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martedì 16 novembre 2021

Scary Stories to Tell in the Dark (2019)

Approfittando del suo passaggio televisivo, la sera di Halloween ho deciso di guardare un film che, purtroppo, non era passato in sala dalle mie parti e non si trova su nessuna delle piattaforme per cui pago regolarmente l'abbonamento, ovvero Scary Stories to Tell in the Dark, diretto nel 2019 dal regista André Øvredal e tratto dall'omonima raccolta di racconti di Alvin Schwartz.


Trama: la sera di Halloween, Stella e i suoi amici rimangono chiusi in una vecchia casa che si vocifera essere infestata. Lì la ragazza trova un libro di racconti capaci di influenzare il destino di chi li legge e catapultarli in un incubo...


Scary Stories to Tell in the Dark
mi aveva attirata grazie a una produzione (con zampata alla sceneggiatura) di Guillermo del Toro e grazie a un trailer accattivante e spaventevole, spesso fatto solo da piccolissimi flash delle storie che formano l'ossatura della trama. Le storie in questione, se vi è capitato di leggere il libro di Alvin Schwartz, non sono altro che racconti tra il breve e il brevissimo, spesso e volentieri tratti o ispirati dal folklore americano e mondiale, e somigliano in effetti tantissimo ad alcune delle storie che ci raccontavamo da bambini per spaventarci l'un l'altro (avessi avuto per le mani da bambina una simile miniera d'oro l'avrei sfruttata senza pietà - dei miei amici - peccato averlo scoperto alla veneranda età di 40 anni); onestamente, avrei creduto che un adattamento di queste storie sarebbe stato non solo difficile, ma addirittura impossibile, e invece Øvredal e Del Toro sono riusciti a tirarne fuori uno di quei rarissimi film a episodi coerenti dall'inizio alla fine, popolato da personaggi tridimensionali e capace anche di insegnare qualcosa. Siamo nel 1969 (l'anno della guerra in Vietnam e di un'America spaccata in due tra chi non vede l'ora di credere, appunto, alle panzane di Nixon correndo a combattere i commies e chi ad arruolarsi non ci pensa nemmeno) e la sera di Halloween Stella e i suoi amici si rifugiano nella casa infestata del paese per scappare da un branco di bulli. Lì i nostri trovano per caso la stanza dove si dice fosse stata rinchiusa la giovane Sarah Bellows, reietta accusata dalla sua influente famiglia di aver ucciso molti bambini avvelenando l'acqua, e trovano soprattutto il quaderno dove la ragazza passava il tempo a scrivere storie dell'orrore col sangue. Affascinata dalla leggenda, Stella porta via il quaderno, sulle cui pagine bianche cominciano tuttavia a comparire nuovi racconti aventi per protagonisti proprio i suoi amici, che finiscono vittime del destino designato dalle parole scritte dal vendicativo spirito di Sarah.


Come i migliori racconti horror, Scary Stories to Tell in the Dark è crudele e non fa sconti, va sì a toccare chi deve morire male ma condanna a un destino orribile anche chi non lo meriterebbe, imbroccando alcune delle sequenze più spaventose viste all'interno di un film pensato per un pubblico di ragazzi e rendendo "vive" le già inquietanti illustrazioni di Stephen Gammell (vi sfido a non farvela nei pantaloni davanti alla "donna grassa" o al jangling man, davvero terrificanti), eppure non si limita a seguire il pattern "la storia si scrive da sola - la vittima muore - ecco che spunta un'altra storia". La crudeltà che preme sottolineare ai realizzatori è quella che vede le "storie" come un mezzo per condannare le persone, per rovinare la loro esistenza e persino il loro ricordo, talvolta per ingannarle; Sarah Bellows è una creatura agghiacciante, ma cosa si nasconde davvero dietro la maledizione che la porta a sfogare tutto il suo odio su carta? E se la scrittura, i racconti, possono condannare le persone, non possono forse anche salvarle se usati a fin di bene?  Scary Stories to Tell in the Dark è un film perfetto per i più giovani perché, attirandoli con la promessa di un paio d'ore spaventevoli, apre la loro mente a concetti universali, sui quali è necessario riflettere, come la solitudine e la paura di non essere all'altezza delle aspettative altrui, ma parla anche dell'impossibilità di decidere della propria vita, del coraggio di affrontare ciò che ci terrorizza e della necessaria empatia nei confronti degli altri, che deve spingerci a non limitarci mai alle apparenze. Come ho detto, la mano di Del Toro si vede e si sente, lo capite da soli. Il risultato è dunque un film per ragazzi che può parlare anche agli adulti, un prodotto che finalmente non tratta i giovani spettatori come dei cretini e che può ambire a ritagliarsi un posticino nel cuore degli appassionati di horror. Se non lo avete ancora visto, recuperatelo al più presto!


Del regista André Øvredal ho già parlato QUI. Dean Norris (Roy Nicholls), Gil Bellows (Sceriffo Turner) e Javier Botet (Cadavere senza pollice) li trovate invece ai rispettivi link. 


L'anno scorso si parlava di un seguito diretto sempre da André Øvredal ma, probabilmente causa covid, temo che il progetto sia stato momentaneamente sospeso perché non se ne hanno più notizie. Ciò detto, se Scary Stories to Tell in the Dark vi fosse piaciuto, recuperate Trick'r Treat e The Mortuary Collection. ENJOY!

domenica 8 novembre 2015

Hates - House at the End of the Street (2012)

Qualche sera fa mi è capitato di vedere Hates - House at the End of the Street (House at the End of the Street), diretto nel 2012 dal regista Mark Tonderai. Non l'avessi mai fatto...


