Visualizzazione post con etichetta lucia patrizi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lucia patrizi. Mostra tutti i post

martedì 1 ottobre 2019

L'ultimo sole della notte (2017)

Lo scorso weekend sono andata a Roma e lì ho avuto la possibilità di partecipare alla rassegna Extramondi e vedere, finalmente, L'ultimo sole della notte, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Matteo Scarfò e ispirato ai romanzi di J.G. Ballard.


Trama: in un'Italia ormai al capolinea, un gruppo di persone continua a vivere un'esistenza apparentemente normale all'interno di un condominio.



Sono due anni che sento parlare bene de L'ultimo sole della notte ma non è solo per quello che volevo vederlo con tutte le mie forze. Il motivo è che ci hanno lavorato due professionisti meravigliosi, due di quelle persone che vorresti vivessero non a sei ore di distanza da te ma possibilmente a cinque minuti, persone che ti fanno ringraziare ogni giorno per l'esistenza di internet, che grazie a Dio non serve solo a spargere in giro fake news e sproloqui salveeniani. Una di loro è Lucia Patrizi, più volte nominata su questo blog, che questo film l'ha montato interamente, rendendolo scorrevole anche nella sua incasinatissima struttura, che alterna sullo schermo passato, presente e futuro senza soluzione di continuità. L'altro è Andrea Lupia, che in questo film interpreta il protagonista, Andrea, taciturno e legato a una vita fatta di abitudini consolidate anche all'interno del caos. Ora voi penserete: "e certo, siccome li conosci, dovrai per forza parlare bene del film!". Sì, ne parlerò bene, come hanno fatto altri prima di me, perché se la stessa Lucia non mi avesse detto che L'ultimo sole della notte è un'opera completamente indipendente, realizzata nei ritagli di tempo da persone che hanno anche lavori "comuni" (quindi facendosi un mazzo come un cascinale, I suppose), totalmente autofinanziata e "indie", come va di moda dire adesso, non ci avrei creduto. L'ultimo sole della notte trasuda infatti professionalità da tutti i pori. Innanzitutto, è una di quelle opere che non imbocca lo spettatore spiegandogli ogni cosa nel dettaglio; la visione di L'ultimo sole della notte presuppone molta attenzione, perché la trama viene sviscerata a poco a poco attraverso le azioni dei personaggi, i dialoghi e persino i silenzi o i gesti quotidiani, reiterati nemmeno fossero l'ultimo baluardo di sanità mentale rimasto. Da flashback che si intersecano alla timeline principale capiamo che l'Italia è stata divisa in zone sicure dopo una guerra globale e che non tutti hanno avuto la (s)fortuna di ottenere un biglietto per la salvezza; inoltre, col passare del tempo, anche queste zone sono state a poco a poco disertate, abbandonate dai soldati, divorate dall'incuria e dalla natura che è tornata a farla da padrone.


