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venerdì 30 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: Pulse - Kairo (2001)

Questa settimana, il tema della challenge horror era "cyber horror", così ho scelto di guardare Pulse - Kairo (回路), diretto e sceneggiato nel 2001 dal regista Kiyoshi Kurosawa.


Trama: alcune persone cominciano a scomparire misteriosamente, mentre i fantasmi invadono il mondo sfruttando internet... 


Se esiste un film in grado di prevedere il cupo futuro in cui saremmo piombati di lì a poco, è proprio Pulse. Figlio della recessione economica giapponese, espressione di un'epoca di paura ed incertezza dove le fondamenta della società nipponica sono andate quasi a farsi benedire, Pulse accoglie i timori del periodo storico in cui è stato girato ma getta anche uno sguardo sul rovescio della medaglia di tecnologie che avevano appena cominciato a diventare molto popolari nel mondo orientale (noi saremmo arrivati qualche anno dopo). Attraverso il racconto della silenziosa invasione da parte degli yurei, dei fantasmi, Kiyoshi Kurosawa tocca infatti argomenti come l'incapacità di comunicare, la solitudine, la distanza e l'isolamento incoraggiati, appunto, dai cellulari e da internet. Lo fa imbastendo due storie parallele, che si incontrano sul finale. La prima vede come protagonista Michi, appena trasferitasi a Tokyo per lavorare in un negozio di piante, la quale si ritrova a testimoniare, impotente, la progressiva scomparsa di tutti i suoi colleghi; la seconda punta i riflettori su Kawashima, studente che installa un provider sul suo computer e, da quel momento, viene perseguitato da un inquietante sito internet pieno di immagini di persone sole, all'interno di ambienti bui. Benché i due personaggi abbiano caratteri diversi, ciò che li accomuna è il condurre una vita solitaria senza rendersene minimamente conto, convinti o di avere una rete di conoscenze e familiari solida (come Michi) oppure di poter contare, come Kawashima, su un atteggiamento espansivo, molto chill, come direbbero i giovani d'oggi. In realtà, entrambi proveranno sulla propria pelle la labilità dei legami intrecciati nel corso del tempo, e l'impossibilità di trovare argomenti che possano fare breccia nella stretta rete di disperazione con la quale gli yurei hanno avvolto l'umanità, perché sono a loro volta soli e disperati. Quanto all'invasione degli spiriti, non è violenta né sanguinosa, a loro basta entrare in risonanza con le emozioni negative dei vivi ed amplificarle per privarli della volontà di lottare, ed è questa la cosa più terrificante di Pulse, al di là delle immagini effettivamente inquietanti legate alle "forbidden room", che attirano a sé gli umani, e dei loro occupanti. Il ritmo del racconto, infatti, è talmente lento e progressivo che quando, sul finale, le strade di Tokyo si svuotano, condividiamo lo stesso shock dei protagonisti, i quali fino a quel momento si erano concentrati sulla loro situazione contingente, senza accorgersi di un apocalisse tanto subdola quanto efficace. 


