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venerdì 26 maggio 2023

Renfield (2023)

E' uscito ieri in tutta Italia uno dei film che aspettavo di più quest'anno, Renfield, diretto dal regista Chris McKay.


Trama: dopo secoli di leale servizio, Renfield comincia a mettere in dubbio il suo legame con Dracula e cerca di liberarsi del suo giogo...


Ciò che ho scritto nell'incipit del post è un eufemismo. In realtà, Renfield è il film che aspettavo di più in assoluto, secondo solo a quel capolavoro di trash che si preannuncia essere Barbie. Ovviamente, la ragione della mia fibrillazione è sempre stato Nicolas Cage, fin dalle prime foto di scena che lo ritraevano come un pallidissimo Giucas Casella, poi è arrivato il primo trailer online e ho perso ogni freno inibitore (ma mai come in sala, quando di fronte al trailer italiano su grande schermo ho squittito come una ragazzina, perplimendo ogni altro spettatore presente). Per fortuna le mie aspettative sono state ripagate e, nonostante sia costretta ad ammettere che Renfield non è un film memorabile, è comunque una pellicola che regala un'ora e mezza di puro divertimento caciarone e, sorpresa sorpresa, a seconda del vostro mood potrebbe anche portarvi a fare alcune riflessioni. Il protagonista, come da titolo, è Renfield, ovvero colui che per primo cade sotto l'influenza di Dracula nel romanzo di Bram Stoker, finendo poi rinchiuso nel manicomio gestito dal Dott. Seward a cianciare di sangue, vita ed insetti; nel film di McKay (che, secondo le intenzioni del regista, è una sorta di sequel del Dracula di Browning) Renfield non è mai stato rinchiuso, anzi, ha continuato a servire Dracula nei secoli, fino ai giorni nostri, procacciandogli prede e nascondigli assortiti, il che lo ha reso una creatura rosa dai dubbi e divisa tra la lealtà al padrone e un fortissimo desiderio di vivere un'esistenza finalmente normale. Ciò dà il via alla gag portante del film, ovvero la presenza di un Renfield impegnato in una "moderna" relazione tossica da affrontare con tutti gli strumenti disponibili oggigiorno, life coach e gruppi di supporto in primis, idea simpatica che si innesta all'interno di una classica trama fatta di eroi costretti a sconfiggere un vampiro potentissimo prima che quest'ultimo riesca ad approfittare di tutti gli aspetti negativi della società attuale per dominare il mondo. Definire Renfield un "racconto di formazione" potrebbe essere un po' eccessivo, ma l'obiettivo finale, per quanto ironico, è proprio quello di mostrare un percorso di redenzione, non solo del protagonista ma anche della sua integerrima spalla, la poliziotta Rebecca, vittima di un triste passato a base di genitori ammazzati e sorelle ripudiate.  


Certo, tutto ciò è solo un contorno per la performance di Nicolas Cage, che come sempre si diverte come un matto, gigioneggiando a tutto spiano e mangiandosi (a volte letteralmente) il resto del pur validissimo cast. La sua interpretazione di Dracula (da godersi preferibilmente in originale, onde gioire dell'accento del Conte) riesce miracolosamente a tenersi sul filo che separa il realmente terrificante dal comico ed è semplicemente spettacolare, non ho altro modo di definirla; con la chiostra di zanne sempre in mostra, l'adorato Cage percula Renfield, sgozza vittime, svetta per arroganza e carisma su buona parte dei vampiri cinematografici degli ultimi decenni e riesce persino ad essere sensuale, aiutato, nel corso di un'esilarante sequenza iniziale, da un regista che non si fa scrupolo a ricreare fotogrammi interi del Dracula di Browning, col nostro amatissimo attore al posto dell'elegante Bela Lugosi. Il resto del film è un mix riuscitissimo di momenti di pura commedia, scene esageratissime "di menare" dove gli effetti digitali la fanno da padrone, e sequenze splatter a livello Peter Jackson prima maniera, perfettamente riassunte dalle esilaranti parole di Awkwafina alla fine della mattanza perpetrata da Renfield nel cortile del suo appartamento. Renfield è, in soldoni, la commedia horror migliore che vedrete quest'anno, sia per merito di una sceneggiatura mai stupida (d'altronde c'è di mezzo Robert Kirkman), che omaggia molti dei più riusciti ibridi anni '80, sia di un comparto tecnico di tutto rispetto, dove eccellono le scenografie e, soprattutto, la fotografia coloratissima e molto attenta a rispecchiare i diversi stati d'animo di questo dolce Renfield sgnoccolone. Il mio consiglio è quello di non perderlo per nulla al mondo, sia mai che cominciate a rivalutare Cage per l'idolo vero che è, invece di un cretino finito a recitare per caso! 


Del regista Chris McKay ho già parlato QUI. Nicholas Hoult (Renfield), Nicolas Cage (Dracula), Awkwafina (Rebecca) e William Ragsdale (Prete anziano) li trovate invece ai rispettivi link. 

Ben Schwartz interpreta Tedward Lobo. Americano, ha partecipato a film come The Interview e Star Wars - Il risveglio della forza; come doppiatore, ha lavorato per I Simpson, BoJack Horseman, Robot Chicken, Ducktales, American Dad! e The Boys Present: Diabolical. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 42 anni. 


Se Renfield vi fosse piaciuto recuperate Ammazzavampiri, Fright Night - Il vampiro della porta accanto, Ragazzi perduti, What We Do in the Shadows e, ovviamente, ciò che ha dato inizio a tutto: Stress da vampiro!! ENJOY!


mercoledì 27 luglio 2022

Il talento di Mr. C (2022)

Meritava di uscire al cinema accolto con tutti gli onori del caso, invece noi italiani dobbiamo accontentarci di guardare Il talento di Mr. C (The Unbearable Weight of Massive Talent), diretto e co-sceneggiato dal regista Tom Gormican, sulle varie piattaforme di streaming e con un titolo che non gli rende giustizia. 


Trama: Nick Cage è ormai a un punto morto della sua carriera e sta meditando di smettere di recitare. Per raggranellare qualche soldo accetta di partecipare alla festa di compleanno di un riccone spagnolo e lì si ritroverà coinvolto in una storia di amicizia, spionaggio e criminali...