In tutto questo, si intrecciano i destini di quattro personaggi principali, persone spezzate dagli eventi passati, tra chi ha cercato di approfittarne per poi rimanere colpito a sua volta, chi ha perso tutto ed è pieno di rabbia, chi cerca riscatto da azioni non proprio nobili e chi non ha il coraggio di cambiare, anche se lo vorrebbe tanto. Voi sapete che sono la prima a dire quanto il 90% degli attori italiani, quelli professionisti in primis, dovrebbero andare a zappar la terra. In questo caso, invece, ho apprezzato ogni singola interpretazione, da quelle più caricate ( Danilo Rotundo e Alessandro Damerini, ognuno a modo suo, riescono a rendere interessanti e degni di pietà personaggi assai ambigui, connotati lì per lì come antagonisti negativi, in realtà forse più umani di altri) a quella più misurata di Lupia, costretto ad annullare tutte le emozioni di un personaggio che cerca la sopravvivenza nella routine, aggrappandosi alle regole imposte da una società autoritaria che ormai non esiste nemmeno più, e che tuttavia anela alla libertà (la pedalata finale l'ho trovata molto toccante). Non dimentichiamo poi Alessandra Mortelliti, dal viso particolare e affascinante, con o senza cicatrici, prototipo della donna dura, in realtà molto più fragile di altri. Da non dimenticare un quinto protagonista, ovvero la natura, affiancata ad un paesaggio urbano (quello della periferia di Catanzaro) selvaggio e decadente, perfetto teatro di una fantascienza post-apocalittica interamente basata sugli esseri umani e sul modo in cui vengono afflitti da ciò che li circonda, fonte di gioia, malinconia, paura e tristezza in egual misura, sfruttato alla perfezione per sopperire alla quasi mancanza di effetti speciali, per una volta non indispensabili alla buona riuscita di un film di fantascienza. In ultimo, la cosa che forse mi ha colpita di più: la colonna sonora di Lorenzo Sutton. Zeppa di suoni elettronici, perfetta per l'atmosfera del film, mi ha ricordato moltissimo quella dei vecchi horror italiani anni '70 o '80 e mi ha richiamato alla mente un modo di fare cinema zeppo d'amore, sprezzante delle difficoltà tecniche ed economiche, interamente basato sulla passione di chi ha speso 5 anni per realizzare un progetto. Insomma, io non posso fare altro che incrociare le dita e sperare che, prima o poi, L'ultimo sole della notte possa uscire dal circuito dei festival e arrivare a quanti più spettatori possibili perché è davvero bello. A tutti quelli che ci hanno lavorato, intanto, auguro le più grandi soddisfazioni in campo artistico e lavorativo, perché se le meritano!


Matteo Scarfò è il regista e sceneggiatore della pellicola. Nato a Locri, ha diretto altri lungometraggi come Anna, Teresa e le resistenti e il documentario Bomb! Burning Fantasy. Anche produttore, ha 33 anni.



venerdì 12 aprile 2019

Il BollOspite: Hellboy (2019)

Oggi il Bollalmanacco ha un'ospite d'eccezione: Lucia Patrizi de Il giorno degli zombi. Per chi non lo sapesse Lucia, oltre a sapere praticamente tutto sull'horror, è anche una scrittrice talentuosissima e, se non lo avete ancora fatto, vi consiglio di leggere le sue opere: My Little Moray Eel, Il posto delle onde e Nightbird. Li trovate tutti su Amazon, sono bellissimi, non avete scuse. E ora, lascio la parola a Lucia la quale, dopo averlo visto all'anteprima romana, mi ha regalato la recensione di Hellboy, diretto da Neil Marshall e uscito proprio ieri in Italia (ma non a Savona). ENJOY!




Prima di tutto, volevo ringraziare la Bolla, sia per avermi spacciato l’anteprima romana di
Hellboy sia per l’ospitalità qui nella sua dimora. È stata un tesoro.
Tanto per sgombrare subito il campo da sgradevoli equivoci, eviterò qualunque paragone
tra questo film e i due diretti da del Toro nel 2004 e nel 2008, un po’ perché dopo tanti
anni uno si stanca di combattere coi fan imbizzarriti (ma lo erano anche all’epoca, perché
del Toro si allontanò moltissimo dal fumetto), un po’ perché non si possono paragonare
Guillermo del Toro e Neil Marshall: il primo è un poeta, il secondo un picchiatore, e
queste rozze ed estremamente semplicistiche definizioni non vogliono andare a detrimento
di nessuno dei due. Marshall picchia come un fabbro dall’inizio della sua carriera, è un
dato di fatto, è una cosa bellissima da dire del suo cinema, da cui di solito si esce pesti
come dopo essere stati sottoposti a una scarica di calci in bocca.
In questo caso, l’attitudine da picchiatore di Marshall è tutta al servizio di un blockbuster,
o di un film che aspira a essere tale. Anche qui, non c’è niente di male e la parola
blockbuster non intende implicare un giudizio di valore, quanto stabilire in anticipo un
patto con il lettore, che dovrebbe conoscere le regole in base alle quali un blockbuster
viene confezionato.
Non fatevi ingannare dalla R di restricted applicata al film: togliendo le tonnellate di
sangue, quasi sempre in CGI, che per fortuna si riversano a ondate sullo spettatore,
Hellboy è un blockbuster come ce ne sono tanti, e quindi azzera la personalità del regista
in partenza.


