lunedì 26 maggio 2014

Cannes 2014

Si è concluso sabato il Festival di Cannes, mentre io ero in Irlanda. Arrivo in ritardo come al solito, rammaricandomi di non aver potuto degnamente saltellare alla vista del mio amatissimo Quentin che si mangiava la Croisette assieme ad Uma sia per il ventennale di Pulp Fiction (con proiezione sulla spiaggia!!!) sia per la presentazione della versione restaurata di Per un pugno di dollari. Sarà per l'anno prossimo, mannaggia! Ma gli ambiti premi, che forse è ciò che interessa maggiormente ai veri cinefili, a chi sono andati? ENJOY!

LOVEEE!!
La Palma d'Oro va a Winter Sleep, mattonella turca dalla durata di più di tre ore dove il paesaggio dell'Anatolia si fa protagonista assieme ad una manciata di esseri umani in piena crisi esistenziale. Dirige il turco Nuri Bilge Ceylan, che sento nominare per la prima volta solo oggi, me ne vergogno e mi scuso. Il film dovrebbe uscire in Francia ad agosto, quindi presumo che un'uscita italiana sia poco più che un miraggio lontano. Peccato perché sembrerebbe molto interessante.

Uh l'aMMoro brizzolat... ehm sì, quello al centro ha vinto la Palma d'oro...
Miglior regista è risultato essere l'americano Bennett Miller (che aveva già diretto Capote e Moneyball) con il suo Foxcatcher, una pellicola che racconta la storia vera del campione olimpico di wrestling Mark Schulz e del fratello Dave, trascinati nella tragedia dal filantropo milionario John du Pont. Il film in questione sembra interessantissimo, soprattutto per la presenza di Steve Carell, impegnato in uno di quei ruoli drammatici che, solitamente, risultano perfetti addosso a consumati attori comici come lui. Nei panni dei due sfortunati fratelli troviamo invece Channing Tatum e Mark Ruffalo, altro motivo per vedere Foxcatcher che dovrebbe uscire negli USA a novembre (noi, come minimo, aspetteremo Natale).


Rimanendo su terreni più "conosciuti", il Potteriano Timothy Spall ha vinto il premio come miglior attore per il film Mr. Turner di Mike Leigh, nel quale interpreta nientemeno che il grandissimo pittore William Turner, per inciso uno dei miei preferiti. La tempesta interiore di un grande artista portata su schermo da un altrettanto grande attore, non vedo l'ora di gustarmi la pellicola rigorosamente in lingua originale! In Inghilterra Mr. Turner uscirà il giorno di Ognissanti, un ulteriore motivo per aspettare Halloween con trepidazione!


Come migliore attrice vince invece Julianne Moore, che negli ultimi anni ho rivalutato e privato del titolo di Patata Lessa ma la cui vittoria non mi sta convincendo ad andare a vedere  Maps to the Stars, ultimo film di un David Cronenberg sicuramente ormai sostituito da un doppio malvagio: avendo avuto tra le mani i vermi informi de Il demone sotto la pelle perché non si rende conto che Pattinson è assai meno espressivo di loro? Mah. Ah, comunque la Moore interpreta una sorta di attrice squilibrata perseguitata dallo spettro del successo della madre (sempre attrice), di cui dovrà riprendere il ruolo in un film. Ri-mah. Andare o non andare a vedere Maps to the Stars, stranamente proiettato anche a Savona?

David... perché???
Per concludere questa sconclusionata rassegna Cannesiana, menzione d'onore all'Italia che si porta a casa il Grand Prix della giuria grazie alla regista Alice Rohrwacher e al suo Le meraviglie. Se dico di non conoscere neppure questa autrice nostrana mi defollowate il blog? Nell'incertezza applaudo, poi scappo a nascondermi... ci si risente al prossimo Festival!!

domenica 25 maggio 2014

That's 70! - Velvet Goldmine (1998)

Da un'idea di Alessandra, la padrona del blog Director's Cult, torna oggi la potente unione dei soliti folli blogger per celebrare, come da titolo, gli anni '70. Non potevo ovviamente farmi sfuggire l'occasione per parlare di uno dei film che più ho amato durante l'adolescenza, ovvero Velvet Goldmine, diretto nel 1998 dal regista Todd Haynes.


Trama: la pellicola racconta l'ascesa e la caduta della rockstar Brian Slade, scomparso dalle scene all'apice del successo, dopo aver simulato la propria morte...


