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martedì 13 agosto 2024

Trap (2024)

Spinta da un trailer accattivante, ho deciso di non perdermi Trap, l'ultima fatica del regista M. Night Shyamalan, da lui diretto e sceneggiato. Con questo post il Bollalmanacco va in vacanza per qualche giorno. Vi auguro buone vacanze, buon Ferragosto e vi do appuntamento al 20 agosto, ancora non so bene con quale film! 


Trama: Cooper, serial killer dalla doppia vita irreprensibile, accompagna la figlioletta Riley al concerto della sua cantante preferita, Lady Raven, senza sapere che l'evento è in realtà proprio una trappola per lui...


Poi dite che non voglio bene a Shyamalan. Il multisala di Savona è ancora chiuso e io sono andata persino a Genova,  con un barbatrucco che nemmeno vi sto a spiegare, per poter vedere il suo ultimo film. Ammetto che Trap non valeva lo sforzo, ma neppure mi sarei aspettata il contrario, visti gli ultimi exploit del nostro; c'è di buono che Trap, a livello di "spiegoni" e "pipponi" shyamalani è molto più vicino a The Visit che a Old o Bussano alla porta, pertanto è anche molto più simpatico e rappresenta un ottimo divertissement estivo, a patto, ovviamente, che mandiate in vacanza anche la vostra suspension of disbelief. Non si tratta di spoiler, perché già il trailer sviscera la trama: il film verte sulla figura di Cooper (pompiere e padre di famiglia amorevole durante il giorno, serial killer di notte) e sul concerto a cui porta la figlioletta, in realtà una trappola tesa dall'FBI proprio per catturarlo. Vista una simile premessa, capirete bene che, in quanto spettatori, il vostro dovere non sarà fare le pulci ai modi sciocchi e risibili in cui Cooper verrà a conoscenza del piano dell'FBI, ma accettare il gioco nella consapevolezza che, in caso contrario, il racconto non potrebbe proseguire e Cooper verrebbe arrestato dopo 10 minuti. Pertanto, dimenticatevi anche un eventuale thriller con le contropalle, con tutti gli spunti sospesi che tornano sul finale come in un rompicapo perfetto. Trap non ha queste pretese, scorre leggero e veloce più o meno fino alla fine del primo tempo, grazie ad un meccanismo per cui, nonostante Shyamalan si preoccupi di sottolineare la pericolosità e la freddezza di Cooper, lo spettatore si trova quasi costretto a "parteggiare" per lui e capire come farà a scampare ad una trappola apparentemente a prova di bomba, tra sincera ammirazione e facepalm da primato, e si impantana un po' nel secondo tempo, per un paio di motivi. Uno risiede sempre nella natura "surreale" della storia in sé, con Cooper che a un certo punto diventa più trasformista e rapido di Diabolik e un altro personaggio che arriva a godere di ogni privilegio derivante dalla faciloneria della trama, il secondo è l'inevitabile ricorso shyamalano a inutili dialoghi "filosofici" sulla natura del male, che in un contesto simile lasciano un po' il tempo che trovano. Nonostante ciò però, ribadisco, mi sono divertita e il finale è talmente foriero di grasse risate che mi ha dipinto un inaspettato sorrisone in faccia. 



Buona parte del merito va a Josh Hartnett, babbalone che non ho mai particolarmente apprezzato ma che qui si diverte come un matto. Frenandosi appena un attimo prima di entrare in zona overacting cageano, Hartnett si destreggia abilmente tra il ruolo di padre dell'anno e quello di maniaco omicida privo di rispetto per la vita umana, e alcune sue espressioni con primi piani annessi sono tra le cose migliori che potrete vedere nel film. Altri aspetti molto positivi sono, ovviamente, la regia di Shyamalan, soprattutto nella parte di film ambientata all'interno del palazzetto dello sport. Sfruttando inquadrature dinamiche, un montaggio serrato e anche un'incredibile sensibilità nel restituire l'esaltazione e la gioia di una dodicenne al suo primo concerto importante, il regista offre allo spettatore un mix di tensione positiva e negativa, di claustrofobia e un senso di assoluta libertà, in un continuo alternarsi di sensazioni contrastanti che impreziosiscono il primo atto, rendendolo il migliore del film. Mi verrebbe da essere un po' cattivella e assecondare la parte di me che considera Shyamalan un paraculo, dicendo che tanto impegno nasce dalla volontà di pompare la figlia Saleka come cantante e attrice, ma devo anche essere sincera e ammettere che la fanciulla mi ha conquistata fin dalle prime note nei titoli di testa. Saleka Shyamalan, 28 anni, non solo canta divinamente un genere che normalmente mi farebbe schifo, non solo ha una presenza scenica tale che il concerto all'interno di Trap mi verrebbe voglia di vederlo dal vivo, ma è anche di una bellezza allucinante e io mi chiedo come abbia fatto quel mostrinetto di Shyamalan a mettere al mondo due gioielli come Saleka e Ishana (e pure Shivani, che deve ancora mostare al grande pubblico, non scherza). Ma basta fare bodyshaming sul povero Shyamalan, che in Trap riesce a parlare anche di bullismo e a spezzarmi il cuore con tutto ciò che riguarda e riguarderà la vita della piccola Riley, unico motivo che mi spingerebbe a sperare in un sequel di Trap, magari tra qualche annetto. Intanto, non so se consigliarvi o meno di andare a vedere Trap al cinema, visto e considerato quanta roba interessante uscirà nelle prossime settimane; riflettendoci, tuttavia, lo ritengo un film che può aspettare tranquillamente lo streaming, anche perché credo che la prova di Hartnett sia stata un po' appiattita dal doppiaggio.


Del regista e sceneggiatore M. Night Shyamalan, che interpreta anche il membro dello staff incaricato di scegliere le fan fortunate di Lady Raven, ho già parlato QUI. Josh Hartnett (Cooper), Alison Pill (Rachel) e Hayley Mills (Dottoressa Josephine Grant) li trovate invece ai rispettivi link. 


Ariel Donoghue
, che interpreta Riley, era la Emma della serie Wolf Like Me. Se Trap vi fosse piaciuto recuperate Split. ENJOY!

martedì 14 febbraio 2023

Bussano alla porta (2023)

Siccome neppure questo film è uscito a Savona, sfruttando una giornata di shopping compulsivo all'Ikea ho trascinato il Bolluomo a Genova a vedere Bussano alla porta (Knock at the Cabin), diretto e co-sceneggiato dal regista M. Night Shyamalan a partire dal romanzo La casa alla fine del mondo di Paul Tremblay. Niente spoiler, tranquilli!!


Trama: mentre Wen e i suoi due papà, Eric ed Andrew, sono in vacanza al lago, quattro persone si presentano al loro chalet, armati e con una terribile richiesta...


