Questa è proprio la settimana dei film da Oscar visto che è uscito anche Barriere (Fences), diretto nel 2016 dal regista e attore Denzel Washington, tratto dall'omonima opera teatrale di August Wilson e candidato a quattro statuette (Miglior Film, Denzel Washington Miglior Attore Protagonista, Viola Davis Miglior Attrice Non Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale).
Trama: Nell'America degli anni '50 un uomo di colore cerca di mantenere la sua famiglia, tentando di mettere una pezza ai dissidi familiari che lui stesso ha contribuito a creare...
Non avendo visto nessun trailer prima di accingermi a guardare Barriere, credevo mi sarei trovata davanti una pellicola sulla segregazione razziale. Le "barriere" del titolo, invece, sono quelle messe in piedi dal protagonista Troy Maxson, sia reali (il fence, lo steccato voluto dalla moglie Rose) che metaforiche, cosa che fa rientrare Barriere sotto la definizione di "dramma familiare" legato vagamente al periodo storico e al colore della pelle del personaggio principale; probabilmente, se al posto di un uomo di colore ci fosse stato, per dire, un immigrato italiano o irlandese, la pellicola avrebbe funzionato comunque visto che sì, Troy imputa i suoi fallimenti in ambito sportivo al colore della propria pelle ma, come sottolineato dalla moglie Rose, in realtà il motivo è da ricercarsi principalmente nella sua età anagrafica. La trama di Barriere si incentra quindi sulla figura di questo padre di famiglia fondamentalmente frustrato, convinto che soddisfare i bisogni primari di moglie e figli (avere un tetto sulla testa e cibo con cui sfamarsi) lo renda automaticamente una persona esemplare nonostante, umanamente parlando, sia un individuo abbastanza riprovevole ed egoista; per tutto il film, infatti, Troy cerca di impartire lezioni di vita ad amici, figli e moglie, puntando di fatto (magari inconsciamente) a mantenere comunque uno status quo all'interno del quale nessuno può essergli superiore o tanto meno può aspirare ad un qualche tipo di libertà. Il personaggio dipinto in Barriere non è un violento nel senso stretto del termine, eppure la sua personalità strabordante, le ferme e cieche convinzioni, il ricatto morale per cui essendo lui la persona che porta soldi in casa gli altri dovrebbero obbedirgli per una questione di gratitudine e rispetto e, non ultima, l'insofferenza verso una vita fatta solo di lavoro e sacrifici, lo portano ad essere una figura in qualche modo terrificante agli occhi dei figli ed estranea alla famiglia che lui stesso ha creato, separato dai vari membri da barriere invalicabili poste proprio da lui. Barriere è quindi interamente giocato sui sentimenti contrastanti suscitati da un personaggio come Troy, né buono né cattivo, o comunque padre e marito esemplare da un punto di vista meramente "pratico", una figura "larger than life" (Troy racconta spesso di avere fatto a pugni con la Morte e di averla sconfitta) che è difficile amare ma che, forse, è ancora più difficile odiare.
