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martedì 21 luglio 2026

La Casa: Il rogo del male (2026)


La settimana scorsa sono andata a vedere La Casa: Il rogo del male (Evil Dead Burn), diretto e co-sceneggiato dal regista Sébastien Vanicek.

TRAMA

Dopo la morte del figlio maggiore, i familiari e la giovane vedova si riuniscono nella vecchia casa di famiglia, in mezzo ai boschi, ma vengono attaccati da una forza maligna...

RECENSIONE

Sembra che il fil rouge delle nuove "case", almeno finora, sia la famiglia più o meno disfunzionale. In Evil Dead Rise c'erano Ellie e i suoi bambini, ai quali si aggiungeva la sorella "perduta" Beth, la quale intraprendeva un percorso che la portava responsabilizzarsi ed assumere un ruolo di guardiana e protettrice, se non di madre. La famiglia di Ellie, con tutti i suoi problemi, era adorabile, e lo spettatore subiva il profondo dolore di vederla violata e distrutta nel peggiore dei modi per mano degli spietati deadites della saga. Questo dolore, ne La Casa: Il rogo del male (che per comodità chiamerò da qui in poi col titolo originale), non si prova nemmeno per un secondo, perché la famiglia protagonista meriterebbe un horror-thriller a parte proprio per i meccanismi perversi che la muovono. La famiglia Price è un'istituzione traballante all'interno della quale mamma Susan, provata dall'assenza del padre e dalla morte della sorella, si è annullata per rispondere ai bisogni di tutti: un marito dotato della gamma emotiva di un comodino stronzo, un figlio merda ma portato in palmo di mano in quanto primogenito, un secondo figlio ameba e inconcludente, la "pora" nonna con l'Alzheimer che le ha fatto schizzare la cattiveria a livello 3000. Se Thya, fidanzata del secondogenito, è stata più o meno accettata proprio in virtù dell'"inutilità" del ragazzo, Alice è stata invece additata come la stronza, per di più francese, che ha portato via il primogenito dalle braccia di mammà e non ha fatto ciò per cui veniva sopportata a malapena: sfornare un bel nipotino. La famiglia Price (colpo di genio chiamare il patriarca "Benjamin" ma, a dimostrazione di quanto io sia vecchia, c'è da dire che in sala ero l'unica che è scoppiata a ridere) è, in poche parole, un manuale di relazioni tossiche ambulante, e all'arrivo dei deadites non si piange come ai tempi di Evil Dead Rise, ma si prega con fervore affinché questi maledetti vengano macellati nel minor tempo possibile. Le uniche che non viene voglia di vedere morte sono Thya ed Alice, ovviamente. Alla seconda, in particolare, la sceneggiatura chiede di caricarsi sulle spalle il peso di una felicità di facciata che nasconde traumi matrimoniali irreparabili, un fantasma (o un demone?) di violenza e soprusi che è il prezzo da pagare per la tranquillità di tutti, per continuare a fingere che tutto sia perfetto, e che viene esternato in tutto il suo reale marciume quando i deadites trasformano i Price in quello che sono realmente: dei demoni bugiardi e affamati del dolore altrui, niente di più, niente di meno. Qui, forse più che negli altri film della saga, la possessione dei deadites viene trattata come un virus latente che tira fuori l'orrore già esistente all'interno delle persone, un fuoco dell'inferno che consuma da dentro e brucia, irreparabilmente, anche gli altri.

Per il resto, il "burn" del titolo si traduce, principalmente, in capacità pirocinetiche che farebbero finire il film nel giro di dieci minuti, se non fosse che i deadites le usano solo quando fa loro comodo, e in un finale che non rende giustizia a tutto il delirio precedente, ma forse questo è un mio bias, visto che a mostri fiammeggianti in CGI preferisco il sano, vecchio ed agghiacciante trucco prostetico. Nulla da dire, invece, a tutto ciò che viene prima. Sébastien Vanicek era stato notato da Raimi proprio grazie a Vermin, che gli ha fatto ottenere appunto la regia di Evil Dead Burn. Per quanto mi riguarda, Vanicek non ha tradito le aspettative. Il francese gira come se fosse indemoniato lui stesso e spara a mille tutto ciò che aveva reso Vermin così ansiogeno e dinamico, coadiuvato da un montaggio pazzesco: piani sequenza ripresi da punti di vista insoliti, ambienti ristretti dove la cinepresa sembra riuscire ad infilarsi in ogni dove, così che lo spettatore non perda nemmeno un dettaglio di ciò che sta accadendo, giri di macchina a 360 gradi, l'immancabile soggettiva veloce del demone che si abbatte sui malcapitati. Senza scomodare la new french extremity (Evil Dead Rise era altrettanto dettagliato e stomachevole e il regista è ben lontano dal cupo, reiterato pessimismo dei suoi conterranei dell'epoca), Vanicek ci dà dentro anche col gore e coi dettagli disgustosi, indugiando in un paio di automutilazioni talmente ostentate da risultare grottesche, ma dimostra di avere imparato anche la lezione argentiana per cui ciò che fa davvero accapponare la pelle è mostrare scene di dolore "plausibile", legato a incidenti che potrebbero accorrere anche nella realtà. Come buona parte dell'horror moderno, inoltre, Evil Dead Burn si avvicina più alle atmosfere della prima Casa di Raimi. Ciò significa che il film non è privo di momenti anche esilaranti, quasi tutti legati alla natura meno che solenne della morte o della vecchiaia (la scena del funerale è emblematica), ma non travalica mai nell'assurdo o nel nonsense, neppure quando la furia e la loquacità dei deadites si scatenano in tutta la loro gloria. Mi ritengo dunque molto soddisfatta di questo Evil Dead Burns. Non è ai livelli del film di Cronin, ma è una dignitosa aggiunta a un franchise che non manca mai di regalare gioie, nemmeno dopo 45 anni.  

