che interpreta; parlando di attori, però, mi tocca anche sottolineare quanto, tirata fuori da Stranger Things, "Nancy Wheeler" sia poco meno di una cagna maledetta, ma forse è anche colpa della fondamentale inutilità e pedanteria della giovane Willis, che serve solo ad anticipare (se ce ne fosse bisogno) quanto è stronzo Charlie. Insomma, vai a sapere perché non mi sono addormentata e mi sono anche divertita a guardare questo film. Recuperatelo con moltissima calma e fatemi sapere se riuscite a capire cosa mi ha preso!


Di Amanda Seyfried (Catherine Claire), Karen Allen (Mare Laughton) e F. Murray Abraham (Floyd DeBeers)  ho già parlato ai rispettivi link. 

Shari Springer Berman e Robert Pulcini sono i registi e co-sceneggiatori della pellicola. Americani, sposati dal 1994, hanno diretto film come American Splendor, Il diario di una tata, Un perfetto gentiluomo, Imogene e 10,000 Saints. Anche produttori e attori, hanno lei 58 e lui 57 anni.


James Norton
interpreta George Claire. Inglese, ha partecipato a film come Turner, Flatliners - Linea mortale, Piccole donne e a serie come Doctor Who e Black Mirror. Anche produttore, ha 36 anni. 


Natalia Dyer
interpreta Willis. Conosciuta come la Nancy di Stranger Things, ha partecipato a film come Velvet Buzzsaw. Ha 26 anni.


Se L'apparenza delle cose vi fosse piaciuto recuperate Amityville Horror, Changeling e Ballata macabra. ENJOY!

martedì 8 marzo 2016

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008)

Per il momento siamo arrivati alla fine, la disamina su Indiana Jones si conclude oggi con Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull), diretto nel 2008 dal regista Steven Spielberg.


Trama: sopravvissuto per miracolo ad un'imboscata dei servizi segreti russi, Indiana Jones si ritrova a dover aiutare il giovane Mutt, legato ad un vecchio amico dell'archeologo, scomparso durante la ricerca di un fantomatico Teschio di cristallo...



Andare al cinema nel 2008 per assistere al ritorno, dopo 20 anni, del meraviglioso ed iconico Indiana Jones era stato un trionfo di emozioni e, allo stesso tempo, uno shock. Passano gli anni ma Indy è sempre lo stesso, piacione, sbruffone e incredibilmente avventuroso, tuttavia è cambiato il cinema, molte cose sono già state mostrate, all'innocenza si è sostituita l'esperienza e conseguentemente gli autori devono cercare di stupire le nuove generazioni "coccolando" allo stesso tempo quelle vecchie. Nel caso di Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo l'operazione nostalgia/rinnovamento è riuscita per metà: le gag interamente giocate sulla "vecchiaia" di Indy, sul rapporto tra il Professor Jones e una nuova generazione di avventurieri scapestrati, la consapevolezza di essere diventato un "matusa" nonostante l'immutata figaggine sono l'elemento vincente della pellicola e fa quasi effetto, a chi è cresciuto con la saga, vedere il protagonista nelle stesse condizioni in cui si era ritrovato Sean Connery nel film precedente. Purtroppo, non è altrettanto valida la trama imbastita da David Koepp e George Lucas, nonostante l'abbia trovata meno sconcertante di quanto ricordassi. Il "momento frigorifero", l'equivalente per molti detrattori del "salto dello squalo" di Happy Days, non è più esagerato del tuffo con gommone dall'aeroplano visto in Indiana Jones e il tempio maledetto, piuttosto ho trovato fastidioso il pesante elemento alieno che fa da perno all'intera vicenda, soprattutto perché, come sempre, vengono mostrati degli extraterrestri molto attivi nelle epoche passate ma incapaci di venire a recuperare i loro simili rimasti bloccati sulla Terra, alieni che un tempo portavano conoscenza e negli anni '50 solo un incredibile scazzo cosmico. Possibile non ci fosse nessun altro mito da sviscerare nell'epoca in cui è ambientata la pellicola? Mah.