Trama: Elissa e la madre si trasferiscono in una nuova casa, acquistata a buon prezzo perché qualche tempo prima, nell'edificio di fronte, una ragazza aveva ucciso i propri genitori e poi era scomparsa. Nella casa tuttavia vive ancora Ryan, fratello dell'assassina e unico sopravvissuto alla strage, il quale ovviamente nasconde un segreto...



Mio Dio che due marroni. Probabilmente la maggior parte di coloro che leggono il Bollalmanacco avranno già avuto la sventura di incappare in Hates (non ho voglia di scrivere ogni volta il titolo completo) e capiranno di cosa sto parlando ma gli altri probabilmente non avranno idea di quale noia camurriosa sia la visione di questa pellicola. Il film di Mark Tonderai fa toccare alla frase "non succede niente" nuove forme di significato, una più menosa dell'altra: in Hates non solo non succede niente ma i personaggi "fanno cose" tanto per, si incaponiscono sui soliti problemi di incomprensione generazionale, indulgono in storie d'amore che nascono giusto per esigenze di copione e muoiono rigorosamente fuori scena, non sia mai che agli spettatori tocchi vedere una singola goccia di sangue e risvegliarsi così dal torpore (con tutto ciò, in Italia l'hanno vietato ai minori di 14 anni. Mah). Io credo veramente che Jennifer Lawrence, ora come ora, non parteciperebbe ad un film simile nemmeno se ne andasse della sua vita ma, si sa come vanno le cose, all'epoca non era ancora arrivato l'Oscar per Il lato positivo, l'attrice era una biondina caruccetta e carismatica come tante altre wannabe scream queen e di qualcosa bisognava pur vivere (non a caso l'uscita di Hates è stata ritardata di un anno proprio per cavalcare il successo derivato da The Hunger Games). Questo "qualcosa", nella fattispecie, è un thriller dalle vaghe tinte horror nel quale bisogna scoprire se l'odio di una madre per il nuovo ragazzo della figlia è sensato o no, se è vero che non bisogna mai giudicare un libro dalla copertina e, soprattutto, per quanto tempo gli sceneggiatori avranno voglia di perculare lo spettatore che ha capito tutto neanche dal primo fotogramma ma direttamente dall'elenco degli attori protagonisti. L'unico momento divertente della visione infatti è stato quando, più o meno a metà pellicola, ho riaperto gli occhi e con sommo scazzo ho spoilerato con ostentata sicumera il twist finale al Bolluomo che, tenero lui, non credeva possibile che degli sceneggiatori potessero arrivare a tanto e non mi ha creduto fino alla fine. Vi dirò, lì per lì non ci ho creduto nemmeno io ma ho riso davvero molto.


E quindi, a parte un'ininterrotta sequela di insulti e sputi, cosa ci sarebbe ancora da dire per riempire questo secondo paragrafo? Bah, forse che il regista ha capito di avere per le mani un'unica cosa sfruttabile, ovvero la bellezza di Jennifer Lawrence, e si è quindi impegnato a rendere meno anonima la piattissima regia piazzando ogni tanto delle riprese da dietro in cui si glorificano le chiappe della protagonista oppure da davanti, con simpatici primi piani delle sue sise, cosa che, in quanto donna eterosessuale, non ha però alzato il mio indice di gradimento. Oppure potrei dire che tutti gli attori, impegnati in dialoghi di una banalità sconcertante, paiono avere voglia di recitare in Hates quanto di tirarsi delle martellate sui marroni o sulle dita, nonostante la pluricitata Lawrence ci metta intenzione e tanto, pure troppo sudore. Potrei concludere dicendo che il titolo è ingannevole e fa venire voglia di recuperare le vere case che ci mettevano paura negli anni '80 ma non è mai ingannevole quanto l'inizio, girato come un horror sovrannaturale e per questo scorrettissimo, probabilmente realizzato per impedire che gli spettatori più o meno occasionali abbandonassero la visione della pellicola dopo 5 minuti. Ed ecco che, ridendo e scherzando, siamo arrivati alla fine del paragrafo e io, appena smesso di scrivere sulla tastiera, fortunatamente dimenticherò l'esistenza di Hates - House at the End of the Street condannandolo all'oblio dei film né belli né brutti, soltanto insignificanti. Il che è anche peggio. Fatevi un favore ed evitate.


Di Jennifer Lawrence (Elissa), Max Thieriot (Ryan), Elisabeth Shue (Sarah), Nolan Gerard Funk (Tyler) e Allie McDonald (Jillian) ho già parlato ai rispettivi link.

Mark Tonderai è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Hush - Panico ed episodi di serie come 12 Monkeys. Anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 41 anni.


Gil Bellows interpreta Weaver. Canadese, ha partecipato a film come Love e una .45, Le ali della libertà, Biancaneve nella foresta nera, Parkland, La regola del gioco e a serie come Ally McBeal, Smallville, CSI - Scena del crimine e Bones. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 48 anni e film in uscita.


Del film esiste anche una versione Unrated che chiarisce meglio le responsabilità dello sbirro negli eventi accorsi e che, per il resto, aggiunge giusto un paio di goccine di sangue in più. Non statevi dunque a sbattere a recuperarla e, nel malaugurato caso in cui House at the End of the Street vi fosse piaciuto, guardate invece Dream House, Il patrigno, Two Sisters, Secret Window e Le verità nascoste. ENJOY!

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