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martedì 6 dicembre 2022

Gli occhi del diavolo (2022)

Ho rimandato ancora la visione di Bones and All (ma QUI trovate la recensione scritta per me da Vidur di Pellicole dall'Abisso) perché ero sicura che il primo horror a saltare a Savona sarebbe stato Gli occhi del diavolo (Prey for the Devil), diretto dal regista Daniel Stamm e, focca la bindella!, avevo proprio ragione ad essere così sicura. Ne è valsa comunque la pena?


Trama: Ann è una suora dal passato traumatico, che esercita all'interno di un'accademia per esorcisti. Quando un demone minaccerà una delle piccole ospiti della struttura, la suora sarà costretta ad affrontare i più oscuri recessi del proprio animo...


Gli occhi del diavolo mi ha dato la stessa impressione di Incarnate, horroretto di qualche anno fa, sempre a tema demoniaco. Alla fine del film mi sono girata verso i miei compari di visione dicendo "Pensavo peggio, dai. Però mi è sembrato il pilot di una serie TV." ed entrambi hanno avvallato la mia impressione. Probabilmente succede, quando gli sceneggiatori (ben tre!) vengono dal mondo della serialità e, soprattutto, due di loro non hanno mai messo mano a un horror. Se andate a vedere le loro schede su IMDB scoprirete infatti che i tre hanno in comune la partecipazione alla serie Buddies, spin-off di Quell'uragano di papà, e addirittura un paio hanno collaborato al cartone animato Rio, quindi con l'horror c'entrano proprio come i cavoli a merenda ma, probabilmente, hanno ben presente come si costruisce un'eroina "materna" in grado di accattivarsi i più piccoli. La protagonista del film, Ann, è una suora non convenzionale, che fin dall'inizio ci viene proposta in abiti borghesi, truccata di tutto punto, giovane animo ribelle pronta a scuotere dalle fondamenta la secolare tradizione che consente solo ai preti di praticare gli esorcismi, mentre alle suore è riservato il ruolo di "infermiere" sul campo; a differenza dei suoi colleghi, Ann sa guardare oltre il demone per concentrarsi sulle vittime, e ai miei occhi di bimba cresciuta a pane, cartoni animati e serie TV questa sua caratteristica l'ha messa sullo stesso piano di Sailor Moon, Buffy e tutte quelle fanciulle speciali non perché si sono fatte il mazzo cubico ma perché hanno avuto la "fortuna" di nascerlo (cito Buffy perché Ann è bionda, anche se il suo colore di capelli ha una sfumatura che strizza più l'occhio ai Targaryen). In pratica, Gli occhi del diavolo mi è sembrata la origin story di una supereroina, e il finale "aperto" mi ha dato ragione, anche se non ho trovato in rete notizie di un'eventuale serie televisiva ispirata al film, per fortuna.  


Che poi, Gli occhi del diavolo. E' vero, a causa del doppiaggio italiano la qualità del film somiglia parecchio a quella de Gli occhi del cuore, ma mai una volta che nel corso della vicenda si parli di occhi (tranne nell'unica scena orripilante durante la quale ho dovuto girarmi per non vedere) o simili, tant'è che nel titolo originale, che gioca sulla consonanza tra Prey e Pray, si fa riferimento alle prede del dimonio, il quale ha la pazienza di passare anni a cacciare la stessa persona, da buon segugio. Lo fa, com'è ovvio, con mille omaggi a L'esorcista e con una struttura simile a quella delle migliaia di horror a tema che hanno preceduto Gli occhi del diavolo, film che non spicca particolarmente né per la trama né tantomeno per la realizzazione, visto che ogni jump scare è facilmente prevedibile e gli infarti si possono evitare con un'agile mano davanti alla faccia. Peccato, perché con un po' più di originalità a livello di regia e struttura, l'idea di una suora esorcista non sarebbe stata nemmeno così male, anche solo per fare indignare i broflakes e fare ammattire chi si sente offeso da ogni svolta femminile all'interno delle opere di finzione, ma data la pochezza dell'operazione, ho paura non se ne sia accorto nessuno. Se mai qualcosa, di questo Gli occhi del diavolo, mi rimarrà ancora in mente tra qualche mese, probabilmente sarà l'esilarante scherzone del demonio ai danni del boss degli esorcisti, condannato a subire una figuraccia indegna con tanto di capata in terra, gli appunti di Ann corredati di lunghezza della lingua degli indemoniati, e il fatto che Virginia Madsen, un tempo bellissima, sia diventata una sciura abbastanza sfatta. Avanti il prossimo!