L'ho già detto e lo ripeto: come si fa a non amare Nicolas Cage? All'età di quasi 60 anni, con all'attivo 100 film, cifra raggiunta proprio con Il talento di Mr. C, lo si può amare o lo si può odiare ma, di sicuro, non gli si può rimanere indifferenti, soprattutto ora che internet gli ha regalato una nuova giovinezza a base di meme e gadget discutibili, rendendo oro (per quanto trash) ogni cosa toccata dal nostro. Ma spezziamo una lancia a favore di Nicolas, prima di passare al film, e smettiamola di parlare di attore incapace, perché non si nomina un massive talent dall'unbearable weight così, tanto per caso. In realtà, le pesantissime scelte infelici di Cage e la sua conseguente monoespressività parrucchinata o l'altrettanto parrucchinata verve trash hanno avuto un picco col nuovo millennio, prima il buon Nic ci aveva regalato parecchie interpretazioni da brivido oppure dignitose performance action in film anche buoni, e per fortuna da qualche anno è riuscito ad sfruttare la fama di attore demmerda per agguantare ruoli iconici in pellicole principalmente horror o di genere, la maggior parte delle quali anche belline, tornando a regalare allo spettatore momenti di pura gioia e facendosi volere di nuovo bene. Il talento di Mr. C è l'ultimo film destinato a rinfocolare il ruolo di icona moderna del versatile attore, talmente modesto, per inciso, che non avrebbe voluto nemmeno partecipare; badate bene, non siamo ovviamente nel territorio di quel capolavoro che era Essere John Malkovich, tuttavia il film di Tom Gormican è divertente e molto ironico, soprattutto perché si basa sull'"idea" che la gente ha di Nicolas Cage, un'immagine che quest'ultimo abbraccia senza vergogna e prendendosi talmente in giro da arrivare... a limonare se stesso. E questo non era stato mostrato nemmeno in Killing Hasselhoff ma, diciamoci la verità, The Hoff a Nic può giusto spicciare casa e lo stesso vale per la sceneggiatura del film di Darren Grant.


Il talento di Mr. C è infatti gradevole sotto molti aspetti, non solo in virtù dell'essere un progetto matto dedicato a Cage. Anzi, a mio avviso uno degli elementi migliori del film, oltre alla sua natura smaccatamente metanarrativa, tanto che la trama viene "decisa" o, meglio, anticipata dai protagonisti impegnati a realizzare un film (o a convincere l'interlocutore di starne realizzando uno), è la presenza del tenerissimo, imbranato Javi di Pedro Pascal. Quest'ultimo non è solo un espediente narrativo per dare un'ossatura alla trama e scatenare determinati eventi, ma diventa il ritratto del fan "sano", di colui che adora il suo mito e vorrebbe "vivere di avventure" con lui riuscendo anche ad essere umano ed empatico, benché magari un po' invadente, ben lontano dai matti che popolano internet in questi tempi malati. La strana coppia Nick Cage/Javi è divertentissima e frizzante, due caratteri che si compensano e danno vita a una bromance da antologia, equilibrando così quello che rischiava di essere un delirante one man show di Cage il quale, a onor del vero, riesce già da solo a trattenersi, almeno quando è nel personaggio (quando interpreta il suo giovane doppio è il Cage che tutti ci aspettiamo: un pazzo urlante in overacting). Ulteriore valore aggiunto di un film assai piacevole da guardare e, probabilmente, adatto anche a chi non ha particolare interesse per Cage (chi, di grazia, CHI mai oserebbe???) è l'abbondanza di citazioni legate ai "capolavori" del nostro, che arriva giustamente a prendersi per i fondelli profondendosi in un meraviglioso "Not the Bees!!" sul finale... ma, dovessi dire, la parte è ho preferito è il giusto vilipendio ai Duplass Brothers, che conferisce a Il talento di Mr. C tutto l'aMMore di cui dispongo. Guardatelo e vogliategli bene com'è giusto che sia, nell'attesa che esca Renfield!


Di Nicolas Cage (Nick Cage/Nicky), Pedro Pascal (Javi Gutierrez), Neil Patrick Harris (Richard Fink), David Gordon Green (regista) e Ike Barinholtz (Martin) ho già parlato ai rispettivi link.
 
Tom Gormican è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto anche il film Quel momento imbarazzante. Anche produttore e attore, ha 52 anni.


Tiffany Haddish interpreta Vivian. Americana, ha partecipato a film come 3ciento - Chi l'ha duro... la vince!, Il collezionista di carte e a serie quali Raven e My Name is Earl. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 43 anni e quattro film in uscita. 


Tra le guest star segnalo la presenza di Demi Moore nei panni della versione cinematografica di Olivia, al posto di Angelina Jolie, mentre Pedro Pascal ha sostituito Dan Stevens e David Gordon Green nientemeno che Tarantino (partecipazione che avrebbe reso il film IL capolavoro del 2022. Ahimé). Se Il talento di Mr. C vi fosse piaciuto recuperate Killing Hasselhoff, Il ladro di orchidee, My Name is Bruce e, ovviamente, Essere John Malkovich! ENJOY! 

mercoledì 20 ottobre 2021

Prisoners of the Ghostland (2021)

Ieri è cominciato il ToHorror Film Fest e il film di apertura è stato Prisoners of the Ghostland, diretto dal regista Sion Sono, una delle pellicole più attese non solo dai fan del genere ma anche dalla sottoscritta, perché dove c'è Cage c'è Bolla! O così credevo...


Trama: un rapinatore di banche cerca di ottenere l'indulgenza accettando di riportare al Governatore la giovane Bernice, fuggita dal suo guardiano e persa nella Ghostland...