Prima di cominciare a parlare di Velvet Goldmine, diciamo le cose come stanno: io di musica non so una benemerita cippa. Non era certamente grazie alla passione per David Bowie (ispirazione per il personaggio Brian Slade) o Iggy Pop (ispirazione per il personaggio Curt Wild) che, all'età di 17 anni, mi ero fiondata al cinema d'élite assieme alle mie migliori amiche per vedere questa pellicola nostalgica che dipingeva un'Inghilterra fatta di lustrini, paillettes ed eccessi, figuriamoci. Era piuttosto l'idea di vedere in un unico film quel gran figo di Ewan McGregor, già ampiamente apprezzato grazie a Trainspotting, altro cult dell'epoca, e le allora new entries Jonathan Rhys Meyers e Christian Bale; come sovrappiù, nel corso del film comparivano anche i quotatissimi Placebo e lo swanstuck del già citato Ewan McGregor quindi immaginate come saremo uscite da quella sala, con gli ormoni i superfibrillazione e una voglia matta di riguardare Velvet Goldmine (perlomeno un paio di scene, via) e ascoltare la stupenda colonna sonora fino a non poterne più. Nel frattempo, sono passati 16 anni (Cristo, quanto sono vecchia!!!), la mia conoscenza della musica non è aumentata e riguardando Velvet Goldmine mi sono accorta che l'ormone davanti a certe scene non smette di dimenarsi, che ormai canto le canzoni a memoria facendo anche degli inquietanti ballettini nella stanza e anche che, diciamo le cose come stanno, questo film sarà stato un mio cult adolescenziale ma non è proprio un capolavoro. Grandissimi attori, grandissima musica, grandissimi costumi ma un canovaccino esile, pretestuoso e confuso, effettivamente vuoto come l'epoca gloriosa che voleva dipingere.


Le affascinanti star Brian Slade, Curt Wild e Jack Fairy, amanti dell'eccesso e portatori di una libertà di costumi sessuali impensabile per la rigida e monarchica Inghilterra coccolata dai più "normali" Beatles, sono tre uragani che sconvolgono la mente dello spettatore, tre creature benedette e maledette da un destino proveniente letteralmente da un altro mondo, infusi della luce delle stelle: come divinità capricciose influenzano la vita di chi si ritrova ad avere a che fare con loro, che siano amici e amanti o semplici fan, come per esempio il povero Arthur Stuart, il giornalista costretto, negli anni '80, a riesumare vecchi ricordi, amori ed umiliazioni. Arthur è la componente umana della pellicola, il personaggio a cui ci si può rapportare grazie alla disperazione e al senso di inferiorità che lo muovono almeno all'inizio, spingendolo a diventare "altro". Tra un videoclip e l'altro, infatti, assistiamo attraverso i ricordi e le ricerche del giornalista allo squallido passaggio da un'epoca superficiale ma in qualche modo ricca di cambiamenti e gioiosa ai tristissimi anni '80 votati allo Yuppismo e ormai conformati alla vile logica del denaro, anni nei quali non riesce a trovare posto quel verde scintillìo di ribellione e novità. Velvet Goldmine, costruito un po' come un finto documentario, un po' come una storia d'amore e un po' come un musical, procede nella sua apologia del glam facendosi ricordare più per l'impatto visivo ed uditivo che per la satira di costume o la blanda critica mossa a chi ha lasciato che il sogno morisse, persa in citazioni da diario scolastico e dialoghi vuoti messi in bocca a persone che, col senno di poi, risultano decisamente odiose. Sicuramente, parliamo di un film adattissimo ad un pubblico di adolescenti che tuttavia rischia ormai di risultare vetusto agli occhi delle nuove generazioni, specchio di un'epoca lontana che ai nostri tempi non va neppure più di moda ma che, a fine anni '90, aveva conosciuto una certa sorta di revival (si vedano anche Boogie Nights, Studio 54 e persino Austin Powers). Personalmente, nonostante tutto, è un film che consiglierei di vedere se non vi è mai capitato di farlo e, soprattutto, è degno di celebrare alla grande gli anni '70!!


Di seguito, troverete l'elenco dei blog che partecipano a questa simpatica e scopadelica iniziativa (sto scrivendo questo post con una decina di giorni di anticipo causa vacanza quindi non riuscirò a mettere i link esatti ai vari post, mi spiace!), dategli un'occhiata e... ENJOY!

