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mercoledì 24 dicembre 2025

2025 Horror Challenge: Take Shelter (2011)

Ultima settimana di challenge horror per il 2025, portata miracolosamente a compimento! Oggi toccava a un film non horror ma con elementi tipici del genere, quindi ho scelto Take Shelter, diretto e sceneggiato nel 2011 dal regista Jeff Nichols. Con questo film "allegrissimo", vi auguro Buon Natale e vi do appuntamento alla prossima settimana, con le consuete classifiche 2025!


Trama: le notti di Curtis sono funestate da incubi apocalittici, che lo lasciano terrorizzato e preda di un'ansia costante. Per questo, l'uomo decide di cominciare a costruire un rifugio sotterraneo per proteggere sé stesso e la sua famiglia...


Take Shelter
era un altro di quei film di cui avevo sentito parlare benissimo ma, come al solito, non avevo ancora avuto occasione di recuperare. Come da indicazioni della challenge, Take Shelter non è un horror tout court, ma ne contiene moltissimi elementi, perché la trama parte dagli incubi, terrificanti e assai realistici, del protagonista. Ogni notte, Curtis sogna l'arrivo di una tempesta, alla quale segue un'apocalisse in cui, apparentemente, persone ed animali perdono il senno, travolti da istinti omicidi o, comunque, violenti. La luce del giorno non riesce a dissipare l'inquietudine di Curtis, il quale comincia a vedere segni di un'imminente apocalisse anche durante la veglia, il che lo induce ad ampliare e rendere abitabile il rifugio antiatomico già annesso alla sua abitazione. Take Shelter parte da una situazione surreale, da quelli che il protagonista considera lampi di chiaroveggenza, per raccontare una discesa nella follia connotata da elementi realistici, la quale manda in frantumi una "vita che va bene", come viene detto nel dialogo più iconico del film, magari non perfetta, ma comunque equilibrata. Curtis ha un lavoro che gli consente di mantenere dignitosamente la famiglia e di avere una copertura assicurativa per le cure della figlioletta sorda, ha una moglie che lo ama, una bella casa e degli amici; il tarlo che comincia a rodergli la mente, a ragione o a torto, lo instrada verso la perdita di tutto questo, allontanandolo in primis dalla moglie Samantha, alla quale l'uomo decide di non rivelare il motivo del suo turbamento, preferendo affrontare la situazione "da maschio", senza neppure consultarla quando si tratta di estendere mutui in banca e rivoltare il cortile come un calzino. La crisi di Curtis, quindi, viene raccontata attraverso due punti di vista diversi. Da una parte abbiamo la ferma convinzione dell'uomo il quale, pur terrorizzato da un passato familiare di malattie mentali, non riesce ad impedirsi di sacrificare la propria stabilità (affettiva, economica e sociale) sull'altare di visioni e sensazioni che per lui diventano prioritarie; dall'altra, abbiamo la reazione di chi si ritrova impreparato ad affrontare un comportamento incomprensibile e vede ogni certezza sgretolarsi per mano di una persona amata. La narrazione di Nichols non da ragione a Curtis oppure a Samantha, né offre risposte certe, perché i punti di vista si alternano impercettibilmente senza che ce ne sia mai uno preponderante. 


Il regista gioca con i registri dell'horror, ma racconta anche una storia di ordinaria umanità, fatta di persone con alle spalle lo spettro dell'indigenza, che vivono in un ambiente anche un po' squallido, la tipica America proletaria, ignorante e diffidente. Nichols mette alla prova lo spettatore abboccato magari al genere Shyamalano, lo sfida a prendere completamente le parti di Curtis quando il suo comportamento non è proprio cristallino, presentando il punto di vista razionale di una persona pacata e, soprattutto, preoccupata come Samantha, e a un certo punto il problema è che arriviamo a temere non tanto l'arrivo dell'apocalisse, quanto il fatto che Curtis possa sbagliarsi, il che porterebbe a conseguenze nefaste per lui e la sua famiglia. Lo stesso finale è ambivalente, lasciato all'interpretazione dello spettatore, ma come tutto il film assesta una bella botta emotiva, nonostante Nichols abbia scelto di utilizzare un ritmo lento, una narrazione classica e priva di sensazionalismi, che si affida più alla recitazione degli attori che ai pochi, validi effetti speciali. Tutto il film è racchiuso, infatti, nel volto e nello sguardo di Michael Shannon, attore solitamente camaleontico che qui si spoglia di ogni maschera ed incarna l'uomo "normale" messo di fronte a un orrore che potrebbe anche non venire da fuori, bensì da un'incontrollabile follia. Eppure, anche in questo caso, Shannon si scatena solo in una scena, quella della cena sociale, e lascia che il personaggio affronti l'ignoto con gesti pratici, trattenuti, o con un'intima disperazione riservata solo alla famiglia. Jessica Chastain gli fa da degno supporto, rifuggendo l'isterismo che ci si aspetterebbe davanti ad una simile situazione per veicolare la sacrosanta rabbia e la paura di Samantha in una forza d'animo che commuove e spinge lo spettatore ad empatizzare totalmente con il personaggio. La challenge horror 2025 è finita così, nel migliore dei modi, con un film che, molto probabilmente, non avrei mai guardato, sacrificato a novità recenti o altri recuperi irrinunciabili. E' il motivo per cui, tempo permettendo, continuerò anche nel 2026, rimediando ad una lacuna enorme già nella prima settimana. Se volete compiere il mio stesso percorso, trovate la challenge per il nuovo anno QUI. Non vedo l'ora di sapere quali altri gioielli mi porterà a scoprire!


Del regista e sceneggiatore Jeff Nichols ho già parlato QUI. Michael Shannon (Curtis), Jessica Chastain (Samantha), Shea Whigham (Dewarte) e Robert Longstreet (Jim) li trovate invece ai rispettivi link.



venerdì 19 dicembre 2025

2025 Horror Challenge: Goksung - La presenza del diavolo (2016)

Per la challenge horror settimanale il tema era "Released in the 2010s". La scelta è caduta su Goksung - La presenza del diavolo (곡성 - Gokseong), diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Na Hong-jin.


Trama: nel villaggio di Goksung, alcuni abitanti apparentemente impazziti uccidono i loro familiari. Il poliziotto Jong-goo, indagando, scopre che la causa di questa follia potrebbe essere uno spirito maligno, proprio quando anche la figlioletta comincia a mostrare i segni della maledizione...