Io sono ancora sconvolta, non mi capacito. Prisoners of the Ghostland poteva essere il film perfetto, la gioia suprema, la pellicola più galvanizzante dell'anno. Come si può sbagliare unendo il talento visionario di Sion Sono, il suo sprezzo del buon gusto, la vena di follia che si può riscontrare nei suoi film e la pazzia pura e semplice di Nic Cage, sulla carta l'attore ideale per interpretare l'Eroe senza nome protagonista della pellicola, tra un picco di overacting e l'altro? Io, onestamente, non ho una risposta a questa domanda ma una cosa la so, ovvero che Prisoners of the Ghostland mi ha annoiata talmente tanto che a volte trasalivo, accorgendomi di avere chiuso gli occhi per almeno cinque minuti. La visione di Prisoners of the Ghostland vale "solo" per le scenografie particolareggiatissime e deliranti che mescolano la bellezza rigorosa dei quartieri tradizionali giapponesi, la mitologia del Far West e i deserti australiani in odore di Mad Max e dentro le quali brulicano personaggi uno più assurdo dell'altro, almeno a livello di costumi, creando un melting pot di razze, stili, iconografie e lingue che penso di avere visto solo nel ben più riuscito Sukiyaki Western Django di Takashi Miike. Prisoners of the Ghostland, in tal senso, è uno stimolo visivo continuo, fatto di flashback nitidissimi e dai colori pop (le mie scene preferite sono quelle all'interno della banca, con quei chewingum colorati e il bellissimo bimbetto giapponotto), di luci rossastre, di colori polverosi e cupi là dove la speranza ha smesso di esistere, di visioni bianche come la morte, persino di aureole olografiche attorno alla capoccia di Cage, e non sarò io a discutere la validità di tutta la manovalanza coinvolta in questi aspetti della pellicola né l'ardire visionario di Sono, perché sarei davvero stupida e ingrata anche solo a osare. E' che la sceneggiatura, se così si può chiamare, fa schifo e non è interessante per nulla. 


Non so bene come spiegarmi per non incappare in spoiler ma l'assunto iniziale, quello di mandare Cage alla ricerca della Boutella inguainato in una tutina con una serie di pesantissimi ed esplosivi handicap, poteva dare il la a momenti meravigliosi, a una tensione da tagliare col coltello e a momenti di Cageanitudine fuori scala (non che vederlo camminare come colui che si è appena infilato una scopa nel c*** per ramazzare il deserto o sentirlo urlare isterico in giapponese sia brutto, per carità, ma speravo di più) invece tutti questi pericoli tangibili vengono sacrificati allo stolto desiderio di dare un background appena accennato all'universo in cui vivono i personaggi, introducendone alcuni che parrebbero importantissimi ma che, di fatto, servono davvero poco all'economia della storia, indugiando su flashback che dovrebbero spiegare l'importanza dell'Eroe Cage e invece rallentano solo il ritmo della pellicola e concentrandosi su particolari inutili che fanno semplicemente folklore. Dell'Eroe, con rispetto parlando, arriva a non fregarcene una mazza (anche perché in virtù di cosa sia diventato Eroe, salvo per quel "sono radioattivo!!!!!" buttato lì a sfregio, non si capisce) così come non ci importa nulla non solo di Bernice, ma anche di tutti i reietti che vivono nella Ghostland, ed è questo il motivo principale per cui il film si trascina stancamente tra uno one man show di Bill Moseley, più sopra le righe di un Cage spesso muto, e uno sprazzo di scenografica locura nipponica. Se non altro, per quanto folle, Sukiyaki Western Django riusciva a coinvolgere e commuovere, qui c'è tanta di quella superficiale freddezza che probabilmente ricorderò Prisoners of the Ghostland solo per i manifesti da ricercato in cui compaiono Lupin e il nome di Goemon.


Del regista Sion Sono ho già parlato QUI. Nicolas Cage (Hero), Sofia Boutella (Bernice) e Bill Moseley (Governatore) li trovate invece ai rispettivi link.

Nick Cassavetes interpreta Psycho. Americano, figlio di Gena Rowlands e John Cassavetes, ha partecipato a film come Furia cieca, Face/Off - Due facce di un assassino, The Astronaut's Wife - La moglie dell'astronauta, Blow, Una notte da leoni 2 e a serie come Matlock. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 62 anni.


Imogen Poots ed Ed Skrein, che avrebbero dovuto interpretare rispettivamente Bernice e Psycho, hanno abbandonato il progetto dopo che Nicolas Cage ha deciso di spostare il set dal Messico al Giappone per andare incontro alle condizioni di salute di Sion Sono, colpito da infarto poco prima delle riprese. Ciò detto, se Prisoners of the Ghostland vi fosse piaciuto recuperate Sukiyaki Western Django. ENJOY!

domenica 21 febbraio 2021

Willy's Wonderland (2021)

Ha provato a scalzare Benny Loves You dal mio cuore e, pur non essendoci riuscito, si è conquistato un pezzo enorme di amore. Sto parlando di Willy's Wonderland, diretto dal regista Kevin Lewis.


Trama: un uomo si ritrova bloccato in un paesino sperduto, costretto, per ripagarsi la macchina danneggiata, a passare la notte a rimettere a posto Willy's Wonderland, ex tavola calda all'interno della quale i pupazzi meccanici hanno cominciato a comportarsi in modo strano...


Nicolas Cage
ha deciso, all'età di 57 anni, di consacrarsi come nuova icona dell'horror. E ci sta riuscendo, badate bene. Gli è bastato abbandonare i filmacci alimentari come Pay the Ghost, piatti nella trama e nella realizzazione, e darsi alla locura, azzeccando nel giro di un paio d'anni almeno mezza dozzina di pellicole meravigliosamente cult. Quest'anno ci ha regalato un altro enorme esempio di cageanità, questo meraviglioso Willy's Wonderland che è un incrocio tra The Banana Splits Show e Drive Angry, dove l'adorato Nic non spiccica una parola per tutto il tempo e si limita a guardare col minaccioso scazzo di un John Milton non ossigenato un branco di pupazzi meccanici demoniaci rei non tanto di uccidere le persone, quanto di scompensargli i ritmi; il misterioso personaggio interpretato da Nic, infatti, vive nella sua bolla (in)felice(?) fatta di pulizia, pause bibite, musica a tutto volume e automobili, e non avete idea dello scompenso che gli crea il fatto che anche solo uno di questi elementi possa venire meno. Sì, poi mi pare ci sia anche una sottotrama fatta di patti col diavolo, luoghi dove il maligno alligna e ragazzini in pericolo, ma lo splendore di un Nicolas Cage che gioca a flipper (scena, non sto nemmeno a dirvelo, interamente improvvisata) e, in generale, che si profonde in un'interpretazione molto fisica e stranamente misurata, rende tutto il resto insignificante.