Di Virginia Madsen, che interpreta la dottoressa Peters, ho già parlato QUI.

Daniel Stamm è il regista della pellicola. Tedesco, ha diretto film come L'ultimo esorcismo ed episodi di serie quali Scream: La serie, Fear the Walking Dead e Loro. Ha 46 anni. 


Se Gli occhi del diavolo vi fosse piaciuto recuperate L'esorcista, l'unico esponente degno di questo genere di film e, al limite, la saga di The Conjuring. ENJOY!

venerdì 3 settembre 2021

Candyman (2021)

Era uno dei film che aspettavo di più quest'anno e devo ammettere che Candyman, diretto e co-sceneggiato dalla regista Nia DaCosta, non mi ha delusa per nulla.


Trama: un pittore in crisi creativa si ritrova coinvolto in atroci delitti perpetrati dalla misteriosa figura di Candyman, la cui maledizione si propaga tramite gli specchi.


Ditelo il suo nome, su. Mettetevi davanti allo specchio e, quando non sapete cosa fare, ripetete cinque volte Candyman. Non ci pensate neanche, vero? Sarebbe meglio fare finta di non sapere neppure chi sia Candyman, no? Eppure certe leggende, anche se sarebbe meglio dimenticarle, non possono scomparire così facilmente, nonostante tutti gli sforzi fatti per farle cadere nell'oblio, vuoi per la paura, vuoi per la vergogna, vuoi per una distorta interpretazione dei fatti. E se il Candyman degli anni '90 era un'affascinante figura desiderosa di perpetuare la sua leggenda per questioni squisitamente egoistiche, assurto a totem sanguinario e vendicativo di un'intera comunità di reietti timorosi di poter morire per mano sua, quello dell'annus domini 2021 nasce per dare una voce a questi reietti. O meglio, si rigenera ogni volta che una persona di colore viene ingiustamente uccisa e torturata, com'era accaduto verso la fine dell'800 al pittore Daniel Robitaille, reo di essersi innamorato di una bianca, e come, duecento anni dopo, è successo  a un povero cristo colpevole di essere il nero sbagliato nel luogo (infestato da poliziotti bianchi) sbagliato. E se quest'ultimo episodio in particolare vi ricorda qualcosa, capirete perché, nonostante la ricchezza, nonostante la fama, nonostante la libertà apparente e le case di lusso, fare parte di una minoranza è molto spesso, anche al giorno d'oggi, un'enorme e pericolosa fregatura e anche quando la vita scorre placida c'è sempre qualcosa da dimostrare a qualcuno, perché Dio non voglia che chi si ritiene normale o "superiore" perda occasione di sottolinearlo in ogni occasione. Il nuovo Candyman, bellissimo e patinato, è lo specchio (haha!) perfetto dei suoi protagonisti e realizzatori, a loro volta bellissimi e universalmente rispettati e riconosciuti (alla sceneggiatura c'è anche Jordan Peele, che avrebbe dovuto dirigere il film) ma resi inquieti da una rabbia e un disagio che fa parte del retaggio della loro gente e deriva da quei diritti faticosamente conquistati col sangue e che nel sangue possono scomparire, nel giro di un secondo.


