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venerdì 18 marzo 2022

A History of Violence (2005)

Il 13 marzo scorso è venuto a mancare William Hurt. Per celebrare degnamente il grande attore, ho deciso di riguardare dopo quasi 20 anni A History of Violence, diretto nel 2005 dal regista David Cronenberg e tratto dall'omonima graphic novel di John Wagner e Vince Locke


Trama: Tom gestisce una caffetteria in una sonnacchiosa cittadina americana, è felicemente sposato e ha due figli. Tutto cambia dopo che Tom, cercando di sventare una rapina, uccide due uomini...


Tutti questi anni ho lasciato passare. Mica perché non mi fosse piaciuto A History of Violence quando lo avevo visto al cinema, per carità. Certo, era un Cronenberg molto diverso da quello a cui ero abituata, ma ero rimasta così coinvolta dalla potenza di ciò che era stato trasposto in pellicola, da avere letto anche la graphic novel, che dovrei avere ancora a casa da qualche parte. Purtroppo sono trascorsi davvero troppi anni e mi risulta impossibile fare un confronto tra opera cinematografica e cartacea, quindi mi soffermerò solo sulla prima. A History of Violence è, come da titolo, una storia in cui la violenza, in ogni sua forma, distrugge la vita di un uomo. Fin dalla scena iniziale, un piano sequenza di più o meno cinque minuti che ricorda tantissimo (a mio avviso volutamente) lo stile di Tarantino, la violenza viene rappresentata come un qualcosa che serpeggia, indisturbato e spesso non visto oppure appositamente ignorato, tra le ombre della società americana, con l'unica eccezione della famiglia, istituzione apparentemente inviolata ed inviolabile. L'alcova familiare è un'oasi felice che deve essere protetta dalla polizia; al di fuori della stessa, la violenza può colpire durante una colazione al diner, una normale giornata di lavoro, a scuola, mentre si va a fare la spesa, e ciò vale non solo per le grandi città ma anche in quelle piccole, come la cittadina dove vivono Tom, la moglie e i suoi due figli, che si vedono stravolgere la vita da una tentata rapina durante la quale Tom uccide due malviventi. Poiché, come scritto sopra, la violenza non viene respinta, bensì semplicemente ignorata per la maggior parte del tempo, il gesto di Tom diventa ovviamente quello di un eroe e nessuno (tranne una scomoda giornalista liquidata in meno di un minuto) si chiede come sia possibile che l'uomo abbia agito con tanta freddezza e abilità, di sicuro non se lo chiede la moglie. Purtroppo, come tenta di comunicarci un regista come Cronenberg che, paradossalmente, aborre la violenza, quest'ultima ne attira sempre dell'altra. 


Strani, inquietanti figuri cominciano a ronzare attorno a Tom e alle persone a lui più care, come se il suo gesto avesse spalancato una porta su un mondo oscuro da cui lasciare entrare un infinito numero di demoni, a causa dei quali nemmeno l'alcova familiare è più un luogo sicuro. Ancora peggio, anzi: i demoni non vedono l'ora di trascinare Tom negli abissi da cui aveva faticosamente cercato di liberarsi, rinnegando un passato non solo di violenza, ma anche di orrore e follia (di cui allo spettatore viene concesso scorgere solo la punta dell'iceberg, perché non è importante scendere nei dettagli: sono tutti racchiusi nello sguardo da animale braccato di uno splendido Viggo Mortensen, nei sorrisi sprezzanti di Ed Harris, nei gesti di un William Hurt che compare giusto per 10, indimenticabili e tesissimi minuti). Fa sorridere come oggi, probabilmente, un film come A History of Violence durerebbe almeno due ore e mezza invece che un'ora e trentasei: un altro regista ci avrebbe subissati di flashback, spiegoni, dialoghi fiume per farci capire la progressiva distruzione dei rapporti familiari di Tom, dell'uomo ideale amato dalla moglie Edie, di un figlio che si ritrova orfano dei valori positivi magnificati dal padre e si abbandona a sua volta alla violenza, mentre Cronenberg abbraccia uno stile asciutto e conciso ma tremendamente efficace, colpendoci con la potenza di sequenze che spesso non solo sono prive di dialoghi, ma anche di colonna sonora, lasciando che siano le azioni degli attori e gli sguardi a parlare allo spettatore, anche a costo di venire mal interpretato (la violenta scena dell'amplesso tra Tom e Edie non rappresenta uno stupro ma molti l'hanno vissuta così). Paradossalmente, è proprio William Hurt a tenere banco col monologo più lungo del film, forse perché al male piace vantarsi, ascoltarsi, imporsi, fingersi amichevole e suadente prima di colpire a morte; ed è splendida la contrapposizione tra un male logorroico e il semplice, silenzioso gesto di una bambina che cerca, con innocenza e fatica, di riportare l'equilibrio e lenire le ferite, un palese insegnamento a non fingere di non vedere la violenza innata in ognuno di noi e cercare, per quanto possibile, di conviverci senza false ipocrisie. 