E quando dico tutto, intendo tutto. Non importa il fatto che il cast di giovani fanciulli imposto a Cage sia composto da cani e cagne maledetti (va bene il surreale, ma la protagonista che davanti agli amici trucidati si limita a sbattere le ciglia e mormorare un poco sentito "mi dispiace", dai, anche no) e nemmeno che un paio di animatronics siano bruttarelli, come l'emula di Trilly con le zanne; importa solo vedere questi stessi animatronics spelacchiati, sporchi e cattivissimi, fatti a pezzi con armi improprie o, ancora meglio, a mani nude, tra un cambio di maglietta, una lattina e un lavarsene le mani che ha dell'esilarante. Ed esilarante è anche la colonna sonora scritta alla bisogna dal compositore Émoi, coronata sul finale dalla poetica e, porca miseria, calzantissima Free Bird dei Lynyrd Skynyrd che dà al tutto un tocco di cafonissima eleganza aMMeregana, nostalgica e sì, anche un po' zamarra che non guasta mai, soprattutto dopo che per tutto il film si è assistito a un delirio di luci matte, pupazzoni demoniaci che compaiono e scompaiono quando meno ce lo si aspetta, sangue a fiotti e botte, botte da orbi. Dio benedica sempre e comunque questo Cage sbarazzino e amante dell'horror, che non ne sta sbagliando una e mi confeziona una serie di piccoli cult che mi portano a volergli sempre più bene.  


Di Nicolas Cage, che interpreta l'inserviente, ho già parlato QUI mentre Beth Grant, che interpreta lo sceriffo Lund, la trovate QUA.

Kevin Lewis è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film a me totalmente sconosciuti come The Method, Malibu Spring Break e The Drop. Anche sceneggiatore e produttore, ha 50 anni.


Se Willy's Wonderland vi fosse piaciuto recuperate The Banana Splits Movie (lo trovate su Infinity). ENJOY!


mercoledì 26 febbraio 2020

Color Out of Space (2019)

Non so come ho potuto permettermi di aspettare così tanto per vedere Color Out of Space, diretto e sceneggiato nel 2019 dal regista Richard Stanley partendo dal racconto Il colore dallo spazio di H.P.Lovecraft.


Trama: dopo che un meteorite si schianta sul suolo della proprietà dei Gardner, la flora e la fauna dei dintorni cominciano a mutare e lo stesso vale per la mente degli abitanti della casa...



Non sono affatto un'esperta di Lovecraft, di cui avrò letto sì e no una decina di racconti, probabilmente i più conosciuti, ma sono familiare con le sue atmosfere e apprezzo molto tutte le opere che omaggiano a piene mani lo scrittore di Providence (mi vengono in mente tra le mie preferite Il seme della follia di Carpenter, il racconto N di Stephen King, ovviamente i fumetti Neonomicon e Providence di Alan Moore, giusto per citarne qualcuna). In questo caso, parliamo proprio di un film che adatta una delle opere più famose di Lovecraft, per anni considerata "infilmabile" anche se ci sono stati parecchi registi che ci hanno provato, e il risultato, visto con gli occhi di una quasi profana, è un horror con le contropalle che mette angoscia dall'inizio alla fine, qualcosa che contrasta con quel delizioso rosa shocking utilizzato per incarnare il "colore" e con una delle cose più tenere e morbide del mondo: gli alpaca. Nell'apparente idillio bucolico di una famiglia radicata in città che desidera sperimentare "la campagna" onde superare il trauma del cancro al seno di mammà (ovviamente, tutto deciso da papino, ché il più traumatizzato dalla cosa è lui) entra a gamba tesa un asteroide che prima crea una voragine nel giardino dei Gardner e poi scompare, lasciando dietro di sé l'orrore cosmico. Passano i decenni e, se i personaggi di Lovecraft non avevano gli strumenti per difendersi dall'incomprensibile ignoto, la loro versione moderna sceglie di fare orecchie da mercante per non essere costretta ad affrontare l'ennesimo fallimento di una vita che DEVE necessariamente essere perfetta. Il narratore esterno, unica voce della ragione, ci prova ad avvertirli, forte di inconfutabili prove scientifiche; il custode del terreno, già bruciato da droghe psicotrope, non ci pensa nemmeno e accetta l'inevitabile supremazia dell'inconoscibile con un'arrendevolezza che mette paura più di ogni altra cosa. Nel mezzo, ci sono i Gardner, vittime più o meno innocenti di qualcosa che non può essere guardato negli occhi pena la pazzia e da cui non ci si può difendere, qualcosa che corrompe irrimediabilmente i corpi e annichilisce la mente, ingannando attraverso la bellezza di prodigi fuori dal comune oppure tirando sadicamente fuori tutto il marciume che cerchiamo di nascondere dietro una patina di ragionevole civiltà.


L'incubo lovecraftiano diventa dunque un'alternanza di elementi visivi ripresi in tutta la loro inquietante "bellezza" (i fiori, la vegetazione lussureggiante, persino il grazioso insettino dal colore accattivante che attira lo sguardo del piccolo Jack) o insostenibile disgusto (nel film ci sono sequenze di body horror talmente raccapriccianti da far accapponare la pelle), e di "cose" che la cinepresa non vuole riprendere, che rimangono appena fuori dall'inquadratura, come se una presenza costante, maligna ed indefinibile, non smettesse mai di osservare i membri della famiglia Gardner, tessendo i suoi fili invisibili per muoverli come burattini. Ma la cosa più insostenibile di Color Out of Space è l'ineluttabilità di un orrore innominabile e cieco, che travalica la comune ragione umana e non fa sconti alle simpatie del pubblico, così come non ne fa Richard Stanley. Noi tentiamo di aggrapparci alla speranza, accattivati dall'innegabile bellezza della giovane Madeleine Arthur (dove sei stata finora? Perché non sei nel cast del nuovo Giovani streghe???) e della sua affascinante conoscenza delle arti "magiche", ma non c'è protezione che tenga davanti a qualcosa che è "messaggero spaventoso degli informi reami dell’infinito, al di là della natura che conosciamo". E Nicolas Cage, in tutto questo, direte voi (lo so che state leggendo il post solo per capire il livello di cageanitudine del film)? L'adorabile Nicolas è contenuto, molto, una bomba senza spoletta che sta lì, pronta ad esplodere. Si dice che Richard Stanley abbia chiesto all'attore di ricordarsi la sua "favolosa" performance in Stress da vampiro e di modellare Nathan proprio su quella; il risultato è un uomo tranquillo ma odioso, che sbotta contro moglie (altrettanto odiosa ma, dai, Joely Richardson ormai è abbonata a questi ruoli) e figlia per delle solenni cretinate, forte del suo desiderio di divenire uomo bucolico ed autosufficiente, e che ovviamente perde la testa a poco a poco quando quel mondo idillico e perfetto si sgretola sotto le silenziose risate dell'entità cosmica, fino a regalarci un ottimo finale in cui Cage è unleashed ma, nonostante questo, non offusca mai e poi mai il terrore vero di quello che al momento è l'horror più bello dell'anno. Vedere per credere.


