lunedì 16 aprile 2018

Tre giorni di tristezza con un pizzico(ne) d'ignoranza

Prima è toccato a Milos Forman. Come tutti, ho adorato Qualcuno volò sul nido del cuculo e Amadeus, per quanto quest'ultimo lo abbia conosciuto solo l'anno scorso. E sì, mi sono piaciuti tantissimo anche Larry Flint - Oltre lo scandalo e Man on the Moon, quindi grazie Milos per tutto, soprattutto per la tua enorme eleganza.


Poi è scomparso Vittorio Taviani e qui devo ammettere di essere non carente, di più. Assieme al fratello ha portato onore e gloria al cinema italiano ma io non ho mai, e dico mai visto un film da lui diretto. Bella cinefila del menga, eh? Apro qui un ON DEMAND non ufficiale: consigliatemi IL film da lui diretto che devo assolutamente guardare e farò ammenda, prometto. Non costringetemi ad andare a caso e affidarmi alla mia ignoranza.


Ultimo, ma non per questo ultimo: il sergente che, grazie a Kubrick, più abbiamo amato odiare dal 1987 in poi, talmente iconico da essere finito a parodiarsi persino ne I Simpson e in Toy Story, per non parlare delle apparizioni speciali in film come Non aprite quella porta e, soprattutto, Sospesi nel tempo. Addio R. Lee Ermey, non esisterà mai più un sergente bastardo come il tuo!!




domenica 15 aprile 2018

Deserto rosso sangue (2016)

Le uscite Midnight Factory per il mese di aprile sono Inside, di cui ho già parlato QUI e che vi consiglio di non perdere se avete uno stomaco ben preparato, e Deserto rosso sangue (It Stains the Sands Red), horror diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Colin Minihan.


Trama: con l'apocalisse zombi in corso, una donna cerca di raggiungere la salvezza di un aeroporto in mezzo al deserto ma viene inseguita da un vorace e tenacissimo morto vivente...



Questo è un po' un periodaccio per quel che riguarda le mie condizioni di salute. Alla zampa che continua a fare male nonostante tutti dicano "Ma com'è possibile? Ancora?" (Fidatevi, cazzo. Fa ancora male anche se sorrido, faccio scale, cammino veloce, sollevo pesi, dopo quattro mesi, sì.) si sono aggiunti altri allegri malanni che concorrono, assieme alla pioggia costante, ad abbattere il mio umore e a causarmi uno stato di letargia pressoché costante, una stanchezza che si manifesta appena mi siedo/sdraio da qualche parte. Sì, lo so che dei miei scazzi di salute fregherà poco a chi dovesse passare a leggere queste righe per caso ma era per dire che guardando Deserto rosso sangue, oltre ad essermi addormentata a più riprese (non perché il film sia brutto, infatti ogni volta rimandavo indietro il DVD, porca zozza), ho sofferto l'impossibilità di aggrapparmi alla suspension of disbelief necessaria per credere che una donna con delle scarpe palesemente scomode e il ciclo potesse camminare ininterrottamente nel deserto USA, sotto il sole cocente, per giorni. Porco schifo, si vede che la sceneggiatura l'hanno scritta due uomini. Io non sono una di quelle donne che si danno malate i primi due giorni di ciclo ma, Cristo, con la pressione bassa che ho, se dovessi trovarmi nella situazione di Molly probabilmente morirei prima di venire raggiunta dallo zombi, bamba o non bamba, anzi, mi lascerei morire io direttamente e buonanotte al secchio. Invece Molly, che per inciso fugge dalla città conquistata dai morti viventi truccata di tutto punto e conciata manco dovesse andare in discoteca, si getta in volo e va marcia fiera verso la sua meta come la perfetta testimonial della Nuvenia, prendendosi anche il tempo di bullizzare il povero morto vivente costretto a seguire la scia del suo sangue mestruale e compiendo tante di quelle scelte scellerate da poter concorrere tranquillamente al Darwin Award e vincerlo. Ok, mi scuso, questo stesso post sembra scritto da una col ciclo ma la verità è che dopo l'inizio un po' scemo Deserto rosso sangue cambia, per fortuna.