Toc toc! Chi è? Ussignur, non aprire che c'è Bautista e se gli gira il belino con una schicchera ti scombina le ossa. Ah no, aspetta, peggio ancora: c'è il Ron Weasley di un universo alternativo dove alla magia si sono sostituite le droghe pesanti. Seh, ti piacerebbe: in realtà c'è Shyamalan che vuole venderti la mitica friggitrice ad aria, così poi ti tocca finire su Cucinare Male, e forse questa è la cosa peggiore di tutte. Insomma, chiunque stia bussando alla vostra porta, da che mondo è mondo, se vi trovate in un thriller horror sarebbe meglio non aprire, perché le conseguenze non sono mai belle, soprattutto quando al timone di tutto c'è Shyamalan. Visto che il regista ormai alterna un film decente a un film orribile e che la sua ultima pellicola, Old, era un disastro involontariamente comico, stavolta è andata bene e Bussano alla porta si è rivelato un'opera assai piacevole, almeno fino a un certo punto. Shyamalan si è affiancato ad altri due sceneggiatori per adattare il romanzo La casa alla fine del mondo di Paul Tremblay che, miracolo dei miracoli!, sono riuscita a leggere a gennaio proprio per prepararmi a Bussano alla porta; le due opere sono fondamentalmente identiche salvo per un dettaglio non proprio minuscolo, il quale, tuttavia, non inficia la bontà dell'adattamento filmico che, in sostanza, mantiene il nucleo fondamentale di una home invasion atipica ai danni di una famiglia adorabile, composta dalla splendida, dolcissima Wen e dai suoi due papà. In vacanza, questi ultimi si ritrovano alla porta quattro personaggi armati di oggetti dall'aspetto assai pericoloso, i quali pretendono di entrare in casa e di parlare, costringendo la famigliola a prendere una decisione terribile ma importantissima per il futuro dell'umanità tutta. I quattro, nonostante l'aspetto minacciosissimo, promettono di non usare alcuna forma di violenza su Wen e i suoi papà, il che ovviamente è una svolta straniante per lo spettatore, il quale si aspetta che la decisione venga estorta alla famiglia con la forza, e la convinzione che, prima o poi, i quattro invasori disattenderanno la promessa, è il primo strato di una spessa coltre di inquietudine che permane fino alla fine di Bussano alla porta.


Allo stravolgimento delle dinamiche di base del genere home invasion si aggiunge un progressivo ma costante mutamento dei punti di vista attraverso i quali vengono raccontati gli aspetti fondamentali della vicenda, aspetto che contribuisce ancora di più all'incertezza dello spettatore. Se, all'inizio, i papà di Wen rappresentano la razionalità assoluta contrapposta ai deliri mistici dei quattro invasori, gli sceneggiatori si prefiggono di instillare anche in Eric ed Andrew, a poco a poco, il tarlo del dubbio e lo stesso, con una mossa speculare, avviene verso il finale con i loro aguzzini, in un costante ribaltamento di ruoli che mantiene vivi sia la tensione che l'interesse verso la vicenda; di più, per chi non avesse letto il romanzo c'è anche la questione dell'attesa di un possibile Shyamalan twist a cui il regista ci ha abituati da anni, e l'ovvia conseguenza di questa abitudine è la necessità di non perdersi neppure un dettaglio di ciò che viene mostrato sullo schermo. A tal proposito, Shyamalan sarà anche (almeno per quanto mi riguarda) uno sceneggiatore sopravvalutato, ma come regista c'è da togliersi il cappello. Bussano alla porta è un trionfo di primissimi piani schiaccianti e riprese claustrofobiche, con alcune sequenze ad altezza bambino che rappresentano alla perfezione il senso di sconfortata impotenza di chi si ritrova piccolo ed inerme davanti a qualcosa di incomprensibile (il che vale anche per gli adulti presenti, e l'ho trovata una cosa geniale!), intervallate da allucinati ed allucinanti sguardi al mondo esterno, che si traducono in momenti da incubo. Shyamalan, stavolta, mostra anche di saperci fare col cast e si accaparra un Bautista perfetto per il ruolo di Leonard, che dal romanzo risulta essere un gigantesco capo farlocco, un umanissimo signor nessuno diventato protagonista per caso, il che costringe l'attore ad un'interpretazione misuratissima che non scade mai nel ridicolo, e anche gli altri attori brillano di luce propria. C'è qualcosa, sul finale, che non mi è andato assolutamente giù e ne parlerò dopo la Batista Bomb messa come riga dello spoiler, ma è qualcosa che magari ha dato fastidio solo a me e che non dovrebbe dissuadervi dall'andare in sala a godervi Bussano alla porta, che abbiate o meno letto La casa alla fine del mondo, in quanto merita almeno una visione. Non è uno dei film più felici che vi capiterà di vedere, ma quale film lo è in questo periodo? 


SPOILER:

Mamma mia quanto mi ha urtato lo spiegone finale messo in bocca ad Eric, agnello sacrificale costretto a convincere il compagno ad ucciderlo per salvare l'umanità. La storia dei quattro cavalieri dell'Apocalisse, accompagnata da agili "diapositive" dei quattro invasori, nel caso ce li fossimo già dimenticati dopo 5 minuti dalla loro progressiva dipartita, mi ha fatto scendere i marroni a un livello tale che giusto la commovente sequenza in macchina con Wen e il papà superstite è riuscita a tirarmeli un pochino su. Certo, la spontanea rinuncia alla propria vita per un bene più grande, unita alla fiducia cieca verso l'umanità tutta, è coerente con una sceneggiatura che risparmia allo spettatore la morte di Wen (per fortuna!), là dove il romanzo era di un pessimismo fuori dalla grazia di qualunque divinità, ma lo stesso, secondo me, si poteva trovare un modo meno didascalico di concludere il tutto. Eh, lo so, purtroppo Shyamalan è fatto così e dobbiamo tenercelo e di sicuro meglio il piccolo spiegone di Bussano alla porta che lo spiegone fatto a film che era Old, però che due palle cubiche, Manoj!


Del regista e co-sceneggiatore M. Night Shyamalan, che compare anche come conduttore di televendite, ho già parlato QUI. Dave Bautista (Leonard) e Rupert Grint (Redmond) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jonathan Groff interpreta Eric. Americano, ha partecipato a film come American Sniper e a serie quali Mindhunter; come doppiatore ha lavorato in Frozen - Il regno di ghiaccio (è la voce originale di Kristoff), Frozen 2 - Il segreto di Arendelle, Frozen Fever, Frozen - Le avventure di Olaf e I Simpson. Anche produttore, ha 38 anni. 


Nikki Amuka-Bird interpreta Sabrina. Nigeriana, ha partecipato a film come Omen - Il presagio, Coriolanus, Panama Papers, Old e a serie quali Doctor Who. Ha 47 anni. 


Se Bussano alla porta vi fosse piaciuto recuperate The Visit, The Strangers e Noi. ENJOY! 

martedì 22 gennaio 2019

Glass (2019)

Ammetto che, nonostante l'ormai radicato disprezzo per M. Night Shyamalan, qui in veste di regista e sceneggiatore, quella di Glass era una delle uscite che aspettavo di più.


Trama: mentre l'Orda e la Bestia continuano a mietere vittime, David Dunn decide di sfruttare propri poteri per fermarli. I due non ci metteranno molto a incrociare il cammino con Elijah Price, l'"uomo di vetro"...



