Vi avverto che questo post e il prossimo verteranno su Nicolas Cage, non so il perché di questa terrificante coincidenza. Oggi tocca all'horror Pay the Ghost, diretto dal regista Uli Edel e tratto dall'omonimo racconto breve di Tim Lebbon.
Trama: la sera di Halloween, il professore universitario Mike Lawford perde il figlioletto nel bel mezzo di una parata. Un anno dopo, lui e la moglie si ritrovano vittime di fenomeni paranormali che lascerebbero supporre un tentativo del bambino di comunicare con loro...
Prima di guardare Pay the Ghost mi aspettavo chissà quale aberrazione, un trionfo "horror" di faccette, fisime e parrucche Cageane, il tutto immerso in una storia ai limiti dell'inverosimile portata avanti sul filo del trash. Invece il film di Uli Edel è una normalissima, banale e quasi rilassante ghost story che, se devo essere sincera, per metà della sua durata risulta anche prodotto dignitoso e gradevole, nei limiti di un film di genere girato a scopi alimentari. La trama è quella classica in cui un fantasma vendicativo sceglie casualmente alcune vittime sulle quali scagliare un'antica maledizione, con conseguente tentativo dei poveri sfortunati di risolvere misteri sempre più pericolosi e tornare a vivere un'esistenza normale, possibilmente non ammorbata da spettri, avvoltoi e visioni traumatiche; Pay the Ghost gioca sull'ambientazione Halloweeniana e cerca di affascinare lo spettatore mediamente ignorante con un paio di leggende celtiche e simboli arcani per una volta non "satanici", il resto poi segue un canovaccio visto e stravisto. Dal momento in cui Mike e la moglie scoprono cosa si nasconde dietro il rapimento del figlio il film diventa infatti un susseguirsi di medium, sussurri spettrali e morti più o meno sanguinose, concludendosi in fretta e furia con un finale loffio e facilone che non fa temere neppure per un istante per la vita dei protagonisti (l'idea poi che nei bassifondi di New York si celi, guarda un po', il ponte per l'aldilà custodito da un barbone cieco mi ha fatto alzare talmente gli occhi al cielo che a momenti perdo la vista anch'io!) ma che, purtroppo, fa preoccupare all'idea di un seguito. Della serie, il titolo consiglia di pagare il ghost ma magari 'sti benedetti soldi diamoli anche ai produttori altrimenti muoiono di fame, poverini.
La trama è dunque banale e spesso scontata, la regia di Uli Edel, ex Ragazzo dello Zoo di Berlino, talmente anonima ed innocua che lì per lì pensavo ci fosse un signor Nessuno dietro la macchina da presa, gli effetti speciali il solito mix di artifici digitali e poco sangue finto... ma chi se ne frega di questi dettagli, voi siete qui per Cage, vero? Ebbene, vi dirò che Nicolas è stranamente molto misurato e a un certo punto è riuscito persino a coinvolgermi nel suo dolore. E' stato solo un attimo in cui mi sono presa a schiaffi fortissimi onde scacciare il temporaneo incantesimo, ma abbastanza per sorvolare sui chili di cerone che gli hanno messo in faccia o sul suo modo di correre assai simile a quello di un vecchio sciancato (Cage è sempre stato zoppo o è una cosa recente? Illuminatemi, please!) ed annuire di fronte alla sua interpretazione di padre e marito addolorato ma caparbio. Anche i capelli mi sono sembrati i suoi ma a questi punti comincio a pensare di essere stata ubriaca, non ci sono altre spiegazioni. Scherzi a parte, non mi aspettavo nulla da Pay the Ghost e questa non aspettativa è stata ripagata (fortunatamente non con un tributo di pargoli, non saprei dove metterli!) ecco perché scrivo questo post serenamente e priva di odio o astio nei confronti dei coinvolti. E' vero, nessuno mi restituirà mai il tempo che ho perso guardando Pay the Ghost ma, sinceramente, piuttosto che partire per gli USA e tormentare Uli Edel o Tim Lebbon con voci fantasmatiche preferisco essere buona e risparmiare la fatica a voi, consentendovi di spendere le vostre ore di libertà in maniera ben più proficua.
Di Nicolas Cage, che interpreta Mike, ho già parlato QUI.
Uli Edel è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, Body of Evidence ed episodi di serie come I segreti di Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 68 anni e un film in uscita.
Sarah Wayne Callies interpreta Kristen. Meglio conosciuta come la Lori di The Walking Dead, ha partecipato anche ad altre serie come Numb3rs, Prison Break e Dr. House. Americana, ha 38 anni e un film in uscita.
Se Pay the Ghost vi fosse piaciuto recuperate The Woman in Black. ENJOY!
mercoledì 9 dicembre 2015
martedì 8 dicembre 2015
Cooties (2014)
Oggi il Bollalmanacco va incontro a tutti gli insegnati frustrati d'Italia parlando di Cooties, horror diretto nel 2014 dai registi Jonathan Milott e Cary Murnion.
Trama: a causa di una partita avariata di bocconcini di pollo i bambini di una scuola elementare diventano delle belve assetate di sangue e gli insegnanti rimasti bloccati all'interno dell'edificio dovranno cercare di sopravvivere.
Cooties è una parola strana ma carina, che non avevo mai sentito prima di guardare questo film. Credevo derivasse dallo slang e venisse utilizzata per indicare i bambini in generale, magari in senso dispregiativo, invece "cooties" è un po' come il nostro "ce l'hai", nella misura in cui i maschietti e le femminucce rifiutano di venire toccati dagli esponenti del sesso opposto in quanto portatori appunto di "cooties", una sorta di bacillo immaginario particolarmente schifoso. Non c'è però nulla di immaginario nella malattia che colpisce i pargoli nella pellicola di Jonathan Milott e Cary Murnion, nata dall'ingestione di un pasto già di per sé poco sano (giuro su Cthulhu che non mangerò mai più i Chicken Nuggets del MacDonald, la mia cosa preferita all'interno di quelle schifoserie svunce) e diffusa come da tradizione attraverso il contatto fisico tipico appunto del "ce l'hai", con l'aggiunta di un graffio o un morsetto. La banale, noiosa e frustrante giornata di un corpo insegnante formato da casi umani si trasforma così in una lotta per la sopravvivenza nella quale le già imbarazzanti regole, fobie o convinzioni deontologiche di ciascun maestro diventano o dei mezzi per contrastare la ferocissima masnada di pargoli sanguinari oppure i veicoli per una dipartita più celere; massimi esempi di rara demenza sono l'odioso vicepreside col suo falso buonismo, l'insegnante di educazione fisica che riesce tuttavia a diventare una sorta di badassissimo giustiziere sul finale, persino la "mamma in carriera" con una mano sul telefonino, il culo sul SUV e l'occhio ciecamente rivolto al proprio importantissimo universo interiore, incapace di capire cosa stia succedendo ai figli messi al mondo a mo' di status symbol. I bambini selvaggi di Cooties si ribellano ad un sistema che li vuole parcheggiati per ore lontani da famiglie troppo impegnate ma il film offre anche la rivincita ad insegnanti costretti ad affrontare alunni resi idioti e maleducati da genitori inqualificabili e a veder sminuito il valore del proprio importantissimo lavoro; il risultato è un divertente bagno di sangue che potrebbe fungere da valvola di sfogo per chi si ritrovasse costretto ogni giorno ad affrontare le situazioni al limite del surreale presentate all'inizio del film.
A fronte di parecchie scene splatter, sequenze abbastanza cattive e un make-up realistico e rivoltante (ma mai quanto la lunghissima scena introduttiva dei titoli di testa, che mostra nel dettaglio la realizzazione del nugget avariato) ciò che comunque la fa da padrone in Cooties è la sua anima supercazzola di film che non si prende sul serio neppure per un secondo. L'ambiente lavorativo nel quale gravitano gli insegnanti è degno di una sit-com americana, così come i protagonisti, tagliati con l'accetta ma in qualche modo assai umani nell'esacerbare pregi e difetti riscontrabili nella maggior parte delle persone che ci circondano; lo scrittore frustrato di Elijah Wood, la maestrina tutta zucchero e soluzioni pacifiche, la zitella terrorizzata dagli uomini, l'asociale incapace di parlare, il macho, l'insegnante palesemente gay che tutti per tacito accordo fingono di considerare eterosessuale, persino la quintessenza degli stereotipi razziali racchiusi in un bidello giapponese risultano assurdi e familiari allo stesso tempo e ovviamente stridono perfettamente con la componente horror della pellicola. Poi, ovvio, Cooties non è assolutamente al livello di Shaun of the Dead o di altre commedie horror diventate cult, tuttavia gli attori coinvolti (anche comparse di lusso come lo Hugo di Lost o il regista Leigh Whannell) si sono palesemente divertiti, il film non è fiaccato da quell'aria di sciatteria tipica di altre produzioni simili e in generale i registi, per quanto siano dei novellini, si sono sicuramente impegnati per dare al pubblico qualcosa di simpatico e ben realizzato (ho trovato molto ben fatte in particolare la scena del contagio in cortile e la "festa" finale, che mi ha un po' ricordato una delle sequenze più riuscite di Clown). Soprattutto, bisognerebbe ricordare che il co-sceneggiatore è quel Ian Brennan che mi sta dando un sacco di gioie con la folle ed esilarante serie Scream Queens. Tenendo a mente questo dettaglio, Cooties diventa automaticamente un divertissement ideale per una serata di totale relax ad alto tasso di ignoranza citazionistica, zeppo di dialoghi sagaci da appuntarsi e riutilizzare. Aspettando, ovviamente, la fine dei titoli di coda.