Di Nicolas Cage (Nathan Gardner), Joely Richardson (Theresa) e Tommy Chong (Ezra) ho parlato ai rispettivi link.

Richard Stanley è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Sudafricano, ha diretto film come Hardware - Metallo letale e Demoniaca. Anche attore e produttore, ha 54 anni.


Julian Hilliard interpreta Jack. Americano, lo ricordo per film come Greener Grass e serie quali Hill House. Ha 8 anni e un film in uscita: The Conjuring - Per ordine del diavolo.


Se Color Out of Space vi fosse piaciuto recuperate tutti i film di Richard Stanley (io lo farò), aggiungendo anche il disastroso L'isola perduta, per piangere su cosa avrebbe potuto essere se non avessero licenziato il regista dopo 4 giorni. ENJOY!

venerdì 5 ottobre 2018

Mandy (2018)

Continuo a rimandare la visione di Sulla mia pelle per mancanza di una serata adatta ma non ho potuto esimermi invece dal recupero subitaneo di Mandy, diretto e co-sceneggiato dal regista Panos Cosmatos.


Trama: quando la compagna Mandy viene uccisa da un branco di adoratori del demonio, Red si imbarca in una sanguinosa vendetta...



Mandy è un film assurdo con un unico, terribile, non trascurabile difetto: c'è meno Nicolas Cage di quanto mi sarei aspettata. Questo mi preme sottolinearlo fin da subito, poiché ciò che mi ha spinta a recuperare il film di Panos Cosmatos è che nelle recensioni d'oltreoceano si parlava di un Nicolas Cage più Cageano che mai, lercio di sangue, urlante e folle nel suo brandire asce; è vero, in Mandy c'è tutto questo ma, come dire, prima di arrivare al succo del discorso c'è anche molto, molto di più... e molto, molto poco Nicolas Cage. Quindi sì, ci sono rimasta un po' male, lo ammetto. Però guardare Mandy è stato un bel viaggio, in più di un senso, ché Mandy è l'apoteosi della droga tagliata male che ti afferra il cervello, te lo strizza e tu boh, rimani lì inebetito come un cretino a guardare i colori cangianti e il Cheddar Goblin senza curarti troppo di quello che dice chi ti sta attorno, magari ritrovandoti a ridere senza un perché, anche se la storia in sé è davvero terrificante. In pratica, nei boschi di un non precisato nowhere americano trasformato per l'occasione in un paesaggio da fantasy truce, Red e Mandy passano la loro vita felici tra sigarette, alcool, ammore e metal, tanto metal (la citazione iniziale del film inquadra già bene Mandy nel regno della tamarreide metallozza più sfrenata), finché un povero minchione autoproclamatosi divinità di un branco di drogati non si invaghisce dell'aura di lei e la rapisce. Sempre per colpa della droga, la povera Mandy si ritrova a ridere in faccia al minchione di cui sopra, non si capisce bene se perché come cantante fa schifo alle capre oppure perché il suo strumento di riproduzione è, come dire, un po' ridotto, ma il risultato comunque non cambia e Mandy, poverella, viene bruciata viva davanti al suo amato Red che, ovviamente, giura vendetta. La storia, come vedete, è di per sé semplicissima, al limite vanno aggiunti un terzetto di demoni anch'essi drogati che probabilmente, nonostante l'aura malvagissima, sono degli scarti dell'inferno, per il resto abbiamo un loop continuo di gente in botta che spara idiozie, buoni o cattivi che siano, e l'effetto di tutto ciò è quantomeno straniante ma non brutto, affatto.


Al di là di Nicolas Cage, infatti, Mandy è un tripudio di colori e luci, di sequenze così allucinate che al confronto Le streghe di Salem è uno sceneggiato televisivo confezionato dalla RAI nel suo periodo più svogliato. Nel novanta per cento dei casi, infatti, i personaggi sono illuminati da luci fucsia, azzurre, gialle e rosse senza una motivazione plausibile (o meglio, è sempre colpa della droga), gli ambienti in cui deambulano sono privi di contorni definiti e quasi sempre immersi in un'inquietante penombra o in una luce lattiginosa che li rende eterei, al confine tra l'aldilà e l'aldiqua, come direbbe Groucho, e spesso e volentieri la voce di chi parla è distorta, per non parlare di quando i volti degli attori si sovrappongono in maniera quasi ipnotica o intervengono sequenze animate a rendere il tutto ancora più delirante. Ma basta parlare di cose poco importanti, parliamo di Nicolas Cage. Per quel poco che viene mostrato, visto che il fulcro dell'attenzione, fin dal titolo, è Andrea Riseborough (sulla quale apro una parentesi: come si può essere così affascinanti senza trucco e senza rispettare i canoni della bellezza di questo secolo? Spiegatemelo, è anche qui merito della droga? Io giuro che non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso da tanto ero affascinata...), il buon Nicolas è semplicemente stupendo. Non sto a dilungarmi sulla bellezza del vederlo allucinato e ricoperto di sangue, armato dell'ascia più improbabile di sempre o di motosega in pieno stile Leatherface e circondato da gente pronto a blandirlo con promesse di sesso disgustoso; quel favoloso sorriso da pazzo sul finale basta a compensare qualunque sua assenza e a consacrarlo re dell'horror 2018, per non parlare della sequenza che vede protagonista lui, un paio di mutande flappe, una bottiglia di superalcoolico, un bagno dalla tappezzeria improbabile e strilli addolorati come se piovessero. Grazie di esistere, Nicolas, stupefacente uomo senza vergogna. Davvero. E grazie anche a Richard Brake, alla sua tigre, al vomito formaggioso del Cheddar Goblin e al mai abbastanza compianto Jóhann Jóhannsson. Quanta meraviglia!