Goksung
, forse più conosciuto come The Wailing, era un altro di quei film di cui avevo sentito parlare moltissimo e che, finora, non ero mai riuscita a recuperare. Come struttura, ha moltissime somiglianze con Exhuma. In particolare, quello che salta all'occhio al pubblico occidentale, è la complessità di una trama multisfaccettata, protratta nel tempo, che esula dalla struttura tipica di questo genere di horror imperniato su demoni e maledizioni. In un film americano, per esempio, il protagonista si sarebbe messo ad indagare, da solo o in compagnia, senza essere ovviamente creduto, si sarebbe rivolto ad un esperto inutile e il film si sarebbe concluso con un esorcismo più o meno efficace, senza che ci fosse un grande approfondimento dei personaggi. Goksung, invece, se la prende molto più con calma e oltre a mostrare i cambiamenti diretti di una misteriosa maledizione che spinge le persone a uccidere i propri cari, si concentra sulle conseguenze più profonde dell'orrore sovrannaturale. Dopo i primi, terrificanti omicidi, trattati tutto sommato con un piglio anche ironico, perché il protagonista è un poliziotto goffo e rozzo, è tutta l'atmosfera del film che cambia. L'atteggiamento baldanzoso di Jong-Joo, convinto di trovarsi davanti una follia circoscritta affrontabile con decisione, si sgretola nel corso del film, man mano che il paese in cui vive sprofonda in un vortice di oscurità crescente e, quando la sua famiglia viene toccata direttamente, qualcosa in lui si rompe. Il "male", incarnato nello straniero, in quel giapponese protagonista di mille dicerie, una più terrificante dell'altra, si fa strada all'interno dell'animo di Jong-Joo, il quale diventa così preda inconsapevole ma anche agente diretto della maledizione, una pedina facilmente manipolabile all'interno di un quadro generale sempre più tragico. Di conseguenza, anche lo spettatore risulta incapace di prevedere la direzione che intraprenderà la trama, vittima allo stesso modo di pregiudizi ed inganni, così che il finale colpisce con un orrore inaspettato, da gelare il sangue nelle vene; non c'è redenzione in Goksung, non esiste protezione dal male, esistono solo sbagli continui e rivelazioni tardive, che decretano la perdita di tutto ciò che si dava per scontato, in primis la serenità di una banale vita quotidiana. 


Sul finale, tutti i fili imbastiti nel corso del film si combinano in un quadro chiarissimo, nonostante la sua cupezza, e a Goksung si arriva a perdonare anche una durata elefantiaca e una prima parte dal ritmo un po' calante, che avrebbe forse giovato di qualche taglio qui e là. Non che le immagini scioccanti manchino, soprattutto per quanto riguarda l'efferatezza delle scene del delitto, oppure le sequenze inquietanti, come quella, tesissima, in cui Jong-Joo e il collega, assieme al prete, vanno ad indagare nel rifugio del giapponese, ma Goksung parte a bomba senza più fermarsi con l'impressionante esorcismo sciamanico. Come già mi era successo guardando Exhuma, potrei stare ora a bocca aperta a guardare gli scatenati rituali degli sciamani coreani, fatti di urla e percussioni forsennate; in questo caso, è anche il montaggio ad essere magistrale, perché in parallelo con l'esorcismo dello sciamano si compie anche il rito del giapponese, in un continuo gioco di similitudini e depistaggi che rende la sequenza indimenticabile. In questo caso, è anche interessante vedere come all'interno del film si mescolino un'infinità di suggestioni religiose che contribuiscono ulteriormente al clima di incertezza che pervade l'opera. Lo sciamanesimo sembrerebbe la religione più potente, alla quale gli anziani fanno maggior riferimento, ma c'è anche un elemento cristiano (che, a dirla tutta, ci fa una ben magra figura), qualcosa che richiama l'oscura magia nera con un piede nel voodoo, e spiriti dalla natura non meglio definita, tutto mescolato in un affresco decisamente affascinante, benché spaventoso. Anche gli effetti speciali sono di ottima fattura, in particolare l'agghiacciante make-up sul finale, e gli attori sono tutti bravissimi, con menzione speciale per il protagonista Kwak Do-Won e Jun Kunimura. Il primo offre un'interpretazione misurata, quasi sottotono, almeno all'inizio, lasciando poi spazio ad una furia e una disperazione che però non lo privano mai di quell'aura da "uomo della strada", di poveraccio in balia di eventi incomprensibili, e spezza quasi il cuore; il secondo è imperscrutabile dall'inizio alla fine, un foglio bianco che riporta esattamente solo ciò che i suoi interlocutori si aspettano da lui, tanto che lo spettatore non sa se averne paura o provare pietà. Ovviamente, vi lascio il piacere di scoprirlo da soli, invitandovi a recuperare questo ennesimo, splendido esempio di horror sudcoreano. 
 
Na Hong-jin è il regista e sceneggiatore della pellicola. Sudcoreano, ha diretto film come The Chaser e The Yellow Sea. Anche produttore, compositore e montatore, ha 51 anni e un film in uscita. 


Jun Kunimura
, che interpreta il giapponese, era il boss Tanaka di Kill Bill. Se Goksung - La presenza del diavolo vi fosse piaciuto, recuperate Exhuma. ENJOY!

venerdì 12 dicembre 2025

2025 Horror Challenge: Slugs - Vortice d'orrore (1988)

Per la challenge horror settimanale bisognava scegliere un horror dalla lista di un altro partecipante, in base a quanto ci colpisse la locandina. Ecco perché oggi mi ritrovo a parlare di Slugs - Vortice d'orrore (Slugs, muerte viscosa), diretto nel 1988 dal regista Juan Piquer Simón e tratto dal romanzo Slugs di Shaun Hutson.


Trama: una cittadina americana viene invasa da lumache mutanti carnivore. Il primo ad accorgersene e ad agire, pur avendo tutte le autorità contro, è un ispettore sanitario...


Slugs
è una co-produzione tra Spagna e America, che vede coinvolta anche Francesca DeLaurentiis, figlia di Dino DeLaurentiis e dell'attrice Silvana Mangano, la quale compare brevemente all'interno della scena del ristorante italiano. E' una schifezzuola citata in parecchie trasmissioni e libri dedicati al cinema di serie Z, disconosciuta dallo stesso Shaun Hutson (il quale, col tempo, ha però imparato a volerle bene), zeppa di difetti e con qualche sporadico pregio. E' un'opera ascrivibile al genere eco-horror, o se volete animal horror, perché in fin dei conti è un misto tra i due: le lumache sono diventate carnivore e velenose per l'uomo, in quanto la cittadina protagonista del film ha nascosto le sue scorie radioattive "sotto il tappeto" e, pur sapendolo, le autorità hanno scelto di vendere terreni contaminati per realizzare un centro commerciale. Arrivati a più o meno a metà film, sapere il motivo per cui le lumache si sono trasformate in mostri carnivori non ha poi così importanza, perché la sceneggiatura e la messa in scena sono così soporifere che l'attesa tra un attacco e l'altro delle lumache diventa un'ordalia, ma tant'è. Slugs è composto per la maggior parte di questo "contorno", affidato a un protagonista che, pur impegnandosi tantissimo, non è particolarmente carismatico e si limita a girare come una trottola per la città, sperando di trovare, prima o poi, qualcuno che gli dia retta e pianifichi, assieme a lui, lo sterminio delle limacce ipertrofiche e zannute. Purtroppo per lui, come da miglior tradizione di questo genere di film, sceriffi, sindaci ecc. sono pessimi, corrotti o cretini, e i pochi comprimari intelligenti sono mosci da far paura. Vi dico solo che, all'interno di Slugs, il personaggio migliore è il cuoco del ristorante, il quale a un certo punto si profonde in una sequela di invettive ai danni dello sceriffo, pronunciate in italiano perfetto, culminanti in un "gli infilo un minchione su per il culo" che mi ha portata a dover mettere in pausa il film causa grasse risate incontrollabili. 