Di Elijah Wood (Clint), Rainn Wilson (Wade) e Leigh Whannell (Doug) ho parlato ai rispettivi link.
Jonathan Milott e Cary Murnion sono i registi della pellicola, probabilmente americani e al loro debutto dietro la macchina da presa. Hanno un film in uscita.
Alison Pill interpreta Lucy. Canadese, ha partecipato a film come Scott Pilgrim vs. The World, Midnight in Paris e a serie come Psi Factor e CSI - Scena del crimine. Ha 30 anni e un film in uscita.
Jack McBrayer interpreta Tracy. Americano, ha partecipato a film come Talladega Nights - The Ballad of Ricky Bobby, Comic Movie e, soprattutto, alla serie 30 Rock; come doppiatore ha lavorato per i film Cattivissimo me, Ralph Spaccatutto e per serie come I Simpson e Phineas e Ferb. Anche produttore, ha 42 anni.
Nasim Pedrad, che interpreta Rebekkah, è l'ambigua Gigi di Scream Queens mentre il già citato Jorge Garcia, qui nei panni del fattone Rick, è stato il mitico Hugo di Lost. Se Cooties vi fosse piaciuto recuperate il meno allegro The Children! ENJOY!
Trama: a causa di una partita avariata di bocconcini di pollo i bambini di una scuola elementare diventano delle belve assetate di sangue e gli insegnanti rimasti bloccati all'interno dell'edificio dovranno cercare di sopravvivere.
Cooties è una parola strana ma carina, che non avevo mai sentito prima di guardare questo film. Credevo derivasse dallo slang e venisse utilizzata per indicare i bambini in generale, magari in senso dispregiativo, invece "cooties" è un po' come il nostro "ce l'hai", nella misura in cui i maschietti e le femminucce rifiutano di venire toccati dagli esponenti del sesso opposto in quanto portatori appunto di "cooties", una sorta di bacillo immaginario particolarmente schifoso. Non c'è però nulla di immaginario nella malattia che colpisce i pargoli nella pellicola di Jonathan Milott e Cary Murnion, nata dall'ingestione di un pasto già di per sé poco sano (giuro su Cthulhu che non mangerò mai più i Chicken Nuggets del MacDonald, la mia cosa preferita all'interno di quelle schifoserie svunce) e diffusa come da tradizione attraverso il contatto fisico tipico appunto del "ce l'hai", con l'aggiunta di un graffio o un morsetto. La banale, noiosa e frustrante giornata di un corpo insegnante formato da casi umani si trasforma così in una lotta per la sopravvivenza nella quale le già imbarazzanti regole, fobie o convinzioni deontologiche di ciascun maestro diventano o dei mezzi per contrastare la ferocissima masnada di pargoli sanguinari oppure i veicoli per una dipartita più celere; massimi esempi di rara demenza sono l'odioso vicepreside col suo falso buonismo, l'insegnante di educazione fisica che riesce tuttavia a diventare una sorta di badassissimo giustiziere sul finale, persino la "mamma in carriera" con una mano sul telefonino, il culo sul SUV e l'occhio ciecamente rivolto al proprio importantissimo universo interiore, incapace di capire cosa stia succedendo ai figli messi al mondo a mo' di status symbol. I bambini selvaggi di Cooties si ribellano ad un sistema che li vuole parcheggiati per ore lontani da famiglie troppo impegnate ma il film offre anche la rivincita ad insegnanti costretti ad affrontare alunni resi idioti e maleducati da genitori inqualificabili e a veder sminuito il valore del proprio importantissimo lavoro; il risultato è un divertente bagno di sangue che potrebbe fungere da valvola di sfogo per chi si ritrovasse costretto ogni giorno ad affrontare le situazioni al limite del surreale presentate all'inizio del film.
A fronte di parecchie scene splatter, sequenze abbastanza cattive e un make-up realistico e rivoltante (ma mai quanto la lunghissima scena introduttiva dei titoli di testa, che mostra nel dettaglio la realizzazione del nugget avariato) ciò che comunque la fa da padrone in Cooties è la sua anima supercazzola di film che non si prende sul serio neppure per un secondo. L'ambiente lavorativo nel quale gravitano gli insegnanti è degno di una sit-com americana, così come i protagonisti, tagliati con l'accetta ma in qualche modo assai umani nell'esacerbare pregi e difetti riscontrabili nella maggior parte delle persone che ci circondano; lo scrittore frustrato di Elijah Wood, la maestrina tutta zucchero e soluzioni pacifiche, la zitella terrorizzata dagli uomini, l'asociale incapace di parlare, il macho, l'insegnante palesemente gay che tutti per tacito accordo fingono di considerare eterosessuale, persino la quintessenza degli stereotipi razziali racchiusi in un bidello giapponese risultano assurdi e familiari allo stesso tempo e ovviamente stridono perfettamente con la componente horror della pellicola. Poi, ovvio, Cooties non è assolutamente al livello di Shaun of the Dead o di altre commedie horror diventate cult, tuttavia gli attori coinvolti (anche comparse di lusso come lo Hugo di Lost o il regista Leigh Whannell) si sono palesemente divertiti, il film non è fiaccato da quell'aria di sciatteria tipica di altre produzioni simili e in generale i registi, per quanto siano dei novellini, si sono sicuramente impegnati per dare al pubblico qualcosa di simpatico e ben realizzato (ho trovato molto ben fatte in particolare la scena del contagio in cortile e la "festa" finale, che mi ha un po' ricordato una delle sequenze più riuscite di Clown). Soprattutto, bisognerebbe ricordare che il co-sceneggiatore è quel Ian Brennan che mi sta dando un sacco di gioie con la folle ed esilarante serie Scream Queens. Tenendo a mente questo dettaglio, Cooties diventa automaticamente un divertissement ideale per una serata di totale relax ad alto tasso di ignoranza citazionistica, zeppo di dialoghi sagaci da appuntarsi e riutilizzare. Aspettando, ovviamente, la fine dei titoli di coda.
Di Elijah Wood (Clint), Rainn Wilson (Wade) e Leigh Whannell (Doug) ho parlato ai rispettivi link.
Jonathan Milott e Cary Murnion sono i registi della pellicola, probabilmente americani e al loro debutto dietro la macchina da presa. Hanno un film in uscita.
Alison Pill interpreta Lucy. Canadese, ha partecipato a film come Scott Pilgrim vs. The World, Midnight in Paris e a serie come Psi Factor e CSI - Scena del crimine. Ha 30 anni e un film in uscita.
Jack McBrayer interpreta Tracy. Americano, ha partecipato a film come Talladega Nights - The Ballad of Ricky Bobby, Comic Movie e, soprattutto, alla serie 30 Rock; come doppiatore ha lavorato per i film Cattivissimo me, Ralph Spaccatutto e per serie come I Simpson e Phineas e Ferb. Anche produttore, ha 42 anni.
Nasim Pedrad, che interpreta Rebekkah, è l'ambigua Gigi di Scream Queens mentre il già citato Jorge Garcia, qui nei panni del fattone Rick, è stato il mitico Hugo di Lost. Se Cooties vi fosse piaciuto recuperate il meno allegro The Children! ENJOY!
domenica 6 dicembre 2015
Operazione U.N.C.L.E. (2015)
Tra un recupero e l'altro sono riuscita ad infilare anche Operazione U.N.C.L.E. (The Man from U.N.C.L.E.), diretto e co-sceneggiato dal regista Guy Ritchie.
Trama: negli anni della guerra fredda una spia russa e una americana devono collaborare per impedire che un'organizzazione filonazista metta le mani su un ordigno atomico..