Per come Barriere è sceneggiato e strutturato, lo spettatore arriva a trovarsi davanti un'opera di connotazione fortemente teatrale, all'interno della quale i monologhi di Troy (un mix di reprimende, racconti strabilianti ed insegnamenti di vita) la fanno da padrone. C'è poca "azione", sacrificata a favore di moltissimi confronti tra i personaggi legati a situazioni esterne appena accennate oppure accadute off-screen e il teatro di questi confronti è quasi sempre il cortile circondato dallo steccato, quasi la casa di Troy fosse un microcosmo a sé stante dove il tempo stenta a mostrare i suoi segni nonostante il film copra un periodo lungo decenni. Il risultato è una pellicola molto attoriale, dove Denzel Washington gigioneggia come non mai, imponendo la sua presenza intensissima sul resto del cast come fa Troy con la sua famiglia ma raggiungendo, almeno per me, il risultato opposto a quello voluto: francamente, dopo dieci minuti di monologo Washingtoniano mi sarei volentieri alzata per andare ad urlargli in faccia "E bastaaa, lascia un po' di spazio anche agli altri!!". Anche perché, sinceramente, gli ho preferito Viola Davis, perfetta e commovente nei panni della donna che per amore ha rinunciato a sé stessa per poi sentirsi rinfacciare dal marito la solita solfa del "sì ti amo ma con l'altra dimentico famiglia, lavoro e posso essere me stesso". Anche se di figure come queste è piena la storia del Cinema, la Davis si rende comunque protagonista di un confronto doloroso e per nulla banale, probabilmente la sequenza più bella del film, e riesce ad infondere nel personaggio di Rose migliaia di piccole sfumature capaci di renderla ben più di una donna "asservita" ad un marito troppo carismatico. Se apprezzate dunque questo tipo di pellicola dialogata, dove i riflettori sono puntati più sul cast che sulla regia, la fotografia o il montaggio (a mio modesto parere non particolarmente degni di nota) Barriere è l'ideale; personalmente, l'ho trovato molto ben fatto ma mancante di quel qualcosa capace di entusiasmarmi, forse perché ho trovato molto difficile empatizzare col personaggio principale e, sul finale, anche lievemente trito e pacchiano (mi spiace Denzel ma la luce divina dal cielo non si può vedere, nemmeno Mel Gibson ne La battaglia di Hacksaw Ridge ha osato tanto).
Del regista Denzel Washington, che interpreta anche Troy Maxson, ho già parlato QUI. Viola Davis (Rose Maxson) e Mykelti Williamson (Gabriel) li trovate invece ai rispettivi link.
Saniyya Sidney, che interpreta Raynell, era la piccola Flora di American Horror Story Roanoke e ha partecipato anche a Il diritto di contare. L'opera teatrale da cui è stato tratto Fences ha esordito a Broadway nel 1987 ed il suo "revival" è stato messo in cartellone nel 2010, proprio con Denzel Washington e Viola Davis nei panni di Troy e Rose; già nel 1987 si prevedeva di trarne un film con Eddie Murphy nel ruolo del figlio Cory ma siccome l'attore aveva già dieci anni più del personaggio, tra un ritardo di produzione e l'altro non se n'è fatto nulla. Detto questo, se Barriere vi fosse piaciuto recuperate, quando usciranno in Italia, Il diritto di contare e Loving. ENJOY!
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venerdì 24 febbraio 2017
martedì 2 agosto 2016
La notte del giudizio - Election Year (2016)
Questa settimana sono riuscita a guardare anche La notte del giudizio - Election Year (The Purge: Election Year), terzo capitolo della saga scritta e diretta dal regista James DeMonaco.
Trama: alla vigilia delle elezioni presidenziali e dell'annuale "sfogo", la senatrice Roan si ritrova ad essere vittima dei Nuovi Padri Fondatori, che vogliono eliminarla a causa della sua politica contraria alla cosiddetta Notte del Giudizio...