Il cuoco italiano, lo avrete capito, è il primo pregio del film. Il secondo, fortunatamente, ha fruttato a Slugs un meritatissimo premio Goya per i migliori effetti speciali. Nonostante la pochezza della messa in scena, che raggiunge i livelli di bruttezza e piattume di un telefilm anni '80, Slugs è un film parecchio efferato e la cinepresa non si sottrae dal mostrare i dettagli più scabrosi e sanguinolenti. Al di là del sembiante tenerino delle lumache, dotate di quattro dentini aguzzi, è il risultato dell'azione di queste zannine che conta, ovvero corpi scarnificati, volti sfigurati e sangue a secchiate, che aumenta esponenzialmente quando, assieme alle lumache, ci si mettono dei parassiti che divorano le loro vittime dall'interno. Ammetto che la scena del ristorante, cuoco a parte, mi ha smosso un paio di conati, ma l'aspetto del film che più mi ha messo a soqquadro lo stomaco è la terrificante colonna sonora: l'idea di fingere che le lumache strillino nei titoli di coda è talmente weird da risultare simpatica, un po' meno lo è accompagnare ogni spostamento in macchina dei personaggi con una musichetta allegra in perfetto stile Hazzard. Per quanto riguarda il cast, gli attori sono tutti abbastanza medi, non proprio dei cani ma di sicuro nemmeno memorabili, il che è una lunga definizione che calza a pennello un po' a tutto il film, che pure, se non ho capito male, è comunque riuscito a ritagliarsi un posticino all'interno della lista di horror cult anni '80. Chissà, se l'avessi visto all'epoca, forse la visione sarebbe stata filtrata dall'indulgenza dei ricordi d'infanzia, ma così ho rischiato di addormentarmi più volte, quindi non è una visione che consiglio. Ma, se siete curiosi di sentire inveire l'iracondo cuoco, e in tal caso non potrei biasimarvi, trovate Slugs su Tubi

Juan Piquer Simón è il regista del film. Spagnolo, ha diretto film come Monster Island e La cosa dagli abissi. Anche sceneggiatore, produttore e attore, è morto nel 2011.


Se Slugs vi fosse piaciuto recuperate Slither, Piranha e Ticks - Larve di sangue. ENJOY!

venerdì 5 dicembre 2025

2025 Horror Challenge: The Other Lamb (2019)

Il tema della challenge horror questa settimana era "horror a tema setta". Ho così scelto The Other Lamb, diretto nel 2019 dalla regista Malgorzata Szumowska.


Trama: la giovane Selah fa parte di una setta di sole donne, votata al culto di un unico uomo, il Pastore. Quando, assieme alle consorelle e al Pastore, Selah è costretta a spostarsi verso una nuova dimora, la sua fede comincia ad andare in crisi...


The Other Lamb
non è un horror nel senso stretto del termine, ma racconta, spesso attraverso immagini oniriche, l'orrore dei cambiamenti della pubertà, all'interno di un ambiente psicologicamente insalubre. L'opera è un coming of age, ambientato in una setta, che comincia "in medias res", senza dare modo allo spettatore di capire come e quando la setta si è formata e cosa abbia spinto il fantomatico Pastore a radunare attorno a sé un gregge di donne che, a suo dire, avevano bisogno di essere protette dal mondo esterno. Tutto ciò che conosciamo è la gerarchia che governa il gregge, all'interno del quale le donne sono divise in figlie e mogli; una differenza di status all'interno della quale si annida la falla principale di una "religione" che predica un'amorevole sorellanza sotto l'occhio attento del Pastore, e che in realtà alimenta una rivalità sottesa e un risentimento reciproco, atto ad indebolire le donne impedendo loro di aprire gli occhi alla squallida realtà. L'apice del percorso religioso delle adepte, infatti, è ricevere la "grazia" del Pastore, ovvero essere scelte per avere rapporti con lui, con conseguente gelosia (reciproca ma anche rivolta verso le madri) delle figlie abbastanza grandi da avere le prime pulsioni sessuali, come Selah, ed invidia delle madri che, col tempo, vedono sfiorire la propria bellezza e scemare l'interesse del Pastore verso di loro. La fede di Selah, assieme alla sua attrazione fisica verso il Pastore, subiscono uno scossone nel momento in cui, raggiunta la maturità sessuale, la ragazza ha le sue prime mestruazioni, un passaggio traumatico per due motivi: l'arrivo del ciclo la priva della condizione di bambina, proiettandola verso la possibilità di concretizzare le sue aspirazioni e diventare moglie, ma le mestruazioni sono anche considerate una cosa impura, e le donne che le hanno vengono separate dalle altre finché non finiscono. Vittima di questi scossoni fisici e mentali, Selah viene a conoscenza del suo passato e di quello di sua madre grazie alla vicinanza con una donna considerata "rotta", e per questo tenuta costantemente separata dalle altre. Per lo stesso motivo, Selah comincia a vedere oltre l'aura "salvifica" del Pastore e a riflettere su tutte le contraddizioni incarnate dalla sua religione, a immaginare altre possibilità, per se stessa e le sue consorelle.


Come ho scritto all'inizio del post, The Other Lamb non è un horror, ma un thriller psicologico giocato interamente sui silenzi, i gesti e gli sguardi dei personaggi, sulla comunione tra pochi esseri umani e una natura che si fa sia ventre protettivo sia spietata matrigna, soprattutto quando la guida del gregge viene affidata ad un mostro egocentrico. L'elegantissima regia di Malgorzata Szumowska spalanca le porte di un mondo con un piede appena fuori dallo scorrere del tempo, tanto che i pochi elementi moderni presenti all'interno delle sequenze (il caravan, la Barbie, più avanti le automobili) aumentano l'effetto straniante dato dalla presenza di questo culto creatosi attorno a un singolo uomo che si crede Cristo in terra. L'elemento umano, così come un'idea delle regole che governano la setta, si esprimono prevalentemente attraverso i colori vividi degli abiti delle sorelle, che spiccano nei colori plumbei della fotografia di Michał Englert; il rosso con tocchi di porpora delle vesti delle mogli, l'azzurro e il verde di quelli delle figlie attirano l'occhio dello spettatore verso i travagli emotivi di queste donne di cui non sappiamo nulla, tranne che sono state plagiate, catturate all'interno della tela di un ragno nero e gonfio di veleno (quest'immagine mi è venuta in mente perché il bosco dove dimora la setta è pieno di intricate strutture fatte di fili di diversi colori, prevalentemente bianchi, alle quali non viene data alcuna spiegazione, ma dubito siano messe lì sono perché sono coreografiche e bellissime). Il vero cuore del film è però l'interpretazione della bravissima Raffey Cassidy, all'epoca ancora minorenne, il cui sguardo trasmette una rabbiosa fame di vita e libertà, un carisma tale da eclissare tutte le sue compagne e da riuscire a convogliare, in maniera assai credibile e disturbante, l'osceno desiderio di un Pastore (magistralmente interpretato da Michiel Huisman) che parla di figlie e madri, ma è smosso solo da un insaziabile, vomitevole istinto sessuale. The Other Lamb è un film affascinante, che tuttavia ha un ritmo molto lento e, nonostante la presenza di sequenze da incubo che coinvolgono cadaveri e sangue, potrebbe non incontrare il gusto di chi vorrebbe qualcosa di meno rarefatto. A me però è piaciuto molto, quindi lo consiglio. 