Operazione U.N.C.L.E era passato praticamente inosservato agli occhi della sottoscritta, chissà perché. Normalmente apprezzo molto Guy Ritchie e un film diretto da lui è qualcosa che non mi dispiace affatto andare a vedere al cinema ma stavolta, complice forse la mancanza di Robert Downey Jr. e la presenza di un trailer non proprio esaltante avevo deciso di lasciar perdere, anche perché non ho mai guardato un solo episodio di Organizzazione U.N.C.L.E., serie che ha ispirato la pellicola. Col senno di poi confermo la bontà della scelta di non vedere il film in sala; Operazione U.N.C.L.E. è un action stilosetto ma abbastanza banale, a tratti divertente e sicuramente dotato di ritmo ma, in definitiva, ben poco memorabile e più volte durante la visione mi sono ritrovata ad invocare il nome di Matthew Vaughn, a mio avviso il nome più adatto per finire dietro la macchina da presa quando si tratta di pellicole come questa. In poche parole Operazione U.N.C.L.E. è una spy-story vintage che sfrutta essenzialmente il costante gioco degli opposti tra il piacione americano Solo e il taciturno russo Illya, sempre sull'orlo della psicopatia, arricchita di parecchi momenti umoristici atti a stemperare le scene più violente o serie e anche di un pizzico di frustrante romanticismo (sarà che ho sempre avuto un debole per le spie che vengono dal freddo o forse perché parecchi atteggiamenti di Illya sembravano scritti apposta per Jigen, a un certo punto l'unico mio interesse guardando il film è diventato sapere se Hammer e la Vikander avrebbero concluso qualcosa!); tra un inganno, una pistolettata e un pugno la trama, piuttosto lineare e prevedibile nonostante un paio di twist inseriti qui e là, trascina lo spettatore dalla Germania all'Italia, dove pittoreschi personaggi tra i quali spicca una malvagia nobildonna cercano di costruire un ordigno nucleare onde tenere in scacco le maggiori potenze mondiali ai tempi della cortina di ferro.
Se vi sembro poco entusiasta del film è perché non c'è traccia, nella regia e nel montaggio, di quelle tamarrate un po' cialtrone alle quali mi aveva abituata Guy Ritchie ai tempi di Sherlock Holmes, né ovviamente della stilosa inventiva dei vecchi Snatch o Lock & Stock, cosa che rende il prodotto troppo spesso anonimo. Non bastano un guardaroba anni '60, per quanto bellissimo, o un paio di split screen per appagare i miei occhietti, tanto più che Operazione U.N.C.L.E. risulta svogliato e poco originale anche per quel che riguarda le scene d'azione, dotate di una coreografia e una messa in scena anche troppo misurate; insomma, in mancanza di uno status "serio" od autoriale un film simile deve sbragare, c'è poco da fare, soprattutto se me lo dirige Guy Ritchie, non basta che sia un ibrido garbato ed indeciso. Stessa cosa vale per gli attori. Come sapete a me piacciono i duri imperfetti, non i fighettini squadrati che vanno tanto di moda adesso. Armie Hammer e Henry Cavill rientrano purtroppo nella seconda categoria; il primo non riuscirebbe ad essere psicopatico nemmeno se la sua malattia fosse certificata, tuttavia il suo modo di fare tra il burbero e il teneroso in qualche modo è riuscito a strappare una minima approvazione da parte mia, mentre Cavill non ha il fascino necessario per essere credibilmente piacione, mi spiace. Guardando inoltre il film in lingua originale si rischia la morte per gli accenti fasulli messi in bocca ai personaggi (Alicia Vikander bellissima ma tedesca quanto me) e gli unici che si salvano sono il già citato Cavill e Hugh Grant, costretto in un cameo a dir poco sprecato, mentre al nativo italiano come la sottoscritta rischia di salire la carogna all'udire la propria lingua biascicata da comparse palesemente straniere: dico ma portare avanti un casting a Roma vi faceva davvero schifo? Mah. A parte tutto, se cercate un film divertente e poco impegnativo Operazione U.N.C.L.E. potrebbe anche andare bene ma non aspettatevi di ricordarlo il giorno dopo!
Del regista e co-sceneggiatore Guy Ritchie ho già parlato QUI. Armie Hammer (Illya), Alicia Vikander (Gaby), Hugh Grant (Waverly) e Jared Harris (Sanders) li trovate invece ai rispettivi link.
Henry Cavill (vero nome Henry William Dalgliesh Cavill) interpreta Solo. Inglese (è nato nel Baliato di Jersey, parte delle Isole del Canale), ha partecipato a film come Hellraiser VIII, Stardust e L'uomo d'acciaio. Ha 32 anni e quattro film in uscita tra cui Batman vs Superman: Dawn of Justice e le due pellicole dedicate alla Justice League.
Sia George Clooney che Tom Cruise erano stati scelti come Napoleon Solo ma il primo ha rinunciato per problemi di salute mentre il secondo ha preferito tornare a dedicarsi a Mission Impossibile; è subentrato così Henry Cavill, che aveva invece partecipato alle audizioni per il ruolo di Illya. Anche alla regia ci sono stati dei cambiamenti dopo che Steven Soderbergh ha scelto di rinunciare al film per divergenze budgetarie e riguardanti il cast. Come ho detto nel post, la pellicola è una sorta di prequel della serie Organizzazione U.N.C.L.E. quindi, visti anche i titoli di coda, potrebbe profilarsi all'orizzonte un sequel ma per ora non si sa nulla e tra i progetti futuri di Guy Ritchie non c'è traccia di un Operazione U.N.C.L.E. 2; nell'attesa di saperne di più, se il film vi fosse piaciuto recuperate la serie e aggiungete Kingsman: Secret Service. ENJOY!
Trama: negli anni della guerra fredda una spia russa e una americana devono collaborare per impedire che un'organizzazione filonazista metta le mani su un ordigno atomico..
Operazione U.N.C.L.E era passato praticamente inosservato agli occhi della sottoscritta, chissà perché. Normalmente apprezzo molto Guy Ritchie e un film diretto da lui è qualcosa che non mi dispiace affatto andare a vedere al cinema ma stavolta, complice forse la mancanza di Robert Downey Jr. e la presenza di un trailer non proprio esaltante avevo deciso di lasciar perdere, anche perché non ho mai guardato un solo episodio di Organizzazione U.N.C.L.E., serie che ha ispirato la pellicola. Col senno di poi confermo la bontà della scelta di non vedere il film in sala; Operazione U.N.C.L.E. è un action stilosetto ma abbastanza banale, a tratti divertente e sicuramente dotato di ritmo ma, in definitiva, ben poco memorabile e più volte durante la visione mi sono ritrovata ad invocare il nome di Matthew Vaughn, a mio avviso il nome più adatto per finire dietro la macchina da presa quando si tratta di pellicole come questa. In poche parole Operazione U.N.C.L.E. è una spy-story vintage che sfrutta essenzialmente il costante gioco degli opposti tra il piacione americano Solo e il taciturno russo Illya, sempre sull'orlo della psicopatia, arricchita di parecchi momenti umoristici atti a stemperare le scene più violente o serie e anche di un pizzico di frustrante romanticismo (sarà che ho sempre avuto un debole per le spie che vengono dal freddo o forse perché parecchi atteggiamenti di Illya sembravano scritti apposta per Jigen, a un certo punto l'unico mio interesse guardando il film è diventato sapere se Hammer e la Vikander avrebbero concluso qualcosa!); tra un inganno, una pistolettata e un pugno la trama, piuttosto lineare e prevedibile nonostante un paio di twist inseriti qui e là, trascina lo spettatore dalla Germania all'Italia, dove pittoreschi personaggi tra i quali spicca una malvagia nobildonna cercano di costruire un ordigno nucleare onde tenere in scacco le maggiori potenze mondiali ai tempi della cortina di ferro.
Se vi sembro poco entusiasta del film è perché non c'è traccia, nella regia e nel montaggio, di quelle tamarrate un po' cialtrone alle quali mi aveva abituata Guy Ritchie ai tempi di Sherlock Holmes, né ovviamente della stilosa inventiva dei vecchi Snatch o Lock & Stock, cosa che rende il prodotto troppo spesso anonimo. Non bastano un guardaroba anni '60, per quanto bellissimo, o un paio di split screen per appagare i miei occhietti, tanto più che Operazione U.N.C.L.E. risulta svogliato e poco originale anche per quel che riguarda le scene d'azione, dotate di una coreografia e una messa in scena anche troppo misurate; insomma, in mancanza di uno status "serio" od autoriale un film simile deve sbragare, c'è poco da fare, soprattutto se me lo dirige Guy Ritchie, non basta che sia un ibrido garbato ed indeciso. Stessa cosa vale per gli attori. Come sapete a me piacciono i duri imperfetti, non i fighettini squadrati che vanno tanto di moda adesso. Armie Hammer e Henry Cavill rientrano purtroppo nella seconda categoria; il primo non riuscirebbe ad essere psicopatico nemmeno se la sua malattia fosse certificata, tuttavia il suo modo di fare tra il burbero e il teneroso in qualche modo è riuscito a strappare una minima approvazione da parte mia, mentre Cavill non ha il fascino necessario per essere credibilmente piacione, mi spiace. Guardando inoltre il film in lingua originale si rischia la morte per gli accenti fasulli messi in bocca ai personaggi (Alicia Vikander bellissima ma tedesca quanto me) e gli unici che si salvano sono il già citato Cavill e Hugh Grant, costretto in un cameo a dir poco sprecato, mentre al nativo italiano come la sottoscritta rischia di salire la carogna all'udire la propria lingua biascicata da comparse palesemente straniere: dico ma portare avanti un casting a Roma vi faceva davvero schifo? Mah. A parte tutto, se cercate un film divertente e poco impegnativo Operazione U.N.C.L.E. potrebbe anche andare bene ma non aspettatevi di ricordarlo il giorno dopo!