Marshall non ha né la forza né il potere di fare di testa sua o di volgere le regole a proprio
vantaggio, e quindi accetta di buon grado questo primo lavoro ad alto budget e porta a casa
due ore tiratissime, mai noiose, violente e (questo dovrebbe fare la gioia dei pochi che i
fumetti di Mignola li conoscono) fedelissime al testo di riferimento.
In questo stanno sia i punti di forza che quelli deboli del nuovo Hellboy: in certi frangenti,
sembra di vedere un cinecomic come se ne trovano tanti, poi qualcuno viene scuoiato vivo
o impalato e allora ci si ricorda di non essere nel MCU, ma in un universo narrativo molto
più cupo e dalle componenti decisamente horror; gli effetti digitali regnano indisturbati,
anche nelle sequenze dove forse non erano del tutto necessari, anche quando forse una
bella dose di splatter artigianale poteva avere un’efficacia maggiore; in compenso, volano
certi schiaffi che vi alzerete dalla poltrona rintronati, perché l’Hellboy di Marshall è
esattamente come il suo regista: un picchiatore forsennato.
Ecco, dovete dimenticare lo stile barocco di del Toro, la sua ode alla diversità, dovete
dimenticare la poetica di del Toro applicata a Hellboy e per una ragione molto semplice:
era tutta roba di del Toro, riversata nel mondo del demone dalle corna limate. E basterebbe
questo per capire la differenza che passa tra un grandissimo autore e un ottimo regista che
si piega al servizio della produzione.
Non poteva succedere altrimenti: Marshall non fa un film per il cinema dal 2010 e non
credo sia motivo di vanto, per uno che ha, di fatto, cambiato la faccia del cinema horror
con The Descent, avere il proprio nome legato a Game of Thrones. Logica da parte sua una
certa docilità nell’adattarsi a far quello di cui la produzione ha bisogno.


Ora, il problema è se anche il pubblico ha, in un’ epoca dove esce un film tratto da un
fumetto ogni due o tre mesi, bisogno di questo Hellboy, che pare voler essere troppe cose
tutte insieme, voler rincorrere tipi di spettatori troppo diversi tra loro, quelli legati alla
creatura di Mignola, quelli tipici di un blockbuster estivo e quelli avidi di teste spappolate
e occhi strappati. Se i primi possono trovare un punto d’incontro coi terzi, è difficile che i
secondi vogliano le stesse cose.
Paga quindi la sua natura ibrida, l’indecisione su a chi vuole davvero rivolgersi e su dove
vuole davvero andare, come paga la scelta di aver preso spunto non da una sola storia di
Hellboy, ma addirittura da tre: La Caccia Selvaggia, Il Richiamo delle Tenebre e La
Tempesta e la Furia.
Intendiamoci, vedere Baba Yaga e i giganti è un piacere enorme; soprattutto la vecchia
strega mangiatrice di bambini, protagonista dell’unica sequenza puramente horror di tutto
Hellboy, è la creatura più riuscita e interessante del film, anche perché è stata realizzata
con un limitato ammontare di CGI e se ne percepisce la presenza reale sul set.
È una gioia anche respirare l’atmosfera del BPRD, avere a che fare con una versione molto
più cinica e stronza del professor Broom (Ian McShane) e vedere alcuni personaggi che
pensavamo non avremmo mai visto su grande schermo. Sono tutte cose che scaldano il cuore
del fan di Mignola e rendono Hellboy una visione apprezzabile.