Per il resto, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo riconferma l'alto standard qualitativo della saga, almeno dal punto di vista tecnico, con Spielberg che si diverte come un matto a seguire con la macchina da presa i protagonisti nelle loro rocambolesche avventure, tra rapide mozzafiato, templi zeppi di trappole, inseguimenti estenuanti e tutti quegli elementi che rendevano i vecchi Indiana Jones dei veri gioiellini. Per quel che riguarda gli attori, Harrison Ford si diverte nei panni del protagonista e si vede, maneggia la frusta e calza il cappello con la stessa guascona disinvoltura di parecchi anni prima e il suo fascino è rimasto intatto, mentre Karen Allen è sempre adorabile e si riconferma LA Indiana Girl per eccellenza, l'unica capace di tenere testa a Ford. Accanto alla Indy Girl stavolta è stata inserita anche una nemesi al femminile impersonata nientemeno che da Cate Blanchett, a dire il vero un po' sprecata all'interno di un film d'azione come questo, e un Shia LaBeouf ancora poco famoso ma già dotato di una discreta personalità, perfetto contraltare "CCioFFane" alla "vecchiaia" (e chiamiamola così...) di Harrison Ford. Poco memorabile, invece, John Hurt nei panni di un vecchio professore amico di Indy e Karen, costretto per metà film a recitare il ruolo del demente armato di teschio di cristallo ed impegnato in improbabili conversazioni telepatiche con lo stesso. Ma forse il mio giudizio impietoso su quest'ultimo punto è dovuto alla mia ormai riconosciuta avversione verso l'alieno utilizzato come mezzo improprio per ravvivare trame che non si sa come portare avanti: ho avuto da ridire con l'amato Stephen King quindi perché non con Spielberg e Lucas, ai quali voglio bene (soprattutto a Spielberg) ma non ai livelli del Re? Appunto. Ho un po' di paura all'idea di cosa potrebbe riservare il quinto Indiana Jones, di cui ancora oggi si parla con insistenza, e con questo pensiero inquieto vi lascio... alla prossima saga!


Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUIHarrison Ford (Indiana Jones), Cate Blanchett (Irina Spalko), Karen Allen (Marion Ravenwood), Shia Labeouf (Mutt Williams), Ray Winstone ("Mac" George Michale), John Hurt (Professor Oxley), Jim Broadbent (Rettore Charles Stanforth) e Andrew Divoff (uno dei soldati russi) li trovate invece ai relativi link.


Tra gli altri attori segnalo la presenza di Neil Flynn, il perfido "janitor" di Scrubs, qui nei panni dell'agente Smith, mentre sia Sasha Spielberg che Chet Hanks, rispettivamente figli di Steven Spielberg e Tom Hanks, hanno dei piccoli ruoli. A Sean Connery invece era stato proposto di partecipare al film tornando nei panni Henry Jones Sr. ma ha rifiutato, troppo impegnato a gustarsi il suo meritato ritiro dalle scene, mentre il rifiuto di John Rhys-Davies nel tornare come Sallah è stato pienamente giustificato dal desiderio di non limitarsi ad un beve cammeo durante la sequenza del matrimonio. Detto questo, se vi è piaciuto Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo recuperate Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta, Indiana Jones e il tempio maledetto Indiana Jones e l'ultima crociata. ENJOY!

mercoledì 2 marzo 2016

I predatori dell'arca perduta (1981)

A partire da oggi e (si spera, salvo interruzioni) per i prossimi tre giorni parlerò di un'altra delle saghe che hanno accompagnato nella crescita i figli degli anni '80, ovvero quella dedicata all'archeologo - avventuriero Indiana Jones. Si comincia con I predatori dell'arca perduta (Raiders of the Lost Ark), diretto nel 1981 dal regista Steven Spielberg.


Trama: su richiesta dell'intelligence americana, l'archeologo e avventuriero Indiana Jones si mette alla ricerca dell'Arca dell'alleanza per strapparla dalle grinfie dei nazisti, intenzionati a sfruttarne il potere...