Del regista e co-sceneggiatore Guy Ritchie ho già parlato QUI. Armie Hammer (Illya), Alicia Vikander (Gaby), Hugh Grant (Waverly) e Jared Harris (Sanders) li trovate invece ai rispettivi link.
Henry Cavill (vero nome Henry William Dalgliesh Cavill) interpreta Solo. Inglese (è nato nel Baliato di Jersey, parte delle Isole del Canale), ha partecipato a film come Hellraiser VIII, Stardust e L'uomo d'acciaio. Ha 32 anni e quattro film in uscita tra cui Batman vs Superman: Dawn of Justice e le due pellicole dedicate alla Justice League.
Sia George Clooney che Tom Cruise erano stati scelti come Napoleon Solo ma il primo ha rinunciato per problemi di salute mentre il secondo ha preferito tornare a dedicarsi a Mission Impossibile; è subentrato così Henry Cavill, che aveva invece partecipato alle audizioni per il ruolo di Illya. Anche alla regia ci sono stati dei cambiamenti dopo che Steven Soderbergh ha scelto di rinunciare al film per divergenze budgetarie e riguardanti il cast. Come ho detto nel post, la pellicola è una sorta di prequel della serie Organizzazione U.N.C.L.E. quindi, visti anche i titoli di coda, potrebbe profilarsi all'orizzonte un sequel ma per ora non si sa nulla e tra i progetti futuri di Guy Ritchie non c'è traccia di un Operazione U.N.C.L.E. 2; nell'attesa di saperne di più, se il film vi fosse piaciuto recuperate la serie e aggiungete Kingsman: Secret Service. ENJOY!
venerdì 4 dicembre 2015
The Visit (2015)
Maledetto Shyabadà. Mi hai fregata. Non so come, ma mi hai fregata. Devo dire che The Visit, da te scritto e diretto, è bello? Non esageriamo ma è comunque molto meglio di quanto mi aspettassi da te dopo gli ultimi, tragici exploit.
Trama: Becca e Tyler sono due ragazzini, figli di una mamma single che ha rotto i rapporti con la propria famiglia da prima della loro nascita. I due decidono di fare visita ai nonni materni per ricucire il legame troncato ma i due vecchietti hanno dei comportamenti strani ed inquietanti...
Siccome la cosa bella di The Visit è uno dei tipici twist Shyamalani con i quali il regista ama stupirci dai tempi de Il sesto senso e siccome qualsiasi dettaglio venisse aggiunto alla trama di cui sopra rischierebbe di spoilerarlo senza possibilità di recupero, sarà per me un casino parlare di questo film. Che sì, mi è piaciuto pur non essendo entusiasmante. Pur essendo in soldoni una rivisitazione un po' più intelligente (quasi una parodia) sia del genere mockumentary che del genere Shyamalan. Nulla mi toglie dalla testa che il regista abbia voluto mandare elegantemente a quel paese i detrattori come me che, fin dai titoli di testa inesistenti, aspettavano "LaPuttanata", prendendoci e prendendosi in giro, chiedendo scusa per gli orridi flop voluti dagli studios (parliamo di Devil, da lui solo prodotto, E venga il giorno, L'ultimo dominatore dell'aria e quell'obbrobrio con gli Smith di cui non ricordo neppure il titolo ma io l'avevo cominciato ad odiare già ai tempi di Lady in the Water...) e allo stesso tempo confezionando un film appetibile per gli spettatori horror medi(ocri) oppure per quelli casuali che non disdegnano qualche brivido occasionale. Insomma, sono tuttora convinta che Shyamalan sia semplicemente un furbone matricolato con manie new age ed eccessi di buonismo ma con The Visit ha fatto il suo dovere, o perlomeno è riuscito ad interessarmi alla storia non fosse altro, come ho accennato prima, per il gusto di coglierlo in castagna ed alzarmi dalla poltrona puntando il dito e urlando "AhMannaggialimortaccituaTHovistoPuttanata!!!". E invece ho dovuto stare zitta e fare come Biancaneve nella squallida barzelletta dei Nani, annuendo di malavoglia quando l'amico Ale mi diceva "Ma dai, un po' di paura la mette. Ma dai, vedi che LaPuttanata non c'è?". Mfffff. Che nervoso essere costretta a dire che ho visto molto ma molto peggio quest'anno e che mi è persino piaciuto il modo in cui è stato confezionato questo finto documentario, come un cerchio completo "dal produttore al consumatore", ben diverso dai dozzinali found footage/mockumentary girati con due lire da mocciosi incompetenti. Uuh, a proposito di mocciosi incompetenti!
No, aspettate, il film mi è piaciuto ma un paio di belinate da manuale ci sono, eh. Vince il premio "ragazzino irritante dell'anno" nonché "inutile elemento comico" il piccolo protagonista che si fa chiamare "Puntina di Diamante" e reppa come il fratellino scemo di Moreno o Fedez (vi pregherei di notare le implicazioni di questa frase, tirate le vostre conclusioni ché io devo essere politically correct...); il testo delle TRE (santo cielo, TRE!!) canzoni che sono stata costretta a sorbirmi faceva probabilmente già schifo in inglese ma in italiano ha rischiato di far suicidare i miei neuroni, attenti se e quando guarderete il film. Il destino che ad un certo punto tocca al piccolo demente è tanto schifoso e scatologico quanto catartico per lo spettatore che, di fatto, avrebbe sicuramente voluto fargli la stessa cosa. Altri elementi che mi hanno fatto storcere il naso sono sia la botta di conciliante buonismo finale Shyamalano sia, soprattutto, l'introduzione forzata di un paio di fobie dei due protagonisti, che diventano una sorta di "ostacolo" da superare per risolvere tutta la vicenda ma che di fatto sono totalmente slegate dalla causa che avrebbe dovuto farle scaturire. Rimanendo in tema di cause imbecilli, gran diludendo anche per il motivo che ha spinto la madre dei due pargoli a non volere né sentire né vedere i genitori per ben 15 anni. Insomma, diciamo che, twist e suggestioni horror a parte, Shyabadà deve tornare un po' a lavorare di lima sulle trame, ché queste commistioni facilone di comicità e traumi infantili assurdi mi fanno alzare parecchio le sopracciglia. Per il resto, nulla da dire: gli attori sono bravi, Shyabadà conosce palesemente la tecnica del mockumentary ed è capace a giocare con i cliché che la caratterizzano, la colonna sonora è suggestiva e, soprattutto, nell'inganno ci sono cascata con tutte le scarpe e anche il cappello. Touché, Shamalamadingdong. Touché. Per stavolta hai vinto, aspetto la prossima Puttanata con alieni, fatine ed orpelli (tanto so che ne farai un altra. Lo so, ti piacciono troppo).
Del regista e sceneggiatore M. Night Shyamalan ho già parlato QUI.
Peter McRobbie interpreta nonno Pop. Scozzese, ha partecipato a film come Big, Johnny Suede, Ombre e nebbia, Twilight Zone - Ai confini della realtà, Sleepers, Harry a pezzi, Spider - Man 2, I segreti di Brokeback Mountain, World Trade Center, Lincoln, Vizio di forma e a serie come I Soprano e Daredevil. Ha 72 anni e due film in uscita.
Kathryn Hahn interpreta la mamma. Americana, ha partecipato a film come Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy, Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie, Revolutionary Road e Tomorrowland - Il mondo di domani; come doppiatrice ha lavorato per serie come Robot Chicken e American Dad!. Anche sceneggiatrice, ha 42 anni e un film in uscita.
Se The Visit vi fosse piaciuto recuperate Il sesto senso e Signs. ENJOY!
Trama: Becca e Tyler sono due ragazzini, figli di una mamma single che ha rotto i rapporti con la propria famiglia da prima della loro nascita. I due decidono di fare visita ai nonni materni per ricucire il legame troncato ma i due vecchietti hanno dei comportamenti strani ed inquietanti...