Di Raffey Cassidy, che interpreta Selah, ho già parlato QUI mentre Michiel Huisman, che interpreta il pastore, lo trovate QUA.

Malgorzata Szumowska è la regista del film. Polacca, ha diretto film come Elles, In the Name of, Body, Non cadrà più la neve e Questa sono io. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 52 anni e un film in uscita. 


Se The Other Lamb vi fosse piaciuto recuperate The Endless e The Invitation. ENJOY!

venerdì 28 novembre 2025

2025 Horror Challenge: Frankenstein (2025)

Siccome la challenge di questa settimana chiedeva di scegliere un film liberamente, dopo più di un mese, sono riuscita anch'io a guardare Frankenstein, diretto e sceneggiato dal regista Guillermo del Toro a partire dall'omonimo romanzo di Mary Shelley.


Trama: Victor Frankenstein, scienziato ossessionato dall'idea di garantire l'immortalità agli umani, crea un essere vivente assemblando pezzi di vari cadaveri ma qualcosa va storto...


Del Frankenstein di del Toro hanno ormai parlato tutti, tra chi lo ha amato, chi lo ha odiato e chi conosce la poetica del regista a menadito e ha sicuramente da dire cose molto più interessanti di quelle che potrei scrivere io, quindi sarò molto terra terra. Comincio dicendo la più trita delle banalità, ovvero che Frankenstein è un film visivamente splendido, che avrebbe meritato una capillare diffusione in sala, e non un paio di proiezioni speciali e poi via!, su Netflix, sui televisori scrausi della gente poraccia come la sottoscritta, che non ha spazio per quei catafalchi che prendono mezzo muro e un impianto sonoro adeguato. Vista a casa, la bellezza delle immagini create dal regista è sprecata. Le sequenze di Frankenstein sono dei richiami costanti all'arte, sia pittorica che scultorea; in esse i personaggi vivono immersi all'interno di palazzi sontuosi e strabordanti quadri, le tavole anatomiche sono dei capolavori realizzati a matita, i cadaveri nascondono terrificanti imperfezioni, sistemati in eleganti pose plastiche, ogni edificio è dotato di una simmetria eccelsa, persino la casetta del povero cieco, e i paesaggi sembrano usciti da quadri del periodo romantico, per non parlare dei colori degli abiti femminili, con i rossi accesi, il verde che richiama il dorso iridescente dei maggiolini, e l'azzurro delle piume degli uccelli esotici. Come sempre, del Toro non lascia nulla al caso ed ipnotizza lo spettatore, aiutato da effetti speciali digitali atti ad enfatizzare un gusto per il gotico e il teatrale a cui il regista riuscirebbe a dare forma anche da solo, e realizza un film all'interno del quale convivono un orrore quasi triviale e un lirismo leggero, commovente, caratteristiche che si ripropongono nei personaggi, al di là di ogni preconcetto e convenzione. Anche in questo caso, infatti, del Toro ha ripreso il materiale originale di Mary Shelley e lo ha rivisitato assecondando la propria poetica, che ha sempre un occhio di riguardo nei confronti dei diversi e dei mostri. Così, la creatura interpretata da Jacob Elordi esterna in un sembiante "rattoppato" ma mai sgradevole la sua natura di creatura pura ed innocente, un neonato nel corpo di adulto costretto a subire le angherie di un uomo che non ha mai superato i traumi di un'infanzia priva di affetto e colma di orrore. 


Il carattere di Victor Frankenstein, già non molto gradevole nel romanzo, si estremizza all'interno del film concretizzandosi in un uomo egoista, superbo e cattivo, un immaturo spinto dal fuoco della scienza che, di fronte a un risultato (a suo parere) inferiore a quello sperato, si stufa, letteralmente, della creatura da lui messa al mondo. Nell'opera di Mary Shelley il protagonista inorridisce e quasi impazzisce di fronte all'abominio creato, fugge dalla propria responsabilità finché non è lo stesso mostro, disperato, a decidere di richiamare la sua attenzione nel peggiore dei modi. Qui, invece, Frankenstein inizialmente cerca di educare il mostro attraverso lo stesso crudele distacco del padre, ma rinuncia dopo pochissimo tempo, preferendo intessere una tela di inganni per sviare chi ha capito che la creatura, nonostante l'aspetto, è innocente da far pietà, in primis Elizabeth. Anche quest'ultima è ben diversa dal personaggio creato dalla Shelley, ed è fondamentale per aumentare l'empatia del pubblico nei confronti del "mostro", perché Elizabeth è l'unica che riesce, fin da subito, ad entrare in risonanza con l'animo puro di una creatura che non riuscirà mai ad integrarsi in una società che rifiuta la diversità e l'imperfezione, due caratteristiche che appartengono anche alla ragazza, dolorosamente consapevole di doversi piegare alle leggi del mondo fino a rinnegare se stessa. Una consapevolezza che, ovviamente, non si addice all'arroganza di Frankenstein il quale, combattendo contro le leggi umane e divine, diventa causa della sua stessa rovina. Infatti, tutte le tragedie che colpiscono Frankestein nel film avvengono o direttamente per mano sua, oppure sono una conseguenza immediata delle sue azioni scellerate, mentre la creatura agisce per disperazione o vendetta, ma senza quella vena di malizia crudele che, nel romanzo della Shelley, la spingeva a compiere atti ingiustificabili. Questo cambiamento è perfettamente coerente con la poetica del regista, e mantiene comunque quell'ambiguità che impedisce di connotare i personaggi come semplicemente buoni o cattivi, tanto che sul finale il confronto tra il padre, Victor, e il figlio da lui creato, risulta assai commovente. Non tanto quanto avrei sperato, in effetti, e lo stesso vale un po' per tutto Frankenstein, dal quale mi aspettavo di venire travolta come è successo con altre opere passate di del Toro. Di fatto, ho apprezzato tantissimo l'estetica e gli attori, ma alcune cose a livello di trama mi hanno lasciata freddina. Siccome, però, non vorrei che queste sensazioni derivassero dalle aspettative fomentate dall'entusiasmo della maggior parte degli spettatori, mi riservo di riguardare Frankenstein tra qualche anno, e di lasciarmi conquistare in toto dalla magia di del Toro


Del regista e sceneggiatore Guillermo del Toro ho già parlato QUI. Oscar Isaac (Victor Frankenstein), Jacob Elordi (la creatura), Christoph Waltz (Harlander), Mia Goth (Elizabeth/Claire Frankenstein), Charles Dance (Leopold Frankenstein), David Bradley (il cieco), Ralph Ineson (Professor Krempe) e Peter MacNeill (Professor Maurus) li trovate invece ai rispettivi link.