Come Star Wars, anche la saga di Indiana Jones nasce dalla fervida mente di George Lucas, che voleva riportare su grande schermo lo spirito dei serial cinematografici anni '30 e '40. Dovete infatti sapere che all'epoca, per invogliare la gente ad andare al cinema, prima del film venivano proiettati gli antenati dei telefilm, brevi avventure settimanali che si concludevano sempre con un cliffhanger, ovvero una situazione "sospesa" che sarebbe stata risolta la settimana seguente; gli ingredienti di questi serial erano dunque pericolo, mistero, intrighi e, soprattutto, tanta avventura. I predatori dell'arca perduta, in questo senso è avventura pura, e non ci si può sbagliare, fin dalle prime scene. Indiana Jones lo conosciamo durante una spedizione quasi portata a compimento quando, in una lunga sequenza introduttiva passata giustamente alla storia del Cinema, si impossessa di un tesoro nascosto ed è costretto poi ad una fuga rocambolesca resa ostica da tutte le trappole celate all'interno di una caverna. Il recupero del tesoro, la fuga, la sconfitta per mano di un nemico senza scrupoli, il pericolo di una situazione quasi mortale e il successivo riscatto sono le cifre stilistiche di tutti i film in cui Indiana Jones è protagonista e I predatori dell'arca perduta le codifica alla perfezione presentandoci tutti i pregi e i difetti del personaggio principale, rendendocelo subito simpaticissimo anche in virtù della sua profonda "scorrettezza" e strafottenza di fronte ai nemici. La ricerca dell'arca dell'alleanza è solo una scusa per infilare Indiana in una serie di concitate mini-avventure che, come in una caccia al tesoro che si rispetti, coprono diverse zone del pianeta e prevedono parecchi spostamenti, enigmi da risolvere, nemici da affrontare; la nemesi del professor Jones (sì, Indiana è anche un professore universitario, molto amato dalle sue allieve, chiamale sceme) rispecchia l'epoca nella quale si muove il personaggio, gli anni appena prima della seconda guerra mondiale, ed ecco che, accanto a pochi ma fidati alleati, abbiamo quindi gruppi di folli e sadici nazisti pronti a cercare i manufatti più improbabili, capaci di dare maggior potere al Fuhrer.


Siccome erano anni che non vedevo I predatori dell'arca perduta, forse il film della saga che ho guardato meno (tolto ovviamente Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, visto una sola volta), mi sono ritrovata a stupirmi non tanto di fronte alla consapevolezza di quanto la pellicola sia invecchiata bene, sia in termini di storia che di effetti speciali, quanto davanti alla "cattiveria" di cui è permeata. Indiana Jones spara agli uomini armati di spada e ne fa saltare in aria altri a rischio di uccidere la povera Marion e in generale il body count della pellicola appare fin dall'inizio parecchio elevato, con pericoli mortali che piovono addosso ai protagonisti da ogni anfratto (non parliamo solo di nazisti ma anche di indigeni ostili, scimmie insidiose e soprattutto serpenti, bulaccate di serpenti!); di fronte a questa tensione mirabilmente mascherata da film avventuroso, capirete bene come non ci si possa annoiare davanti a I predatori dell'arca perduta e anche lo spietato finale "sovrannaturale" contribuisce molto a radicare nella memoria la pellicola come esempio di un'epoca in cui i film per ragazzi non andavano tanto per il sottile (giustamente, aggiungerei!). Certo, nulla a che vedere con Indiana Jones e il tempio maledetto ma anche I predatori dell'arca perduta si difende molto bene. E si difende anche e soprattutto in virtù di attori favolosi, in primis un Harrison Ford indimenticabile e perfetto per il ruolo (come ben sa Lazyfish preferisco Indiana Jones a Han Solo!!), talmente affascinante che i duetti tra lui e Karen Allen diventano una gioia per gli occhi e per le orecchie, intrisi come sono di frecciatine, battute storiche (It's not the years, honey, it's the mileage) e complicità. Indimenticabili sono anche John Rhys-Davies nei panni di Sallah e l'inquietantissimo Ronald Lacey, che col suo Maggiore Arnold Toth avrà sicuramente popolato gli incubi di più di un ragazzino. Insomma, la magia della premiata ditta Lucas/Spielberg è riuscita a non esaurirsi in 35 anni e sospetto che continuerà a brillare ogni volta che qualcuno deciderà di guardare I predatori dell'arca perduta, godendoselo fino in fondo come se fosse la prima volta!

Damn right I shot first!! XD
Del regista Steven Spielberg ho già parlato QUI. Harrison Ford (Indiana Jones), Karen Allen (Marion Ravenwood), John Rhys-Davies (Sallah) e Alfred Molina (Satipo) li trovate invece ai relativi link.