Di Nicolas Cage (Red Miller), Andrea Riseborough (Mandy Bloom) e Richard Brake (Chemist) ho già parlato ai rispettivi link.

Panos Cosmatos è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Italiano, ha diretto film come Beyond the Black Rainbow. Anche produttore, ha 44 anni.


Bill Duke interpreta Caruthers. Americano, ha partecipato a film come Commando, Predator, Sister Act 2 - Più svitata che mai, Red Dragon, X-Men: Conflitto finale e a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Charlie's Angels, Lost e Cold Case. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 75 anni e tre film in uscita.


La pubblicità del Cheddar Goblin è stata realizzata da Chris "Casper" Kelly , autore di alcune serie per il canale televisivo USA Adult Swim. Detto questo, se Mandy vi fosse piaciuto recuperate Le streghe di Salem e Baskin. ENJOY!


domenica 29 luglio 2018

Io, Dio e Bin Laden (2016)



Dopo avere visto il trailer non potevo assolutamente perdere Io, Dio e Bin Laden (Army of One), diretto nel 2016 dal regista Larry Charles e arrivato proprio giovedì sugli schermi italiani.


Trama: Gary Faulkner, costretto a sedute di dialisi settimanale e non proprio sano di mente, ha una visione in cui Dio gli dice di andare in Pakistan e catturare Bin Laden. L'uomo, galvanizzato, cerca di ottemperare alla missione divina in tutti i modi possibili...


Io, Dio e Bin Laden è l'ennesimo one man show di Nicolas Cage, all'interno del quale il nostro asseconda tutta la sua verve e la follia, profondendosi in un atto di overacting talmente commovente che è quasi un peccato guardare il film doppiato, anzi, togliete pure il quasi. Anche perché durante i titoli di coda viene mostrato il vero Gary Faulkner, colui che un giorno ha deciso di partire per il Pakistan e catturare Bin Laden (come se io, un giorno, m'intestardissi e volessi andare a dare una zuccata in fronte a Trump) e vi giuro che, a parte il sembiante da hippy e una tendenza a parlare come se fosse il depositario del sapere mondiale, costui sembrerebbe una persona normale. Così non è, ovviamente, per il Gary Faulkner interpretato da Cage, un logorroico barbone urlante con un accento aMMeregano marcatissimo, fatto di vocali allungate a dismisura, costantemente in agitazione, occhi da pazzo, tendenze psicotico/patriottiche, sincero al punto da essere disarmante. Eppure, guardando il film, ci si ritrova ad amarlo come succede all'amica d'infanzia e alla figlioletta adottiva, a sperare che questa creatura rincoglionita, in missione per conto di Dio, venga a bussarci alla porta per condividere una birra, una canna, i suoi racconti di vita. Davvero, se i patrioti filoamericani fossero tutti come il Gary Faulkner ritratto da Cage il mondo sarebbe probabilmente un mondo migliore visto che costui ha nel cuore la gioia dell'incoscienza e il cuore grande dello sballone, anche quando si ritrova in un paese sconosciuto e potenzialmente nemico come il Pakistan; lo so che non bisognerebbe prendere sul serio un film simile, per di più girato dal realizzatore di Borat con intenti meno che imbecilli, però non posso fare a meno di pensare che il Faulkner di Cage sia una persona da cui si potrebbe imparare qualcosa, fosse anche il coraggio di perseguire le proprie folli idee a prescindere dagli inevitabili limiti, oppure la capacità di essere così incredibilmente generosi, benché sconsiderati, colmi di affetto per gli altri e di amore per la vita. E ok, sto straparlando per l'effetto Cage mi sa.


E comunque, se Cage è pazzo, Russell Brand non è da meno. I momenti più genuinamente esilaranti del film (tolto quando Faulkner si spacca il dente, ché le urla del vecchio Nicolas sono impagabili e mi hanno letteralmente fatta piegare in due dalle risate) sono quelli in cui il protagonista si confronta con un Dio che si atteggia come un gangsta, una sboccata rockstar da due soldi zeppa di autostima e con poca voglia di essere presa per il naso, mentre il suo "discepolo" si accartoccia disperato sotto il peso del suo giudizio. La cosa valida di questo Dio è che, fortunatamente, viene centellinato in modo che non solo non venga a noia al pubblico, magari già fiaccato dall'esageratissimo Cage, ma anche che rimanga un minimo d'incertezza relativamente alla missione di Faulkner, forse pazzo o forse veramente eletto dal Signore, chi lo sa. Quindi, Io, Dio e Bin Laden non funziona bene solo per la presenza di un Nicolas Cage in formissima ma anche per i comprimari che lo affiancano, impossibilitati a rubargli la scena ma comunque in grado di conquistarsi uno spazietto nel cuore dello spettatore sia che compaiano solo per poche scene (come gli agenti della CIA oppure i messicani/colombiani di Las Vegas), sia che abbiano ruoli più preponderanti, come quello della dolce Marci, personaggio che ancora adesso non ho capito se ci è o ci fa ma comunque molto carino. Insomma, di questo Io, Dio e Bin Laden salvo tutto, persino il titolo italiano che invoglia alla visione sicuramente più di "Army of One", a rischio di far pensare allo spettatore all'ennesimo action scrauso con un Nicolas Cage svogliato; non fatevi ingannare, ché il film di Larry Charles è una commedia magari non perfetta ma di sicuro assai divertente... soprattutto se, come me, non vi vergognate di proclamare ai quattro venti il vostro amore per Nicolas Cage!


Di Nicolas Cage (Gary Faulkner), Denis O'Hare (Agente Doss) e Rainn Wilson (Agente Simons) ho già parlato ai rispettivi link.

Larry Charles è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Borat: Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan, Brüno e Il dittatore. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 62 anni.


Russell Brand interpreta Dio. Inglese, ha partecipato a film come Non mi scaricare, In viaggio con una Rock Star, Arturo e Rock of Ages; come doppiatore ha lavorato in Cattivissimo me, Cattivissimo me 2 e I Simpson. Anche produttore e sceneggiatore, ha 43 anni e due film in uscita.