Felix Kammerer
, che interpreta William Frankenstein, era il protagonista di Niente di nuovo sul fronte occidentale. Andrew Garfield era stato scelto per il ruolo della creatura, ma ha dovuto rinunciare per via di altri lavori. Se Frankenstein vi è piaciuto, recuperate le fonti di ispirazione di del Toro, ovvero il Frankenstein del 1931, La moglie di Frankenstein e aggiungete anche La forma dell'acqua e Crimson Peak. ENJOY!

venerdì 21 novembre 2025

2025 Horror Challenge: Reazione a catena (1971)

La challenge horror, questa settimana, chiedeva la visione di un film non in lingua inglese. Ho scelto così Reazione a catena, diretto e co-sceneggiato nel 1971 dal regista Mario Bava.


Trama: dopo la morte, per apparente suicidio, di una contessa, speculatori ed eredi si affrontano per il possesso di una baia...


Dopo mesi passati a sbattermi nelle difficili ricerche di horror in lingua non inglese, sono stata colta, quasi alla fine della challenge, da un'illuminazione, ovvero che nella categoria rientrano anche film italiani. A tal proposito, sappiate che sia Chili che Plex vengono incontro, gratuitamente, allo spettatore che dovesse ritrovarsi privo di un DVD/Blu Ray di uno dei capolavori di Mario Bava, Reazione a catena, giustamente considerato il "nonno" dello slasher americano. Un "nonno" plagiato ed omaggiato più volte, soprattutto da Venerdì 13, che con Reazione a catena condivide l'ambientazione naturale e un paio di omicidi particolarmente efferati, ma anche l'indifferenza del killer nei confronti delle vittime, trattate alla stregua di sacchi di carne da uccidere nei modi più sanguinosi ma, attenzione, senza infierire. Non siamo nell'ambito del torture porn, per fortuna, e Reazione a catena ha comunque diverse attinenze col Giallo, di cui Bava era e rimane uno dei maestri indiscussi. Tutto parte, infatti, dall'omicidio di un'anziana contessa, anzi, da un doppio omicidio, in quanto, subito dopo la morte della donna, tocca al suo assassino perire per mano sconosciuta. I motivi sono da ricercarsi nell'eredità della contessa, proprietaria di una baia che fa molta gola agli speculatori edilizi, ma anche questi motivi, in realtà, poco importano a Bava e allo spettatore. Quello che è importante, all'interno di Reazione a catena, è dipingere personaggi sgradevoli che, per via della loro natura bieca, finiscono nelle maglie della reazione titolare ed intrappolati in un vortice di violenza che non risparmia nessuno, per motivi ben futili che si distanziano sempre più dall'idea di "eredità". Un' "ecologia del delitto" intesa, ovviamente, non come salvaguardia dell'ambiente (anche se, in alcuni dialoghi, viene toccato anche questo argomento, sempre usato come strumento per manipolare comunque l'ascoltatore e ripulirsi la coscienza), quanto studio della relazione tra gli uomini, attraverso l'occhio cinico e disincantato del regista. La violenza sembra quasi inevitabile, innata, e questo osservatore esterno si riserva il ruolo di studioso, di entomologo di questi insetti denominati "razza umana" (cit.), che si dibattono e si lanciano l'uno contro l'altro al punto che non importa più nemmeno perché; l'elemento giallo cade in secondo piano, ogni motivazione suona come una scusa perfettamente evitabile, c'è solo il gusto di "giocare" con la vita umana e tornare alla squallida vita di tutti i giorni come se non fosse successo nulla.


Questa scelta tematica è coerente con quella stilistica. I personaggi di Reazione a catena sono immersi in un ambiente naturale, all'interno del quale si muovono da una "tana" all'altra, accompagnati o da suoni naturali come il vento o gli uccelli, oppure da una colonna sonora tribale, che ne sottolinea la natura selvaggia, di scimmie violente. Dette scimmie possono darsi arie di intellettualità o raffinatezza, persino abbracciando hobby eccentrici come entomologia o cartomanzia, ma sempre scimmie restano, grette, violente ed impiccione, oppure, se giovani, mosse da irrefrenabili desideri sessuali. Accanto a questa natura grezza, ci sono le vestigia di una civiltà raffinata. Ville dall'arredamento moderno, night club abbandonati, magioni decadenti, sono tutti palcoscenici di delitti violentissimi, i cui effetti speciali terribilmente realistici sono stati affidati alla mano esperta di Carlo Rambaldi ed hanno assicurato a Reazione a catena un posto di diritto all'interno dei Video Nasties inglesi (ai quali, prima o poi, dovrò dedicare una rubrica). Effettivamente, alcune sequenze sono raccapriccianti. Gli omicidi all'arma bianca includono persone impalate, gole squarciate e teste spaccate come meloni ma, come ho scritto sopra, la caratteristica del film è che la cinepresa di Bava non mostra alcun compiacimento relativamente a queste sequenze. I delitti avvengono, punto, a prescindere che le vittime lo meritino o meno, ma sono rapidi ed efficaci, e la loro violenza indica disinteresse più che perversione. Sembra, insomma, che l'assassino colpisca con quello che ha sottomano, senza pensare alla sofferenza delle vittime, ma solo al modo più rapido di levarsele dai piedi (come dimostra il "due al prezzo di uno") e lo spettatore non può che rimanere angosciato non tanto dall'efferatezza, quanto dall'estrema futilità della vita umana. Nonostante ciò, Reazione a catena, come tutti i migliori gialli dell'epoca, non manca di ironia. E' un'ironia beffarda e gelida, per una volta non affidata a personaggi che ricoprono il ruolo di comic relief (anche se Laura Betti, in tal senso, è tristemente perfetta), quanto proprio alla reazione a catena del titolo, che tocca l'apice in un finale che è un compendio perfetto di humour nero, e che lascia lo spettatore di sale, davanti ad una delle opere più feroci della filmografia di genere italiana. 


Del regista e co-sceneggiatore Mario Bava ho già parlato QUI. Nicoletta Elmi, che interpreta, non accreditata, la figlioletta di Renata e Alberto, la trovate invece QUA.



 


venerdì 14 novembre 2025

2025 Horror Challenge: Ginger Snaps (2000)

La Horror Challenge della settimana prevedeva la visione di un film uscito nel secondo millennio. Ho scelto Ginger Snaps, conosciuto in Italia col terrificante titolo Licantropia: Evolution, diretto e co-sceneggiato nel 2000 dal regista John Fawcett. Ginger Snaps si inserisce anche negli On Demand perché, neanche a farlo apposta, qualche settimana fa Patrizia mi aveva chiesto proprio di guardare la trilogia (lo farò più avanti, giuro!). 


Trama: Ginger e Brigitte sono due sorelle adolescenti morbosamente affascinate dalla morte. Un giorno, Ginger viene morsa da un lupo mannaro e Brigitte tenta disperatamente di arrestarne la progressiva trasformazione...