Onde parlare al meglio di La notte del gudizio - Election Year (da qui in poi solo Election Year), devo scindere il mio giudizio soggettivo da quello oggettivo. Obiettivamente, riconosco a James DeMonaco una coerenza ed un coraggio che pochissimi suoi colleghi possono vantare, soprattutto se legati a case di produzione come la BlumHouse. Se ci pensate, nel 2013 la Notte del giudizio aveva esordito come un banale home invasion dai presupposti fantasiosi ed interessanti, per evolversi l'anno dopo partendo proprio dallo spunto iniziale di un'America dove per una notte all'anno qualsiasi crimine resta impunito, consentendo alle persone di fare ciò che vogliono, omicidi compresi; in Anarchia - La notte del giudizio, l'azione veniva spostata dalle tranquille mura casalinghe di una casa di privilegiati per descrivere il quadro più ampio di una società che sfrutta lo "sfogo" annuale per liberarsi dei pesi morti costituiti da poveri, emarginati e minoranze etniche. Con Election Year, DeMonaco punta ancora più in alto, mettendo in scena lo scontro elettorale tra sostenitori dei machiavellici Nuovi Padri Fondatori e una senatrice scampata per miracolo, da adolescente, ad uno degli sfoghi annuali e quindi pronta a revocare lo Sfogo in caso di vittoria, proponendo quasi una metafora dell'attuale campagna presidenziale, giocata abbondantemente sullo scontro tra chi ritiene che ogni americano abbia il diritto di possedere almeno un'arma da fuoco e chi invece vorrebbe delle leggi più severe (sfido chiunque a non riconoscere la Clinton nella senatrice Roan e Trump nell'invasato predicatore sostenuto dai Padri Fondatori). Dall'home invasion si è arrivati quindi ad un discorso ben più ampio, che trasforma Election Year in un violentissimo action distopico, allontanandolo dal sottogenere tanto caro all'horror moderno da cui tutto era iniziato. Che è cosa buona e giusta, oggettivamente parlando ma, soggettivamente, mi ha messo molta meno ansia e questa privazione ha reso dal mio punto di vista Election Years un po' pesante da portare a termine.
Nonostante un paio di sequenze da brivido e visivamente allucinanti, Election Year soffre (sempre da un personalissimo punto di vista che parte da una preferenza verso gli home invasion) infatti di una sorta di ripetitività e dell'identificazione della minaccia che i protagonisti sono costretti a fronteggiare in un branco di banalissimi mercenari, ben distanti dalle inquietanti maschere dei folli "purgatori" che la facevano da padroni nei primi due film; è vero, ci sono i Padri Fondatori a manovrare il tutto dietro le quinte ma già identificare un nemico riuscendo ad etichettarlo porta via gran parte dell'inquietudine. Fortunatamente, DeMonaco non si dimentica dei già citati folli mascherati e li gioca a mo' di jolly per dare un po' di pepe all'intera faccenda. Lì per lì l'idea che degli stranieri andassero in America per beneficiare a loro volta della notte di "sfogo" mi ha fatto un po' storcere il naso, ma senza di essi non avremmo avuto le meravigliose maschere al neon che campeggiano nelle locandine e che si rendono protagoniste della sequenza più affascinante del film, rafforzando così la presenza di una stuzzicante ghigliottina e di un gruppo di ragazzine assassine una più zoccola e stronza dell'altra (dotate di favolose macchine interamente ricoperte di lampadine, nientemeno. DeMonaco quando gioca con le luci è un fenomeno). A capeggiare il cast di gente dura ma pura troviamo invece il solito Frank Grillo, ormai talmente a suo agio nel ruolo di eroe dello Sfogo che è bastata la sua sola presenza, come leggerete nelle note di chiusura, per far prendere alla sceneggiatura di Election Year una direzione totalmente diversa; effettivamente, c'è da dire che forse Grillo è quello che ci crede di più mentre gli altri interpreti, a parte forse la Juliet di Lost che la faccia da politica WASP liberale ce l'ha sempre avuta, rappresentano un campionario di volti adatti ai loro ruoli ma in generale dimenticabili, persino il povero Bubba. In poche parole, Election Year non mi ha entusiasmata quanto i primi due capitoli della saga ma è comunque una pellicola che merita una visione, soprattutto se vi piace questo genere di thriller serrati.
Del regista e sceneggiatore James DeMonaco ho già parlato QUI. Frank Grillo (Leo), Mykelti Williamson (Joe Dixon) ed Edwin Hodge (Dante Bishop) li trovate invece ai rispettivi link.
Elizabeth Mitchell interpreta il senatore Roan. Americana, famosa per aver interpretato la Juliet di Lost, ha partecipato a film come Frequency - Il futuro è in ascolto, Betty Love e ad altre serie quali Sentinel, JAG - Avvocati in divisa, E.R. Medici in prima linea, CSI, Dr. House, V e C'era una volta. Ha 46 anni.
