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mercoledì 29 giugno 2022

Elvis (2022)

Dopo settimane di assenza, sono tornata al cinema per godermi l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Baz Luhrmann, Elvis.

Trama: Il colonnello Tom Parker, imbonitore di Vaudeville, scopre per caso il giovane Elvis Presley e da quel momento ne condiziona l'esistenza, nel bene e nel male...

La "cultural opera" di Baz Luhrmann è finalmente arrivata in Italia ed era uno di quei film che, nonostante conosca poco l'argomento trattato, non vedevo l'ora di guardare. Poiché ci ha messo le mani il barocco Baz, Elvis non è il solito biopic fatto a mo' di compitino per gli Oscar (anche se qui materiale per eventuali statuette ce ne sarebbe) e, benché segua comunque il tipico canovaccio del genere, riesce a sorprendere almeno chi non conosceva la storia di Elvis Aaron Presley. Innanzitutto, la vita del più famoso e iconico rocker del mondo viene raccontata da una voce narrante non proprio gradevole, ovvero quella del suo discusso e discutibile manager, il Colonnello Tom Parker. Esponente di una generazione antiquata e legata al vaudeville e ai circhi itineranti, il Colonnello Parker non rifiuta di vedere il progresso rappresentato da Elvis, anzi, lo cavalca e ne approfitta prevedendone in qualche modo il brillante futuro, eppure il suo modo di gestire le cose è molto simile a quello del padrone di un circo di freaks. Il giovanissimo Elvis, gallina dalle uova d'oro se mai ce n'è stata una, diventa per Parker la merce preziosa da blandire, curare e proteggere, dandogli un'illusione di libertà che non può esulare da un guinzaglio assai corto e da un controllo pressoché totale. Il circo di Elvis era, ed è rimasto per tutta la sua vita, l'America scossa da tragedie, guerre, movimenti civili, un circo zeppo di cambiamenti continui che, di conseguenza, il Colonnello Parker ha tentato di restringere sempre più, fino a confinare Elvis nella città senza tempo per eccellenza, Las Vegas, dove in effetti il mito di Elvis si è cristallizzato per arrivare intonso fino ai nostri tempi, con immagini e mise facilmente riconoscibili anche dai non appassionati. Se l'artefice principale del successo di Elvis è anche il villain della storia narrata, Luhrmann sta bene attento a non santificare Elvis e ce lo consegna con tutte le sue fragilità ed ingenuità da ragazzo di campagna cresciuto troppo in fretta, da uomo folgorato dall'amore per la musica a prescindere da razza, sesso ed età, al punto da farne la sua unica ragione di vita, ma ne viene sottolineata anche la debolezza di carattere che portava l’artista ad alzare le testa per pochi, importanti istanti, prima di soccombere nuovamente ai consigli fraudolenti (o all’incapacità) di chi più di tutti avrebbe dovuto tutelarlo.

L'aspetto apprezzabile di Elvis è la scelta degli sceneggiatori di non indulgere (come sarebbe stata prassi per un biopic strappalacrime) nella fase di declino dell'artista, cosa che avrebbe rischiato di trasformare il film in un polpettone strappalacrime su un ciccione strafatto, bensì di dare maggior spazio all'aspetto meno universalmente conosciuto del cantante. Prima di diventare l'icona "kitsch" di Las Vegas, Elvis è stato infatti il trait d'union tra la musica nera e il country dei bifolchi bianchi, un elemento di ribelle, pericolosa instabilità in un'epoca di contestazioni civili e pesantissime tensioni razziali. La natura universale della sua musica suscita ammirazione tanto quanto provocano sgomento gli arresti e i tentativi di censura, e commuove la vista di un Elvis pronto a cantare alla Nazione nei momenti più neri di quest'ultima mentre attorno a lui si mobilitano interessi economici pronti a schiacciarlo e zittirlo. Il declino di cui sopra viene compresso nel finale e ridotto a pochi episodi fondamentali che lasciano tuttavia spazio alle immagini reali di una delle ultime esibizioni di Elvis, gonfio e praticamente immobile ma ancora dotato di una voce fenomenale e della capacità di mettere cuore ed anima nell’esibizione, elemento, quest’ultimo, che caratterizza tutti gli splendidi numeri musicali di cui il film è costellato, nonostante Elvis non sia un musical, e che condiziona lo stile con cui è stata confezionata la pellicola. 