Dantès: Boogie Nights
Alfonso Maiorino: Romanzo criminale
Beatrix Kiddo: American Hustle
Jean Jeacques: Garage Olimpo
Kris Kelvin: I primi della lista
James Ford: Buongiorno notte
Denny B.: The Dreamers
Lisa Costa: Les Amants Regulier
Elisa Pavan: Quasi famosi
Marco Goi: Blood Ties
Obsidian Mirror: The Doors
Director's cult: Larry Flint - Oltre lo scandalo
Poison: Toni Manero





mercoledì 21 maggio 2014

Il giardino delle parole (2013)

Oggi in tutte le sale italiane aderenti all'iniziativa la Nexo Digital proietterà Il giardino delle parole (言の葉の庭 - Kotonoha no niwa), diretto e sceneggiato nel 2013 dal regista Makoto Shinkai. In previsione del viaggio irlandese l'ho visto ovviamente prima ma ve ne parlerò ora!


Trama: Takao è uno studente quindicenne con due passioni, le scarpe e i giorni di pioggia, durante i quali ama saltare le lezioni per recarsi al parco di Shinjuku. Proprio lì incontra una strana donna, di cui a poco a poco comincerà ad innamorarsi...


Come si fa a parlare in una recensione di un'opera delicata e particolare come Il giardino delle parole? Innanzitutto, potrei cominciare con una piccola avvertenza, dicendo che il mediometraggio di Makoto Shinkai non è sicuramente un anime per tutti, ma solo per chi ha la pazienza e la voglia di passare 40 minuti sospesi tra silenzi, piccoli gesti quotidiani, immagini poetiche e comunissimi drammi umani. Detto infatti con parole grezze, ne Il giardino delle parole "non succede niente": non ci sono personaggi grandiosi o dalle caratteristiche peculiari, non ci sono avvenimenti particolarmente pregnanti, non c'è nemmeno un finale definitivo, proprio come accade nella vita di tutti i giorni. Ci sono "soltanto" due animi solitari e tormentati che si incontrano, entrambi fiaccati dalla malinconia e dal terrore della solitudine e del fallimento, due vite schiacciate dalla società, dalla cattiveria e dal menefreghismo che ricercano nella natura e nella reciproca compagnia il desiderio e la forza di risollevarsi o inseguire i propri sogni. Attraverso una sinfonia fatta di gesti, sguardi, parole non dette o solo accennate, con le immagini della città che si contrappongono a quelle del suo polmone verde e la voce dei meteorologi che dispensano felicità o tristezza a seconda che ci sia pioggia o sereno, l'anime giunge al suo punto clou con un'esplosione di dolorose emozioni tale da spezzare il cuore, proprio come ci stessero raccontando la storia di due persone che conosciamo da sempre ma che non abbiamo potuto aiutare nel momento di maggiore difficoltà. Altro non aggiungo sulla storia, perché molta della bellezza de Il giardino delle parole sta nella pazienza di attendere che la natura dei personaggi venga rivelata a tempo debito.


Per quanto riguarda invece la realizzazione, Il giardino delle parole, pur non essendo molto innovativo, è comunque curatissimo e delicato. Il character design dei personaggi è essenziale e semplice ma molto particolareggiato, soprattutto per quel che riguarda gli abiti e le calzature, queste ultime fulcro dell'intera storia e legame con la serena infanzia del protagonista. Perfette anche le ambientazioni, tanto che il parco di Shinjuku è facilmente riconoscibile quando viene contrapposto al paesaggio urbano che lo circonda; ovviamente, al suo interno ogni pretesa di realismo viene meno perché i colori brillanti immersi in una tenue bruma lo rendono un luogo permeato di magia, quasi fuori dalla realtà, ma anche questa rappresentazione ideale è totalmente funzionale alla storia. Ogni passaggio della pellicola, poi, è sottolineato da una colonna sonora nella quale prevalgono le melodie suonate al pianoforte, lievi e malinconiche come una giornata di pioggia, per poi arrivare sul finale e sui titoli di coda con la canzone Rain, che accompagna lo spettatore e lo predispone ad attendere le scene post-credit che vi consiglio di non perdere in quanto fondamentali per la completezza dell'anime. Ammetto l'ignoranza, prima di guardare Il giardino delle parole non conoscevo Makoto Shinkai ma il suo tratto semplice e pulito e l'aura poetica che permea ogni istante di questo piccolo gioiellino mi fa venire voglia di saperne di più e di recuperare le sue vecchie opere; voi, invece, godetevi questa meraviglia al cinema (soprattutto perché sarà preceduto da un corto dello stesso autore dal titolo Someone's Gaze) e non stupitevi se poi vi verrà voglia di passeggiare, ombrello alla mano, nei bellissimi parchi giapponesi!