Il film avrebbe dovuto essere un prequel che raccontava del primo "sfogo" ma dopo che Frank Grillo ha accettato di riprendere il ruolo del Sergente Leo la sceneggiatura ha preso una direzione diversa. Ovviamente, se La notte del giudizio - Election Year vi fosse piaciuto, dovete per forza recuperare i primi due film della trilogia (forse prossima quadrilogia?), ovvero La notte del giudizio e Anarchia - La notte del giudizio. ENJOY!
Trama: alla vigilia delle elezioni presidenziali e dell'annuale "sfogo", la senatrice Roan si ritrova ad essere vittima dei Nuovi Padri Fondatori, che vogliono eliminarla a causa della sua politica contraria alla cosiddetta Notte del Giudizio...
Onde parlare al meglio di La notte del gudizio - Election Year (da qui in poi solo Election Year), devo scindere il mio giudizio soggettivo da quello oggettivo. Obiettivamente, riconosco a James DeMonaco una coerenza ed un coraggio che pochissimi suoi colleghi possono vantare, soprattutto se legati a case di produzione come la BlumHouse. Se ci pensate, nel 2013 la Notte del giudizio aveva esordito come un banale home invasion dai presupposti fantasiosi ed interessanti, per evolversi l'anno dopo partendo proprio dallo spunto iniziale di un'America dove per una notte all'anno qualsiasi crimine resta impunito, consentendo alle persone di fare ciò che vogliono, omicidi compresi; in Anarchia - La notte del giudizio, l'azione veniva spostata dalle tranquille mura casalinghe di una casa di privilegiati per descrivere il quadro più ampio di una società che sfrutta lo "sfogo" annuale per liberarsi dei pesi morti costituiti da poveri, emarginati e minoranze etniche. Con Election Year, DeMonaco punta ancora più in alto, mettendo in scena lo scontro elettorale tra sostenitori dei machiavellici Nuovi Padri Fondatori e una senatrice scampata per miracolo, da adolescente, ad uno degli sfoghi annuali e quindi pronta a revocare lo Sfogo in caso di vittoria, proponendo quasi una metafora dell'attuale campagna presidenziale, giocata abbondantemente sullo scontro tra chi ritiene che ogni americano abbia il diritto di possedere almeno un'arma da fuoco e chi invece vorrebbe delle leggi più severe (sfido chiunque a non riconoscere la Clinton nella senatrice Roan e Trump nell'invasato predicatore sostenuto dai Padri Fondatori). Dall'home invasion si è arrivati quindi ad un discorso ben più ampio, che trasforma Election Year in un violentissimo action distopico, allontanandolo dal sottogenere tanto caro all'horror moderno da cui tutto era iniziato. Che è cosa buona e giusta, oggettivamente parlando ma, soggettivamente, mi ha messo molta meno ansia e questa privazione ha reso dal mio punto di vista Election Years un po' pesante da portare a termine.