Paul Freeman interpreta René Belloq. Inglese, ha partecipato a film come Shanghai Surprise, Piccolo grande amore, Power Rangers - Il film, Squillo, Hot Fuzz e a serie come Le avventure del giovane Indiana Jones e E.R. - Medici in prima linea. Anche sceneggiatore, ha 73 anni e due film in uscita.


I retroscena de I predatori dell'arca perduta sono ovviamente infiniti e abbastanza risaputi e già il Dottor Manhattan ne ha elencato una ventina QUI, quindi mi limito per una volta a linkarvi il suo divertente ed interessantissimo post perché non potrei onestamente fare meglio senza ammorbarvi a morte. Aggiungo solo che nel caso vi fosse piaciuto I predatori dell'arca perduta sarebbe d'uopo recuperare Indiana Jones e il tempio maledetto e Indiana Jones e l'ultima crociata, mentre Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo andrebbe visto solo per dovere di completezza, nell'attesa che esca il quinto episodio della saga. Per la cronaca, del film esiste anche un remake scena per scena intitolato Raiders of the Lost Ark: The Adaptation, girato a partire dal 1981 e nell'arco di sette anni da un terzetto di teenager, remake apprezzatissimo sia da Eli Roth che da Steven Spielberg in persona ma purtroppo impossibile da trovare per noi comuni mortali. ENJOY!

venerdì 28 agosto 2015

Rainbow Day - Cruising (1980)


Quest'oggi La fabbrica dei sogni compie sette anni e la padrona del blog ha chiesto alla solita cumpa di cinefili scribacchini di farle gli auguri in modo un po' speciale, ovvero parlando di un film a tematica omosessuale per ricordare quanto ancora sia diffusa l'omofobia e quanta strada si debba fare (soprattutto in Italia) perché alle coppie gay vengano giustamente riconosciuti gli stessi diritti di quelle etero. La mia scelta è caduta, più per curiosità che per effettiva conoscenza del film in questione, su Cruising, diretto e sceneggiato nel 1980 dal regista William Friedkin partendo dal romanzo omonimo di Gerald Walker.


Trama: dopo una serie di brutali delitti compiuti ai danni di alcuni omosessuali dediti a pratiche sadomaso, un poliziotto viene scelto dal suo capo per infiltrarsi all'interno di questo "microcosmo" e scovare il killer...



Sono sinceramente dispiaciuta di avere scelto Cruising come film per celebrare la diversità e l'orgoglio omosessuale, dico davvero. E non perché la pellicola di Friedkin non mi sia piaciuta, anzi, l'ho trovata molto weird ed intrigante ma c'è da mettersi le mani nei capelli per il modo in cui dipinge la scena gay "underground" del Greenwich Village e non c'è da stupirsi che il film sia stato boicottato già durante le riprese dalla comunità omosessuale. Immaginate qualsiasi stereotipo possa venirvi in mente sui gay, cominciando molto banalmente da un mix tra i video dei Village People e le scene ambientate al Blue Oyster in Scuola di polizia, aumentate brutalmente il livello di pornografia e avrete una vaga idea di quello che vi aspetterà se mai deciderete di guardare Cruising: il film infatti non lesina scene hard di ordinarie orge sotterranee tra fustacchioni dotati di baffoni a manubrio, aderentissimi pantaloni con apposite aperture ad altezza chiappe, accessori sadomaso e berrettini da poliziotto, oppure panoramiche di parchi popolati da aitanti omosessuali in modalità "cruising", ovvero pronti a cercare la scopata facile (da cui nasce il gioco di parole tra "cruising" inteso come andare in cerca di partner e "cruising" nel senso di andare di pattuglia) e sculettanti buliccetti sognatori rigorosamente scrittori, costumisti, attori, ecc. ecc. Non certo un bel modo di presentare la comunità gay ad un pubblico che l'anno seguente avrebbe cominciato a vedere ovunque l'alone violaceo del morbo dell'AIDS e scatenato una caccia all'omosessuale che, siamo sinceri, dura ancora oggi. Pensandoci a mente fredda, lo sguardo di Friedkin è impietoso e, sia a livello di sceneggiatura che di regia, ci sono pochissime occasioni in cui lo spettatore viene spinto non tanto a provare pietà ma perlomeno ad empatizzare con le vittime in particolare o con gli omosessuali in generale. Tutto viene infatti filtrato attraverso il punto di vista (dapprima naif poi sempre più allucinato e distorto) di un giovanissimo sbirro che viene costretto non solo a fare da esca per un eventuale killer ma anche a diventare "carne da macello" agli occhi di questi branchi di gay violenti ed infoiati, all'interno di ambienti talmente sordidi che la mente del protagonista viene inevitabilmente travolta ed annullata. Soltanto una volta Steve Burns prova un reale impulso di umana pietà nei confronti di un giovane omosessuale brutalizzato dalla polizia ma è solo perché, per esigenze di "copione", si mette finalmente nei panni di chi viene malmenato ed umiliato in quanto "diverso" e ciò lo porta a mettere in discussione tutto quello che gli è sembrato normale fino a poco prima, fidanzata e lavoro compresi. Un po' poco per celebrare l'orgoglio gay.