Una rabbia e un disagio che deriva, e questo Candyman lo sottolinea alla perfezione, anche e soprattutto dall'essere stati per anni impossibilitati a raccontare la propria storia. Ci sono un paio di momenti surreali in Candyman, più del vedere un uomo con l'uncino uscire dagli specchi e fare scempio di colpevoli e innocenti, e sono quelli in cui ad Anthony viene insegnato (da bianchi) come dovrebbe esprimere il suo retaggio di giovane di colore, mentre un'altra persona insegna, a lui artista, come sfruttare al meglio la propria arte; è proprio la comunicazione, o l'uso distorto che si può fare di essa, l'appropriarsi di racconti e storie che appartengono ad altri, il cuore di questo Candyman, fin dallo splendido teatrino d'ombre che racconta una versione "riveduta e corretta" della pellicola di Bernard Rose per arrivare all'angosciante aut aut finale che viene "offerto" a Brianna, personaggio che, in realtà, viene privato già per tutto il film della possibilità di dare il significato che desidera all'avvenimento più traumatico della sua esistenza. Candyman è dunque un sequel che riprende i temi dell'originale riaggiornandoli alla luce di una consapevolezza odierna e di lotte che non possono più essere ignorate, elementi che da una parte arricchiscono incredibilmente il materiale di partenza mentre dall'altra, forse, lo rendono meno poetico, più distante dalla natura di favola nera che donava al film di  Bernard Rose quell'aura così particolare. Di sicuro, anche il Candyman di Nia DaCosta non difetta di momenti gore e schifosetti, di sequenze decisamente ben riuscite e di un ottimo utilizzo sia degli squallidi ambienti del ghetto sia dell'arte in tutte le sue forme, altri punti a favore che mi spingono a consigliarne la visione non solo a chi non ha mai visto Candyman ma anche a chi vive d'amore per l'originale e ha paura di trovarsi davanti una schifezza. Dategli una chance, non ve ne pentirete! 


Di Colman Domingo (William Burke), Virginia Madsen (la voce di Helen Lyle) e Tony Todd (Daniel Robitaille/Candyman) ho già parlato ai rispettivi link.

Nia DaCosta è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Americana, ha diretto un altro film, Little Woods .Anche produttrice, ha 32 anni e un film in uscita, Captain Marvel 2.


Yahya Abdul-Mateen II
interpreta Anthony McCoy. Americano, ha partecipato a film come Baywatch, Aquaman, Noi e Il processo ai Chicago 7. Anche produttore, ha 35 anni e tre film in uscita tra cui Matrix 4 e Aquaman and the Lost Kingdom. 


Teyonah Parris
, che interpreta Brianna, era la Monica Rambeau della serie Wanda/Vision, personaggio che dovrebbe tornare nell'imminente Captain Marvel 2, diretto sempre da Nia DaCosta; Vanessa Williams è invece la stessa attrice che interpretava Anne-Marie McCoy in Candyman - Terrore allo specchio.  Niente di fatto invece per LaKeith Stanfield, che ha rifiutato il ruolo di Anthony per partecipare a  Judas and the Black Messiah. Candyman è un sequel diretto di Candyman - Terrore dietro lo specchio ed ignora i sequel L'inferno nello specchio (Candyman 2) Candyman - Il giorno della morte, che comunque potete sempre recuperare se vi interessa la figura di questo carismatico babau. ENJOY! 


venerdì 22 dicembre 2017

Better Watch Out (2016)

Natale è vicino, quindi quale occasione migliore per guardare Better Watch Out, diretto e co-sceneggiato nel 2016 dal regista Chris Peckover?


Trama: la vigilia di Natale, Luke e la sua babysitter Ashley rimangono soli in casa e sono costretti a difendersi quando qualcuno cerca di entrare nell'edificio armato di intenzioni palesemente pericolose...


