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mercoledì 4 dicembre 2024

Visioni dal Torino Film Festival 2024

Giovedì scorso sono partita alla volta di Torino per godermi gli ultimi giorni del Torino Film Festival. Con l'arrivo del nuovo direttore Giulio Base, il festival mi è parso un po' cambiato rispetto agli anni precedenti. Si è puntato parecchio sulle star, è aumentato il numero di film "vecchi", proiettati negli eventi speciali o nelle retrospettive, le filmografie alternative, soprattutto quelle asiatiche, sono finite in secondo piano e, cosa per me tremenda, è scomparsa la sezione "Crazies", che tanta gioia mi aveva dato negli anni precedenti. Forse per questo ho avuto un po' di difficoltà a scegliere i film da vedere (avevo anche un carnet da 5 spettacoli, che ha reso la mia scelta ancora più ardua), salvo un paio di punti fermi, ma alla fine posso dirmi abbastanza soddisfatta di quello che ho visto. Spulciate questo agile riassunto per sapere cosa attendere con trepidazione per la prossima stagione cinematografica e... ENJOY!


Les barbares di Julie Delpy
(2024)

Una piccola cittadina della Bretagna si offre di accogliere degli rifugiati ucraini ma, al loro posto, arriva una famiglia di siriani. Esistono immigrati di serie A e di serie B? Con la sua garbata, intelligente commedia, Julie Delpy (anche attrice) ci dice di sì, attraverso una satira abbastanza spietata, che coinvolge non solo i piccoli paesi e i fascistoni razzisti di ogni latitudine, ma anche chi pensa di essere sempre nel giusto e di compiere del bene, senza accorgersi del proprio egoismo. Pur essendo un film leggero, Les barbares non manca di momenti commoventi e veicola profonde riflessioni; inoltre, utilizza alla perfezione un cast corale di attori molto bravi, ai quali viene concesso tutto lo spazio che meritano. Il film non ha ancora una data di uscita italiana, ma mi aspetto che arrivi prima o poi, perché ha tutti gli ingredienti necessari per incontrare i gusti di un pubblico assai vasto!


The Assessment
 di Fleur Fortuné (2024)

Il primo film, tra quelli che ho visto, a trattare un tema che è stato il fil rouge del festival, ovvero la maternità. The Assessment è ambientato in un futuro distopico in cui alle persone non è più permesso avere figli; qualora li vogliano, le coppie devono sottoporsi, appunto, alla "valutazione" di un funzionario statale, che deciderà irrevocabilmente se i candidati sono idonei per adottare (attenzione, non mettere al mondo!) un bambino. Fleur Fortuné spinge a fondo sul pedale del grottesco, al punto che alcune scene le ho trovate forse troppo cringe, e ammetto che, a caldo, The Assessment mi ha fatto storcere il naso. Ripensandoci, credo sia il film più interessante visto al festival, sia per i temi trattati, sia visivamente (gli ambienti casalinghi, elegantissimi ma claustrofobici, ricordano quelli di Ex Machina, ma il setting esterno è altrettanto importante, e lo scontro tra natura e ingerenze umane è uno dei punti chiave della pellicola), sia a livello di attori: la Vikander è irriconoscibile e si carica sulle spalle un ruolo antipatico, sul filo sottile tra serietà e farsa, ed Elizabeth Olsen si conferma versatile, commovente e magnetica, grazie anche allo splendido sguardo che si ritrova. Himesh Patel, tra due dame, fa la figura del salame, e incarna un'umanità egoista, ormai allo sbando, schiava di una fredda scienza... insomma, un futuro non troppo distante dal nostro triste presente. Dubito che il film verrà distribuito prima del 2025, ma vi consiglio di non perderlo, qualora uscisse in Italia!  


The Rule of Jenny Pen di James Ashcroft
(2024)

L'ho puntato solo per un motivo, ovvero la presenza dell'adorato John Lithgow, e non sono rimasta delusa dalla performance di uno dei miei attori preferiti, molto più inquietante e cattivo della Jenny Pen titolare (altra ottima aggiunta alla già nutrita schiera di bambole cinematografiche da incubo). Purtroppo, il difetto del film è lo stesso di tante altre pellicole tratte da storie brevi, ovvero trascina all'infinito un ottimo spunto iniziale, facendosi sempre più ripetitivo mano a mano che la trama procede. Magari è così anche il racconto di Owen Marshall, che non ho letto e non riesco a trovare, ma a mio parere la riflessione sugli abusi di potere e sulla tremenda condanna di venire traditi da un corpo che invecchia, rendendoci prigionieri di noi stessi, avrebbe potuto essere più puntuale e persino più angosciante. Comunque, il duetto tra due grandi vecchi come Lithgow e Geoffrey Rush vale assolutamente la visione, e la grottesca cattiveria di alcune sequenze è da antologia. The Rule of Jenny Pen non ha ancora una data di uscita nei paesi anglofoni, quindi figuriamoci in Italia, dove temo non verrà mai distribuito.