A fronte di un comparto tecnico fenomenale, soprattutto a livello di costumi e scenografie, che rimane costante dall’inizio alla fine, la regia di Baz Luhrmann e il montaggio si modificano adattandosi alle varie fasi della carriera di Elvis. L’inizio, frenetico e scoppiettante, dove ciò che vediamo è filtrato dapprima dallo stupore e poi dalle macchinazioni del Colonnello Parker, e in buona parte influenzato dalla natura anticonformista degli artisti che hanno contribuito alla formazione del Re del Rock, al punto che molto spesso i giri di macchina e il montaggio seguono il ritmo della musica, lascia a poco a poco spazio ad uno stile più lineare, quasi “banale”, che torna tuttavia a stupire ogni volta che Elvis sceglie di abbracciare nuovamente la sua anima ribelle, la musica, il pubblico, “staccandosi” letteralmente dai prosaici problemi terreni di soldi, contratti e merchandising. Per quanto riguarda la musica, hit del passato si mescolano all'omaggio di artisti presenti, in un continuo alternarsi di stili ed epoche che, giustamente, sottolineano come senza Elvis, B.B. King, Little Richards e gli altri esponenti della loro generazione, non esisterebbe la maggior parte dei generi odierni, rap e trap compresi, e come la musica non abbia epoca né confini, come ci insegna da anni Luhrmann. Assai coinvolgenti anche le interpretazioni non solo di Austin Butler, perfetto nei panni di un Elvis bello, fragile e sensuale, pronto a regalare una performance capace di superare l'imitazione fine a sé stessa nonostante le tipiche mosse del Re siano riproposte in maniera quasi filologica, ma soprattutto quella di Tom Hanks, finalmente distante dal ruolo di vicino buono della porta accanto; il Colonnello Perkins è un abietta macchia di muffa nel salotto, un falso voltagabbana della peggior specie, e al di là del trucco sotto cui è sepolto sono proprio gli occhi e gli atteggiamenti di Hanks a veicolare tutto lo schifo che dovevano provare per Perkins i pochi che ancora avevano occhi per vedere oltre il bagliore del lusso e dei soldi da spremere a Elvis. In definitiva, direi quindi che Elvis mi è piaciuto molto: non siamo ai livelli di Moulin Rouge o Romeo + Juliet, ci mancherebbe, ma di sicuro l'ho apprezzato molto più de Il grande Gatsby, quindi vi consiglio di correre a vederlo!

Del regista e co-sceneggiatore Baz Luhrmann ho già parlato QUI. Tom Hanks (Colonnello Parker), David Wenham (Hank Snow), Olivia DeJonge (Priscilla), Kelvin Harrison Jr. (B.B. King) e Kodi Smit-McPhee (Jimmie Rodgers Snow) li trovare invece ai rispettivi link. 

Austin Butler interpreta Elvis Presley. American, ha partecipato a film come Yoga Hosers, I morti non muoiono, C'era una volta... a Hollywood e a serie quali Hannah Montana, CSI: Miami e CSI: NY. Anche, ha 31 anni e un film in uscita, Dune - Part Two.


Richard Roxburgh
interpreta Vernon. Australiano, ha partecipato a film come Moulin Rouge, La leggenda degli uomini straordinari, Van Helsing, Mission: Impossible II e La battaglia di Hacksaw Ridge. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.


Dacre Montgomery
interpreta Steve Binder. Australiano, famoso per il ruolo di Billy in Stranger Things, ha partecipato a film come Better Watch Out. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 28 anni.


Ansel Elgort, Miles Teller, Aaron Taylor-Johnson e Harry Styles hanno sostenuto il provino per il ruolo di Elvis, mentre Maggie Gyllenhaal e Rufus Sewell erano stati presi per il ruolo dei genitori del cantante ma hanno dovuto rinunciare per altri impegni dopo che la produzione si era interrotta a causa del Covid. Ciò detto, se Elvis vi fosse piaciuto recuperate Rocketman e Bohemian Rhapsody. ENJOY! 

venerdì 22 dicembre 2017

Better Watch Out (2016)

Natale è vicino, quindi quale occasione migliore per guardare Better Watch Out, diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Chris Peckover?


Trama: la vigilia di Natale, Luke e la sua babysitter Ashley rimangono soli in casa e sono costretti a difendersi quando qualcuno cerca di entrare nell'edificio armato di intenzioni palesemente pericolose...