Makoto Shinkai (vero nome Matoko Niitsu) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Giapponese, ha diretto anche il corto La voce delle stelle, 5 centimetri al secondo e Il viaggio verso Agartha. Anche produttore e animatore, ha 41 anni.


Se Il giardino delle parole vi fosse piaciuto recuperate La collina dei papaveri. ENJOY!




domenica 18 maggio 2014

Il Bollalmanacco in vacanza 2 - La vendetta







Le brume di Paris non si sono ancora dissipate che già sto ripartendo. Destinazione: Irlanda.
Mentre io mi ammazzerò di Guinnes voi non dimenticate di seguire il Bollalmanacco anche perché stavolta sono riuscita a programmare un paio di post per la prossima settimana!

Buona vita ragazzi, ci si risente "in diretta" da lunedì 26 e, soprattutto... ENJOY!

giovedì 15 maggio 2014

(Gio) WE, Bolla! del 15/5/2014

Buon giovedì a tutti! Oggi è l'ultimo giorno della Festa del Cinema ma a Savona, come ben sapete, mai 'na gioia, altro che festa! Per fortuna Only Lovers Left Alive o, se preferite, Solo gli amanti sopravvivono, l'ho già visto e recensito QUI o mi sarei davvero inca**ata come un'ape. Detto questo, diamo uno sguardo a quello che è uscito in sala da queste parti e... ENJOY!


Godzilla
Reazione a caldo: Bah…
Bolla, rifletti!: Nonostante sia una nipponofila convinta a me Godzilla o Gojira non ha mai fatto impazzire, figuriamoci poi se si parla di remake ammeregani. Dopo il pur gradevole Pacific Rim lascio la visione a chi potrà apprezzare meglio di me il binomio mostroni e distruzione!

Grace di Monaco
Reazione a caldo: Not interested
Bolla, rifletti!: per quanto mi affascinino la Hollywood dell’epoca in generale e la figura di Grace Kelly in particolare, questa pellicola mi sa troppo di mera “esposizione dei fatti” senz’anima per aver voglia di guardarlo. L’accoglienza fredda che ha ricevuto ieri sera a Cannes conferma questi miei timori, effettivamente.

Ghost Movie 2- Questa volta è guerra
Reazione a caldo: Mabbasta!!
Bolla, rifletti!: Ma perché i Wayans non hanno smesso dopo Scary Movie? C’è davvero ANCORA bisogno di questi film parodici e, soprattutto, c’è ancora bisogno che ‘sta roba venga doppiata e distribuita sul mercato italiano con tutti i bei film che vengono lasciati a marcire nel limbo? Questo mi fa davvero paura!!!

Al cinema d’élite si buttano invece sul cinema argentino!

The German Doctor - Wakolda
Reazione a caldo: non lo conoscevo ma dalla trama sembra interessante!
Bolla, rifletti!: Diretto da una giovane regista argentina e tratto dal suo quinto romanzo, il film racconta la storia di una famiglia che si ritrova a dover ospitare, senza saperlo, nientemeno che il nazista Mengele. Ospitata nella sezione Un certain regard nell’ultima edizione del festival di Cannes, pare che la pellicola sia molto ben diretta e ben recitata, intrigante e solida quanto basta. Potrei recuperarla in futuro!!

mercoledì 14 maggio 2014

La stirpe del male (2014)

Approfittando della Festa del cinema ieri sera sono andata a vedere La stirpe del male (Devil's Due), horror diretto dai registi Matt Bettinelli - Olpin e Tyler Gillett.


Trama: l'ultimo giorno di luna di miele i coniugi McCall passano la notte in una sorta di discoteca abusiva e si risvegliano il mattino dopo con un tremendo hangover e nessun ricordo di come siano tornati in camera. Poco dopo, lei scopre di essere rimasta incinta e nella casetta dei novelli sposi cominciano ad accadere strane cose...