Siccome la cosa bella di The Visit è uno dei tipici twist Shyamalani con i quali il regista ama stupirci dai tempi de Il sesto senso e siccome qualsiasi dettaglio venisse aggiunto alla trama di cui sopra rischierebbe di spoilerarlo senza possibilità di recupero, sarà per me un casino parlare di questo film. Che sì, mi è piaciuto pur non essendo entusiasmante. Pur essendo in soldoni una rivisitazione un po' più intelligente (quasi una parodia) sia del genere mockumentary che del genere Shyamalan. Nulla mi toglie dalla testa che il regista abbia voluto mandare elegantemente a quel paese i detrattori come me che, fin dai titoli di testa inesistenti, aspettavano "LaPuttanata", prendendoci e prendendosi in giro, chiedendo scusa per gli orridi flop voluti dagli studios (parliamo di Devil, da lui solo prodotto, E venga il giorno, L'ultimo dominatore dell'aria e quell'obbrobrio con gli Smith di cui non ricordo neppure il titolo ma io l'avevo cominciato ad odiare già ai tempi di Lady in the Water...) e allo stesso tempo confezionando un film appetibile per gli spettatori horror medi(ocri) oppure per quelli casuali che non disdegnano qualche brivido occasionale. Insomma, sono tuttora convinta che Shyamalan sia semplicemente un furbone matricolato con manie new age ed eccessi di buonismo ma con The Visit ha fatto il suo dovere, o perlomeno è riuscito ad interessarmi alla storia non fosse altro, come ho accennato prima, per il gusto di coglierlo in castagna ed alzarmi dalla poltrona puntando il dito e urlando "AhMannaggialimortaccituaTHovistoPuttanata!!!". E invece ho dovuto stare zitta e fare come Biancaneve nella squallida barzelletta dei Nani, annuendo di malavoglia quando l'amico Ale mi diceva "Ma dai, un po' di paura la mette. Ma dai, vedi che LaPuttanata non c'è?". Mfffff. Che nervoso essere costretta a dire che ho visto molto ma molto peggio quest'anno e che mi è persino piaciuto il modo in cui è stato confezionato questo finto documentario, come un cerchio completo "dal produttore al consumatore", ben diverso dai dozzinali found footage/mockumentary girati con due lire da mocciosi incompetenti. Uuh, a proposito di mocciosi incompetenti!
No, aspettate, il film mi è piaciuto ma un paio di belinate da manuale ci sono, eh. Vince il premio "ragazzino irritante dell'anno" nonché "inutile elemento comico" il piccolo protagonista che si fa chiamare "Puntina di Diamante" e reppa come il fratellino scemo di Moreno o Fedez (vi pregherei di notare le implicazioni di questa frase, tirate le vostre conclusioni ché io devo essere politically correct...); il testo delle TRE (santo cielo, TRE!!) canzoni che sono stata costretta a sorbirmi faceva probabilmente già schifo in inglese ma in italiano ha rischiato di far suicidare i miei neuroni, attenti se e quando guarderete il film. Il destino che ad un certo punto tocca al piccolo demente è tanto schifoso e scatologico quanto catartico per lo spettatore che, di fatto, avrebbe sicuramente voluto fargli la stessa cosa. Altri elementi che mi hanno fatto storcere il naso sono sia la botta di conciliante buonismo finale Shyamalano sia, soprattutto, l'introduzione forzata di un paio di fobie dei due protagonisti, che diventano una sorta di "ostacolo" da superare per risolvere tutta la vicenda ma che di fatto sono totalmente slegate dalla causa che avrebbe dovuto farle scaturire. Rimanendo in tema di cause imbecilli, gran diludendo anche per il motivo che ha spinto la madre dei due pargoli a non volere né sentire né vedere i genitori per ben 15 anni. Insomma, diciamo che, twist e suggestioni horror a parte, Shyabadà deve tornare un po' a lavorare di lima sulle trame, ché queste commistioni facilone di comicità e traumi infantili assurdi mi fanno alzare parecchio le sopracciglia. Per il resto, nulla da dire: gli attori sono bravi, Shyabadà conosce palesemente la tecnica del mockumentary ed è capace a giocare con i cliché che la caratterizzano, la colonna sonora è suggestiva e, soprattutto, nell'inganno ci sono cascata con tutte le scarpe e anche il cappello. Touché, Shamalamadingdong. Touché. Per stavolta hai vinto, aspetto la prossima Puttanata con alieni, fatine ed orpelli (tanto so che ne farai un altra. Lo so, ti piacciono troppo).
Del regista e sceneggiatore M. Night Shyamalan ho già parlato QUI.
Peter McRobbie interpreta nonno Pop. Scozzese, ha partecipato a film come Big, Johnny Suede, Ombre e nebbia, Twilight Zone - Ai confini della realtà, Sleepers, Harry a pezzi, Spider - Man 2, I segreti di Brokeback Mountain, World Trade Center, Lincoln, Vizio di forma e a serie come I Soprano e Daredevil. Ha 72 anni e due film in uscita.
Kathryn Hahn interpreta la mamma. Americana, ha partecipato a film come Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy, Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie, Revolutionary Road e Tomorrowland - Il mondo di domani; come doppiatrice ha lavorato per serie come Robot Chicken e American Dad!. Anche sceneggiatrice, ha 42 anni e un film in uscita.
Se The Visit vi fosse piaciuto recuperate Il sesto senso e Signs. ENJOY!
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giovedì 3 dicembre 2015
(Gio)WE, Bolla! del 3/12/2015
Buon giovedì a tutti! Sebbene non manchi molto alle vacanze di Natale, la distribuzione non è ancora entrata interamente nel mood festivo e nelle sale arrivano film decisamente poco a tema ma non per questo meno interessanti... almeno alcuni! ENJOY!
Heart of the sea - Le origini di Moby Dick
Reazione a caldo: Mah...
Bolla, rifletti!: Non lo so mica. Già i film ambientati in mare (e ora Lucia mi ucciderà) non incontrano molto i miei gusti; in più, i "prequel" di opere famosissime un po' mi ammorbano, non sono nemmeno andata a vedere Pan! Andate, miei prodi, e fatemi sapere com'è, tanto lo terranno ben più di una settimana!
Chiamatemi Francesco - Il papa della gente
Reazione a caldo: Con tutto il rispetto ma anche no...
Bolla, rifletti!: Lo so che papa Francy è il papa buono, moderno, 2.0, simpatico... ma, come dice mia madre, "Non è mica morto! Perché ci fanno già un film?". Ecco, lo ha detto lei, non io. Ma se vi piace il genere perché no?
Regression
Reazione a caldo: Oh, questo invece sì!
Bolla, rifletti!: Adoro Alejandro Amenabar e non posso certo perdermi un thriller/horror con Emma Watson ed Ethan Hawke! Spero che sia all'altezza delle aspettative anche se il trailer lascia presagire un po' troppa prevedibilità...
Il cinema d'élite sente aria di Natale e tenta la carta dell'animazione...
Iqbal - Bambini senza paura
Reazione a caldo: E che è...?
Bolla, rifletti!: Un cartone animato che racconta la storia vera di Iqbal, bambino pakistano diventato il simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Un cartone sicuramente difficile e distante dagli standard ai quali siamo abituati ma l'animazione sembra carina e l'argomento importante, soprattutto se i genitori avranno la pazienza di spiegare ai propri pargoletti che purtroppo la vita nasconde anche questo genere di brutture...
Heart of the sea - Le origini di Moby Dick
Reazione a caldo: Mah...
Bolla, rifletti!: Non lo so mica. Già i film ambientati in mare (e ora Lucia mi ucciderà) non incontrano molto i miei gusti; in più, i "prequel" di opere famosissime un po' mi ammorbano, non sono nemmeno andata a vedere Pan! Andate, miei prodi, e fatemi sapere com'è, tanto lo terranno ben più di una settimana!
Chiamatemi Francesco - Il papa della gente
Reazione a caldo: Con tutto il rispetto ma anche no...
Bolla, rifletti!: Lo so che papa Francy è il papa buono, moderno, 2.0, simpatico... ma, come dice mia madre, "Non è mica morto! Perché ci fanno già un film?". Ecco, lo ha detto lei, non io. Ma se vi piace il genere perché no?
Regression
Reazione a caldo: Oh, questo invece sì!
Bolla, rifletti!: Adoro Alejandro Amenabar e non posso certo perdermi un thriller/horror con Emma Watson ed Ethan Hawke! Spero che sia all'altezza delle aspettative anche se il trailer lascia presagire un po' troppa prevedibilità...
Il cinema d'élite sente aria di Natale e tenta la carta dell'animazione...
Iqbal - Bambini senza paura
Reazione a caldo: E che è...?