Diamo subito un contentino a tutti coloro che hanno sputato veleno e non solo sull'ultima fatica Shyamalana. E' vero, sì, Glass non è degno di allacciare le scarpe né ad Unbreakable né a Split. Unbreakable era innanzitutto la storia dolente di un uomo incapace di accettare la propria natura e lo Shyamalan Twist finale era la ciliegina sulla torta di una storia già bella di suo, uno strano ibrido tra dramma e stilemi tipici dei fumetti; Split, per contro, partiva come un horror e rimaneva tale fino alla fine, con un racconto neppure troppo banale imperniato su dolore, abusi ed infanzie negate. Insomma, due film che non avevano nulla da spartire, se non per la scena appena prima dei credits del secondo, eppure da lì è nata una delle trilogie più attese degli ultimi tempi e Glass riesce ad essere contemporaneamente sia un ribaltamento delle concezioni dei primi due capitoli sia una naturale prosecuzione degli eventi. E, per questo, un film inferiore, vuoi perché pretende di raccontare troppo tutto assieme, vuoi perché sia Unbreakable che Split erano in grado di fare storia "a sé", senza bisogno di aggiungere altro e, guardando Glass, sembra quasi che il concept di "fumetto inserito nella realtà e viceversa" venga stiracchiato in maniera inverosimile. Eppure, proprio per questo ho trovato Glass la degna conclusione della trilogia, un divertissement simpatico nonché il ribaltamento di Unbreakable, poiché qui si parte dalla convinzione dell'esistenza dei supereroi per cercare di ridimensionarli e portarli coi piedi per terra. Alla Dottoressa Staple viene infatti accollato l'ingrato compito di smontare pezzo per pezzo sia le convinzioni di Elijah Price che le manie di grandezza dell'Orda, l'allegro trio composto da Dennis, Patricia ed Hedwig convinti dell'esistenza della Bestia; ovviamente, la mente più permeabile, quella che già diciannove anni fa metteva in discussione la propria natura di supereroe, è quella di David Dunn, ormai rimasto vedovo ma con accanto il figlio Jacob, che come sempre lo adora. Altro non dirò sulla trama, ché sarebbe una bestemmia, tuttavia vorrei spendere due parole su quello che ho più apprezzato di Glass e cioé il palese desiderio Shyamalano di inserire in un contesto reale tutti i cliché dei fumetti supereroistici, anche i più inverosimili. Se in Unbreakable questi stilemi erano inseriti ma solo lo spettatore attento poteva coglierli, qui vengono sbattuti in faccia al pubblico e alla Dottoressa Staple, tanto che è impossibile infilare la testa sotto la sabbia e fingere di non vederli: c'è la prosecuzione di una origin story, con tutti gli improbabili collegamenti del caso, ci sono un sidekick, un'eminenza grigia, una bella che riesce a placare la bestia, l'idea di una love story tormentata, gli spiegoni interminabili dei villain, scontri finali (i cosiddetti showdown, che noi forse chiameremmo "resa dei conti" e che qui, per colpa di un adattamento scellerato che ha tradotto persino "comic books" con libri DI fumetti - albi a fumetti pareva brutto?- acquisisce un'accezione tortuosissima), momenti in cui si mescolano le alleanze, mentori e persino personaggi secondari talmente stupidi da fare il giro, imbarazzanti quanto la cosiddetta "sicurezza" di un centro di igiene mentale espugnabile persino da un bimbo di 5 anni.


Tutto questo può apparire ridicolo, fuorviante, sicuramente da l'impressione di appesantire il racconto, eppure la spiegazione ad ogni cosa, anche quelle apparentemente fuori posto, viene fornita in un dialogo rivelatore, che conferma M. Night Shyamalan come uno dei migliori illusionisti cinematografici (o, se siete detrattori fino in fondo, ancora peggio di me, uno dei peggiori "venditori di fumo e merda" dell'industria - cit.-) e, per quanto continui a volergli male per roba come Lady in the Water, E venga il giorno e The Last Airbender, uno degli autori più coerenti in circolazione. Quando Shyamalan ha un'idea, state pur certi che la porterà fino in fondo e Glass, con tutti i suoi difetti, è il frutto di questa determinazione testarda, il che mi porta a stimarlo a prescindere. Poi, ovviamente, ci sono tutti i rimandi ai film precedenti, a partire da quei colori che diventano sempre più pallidi, mescolati al grigiore della realtà, a mano a mano che i protagonisti perdono di fiducia in se stessi... e poi c'è James McAvoy, che giustamente si becca il primo posto nei credits. Ora, dopo aver guardato Split in originale non c'è doppiatore che tenga, quindi mi riservo di riguardare anche Glass in lingua, appena sarà disponibile, tuttavia adoro il modo in cui l'attore cambia nel giro di un secondo il linguaggio del corpo, la postura, lo sguardo, adattandosi ad abiti e situazioni differenti senza mai cadere nel ridicolo e trasformandosi letteralmente nelle 24 diverse personalità che abitano il corpo di Kevin. Samuel L. Jackson, muto per buona parte del film, non si lascia mettere i piedi in testa dall'inglesotto, ci mancherebbe, e basta con la sua sola carismatica presenza a ridurre al silenzio o all'incredulità persino la Bestia, mentre il povero Bruce Willis è penalizzato sia dal ruolo ai margini riservato a Dennis Dunn (quello di silente e poco convinta nemesi) sia da un paio di riprese ravvicinate nei momenti più concitati, che spezzano la tensione e la gloria dei corpo a corpo presenti nel film. Sarà che Bruccino ormai non è più Unbreakable come un tempo? A prescindere dalla vecchiaia di colui che comunque è e sarà sempre un grandissimo figone, sta di fatto che durante la visione di Glass mi sono divertita, entusiasmata e parecchio commossa quindi direi che, pur non potendo ancora testimoniare il ritorno di Shyamalan, se non altro posso affermare che Shyabadà, anche stavolta, è rimasto a casa. Al prossimo showdown, caro il mio indianino megalomane!


Del regista e sceneggiatore M.Night Shyamalan, che interpreta anche Jai, ho già parlato QUI. James McAvoy (Patricia / Dennis / Hedwig / La Bestia / Barry / Heinrich / Jade / Ian / Mary Reynolds / Norma / Jalin / Kat / B.T. / Kevin Wendell Crumb / Mr. Pritchard / Felida / Luke / Goddard / Samuel / Polly), Bruce Willis (David Dunn), Samuel L. Jackson (Elijah Price), Anya Taylor-Joy (Casey Cooke), Sarah Paulson (Dr. Ellie Staple) e Spencer Treat Clark (Joseph Dunn) li trovate invece ai rispettivi link.

Charlayne Woodard interpreta Mrs. Price. Americana, ha partecipato a film come La seduzione del male, The Million Dollar Hotel, Unbreakable - Il predestinato e a serie quali Pappa e ciccia, Willy il principe di Bel Air, Frasier, E.R. Medici in prima linea e Medium. Ha 65 anni.


Neanche da dire, non andate a vedere Glass senza prima aver recuperato Unbreakable - Il predestinato e Split. sono due film molto belli, soprattutto il primo, quindi non ve ne pentirete a prescindere. ENJOY!


mercoledì 16 gennaio 2019

Unbreakable - Il predestinato (2000)

Siccome domani dovrebbe uscire (a rigor di logica, ma non mi sorprenderei se a Savona non arrivasse) Glass, ho deciso di riguardare dopo anni Unbreakable - Il predestinato (Unbreakable), diretto e sceneggiato nel 2000 dal regista M. Night Shyamalan. Inevitabile la presenza di SPOILER.