Diversamente dal solito, questo post sarà diviso in due parti. Questo paragrafo sarà SPOILER FREE ma quello dopo sarà necessariamente spoilerosissimo. Lettori avvisati, mezzi salvati. La scelta deriva dal fatto che parlare di Better Watch Out senza rovinare la sorpresa a chi non lo avesse ancora guardato significherebbe scrivere due righe e stop mentre ci sarebbe tanto da dire su questa intrigante commedia horror a sfondo natalizio, uno degli home invasion più bastardi e spiazzanti usciti in questi ultimi anni. Personalmente adoro le pellicole che subiscono in corso d'opera un brusco cambio di registro, soprattutto quelle che iniziano come supercazzola (tutelata da uno dei RE delle commedie USA, il mitico Patrick Warburton, che con Virginia Madsen forma una coppia tutta da ridere) e poi ammazzano lo spettatore con un'ininterrotta sequenza di nefandezze deprimenti, soprattutto in questi tempi in cui la figura delle babysitter, o comunque delle eroine bionde anni '90, è tornata di gran moda. Better Watch Out incarna perfettamente lo spirito del primo Scream, che faceva grande uso del telefono come veicolo di salvezza ma anche di morte e inganni, ci fa ripiombare nell'incubo delle gigantesche magioni americane tanto illuminate dentro quanto oscure ed insidiose fuori e ci mostra una babysitter che non ha paura di nulla (o quasi) quando si tratta di proteggere il cucciolo che le è stato affidato. La prima parte del film, claustrofobica quanto basta, segue ogni cliché dell'home invasion "addolcendolo" con la simpatica interazione tra i due protagonisti, abbastanza simile a quella di The Babysitter nonostante Ashley sia un po' più fighetta di Samara Weaving e più pronta a considerare Luke un rompipalle piuttosto che un compagno di giochi; ciò che viene dopo, ovvero quando la home invasion entra nel vivo, è ben più serio, per quanto il livello di gore si mantenga sempre basso e gli omicidi avvengano spesso fuori campo, enfatizzati da un montaggio mirato (la scena della vernice è spettacolare ed angosciante), e il tutto viene reso più "sopportabile" da ampie dosi di humour nero e citazioni a tema (oltre che da garrule carole natalizie, ça va sans dire). Se vi fidate di ciò che ho scritto fino qui potete anche smettere di leggere e recuperare sereni Better Watch Out, preparandovi per una serata all'insegna del Natale e della cattiveria, altrimenti potete andare avanti fino alla fine ma non dite poi che non vi avevo avvertiti!


SPOILERISSIMO (anche se cercherò di non esserlo troppo)

A metà film Better Watch Out spiazza lo spettatore con un twist inaspettato. O, meglio, con un twist nel twist: uno penserebbe ad una sorta di punizione dopo uno scherzo cretino, invece la realtà è peggio e la sceneggiatura diventa un thriller psicologico avente per protagonista la versione malvagia di Kevin McAllister, dove non a caso Mamma ho perso l'aereo viene citato in più di un'occasione. Il regista, coadiuvato alla sceneggiatura da Zack Kahn, comico autore tra l'altro di sketch per Mad TV, gioca con i cliché del genere e crea un prodotto in costante bilico tra parodia e thriller serio, dove a poco a poco i personaggi si rivelano per quello che sono davvero, gettando maschere o indossandone altre a seconda delle occasioni, in un gioco costante di manipolazioni e prevaricazione che talvolta diventa persino triste e malinconico (a tal proposito Ed Oxenbould è meglio qui piuttosto che in The Visit). Il film a un certo punto comincia ad appoggiarsi quasi interamente sull'interpretazione del bravissimo Levi Miller, croce e delizia della pellicola in quanto foriera di sentimenti ambivalenti. Il ragazzino a tratti mette parecchia inquietudine, soprattutto quando mette in atto i suoi sotterfugi più biechi, mentre altre volte verrebbe voglia di entrare nello schermo e prenderlo a schiaffi per le sue intemperanze e le crisi isteriche da moccioso viziato; d'altra parte, è anche vero che proprio questo ultimo aspetto funziona come una sorta di parodia di tutti i pargoli mediamente geniali che spadroneggiano nelle commedie natalizie e non, quindi basta inghiottire il desiderio di cambiare i connotati a Luke e il film scivola via che è un piacere (per quanto il Bolluomo, poco avezzo al genere, sia rimasto sinceramente indignato all'idea che il villain potesse arrivare a farla franca). Per chi, come me, è ormai avvezzo agli horror e riesce a prevedere i colpi di scena dopo i primi tre minuti, Better Watch Out è quindi un bellissimo regalo da tenere sotto l'albero nonché un validissimo esponente del genere "horror natalizio" o, meglio, ancora, del genere "ragazzini malvagi". Sarebbe stato bellissimo vedere Harry e Marv alle prese con Luke, pronto a dar loro man forte per zittire per sempre lo stramaledetto Kevin!