Nonostante un paio di scelte di sceneggiatura paradossali, ingiustificabili anche riflettendo sulla natura di "sprone" del morto vivente denominato Piccolo, Deserto rosso sangue imbastisce un racconto di formazione all'interno del quale la protagonista passa dall'essere una donnaccia cocainomane da prendere a badilate nella faccia ogni due sequenze a personaggio perlomeno tridimensionale, con un cervello, un passato fatto di scelte sbagliate, un desiderio di sopravvivere legato a qualcosa di ben più importante di una sniffata. Ad ogni metro macinato nel deserto Molly si spoglia, letteralmente, della maschera di gretto menefreghismo indossata all'inizio, diventando più lucida, consapevole e umana ad ogni passo, aprendo gli occhi per la prima volta sulla sua condizione e su quella dei belini molli di cui ama circondarsi, la peggio feccia del genere maschile. Sicuramente è tutto molto didascalico, riportato su schermo con la finezza della carta vetro anche per quel che riguarda la messa in scena, fatta di flashback dai colori saturi e un presente caratterizzato dalla fotografia gretta di un grindhouse leggermente più raffinato del solito e bruciato dal sole, però si arriva comunque ad affezionarsi alla protagonista, a seguire con apprensione i suoi pellegrinaggi sempre più difficili e a volerle persino bene. Considerato il regista/sceneggiatore che ha messo mano alla pellicola (lo stesso che assieme all'altro co-sceneggiatore, Stuart Ortiz, aveva firmato con lo pseudonimo The Vicious Brothers quell'orrore di ESP - Fenomeni paranormali) e considerato quanto non sia facile, al giorno d'oggi, realizzare un film di zombi con qualcosa di diverso da dire, credo che Deserto rosso sangue sia un horror che merita almeno una chance, soprattutto se il genere tanto amato da Romero vi appassiona.


Del regista e co-sceneggiatore Colin Minihan ho già parlato QUI mentre Juan Riedinger, che interpreta Piccolo, lo trovate QUA.

Brittany Allen interpreta Molly. Canadese, ha partecipato a film come Extraterrestrial e Saw Legacy. Anche produttrice, sceneggiatrice, regista e compositrice, ha 32 anni e un film in uscita.


L'edizione in DVD della Midnight Factory è corredata da un libretto curato dalla redazione di Nocturno e da alcuni inserti speciali, ovvero trailer, backstage e una featurette relativa al lavoro sul set. L'attore T.C. Gibson, che interpreta Nick, aveva partecipato a ESP - Fenomeni paranormali, il primo, orrendo lungometraggio di Colin Minihan. Detto questo, se Deserto rosso sangue vi fosse piaciuto recuperate Il giorno degli zombi e magari anche Fido! ENJOY!

venerdì 13 aprile 2018

A Quiet Place: Un posto tranquillo (2018)

Per un pelo, visto che mercoledì era l'ultimo giorno di programmazione savonese, ho recuperato il bellissimo A Quiet Place: Un posto tranquillo (A Quiet Place), diretto e co-sceneggiato dal regista John Krasinski.


Trama: in un futuro non precisato, una famiglia è costretta a sopravvivere senza far rumore, circondata da orribili creature scatenate da qualsiasi tipo di suono.


Non mi sono mai trovata a riflettere su quanto sia rumoroso il mondo. A pensarci, anche in questo istante sto facendo casino, battendo le dita sulla tastiera, mentre ascolto la musica e il vicino di casa sta passando il tosaerba, i pargoli a strillare non si sa bene per quale motivo; tutte queste cose non le classifichiamo come "rumori", al massimo come suoni di fondo ad accompagnare la quotidianità delle nostre giornate, ma cosa succederebbe se questa naturale "colonna sonora" implicasse la nostra morte istantanea? E' incredibile pensare a quante attività si fermerebbero, a come sarebbe impossibile anche solo spostarsi se non a piedi, comunicare con le persone lontane, persino lavare i piatti, ché comunque le stoviglie fanno rumore anche maneggiandole con attenzione. Insomma, ogni attività, anche la più banale, diventerebbe un terno al lotto per la sopravvivenza. In questa condizione di estremo disagio viene a trovarsi la famiglia Abbott, isolata in un mondo che è diventato ormai un "posto tranquillo", dove ognuno deve tentare di sopravvivere come può sperando che i mostri (alieni?) sparsi ovunque non vengano attirati dal minimo rumore; l'idea che si riversa potente sullo spettatore è quella di persone costrette a vivere in un clima di costante tensione, soppesando ogni singolo movimento e comunicando attraverso il linguaggio dei segni, al punto che qualunque suono un po' più forte di un sussurro viene vissuto anche dal pubblico come qualcosa di orribile e pericoloso, da evitare a tutti i costi. Qui risiede la bellezza di A Quiet Place, un film che sfrutta al meglio il sonoro e l'assenza dello stesso, permettendosi il lusso di portare al cinema una storia praticamente priva di dialoghi e a tratti persino di colonna sonora. Abituando l'orecchio dello spettatore all'assenza di suono e coinvolgendolo con una trama che sottolinea costantemente il pericolo insito in qualsiasi tipo di rumore, si ottiene un effetto di "orrore sonoro" e un perfetto meccanismo thriller che scatena la paura non tanto quando compaiono le creature, quanto piuttosto quando un personaggio si ritrova in una situazione all'interno della quale non è umanamente possibile rimanere in silenzio.