Nonostante un paio di sequenze da brivido e visivamente allucinanti, Election Year soffre (sempre da un personalissimo punto di vista che parte da una preferenza verso gli home invasion) infatti di una sorta di ripetitività e dell'identificazione della minaccia che i protagonisti sono costretti a fronteggiare in un branco di banalissimi mercenari, ben distanti dalle inquietanti maschere dei folli "purgatori" che la facevano da padroni nei primi due film; è vero, ci sono i Padri Fondatori a manovrare il tutto dietro le quinte ma già identificare un nemico riuscendo ad etichettarlo porta via gran parte dell'inquietudine. Fortunatamente, DeMonaco non si dimentica dei già citati folli mascherati e li gioca a mo' di jolly per dare un po' di pepe all'intera faccenda. Lì per lì l'idea che degli stranieri andassero in America per beneficiare a loro volta della notte di "sfogo" mi ha fatto un po' storcere il naso, ma senza di essi non avremmo avuto le meravigliose maschere al neon che campeggiano nelle locandine e che si rendono protagoniste della sequenza più affascinante del film, rafforzando così la presenza di una stuzzicante ghigliottina e di un gruppo di ragazzine assassine una più zoccola e stronza dell'altra (dotate di favolose macchine interamente ricoperte di lampadine, nientemeno. DeMonaco quando gioca con le luci è un fenomeno). A capeggiare il cast di gente dura ma pura troviamo invece il solito Frank Grillo, ormai talmente a suo agio nel ruolo di eroe dello Sfogo che è bastata la sua sola presenza, come leggerete nelle note di chiusura, per far prendere alla sceneggiatura di Election Year una direzione totalmente diversa; effettivamente, c'è da dire che forse Grillo è quello che ci crede di più mentre gli altri interpreti, a parte forse la Juliet di Lost che la faccia da politica WASP liberale ce l'ha sempre avuta, rappresentano un campionario di volti adatti ai loro ruoli ma in generale dimenticabili, persino il povero Bubba. In poche parole, Election Year non mi ha entusiasmata quanto i primi due capitoli della saga ma è comunque una pellicola che merita una visione, soprattutto se vi piace questo genere di thriller serrati.
Del regista e sceneggiatore James DeMonaco ho già parlato QUI. Frank Grillo (Leo), Mykelti Williamson (Joe Dixon) ed Edwin Hodge (Dante Bishop) li trovate invece ai rispettivi link.
Elizabeth Mitchell interpreta il senatore Roan. Americana, famosa per aver interpretato la Juliet di Lost, ha partecipato a film come Frequency - Il futuro è in ascolto, Betty Love e ad altre serie quali Sentinel, JAG - Avvocati in divisa, E.R. Medici in prima linea, CSI, Dr. House, V e C'era una volta. Ha 46 anni.
Il film avrebbe dovuto essere un prequel che raccontava del primo "sfogo" ma dopo che Frank Grillo ha accettato di riprendere il ruolo del Sergente Leo la sceneggiatura ha preso una direzione diversa. Ovviamente, se La notte del giudizio - Election Year vi fosse piaciuto, dovete per forza recuperare i primi due film della trilogia (forse prossima quadrilogia?), ovvero La notte del giudizio e Anarchia - La notte del giudizio. ENJOY!
giovedì 26 luglio 2012
The Final Destination 3D (2009)
Perseverando con una costanza quasi maniacale siamo arrivati al quarto capitolo della saga dedicata alla morte, The Final Destination 3D (The Final Destination), diretto nel 2009 dal regista David R. Ellis. Inforcate l’apposito occhialetto, prego, o non riuscirete a leggere il post.
Trama: il solito gruppo di ragazzi scampa alla solita strage mortale (questa volta ambientata in un autodromo) e la solita, zuzzurellona Signora con la falce cerca poi di mettere una pezza e farli fuori uno a uno, rigorosamente rispettando l’ordine preciso, prendere il numero e mettersi in fila, grazie.
Come avrete capito ho raggiunto il limite di sopportazione. Dopo tre gloriosi (per modo di dire…) episodi passati tutto sommato indenni, il quarto capitolo della saga riversa sullo spettatore tutta la stanchezza, la camurrìa, la pochezza accumulata negli anni causando il primo vero incidente mortale, quello della testa che sbatte violentemente contro lo schermo per un attacco di sonnolenza. La presenza del tanto decantato 3D non aiuta, anzi, concorre a rendere The Final Destination 3D il peggiore per quanto riguarda gli effetti speciali, fasulli quanto gli schiaffoni sonorizzati che Bud Spencer e Terence Hill assestavano ai loro avversari: per ottenere la tridimensionalità, infatti, la maggior parte degli oggetti contundenti (a partire dai motori volanti all’inizio, che rendono la solitamente spettacolare strage d’apertura il momento più malfatto dell’intera pellicola) sono stati palesemente creati al computer e al protagonista viene dato il potere di prevedere la morte delle persone attraverso brevi visioni girate ad hoc, piene di elementi che, probabilmente, al cinema davano l’illusione di uscire dallo schermo, ma visti su una tv non rendono veramente una cippa. E questa è solo la punta dell’iceberg di un episodio stanco, a tratti ridicolo e fondamentalmente noioso.