E tuttavia, poteva essere qualcosa di più: così com’è, non credo che arriverà neanche a
incassare la cifra necessaria per un eventuale seguito, annunciato nelle scene dopo i titoli
di coda, come in ogni cinecomic che si rispetti, ovviamente.
Di suo, Marshall ci mette la messa in scena piena di adrenalina, una certa sporcizia del
montaggio che gli è sempre stata propria, e l’occhio di un regista esperto, ma ormai al
guinzaglio.
Una delusione, quindi?
No, un prodotto discreto, che intrattiene a dovere e si dimentica una volta finito. Come il
90% dei blockbuster moderni.


lunedì 6 ottobre 2014

Il Bollodromo #3: My Little Moray Eel di Lucia Patrizi

Terzo appuntamento col Bollodromo! Pensando e ripensando su cosa fare di questa rubrica sono arrivata comunque alla conclusione che vorrei parlare solo di cose belle, quindi niente critiche negative a meno che non abbia proprio un desiderio folle di mettere in guardia eventuali lettori (qualcuno ha detto Anderdedoum?) e niente post su cose MEH come per esempio Old Boy, tanto bello il film quanto deludente, almeno per la risoluzione finale, il manga. Dopo questo sproloquio, bando alle ciance e parliamo di un e-book che ho adorato: My Little Moray Eel di Lucia Patrizi! ENJOY!


Di cosa parla?
My Little Moray Eel è la storia di Sara, una ragazza dotata di un potere assai particolare che le consente di comunicare con le creature marine. Quando scoppia una guerra tra i terrestri e una popolazione di umanoidi che vivono sott'acqua, Sara si ritrova nel mezzo, dolorosamente costretta a scegliere tra i due mondi, quello in cui è nata e quello dove vorrebbe vivere...

Perché mi è piaciuto?
Io sono nata in Liguria ma non amo la spiaggia e il mare mi fa paura; lo rispetto ma mi intimorisce e le sue profondità mi terrorizzano, tanto che di notte non ho mai fatto un bagno. Allo stesso modo, se c'è un essere vivente che mi fa ribrezzo è proprio la murena, con quel muso "cattivo" e gli occhi inquietanti. Paradossalmente, leggere My Little Moray Eel mi ha fatto invece desiderare ardentemente di riuscire a trovare il coraggio di indossare una muta ed esplorare il mondo sconosciuto che Lucia ama così tanto, un amore che è stata in grado di riversare in ogni singola frase del suo splendido racconto. La murena (o meglio, Lui, come viene chiamato da Sara) attraverso gli occhi dell'autrice si trasforma in una creatura maestosa, nobile e bellissima, con la quale la protagonista vive un doloroso e complesso sentimento di amore, amicizia e reciproca dipendenza, raccontato con toni sussurrati e delicati. Altrettanto delicato è il modo in cui Lucia tratteggia Sara, una ragazza come tante altre, forse un po' più schiva, benedetta e maledetta da un potere che le donerà la possibilità di fare esperienze incredibili ma che, purtroppo, le impedirà di "vivere" nel senso più ampio del termine. La terribile guerra tra terrestri ed esseri marini, com'è giusto per un'appassionata di horror come Lucia, colpisce allo stomaco e regala momenti di vera ansia ma, in definitiva, sono Sara, Lui e il loro amico Ilio ad essere davvero importanti, sono la loro storia e il loro destino ad appassionare e, soprattutto, commuovere come poche altre cose lette ultimamente.

E quindi?
E quindi noi italiani leggiamo poco e ci buttiamo a pesce sui soliti autori stranieri, io per prima, quando invece c'è una marea di persone che scrivono per passione proprio ad un passo da noi. Lucia ha messo l'anima in questo lavoro e si vede, ma non solo: la storia scorre via in un soffio, lo stile è semplice e pulito, i dialoghi sono realistici e piacevoli da leggere. Poi certo, quando sarete arrivati all'ultima pagina rischierete di passare mezz'ora a piangere come ho fatto io ma ne sarà valsa la pena, fidatevi! E se volete ulteriori informazioni su My Little Moray Eel potete andare su Il giorno degli zombi, il blog dove è nato tutto!

Se vuoi condividere l'articolo