Questa scelta azzeccatissima non influisce soltanto sull'aspetto horror della vicenda ma funziona anche per quel che riguarda l'approfondimento psicologico dei personaggi e, soprattutto, l'empatia che lo spettatore arriva a provare verso questi ultimi. Gli Abbott non sono persone dotate di abilità o conoscenze particolari, tuttavia il loro desiderio di sopravvivere a tutti i costi, rimanere insieme e vivere un'esistenza normale, per quanto possibile, li porta a difendersi al meglio delle loro possibilità e fin dall'inizio speriamo che tutte le loro precauzioni consentano ai singoli membri di rimanere vivi e magari, perché no, di sconfiggere la piaga aliena che infesta la Terra. Sono i piccoli dettagli che mi hanno conquistata, i gesti e gli sguardi che si scambiano alcuni personaggi, specchio di una profonda spaccatura tra i vari membri della famiglia per motivi che non vi sto a spoilerare, la ricerca di gratificazioni quotidiane come una semplice canzone da ascoltare con le cuffie, soprattutto mi ha spinta alle lacrime la necessità di reprimere le urla, non tanto quelle di dolore quanto quelle "naturali" di frustrazione e rabbia: il pensiero di odiare il mondo e la propria condizione senza potere nemmeno sfogarsi urlando o tirando pugni perché una cosa simile significherebbe richiamare una morte orribile mi ha letteralmente fatto venire voglia di distruggere la poltrona del cinema per il nervoso, aumentando ancora di più il mio amore verso la sfortunata famiglia protagonista del film. Recentemente ho guardato It Comes at Night e non posso fare a meno di pensare come, pur presentando situazioni molto simili, i due film siano diversissimi per quel che riguarda la capacità di trasmettere emozioni al pubblico, al di là della semplice tensione derivante da una forma di isolamento combinata a un pericolo incombente, e come A Quiet Place gli sia nettamente superiore pur mancando di velleità "autoriali", o forse proprio per questo. Il film di Krasinski (qui anche convincente attore assieme alla moglie nella vita reale, Emily Blunt, semplicemente perfetta) è semplice nella realizzazione, tocca forse delle corde più "primordiali" rispetto a quello di Shults e, a pensarci bene, presenta qualche ingenuità a livello di trama ma al momento rappresenta un'alta asticella che altre pellicole di genere faticheranno a superare quest'anno, testimonianza del fatto che l'horror "commerciale" non ha esaurito tutte le sue cartucce da sparare finché ci saranno sceneggiatori e registi desiderosi di realizzare opere originali e curate a prescindere dal budget.


Di Emily Blunt, che interpreta Evelyn Abbott, ho già parlato QUI.

John Krasinski è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Lee Abbott. Americano, marito di Emily Blunt, ha diretto film mai arrivati in Italia come Brief Interviews with Hideous Men e The Hollars e alcuni episodi della serie The Office. Anche produttore, ha 39 anni.