Sorvolando sugli orrendi effetti speciali e sugli ancor più orrendi titoli di testa e di coda girati sulla falsa riga del video Hey Boy, Hey Girl dei Chemical Brothers, arriviamo a parlare un po’ della trama (degli interpreti no, credo abbiano toccato il fondo anche in tal senso, vi dico solo che una delle vittime è il povero Bubba di Forrest Gump, l’unico personaggio con un minimo di dignità… ) e di ciò che interessa lo spettatore, ovvero gli incidenti mortali che decretano il fato dei protagonisti. Ormai gli sceneggiatori non ci credono più nemmeno loro alla storia della visione che impedisce alla gente di morire, quindi non si sbattono nemmeno più a renderla verosimile. Ogni personaggio, dunque, decide o di credere ciecamente al protagonista o di mandarlo a spigolare a seconda di quello che gli fa comodo e a prescindere da ciò che gli è già capitato, senza un briciolo di coerenza: emblematica, in tal senso, l’amichetta dei due personaggi principali che, nonostante abbia avuto la sventura di venire quasi decapitata e annegata in un autolavaggio, se ne sbatte altamente degli avvertimenti degli altri perché, cavoli, sto guardando un film al cinema (rigorosamente con gli occhiali 3D, fulgido esempio di metacinema, blah blah blah)! Il resto degli incidenti sono privi della verve e dell’inventiva che solitamente li caratterizzava nei precedenti capitoli, il che li rende abbastanza ripetitivi e a tratti imbarazzanti, si veda per esempio il ragazzo aspirato dallo scarico della piscina; l’unica sequenza effettivamente pregevole, invece, è quella ambientata nella sala cinematografica prima e nel centro commerciale poi, dove la Morte si scatena senza freni. Aggiungo infine che ormai anche il gioco dei riferimenti ai film precedenti e degli omaggi ai vari maestri dell’horror ha stufato, tanto da non intrigare più neppure gli appassionati all’ultimo stadio. Concludendo, evitatelo.
Del regista David R. Ellis ho già parlato qui, mentre Mykelti Williamson, che interpreta George, lo trovate qua.
Bobby Campo (vero nome Robert Joseph Camposecco) interpreta Nick. Americano, ha partecipato a serie come Law & Order e CSI: Miami. Ha 29 anni e due film in uscita.
Se, nonostante la mia recensione negativa, The Final Destination 3D (intitolato così, con l’articolo determinativo davanti perché avrebbe dovuto essere l’ultimo e definitivo) vi fosse piaciuto, recuperate gli altri prima di passare, come farò io, a Final Destination 5, oppure cambiate lievemente rotta e guardatevi Snakes on a Plane, filmaccio cazzutissimo e divertentissimo a cui il regista David R. Ellis rende un subdolo omaggio durante una delle visioni di Nick. ENJOY!!!
Trama: il solito gruppo di ragazzi scampa alla solita strage mortale (questa volta ambientata in un autodromo) e la solita, zuzzurellona Signora con la falce cerca poi di mettere una pezza e farli fuori uno a uno, rigorosamente rispettando l’ordine preciso, prendere il numero e mettersi in fila, grazie.