Eppure, non è che Kiyoshi Kurosawa non ci offra gli indizi per capire, è solo che non li vediamo, perché la nostra attenzione viene catturata dalle sequenze più dichiaratamente scioccanti e paranormali del film. Tra echi di un j-horror agli albori, fatto di figure scure che si contorcono minacciose, tecnologie ribelli, computer che si accendono da soli mostrando scorci di un altro mondo o entità misteriose che ci spiano, ricorrendo a quell'effetto Droste che i giapponesi amano particolarmente, ombre che all'improvviso acquistano una forma umana, suicidi violenti, scritte inquietanti e ancor più angoscianti macchie sul muro, rischiamo di perderci dettagli importanti. In primis, il progressivo scurirsi della fotografia, opera di Junichirô Hayashi, che immerge le immagini in un'atmosfera sempre più plumbea, eco non solo dell'oscurità del mondo degli spiriti, ma soprattutto della perdita della volontà di continuare a vivere. Man mano che gli yurei aumentano di numero, le superfici riflettenti e i vetri delle finestre diventano opache, e l'unico colore che salta all'occhio è il rosso, che in Giappone viene usato fin dall'antichità come protezione contro gli spiriti maligni e che qui, infatti, viene usato per sigillare le forbidden room, oltre ad essere l'ultimo colore che Junko indossa prima di venire a sua volta "maledetta". Oltre a questo, il regista inserisce spesso e volentieri persone sullo sfondo che, di tanto in tanto, scompaiono all'improvviso, un'elemento su cui inizialmente l'occhio non si sofferma ma che poi diventa evidente, aumentando l'incertezza su chi sia o meno una persona reale. L'unico difetto di Pulse - Kairo, almeno per me, è quello di essere forse un po' troppo lungo per l'argomento che tratta, e a distanza di 25 anni gli effetti speciali più importanti, come quello dell'aereo, risentono un po' l'usura del tempo. A parte questi due aspetti trascurabili, è un ottimo film che offre un punto di vista originale, benché pessimista, sulla depressione, la solitudine e il terrore di vivere, più che di morire; personalmente non l'ho trovato tanto pauroso, quanto angosciante, perché pone interrogativi scomodi e dipinge situazioni anche troppo verosimili, yurei a parte. Vi consiglio, dunque, di maneggiarlo con molta cura. 


Del regista e sceneggiatore Kiyoshi Kurosawa ho già parlato QUI


Kumiko Asô
, che interpreta Michi Kudo, ha partecipato anche a Ring 0: Birthday. Di Pulse - Kairo esiste un omonimo remake americano del 2006 che ha persino generato un seguito straight-to-video Pulse 2: Afterlife. Considerato che il remake è stato scritto da Kurosawa e Wes Craven potreste anche dargli un'occhiata, se Pulse vi fosse piaciuto, e aggiungere Cure, Ringu e Shutter. ENJOY! 

venerdì 26 settembre 2025

2025 Horror Challenge: Cure (1997)

La challenge horror chiedeva, questa settimana, di guardare un film uscito negli anni '90. Ho scelto così Cure (キュア), scritto e diretto nel 1997 dal regista Kiyoshi Kurosawa.


Trama: un ispettore indaga su una serie di brutali omicidi, caratterizzati da una ferita a forma di X sul collo, compiuti da persone che ricordano il delitto ma non i motivi che le hanno spinte a compierlo.


Dopo Il guardiano di notte, la challenge mi ha portata a guardare a un altro thriller dalle pesanti sfumature horror, Cure, che sconfina spesso e volentieri nel territorio del perturbante, dell'horror psicologico, addirittura nel sovrannaturale, pur non avendo, in realtà, a che fare con quest'ultimo sottogenere. L'impressione, però, è quella, visto che Cure sembra un po' la versione ancora più oscura e pessimista de Il tocco del male. La trama, infatti, è imperniata su una serie di omicidi dai tratti comuni inquietanti. Gli assassini non avevano alcun motivo di uccidere e, di fatto, pur ricordando l'atto non rammentano perché lo abbiano compiuto, e ogni omicidio è seguito dalla mutilazione delle vittime con una raccapricciante X sul collo, come se fosse parte di un rito. L'ispettore Takabe, la cui moglie soffre di disturbi psichiatrici legati a una progressiva, invalidante perdita di memoria, si ritrova a dover cercare il comune denominatore di questi delitti e scopre che gli assassini avevano avuto a che fare, poco prima di impazzire, con un giovane afflitto da un pesante caso di perdita di memoria a breve termine. Il come e il perché questo ragazzo sia fondamentale alla risoluzione del caso, ve lo lascio scoprire se non avete mai visto Cure, preferirei quindi concentrarmi sul perché il film di Kurosawa sia visto come uno dei precursori del J-Horror. Di base, Cure è un'opera fortemente pessimista, dallo stile freddo e asciutto, dove ogni personaggio, anche quelli che hanno una famiglia o degli amici, si ritrova solo ad affrontare, in primis, se stesso e le proprie angosce. Le istituzioni non sono né utili né sicure e persino le persone al disopra di ogni sospetto, come medici, insegnanti o poliziotti, possono essere inghiottiti da un orrore senza nome o divorati dai demoni che li accompagnano quotidianamente, cedendo ad istinti brutali solitamente tenuti sotto controllo. Così, gli omicidi compiuti nel film sembrano frutto di un'epidemia di follia collettiva, da cui nessuno è al sicuro, una "maledizione" che si propaga senza un vero perché (come riportato nel dialogo tra Takabe e lo psicologo Sakuma), come sarebbe accaduto di lì a poco con i film "manifesto" del J-Horror, Ringu e Ju-On. Il mostro di Cure non è sovrannaturale, benché la sua conoscenza dell'animo umano venga percepita come tale, ma i suoi motivi sono imperscrutabili, mossi da una perversa volontà di mostrare la "verità" alle sue vittime, probabilmente di "liberarli" dai vincoli sociali per abbracciare la loro oscura essenza.