Trama: David Dunn è l'unico superstite di un disastro ferroviario e questo attira l'attenzione di Elijah Price, convinto di avere finalmente trovato l'equivalente di un supereroe.


Per quanto negli ultimi anni sia arrivata a ricoprire spesso Shyamalan di insulti (rivalutandolo dopo The Visit e Split), non si può negare che i quattro film girati a partire da Il sesto senso siano delle piccole bombe capaci di sorprendere lo spettatore non solo per la regia sopraffina ma anche e soprattutto per la diversità dei temi trattati. Nell'anno del Signore 2019, dopo almeno una trentina di cinecomic e una mezza dozzina di film a tema, nessuno si stupirebbe più davanti ad una trama che parte dalla realtà dei fumetti e decostruisce il mito del supereroe rendendolo sorprendentemente umano ma qui parliamo del 2000. Nello stesso anno usciva X-Men, il primo di una fortunata serie di adattamenti Marvel quando ancora l'MCU non esisteva e non c'è dubbio che Shyamalan avesse cavalcato l'onda di questa novità per darne la sua versione ma sicuramente ci sarà voluto del coraggio visto il destino dei film di supereroi fino a quel momento. E così, anche se oggi siamo abituati a cose come Kick-Ass, Super, Chronicle e quant'altro, quasi venti anni fa non era così banale inserire una cosa smaccatamente "infantile", vituperata o di nicchia come i supereroi all'interno di un contesto "realistico" come quello di Unbreakable. Che, sì, parla di persone con superpoteri ma lo fa con un occhio spalancato sulla naturale incredulità che causerebbe l'esistenza di esseri simili, partendo proprio dallo stupore di chi questi poteri li ha, come David Dunn. David ha la percezione di essere diverso ma la sua è una diversità talmente difficile da isolare e capire che ha passato l'intera esistenza quasi senza rendersene conto e ciò ha pesato non solo sulla sua vita privata, condizionata da qualcosa di impalpabile, ma anche e soprattutto sulla sua psiche; consapevole di avere qualcosa in più, di essere nato per adempiere in qualche modo ad uno scopo, David vive nella frustrazione, nella tristezza e nell'incertezza, tenendosi a distanza da moglie e figlio senza un apparente motivo preciso. Lo spettatore si ritrova così sballottato tra il punto di vista di David, supereroe incredulo e impreparato, e quello di Elijah Price, fermo sostenitore di questa strampalata teoria del "super". Reietto fin da piccolo, circondato da fumetti, prigioniero di un mondo di fantasia, Elijah ha del bello e del buono a convincere David e lo spettatore della veridicità delle sue intuizioni, che sembrano frutto di una mente irrazionale, eppure a poco a poco lui e Shyamalan riescono a strappare la cortina della logica incontrovertibile per renderci possibilisti, aprire la nostra mente all'idea che sì, David è un supereroe. Privo dell'usuale consapevolezza ed autorevolezza dei super, privo di una tuta o di segni distintivi ma comunque un eroe dotato di poteri. E da quel momento, letteralmente, succede di tutto. Sempre, ed è bene sottolinearlo, senza il sensazionalismo tipico di un cinecomic, ché qui siamo più nell'atmosfera di un dramma psicologico o di un thriller.


Eppure, anche se forse ad una prima visione non ce ne rendiamo conto, Unbreakable E' indubbiamente un cinecomic o perlomeno un fumetto trasposto in film, ne ha tutte le caratteristiche stilistiche, per quanto ben nascoste. Tanto per cominciare la macchina da presa di Shyamalan "legge" con noi una storia e lo si capisce dai movimenti che fa, a partire dalla scena introduttiva sul treno, bellissima; le inquadrature, poi, rispecchiano tantissimo le vignette di un fumetto, tra cornici, splash page e intensi primi piani. C'è anche tutto un gioco di prospettive e punti di vista ribaltati, con un'enorme attenzione a riprendere Bruce Willis spesso un po' distante dagli altri personaggi in scena, a testimonianza del suo isolamento, e "l'uomo di vetro" Samuel L. Jackson riflesso o circondato da specchi e altre superfici riflettenti, ma non solo. Perdonatemi se prendo in prestito parte del vocabolario de L'antro atomico ma, fin dall'inizio, la natura di Elijah viene palesata al pubblico dalla sua passione per il Viola Villanzone, colore supereroistico malvagio per eccellenza, mentre David viene connotato dal verde, tinta positiva che ben accompagna la sua "divisa" da supereroe, che lo rende riconoscibile e lo protegge dalla sua naturale kriptonite. L'abilità di Shyamalan è dunque quella di dare in pasto allo spettatore un film sui fumetti e per gli amanti dei fumetti travestendolo da rispettabile pellicola che, apparentemente, prende le distanze con ironia dal mondo nerd, come testimonia l'elenco di numeri e percentuali riportato all'inizio di Unbreakable, a mo' di introduzione al fenomeno "comics". L'illusione regge anche grazie alla scelta di interpreti meravigliosi, con un Bruce Willis mai così dolorosamente fragile nella sua natura di "working class hero" sconfitto dalla vita e un Samuel L. Jackson che, nonostante la sua apparenza di debole freak, ha sempre e comunque tutto il carisma tipico dell'uomo che potrebbe prenderti a calci in culo senza battere ciglio e seppellirti a parole; menzione d'onore anche per il piccolo Spencer Treat Clark, magari meno incisivo di Haley Joel Osment ma comunque protagonista di un paio di scene intensissime e commoventi, quella della pistola su tutti. Se non avete mai visto Unbreakable - Il predestinato direi che con l'uscita di Glass avete una buona scusa per rimediare alla mancanza, altrimenti riscopritelo e tornate ad amarlo come la prima volta, incrociando le dita perché l'ultimo film di Shyamalan sia una degna conclusione di una bella trilogia.


Del regista e sceneggiatore M. Night Shyamalan, che interpreta anche lo spacciatore allo stadio, ho già parlato QUI. Bruce Willis (David Dunn), Samuel L. Jackson (Elijah Price) e Robin Wright (Audrey Dunn) li trovate invece ai rispettivi link.

Spencer Treat Clark interpreta Joseph Dunn. Americano, ha partecipato a film come Arlington Road - L'inganno, Il gladiatore, Mystic River, L'ultima casa a sinistra, The Last Exorcism - Liberaci dal male e a serie quali Agents of S.H.I.EL.D. e Criminal Minds. Anche produttore, ha 32 anni e tornerà come Joseph in Glass.


La parte di Audrey Dunn era stata offerta a Julianne Moore, che l'ha rifiutata per partecipare invece a Hannibal. Ovviamente, benché Unbreakable sia un film perfetto già di per sé, come sappiamo tutti è legato in qualche modo a Split, quindi se vi fosse piaciuto recuperatelo nell'attesa che esca Glass, il terzo capitolo di questa strana trilogia Shyamalana. ENJOY!


venerdì 3 febbraio 2017

Split (2016)

Per quanto col tempo sia arrivata quasi a odiarlo, sul Bollalmanacco c'è sempre posto per M. Night Shyamalan, regista e sceneggiatore di Split. Oddio, wait a moment. Ho scritto Shyamalan e non Shyabadà. Vuoi vedere che stavolta...? Segue breve post SPOILER FREE!