Diversamente dal solito, questo post sarà diviso in due parti. Questo paragrafo sarà SPOILER FREE ma quello dopo sarà necessariamente spoilerosissimo. Lettori avvisati, mezzi salvati. La scelta deriva dal fatto che parlare di Better Watch Out senza rovinare la sorpresa a chi non lo avesse ancora guardato significherebbe scrivere due righe e stop mentre ci sarebbe tanto da dire su questa intrigante commedia horror a sfondo natalizio, uno degli home invasion più bastardi e spiazzanti usciti in questi ultimi anni. Personalmente adoro le pellicole che subiscono in corso d'opera un brusco cambio di registro, soprattutto quelle che iniziano come supercazzola (tutelata da uno dei RE delle commedie USA, il mitico Patrick Warburton, che con Virginia Madsen forma una coppia tutta da ridere) e poi ammazzano lo spettatore con un'ininterrotta sequenza di nefandezze deprimenti, soprattutto in questi tempi in cui la figura delle babysitter, o comunque delle eroine bionde anni '90, è tornata di gran moda. Better Watch Out incarna perfettamente lo spirito del primo Scream, che faceva grande uso del telefono come veicolo di salvezza ma anche di morte e inganni, ci fa ripiombare nell'incubo delle gigantesche magioni americane tanto illuminate dentro quanto oscure ed insidiose fuori e ci mostra una babysitter che non ha paura di nulla (o quasi) quando si tratta di proteggere il cucciolo che le è stato affidato. La prima parte del film, claustrofobica quanto basta, segue ogni cliché dell'home invasion "addolcendolo" con la simpatica interazione tra i due protagonisti, abbastanza simile a quella di The Babysitter nonostante Ashley sia un po' più fighetta di Samara Weaving e più pronta a considerare Luke un rompipalle piuttosto che un compagno di giochi; ciò che viene dopo, ovvero quando la home invasion entra nel vivo, è ben più serio, per quanto il livello di gore si mantenga sempre basso e gli omicidi avvengano spesso fuori campo, enfatizzati da un montaggio mirato (la scena della vernice è spettacolare ed angosciante), e il tutto viene reso più "sopportabile" da ampie dosi di humour nero e citazioni a tema (oltre che da garrule carole natalizie, ça va sans dire). Se vi fidate di ciò che ho scritto fino qui potete anche smettere di leggere e recuperare sereni Better Watch Out, preparandovi per una serata all'insegna del Natale e della cattiveria, altrimenti potete andare avanti fino alla fine ma non dite poi che non vi avevo avvertiti!


SPOILERISSIMO (anche se cercherò di non esserlo troppo)

A metà film Better Watch Out spiazza lo spettatore con un twist inaspettato. O, meglio, con un twist nel twist: uno penserebbe ad una sorta di punizione dopo uno scherzo cretino, invece la realtà è peggio e la sceneggiatura diventa un thriller psicologico avente per protagonista la versione malvagia di Kevin McAllister, dove non a caso Mamma ho perso l'aereo viene citato in più di un'occasione. Il regista, coadiuvato alla sceneggiatura da Zack Kahn, comico autore tra l'altro di sketch per Mad TV, gioca con i cliché del genere e crea un prodotto in costante bilico tra parodia e thriller serio, dove a poco a poco i personaggi si rivelano per quello che sono davvero, gettando maschere o indossandone altre a seconda delle occasioni, in un gioco costante di manipolazioni e prevaricazione che talvolta diventa persino triste e malinconico (a tal proposito Ed Oxenbould è meglio qui piuttosto che in The Visit). Il film a un certo punto comincia ad appoggiarsi quasi interamente sull'interpretazione del bravissimo Levi Miller, croce e delizia della pellicola in quanto foriera di sentimenti ambivalenti. Il ragazzino a tratti mette parecchia inquietudine, soprattutto quando mette in atto i suoi sotterfugi più biechi, mentre altre volte verrebbe voglia di entrare nello schermo e prenderlo a schiaffi per le sue intemperanze e le crisi isteriche da moccioso viziato; d'altra parte, è anche vero che proprio questo ultimo aspetto funziona come una sorta di parodia di tutti i pargoli mediamente geniali che spadroneggiano nelle commedie natalizie e non, quindi basta inghiottire il desiderio di cambiare i connotati a Luke e il film scivola via che è un piacere (per quanto il Bolluomo, poco avezzo al genere, sia rimasto sinceramente indignato all'idea che il villain potesse arrivare a farla franca). Per chi, come me, è ormai avvezzo agli horror e riesce a prevedere i colpi di scena dopo i primi tre minuti, Better Watch Out è quindi un bellissimo regalo da tenere sotto l'albero nonché un validissimo esponente del genere "horror natalizio" o, meglio, ancora, del genere "ragazzini malvagi". Sarebbe stato bellissimo vedere Harry e Marv alle prese con Luke, pronto a dar loro man forte per zittire per sempre lo stramaledetto Kevin!

FINE SPOILERATA


Di Patrick Warburton, che interpreta Robert Lerner, ho già parlato QUI mentre Virginia Madsen, che interpreta Deandra Lerner, la trovate QUA.

Chris Peckover è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha girato anche l'horror Undocumented. E' anche produttore e attore.


Olivia DeJonge interpreta Ashley. Australiana, ha partecipato a film come The Visit e Scare Campaign. Ha 19 anni e un film in uscita.


Ed Oxenbould, che interpreta Garrett, era proprio l'odioso fratellino rapper della DeJonge in The Visit mentre Levi Miller, che interpreta Luke, ha partecipato a Pan - Viaggio sull'Isola che non c'è, ovviamente nei panni di Peter. Altro volto conosciuto, almeno per chi ha guardato Stranger Things 2, è quello di Dacre Montgomery, che qui compare col ruolo di Jeremy mentre nella serie dei Duffer Brothers era il terribile Billy Hargrove, fratello di Max. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate The Babysitter, Red Christmas, The Visit e ovviamente Mamma ho perso l'aereo. ENJOY!

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