Millicent Simmonds, che interpreta Regan, è davvero sorda fin dall'infanzia e ha recitato anche nel film La stanza delle meraviglie, che dovrebbe uscire in Italia a giugno. A Quiet Place ha "rischiato" di venire prodotto come parte del franchise di Cloverfield ma per fortuna la Paramount ha deciso alla fine di realizzarlo come film a sé stante, completamente originale. Detto questo, se A Quiet Place vi fosse piaciuto recuperate Signs, Man in the Dark e Hush. ENJOY!

giovedì 12 aprile 2018

(Gio)WE, Bolla! del 12/4/2018

Buon giovedì a tutti! Nell'attesa che escano pezzi un po' più grossi, diamo un'occhiata a ciò che è arrivato a Savona questa settimana... ENJOY!
Io sono tempesta
Reazione a caldo: Mah.
Bolla, rifletti!: Giallini non mi dispiace ma il trailer del film non mi ha detto nulla, sinceramente, poiché mi è sembrata l'ennesima storia di redenzione di un personaggio berlusconiano alle prese con la "povertà". Magari mi sbaglio, eh.

The Happy Prince
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Sulla carta, un film su Oscar Wilde diretto e interpretato da Rupert Everett potrebbe essere perfetto, in realtà pare sia abbastanza floscio. Francamente, mi ispira proprio poco.

Rampage - Furia animale
Reazione a caldo: Adesso non esageriamo...
Bolla, rifletti!: Nell'imminente post che ho scritto su Jumanji - Welcome to the Jungle ho speso parole di apprezzamento su Dwayne Johnson ma questo film mi sembra una cretinata per ragazzini fin dal trailer quindi lo eviterò a pié pari!

Sherlock Gnomes
Reazione a caldo: Per favore.
Bolla, rifletti!: Il seguito di Gnomeo e Giulietta, che già non doveva essere una meraviglia, pare ancora più brutto e inutile. Perché continuano a distribuire 'sta rumenta in Italia?

Al cinema d'élite continuano ripescaggi veneziani al passo con la distribuzione settimanale...

La casa sul mare
Reazione a caldo: Hmm...
Bolla, rifletti!: Ritratto di una famiglia "ritirata" dalla Francia capitalista, che si ritrova ad avere a che fare con i problemi dell'immigrazione. Sicuramente film importante ed interessante ma poco adatto alle mie corde, lo lascio ad altri spettatori!

Il Bollodromo #45: Lupin III - Parte 5 - Episodio 2


Come promesso, eccomi di nuovo a parlare di Lupin III - Parte 5, che anche con questo secondo episodio, intitolato Lupin Game, si sta rivelando dieci spanne sopra quella precedente. Prima di cominciare, però, vi ammorbo con un piccolo "sfogo". Il Bollalmanacco non è nulla di che, un piccolo blog perso nella marea del web, però lo curo con passione e tengo molto a quello che scrivo. Sono anche molto "possessiva" verso i post che riguardano Lupin, in quanto frutto di una passione che alimento fin dall'infanzia, di conseguenza mi da MOLTO fastidio leggere altrove degli articoli palesemente "ispirati" a ciò che mi impegno a rendere più originale possibile. Non amo creare flame e non vivo per sputtanare il prossimo: la settimana scorsa mi sono limitata a chiedere a un paio di amici fidati e "superpartes" di confrontare QUESTO post con un altro articolo sospettosamente simile trovato on line, giusto per capire se ero pazza o se le mie sensazioni erano invece fondate (SPOILER: non sono pazza, pare, visto che i lettori si sono indignati parecchio), oggi CHIEDO pubblicamente a chiunque legga queste righe di non "ispirarsi" più ai miei post, la settimana prossima comincerò a diventare antipatica e a fare nomi. E dopo questo momento scazzo, torniamo a Lupin III - Parte 5: Lupin Game.

Più o meno è questa la mia reazione...