Trama: tre ragazze vengono rapite da un uomo dotato di ben ventitré personalità diverse, reso ancora più pericoloso dall'insorgere di una ventiquattresima...


Negli ultimi anni l'idea di un film diretto, sceneggiato o persino prodotto da Shyamalan era diventata motivo di ilarità. Dopo gli exploit de Il sesto senso, Unbreakable, The Village e persino Signs, che a me era piaciuto parecchio nonostante si fosse beccato pernacchie e sputi da chiunque, ogni pellicola che portava l'ingombrante firma del nostro si era rivelata una sòla, una presa per i fondelli pompata da un ego presuntuoso, dalla convinzione di essere uno storyteller della Madonna e dalla necessità di inserire il fantomatico "Twist alla Shyamalan". Due anni fa, con The Visit, il regista si era fatto una bella doccia di umiltà e aveva confezionato un'opera non priva di difetti (stiamo pur sempre parlando di qualcosa prodotto dalla Blum House, così come lo stesso Split) ma comunque dignitosa, concentrandosi più sulla sua bravura di regista attento ai dettagli che su quella di sceneggiatore e quest'anno, con Split, è finalmente riuscito a girare qualcosa nuovamente meritevole di attenzione e rispetto. Anzi, posso dire che al momento Split è al secondo posto nella mia classifica di gradimento Shyamalano, subito sotto l'intoccabile Il sesto senso. Il motivo è presto detto: quella di Split è una storia intrigante, capace di mettere alla prova sia chi ha un minimo di dimestichezza col regista sia chi è alla sua prima esperienza e, soprattutto, non cala di ritmo neppure per un istante. Il disturbo dissociativo dell'identità è un tema naturalmente intrigante, da sempre perfetto per confezionare thriller imprevedibili e, al di là di un paio di "cadute di stile" legate ad un futuro universo Shyamalano (e comunque la scena mid-credits ha strappato l'applauso a me e ad altri seduti in poltrona), il regista lo gestisce alla perfezione focalizzando la sua attenzione non solo su Kevin, ideale fratello del Legione degli X-Men, ma anche sull'oscurità che circonda la giovane Casey, rapita assieme a due sue amiche dallo stesso Kevin, e sulla figura della Dottoressa Fletcher, uno dei pochi psichiatri sullo schermo che dimostra di sapere fare il suo lavoro con competenza e, soprattutto, con lo scopo di proteggere il paziente.


Nonostante il nostro sguardo venga inevitabilmente catturato da Dennis, Barry, Hedvig e le altre personalità nascoste dentro Kevin, Shyamalan riesce comunque ad insinuare dubbi anche sui personaggi "esterni" grazie a un abile gioco di inquadrature, montaggio e dialoghi, spingendo lo spettatore a farsi ben più di ventiquattro pensieri diversi sul modo in cui si risolverà la pellicola e, ammettiamolo per una volta, spingendolo a volerne ancora (ora ESIGO di conoscere anche le personalità che non sono state presentate!). Dare tutto il merito a Shyamalan sarebbe però ingiusto, adesso non esageriamo altrimenti torna a rimontarsi la testa. Il vero mostro del film è James McAvoy e mai quanto mercoledì ho desiderato di avere a disposizione un cinema illuminato che proiettasse le pellicole in lingua originale. Non potendo parlare con cognizione di causa dell'interpretazione dell'attore per intero, posso solo magnificarne la fisicità e l'espressività, che gli consente con un paio di gesti, un lieve mutamento della postura e un semplice cambio d'abiti (ma spesso non serve neppure quello!), di mostrare almeno sei delle ventiquattro personalità che compongono Kevin e di mettere conseguentemente ansia in mezza dozzina di modi diversi. A reggergli il gioco ci pensano la brava Betty Buckley con degli strepitosi botta e risposta e, soprattutto, la giovanissima Anya Taylor-Joy. Quest'ultima, con i suoi espressivissimi occhioni neri, supera il mero cliché di scream queen e final girl per regalare al pubblico un personaggio che non necessita di parole o gesti eclatanti per venire ricordata, le basta uno sguardo in camera sul finale, capace di raggelare lo spettatore con un orrore ancora più grande di quello vissuto fino a quel momento. Al netto di un paio di momenti in cui la suspension of disbelief dello spettatore viene messa a dura prova (nulla che il ricordo di Lady in the Water e della natura scoglionata di E venga il giorno non possa mettere a tacere, ovviamente!), mi sento dunque di dire che Manoj Nelliyattu Shyamalan stavolta è riuscito proprio a farsi volere bene e a girare un thriller-horror assai pregevole quindi bravo ciccio, continua così!


Del regista e sceneggiatore M. Night Shyamalan, che compare anche nel ruolo di Jay, ho già parlato QUI. James McAvoy (Kevin Wendell Crumb), Betty Buckley (Dr. Karen Fletcher) e Brad William Henke (Zio John) li trovate invece ai rispettivi link.

Anya Taylor-Joy interpreta Casey Cooke. Americana, la ricordo per film come The Witch e Morgan. Ha 21 anni e un film in uscita.


Inizialmente, avrebbe dovuto essere Joaquin Phoenix ad interpretare Kevin ma siccome era impegnato in altri progetti è stato scelto James McAvoy. Split, a quanto pare, è il secondo film di una trilogia che Shyamalan vorrebbe girare: se vi fosse piaciuto recuperate quindi Unbreakable - Il predestinato e aggiungete Identità, L'inquilino del terzo piano e Psyco. ENJOY!

venerdì 4 dicembre 2015

The Visit (2015)

Maledetto Shyabadà. Mi hai fregata. Non so come, ma mi hai fregata. Devo dire che The Visit, da te scritto e diretto, è bello? Non esageriamo ma è comunque molto meglio di quanto mi aspettassi da te dopo gli ultimi, tragici exploit.


Trama: Becca e Tyler sono due ragazzini, figli di una mamma single che ha rotto i rapporti con la propria famiglia da prima della loro nascita. I due decidono di fare visita ai nonni materni per ricucire il legame troncato ma i due vecchietti hanno dei comportamenti strani ed inquietanti...