Vena di Chiara Fleischhacker
(2024)

L'unico film in concorso che ho visto, nonché quello che ha portato a casa più premi (il Premio speciale della Giuria IWONDERFULL e il premio FIPRESCI), ma anche quello che mi è piaciuto di meno. Parto proprio dalla motivazione del secondo premio, per dirvi cosa penso di Vena: "Per la sua capacità di trasformare la storia intensa di una maternità in un percorso plausibile di salvezza dalle dipendenze grazie a un’interpretazione molto umana, una storia emotivamente forte e un montaggio che scandisce bene i tempi della narrazione, a tratteggiare complessivamente una maturità registica non comune per un’opera prima”. Sono completamente d'accordo con gli apprezzamenti alla regista e al montaggio, considerato che Vena è la tesi di laurea di Chiara Fleischhacker, cineasta al suo primissimo film. Nonostante ciò, sembra diretto da una regista dall'abilità consumata, da tanto ogni sequenza è necessaria alla narrazione, priva di fronzoli eppure elegante, con piccoli tocchi che raccontano, più di mille parole, la personalità della protagonista (adorabili i dettagli rosa, tutto quel glitter, la femminilità delle orchidee in un contesto di squallore totale). Il problema, purtroppo, è che io sono totalmente incapace di guardare pellicole imperniate su giovani drogati pronti a rovinare non solo il proprio futuro, ma anche quello di eventuali bambini innocenti, senza che mi vada il sangue alla testa. Sono consapevole che queste storie di emarginazione e degrado vadano raccontate, ma non riesco ad empatizzare con questo genere di protagonisti, il che influisce inevitabilmente sul mio apprezzamento complessivo dell'opera. Oggettivamente, però, riconosco che Vena è un gran film, e auguro a Chiara Fleischhacker una carriera folgorante, che possa incantare cinefili ben più competenti e sensibili della sottoscritta. A tal proposito, aspettate, e sperate che i premi del Torino Film Festival si traducano in una distribuzione italiana, perché al momento non ce n'è traccia.


Nightbitch di Marielle Heller
(2024)

Era un altro dei film che volevo assolutamente vedere. Purtroppo, anche in questo caso, è stato una mezza delusione, ancora più bruciante una volta conclusa la lettura del romanzo omonimo di Rachel Yoder. A difesa di Marielle Heller, anche sceneggiatrice, c'è da dire che non è facile tradurre in immagini lo stream of consciousness di una madre costretta ad affrontare i terribili cambiamenti che il suo ruolo le impone, e le riflessioni sulla natura della donna, tra richiami alla magia del femminino e fascinazioni antropologiche, nei quali indulge una protagonista sconvolta da trasformazioni fisiche e psicologiche. Inevitabilmente, la Heller semplifica, abbraccia in toto l'ironia pungente ed amara della prima parte del libro, e si concentra sugli aspetti più superficiali dello scontro tra madre casalinga e padre lavoratore, con tutto un codazzo di personaggi sui generis che, alternativamente, metteranno i bastoni tra le ruote alla protagonista, oppure la aiuteranno a trovare un equilibrio. Anche qui, come in The Rule of Jenny Pen, si ha purtroppo la sensazione di avere davanti una storia ripetitiva, che spesso gira a vuoto, nonostante l'abbondanza di momenti esilaranti e un paio di situazioni tristemente verosimili. In America, il film avrebbe dovuto uscire direttamente sul servizio streaming Hulu (Disney + da noi), ma alla fine la Searchlight ha deciso di distribuirlo al cinema proprio in questi giorni. In Italia arriverà di sicuro, prima o poi, ma chissà quando e come.