Avevamo lasciato i nostri eroi all'aeroporto di Nizza, braccati dall'intero world wide web e dalle utenze coinvolte nell'intrigante Lupin Game. Tra una foto rubata e l'altra il gruppetto di ladri capisce il trucco e, sempre grazie all'aiuto dell'hacker Ami (sempre più simile a Lisbeth Salander, non solo per la memoria eidetica ma anche per il modo in cui si nutre e affronta questioni di natura sessuale. Ne parliamo nel prossimo paragrafo), Lupin e soci fuggono a bordo di un velivolo a energia elettrica, dopodiché si imbarcano per un Paese esotico fuori dalla giurisdizione dell'Interpol, con sommo scorno di Zenigata. Lo scopo della crociera è semplicissimo: il popolo del web vive di emozioni effimere e la sua attenzione dev'essere tenuta costantemente desta, altrimenti subentra la noia, e quale modo migliore quindi per scoraggiare i cacciatori di Lupin se non sovraccaricarli con un ladro gentiluomo particolarmente social? Tra un selfie, un aggiornamento di stato e un tweet, c'è il tempo per l'ironico omaggio a una delle leggende metropolitane più popolari del web, ovvero quella del legame romantico tra Lupin e Jigen (C'è da dire che l'adorato pistolero se la prende un po' troppo, eh. Ho capito che la reazione di Goemon al gossip irrispettoso è da primato ma insomma, ci vuole contegno!), ma la rete non perdona, ahimé. Passata la frenesia da Lupin Game, chi vuole vendetta per il suo ultimo furto organizza infatti un altro gioco, il cosiddetto Happy Death Day, in cui gli utenti devono scommettere sul giorno in cui una data persona morirà. Nessuno, ovviamente, vieta agli scommettitori protetti da anonimato di causare la morte del bersaglio, ci mancherebbe, ed ecco quindi che Lupin e soci vengono completamente accerchiati da orde di assassini pronti a fare loro la pelle. Potrei sbagliare ma alcuni di questi killer hanno un sembiante familiare: potrebbero essere omaggi a vecchi avversari di Lupin oppure ad altri anime (c'è un tizio che come arma utilizza una canna da pesca, assai simile a Sanpei), uno sicuramente veste un completo identico a quello di Jigen nel trashissimo Lupin e la strana strategia psicocinetica e, giustamente, è stato rappresentato come un vecchio con la barba bianca visto che sono passati decenni dall'uscita del film. Come ho detto, probabilmente sbaglio ma l'ho visto come un simpatico inside joke quindi perdonatemi se scelgo di credere di avere ragione.

Dai, è lui. E' tornato!
Ai tempi de L'avventura italiana, i realizzatori di quella sciagurata serie avevano affermato di voler consegnare alle nuove generazioni un Lupin più "adulto", ben diverso dal belinone rappresentato nelle ultime opere a lui dedicate (salvo, ovviamente, i prodotti a marchio Koike). Tre anni fa l'intento non era stato rispettato, stavolta invece pare ci stiano riuscendo: in questo ultimo episodio Lupin ha sì mostrato tutto il suo lato sciocco, frivolo e giocoso ma appena il gioco si è fatto serio il protagonista ha affermato la sua natura di ladro e talvolta anche di assassino, confermandosi una figura da non prendere mai sotto gamba e dotata di un fascino tutto particolare. A differenza dell'orrido L'avventura italiana, Lupin III - Parte 5 gode anche di una trama apparentemente coesa, all'interno della quale i misteri si dipanano poco a poco, senza fretta. Per esempio, perché mai Lupin non vuol lasciare andare Ami? La ragazza, come ho scritto sopra, ha una noncuranza verso sé stessa assai simile a quella di Lisbeth Salander, al punto da arrivare a chiedere tranquillamente a Lupin se il suo interesse verso di lei non sia, banalmente, un interesse di tipo sessuale (Ciao adattatori italiani, vi sfido ad edulcorare una domanda diretta come questa!!), ma il ladro nicchia e ancora non sappiamo quale sia il reale valore di Ami... né a chi si stia accompagnando Fujiko o perché. Per un attimo ho sperato che la signorina Mine fosse a teatro col maggiordomo di Rebecca, quel gran bell'omino, ma ciccia, l'accompagnatore misterioso tale rimane. A livello di realizzazione, sottolineo invece come la colonna sonora sia tornata ad altissimi livelli di ritmo jazz e come gli animatori siano estremamente perfezionisti per quel che riguarda i dettagli geografici (il parcheggio dell'aeroporto di Nizza è uguale!). Come ultima cosa, finalmente l'amore per la convivialità ha trovato una dimensione che non si limita a proporre Lupin e Jigen scofanarsi piatti tipici del luogo giusto per far raggiungere la lunghezza standard all'episodio ma riesce a creare momenti di simpatico umorismo per alleggerire la presenza di un personaggio cupo come Ami: la scorsa volta c'erano le omelette, stavolta il piatto condiviso è il motsunabe, sorta di "stufato" a base di frattaglie (quelle robe beige dall'aspetto simile a popcorn giganti che Jigen e Goemon spazzolano alla faccia di Lupin), tofu, aglio e verdure assortite. Io non lo mangerei manco morta ma i nostri paiono avere gradito anche se, mi chiedo, ma in Francia gli ingredienti per realizzarlo dove li avranno trovati? Mistero! See you next week! ENJOY!






mercoledì 11 aprile 2018

78/52 (2017)

A marzo la Midnight Factory ha fatto uscire l'interessante documentario 78/52, diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Alexandre O. Philippe e imperniato sulla scena della doccia di Psyco.


