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venerdì 26 settembre 2025

2025 Horror Challenge: Cure (1997)

La challenge horror chiedeva, questa settimana, di guardare un film uscito negli anni '90. Ho scelto così Cure (キュア), scritto e diretto nel 1997 dal regista Kiyoshi Kurosawa.


Trama: un ispettore indaga su una serie di brutali omicidi, caratterizzati da una ferita a forma di X sul collo, compiuti da persone che ricordano il delitto ma non i motivi che le hanno spinte a compierlo.


Dopo Il guardiano di notte, la challenge mi ha portata a guardare a un altro thriller dalle pesanti sfumature horror, Cure, che sconfina spesso e volentieri nel territorio del perturbante, dell'horror psicologico, addirittura nel sovrannaturale, pur non avendo, in realtà, a che fare con quest'ultimo sottogenere. L'impressione, però, è quella, visto che Cure sembra un po' la versione ancora più oscura e pessimista de Il tocco del male. La trama, infatti, è imperniata su una serie di omicidi dai tratti comuni inquietanti. Gli assassini non avevano alcun motivo di uccidere e, di fatto, pur ricordando l'atto non rammentano perché lo abbiano compiuto, e ogni omicidio è seguito dalla mutilazione delle vittime con una raccapricciante X sul collo, come se fosse parte di un rito. L'ispettore Takabe, la cui moglie soffre di disturbi psichiatrici legati a una progressiva, invalidante perdita di memoria, si ritrova a dover cercare il comune denominatore di questi delitti e scopre che gli assassini avevano avuto a che fare, poco prima di impazzire, con un giovane afflitto da un pesante caso di perdita di memoria a breve termine. Il come e il perché questo ragazzo sia fondamentale alla risoluzione del caso, ve lo lascio scoprire se non avete mai visto Cure, preferirei quindi concentrarmi sul perché il film di Kurosawa sia visto come uno dei precursori del J-Horror. Di base, Cure è un'opera fortemente pessimista, dallo stile freddo e asciutto, dove ogni personaggio, anche quelli che hanno una famiglia o degli amici, si ritrova solo ad affrontare, in primis, se stesso e le proprie angosce. Le istituzioni non sono né utili né sicure e persino le persone al disopra di ogni sospetto, come medici, insegnanti o poliziotti, possono essere inghiottiti da un orrore senza nome o divorati dai demoni che li accompagnano quotidianamente, cedendo ad istinti brutali solitamente tenuti sotto controllo. Così, gli omicidi compiuti nel film sembrano frutto di un'epidemia di follia collettiva, da cui nessuno è al sicuro, una "maledizione" che si propaga senza un vero perché (come riportato nel dialogo tra Takabe e lo psicologo Sakuma), come sarebbe accaduto di lì a poco con i film "manifesto" del J-Horror, Ringu e Ju-On. Il mostro di Cure non è sovrannaturale, benché la sua conoscenza dell'animo umano venga percepita come tale, ma i suoi motivi sono imperscrutabili, mossi da una perversa volontà di mostrare la "verità" alle sue vittime, probabilmente di "liberarli" dai vincoli sociali per abbracciare la loro oscura essenza.


Kurosawa
, da regista, affronta questa storia terribile con una regia fredda e distaccata, incarnando uno sguardo esterno che non ha pietà delle vittime e le lascia in balia di un destino inevitabile; la cinepresa segue, con lunghe sequenze prive di stacchi, i personaggi su campo lungo, caricando le scene di tensione, in quanto Kurosawa costringe lo spettatore all'attesa di uno scoppio di violenza o follia all'interno di un quadro tutto sommato tranquillo. Il regista, inoltre, non lesina inquadrature raccapriccianti, e lo stile quasi documentaristico si fa, col proseguire della pellicola, più ermetico e onirico, specchio della progressiva perdita di calma e raziocinio di un protagonista costretto ad affrontare un'oscurità sconosciuta. Alcune sequenze sono, inoltre, debitrici dello stile occidentale dei più importanti thriller horror anni '90, quali Seven o Il silenzio degli innocenti; in particolare, alcune interazioni tra Takabe e Mamiya ricordano tantissimo quelle tra Clarice e il dottor Lecter, anche se personalmente ho trovato Mamiya molto più inquietante e bastardo dell'elegante cannibale. L'allora ventiseienne Masato Hagiwara rappresenta la banalità del male, infonde sottile inquietudine con le sue domande reiterate, monocordi, e un terrore reale quando la sua natura si svela senza possibilità di errore (la scena con la dottoressa, dolorosa ed umiliante, e il confronto con Takabe in cella sono da pelle d'oca); Koji Yakusho è un'inamovibile roccia che si erode nel tempo, rivelando, dietro la facciata di integerrimo ispettore, tutto il marcio racchiuso all'interno di un animo ormai stanco, ingabbiato da valori fondamentali quali amore, dovere, rispetto, che in una società come quella giapponese moderna, sono solo belle parole o poco più. Il finale di Cure è più angosciante di quello di tantissimi horror "puri" visti negli ultimi anni, e se riuscirete a dormire sereni, o a non sentirvi nemmeno un po' sporchi, dopo avere guardato questo capolavoro che persino il divin Scorsese ritiene tra i più terrificanti di tutti i tempi, avete il mio rispetto. Provare per credere! 


Di Koji Yakusho, che interpreta il Detective Kenichi Takabe, ho già parlato QUI.

Kiyoshi Kurosawa è il regista e sceneggiatore della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Pulse - Kairo, Tokyo Sonata, Retribution e Journey to the Shore. Anche attore e compositore, ha 70 anni.