La saga di Ginger Snaps è un altro di quegli oggetti di culto che ho sempre evitato di guardare, forse perché, da sempre, ai licantropi preferisco i vampiri o forse perché i titoli italiani mi hanno sempre dato l'idea che i film fossero delle cretinate col botto. In realtà, almeno per quanto riguarda il primo capitolo, l'unica cretinata col botto è stata la distribuzione italiana: Ginger Snaps, infatti, è uscito col titolo Licantropia: Evolution (per sfruttare il richiamo commerciale del secondo capitolo di un'altra saga uscita in quegli anni, Underworld Evolution appunto) nel 2007, DOPO il terzo capitolo, intitolato in Italia Licantropia. Aiutami a guarire da questa mia malattia/affetto da una strana forma di licantropia, insomma. Scherzi a parte, è un peccato che queste scelte vengano portate avanti ciecamente, perché poi ci sono persone come me che aspettano 25 anni e una challenge per recuperare film molto belli ed interessanti, che si distinguono per originalità rispetto ad altre opere coeve. Ginger Snaps è la storia del rapporto tormentato di due sorelle, Ginger e Brigitte, che trovano l'una nell'altra la forza di sopravvivere allo schifo dell'adolescenza. Affascinate dalla morte, le due passano il tempo a mettere in scena suicidi splatterosissimi e si promettono di morire assieme prima dei 16 anni, nel caso la loro vita non cambi. Purtroppo, la svolta arriva quando Ginger viene morsa da un lupo mannaro e comincia, inesorabilmente, a trasformarsi; prima, le sue ferite guariscono nel giro di pochissimo tempo, poi cominciano a spuntarle i peli, e anche la sua psiche cambia di conseguenza. L'incidente coincide con l'arrivo della "maledizione", che per Ginger e Brigitte altro non è che il ciclo mestruale, un evento naturale che loro vivono come l'inizio della fine, la metafora di un'adolescenza sporca e disgustosa, sulla quale l'unico controllo è, appunto, una morte decisa da loro. La sceneggiatura di Ginger Snaps, attraverso l'elemento horror del lupo mannaro, racconta in primis lo schifo dell'adolescenza, un'età in cui tutto è difficile ed estremizzato, dove l'istinto sarebbe quello di fare branco per "appartenere" a qualcosa e afferrare una normalità anche squallida, ma spesso subentra l'autoconservazione che porta a starsene in disparte, al sicuro in una bolla di statica autocommiserazione e disprezzo. Il legame tra Ginger e Brigitte è quasi simbiotico, e nocivo per entrambe, ma tutto sommato consente loro di rimanere "sane". Quando Ginger viene morsa, il suo cambiamento in lupo mannaro diventa la metafora di una crescita incontrollata, in cui la ragazza diventa consapevole di tutte le sue possibilità inespresse, tra cui bellezza, sensualità, forza. Il disperato tentativo di salvarla, da parte di Brigitte, viene vissuto come l'azione di una sorella gelosa, ancora bambina (Brigitte non ha ancora avuto le mestruazioni), incapace di uscire dall'ombra di una ragazza più carismatica, e questo porta al doloroso, sanguinoso scontro tra le due.


Ginger Snaps
potrebbe sembrare un horror adolescenziale come tanti, a base di licei fighetti all'interno dei quali c'è una determinata tipologia di personaggi mutuati dai cliché anni '80-'90, ma in realtà non è così. Il liceo dove vanno Brigitte e Ginger è lo specchio di un disagio generalizzato, verosimile nel suo essere vittima dello squallore provinciale, e lì dentro persino le persone integrate o cool non sono nulla di che. I ragazzini sono goffi e poco carismatici e non fa eccezione quello che, in un film diverso, sarebbe connotato come il love interest della protagonista, e le ragazzine sono tutte bruttarelle, a partire dalla protagonista, tutte accomunate da frustranti problemi di insicurezza sociale. Anche la madre di Ginger e Brigitte è un personaggio peculiare, disperatamente desiderosa di condividere ogni esperienza, positiva e negativa, con le figlie, fino ad arrivare a dichiarazione estreme sul finale; a differenza del povero papà clueless, più vicino ai genitori assenti degli horror adolescenziali, Pamela si interessa attivamente di tutto ciò che riguarda le sue figlie, arrivando persino a giustificare ed appoggiare i loro passatempi morbosi, ma purtroppo nella sua foga ottiene risultati diametralmente opposti a quelli sperati. Se i personaggi sono interessanti e particolari, è anche merito delle due bravissime attrici protagoniste, senza le quali il film non funzionerebbe. Katharine Isabelle incarna una bellezza nervosa e ferina che, almeno nelle prime fasi della mutazione, sboccia libera come un'affascinante farfalla, salvo poi mostrare una mostruosità inaudita e una ferocia dolorosa nella solitudine della stanza condivisa con la sorella. Emily Perkins fa, per contro, tanta tenerezza nella sua interpretazione dimessa di una ragazza bruttina ed incolore, che è costretta a crescere e a prendere le redini della vita di entrambe, nel modo peggiore. Anche gli effetti speciali sono molto belli e, grazie anche ad accortezze di regia e fotografia che ovviano al budget limitato nei momenti in cui i lupi mannari si vedono nella loro interezza, resistono ancora all'usura del tempo. In particolare il make-up di Ginger si distingue per una progressione sottile, che inizialmente ne sottolinea la sensualità, per poi renderla, a poco a poco, sempre più mostruosa. Insomma, non avrei dato una lira a Ginger Snaps e invece l'ho molto apprezzato. Cercherò di non aspettare troppo a vedere i due film successivi!


Di Emily Perkins (Brigitte), Katharine Isabelle (Ginger), Kris Lemche (Sam), Mimi Rogers (Pamela), Jesse Moss (Jason) e Lucy Lawless (annunciatrice nell'audio della scuola) ho parlato ai rispettivi link.

John Fawcett è il regista e co-sceneggiatore del film. Canadese, ha diretto episodi di serie quali Nikita, Xena: Principessa guerriera, Taken e Queer as Folk. Anche produttore, ha 57 anni.


Il ruolo di Ginger era stato inizialmente offerto a Sarah Polley e Natasha Lyonne, ma entrambe hanno rifiutato. Il film ha un seguito, Gingers Snaps: Unleashed (in Italia, Licantropia apocalypse) e un prequel, Ginger Snaps Back: The Beginning (in Italia, Licantropia), che prima o poi finiranno negli On Demand. ENJOY!

lunedì 27 ottobre 2025

Nuovi Incubi Horror Challenge Day 27: V/H/S Halloween (2025)

Anche oggi ho mixato due challenge. Quella di Nuovi Incubi chiedeva l'episodio di una saga composta da tre o più film, quella di Letterboxd parlava di "analogic horror". Ne è uscito fuori il recentissimo V/H/S Halloween, diretto e sceneggiato dai registi Bryan M. Ferguson, Anna Zlokovic, Paco Plaza, Casper Kelly, Alex Ross Perry, Micheline Pitt e R.H. Norman.