Del regista David Cronenberg ho già parlato QUI. Viggo Mortensen (Tom Stall), Maria Bello (Edie Stall), Ed Harris (Carl Fogarty), William Hurt (Richie Cusack) e Stephen McHattie (Leland) li trovate invece ai rispettivi link. 

Peter MacNeill interpreta lo sceriffo Sam Carney. Canadese, ha partecipato a film come Rabid - Sete di sangue, La fiera delle illusioni e a serie quali Alfred Hitchcock Presenta, La tempesta del secolo, Psi Factor e Mucchio d'ossa.  


Se A History of Violence vi fosse piaciuto, recuperate lo splendido La promessa dell'assassino. ENJOY!

mercoledì 1 aprile 2020

Come to Daddy (2019)

Giorni in cui i cinema sono chiusi ma siccome c'è tanta roba da recuperare è bello anche stare a casa *rosic*. Così, in questi giorni ho guardato Come to Daddy, diretto nel 2019 dal regista Ant Timpson.


Trama: un ultratrentenne riceve una lettera dal padre che non vede dall'età di cinque anni e decide di accettare l'invito a raggiungerlo. Purtroppo, papà si rivela uno stronzo di prim'ordine...



Per riuscire a raggiungere le righe minime affinché questo risulti un post "normale", mi toccherà fare i salti mortali visto che il punto di forza di Come to Daddy è il non sapere. Quello che posso dire, per quanto riguarda la trama, è che il film di Ant Timpson è una commedia nerissima o una tragedia comica, all'interno della quale personaggi che non si vedono da decenni cominciano a sbroccare male. Il figlio dal nome improponibile, Norval, ha la faccetta stralunata di Elijah Wood, perfetta per un uomo che vive nella speranza che il padre fedifrago sia una brava persona, che magari possa aiutarlo a fare i conti con un passato di alcolismo, depressione e tentati suicidi, ma viene purtroppo accolto dal genitore con una cattiveria che ha dell'inverosimile, da un uomo rozzo, alcolizzato fin dal mattino e privo di parole che non siano di biasimo costante; Norval, poverello, lì per lì cercherebbe di sopportare, di abbozzare, di darsi un tono nonostante il suo lavoro di "artista" che se la crede, poi a un bel momento sbrocca anche lui, comprensibilmente. Da qui, lascio alla vostra immaginazione. Come to Daddy è un film che gioca molto di attesa e punta tutto su dialoghi e confronti, soprattutto nella prima parte, mentre nella seconda arriva a mescolare i registri, appropriandosi persino di elementi tipici del thriller horror, giusto per confondere un po' lo spettatore, scodellando inoltre una riga di personaggi talmente sopra le righe che al confronto il Windom Earle di Twin Peaks è un signorino posato.


Fior di caratteristi come Martin Donovan e Michael Smiley, soprattutto quest'ultimo, dominano la scena abbracciando con gioia l'atmosfera grottesca di Come to Daddy e il desiderio di "strano" che pare avere avvinto l'ex Frodo Baggins sia come attore che come produttore e verso la fine c'è anche la possibilità di godere di qualche scena pulp. D'altronde, benché sia al suo primo film come regista, Ant Timpson non è estraneo alle splatterate (ve ne accorgerete leggendo più sotto il suo excursus nel campo della produzione), ma oltre a questo ha un occhio non malvagio per la costruzione delle inquadrature e l'utilizzo delle luci artificiali e naturali e lo dimostra la bellezza di alcune sequenze, arricchite dalla scelta di un setting assai particolare, ovvero una casa a pianta rotonda montata su alte palafitte, a strapiombo su un lago (con buona pace dello smartphone d'oro di Lorde), che nasconde nei suoi meandri un sacco di luoghi misteriosi. Onestamente, aggiungere altro sarebbe un vero delitto, vi consiglio di recuperare Come to Daddy senza porvi troppe domande e godervelo per il film interessante e divertente che è, ringraziando il cielo che continuano ad esistere matti come Elijah Wood.


Di Elijah Wood (Norval Greenwood), Martin Donovan (Brian) e Michael Smiley (Jethro) ho già parlato ai rispettivi link.

Ant Timpson è il regista della pellicola. Neozelandese, è alla sua prima prova dietro la macchina da presa ed è conosciuto soprattutto come produttore (il suo nome è legato a film come The ABCs of Death e seguiti, Turbo Kid e Deathgasm). Anche sceneggiatore e attore, ha 54 anni.


Stephen McHattie interpreta Gordon. Canadese, ha partecipato a film come Beverly Hills Cop III, A History of Violence, 300, Watchmen, Pay the Ghost, Madre!, Il giustiziere della notte, Rabid e a serie quali Starsky & Hutch, Il tenente Kojak, Miami Vice, Ai confini della realtà, X-Files, Oltre i limiti, The Hunger, Walker Texas Ranger, Nikita, Detective Monk, The 4400 e The Strain. Anche regista e produttore, ha 73 anni e un film in uscita.


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