Paul Scheer interpreta Pickles. Americano, ha partecipato a film come Piranha 3D, Piranha 3DD, The Disaster Artist e a serie quali 30 Rock e C'era una volta; come doppiatore ha lavorato in Robot Chicken, Adventure Time e Big Mouth. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 42 anni e tre film in uscita.


venerdì 2 febbraio 2018

Mom and Dad (2017)

Siccome Nicolas Cage mancava da un po' su questi lidi (da un anno. Non si può, su), è arrivato pronto il richiamo di Lucia, la quale mi ha espressamente consigliato di recuperare Mom and Dad, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Brian Taylor.


Trama: per qualche motivo sconosciuto (probabilmente un impulso inserito nei segnali radiotelevisivi) i genitori cominciano ad attaccare i propri figli e ucciderli, dando così voce alle frustrazioni accumulate in anni di paziente sopportazione...


Mom and Dad è uno degli horror più divertenti che potrete vedere quest'anno, ed è quasi un peccato. Da un'idea così cattiva, ovvero quella dei genitori che perdono ogni istinto di protezione verso i figli sostituendolo con un intento omicida altrettanto forte, poteva uscire un film truce, malato ed inquietante ai livelli di The Children ma mi rendo conto che probabilmente sul mercato americano una cosa simile non sarebbe neppure mai stata distribuita (se qualche regista europeo illuminato mi leggesse, però...). Qui, a dire il vero, qualche sequenza che testimonia ciò che avrebbe potuto diventare Mom and Dad c'è, e parlo dell'angosciantissima scena ambientata in sala parto, per il resto il sangue non scorre nemmeno troppo copioso e c'è quasi vergogna a mostrare il mostrabile, con Brian Taylor che preferisce tagliare prima che lo spettatore possa assistere alle terribili vendette dei genitori vessati, per concentrarsi piuttosto sui loro sguardi predatori e lasciare libero sfogo all'immaginazione del pubblico. Con quest'ultimo si viene a creare un gioco di complicità a prescindere dall'età anagrafica: un adolescente probabilmente si divertirà a tifare per i giovani Carly e Josh apprezzando un paio di trovate "difensive" e sperando di sfogare sui genitori immaginari la voglia di far del male ai propri, rei di non avere magari sborsato soldi per il cellulare all'ultimo grido, mentre gli ultratrentenni con prole passeranno il tempo ad ingoiare le amare lacrime derivanti dalla consapevolezza che i migliori anni della loro vita sono già andati e non torneranno più, consacrati al bene di frugoletti che ERANO carini, ma sono diventati dei mostri ingrati dopo averli privati dell'identità e resi, semplicemente, mamma e papà. Punto. Quindi, se avete figli e siete nel pieno di una crisi di mezza età non guardate questo film o vi verranno sicuramente degli istinti omicidi (a me, per esempio, si è prosciugato il già scarso istinto materno, va che roba!), anche perché il maledetto Brian Taylor alterna azione horror ad una serie di flashback di indicibile amarezza, dove mamma Selma Blair e papà Nicolas Cage rimpiangono i bei tempi e picchiano di naso contro il muro della triste realtà che li vuole ormai finiti, vecchi brutti e scionchi (come diceva la compianta Anna Marchesini e comunque per quanto possa esserlo Selma Blair, of course).


Un intero paragrafo e ho solo NOMINATO Nicolas Cage? Sono malvagia, lo so, ma qui bisogna creare suspance perché lo so che state leggendo il post solo per lui. Ebbene, Nicolas Cage in questo film è MERAVIGLIOSAMENTE Cageano, al punto di farmi tornare per un attimo ai bei tempi di Stress da vampiro. In effetti l'unico vero difetto di Mom and Dad è "solo" che Cage non compare in ogni scena ad allietare lo spettatore con la sua interpretazione talmente sopra le righe che a un certo punto le righe ci hanno rinunciato e se ne sono andate. Se Selma Blair trasforma mammà in un'assassina suadente ed infida, Cage la butta proprio in caciara tra urla belluine, occhi strabuzzati e pianti a dirotto tali che il Jack Torrance di Nicholson al confronto è l'emblema dell'aplomb inglese. Diciamo che Cage sceglie la mancanza di misura anche nei flashback, interpretando un padre psicopatico già in partenza, vittima di una crisi di mezza età devastante, inquietante persino quando dialoga amabilmente col figlioletto di otto anni, ammazzandosi di birra e inserendo qui e là una serie pressoché infinita di fuck tanto per completezza (però pussy non si può dire. Bad daddy.) ma la punta di diamante di Mom and Dad è una scena interamente imperniata su una livella e un tavolo da biliardo. Di più non mi sento di dire ma TEMO che la sequenza in questione sia già diventata il momento (s)cult dell'anno, dal quale non mi riprenderò per parecchio tempo. Ah, poi a un certo punto arriva Lance Henriksen e la situazione degenera, trascinando Cage per i capell... ehm, vabbé, ci siamo capiti, verso nuovi scampoli di assenza ed ulteriori picchi di ilarità. Peccato per il taglio brusco sul finale, sarei rimasta ipnotizzata a contemplare il mio amato Nicolas più o meno per altre tre ore, invece il film ne dura solo una e mezza. Che sadness. Non resta che aspettare Mandy, dove a quanto pare sangue e follia cageana non mancheranno (dal sito VultureWhat is the Nicolas Cage movie Mandy like? Well, it involves bikers, screaming, blood, battle axes, aliens, and more screaming - Com'è il film Mandy, con Nicolas Cage? Beh, ci sono motociclisti, urla, sangue, asce, alieni e ancora urla -). Sto già sbavando.


Di Nicolas Cage (Brent Ryan), Selma Blair (Kendall Ryan), Lance Henriksen (Mel) e Rachel Melvin (Jeanne) ho già parlato ai rispettivi link.

Brian Taylor è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Crank, Crank: High Voltage e Ghost Rider - Spirito di vendetta ed è anche produttore e attore.


Se Mom and Dad vi fosse piaciuto recuperate il già citato The Children e Cooties. ENJOY!