Seguendo il tema comune della festa più amata dalla comunità horror, V/H/S Halloween scodella una serie di nefandezze da primato, tutte riprese con uno stile found footage e "riversate" su cassetta. Il primo episodio, Coochie Coochie Coo è diretto e sceneggiato da Anna Zlokovic, regista di Appendage, che io però non ho mai visto. E' un episodio che traccia la via di ciò che si troverà davanti lo spettatore in seguito, ovvero abbondanza di umorismo macabro, urla a non finire e schifo (anche umano) assortito. In questo caso, le due protagoniste rimangono bloccate all'interno di quella che credono una finta casa infestata, abitata in realtà dalla terribile "mamma", uno spirito rancoroso che mira a procurarsi quanti più bambini possibili. Coochie Coochie Coo mi ha ricordato un episodio in acido dei migliori Channel Zero, mette una paura terribile in virtù, innanzitutto, dell'aspetto sozzo e labirintico della casa, e poi per le grottesche deformità anatomiche che caratterizzano "mamma" e i suoi piccoli. La sua natura di found footage rende le cose ancora più confuse e il fatto che la vicenda sia ambientata di notte, in un luogo poco illuminato, è indice della bravura della Zlokovic, che comunque realizza delle sequenze chiare... pure troppo, ahimé. 


A rendere le cose più serie, rigorose ma non meno inquietanti, ci pensa Paco Plaza, sfruttando una stanza circolare all'interno di un palazzo e un telefono. Ut Supra Sic Infra, chiaro richiamo all'Inferno, comincia in medias res, con una serie di foto agghiaccianti che documentano una serata di Halloween finita malissimo. Gli inquirenti, ritrovatisi tra le mani un unico sopravvissuto e possibile sospetto, devono ricostruire quanto successo tornando sul luogo del delitto, e da lì ovviamente succederà il delirio. Ut Supra Sic Infra non è il lavoro migliore di Plaza, ma probabilmente è quello che spicca di più all'interno della raccolta, perché si distingue appunto per l'eleganza e la padronanza del mezzo, ché Plaza di found footage ne sa parecchio (e si cita con un simpatico costume da "bombero"). I brividi sono assicurati e credo che l'episodio sarebbe molto interessante come preludio a un lungometraggio.


Dopo tanta serietà arriva la minchiata, efferata da morire ma comunque talmente stupida da fare il giro. Non è una critica, anzi, in quel momento avevo bisogno di ridere e Fun Size, se avete un umorismo infantile come il mio e non vi disturbano dialoghi del livello "Oddio, ma quelle sono le sue palle!!!" potrebbe fare al caso vostro. Non vi spoilero nulla del contenuto del corto, anche perché l'effetto sorpresa è parte integrante della sua riuscita, ma trattasi di giusta vendetta ai danni di chi non rispetta l'ammonimento a prendere solo una caramella a testa. Cartoonesco, splatter e cattivo, Fun Size è una boccata di aria fresca prima che arrivi la vera botta emotiva di V/H/S Halloween.


Se, fino a questo momento, tutto sommato le vittime di ogni episodio se l'erano andata un po' a cercare, Kidprint sbatte in faccia allo spettatore la brutale verità: chiunque può morire, anche se non ha fatto niente per meritarselo. "Kidprint" era il nome di un programma americano atto ad aiutare i genitori nel caso i loro figli fossero scomparsi. Si andava in un negozio di audiovisivi e l'operatore metteva i bambini davanti alla telecamera, facendogli domande banali mentre li riprendeva; ai genitori il video serviva appunto per diffonderlo, al posto di una semplice foto magari sfocata, per consentire alla polizia e ad eventuali testimoni di riconoscere e ritrovare i figli rapiti. Già la cosa è di per sé inquietante, purtroppo Kidprint mostra cosa succederebbe se a realizzare questi video fosse un pazzo maniaco preda del folle desiderio di tornare bambino. L'episodio è sporco, malato, mostra e da ad intendere le peggiori cose, ha una spietatezza che ricorda un po' la New French Extremity e, francamente, dopo il suo pessimismo e le urla disperate di cui è infarcito (oltre alla natura giustamente rozza, amatoriale, di molte sequenze), ho sentito il bisogno di fare una pausa e andare a farmi un giro.


Home Haunt
è un po' più lieve, nel senso che non lesina mattanze e orrori anche disgustosi, ma nell'insieme ha quel tocco di umorismo macabro che riesce ad alleggerirlo. Cosa non scontata, mentre i protagonisti degli altri episodi erano appena abbozzati, Micheline Pitt e R.H. Norman mettono in scena un dramma famigliare tristemente verosimile. Home Haunt è, infatti, l'ultimo tentativo di un padre di ricreare la magia degli Halloween passati a costruire un tunnel dell'orrore casalingo assieme al figlio. Da bambino, ovviamente il pargolo era elettrizzato di avere un padre così folle e creativo; crescendo, è subentrata la vergogna, fomentata dalle prese in giro dei coetanei. L'orrore di Home Haunt deriva dall'amore che rende sconsiderati, dal desiderio di farsi vedere fighi davanti ai figli, e purtroppo ci rimetterà un'intera cittadina... di gente non troppo simpatica a dire il vero. Ottimi gli effetti speciali, le scenografie e il trucco delle creature, non a caso tra gli ospiti del tunnel degli orrori c'è Rick Baker, che sembra volere benedire (o maledire) il tutto. Di tutti gli episodi, credo questo sia quello che mi è piaciuto di più, assieme alla splatterosissima cornice, Diet Phantasma, un compendio di riprese aziendali segretissime, funzionari scazzati e spietatezze efferate ai danni di poveracci costretti a testimoniare lo "spooktacular taste" di una bibita al cui confronto lo Stuff è una prelibatezza. Anche in questo caso, gli effetti speciali sono rozzi ed esagerati, una vera ghiottoneria. 


Come ho detto a Lucia nel mezzo della visione, mi sa che sono troppo vecchia per queste stronzate. Il continuo cambio di stili, le riprese tremolanti tipiche del found footage, le secchiate di sangue e altri fluidi innominabili e le urla continue, strazianti, delle vittime, dopo un'ora mi hanno portata alla saturazione. Questo era il mio primo V/H/S e fatico a vedermi recuperare gli episodi precedenti, in quanto mi si dice siano più o meno simili. D'altronde, avevo faticato, dieci anni fa, anche a vedere gli ABCs of Death, anche se V/H/S mi sembra un'operazione un po' meno amatoriale rispetto ad alcuni terribili corti visti nell'altra saga, e i segmenti sono più lunghi. Di sicuro, se avete il gusto dello splatter esagerato, qui c'è parecchia roba che fa per voi. Io ho un po' bisogno di sciacquarmi il cervello, ma nel complesso sono contenta di aver recuperato V/H/S Halloween, anche solo per un paio di idee interessanti. Mi raccomando, affrontatelo con la dovuta cautela!