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Sébastien Vanicek ho già parlato QUI

CURIOSITÀ

Souheila Yacoub, che interpreta Alice, era nel cast di Climax mentre Tandi Wright, che interpreta Susan, era la madre di Pearl nell'omonimo filmHunter Doohan, ovvero Joseph, interpretava invece Tyler nella serie Mercoledì. Pur essendo fruibile da solo senza alcun problema, La Casa: Il rogo del male è direttamente collegato a La casa - Il risveglio del male (rimanete in sala fino alla fine dei titoli di coda!) e, ovviamente, è legato a  La casa, La casa 2, L'armata delle tenebre, La casa del 2013 e alla serie Ash vs. Evil Dead, tutte cose che vi consiglio di recuperare se il film di Vanicek vi è piaciuto e nell'attesa che esca Evil Dead: Wrath nel 2028. ENJOY!

mercoledì 17 luglio 2024

Vermin (2023)

E' arrivato in questi giorni in Italia, distribuito dalla Midnight Factory, un film che, chissà perché, mi ispirava nonostante l'argomento. Sto parlando di Vermin (Vermines), diretto e co-sceneggiato dal regista Sébastien Vanicek.


Trama: Kaleb, appassionato di insetti, compra al mercato nero un ragno. La bestiola, lasciata incustodita, si moltiplica, e il palazzo dove abitano Kaleb e i suoi amici si riempie di pericolosi aracnidi...


Maledetti francesi. E maledetta anche la versione francese di Aracnofobia. Non so perché, visto che detesto i ragni, mi sono messa a guardare il film, sta di fatto che dopo 10 minuti volevo morire e mi sentivo brulicare addosso la qualsiasi. Però liquidare Vermin solo come un horror sui ragni sarebbe improprio. Il film contiene il germe di un disagio sociale particolarmente sentito in Francia, dove il senso di ingiustizia e la percezione del divario tra classi ed etnie ribolle nel sangue degli abitanti fin dai tempi della Rivoluzione. Kaleb e amici abitano all'interno di uno squallido caseggiato (peraltro esistente e risalente agli anni '80) zeppo di immigrati di prima e seconda generazione, ai margini della città, in un posto dove la criminalità va a braccetto con il rispetto delle tradizioni, l'amore per i vicini di casa, il desiderio di fare ognuno il possibile per aiutarsi a vicenda; non si tratta di un mondo perfetto o innocente, ma nemmeno si può fare di tutta l'erba un fascio e vedere solo il lato buio della vita del condominio. A proposito di fasci, quando la merda colpisce il ventilatore la polizia non trova altra soluzione che ignorare, brutalmente, le razionali proteste degli abitanti e isolarli dal resto del mondo, invece di aiutarli, col risultato di fare ancora più danni. Certo, questo accadeva anche in Rec, film a cui questo Vermin deve moltissimo, ma qui viene mostrata tutta la cattiveria e la freddezza nata dal pregiudizio verso una fascia della popolazione, la speranza, da parte delle forze dell'ordine, che succeda qualcosa di "grosso" onde poter mettere mano a manganelli e pistole, prima ancora che la minaccia aracnide faccia finalmente piazza pulita di ciò che porta vergogna alla città. Al di là dei momenti di puro terrore, ci sono sequenze in cui il senso di ingiustizia e la tristezza verso il destino dei protagonisti è soverchiante, tanto che spesso mi è venuto il magone, anche perché la sceneggiatura riesce a risvegliare l'empatia verso tutti i personaggi, anche quelli secondari.  


Oltre a questi tocchi che, a mio avviso, sono fondamentali per rendere il film un po' più sentito e originale, Vermin è ovviamente un trionfo di ragni orribili. Sébastien Vanicek, che ha studiato i capisaldi del genere (e anche un po' la tecnica di Raimi), indugia in riprese bastarde di scarpe, buchi, prese d'aria, scatole e, neanche a dirlo, sulle mani e gli occhi di eventuali malcapitati, ammazzando lo spettatore di tensione anche quando non succede quello che ci aspetteremmo. Tanto i ragni sono sempre lì, che aspettano. Angosciosi e terribili nella prima metà del film, in virtù del loro essere talmente piccoli da infilarsi in qualsiasi orifizio, "migliorano" andando avanti diventando sempre meno verosimili, benché non meno pericolosi (ma se non altro, una volta cresciuti riescono a non causare infarti alla sottoscritta, al limite un po' di schifo contenuto). Le metamorfosi dei ragni sono realizzate con effetti speciali all'altezza, che non danno loro un'aria fasulla, e secondo me c'è anche qualche ragnetto vero che vaga, quindi complimenti agli attori, tra l'altro molto bravi e credibili, che hanno avuto il coraggio di farseli zampettare addosso. L'unica cosa che mi ha spezzato il cuore e fatto paura più dei ragni è la colonna sonora a base di rap franzoso, ma nel contesto della storia è un genere che ci sta tutto e che trovo, a dire il vero, molto meno odioso di quello italiano... forse perché non capisco una mazza di quello che dicono? Pazienza, questo genere di intolleranza fa parte del "pacchetto vecchiaia": prima che vi entri a far parte anche un eventuale disgusto verso l'horror poco elevated (gli dei non vogliano!!) vi consiglio di recuperare questo Vermin, per passare una lieta serata di disgusto ragnesco, sì, ma anche umano.   

Sébastien Vanicek è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Anche attore, è stato designato come regista del prossimo spin-off de La casa.


Se Vermin vi fosse piaciuto, recuperate senza indugio Aracnofobia, Attack the Block e la saga di Rec. ENJOY!


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