Siccome la cosa bella di The Visit è uno dei tipici twist Shyamalani con i quali il regista ama stupirci dai tempi de Il sesto senso e siccome qualsiasi dettaglio venisse aggiunto alla trama di cui sopra rischierebbe di spoilerarlo senza possibilità di recupero, sarà per me un casino parlare di questo film. Che sì, mi è piaciuto pur non essendo entusiasmante. Pur essendo in soldoni una rivisitazione un po' più intelligente (quasi una parodia) sia del genere mockumentary che del genere Shyamalan. Nulla mi toglie dalla testa che il regista abbia voluto mandare elegantemente a quel paese i detrattori come me che, fin dai titoli di testa inesistenti, aspettavano "LaPuttanata", prendendoci e prendendosi in giro, chiedendo scusa per gli orridi flop voluti dagli studios (parliamo di Devil, da lui solo prodotto, E venga il giorno, L'ultimo dominatore dell'aria e quell'obbrobrio con gli Smith di cui non ricordo neppure il titolo ma io l'avevo cominciato ad odiare già ai tempi di Lady in the Water...) e allo stesso tempo confezionando un film appetibile per gli spettatori horror medi(ocri) oppure per quelli casuali che non disdegnano qualche brivido occasionale. Insomma, sono tuttora convinta che Shyamalan sia semplicemente un furbone matricolato con manie new age ed eccessi di buonismo ma con The Visit ha fatto il suo dovere, o perlomeno è riuscito ad interessarmi alla storia non fosse altro, come ho accennato prima, per il gusto di coglierlo in castagna ed alzarmi dalla poltrona puntando il dito e urlando "AhMannaggialimortaccituaTHovistoPuttanata!!!". E invece ho dovuto stare zitta e fare come Biancaneve nella squallida barzelletta dei Nani, annuendo di malavoglia quando l'amico Ale mi diceva "Ma dai, un po' di paura la mette. Ma dai, vedi che LaPuttanata non c'è?". Mfffff. Che nervoso essere costretta a dire che ho visto molto ma molto peggio quest'anno e che mi è persino piaciuto il modo in cui è stato confezionato questo finto documentario, come un cerchio completo "dal produttore al consumatore", ben diverso dai dozzinali found footage/mockumentary girati con due lire da mocciosi incompetenti. Uuh, a proposito di mocciosi incompetenti!


No, aspettate, il film mi è piaciuto ma un paio di belinate da manuale ci sono, eh. Vince il premio "ragazzino irritante dell'anno" nonché "inutile elemento comico" il piccolo protagonista che si fa chiamare "Puntina di Diamante" e reppa come il fratellino scemo di Moreno o Fedez (vi pregherei di notare le implicazioni di questa frase, tirate le vostre conclusioni ché io devo essere politically correct...); il testo delle TRE (santo cielo, TRE!!) canzoni che sono stata costretta a sorbirmi faceva probabilmente già schifo in inglese ma in italiano ha rischiato di far suicidare i miei neuroni, attenti se e quando guarderete il film. Il destino che ad un certo punto tocca al piccolo demente è tanto schifoso e scatologico quanto catartico per lo spettatore che, di fatto, avrebbe sicuramente voluto fargli la stessa cosa. Altri elementi che mi hanno fatto storcere il naso sono sia la botta di conciliante buonismo finale Shyamalano sia, soprattutto, l'introduzione forzata di un paio di fobie dei due protagonisti, che diventano una sorta di "ostacolo" da superare per risolvere tutta la vicenda ma che di fatto sono totalmente slegate dalla causa che avrebbe dovuto farle scaturire. Rimanendo in tema di cause imbecilli, gran diludendo anche per il motivo che ha spinto la madre dei due pargoli a non volere né sentire né vedere i genitori per ben 15 anni. Insomma, diciamo che, twist e suggestioni horror a parte, Shyabadà deve tornare un po' a lavorare di lima sulle trame, ché queste commistioni facilone di comicità e traumi infantili assurdi mi fanno alzare parecchio le sopracciglia. Per il resto, nulla da dire: gli attori sono bravi, Shyabadà conosce palesemente la tecnica del mockumentary ed è capace a giocare con i cliché che la caratterizzano, la colonna sonora è suggestiva e, soprattutto, nell'inganno ci sono cascata con tutte le scarpe e anche il cappello. Touché, Shamalamadingdong. Touché. Per stavolta hai vinto, aspetto la prossima Puttanata con alieni, fatine ed orpelli (tanto so che ne farai un altra. Lo so, ti piacciono troppo).


Del regista e sceneggiatore M. Night Shyamalan ho già parlato QUI.

Peter McRobbie interpreta nonno Pop. Scozzese, ha partecipato a film come Big, Johnny Suede, Ombre e nebbia, Twilight Zone - Ai confini della realtà, Sleepers, Harry a pezzi, Spider - Man 2, I segreti di Brokeback Mountain, World Trade Center, Lincoln, Vizio di forma e a serie come I Soprano e Daredevil. Ha 72 anni e due film in uscita.


Kathryn Hahn interpreta la mamma. Americana, ha partecipato a film come Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy, Wake Up, Ron Burgundy: The Lost Movie, Revolutionary Road e Tomorrowland - Il mondo di domani; come doppiatrice ha lavorato per serie come Robot Chicken e American Dad!. Anche sceneggiatrice, ha 42 anni e un film in uscita.


Se The Visit vi fosse piaciuto recuperate Il sesto senso e Signs. ENJOY!




mercoledì 12 agosto 2015

Il Bollodromo #9: Wayward Pines (2015)

Anche se non ne ho mai parlato sul blog, ogni tanto capita anche a me di guardare delle serie TV. The Walking Dead, con tutti i suoi difetti, e American Horror Story sono due appuntamenti imprescindibili ma ultimamente ho cominciato ad appassionarmi anche a True Detective. A onor del vero, sono una spettatrice incostante per mancanza di tempo: una decina di anni fa non perdevo una puntata di Buffy, E.R., Alias, Streghe, X-Files o Heroes ma ora ho lasciato perdere serie già iniziate come Once Upon a Time, The Strain, Bates Motel, persino The Big Bang Theory perché troppo lunghe e difficili da recuperare. Nonostante questo e nonostante il mio atavico odio per M. Night Shyamalan, quest'estate ho però guardato per intero la miniserie Wayward Pines, prodotta proprio dall'indianaccio banfone e tratta dalla trilogia di romanzi di Blake Crouch. Ne è valsa la pena? Mah...


Di cosa parla?
A seguito di un incidente stradale l'agente speciale Ethan Burke, alla ricerca di due colleghi scomparsi, si risveglia nell'ospedale di Wayward Pines. Apparentemente nella cittadina sono tutti molto gentili, se non fosse che Ethan non può più né uscire da Wayward Pines né contattare i suoi familiari o il suo capo; quel che è peggio è che nel paese vigono regole inquietanti e chi non le rispetta fa una brutta fine. Ad aggiungersi alle stranezze c'è anche il fatto che Kate, una dei due colleghi scomparsi di Ethan, sembra ormai avere dimenticato il suo passato mentre l'altro collega è morto...

Cose che mi sono piaciute
Shyabadà sarà anche un maledetto ma devo ammettere che le prime due, tre puntate di Wayward Pines mi avevano inchiodata alla poltrona. Cercare di capire cosa si nascondesse sotto la cittadina era intrigante, gli attori erano di mio gusto (e poi, nonostante ormai sia sfatta come il tagliolino al pesto che ho mangiato, a quel gran puchiaccone di Juliette Lewis voglio sempre bene) e la serie aveva quel giusto grado di misterioso weird in grado di mettermi in una disposizione d'animo molto indulgente. Certo, Wayward Pines non è nemmeno lontanamente parente di Twin Peaks, come hanno cercato di far credere fin dai primi trailer, ma le prime puntate avevano un accenno di personalità per nulla spiacevole. Altri punti di forza, la brevità (10 puntate in tutto), cosa sconosciuta ahimé agli autori dell'orrido Under the Dome (che stanno mungendo un romanzo di neanche mille pagine da ben TRE stagioni) e il finale incredibilmente pessimista e debitore di un certo tipo di horror che adoro. Peccato per tutto quel che sta nel mezzo...