Waltzing with Brando di Bill Fishman
(2024)

Chi mi conosce bene sa che AMO Billy Zane, fin dai tempi di Twin Peaks. Non stupitevi, dunque, del fatto che sia corsa ad accaparrarmi i biglietti per la proiezione con l'attore presente in sala, e che mi sia emozionata come una bambina nel vederlo (non troppo vicino, ahimé. La sala era praticamente riservata tranne per le ultime tre file, quindi non sono riuscita a raggiungerlo per una foto prima del film e sono stata calcioruotata fuori dal Massimo a fine proiezione, CACCA sugli organizzatori insensibili). Di conseguenza, non stupitevi nemmeno che sia andata a vedere un film che parla di Marlon Brando pur non sapendo quasi nulla del grande attore. Fortunatamente, Waltzing with Brando è una commedia che parla del rapporto tra Brando e Bernard Judge, l'architetto che lo ha aiutato a realizzare l'utopico progetto di creare un villaggio sostenibile sull'isola di Tetiʻaroa, ed è perfettamente fruibile anche da chi è poco interessato a una pellicola biografica. Anzi, diciamo che il film di Fishman dipinge Brando come un eccentrico attivista, un affascinante spirito libero, al limite un esasperante testa di cazzo, al quale però si può perdonare tutto, e si guarda bene dall'accennare alle controversie che, col tempo, hanno gettato ombre sull'attore (però persino io, che di Brando so pochissimo, mi sono sentita in imbarazzo davanti all'atmosfera giocosa e allegra della sequenza ambientata sul set di Ultimo tango a Parigi). Se la cosa non vi infastidisce, riuscirete a godervi un film simpatico e interessante, dove Billy Zane gigioneggia a più non posso, dando vita a un Marlon Brando impossibile da distinguere, fisicamente almeno, da quello reale. Però adesso cerchiamo di non consacrarlo a grande attore solo per questa interpretazione, ché Billyno era bello e bravo anche prima!!!



venerdì 6 marzo 2020

Un amico straordinario (2019)

Dimenticato dalla distribuzione italiana pre-Oscar, e sacrificato sull'altare della crisi Coronavirus, sarebbe dovuto uscire ieri Un amico straordinario (A Beautiful Day in the Neighborhood), diretto nel 2019 dalla regista Marielle Heller, ma chissà quando lo vedremo in Italia (probabilmente uscirà nei prossimi mesi straight-to-video, senza passare sul grande schermo).


Trama: Il giornalista Lloyd Vogel deve realizzare un breve articolo su Fred Rogers, conosciuto da tutti gli americani, grandi e piccoli, come Mister Rogers, amatissimo conduttore di una serie televisiva per bambini.


Mister Rogers, questo sconosciuto. Se dovessi trovargli un corrispettivo italiano direi che non esiste, forse giusto i conduttori de L'albero azzurro (ma chi se li ricorda?), perché di fatto Bonolis e gli altri, ai tempi di Bim Bum Bam, non erano educativi ma solo protagonisti di sketch divertenti. Invece, in America tutti conoscono Mister Rogers e tutti lo amano, perché sono cresciuti con lui e col Mister Rogers' Neighborhood, un programma televisivo dedicato ai bambini in età prescolare all'interno del quale venivano trattati una miriade di temi, domande, problemi, curiosità con l'ausilio di filmati, pupazzi, personaggi ricorrenti e, soprattutto, con l'ausilio della santa pazienza di Mister Rogers. Un uomo talmente buono, talmente coerente con la sua missione di voler educare i bambini e con l'idea che ognuno di loro, nessuno escluso, è speciale e meritevole di tutte le attenzioni del mondo, da essere irreale; ve lo giuro, ho provato a cercare su Wikipedia qualcosa che desse adito anche solo a sospettare un piccolissimo episodio oscuro nella vita di Fred Rogers, ma non c'è stato verso. Quell'uomo era serafico sia nella vita privata che in quella pubblica, amichevole e disponibile con tutti, e più non è necessario dimandare. Lo dimostra il fatto che Un amico straordinario non parla, in effetti, della vita di Mister Rogers, quanto (ispirandosi all'articolo pubblicato su Esquire da Tom Junod dal titolo Can You Say Hero...?) piuttosto dell'impatto avuto sull'esistenza di Lloyd Vogel, giornalista cinico e con una storia familiare disastrata, modellato per l'appunto su Junod, dopo aver ricevuto l'incarico di intervistare un'icona nazionale. Da intervistatore, Vogel diventa l'intervistato, subendo il fascino di Mister Rogers e cedendo al desiderio di essere aiutato ed ascoltato, di tornare un bambino desideroso di imparare a vivere e a gestire emozioni complicate attraverso l'ausilio di un uomo la cui unica missione nella vita pare essere ascoltare e consigliare il prossimo, senza mai giudicare oppure essere impositivo e ricordandosi sempre, sempre di ringraziare per tutte le cose condivise, belle o brutte che siano.