Bolla, rifletti!: Un cartone animato che racconta la storia vera di Iqbal, bambino pakistano diventato il simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Un cartone sicuramente difficile e distante dagli standard ai quali siamo abituati ma l'animazione sembra carina e l'argomento importante, soprattutto se i genitori avranno la pazienza di spiegare ai propri pargoletti che purtroppo la vita nasconde anche questo genere di brutture...
mercoledì 2 dicembre 2015
We Are Still Here (2015)
In questi giorni ho recuperato un altro horror di cui avevo sentito parlare molto bene, We Are Still Here, scritto e diretto dal regista Ted Geoghegan.
Trama: dopo la morte del figlio Bobby, Anne e Paul si trasferiscono in una cittadina del New England. Appena arrivata nella nuova casa, Anne si convince di avvertire la presenza di Bobby mentre Paul è scettico; in realtà, nelle cantine dell'edificio si nascondono segreti ben più terrificanti....
Negli ultimi tempi mi è fortunatamente capitato sempre più spesso di parlare di pellicole horror che partono da un'idea di base assai comune e risaputa per poi sviluppare la questione in maniera particolare, così da distinguersi da quella massa di prodotti tutti uguali e fondamentalmente pietosi che ci vengono propinati mensilmente dai distributori italiani e americani. We Are Still Here, opera prima del regista Ted Geoghegan, è un altro valido esempio di come i cliché, se utilizzati con intelligenza, possano comunque risultare gradevoli e dare vita ad una storia interessante e, perché no?, paurosa anche per chi macina horror ininterrottamente da almeno due decenni. La casa infestata è un archetipo del genere che risale ai tempi della letteratura gotica, così come quello delle presenze arrabbiate e vendicative; la lunga introduzione di We Are Still Here unisce entrambi gli elementi e per un po' asseconda i preconcetti dello spettatore scafato, dopodiché introduce però un altro twist (che, ovviamente, non starò a rivelare) che, pur non essendo a sua volta originale, spiazza il pubblico portando a recepire la storia con tutto un altro stato d'animo e un punto di vista differente. We Are Still Here racconta la vicenda di una coppia vittima di un lutto atroce, un marito e una moglie che comunicano a fatica ma cercano comunque di sostenersi a vicenda, di anime erranti afflitte da dolore e rabbia che si accaniscono contro i vivi per testimoniare, come dice il titolo, che loro "sono ancora lì", vendicativi testimoni di colpe faticosamente nascoste oppure tristi ricordi di qualcuno che non riusciamo a lasciare andar via. La tensione viene costruita a poco a poco e il film si prende tutto il tempo necessario per costruire un climax che deflagra devastante nella seconda metà della pellicola ma in questo tempo noi impariamo ad affezionarci ai protagonisti (Anne e Paul ma anche gli hippy May e Jacob) e a soffrire con loro nel momento in cui la situazione, inevitabilmente, precipita.
Come altrettanto spesso accade ultimamente, We Are Still Here è anche un film dal sapore vintage e assai citazionista ma anche queste sue caratteristiche si piegano al servizio di una storia che ha comunque un'anima e un cuore. Forse perché i registi hanno bisogno di ritrovare l'innocenza (anche nella cattiveria, intendiamoci) e la freschezza degli anni '70-'80, quel periodo diventa l'ideale per ambientare racconti lontani dalle fredde macellate o dagli sfoggi di tecnologia moderni e We Are Still Here non fa eccezione, col suo inizio splendidamente Fulciano e i protagonisti deliziosamente ingenui e costretti ad affidarsi a chiacchiere o sensazioni per riuscire a capire il guaio in cui si sono cacciati prima che sia troppo tardi. Anche la scelta degli attori, a mio avviso, è stata molto fine. Le accoppiate Barbara Crampton/Andrew Sensenig e Larry Fassenden/Lisa Marie sono praticamente perfette, con la prima coppia assai "british" e composta nel suo modo di affrontare sia il dolore in particolare che la vita in generale mentre la seconda porta una ventata di colore e umorismo anche un po' cialtrone che si presta bene a stemperare la tensione. Fino a un certo punto, ovviamente, ché il one man show di Larry Fessenden è spettacolare e gela il sangue nelle vene tanto quanto gli effetti speciali utilizzati per le abbondanti scene splatter del "secondo tempo" o l'aspetto dei fantasmi, ennesimo punto a favore di We Are Still Here. Ormai siamo a novembre ed è quasi tempo di classifiche. Probabilmente la pellicola di Geoghegan non riuscirà ad entrare nella top 5 horror di fine anno ma la ritengo comunque una perlina per spettatori pazienti che non dovete assolutamente perdere... e, signori della Midnight Factory? Se state leggendo queste righe, già che state distribuendo in suolo italico tante belle cosine infilateci pure questa in lista, mi raccomando!
Ted Geoghegan (vero nome Theodore John Geoghegan) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo film dietro alla macchina da presa ma l'anno prossimo dovrebbe dirigerne un altro, Satanic Panic. Anche produttore e attore (in tale veste ha partecipato a Sharknado 2 e Hatchet III), ha 36 anni.
Barbara Crampton interpreta Anne Sacchetti. Americana, ha partecipato a film come Omicidio a luci rosse, Re-Animator, Puppet Master - Il burattinaio, You're Next, Le streghe di Salem, Tales of Halloween e a serie come Santa Barbara, La tata e Beautiful. Anche produttrice, ha 57 anni e due film in uscita.
Andrew Sensenig interpreta Paul Sacchetti. Americano, ha partecipato a film come Dylan Dog - Il film, Seconds Apart, The Last Exorcism e a serie come Prison Break. Anche produttore, regista, compositore e stuntman, ha dieci film in uscita.
Lisa Marie (vero nome Lisa Marie Smith) interpreta May Lewis. Un tempo compagna di Tim Burton, la ricordo per film come Ed Wood, Mars Attacks!, Il mistero di Sleepy Hollow, Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie, Le streghe di Salem e Tales of Halloween, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice. Ha 47 anni e un film in uscita.
Larry Fessenden interpreta Jacob Lewis. Americano, ha partecipato a film come Al di là della vita, Animal Factory, Broken Flowers, Mulberry St, Cabin Fever 2 - Il contagio, Stake Land, You're Next, We Are What We Are e a serie come The Strain. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 53 anni e otto film in uscita.
Se We Are Still Here vi fosse piaciuto recuperate Quella villa accanto al cimitero, film di Fulci più volte omaggiato all'interno della pellicola, oppure Last Shift e Tales of Halloween. ENJOY!
Trama: dopo la morte del figlio Bobby, Anne e Paul si trasferiscono in una cittadina del New England. Appena arrivata nella nuova casa, Anne si convince di avvertire la presenza di Bobby mentre Paul è scettico; in realtà, nelle cantine dell'edificio si nascondono segreti ben più terrificanti....
Negli ultimi tempi mi è fortunatamente capitato sempre più spesso di parlare di pellicole horror che partono da un'idea di base assai comune e risaputa per poi sviluppare la questione in maniera particolare, così da distinguersi da quella massa di prodotti tutti uguali e fondamentalmente pietosi che ci vengono propinati mensilmente dai distributori italiani e americani. We Are Still Here, opera prima del regista Ted Geoghegan, è un altro valido esempio di come i cliché, se utilizzati con intelligenza, possano comunque risultare gradevoli e dare vita ad una storia interessante e, perché no?, paurosa anche per chi macina horror ininterrottamente da almeno due decenni. La casa infestata è un archetipo del genere che risale ai tempi della letteratura gotica, così come quello delle presenze arrabbiate e vendicative; la lunga introduzione di We Are Still Here unisce entrambi gli elementi e per un po' asseconda i preconcetti dello spettatore scafato, dopodiché introduce però un altro twist (che, ovviamente, non starò a rivelare) che, pur non essendo a sua volta originale, spiazza il pubblico portando a recepire la storia con tutto un altro stato d'animo e un punto di vista differente. We Are Still Here racconta la vicenda di una coppia vittima di un lutto atroce, un marito e una moglie che comunicano a fatica ma cercano comunque di sostenersi a vicenda, di anime erranti afflitte da dolore e rabbia che si accaniscono contro i vivi per testimoniare, come dice il titolo, che loro "sono ancora lì", vendicativi testimoni di colpe faticosamente nascoste oppure tristi ricordi di qualcuno che non riusciamo a lasciare andar via. La tensione viene costruita a poco a poco e il film si prende tutto il tempo necessario per costruire un climax che deflagra devastante nella seconda metà della pellicola ma in questo tempo noi impariamo ad affezionarci ai protagonisti (Anne e Paul ma anche gli hippy May e Jacob) e a soffrire con loro nel momento in cui la situazione, inevitabilmente, precipita.