Come avrete capito ho raggiunto il limite di sopportazione. Dopo tre gloriosi (per modo di dire…) episodi passati tutto sommato indenni, il quarto capitolo della saga riversa sullo spettatore tutta la stanchezza, la camurrìa, la pochezza accumulata negli anni causando il primo vero incidente mortale, quello della testa che sbatte violentemente contro lo schermo per un attacco di sonnolenza. La presenza del tanto decantato 3D non aiuta, anzi, concorre a rendere The Final Destination 3D il peggiore per quanto riguarda gli effetti speciali, fasulli quanto gli schiaffoni sonorizzati che Bud Spencer e Terence Hill assestavano ai loro avversari: per ottenere la tridimensionalità, infatti, la maggior parte degli oggetti contundenti (a partire dai motori volanti all’inizio, che rendono la solitamente spettacolare strage d’apertura il momento più malfatto dell’intera pellicola) sono stati palesemente creati al computer e al protagonista viene dato il potere di prevedere la morte delle persone attraverso brevi visioni girate ad hoc, piene di elementi che, probabilmente, al cinema davano l’illusione di uscire dallo schermo, ma visti su una tv non rendono veramente una cippa. E questa è solo la punta dell’iceberg di un episodio stanco, a tratti ridicolo e fondamentalmente noioso.
Sorvolando sugli orrendi effetti speciali e sugli ancor più orrendi titoli di testa e di coda girati sulla falsa riga del video Hey Boy, Hey Girl dei Chemical Brothers, arriviamo a parlare un po’ della trama (degli interpreti no, credo abbiano toccato il fondo anche in tal senso, vi dico solo che una delle vittime è il povero Bubba di Forrest Gump, l’unico personaggio con un minimo di dignità… ) e di ciò che interessa lo spettatore, ovvero gli incidenti mortali che decretano il fato dei protagonisti. Ormai gli sceneggiatori non ci credono più nemmeno loro alla storia della visione che impedisce alla gente di morire, quindi non si sbattono nemmeno più a renderla verosimile. Ogni personaggio, dunque, decide o di credere ciecamente al protagonista o di mandarlo a spigolare a seconda di quello che gli fa comodo e a prescindere da ciò che gli è già capitato, senza un briciolo di coerenza: emblematica, in tal senso, l’amichetta dei due personaggi principali che, nonostante abbia avuto la sventura di venire quasi decapitata e annegata in un autolavaggio, se ne sbatte altamente degli avvertimenti degli altri perché, cavoli, sto guardando un film al cinema (rigorosamente con gli occhiali 3D, fulgido esempio di metacinema, blah blah blah)! Il resto degli incidenti sono privi della verve e dell’inventiva che solitamente li caratterizzava nei precedenti capitoli, il che li rende abbastanza ripetitivi e a tratti imbarazzanti, si veda per esempio il ragazzo aspirato dallo scarico della piscina; l’unica sequenza effettivamente pregevole, invece, è quella ambientata nella sala cinematografica prima e nel centro commerciale poi, dove la Morte si scatena senza freni. Aggiungo infine che ormai anche il gioco dei riferimenti ai film precedenti e degli omaggi ai vari maestri dell’horror ha stufato, tanto da non intrigare più neppure gli appassionati all’ultimo stadio. Concludendo, evitatelo.
Del regista David R. Ellis ho già parlato qui, mentre Mykelti Williamson, che interpreta George, lo trovate qua.
Bobby Campo (vero nome Robert Joseph Camposecco) interpreta Nick. Americano, ha partecipato a serie come Law & Order e CSI: Miami. Ha 29 anni e due film in uscita.
Se, nonostante la mia recensione negativa, The Final Destination 3D (intitolato così, con l’articolo determinativo davanti perché avrebbe dovuto essere l’ultimo e definitivo) vi fosse piaciuto, recuperate gli altri prima di passare, come farò io, a Final Destination 5, oppure cambiate lievemente rotta e guardatevi Snakes on a Plane, filmaccio cazzutissimo e divertentissimo a cui il regista David R. Ellis rende un subdolo omaggio durante una delle visioni di Nick. ENJOY!!!
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