Quando Rosemary's Baby incontra Paranormal Activity viene fuori un film talmente banale che persino io, notoriamente suggestionabile davanti a dèmoni e affini, sono riuscita a tornare a casa senza nemmeno un brivido lungo la schiena. La stirpe del male è la summa dei cliché sulle gravidanze demoniache (fitte tremende alla pancia, ecografie che non mostrano nulla, voglia improvvisa di carne cruda anche se si è vegetariane, fenomenali poteri infernali in un minuscolo spazio vitale, momenti di vuoto mentale durante i quali il corpo della gestante è completamente in balia della progenie di Satana, ecc. ecc.) inseriti, purtroppo, all'interno di una cornice che rispetta le regole del mockumentary, il che vuol dire telecamere infilate in casa in maniera pretestuosa oppure riprese a mano fatte in qualsiasi momento dell'esistenza dei protagonisti, col marito minkia che non molla la videocamera nemmeno quando la moglie, palesemente, vorrebbe vederlo morto, impiccato coi suoi stessi intestini. A peggiorare ulteriormente la situazione di La stirpe del male si aggiunge anche la componente "paranoica", gestita lucidamente ed egregiamente da Roman Polanski ed Ira Levin negli anni '70 ma ridotta a pura incoerenza dalla sceneggiatrice Lindsay Devlin, che ci propina poliziotti idioti, ginecologi da operetta e, peggio ancora, famiglie o amici che, mentre la gestante esce di testa davanti a un marito sempre più preoccupato, tendono a defilarsi facendosi gli affari propri come se la cosa non li riguardasse. Last but not least, non manca alla pellicola nemmeno il solito corollario alla "Prima legge sulla demenza nei mockumentary" che vuole che ogni ripresa effettuata, possibilmente contenente prove schiaccianti sulla natura maligna degli eventi in corso, venga poi visionata solo quando ormai la situazione è oltre ogni possibile recupero: spiegatemi QUALE coppia sposata non mostrerebbe il filmino della propria vacanza ad amici e parenti dopo nemmeno una settimana, mentre il povero pirla protagonista de La stirpe del male lo lascia lì a frollare per mesi. Mah.


Rispetto alla media dei mockumentary e degli ultimi, desolanti capitoli di Paranormal Activity, c'è da dire almeno che i due protagonisti sanno recitare, soprattutto lei: vederla passare, a poco a poco, da allegra neo-sposina a sciupata gestante sempre più distaccata da tutto quello che la circonda è forse la cosa più interessante e inquietante del film. Il resto della pellicola ripropone situazioni e stilemi già visti, persino per quel che riguarda le riprese, tanto che quei pochi spaventi che i realizzatori sono riusciti a confezionare diventano prevedibili già a partire dall'angolazione dell'inquadratura o dal brusco passaggio all'infrarosso; un paio di elementi interessanti si possono ritrovare nelle soggettive di un paio di vittime (ma anche lì, se mi scagliano IN CIELO con la telecinesi non dovrebbe di regola, come prima cosa, cadermi la videocamera di mano?), nel delirio di distruzione finale e negli improvvisi scoppi di violenza della protagonista, francamente l'unica cosa in grado di scuotere lo spettatore durante la visione del film. Potrei anche aggiungere che, in un certo qual modo, è particolare e a tratti straniante l'alternarsi all'interno della pellicola di usanze cattoliche come la celebrazione della prima comunione (credo sia la prima volta che ne vedo rappresentata una in un film americano...) e ambientazioni esotiche ed inusuali per un horror come la Repubblica Dominicana ma, per il resto, c'è poco altro da dire, sicuramente la campagna di marketing virale faceva molta più paura ed era sicuramente più geniale di questo La stirpe del male. E per fortuna alla fine dei titoli di coda viene scritto che il film ha dato lavoro a 13.000 persone, così mi sono sentita un po' meno in colpa per aver buttato via i miei euro (a proposito di Euro, leggete anche la recensione de I 400 calci, è geniale!!).


P.S. ovvero, Quando il pubblico è meglio del film:
Durante la visione de La stirpe del male avevo alle spalle due genii (con due I, erano due) che, più o meno all'inizio, durante la scena dell'ingravidamento, sono riusciti a dire "Ah ma qui bisogna chiamare qualcuno, il film si vede male, a scatti, non si capisce nulla!!". Quale parte del significato di mockumentary non avete capito, signori?
All'uscita invece parte il commento dei rEgazzini (La stirpe del male è vietato ai minori di 14 anni, non chiedetemi perché, quindi questi ne avranno avuti al massimo 15) che volevano convincere altri amici a vedere 'sta fiera della banalità: "Oh cioé minkia andate a vedere cioé La stirpe lì del cioé male perché minkia oh, ci siamo caCati in mano dibbrutto". Ah, i bei tempi in cui il V.M. 14 significava davvero farsela sotto per la paura, molto più del V.M. 18!!