Nonostante tutto questo bailamme di stereotipi e momenti talvolta anche abbastanza trash, pare che Cruising abbia fatto storia e si sia comunque conquistato un suo spazio nell'empireo dei cult, per vari motivi. Innanzitutto, il film è basato sulla storia vera di un serial killer che negli anni settanta aveva fatto parecchie vittime tra gli omosessuali e, molto probabilmente, l'omicida era un tale Paul Bateson, che aveva partecipato a L'esorcista nei panni dell'infermiere che infila Reagan sotto la terribile macchina per la scansione cerebrale e che, di conseguenza, è stato spesso consultato da Friedkin durante la realizzazione di Cruising. Una realizzazione travagliata, come avrete capito dal tema trattato, e non solo per le giuste proteste della comunità gay: pare infatti che il regista abbia dovuto tagliare le scene più spinte onde evitare che il film venisse interamente censurato e non si sa tutt'oggi se questi quasi 40 minuti di girato siano stati (come si vocifera) distrutti oppure se ancora esistano da qualche parte, cosa di cui i fan sono convinti e che da anni li spinge a chiedere una riedizione integrale della pellicola. Come avrete capito, non faccio parte degli aficionados di Cruising e starei serena anche senza un eventuale director's cut ma non nego di avere apprezzato il cupissimo clima generale di ambiguità ed incertezza che permea l'intera vicenda, fatta di continui scambi di ruolo tra prede e predatori, di vicendevoli pregiudizi, di violenza tollerata e malcelata, di imbarazzo e di follia. Altro non aggiungerò sulla trama, perché credo che Cruising sia un film da scoprire (e da cui lasciarsi sconvolgere) a poco a poco, con un Al Pacino reduce da ruoli già iconici ed impegnato in una parte per molti versi difficilissima e logorante; sono quasi convinta che, alla fine delle riprese, gli attori coinvolti abbiano dovuto tirarsi delle gran secchiate di acqua addosso per lavare via quell'aura di "sbagliato" e corrotto che si portano addosso quasi tutti i protagonisti, salvo forse la povera ed ignara Karen Allen, la fidanzata della porta accanto costretta a stare fianco a fianco con una realtà pericolosa appena fuori dalla portata del suo campo visivo. Altro che Rainbow: la comunità gay americana non è mai stata così Black!!


Se volete continuare a celebrare La fabbrica dei sogni e il Rainbow Day potete andare a leggere i post scritti dai colleghi blogger! ENJOY!

In Central Perk
Inside the Obsidian Mirror
Non c'è paragone
Pensieri Cannibali
La fabbrica dei sogni
Delicatamente perfido
Solaris
Director's Cult
Montecristo
WhiteRussian


martedì 8 giugno 2010

Animal House (1978)

Esistono film che non ci si stancherebbe mai di guardare. Tra gli altri mille, nel mio caso, c’è Animal House di John Landis, che ha più di 30 anni (è del 1978) ma non li dimostra affatto e supera di gran lunga qualsiasi commedia demenziale odierna.


La trama: al Faber College, tra le tante confraternite, senza dubbio quella dei Delta Tau Chi è la più scalcinata, ed il preside ha raggiunto il limite della sopportazione. Tra toga party, cavalli morti, belle ragazze e gite fuori porta, i membri della Confraternita dovranno cercare di non farsi espellere e ovviamente continuare a divertirsi!