Onestamente, ho trovato questo Mister Rogers straniante e vagamente inquietante e la mia mente deviata, davanti alla voce cordiale ed attenta di Tom Hanks, i suoi occhi gentili, si è ritrovata spesso a pensare a quanto sarebbe stato meraviglioso un personaggio simile in un horror, roba da far impallidire Pennywise il Clown. Eppure, l'articolo di Tom Junod esiste, l'ho letto, ed apre il cuore ad un dispiacere enorme all'idea che un uomo come Fred Rogers sia morto, perché servirebbero molte più persone così al mondo; è un senso di perdita che il film non trasmette, ahimé, per quanto sia ben realizzato, perché la storia di Vogel segue un percorso di rovina e redenzione da manuale, e sembra irreale quanto il deus ex machina Rogers, pronto a salvare il giornalista arrabbiato e colmo di rancore nei confronti del papà. Sembra tutto finto quanto le deliziose sequenze di raccordo tra una location e l'altra del film (coi fondali posticci e le macchinine finte che si muovono), i momenti onirici in cui Vogel si ritrova pupazzo all'interno del regno di Make-Believe, e l'intera cornice che trasforma il film in un lungo episodio di Mister Rogers' Neighborhood, con tanto di video informativo su come si realizza una rivista, eppure è tutto vero: a noi spettatori viene consentito di tornare bambini ed imparare senza pedanteria dal nuovo amico di Mister Rogers, mentre Tom Hanks e la regista Marielle Heller rompono la quarta parete in un modo finissimo ed inaspettato, chiedendoci un minuto di silenzio attraverso un lungo sguardo rivolto in camera. In quel minuto di silenzio si possono trovare tante cose che abbiamo dimenticato (o siamo troppo cinici per vedere ed apprezzare), così come nella mezz'oretta che vi servirà a leggere QUESTO articolo. Basta solo stare al gioco, e godersi questa pellicola deliziosa, se mai uscirà nel nostro Paese.


Della regista Marielle Heller ho già parlato QUI. Tom Hanks (Fred Rogers) e Chris Cooper (Jerry Vogel) li trovate invece ai rispettivi link.

Matthew Rhys interpreta Lloyd Vogel. Inglese, ha partecipato a film come Elizabeth, Titus, Deathwatch - La trincea del male, The Post e ha lavorato come doppiatore in Bojack Horseman. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 46 anni.


Joanne Rogers e David Newell, rispettivamente la vedova di Fred Rogers e l'attore che interpretava Mr. McFeely, compaiono nella scena al ristorante cinese. Se Un amico straordinario vi fosse piaciuto potreste recuperare il documentario Won't You Be my Neighbor?, più centrato su Fred Rogers. ENJOY!

venerdì 22 febbraio 2019

Copia originale (2018)

E' uscito ieri in tutta Italia Copia originale (Can You Ever Forgive Me?), diretto nel 2018 dalla regista Marielle Heller e tratto dall'autobiografia scritta da Lee Israel nel 2008, nominato inoltre per tre Oscar: Miglior Attrice Protagonista (Melissa McCarthy), Miglior Attore Non Protagonista (Richard E. Grant) e Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: Lee Israel, un'autrice di biografie, fatica a racimolare i soldi per arrivare a fine mese. Casualmente, la donna scopre di avere un talento per falsificare lettere di personaggi famosi e decide così di truffare ignari collezionisti.