Cose che non mi sono piaciute
Il problema di Wayward Pines è LA cazzata col botto che viene data in pasto allo spettatore più o meno alla sesta puntata. Una roba che forse al confronto gli squali tempestini di Sharknado sono dei capolavori di plausibilità e realismo. In tutto questo, forse scossi dall'esplosione di quest'incredibile meenkiata che ovviamente non vi racconterò per evitare spoiler, gli attori principali (perlomeno, quelli rimasti, ché Wayward Pines vantava grandi nomi ma in soldoni si sono visti davvero poco...) smettono di recitare e cominciano ad indossare tutti un impermeabile di scazzo cosmico e fissità oculare che non risparmia nessuno, neppure l'ex ragazzo della 56sima strada Matt Dillon. Dopo LA cazzata col botto a me è passata la voglia sia di guardare la serie, che ho finito per inerzia giusto per vedere dove sarebbe andata ancora a parare, sia di recuperare i romanzi di Blake Crouch che, con tutto il rispetto, m'è sembrato il solito autorucolo "spugna", privo di qualsivoglia originalità.

E quindi?
E quindi Wayward Pines è la tipica miniserie horror/fantascientifica da guardare senza impegno d'estate. Aspettatevi il sommo diludendo tipico dei prodotti che promettono un sacco di cose senza mai mantenerle e consolatevi, è una roba che per fortuna dura poco.


martedì 4 ottobre 2011

Il sesto senso (1999) - Recensione

Sono sempre un po’ timorosa quando devo affrontare la recensione di un film che mi è piaciuto particolarmente, perché penso sempre che quello che scrivo non sia nemmeno lontanamente degno di parlare di qualcosa di bello. Quindi è questo lo stato d’animo con cui recensirò il bellissimo Il sesto senso, diretto nel 1999 dal regista M. Night Shyamalan.



Trama: Malcom Crowe è uno psichiatra infantile di fama riconosciuta, che si ritrova a dover aiutare il piccolo Cole, un ragazzino i cui problemi nascono dalla sua capacità di vedere i fantasmi.



Il sesto senso è senza ombra di dubbio l’unico film veramente bello girato dal sopravvalutatissimo regista Shyamalan (o Sciabadà. A me piace chiamarlo così). Quest’uomo ci ha fatto i miliardi speculando sull’unica, vera, interessante idea “ad effetto” che gli è venuta, e negli anni ha provato a ricreare qualcosa di simile, propinandoci uomini – supereroi, villaggi sperduti nei boschi, incurabili virus, persino ninfe acquatiche che compaiono nelle piscine altrui per scassare i cabasisi al prossimo. Il mio consiglio spassionato è quello di chiudere gli occhi di fronte a tanta immondizia e concentrarsi soltanto su Il sesto senso, facendo attenzione a che nessuno sia così bastardo da rivelarvi il finale se non lo avete mai visto. In tal caso, siete autorizzati a spedire l’eventuale chiacchierone di turno dritto dritto nelle schiere di fantasmi che il piccolo Cole dice di vedere.



Non mi sarà facile, quindi, recensire questo film senza scendere nei particolari e rimanendo molto vaga sulla trama. Facendola breve, Il sesto senso ha tutto. La sua sceneggiatura è un perfetto meccanismo ad orologeria, dove ogni singolo dettaglio, anche il più insignificante, acquista significato con il proseguire della storia e arricchisce il film di rinnovata bellezza anche dopo numerose visioni. Il colore rosso, le ferite di Cole, i silenzi, gli sguardi, sono tutti elementi che concorrono a svelare nuovi aspetti della vicenda e a creare contemporaneamente ulteriori misteri, aumentando incertezze ed inquietudine. Anche l’aspetto sovrannaturale de Il sesto senso è dosato con parsimoniosa furbizia. Gli spiriti dei morti incombono più come una presenza silenziosa o violenta, raramente si vedono perché il regista preferisce mostrarci gli effetti del loro passaggio e le reazioni che questo suscita su coloro che non li percepiscono. E quando i morti si mostrano sono sempre raccapriccianti e spaventosi, nonostante la loro intenzione sia semplicemente quella di comunicare; per questo non possiamo fare altro che rimanere terrorizzati assieme a Cole, un bimbo dalla situazione familiare disagiata, ulteriormente oppresso da quello che, più che un dono, è una maledizione.



Come avrete capito, quindi, l’aspetto umano è fondamentale per Il sesto senso. Ben lontano dall’essere un semplice horror, infatti, la pellicola è una riflessione sulla vita, sull’importanza dei legami familiari e sulla necessità di superare ed elaborare il lutto. Essenziale, quindi, la presenza di attori eccellenti. Se devo dire la verità, in questo film Bruce Willis è bravo e a tratti la sua interpretazione è toccante, ma viene completamente eclissato dalle performance di Haley Joel Osment e Toni Collette. Il primo regala un’interpretazione straordinaria, considerata anche la giovanissima età, riuscendo a passare dall’inquietante, al commovente, al divertente, persino all’irritante, senza mai risultare fasullo o irreale. E’ impossibile, infatti, non provare pena per il piccolo Cole o rabbia per la stupidità delle persone che lo circondano e che lo etichettano come mostro. Impossibile anche ignorare la forza che Toni Collette infonde al personaggio di Lynn, una madre single provata dalla vita con un figlio che vede soffrire senza riuscire ad intuirne il motivo, combattuta tra l’amore che prova per lui e la razionalità che le impedisce di capire i mille, inequivocabili segni lasciati dalle invisibili presenze che tormentano Cole. Rileggendo la recensione mi rendo conto di avere detto troppo. Fate come Cole, abbiate fiducia e guardate Il sesto senso, anche se avete paura di quel che potrete vedere. Non ve ne pentirete.

 

Di Bruce Willis, che interpreta il Dr. Crowe, ho già parlato qui, mentre un trafiletto su Toni Collette (che interpreta Lynn, la madre di Cole, ruolo che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista), lo trovate qua.

M. Night Shyamalan (vero nome Manoj Nelliyattu Shyamalan) è il regista della pellicola ed interpreta anche il dottore che visita Cole. Vorrei mettere agli atti il fatto che, pur detestandolo con forza, ho visto praticamente ogni suo film, e questo non depone a favore della mia sanità mentale. Indiano, è il responsabile (e sottolineo la parola responsabile) di film come Unbreakable – Il predestinato, Signs, The Village, Lady in The Water e E venne il giorno. Anche sceneggiatore e produttore (il già recensito Devil alla fine è completamente o quasi farina del suo sacco), ha 41 anni.



Haley Joel Osment interpreta Cole, ruolo che gli è valso la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Sicuramente l’attore prodigio più bravo della sua generazione, anche se di lui si sono ora un po’ perse le tracce, lo ricordo per film come Forrest Gump, Bogus l’amico immaginario, il lacrimevole Un sogno per il domani e A.I. Intelligenza artificiale. Ha inoltre doppiato La Bella e la Bestia: un magico Natale, un episodio dei Griffin e partecipato alle serie Walker Texas Ranger, Jarod il camaleonte e Ally McBeal. Americano, anche produttore, ha 23 anni e due film in uscita.