In undici anni di blog questo è il primo post su un documentario che scrivo. I motivi sono molteplici e il primo è che non amo molto il genere. Detto molto banalmente e in maniera ignorante, "i documentari mi annoiano" ma la verità è che non ne avevo mai guardato uno che trattasse un argomento capace di colpirmi davvero. 78/52 invece mi ha aperto un mondo e mi ha resa ancora più consapevole del mio essere "una non-competente amante di Cinema", priva degli strumenti conoscitivi per fare vera critica e, peggio ancora, per apprezzare appieno un film. Uno potrebbe dare la colpa alla mancanza di tempo, alla natura mordi-e-fuggi della fruizione attuale, con Netflix, il web e tutto il resto, che da parecchi anni mi impediscono di vedere un film più di una volta, anche quelli che ho amato di più, ma in realtà Psyco l'ho guardato parecchie volte eppure solo dopo 78/52 mi sono resa conto della sua perfezione formale, dell'esistenza di 78 inquadrature unite ai 52 stacchi di montaggio della famigerata "scena della doccia", cuore di uno dei capolavori di Hitchcock. E' inutile, il cervello di una persona non addetta ai lavori pensa sempre e solo alla regia, come se un film fosse fatto solo di quello, ma in realtà è il montaggio che da ritmo e profondità a un'opera ed è interessantissimo vedere come le immagini riprese dal regista vengano incollate e risistemate così da creare qualcosa di unico, capace di conferire ulteriore significato a ciò che passa sullo schermo. Ascoltare le testimonianze di vari montatori e vedere analizzare la scena della doccia pezzo per pezzo, fotogramma per fotogramma, lascia con la bocca aperta e spalanca la mente su cosa sia davvero la realizzazione di un film e su tutto il lavoro che comincia dopo le riprese giornaliere, quel lavoro capace di imprimere all'opera un'identità tutta particolare e anche correggere eventuali errori (interessante, in tal senso, la testimonianza di Amy E. Duddleston, alle prese con l'ingrato compito di montare il remake Gusvansantiano di Psyco e di convincere il regista a cambiare la riproposizione anastatica delle sequenze topiche a seguito dell'orrendo risultato finale visibile post-montaggio), rendendo ancor più preziosa una sequenza già iconica di per sé.


Ad accompagnare la rinnovata consapevolezza di essere una capra in campo cinematografico c'è per fortuna anche la gioia di ascoltare interessanti aneddoti relativi non solo alla realizzazione di Psyco ma anche all'impatto di un film simile sul pubblico dell'epoca e al diverso modo di "vivere" il Cinema per addetti ai lavori e non, cosa che sinceramente mi ha strappato più di una lacrima impregnata di rabbia nostalgica (ma chi è ormai che percepisce la Sala Cinematografica come un luogo sacro oltre che l'unico dove gustare al meglio un film? Chi è che riesce ad uscire sconvolto da una visione, la vita completamente cambiata? Chi può ancora venire stupito dalle scelte audaci di un regista, al punto da costringere quest'ultimo a vietare l'ingresso a proiezione già iniziata?). Ci sono le interviste a registi, attori, produttori, critici, compositori, storici grandi e piccoli, ognuno di essi "toccato" dalla magia di Hitchcock e disposto, a modo suo, a condividere con lo spettatore un po' della propria sapienza cercando di trasmettere innanzitutto amore e passione per uno dei capolavori indiscussi del Maestro del Brivido: messi davanti alle immagini di Janet Leigh e della sua terribile fine, persino i più scafati ed esperti non riescono a nascondere una profondissima ammirazione e, sì, anche invidia per una sequenza che ha fatto la storia del Cinema, ispirando molti dei lavori venuti dopo, ma alcuni trovano anche il modo, sempre in maniera rispettosa, di fare le pulci a Hitch, offrendo l'occasione di raccontare altri aneddoti legati ai mille problemi che possono presentarsi davanti a un regista, anche grande come il vecchio Alfred. Conseguenza della visione di 78/52 è quella di ritrovarsi costretti a reprimere la folle voglia di iscriversi a un corso di cinema con le palle e cominciare a spulciare OGNI libro scritto su Psyco, Hitchcock e, in generale, sulla tecnica cinematografica, il che non è male ma causa anche enorme frustrazione a chi, come me, non riesce a ritagliarsi quasi nemmeno le due ore canoniche per guardare un film. Sta a voi decidere se affrontare la depressione da mancanza di tempo oppure continuare ad approcciarvi a Psyco come se aveste davanti una puntata particolarmente ben girata di CSI ed evitare quindi la visione di 78/52. In quest'ultimo caso, non sapete quello che vi perdete!