Il bello dei film che annualmente vengono nominati all'Oscar è che spesso alcuni di loro raccontano storie di personaggi famosi (o, in questo caso, famigerati) di cui io non conoscevo neppure l'esistenza. E' il caso di questo Copia originale, basato sulla carriera criminale della scrittrice Lee Israel, la quale dopo essere caduta in disgrazia ha deciso di mettere le sue arti letterarie al servizio di una truffa bella e buona. La signora, infatti, aveva un talento naturale per creare lettere fasulle di personaggi famosi realmente esistenti, che i collezionisti compravano senza farsi troppe domande, convinti di aver trovato un tesoro inestimabile; più avanti, quando i suoi falsi hanno cominciato a destare sospetti, Lee Israel si è ritrovata nelle condizioni di dover rubare documenti veri e rivenderli, cosa che ovviamente l'ha portata a scontare una lunga pena detentiva. Copia originale racconta questa storia sordida e triste di persone incapaci di affrontare il duro mondo che li circonda, troppo impegnati a proteggersi con la sgradevolezza per poter sperare di farcela. La protagonista del film viene tratteggiata come un personaggio sì meritevole di pietà (che diamine, NESSUNO, a meno che non sia un mostro, merita di vivere nell'indigenza e costretto a ricorrere ad espedienti) ma anche e soprattutto di un paio di schiaffi, ché Lee Israel ha un atteggiamento orribile nei confronti del prossimo e di se stessa. Alcolista all'ultimo stadio, incapace di ingraziarsi un minimo i suoi interlocutori e nemmeno di garantire il livello base di  pulizia in casa, la Israel è un crogiolo di disagio ed egoismo capace tuttavia di mostrare quel briciolo di empatia e di umanità che alla fine spinge lo spettatore a parteggiare per lei, per il suo "lavoro" e per la sua strana amicizia con un uomo ancora più disadattato di lei, il ciarliero e gayssimo Jack Hock, scrittore in rovina dipendente dalla cocaina e ormai ridotto a vivere di espedienti in strada. Una strana coppia di persone che si vogliono bene per forza e lo stesso, in qualche modo, si disprezzano a vicenda, probabilmente perché ognuno vede nell'altro lo specchio reale della propria bruttezza interiore ed esteriore, che regalano allo spettatore momenti di ilarità ma anche lacrime cocenti, soprattutto quando la situazione precipita fino alle inevitabili conseguenze.


Copia originale è quindi, soprattutto, un film di scrittura (ottima) e attori (bravissimi), che bucano lo schermo sia da soli che quando duettano. Di Melissa McCarthy conoscevo solo il lato sboccato e comico, due caratteristiche che traspaiono chiare dall'interpretazione di Lee Israel; volgare, cinica e dispettosa come una bambina, la scrittrice è il personaggio perfetto per la McCarthy, la quale tuttavia qui riesce anche ad imbruttirsi dentro e fuori, regalando allo spettatore amare risate e ancor più amare lacrime attraverso insospettabili sfoghi di dolorosa umanità. Il monologo finale, breve ed intenso, nel quale fa capolino un'enorme fragilità dietro un muro di spacconeria e parole imposte, fa sciogliere il cuore, così come l'ultimo incontro tra Lee e Jack, tra lazzi, prese in giro e tristezza. Richard E. Grant, dal canto suo, è un mattatore meraviglioso, indossa i panni del nobile scrittore decaduto reinventatosi mariuolo di strada con un'eleganza invidiabile, entrando di diritto nel novero delle checche ciniche ed adorabilmente tristi della cinematografia mondiale. Non tanto da meritarsi una nomination all'Oscar, non quest'anno almeno, ma sicuramente abbastanza da conquistarsi l'affetto del pubblico anche nei suoi momenti di maggior viltà. I protagonisti vengono coccolati da una regia "calda", che ricorda a tratti la raffinatezza con la quale Woody Allen immerge i suoi personaggi nell'amata New York, tra librerie, antiquari e bar soffusi sempre e comunque da una luce accogliente, sicuramente più della casa sgangherata e sporca dove vive Lee Israel col suo micio, il che a mio avviso è un segno dello sguardo indulgente con cui Marielle Haller ha scelto di raccontare la storia di questa strana truffatrice misantropa. E' possibile che  Copia originale non sarà uno dei maggiori hit dell'imminente notte degli Oscar ma ve ne consiglio comunque la visione perché, nel suo piccolo, è uno dei film più gradevoli visti durante il recupero dei vari candidati.


Di Melissa McCarthy (Lee Israel), Richard E. Grant (Jack Hock) e Ben Falcone (Alan Schmidt) ho già parlato ai rispettivi link.

Marielle Heller è la regista della pellicola. Americana, ha diretto film come Diario di una teenager. Anche attrice e sceneggiatrice, ha 40 anni e un film in uscita.


Dolly Wells interpreta Anna. Inglese, ha partecipato a film come Il diario di Bridget Jones, 45 anni, PPZ: Pride and Prejudice and Zombies e Bridget Jones's Baby. Anche sceneggiatrice, produttrice e regista, ha 48 anni.


Jane Curtin interpreta Marjorie. Adorabile Dottoressa Albright de Una famiglia del terzo tipo, ha partecipato a film come Teste di cono e ad altre serie quali Love Boat; come doppiatrice ha lavorato in Z la formica. Ha 72 anni e due film in uscita.


Julianne Moore avrebbe dovuto partecipare al film ma alla fine si è tirata indietro per divergenze creative. ENJOY!

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