Matt Bettinelli - Olpin e Tyler Gillett sono i registi della pellicola. Americani, avevano già diretto assieme uno degli episodi del film V/H/S, 10/31/98. Dovrebbero essere entrambi sopra i trent'anni e sono anche stati attori, sceneggiatori e produttori.

Bettinelli primo della fila, Gillett ultimo!
Allison Miller interpreta Samantha McCall. Nata a Roma da genitori americani, ha partecipato a serie come Cold Case, CSI: NY, Desperate Housewives e Terranova. Ha 29 anni.


Zach Gilford interpreta Zach McCall. Americano, ha partecipato a film come La setta delle tenebre, Super e a serie come Grey's Anatomy. Ha 32 anni e un film in uscita, Anarchia - La notte del giudizio, seguito de La notte del giudizio.


Se anche voi, come me, vi siete chiesti dove avevate già visto padre Thomas, sappiate che l'attore Sam Anderson è stato il Bernard della serie Lost. Detto questo, se La stirpe del male vi fosse piaciuto recuperate il pluricitato Rosemary's Baby e la serie Paranormal Activity. ENJOY!!

martedì 13 maggio 2014

Bolla's Top 5 - Sweet Child of Mine!

Ieri sera sarei dovuta andare a vedere La stirpe del male. Purtroppo, siccome il multisala di Savona, oltre a proporre film di meLma, al lunedì è anche chiuso, ho dovuto cambiare programma ed organizzarmi per stasera. Salta quindi la recensione che avrei pensato di scrivere e, giusto per non abbandonare il blog a sé stesso, ho deciso di stilare una delle mie solite Top 5: per rimanere in tema, stavolta la dedichiamo a quelle gestazioni che hanno avuto un finale, diciamo... peculiare. Altro che bimbetti rosei, paffutelli e graziosi, qui passa la voglia di diventare genitori!! Occhio agli SPOILER e... ENJOY!

5. Jacob (Nightmare 5 - Il mito, 1989)
Questa volta il simpatico Freddy non si limita a tormentare i sogni delle vittime, vorrebbe anche rinascere nel mondo reale incarnandosi nel figlio che la povera Alice porta in grembo. Il film è una mezza schifezza, ma in quanto a gravidanze assurde (la nascita di Freddy come conseguenza dello stupro di almeno 100 malati mentali ai danni di una suora, all'anima!!) sicuramente parliamo dell'esponente più alto dell'intera saga!
Che schifo, la vita!!!
4. Kayako (Ju-On: Rancore 2, 2003)
Dopo essere stata tormentata per tutto il film da fantasmi, bambini dagli occhi a panda e quant'altro, finalmente la povera protagonista incinta riesce ad arrivare in sala parto. Medici ed infermiere muoiono tutti per l'orrore e ci credo: la donna partorisce nientemeno che lo spettro di Kayako, l'inquietante spirito di vendetta presente in tutti i film della serie. Momenti di puro terrore anche per lo spettatore, ve lo garantisco.
Cu-cù!
3. I bambini di Midwich (Il villaggio dei dannati, 1957)
Gli abitanti di un paese cadono addormentati tutti assieme, all'improvviso. Nove mesi dopo, tutte le donne in età fertile danno alla luce pargoletti biondi, bellissimi, dotati di una mente condivisa e spaventosi poteri. E' l'inizio di una delle invasioni aliene più inquietanti di sempre!!
Inquietanti chi..? Noi?!
2. Il secondogenito della famiglia Davis (Baby Killer, 1974)
Povero, piccolo senzanome (e se ce l'aveva non lo ricordo, sorry). Nato zannuto, artigliato, mostruoso, assetato di sangue... come si fa a non volergli bene quando salta al collo del lattaio perché ha fame e nessuno lo vuole? Trash riscoperto in anni liceali e diventato subito cult, alla fine la storia di Baby Killer palesa anche un tenero cuore di genitore.
Il lattee!! Dammi il latte, brutto bastardo!!!
1. Adrian Woodhouse (Rosemary's Baby, 1968)
Il piccolo Adrian, anche se molti giurano di averlo visto nelle immagini della culla, non viene mai mostrato nel capolavoro di Polanski. Eppure, fa più paura di tanti suoi "fratellini" cinematografici, Demien compreso. Forse perché sembra non esserci scampo contro la sua sicura vittoria.
Non si vede ma c'è. Che è anche peggio!

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