Kurosawa
, da regista, affronta questa storia terribile con una regia fredda e distaccata, incarnando uno sguardo esterno che non ha pietà delle vittime e le lascia in balia di un destino inevitabile; la cinepresa segue, con lunghe sequenze prive di stacchi, i personaggi su campo lungo, caricando le scene di tensione, in quanto Kurosawa costringe lo spettatore all'attesa di uno scoppio di violenza o follia all'interno di un quadro tutto sommato tranquillo. Il regista, inoltre, non lesina inquadrature raccapriccianti, e lo stile quasi documentaristico si fa, col proseguire della pellicola, più ermetico e onirico, specchio della progressiva perdita di calma e raziocinio di un protagonista costretto ad affrontare un'oscurità sconosciuta. Alcune sequenze sono, inoltre, debitrici dello stile occidentale dei più importanti thriller horror anni '90, quali Seven o Il silenzio degli innocenti; in particolare, alcune interazioni tra Takabe e Mamiya ricordano tantissimo quelle tra Clarice e il dottor Lecter, anche se personalmente ho trovato Mamiya molto più inquietante e bastardo dell'elegante cannibale. L'allora ventiseienne Masato Hagiwara rappresenta la banalità del male, infonde sottile inquietudine con le sue domande reiterate, monocordi, e un terrore reale quando la sua natura si svela senza possibilità di errore (la scena con la dottoressa, dolorosa ed umiliante, e il confronto con Takabe in cella sono da pelle d'oca); Koji Yakusho è un'inamovibile roccia che si erode nel tempo, rivelando, dietro la facciata di integerrimo ispettore, tutto il marcio racchiuso all'interno di un animo ormai stanco, ingabbiato da valori fondamentali quali amore, dovere, rispetto, che in una società come quella giapponese moderna, sono solo belle parole o poco più. Il finale di Cure è più angosciante di quello di tantissimi horror "puri" visti negli ultimi anni, e se riuscirete a dormire sereni, o a non sentirvi nemmeno un po' sporchi, dopo avere guardato questo capolavoro che persino il divin Scorsese ritiene tra i più terrificanti di tutti i tempi, avete il mio rispetto. Provare per credere! 


Di Koji Yakusho, che interpreta il Detective Kenichi Takabe, ho già parlato QUI.

Kiyoshi Kurosawa è il regista e sceneggiatore della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Pulse - Kairo, Tokyo Sonata, Retribution e Journey to the Shore. Anche attore e compositore, ha 70 anni.


Se Cure vi fosse piaciuto recuperate Memorie di un assassino e I Saw the Devil. ENJOY!

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