Prima della torta di mele di American Pie c’era il toga party di Animal House, e come sono cambiati i tempi! Il film di John Landis è la rappresentazione di una comicità che non tornerà più, dei tempi d’oro del Saturday Night Live, di quell’America cialtrona che ha riempito l’infanzia di chi è cresciuto negli anni ’80 con attori al massimo della forma, come Chevy Chase, Dan Aykroyd, Bill Murray e, appunto, John Belushi. Una comicità sicuramente “crassa” ma non volgare e banale come quella, ormai stereotipata, che affossa le stupide commedie americane, soprattutto quelle ambientate nei college o nelle università. Una comicità che forse a noi italiani piaceva di meno rispetto a quella di Jerry Calà e affini proprio per la distanza culturale, e che senza dubbio è stata anche messa in ombra dalle sterminate parodie con Leslie Nielsen, molto più facilone e demenziali. Animal House non vive né di stereotipi né, a pensarci bene, di gag a ripetizione, ma si appoggia sull’espressività degli attori, su dialoghi da antologia e su poche, mirate scene cult accompagnate da una colonna sonora divina.


La bellezza di questo film sta proprio nell’interpretazione dei singoli personaggi. I modelli sono sempre gli stessi: il donnaiolo, l’ingenuone, il secchione sfigato, la mina vagante. Ma in Animal House questi stereotipi vengono vissuti come qualcosa di “originale”, come se i personaggi sullo schermo fossero gli apripista e quindi i migliori. E nessun personaggio è azzeccato quanto il Bluto di John Belushi. Se ci fate caso praticamente per tutto il film non dice una parola o quasi, ma con una sola mossa o sguardo esprime qualunque cosa: nervoso, scazzo, eccitazione, persino un fondo di tenerezza quando cerca di consolare il povero Sogliola schiacciandosi lattine di birra sulla fronte e spaccandosi bottiglie di vetro sulla testa. Come ho già detto, inoltre, è importantissima la musica: da antologia la bellissima Shout e Shamalama Ding Dong, entrambe cantate dal gruppo Otis Day and The Knights, che segnano due dei momenti più “selvaggi” e ironicamente bastardi del film, oppure la tediosa I Gave My Love a Cherry che si conclude con la chitarra del musicista sfondata contro un muro per mano dello scazzatissimo Bluto che innocentemente, alla fine, si scusa persino. Esilarante inoltre la feroce presa in giro della storia americana del decennio precedente alla realizzazione del film: basta vedere i destini dei personaggi, elencati alla fine di Animal House, che ovviamente non vi rivelo, ma che mettono in mezzo lo scandalo Watergate, la guerra del Vietnam e un “presagio” di quello che saranno poi Kennedy e Jackie O. Insomma, non starò ad aggiungere altro: guardatelo, mi ringrazierete.


Di Kevin Bacon, che interpreta il leccapiedi Chip Diller ho già parlato qui.

John Landis è il regista della pellicola. Autore di alcune tra le mie pellicole preferite, lo ricordo per film come The Blues Brothers, Un lupo mannaro americano a Londra, Ai confini della realtà, Una poltrona per due, Il principe cerca moglie, Oscar - Un fidanzato per due figlie, Amore all'ultimo morso, l'orrendo Blues Brothers: il mito continua e anche per due episodi di Masters of Horror. Americano, ha 60 anni e tre film in uscita.


John Belushi interpreta il divino John “Bluto” Blutarsky. Visto come si è imbolsito Dan Aykroyd sono quasi contenta di non dovermi ritrovare a star male nel vedere un Belushi triste ed invecchiato, però mi spiace che un attore così bravo sia stato portato via prematuramente da un’overdose. I suoi film si contano sulla punta delle dita, e sono quasi tutti dei cult: The Blues Brothers, 1941: Allarme a Hollywood, Chiamami aquila e I vicini di casa. Il comico americano, fratello di James Belushi, è morto nel 1982 all’età di 33 anni.


Donald Sutherland interpreta il prof. Dave Jennings. Uno dei più grandi attori viventi, papà di quel bell’ometto di Kiefer Sutherland, lo ricordo per film come il bellissimo MASH, A Venezia… un dicembre rosso shocking, Novecento, Terrore dallo spazio profondo, JFK – Un caso ancora aperto, l’orrendo Buffy l’ammazzavampiri, Virus letale, il particolarissimo Il tocco del male, Instinct – Istinto primordiale, The Italian Job, ‘Salem’s Lot, il film tv Human Trafficking . Ha partecipato ad alcuni episodi delle serie Agente speciale e prestato la voce per I Simpson e per il film Astroboy. Canadese, ha 75 anni e sei film in uscita.