Alexandre O. Philippe è il regista e sceneggiatore della pellicola. Svizzero, ha diretto documentari come The People vs George Lucas e Doc of the Dead. E' anche produttore e attore.


L'edizione home video della Midnight Factory presenta un paio di extra molto interessanti, come le interviste a Guillermo Del Toro e al montatore Walter Murch, e un simpatico retroscena sulla sequenza dei "meloni" oltre al libretto redatto dalla redazione di Nocturno. Tra le persone intervistate in occasione del documentario ci sono poi i registi di Spring, Justin Benson e Aaron Moorhead, il regista Peter Bogdanovich, Jamie Lee Curtis, Danny Elfman, Bret Easton Ellis, Mick Garris, Karyn Kusama, Neil Marshall, Oz Perkins, Eli Roth, Scott Spiegel, Leigh Whannell ed Elijah Wood. Detto questo, se vi fosse piaciuto 78/52 e non avete ancora recuperato Psyco... cosa aspettate a farlo?? ENJOY!

martedì 10 aprile 2018

I segreti di Wind River (2017)

Spinta da un trailer ingannevole e supportata dalle opinioni più che positive di fior di blogger, domenica ho portato il Bolluomo a vedere I segreti di Wind River (Wind River), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Taylor Sheridan.


Trama: una ragazza viene trovata assassinata in mezzo alla neve, all'interno di una riserva indiana. Una giovane agente dell'FBI viene incaricata delle indagini e cercherà l'aiuto di un cacciatore esperto, emotivamente coinvolto nel delitto...


Mi sembra doveroso cominciare il post con un avvertimento, in quanto il trailer italiano di Wind River è incredibilmente fuorviante e rischia di scontentare molti spettatori: la pellicola di Sheridan NON è "il nuovo Silenzio degli innocenti", nemmeno per sbaglio. C'è una scena all'interno di Wind River dove l'agente dell'FBI Jane Banner percorre uno squallido dedalo di corridoi con la pistola spianata e la visuale offuscata ed effettivamente questa sequenza ricorda molto quella in cui Clarice si ritrova sola, alla mercé di Buffalo Bill, sul finale de Il silenzio degli innocenti, per il resto i due film non potrebbero essere più diversi. I segreti di Wind River è ANCHE un thriller, se così vogliamo definirlo, poiché gli eventi vengono scatenati da un omicidio che porta a delle indagini, una caccia, un confronto finale al cardiopalma, ma è SOPRATTUTTO un film sul senso di colpa, sul dolore, su come gli esseri umani cercano di sopravvivere a tragedie che rischierebbero di privarli della sanità mentale o perlomeno della voglia di vivere. E' per questo che Wind River è una delle pellicole più belle che vi capiterà di vedere in sala quest'anno, emblema di un Cinema lontano dalle opere mordi e fuggi moderne, che offre allo spettatore tutto il tempo di riflettere ed empatizzare coi protagonisti, scoprendo senza fretta (e senza bisogno di dialoghi che sviscerino ogni loro sentimento con dovizia di particolari) ciò che li muove, ciò che li ha resi quello che sono e cos'è che li lega, così che l'inevitabile pugno allo stomaco sospeso nell'aria fin dall'inizio colpisca con forza ancora maggiore. Fondamentale, per arrivare al cuore della storia, il personaggio di Jane Barren, che si fa carico del punto di vista e dell'ignoranza dello spettatore: agente giovane, inesperta, la Barren viene mandata dai suoi superiori in una terra di confine dove vigono equilibri delicatissimi, popolata da nativi americani confinati in essa a mo' di contentino proprio dagli stessi visi pallidi che si sono ripuliti la coscienza dopo averli espropriati di ogni cosa. Attraverso Jane noi non arriviamo a capire tutto, anzi. Come lei, possiamo solo prendere atto di quanto schifo e rassegnazione si celi in quella terra di frontiera dove la gente vive male, muore e scompare senza un perché e continuare a porci come osservatori esterni, piangendo tutta la nostra frustrazione davanti a una situazione che probabilmente non cambierà mai visto che neppure chi vive e lavora nella riserva di Wind River come Cory riesce a fare qualcosa per migliorarla.