Del regista Paco Plaza, che ha diretto e co-sceneggiato l'episodio Ut Supra Sic Infra, ho già parlato QUI.

Bryan M. Ferguson è il regista e sceneggiatore della cornice, Diet Phantasma. Scozzese, ha realizzato finora solo corti e video musicali. Anche produttore, scenografo e attore, ha 38 anni.


Anna Zlokovic
è la regista e sceneggiatrice dell'episodio Coochie Coochie Coo. Anche produttrice e attrice, ha diretto il film Appendage


Casper Kelly
(vero nome Kris Kelly) è il regista e sceneggiatore dell'episodio Fun Size. Americano, anche produttore, attore e animatore, è famoso per avere creato la serie Your Pretty Face Is Going to Hell


Alex Ross Perry
 è il regista e sceneggiatore dell'episodio Kidprint. Americano, ha diretto film come Listen Up Philip e Her Smell. Anche attore e produttore, ha 41 anni.


Micheline Pitt
e R.H. Norman sono i registi e sceneggiatori dell'episodio Home Haunt. Marito e moglie, finora hanno realizzato solo corti, tra cui Grummy, con Violet McGraw.



giovedì 23 ottobre 2025

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 23: Death to Metal (2018)

Mi ero effettivamente chiesta come mai, in ormai dieci mesi di challenge, peraltro rinforzata nel corso di ottobre, non avessi mai beccato una sòla. Ebbene, il momento è arrivato quando ho unito il "metallari" della Nuovi Incubi Halloween Challenge al "New Slasher Era" della settimanale horror di Letterboxd ed è uscito Death to Metal, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Tim Connery


Trama: dopo un incidente, un prete già non proprio sano di mente si trasforma in un mostro con un solo obiettivo, eliminare i metallari senza Dio...


La cosa che mi dispiace di più dell'essere incappata in Death to Metal è che Lucia, una delle fondatrici di Nuovi Incubi, ha giurato che non avrebbe mai più parlato di film brutti sul suo blog e nel podcast, perché ogni opera, anche la più inguardabile, ha dietro comunque il lavoro di persone che ci hanno messo dentro cuore e anima. La co-fondatrice del podcast, Marika, si è invece ritrovata spesso a fare da avvocato del diavolo a film distrutti da pubblico e critica, e anche se Death to Metal sarebbe un osso duro persino per lei, mi pare comunque di tradirla a parlarne male. Quindi, per venire incontro a loro e alla mia pignoleria, la quale esige che io non salti un giorno né una settimana di challenge, qualora sia riuscita a guardare il film richiesto, sarò molto breve e partirò da un punto fondamentale. SICURAMENTE non faccio parte del pubblico a cui Death to Metal è rivolto. Del metal non me ne frega una mazzafionda, non conosco la scena indipendente delle zone in cui il film è stato girato (probabilmente Death to Metal è zeppo di riferimenti, inside joke e guest star che avranno mandato in sollucchero i fan di Bifolcolandia, Iowa, ma con me mancavano proprio il bersaglio) e sono troppo anziana per apprezzare la roba low budget e recitata coi piedi. Non è vero, sto mentendo, non la apprezzavo nemmeno a 20 anni, tant'è che ho ancora gli incubi al ricordo di avere guardato Bone Sickness ma, se non altro, quel film era l'apoteosi del morboso, del malato, del disgustorama, l'espressione dello stile unico del regista, e quasi quasi posso arrivare a capirlo. Death to Metal invece è innocuo, la versione metallozza del Toxic Avenger della Troma, solo con un prete stronzo al posto del povero Melvin. Quest'ultimo era un buono, i rifiuti tossici gli davano la forza di contrastare i soprusi di gente orribile, mentre padre Milton è una merda, un prete dalle idee talmente estremiste e zeppe d'odio verso il diverso da mettere paura ai suoi parrocchiani e spingere i suoi superiori ai ripari. Ecco, una delle cose che ho apprezzato di Death to Metal è il modo equilibrato in cui sottolinea pregi e difetti di entrambe le "fazioni", nonostante la simpatia di Connery vada ovviamente ai metallari. Certo, padre Milton è deprecabile (anche a causa di un trauma infantile davanti al quale, mi spiace, ma ho riso parecchio), però il suo diretto superiore riconosce il valore indispensabile della tolleranza e della comunicazione; allo stesso modo, i metallari non sono tutti simpatici e "cool", anzi, alcuni sono rappresentati come la squallida feccia della società, e diciamo che di fronte a un paio di mattanze del Prete Tossico, un bel "good riddance" ci sta tutto. Un' altra cosa geniale è che il film sia ambientato sotto Pasqua, una festività che, solitamente, non viene molto sfruttata negli horror, nonostante tutto il suo potenziale.


Oltre a questo, c'è da dire che Death to Metal è più una horror comedy che uno slasher, quindi ammetto che qualche risata me la sono fatta (però se a fronte di una durata di un'ora e poco più uno comincia ad annoiarsi ugualmente, bisognerebbe farsi delle domande...) e ho apprezzato un paio di effettacci splatter e una cattiveria che, con un budget più alto, forse avrebbero potuto anche farmi rivoltare lo stomaco, perché di potenziale per un'opera in stile Troma oppure Peter Jackson degli esordi ce ne sarebbe stato. Purtroppo, a Tim Connery manca la visione d'insieme, la capacità di andare oltre un "vorrei ma non posso", cercando qualche soluzione originale e d'impatto, quindi nel complesso Death to Metal risulta piatto e amatoriale anche quando si spinge a mescolare non solo i generi, ma anche le tecniche (per esempio, all'interno del film c'è una sequenza animata. Di sicuro è stata realizzata per aggirare dei limiti economici, ma avrebbe comunque potuto funzionare benissimo, non fosse che è abbastanza banale. Personalmente, avrei puntato a realizzare un flashback più "estremo", sfruttando le mille possibilità del mezzo animato). Infine, c'è la nota dolente degli attori. Anche in questo caso, mi dispiace sparare sulla croce rossa, quindi cercherò di trovare almeno un pregio, che potrebbe essere la scelta di due protagonisti di bellezza "media", coi quali chiunque potrebbe identificarsi, ed una final girl che mi ha ricordato moltissimo, per indole e prontezza di risposte sagaci, la Willow di Buffy the Vampire Slayer. Il resto del cast fa abbastanza pena, quanto potrei farlo io se mai decidessi di partecipare a un film diretto da qualche amico, e si salvano giusto l'attore che interpreta il prete (ma solo perché gli è richiesto un discreto overacting) e il tenerissimo pargolotto metallozzo dotato del padre migliore del mondo. Per il resto, non consiglierei Death to Metal nemmeno al mio peggior nemico e, contrariamente a quanto premesso, ne ho parlato anche troppo. Se siete interessati, lo trovate su Tubi, ma la vita è troppo breve per dedicarsi a film mediocri. Ci penso io per voi!

Tim Connery è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo secondo lungometraggio. Americano, è anche produttore.  


Se vi piace il genere "commedia horror con musicisti", molto meglio Deathgasm, Studio 666 e Destroy All Neighbors. ENJOY!

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