Come altrettanto spesso accade ultimamente, We Are Still Here è anche un film dal sapore vintage e assai citazionista ma anche queste sue caratteristiche si piegano al servizio di una storia che ha comunque un'anima e un cuore. Forse perché i registi hanno bisogno di ritrovare l'innocenza (anche nella cattiveria, intendiamoci) e la freschezza degli anni '70-'80, quel periodo diventa l'ideale per ambientare racconti lontani dalle fredde macellate o dagli sfoggi di tecnologia moderni e We Are Still Here non fa eccezione, col suo inizio splendidamente Fulciano e i protagonisti deliziosamente ingenui e costretti ad affidarsi a chiacchiere o sensazioni per riuscire a capire il guaio in cui si sono cacciati prima che sia troppo tardi. Anche la scelta degli attori, a mio avviso, è stata molto fine. Le accoppiate Barbara Crampton/Andrew Sensenig e Larry Fassenden/Lisa Marie sono praticamente perfette, con la prima coppia assai "british" e composta nel suo modo di affrontare sia il dolore in particolare che la vita in generale mentre la seconda porta una ventata di colore e umorismo anche un po' cialtrone che si presta bene a stemperare la tensione. Fino a un certo punto, ovviamente, ché il one man show di Larry Fessenden è spettacolare e gela il sangue nelle vene tanto quanto gli effetti speciali utilizzati per le abbondanti scene splatter del "secondo tempo" o l'aspetto dei fantasmi, ennesimo punto a favore di We Are Still Here. Ormai siamo a novembre ed è quasi tempo di classifiche. Probabilmente la pellicola di Geoghegan non riuscirà ad entrare nella top 5 horror di fine anno ma la ritengo comunque una perlina per spettatori pazienti che non dovete assolutamente perdere... e, signori della Midnight Factory? Se state leggendo queste righe, già che state distribuendo in suolo italico tante belle cosine infilateci pure questa in lista, mi raccomando!
Ted Geoghegan (vero nome Theodore John Geoghegan) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo film dietro alla macchina da presa ma l'anno prossimo dovrebbe dirigerne un altro, Satanic Panic. Anche produttore e attore (in tale veste ha partecipato a Sharknado 2 e Hatchet III), ha 36 anni.
Barbara Crampton interpreta Anne Sacchetti. Americana, ha partecipato a film come Omicidio a luci rosse, Re-Animator, Puppet Master - Il burattinaio, You're Next, Le streghe di Salem, Tales of Halloween e a serie come Santa Barbara, La tata e Beautiful. Anche produttrice, ha 57 anni e due film in uscita.
Andrew Sensenig interpreta Paul Sacchetti. Americano, ha partecipato a film come Dylan Dog - Il film, Seconds Apart, The Last Exorcism e a serie come Prison Break. Anche produttore, regista, compositore e stuntman, ha dieci film in uscita.
Lisa Marie (vero nome Lisa Marie Smith) interpreta May Lewis. Un tempo compagna di Tim Burton, la ricordo per film come Ed Wood, Mars Attacks!, Il mistero di Sleepy Hollow, Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie, Le streghe di Salem e Tales of Halloween, inoltre ha partecipato a serie come Miami Vice. Ha 47 anni e un film in uscita.
Larry Fessenden interpreta Jacob Lewis. Americano, ha partecipato a film come Al di là della vita, Animal Factory, Broken Flowers, Mulberry St, Cabin Fever 2 - Il contagio, Stake Land, You're Next, We Are What We Are e a serie come The Strain. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 53 anni e otto film in uscita.
Se We Are Still Here vi fosse piaciuto recuperate Quella villa accanto al cimitero, film di Fulci più volte omaggiato all'interno della pellicola, oppure Last Shift e Tales of Halloween. ENJOY!
martedì 1 dicembre 2015
Il Bollodromo #24: Lupin III - L'avventura italiana (episodi 25 - 26)
Signore e signori che leggete il Bollalmanacco soltanto al martedì, come il Malese del Gruppo TNT che era muto salvo un solo giorno della settimana, preparatevi perché siamo giunti alla fine. Domenica, alle ore 23.35, sono cominciati gli ultimi due episodi di Lupin III - L'avventura italiana e, come avevo previsto, l'intera vicenda si è conclusa in farsa. Ma andiamo nello specifico... ENJOY!
Episodio 25 - L'armonia del mondo (parte 1)
Perché ci voleva la divisione in due parti come accade per le "blasonate" trilogie cinematografiche, non bastava un episodio solo a farci capire quanto Leonardo Da Vinci, almeno nella versione della TMS, sia un povero cretino. La vicenda inizia allorché Leo decide di interrompere nientemeno che la trasmissione della coppa del mondo di calcio per comunicare a tutti gli italiani che presto verranno messi alla prova e, se ritenuti degni, invitati a far parte di questa fantomatica Armonia del Mondo. Onde evitare di venire linciato dai tifosi inferociti, Leonardo addormenta tutti gli italiani; anche il Villaggio dei dannati cominciava così e io per un attimo ho pensato che Leo si sarebbe divertito a mettere incinte tutte le donne fertili della penisola, creando così una progenie di Leonardini, invece la trama è un'estensione del camurriosissimo "Sogno italiano". In pratica, mentre la gente dorme Leonardo, a mo' di novello Freddy Krueger, si infila nei sogni altrui e sfida la vittima a batterlo nel campo a lei più congeniale e qui cominciano le risate. Se, infatti, Lupin, Jigen e Goemon vengono sfidati con l'intelletto, la pistola (Leonardo imbraccia un fucile ma stai a spaccare il capello?) e la spada, gli sceneggiatori si sono ritrovati in un'impasse gigantesca per quel che riguarda Fujiko, Zenigata, Nyx e ovviamente Rebecca, messi rispettivamente alla prova col poker (forse perché Leonardo in lingerie avrebbe fatto senso), l'inseguimento con ammanettamento finale (...), l'inseguimento "bionico" (ma gli impianti auricolari di Nyx non erano stati distrutti dallo stesso Leonardo qualche episodio fa?) e il nulla cosmico. La povera Rebecca, neanche a dirlo, è l'unica impossibilitata a battere il Da Vinci perché di fatto è l'unico personaggio privo di qualsivoglia abilità e viene così soggiogata dal redivivo genio. Segue pippone di 10 minuti in cui Leonardo (personificazione dell'horror vacui degli sceneggiatori) cerca di spiegare al ladro gentiluomo la ragione d'essere del suo piano in particolare e della serie in generale, fallendo miseramente e cambiando idea ogni tre secondi: prima afferma di voler plasmare il mondo grazie ai sei eletti usciti vittoriosi dalle prove, poi di voler rubare l'individualità delle persone, poi di voler lasciare un ricordo di sé stesso al mondo, poi di invidiare Lupin per non si sa bene quale motivo. Insomma, un casino. L'unica cosa certa ormai è che la battaglia finale tra Lupin e Leonardo si combatterà nella testa di Rebecca, trasformata per l'occasione in una fortezza di Greyskull zeppa di flashback delle puntate precedenti.
Episodio 25 - L'armonia del mondo (parte 2)
A scanso di equivoci, l'unica cosa bella dell'ennesimo episodio inutile sono le animazioni. Vedere Lupin preda dei capricci di un Leonardo armato di pennello, capace di cambiare il paesaggio mentale di Rebecca con una macchia di colore, è un cambiamento interessante rispetto al piattume a cui ci aveva abituati la serie; gli sfondi realizzati come un dipinto ad olio e, soprattutto, Lupin in versione Ofelia di Millais sono gli unici due colpi di genio visti in 26 episodi. Certo, non arriviamo ai livelli deliranti di Una donna chiamata Fujiko Mine ma per L'avventura italiana è già tantissimo. Il resto, non ve lo sto neanche a dire, è fuffa. Lupin riesce a strappare Rebecca all'influenza di Leonardo con una micidiale e diabetica combo di paroline affettuose, complimenti e flashback, seguita dal ritorno alla realtà e dalla morte di Da Vinci, causata dalla "presenza di una mente geniale in un corpo artificiale incapace di contenerne la grandezza". Whatever. Ovviamente, tutti piangono la morte di Leonardo nonostante fosse un pazzo pronto ad annullare ogni forma di individualità e poco dopo la vita torna a scorrere come sempre, o quasi. Per salvare Rebecca Lupin è infatti comparso nei sogni di tutti gli italiani e viene indicato quindi come unico colpevole della botta di sonno nazionale (nove mesi dopo sarebbero nati milioni di bambini con la faccia da scimmia...); il ladro gentiluomo decide quindi di lasciare l'Italia ma non prima di imbarcarsi nell'ennesimo, inutile confronto "strappalacrime" con Rebecca. La frizzante biondina gli promette di cambiare e di diventare una donna che valga davvero la pena rapire e, per sottolineare la sua buona volontà, dismette gli abiti da idol tzoccola diventando Maria di Tutti insieme appassionatamente. Lupin sorride imbarazzato, le consente di tenere il proprio cognome e fugge dall'orribile suora mancata, congedandosi dall'Italia assieme al resto della banda salendo su dei Freccia Rossa e, di fatto, venendo risucchiato dal perverso sistema delle Ferrovie dello stato. Fine.