Come si fa a non amarlo? <3

lunedì 23 gennaio 2017

Nicolas Cage Day: Stress da vampiro (1988)


Con il solito gruppetto di bloggerZ siamo tornati a celebrare Nicolas Cage, un uomo un perché. Tranquilli, il mese prossimo arriva un bello speciale su Carrie Fisher ma siccome gennaio è un mese un po' impegnato per i cinefili, abbiamo scelto di snebbiare la mente con l'uomo dalla faccia di gomma e la parrucca di stoppa. Ho deciso quindi di sfidare i miei ricordi di decenni e ridare una chance a Stress da vampiro (Vampire's Kiss), diretto nel 1988 da Robert Bierman. You don't say?



Trama: Peter Loew è un editore che passa le serate nei club e ogni sera si porta a casa una donna diversa. Quando una delle sue amanti occasionali lo morde, rivelandosi un vampiro, Peter comincia a perdere il senno e a convincersi di stare diventando a sua volta una sorta di Nosferatu...




Mi era capitato di vedere Stress da vampiro decenni fa, quando ogni film "strano" che veniva passato in TV era per me fonte di gioia e motivo per azionare il registratore. Ricordo di aver finito la visione con un'espressione di WTF stampata sul viso, aggravata dal fatto che, all'epoca, Nicolas Cage mi piaceva davvero e non era ancora diventato un attore da perculare per le sue scarse scelte di copione o per le sue parrucche indecenti, né, tantomeno, il principe dei meme tratti appunto da questo film. QUESTO  meme è stato preso paro paro da uno dei momenti più genuinamente disturbanti e assurdi di Stress da vampiro, quello in cui Peter tortura psicologicamente la povera impiegata Alva, rea di non riuscire a trovare un importantissimo contratto, ma probabilmente il 90% di quelli che utilizzano il meme in questione su internet non immaginano che la pellicola di Robert Bierman contenga momenti di Cageanità MOLTO ma MOLTO più terrificanti di questo! Stress da vampiro è infatti lo one man show di un Nicolas Cage esageratissimo, senza freni inibitori né amor proprio, la discesa progressiva nella follia di un antenato di Patrick Bateman privo, ahilui, della raffinatezza del personaggio creato da Bret Easton Ellis ma comunque matto come un cavallo. Anzi, come un vampiro. Stavolta il titolo italiano rende benissimo la natura grottesca della pellicola: vero è che tutto nasce dal bacio di una procace vampira (o meglio, dal morso), tuttavia il protagonista del film ci viene mostrato nella prima scena sdraiato sul lettino di una psichiatra, già impegnato a raccontarle sogni inquietanti che mettono in allerta non solo lo spettatore ma perplimono la stessa dottoressa. Peter non è un uomo normale, lo si capisce da subito, la sua latente follia viene a malapena dissimulata da accenti raffinati o abiti costosi e la vampira Rachel (il cui arrivo è preceduto da un altro episodio, quello in cui un pipistrello entra nella stanza di Peter) non è altro che la miccia per scatenarla. Ma Rachel esiste o è solo frutto dell'immaginazione di Peter? Mi spiace dirvelo ma non lo saprete mai: probabilmente c'è una Rachel in carne e ossa ma non è detto che sia realmente una vampira, anche perché la sceneggiatura di Joseph Minion (lo stesso di Fuori orario) dice tutto e il contrario di tutto e l'unica cosa certa, ad un certo punto, è che Peter si convince di essere diventato un vampiro, con tutto ciò che ne consegue. You don't say?



Dal momento in cui Peter viene morso, Cage diventa praticamente la parodia di sé stesso e, diciamolo, mette male provare simpatia per qualcuno che, di punto in bianco, fa dell'umoralità il suo punto di forza. Anche Patrick Bateman era un uomo di merda ma il suo mondo era talmente grottesco e assurdo che il suo prenderlo sul serio provocava la risata e un perverso senso di pietà nei suoi confronti (pietà nel senso di "ma povero mentecatto!") e poi Christian Bale era figo, non dimentichiamolo. Cage invece fa ridere, e parecchio, nella prima parte del film, con quella fisicità che gli consente di sfoderare pose da rocker mentre cazzia senza pietà la segretaria sempre più disperata e terrorizzata, tuttavia quando il film sfocia nel patetico verrebbe voglia di prenderlo a ceffoni. Certo, vedere la "metamorfosi" di Peter in vampiro non ha prezzo, soprattutto per come se la crede Cage, che ha palesemente improvvisato buona parte delle reazioni del personaggio: fare finta di non vedere il proprio riflesso allo specchio, infilarsi a dormire sotto un divano utilizzato a mo' di bara, urlare disperato davanti ad un raggio di sole solo per poi dimenticarlo e rimanerci piantonato davanti come se niente fosse, soprattutto indossare canini di plastica sgranando gli occhi a mo ' di Nosferatu (il parallelo tra Peter e lo storico personaggio di Murnau è qualcosa di favoloso) prima di iniziare a deambulare per New York con un cavicchio puntuto (cit.) sotto braccio manco fosse una baguette sono cose che non tutti gli attori farebbero con lo stesso sprezzo del pubblico ludibrio e questo merita a Cage eterno riconoscimento da parte di tutti gli amanti del weird. Per il resto, Stress da vampiro è proprio poca roba: innanzitutto risente di una pesantissima atmosfera anni '80 che lo ha portato ad invecchiare malissimo, in più la sceneggiatura visionaria viene resa ammorbante da una regia piatta come poche che, combinata a pettinature e costumi improbabili, rende la visione del film ancora più sconcertante. Della serie, meno male che c'è Cage a gigioneggiare, altrimenti Stress da vampiro non potrebbe neppure godere del titolo di cult che si è guadagnato nel corso degli anni! "Se l'avesse girato David Lynch sarebbe stato meglio!!11!!111!"... You don't say?





Nicolas Cage, nonostante tutto, è praticamente ospite fisso del Bollalmanacco e qui trovate i link che vi porteranno a scoprire le mille sfaccettature di costui:

Snowden (2016)


Pay the Ghost (2015)


L'ultimo dei templari (2011)


Kick-Ass (2010)


L'apprendista stregone (2010)


Astro Boy (2009)


Ghost Rider (2007)


Il prescelto (2006)


Il ladro di orchidee (2002)


Al di là della vita (1999)


Con Air (1997)


Cuore selvaggio (1990)


Ed ecco i link dei blogger che hanno partecipato alla celebrazione:

Director's Cult
Non c'è paragone
Pietro Saba's World
In Central Perk 
White Russian
Una mela al gusto pesce
Cooking Movies

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