Karen Allen interpreta la dolce e rassegnata Katy. Al suo esordio sugli schermi cinematografici, ha poi continuato bene, con film come Manhattan, I predatori dell’Arca perduta, il meraviglioso S.O.S. Fantasmi e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Ha partecipato ad alcuni episodi di Alfred Hitchcock presenta e Law and Order. Americana, ha 59 anni e un film in uscita.


Tom Hulce interpreta la matricola Larry “Pinto” Kroger. Americano, dopo Animal House ha avuto l’onore di interpretare nientemeno che Mozart nel film Amadeus di Milos Forman, quindi ha recitato in Frankenstein di Mary Shelley. Per la tv lo troviamo nella serie Frasier ed inoltre la voce originale del Quasimodo de Il gobbo di Notre Dame disneyano (e del suo seguito) è sua. Ha 57 anni.


Stephen Furst interpreta la matricola Kent “Sogliola” Dorfman. La sua carriera cinematografica non è stata memorabile, tra i suoi film ricordo solo 4 pazzi in libertà. Ha partecipato a parecchie serie televisive come Chips, I Jefferson, McGyver, La signora in giallo, Melrose Place, Scrubs e doppiato parecchi cartoni animati come Freakazoid e Timon & Pumbaa. Americano, ha 55 anni.


Tim Matheson interpreta Eric “Otter” Stratton. Attore, produttore e regista americano, ha partecipato, dopo Animal House, a film come 1941: Allarme a Hollywood, Storia di noi due e Maial College, oltre che a serie tv come Bonanza, Kung-fu, Senza traccia e West Wing. Ha 63 anni.


Peter Riegert interpreta Donald “Boone” Schoenstein. Americano, ha partecipato a Oscar – Un fidanzato per due figlie, The Mask; ha lavorato per le serie televisive MASH, Ai confini della realtà, Law & Order, Seinfeld, I Soprano e ha doppiato anche un episodio de I Griffin. Ha 63 anni e tre film in uscita, uno dei quali, White Irish Drinkers, lo vede nuovamente recitare assieme alla “fidanzata” di Animal House, ovvero Karen Allen.


Bruce McGill interpreta l’enigmatico e folle Daniel “D-Day” Simpson Day. Americano, ha partecipato ad un horror cult come La mano, Una bionda per i Wildcats, Il segreto del mio successo, In fuga per tre, Mio cugino Vincenzo, Un mondo perfetto, Cliffhanger, Amore a prima svista, Elizabethtown, nonché ad episodi di Miami Vice, I racconti di mezzanotte, Mc Gyver, Walker Texas Ranger, Quell’uragano di papà, CSI, Law & Order, Numb3rs, Medium; ha inoltre doppiato alcuni episodi del nuovo spin – off dei Griffin, The Cleveland Show, a cui devo ancora dare un’occhiata. Ha 60 anni e tre film in uscita.


E ora, un paio di curiosità. Il film ha dato vita, nel 1979, ad una breve serie tv chiamata Delta House, che contava tra gli attori alcuni membri del cast originale come Bruce McGill e Stephen Furst nonché una signorina che avrebbe fatto molto parlare di sé negli anni, una certa Michelle Pfeiffer. Invece, nel 1983, il regista John Landis ha diretto uno dei tre episodi di cui è composto il film Ai confini della realtà, e ci ha buttato dentro un bel riferimento alla sua “creatura”: ad un certo punto dell’episodio, infatti, si sentono alcuni soldati che discutono su come far fuori Niedermeyer del quale si dice, alla fine di Animal House, finirà ucciso dai suoi stessi soldati in Vietnam. La cosa che mi sconvolge è che Animal House avrebbe potuto essere anche più cult: Bill Murray e Dan Aykroyd dovevano infatti interpretare rispettivamente Boone e D – Day, ma entrambi hanno rinunciato per impegni precedenti. Maledizione!!! Ovviamente,se vi è piaciuto il genere, non potete mancare di vedere un altro cult dell’epoca, meno goliardico e più “porcello”, importato direttamente dal Canada e passato almeno trecentomila volta su Italia Uno: Porky’s! In questo, vi lascio con la mia scena preferita di Animal House... ENJOY!!



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