Olivia Williams interpreta la moglie di Malcom, Anna. Inglese, la ricordo per film come Rushmore, Peter Pan e X – Men – Conflitto finale, inoltre ha partecipato alle serie Friends e Dollhouse. Ha 43 anni e tre film in uscita.



Donnie Wahlberg interpreta Vincent. Americano, lo ricordo per film come l’orrendo L’acchiappasogni, Saw II – La soluzione dell’enigma, Saw III  - L’enigma senza fine e Saw IV. Anche sceneggiatore e produttore, ha 42 anni.  



Tra gli altri interpreti segnalo la partecipazione di Mischa Barton, la sgallettata protagonista dell’orrida serie televisiva The O.C., nei panni della piccola Kyra. Se Il sesto senso vi fosse piaciuto, vi consiglio di cercare e guardare l’altrettanto bello The Others. E ora... sdrammatizziamo! Non vi lascio al trailer del film, a quello di un oscuro capolavoro del thriller... Il sesto scemo.... ENJOY!!

domenica 21 novembre 2010

Devil (2010)

Lo scetticismo a cui può portarmi il regista M. Night Shyamalan è incredibile. Pur essendo solo produttore del film Devil, in realtà diretto da John Erick Dowdle, è bastato infatti il suo nome per mettermi sul chi va là e guardarlo con gli occhi di chi si aspetta una bufala. Per fortuna sono stata smentita ma purtroppo ho avuto, in parte, anche ragione.

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Trama: cinque individui si ritrovano chiusi all’interno di un ascensore. Quando cominciano a morire uno ad uno, i soccorritori all’esterno intuiscono che tra essi potrebbe trovarsi nientemeno che il Diavolo.

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Sinceramente, mi dispiace quando un bel film viene rovinato da un finale del cavolo. Devil, posso dirlo senza ripensamenti, fino agli ultimi cinque minuti si segue benissimo: innanzitutto è ben girato, nonostante la trama ridotta all’osso non si ha mai un momento di noia e la commistione tra horror e poliziesco è praticamente perfetta. Lo spettatore viene inserito nella storia grazie ad una voce narrante fuori campo (che poi si scopre appartenere ad uno dei soccorritori) che ci narra un racconto popolare tramandatogli da sua madre: di tanto in tanto il diavolo sceglie cinque peccatori da torturare prima di prendergli le anime, ed il suo arrivo viene sempre preannunciato da un suicidio. Questo è ciò che accade, in effetti, nel film, dove ogni evento viene introdotto dalla continuazione di questo racconto. Lo spettatore, che sa quindi cosa aspettarsi, si diverte innanzitutto a capire, molto banalmente, chi dei cinque potrebbe essere Satana e a seguire le indagini dell’ispettore che, invece, cerca di scoprire chi dei cinque potrebbe essere il potenziale assassino e perché, trovandosi decisamente spiazzato davanti all’evidenza che tutti gli occupanti dell’ascensore hanno qualcosa da nascondere. Gli occupanti in questione, per una volta, non vengono introdotti con dei flashback o simili ma vengono lasciati privi di nome per la maggior parte del film e caratterizzati con pochi, intelligenti particolari: capiamo che la guardia è un violento dal modo in cui si muove come una bestia in gabbia e scatta alla minima provocazione, che la ragazza è una stronzetta dal modo in cui si atteggia nei confronti degli “altri”, che il venditore di materassi è un poco di buono dallo sguardo che lancia al culo della ragazza appena lei fa l’elegantissimo gesto di sistemarsi le mutande (ma… in ascensore…? Ohibò…!), ecc. ecc.

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La realizzazione visiva del film è molto bella. La carrellata iniziale che ci mostra anche il trailer, quella di una Philadelphia sottosopra, non è un vezzo messo a caso, ma la rappresentazione di una giornata storta, governata dalle leggi del Diavolo, come viene detto più avanti da uno dei due guardiani; le riprese all’interno dell’ascensore alternano quello che viene visto dalle telecamere interne al punto di vista soggettivo dei personaggi, mescolando immagini reali a visioni terrificanti di figure spettrali (poche, per fortuna) e cadaveri insanguinati, specchio perfetto della crescente incredulità del detective che vede ogni traguardo della sua rapida e razionale indagine andare in pezzi di fronte alla potenza del sovrannaturale (non a caso questo è il primo capitolo delle Night Chronicles, una trilogia che parlerà del sovrannaturale all’interno della società moderna); gli attori, per quanto quasi sconosciuti, sono bravi e abbastanza credibili, con l’unica pecca del personaggio del detective, un po’ piatto nella resa e seppellito dai clichè (ex alcolizzato, reduce da una tragedia che lo ha segnato, ecc. ecc.). Insomma, Devil è un bel film…

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… ma poi il Diavolo ci mette lo zampino. O meglio, NON ce lo mette. Sì perché il finale del film è uno dei peggiori che io abbia mai visto. Innanzitutto ci mette davanti agli occhi l’immagine di un diavolo fondamentalmente giusto e buono, una sorta di Angelo della Vendetta che punisce i peccatori (e al massimo fa fuori quelli che cercano di salvarli, ma poca roba: prima avverte, poi se tu sei recidivo, allora ti uccide, ma quasi controvoglia…) e poi lo priva di quella logica machiavellica che solo Satana potrebbe avere. Insomma, quello di Devil è un demonio che innanzitutto si fa sconfiggere con un pentimento degno di un bambino delle elementari e che poi accetta la sconfitta senza neppure cercare di vendicarsi, lasciando gli spettatori con una moraletta da Orsoline ed il comportamento umano più inverosimile che si possa immaginare: quale persona perdonerebbe chi, anni prima, gli ha sterminato tutta la famiglia e poi è scappato lasciando solo un biglietto di scuse? Ma per piacere, non lo accetto. Non è certo un film così che può insegnare il perdono o fare catechismo, non dopo che mi sono state mostrate gole tagliate, colli ritorti, grandi ustionati e quant’altro. Peccato, perché un finale così bigotto e moralista lascia davvero l’amaro in bocca ed un ricordo pessimo di un film altrimenti pregevole. Temo gli altri due capitoli delle Night Chronicles, il cui nome mi porta a dire, tra l’altro, “fanculo Shyamalan, maledetto egocentrico”. E con questa botta di finezza chiudo la recensione: si vede che Shyamalan mi sta sulle balle, vero? Haha!

John Erick Dowdle è il regista del film. Americano, ha girato il remake di Rec, quel Quarantine che devo ancora vedere ma che tutti mi hanno sconsigliato. Ha 37 anni.

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Chris Messina interpreta il detective Bowden. Attore americano, come gli altri protagonisti del film poco conosciuto, ha già partecipato a Attacco al potere, C’è post@ per te e Vicky Cristina Barcellona, nonché ad episodi di telefilm come Law & Order, Six Feet Under e Medium. Ha 36 anni e due film in uscita.

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Come ho detto, gli attori che partecipano al film sono più o meno sconosciuti, ma guardando bene si possono scovare delle chicche. Per esempio, l’irritante venditore di materassi è interpretato da Geoffrey Arend, che in originale doppiava l’odioso e leppego Upchuck che tutti i fan di Daria dovrebbero ricordare. E ora vi lascio con il trailer originale del film... ENJOY!

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