Cory è la guida di Jane, il nostro Virgilio all'interno di questo girone dantesco della frontiera USA. Uomo integerrimo, cacciatore freddo come il ghiaccio ed instancabile, è stato accolto dagli abitanti della riserva in quanto marito di una delle loro "donne" e da quest'ultima è stato cacciato dopo un solo, terribile attimo di distrazione che ha causato una tragedia irreparabile. Attraverso Cory sia noi che Jane arriviamo a sfiorare la superficie di tutto il marcio nascosto dal bianco immacolato della neve ma, poiché il dolore di una persona è qualcosa di intimo e inviolabile, ciò che ci viene trasmesso è solo quello che la persona in questione desidera condividere: quando Martin piange disperato tra le braccia di Cory noi, come Jane, possiamo solo ascoltare il suo lamento di dolore ma non ci è concesso vedere, per rispetto di un uomo fiero e colpito da un'immane tragedia. Questo è solo uno dei molti esempi della delicatezza con cui Sheridan racconta per immagini una storia allo stesso tempo umana e DISumana, dove il disagio la fa da padrone e i sogni rischiano di trasformarsi in incubi per chi non vive costantemente sul chi va là e non ha la tempra per sopravvivere. La cinepresa del regista si trattiene nei momenti più "sensibili" ma non ha paura di affrontare le tempeste di neve, di seguire le motoslitte lungo le strade più impervie (con degli stacchi di montaggio da paura, per inciso, al punto che sembra quasi di essere in sella con Cory), di mostrarci l'orrore casuale di una violenza che nasce per gioco, di mozzarci il respiro con un paio di stalli che da soli darebbero dei punti al 90% dei film action moderni (anche lì, il montaggio la fa da padrone), di catturare la bellezza di un paesaggio da cartolina dove non andrei a vivere nemmeno se mi puntassero una pistola alla tempia. E pensare che c'è gente letteralmente costretta a viverci, neanche fosse la più alta delle concessioni. I segreti di Wind River, nonostante lo sciocco titolo italiano, è al momento uno dei film più belli dell'anno e sicuramente una pellicola che mi rimarrà dentro per molto tempo, concretizzata nella sensazione di magone pesantissimo che mi ha attanagliata a fine visione. E' grande cinema, fatto di tecnica, bravura e tanto cuore, messo in campo non solo dagli attori favolosi (altro che supereroi, Renner, la Olsen e Bernthal dimostrano di poter fare qualunque cosa!) ma anche e soprattutto da un Autore raffinato come Taylor Sheridan, uno dei più grandi talenti recenti. Fatevi il favore di non perderlo!


Di Jeremy Renner (Cory Lambert), Elizabeth Olsen (Jane Banner), Gil Birmingham (Martin) e Jon Bernthal (Matt) ho parlato ai rispettivi link.

Taylor Sheridan è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto un altro film, l'horror Vile. Anche attore e produttore, ha 48 anni.


Graham Greene interpreta Ben. Canadese, ha partecipato a film come Balla coi lupi, Die Hard - Duri a morire, Il miglio verde, The Twilight Saga: New Moon, Molly's Game e a serie quali La signora in giallo, Oltre i limiti e Numb3rs. Ha 66 anni e ben nove film in uscita.


Jeremy Renner è stato la prima scelta del regista per il ruolo di Cory ma siccome nel 2016 l'attore era impegnato con le riprese di Arrival la parte era stata proposta anche a Chris Pine. Una volta che quest'ultimo ha cominciato a lavorare in Wonder Woman e Renner si è liberato, il buon Occhio di falco è tornato ad essere Cory. Detto questo, se I segreti di Wind River vi fosse piaciuto recuperate Sicario e Hell or High Water, i primi due "capitoli" dell'ideale Trilogia della Frontiera Americana del regista. ENJOY!




Se vuoi condividere l'articolo