Se Cure vi fosse piaciuto recuperate Memorie di un assassino e I Saw the Devil. ENJOY!

venerdì 12 gennaio 2024

Perfect Days (2023)

Qualche giorno fa un'amica mi ha convinta ad accompagnarla a vedere Perfect Days, diretto e co-sceneggiato nel 2023 dal regista Wim Wenders. Quella che segue è la mia sincera, ignorantissima opinione.


Trama: Hirayama lavora come addetto alle pulizie delle toilette pubbliche di Tokyo e le sue giornate scorrono tra solitari rituali casalinghi e sporadici imprevisti...


Sono andata a vedere Perfect Days non solo perché me lo ha chiesto la mia amica, ma anche perché, come ormai ben saprete, adoro il Giappone e mi intrigava l'idea di guardare un film radicato nella quotidianità di un uomo impegnato in un lavoro umile ma a stretto contatto con le persone. Credevo che il protagonista si sarebbe confrontato con la varia umanità costretta a frequentare un posto "necessario" come una toilette pubblica, offrendo così allo spettatore un punto di vista inedito sulla società nipponica, filtrata dall'occhio di un regista occidentale ma coadiuvato da un cast, uno sceneggiatore e un comparto tecnico autoctono. Invece, Perfect Days è il ritratto intimo di una persona descritta attraverso la reiterazione dei suoi riti quotidiani, intervallati da sporadiche interazioni con pochi colleghi, conoscenti o parenti. Nel corso del film assistiamo ai "giorni perfetti" di Hirayama, dalla sua sveglia al suono della scopa in saggina della vicina di casa che spazza la strada, ai sogni astratti in bianco e nero che lo accompagnano nel sonno, fino a diventare familiari con quest'uomo tranquillo e taciturno, che riserva i suoi rari sorrisi a ciò che, nel corso della giornata, lo meraviglia o lo riconcilia con l'esistenza. A dispetto del titolo, Hirayama non è un uomo felice. Non sappiamo perché le sue giornate siano scandite da una regolarità quasi patologica (è ossessivo-compulsivo o, forse, nel suo passato e nel suo animo si nasconde così tanto caos che l'unico rimedio è un ordine totale? Non lo sapremo mai...) né perché viva da solo dopo aver rotto i rapporti con la famiglia apparentemente abbiente, decidendo di lavorare per una ditta che pulisce sanitari pubblici e rinchiudersi in un appartamento privo di alcun comfort, ma di sicuro l'esistenza gli causa dolore e la sua apparenza serafica, il suo disperato tentativo di circondarsi di cose rilassanti e belle (bonsai, musica, libri, natura), sono armature per evitare di venire travolto e soccombere. Da spettatrice, ho cercato di aprire il cuore a Hirayama e, in parte, ci sono anche riuscita. Non è facile, perché il protagonista è respingente, sempre compresso all'interno del suo silenzio distaccato, ma Koji Yakusho lascia trasparire tutta la fragilità di un animo sensibile e probabilmente inadatto alla vita sociale, in bilico tra il desiderio di condividere le proprie emozioni e quello di non avere mai più a che fare con un altro essere umano.


L'altra cosa respingente, che mi porterà a non riguardare mai più Perfect Day finché campo e ad ammantarmi di ignoranza cinematografica (per la quale mi pento e mi dolgo, ecc.), è la ripetitività del film. Capisco che è voluta, per la prima mezz'ora l'ho trovata anche affascinante e, come Hirayama, ho cercato di scovare ciò che di poetico, bello e buono circonda il protagonista anche in questa sorta di limbo a cui si è condannato, dopodiché è subentrato l'effetto Paterson/Skinamarink e la mia sensibilità ha lasciato il posto ad un feroce cinismo che mi ha portata a definire il film "un Amélie al maschile, ambientato nei cessi pubblici, ma senza gioia né colori". Il che, per moltissimi spettatori intelligenti, potrebbe anche essere un pregio (lo dimostrano le mille recensioni entusiaste che ho intravisto in rete), ma io a una certa mi sono chiesta dove volesse andare a parare Wenders, a parte mettermi la nostalgia per il Giappone e i panorami urbani di Tokyo, oppure abbattermi alla sedicesima sequenza in cui il protagonista si alza, piega il futon, bagna i bonsai, beve il caffè in lattina, mette su la cassettina. Ogni tanto mi veniva anche voglia di scrollarlo questo Hirayama, di spronarlo ad aprirsi non dico col collega deficiente, ma almeno col bel donnino del ristorante, oppure con la dolcissima nipotina, alla faccia dell' "un'altra volta è un'altra volta, adesso è adesso"; poi però Wim Wenders mi fa quella ripresa di Koji Yakusho in macchina, quel primo piano devastante in cui l'attore va a fare compagnia a Mia Goth in una delle espressioni di dolore cosmico da dissimulare ad ogni costo più belle di sempre, e io non riesco a rimanere cinica al 100%, né a sconsigliarvi Perfect Days. Perché non nego di essermi fatta spesso due palle cubiche, ma come faccio a non volere bene al Giappone, alla poesia dei parchi, a una gentildonna che canta The House of Rising Sun in giapponese, a un omino triste che si impegna a rendere i cessi un posto talmente pulito che ci si potrebbe mangiare, a piccoli bonsai curati con amore? Guardatelo, e ditemi se anche voi siete combattuti quanto me!

Wim Wenders è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Tedesco, ha diretto film come Paris, Texas, Il cielo sopra Berlino, Buena Vista Social Club e The Million Dollar Hotel. Anche produttore e attore, ha 79 anni. 


Koji Yakusho interpreta Hirayama. Giapponese, ha partecipato a film come Memorie di una geisha e, come doppiatore, ha lavorato in The Boy and the Beast, Mirai e Belle. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 68 anni. 



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