Vorrei scrivere qualcosa di intelligente e arguto che riassuma le mie impressioni sulla serie Lupin III - L'avventura italiana ma giuro che non riesco, nemmeno dopo aver guardato Lupin III - Speciale: L'avventura italiana, documentario di mezz'ora mandato in onda dopo gli ultimi due episodi. Sono troppo avvilita per il senso palpabile di occasione sprecata e svogliatezza che trasuda da ogni fotogramma per riuscirci. L'impressione che ho avuto, nonostante l'entusiasmo del maestro Monkey Punch, è quello di una serie creata per far soldi, frutto di una ricerca di marketing effettuata soprattutto in Italia, più che di un progetto nato dalla passione; la vista di un compassatissimo e giovane (troppo giovane!) dirigente della TMS capace solo di rivangare il passato della gloriosa creatura di Monkey Punch ma impossibilitato a dire alcunché riguardo alla nuova serie ha ovviamente confermato quest'impressione. Solo il regista Kazuhide Tomonaga è riuscito a dire qualcosina in più sulle intenzioni che hanno spinto la TMS a realizzare la serie, ovvero la volontà di spingere le nuove generazioni che non avessero mai sentito parlare di Lupin ad interessarsi al personaggio e recuperare le vecchie storie; ecco il perché del character design simile a quello delle prime due serie e degli omaggi a Miyazaki, per esempio. Detto questo non capisco quindi perché lo stesso Tomonaga abbia dichiarato di aver realizzato un prodotto più adulto, meno umoristico e con un Lupin più saggio e meno "sciocco" rispetto ai precedenti: più saggio perché non ruba? meno sciocco perché si sposa? meno umoristico quando il livello di WTF e reinterpretazioni dei personaggi ha superato di gran lunga ogni limite immaginabile? Per pietà, avete realizzato una cosa aberrante, non cerchiamo scuse e soprattutto non mettiamo di mezzo i bambini, che sicuramente non sono interessati ad un personaggio e a delle storie simili. Tornate a seguire la lezione di Monkey Punch, espressa meravigliosamente dal Maestro nel corso delle troppo brevi interviste presenti nel documentario: non importa cosa Lupin volesse rubare, fosse anche un oggetto privo di valore, l'importante era il divertimento che stava dietro alla pianificazione, alla conquista e al furto. E qui, signore e signori, concludo la serie di post dedicati a L'avventura italiana e corro a spararmi un loop di 26 ore di La tomba di Daisuke Jigen per purificare cuore e anima. Alla prossima serie, se mai ci sarà!!
Ecco le altre puntate di Lupin III - L'avventura italiana:
Episodi 1- 4
Episodi 5 - 7
Episodi 8-10
Episodi 11-13
Episodio 14
Episodio 15
Episodio 16
Episodio 17
Episodio 18
Episodio 19
Episodio 20
Episodi 21-22
Episodi 23-24
![]() |
| Con la sola imposizione delle mani vi ungerò laGGiacca e laCCravatta! |
Perché ci voleva la divisione in due parti come accade per le "blasonate" trilogie cinematografiche, non bastava un episodio solo a farci capire quanto Leonardo Da Vinci, almeno nella versione della TMS, sia un povero cretino. La vicenda inizia allorché Leo decide di interrompere nientemeno che la trasmissione della coppa del mondo di calcio per comunicare a tutti gli italiani che presto verranno messi alla prova e, se ritenuti degni, invitati a far parte di questa fantomatica Armonia del Mondo. Onde evitare di venire linciato dai tifosi inferociti, Leonardo addormenta tutti gli italiani; anche il Villaggio dei dannati cominciava così e io per un attimo ho pensato che Leo si sarebbe divertito a mettere incinte tutte le donne fertili della penisola, creando così una progenie di Leonardini, invece la trama è un'estensione del camurriosissimo "Sogno italiano". In pratica, mentre la gente dorme Leonardo, a mo' di novello Freddy Krueger, si infila nei sogni altrui e sfida la vittima a batterlo nel campo a lei più congeniale e qui cominciano le risate. Se, infatti, Lupin, Jigen e Goemon vengono sfidati con l'intelletto, la pistola (Leonardo imbraccia un fucile ma stai a spaccare il capello?) e la spada, gli sceneggiatori si sono ritrovati in un'impasse gigantesca per quel che riguarda Fujiko, Zenigata, Nyx e ovviamente Rebecca, messi rispettivamente alla prova col poker (forse perché Leonardo in lingerie avrebbe fatto senso), l'inseguimento con ammanettamento finale (...), l'inseguimento "bionico" (ma gli impianti auricolari di Nyx non erano stati distrutti dallo stesso Leonardo qualche episodio fa?) e il nulla cosmico. La povera Rebecca, neanche a dirlo, è l'unica impossibilitata a battere il Da Vinci perché di fatto è l'unico personaggio privo di qualsivoglia abilità e viene così soggiogata dal redivivo genio. Segue pippone di 10 minuti in cui Leonardo (personificazione dell'horror vacui degli sceneggiatori) cerca di spiegare al ladro gentiluomo la ragione d'essere del suo piano in particolare e della serie in generale, fallendo miseramente e cambiando idea ogni tre secondi: prima afferma di voler plasmare il mondo grazie ai sei eletti usciti vittoriosi dalle prove, poi di voler rubare l'individualità delle persone, poi di voler lasciare un ricordo di sé stesso al mondo, poi di invidiare Lupin per non si sa bene quale motivo. Insomma, un casino. L'unica cosa certa ormai è che la battaglia finale tra Lupin e Leonardo si combatterà nella testa di Rebecca, trasformata per l'occasione in una fortezza di Greyskull zeppa di flashback delle puntate precedenti.
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| Belin, Leo, ti piace vincere facile?? 'tacci tua.... |
A scanso di equivoci, l'unica cosa bella dell'ennesimo episodio inutile sono le animazioni. Vedere Lupin preda dei capricci di un Leonardo armato di pennello, capace di cambiare il paesaggio mentale di Rebecca con una macchia di colore, è un cambiamento interessante rispetto al piattume a cui ci aveva abituati la serie; gli sfondi realizzati come un dipinto ad olio e, soprattutto, Lupin in versione Ofelia di Millais sono gli unici due colpi di genio visti in 26 episodi. Certo, non arriviamo ai livelli deliranti di Una donna chiamata Fujiko Mine ma per L'avventura italiana è già tantissimo. Il resto, non ve lo sto neanche a dire, è fuffa. Lupin riesce a strappare Rebecca all'influenza di Leonardo con una micidiale e diabetica combo di paroline affettuose, complimenti e flashback, seguita dal ritorno alla realtà e dalla morte di Da Vinci, causata dalla "presenza di una mente geniale in un corpo artificiale incapace di contenerne la grandezza". Whatever. Ovviamente, tutti piangono la morte di Leonardo nonostante fosse un pazzo pronto ad annullare ogni forma di individualità e poco dopo la vita torna a scorrere come sempre, o quasi. Per salvare Rebecca Lupin è infatti comparso nei sogni di tutti gli italiani e viene indicato quindi come unico colpevole della botta di sonno nazionale (nove mesi dopo sarebbero nati milioni di bambini con la faccia da scimmia...); il ladro gentiluomo decide quindi di lasciare l'Italia ma non prima di imbarcarsi nell'ennesimo, inutile confronto "strappalacrime" con Rebecca. La frizzante biondina gli promette di cambiare e di diventare una donna che valga davvero la pena rapire e, per sottolineare la sua buona volontà, dismette gli abiti da idol tzoccola diventando Maria di Tutti insieme appassionatamente. Lupin sorride imbarazzato, le consente di tenere il proprio cognome e fugge dall'orribile suora mancata, congedandosi dall'Italia assieme al resto della banda salendo su dei Freccia Rossa e, di fatto, venendo risucchiato dal perverso sistema delle Ferrovie dello stato. Fine.
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| Persino il grande Lupin si è suicidato per disperazione... |
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| Jigen: Ma porco qui e porco là! Io mi dissocio! Goemon: Meglio fare Harakiri.. |
Ecco le altre puntate di Lupin III - L'avventura italiana:
Episodi 1- 4
Episodi 5 - 7
Episodi 8-10
Episodi 11-13
Episodio 14
Episodio 15
Episodio 16
Episodio 17
Episodio 18
Episodio 19
Episodio 20
Episodi 21-22
Episodi 23-24
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| Perdonatemi. Io volevo i furti e le sise ma bisognava pensare ai bambini! |
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