FINE SPOILERATA


Di Patrick Warburton, che interpreta Robert Lerner, ho già parlato QUI mentre Virginia Madsen, che interpreta Deandra Lerner, la trovate QUA.

Chris Peckover è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha girato anche l'horror Undocumented. E' anche produttore e attore.


Olivia DeJonge interpreta Ashley. Australiana, ha partecipato a film come The Visit e Scare Campaign. Ha 19 anni e un film in uscita.


Ed Oxenbould, che interpreta Garrett, era proprio l'odioso fratellino rapper della DeJonge in The Visit mentre Levi Miller, che interpreta Luke, ha partecipato a Pan - Viaggio sull'Isola che non c'è, ovviamente nei panni di Peter. Altro volto conosciuto, almeno per chi ha guardato Stranger Things 2, è quello di Dacre Montgomery, che qui compare col ruolo di Jeremy mentre nella serie dei Duffer Brothers era il terribile Billy Hargrove, fratello di Max. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate The Babysitter, Red Christmas, The Visit e ovviamente Mamma ho perso l'aereo. ENJOY!

mercoledì 3 febbraio 2016

Joy (2015)

Tra piccole deviazioni ed intoppi imprevisti, la marcia d'avvicinamento agli Oscar procede e oggi parlerò di Joy, diretto e co-sceneggiato dal regista David O. Russell e candidato all'Oscar per la performance di Jennifer Lawrence.


Trama: Joy, madre divorziata e vessata da genitori insopportabili, inventa l'innovativo prototipo di un bastone per lavare i pavimenti ma il suo cammino verso il successo è irto di difficoltà...


L'ultima pellicola di David O. Russell, autore che solitamente apprezzo, stavolta partiva svantaggiata in quanto il giorno prima avevo avuto modo di guardare il meraviglioso The Hateful Eight. Capite bene che, essendo io fresca di Tarantino, qualsiasi film visto subito dopo rischiava di diventare automaticamente una bagatella. Il problema è che, per quel che ne ho capito, Joy E' una bagatella, un filmetto privo di mordente che non sa bene che pesci prendere. La storia è debolmente basata sulla biografia di Joy Mangano, "la donna che ha inventato il Mocio Vileda" e possiede i brevetti di un altro centinaio di oggetti, una biografia dalla quale O.Russell si è staccato per raccontare la "sua" America fatta di sciocchi bassoborghesi in vena di arricchirsi, gente che ha buttato consapevolmente nel cesso la propria esistenza e povere donne che faticano ad avere successo all'interno di una società che aspetta solo di masticarle e sputarle. L'idea sarebbe anche carina e la storia potrebbe anche risultare edificante se non fosse che il regista e sceneggiatore ha ricamato un po' troppo sugli odiosi personaggi secondari, soccombendo così al suo stesso desiderio di parodiare le soap opera tanto amate dalla madre della protagonista: l'interessante parallelo iniziale tra la (non) vita di Joy e le vicende delle disnibite Danica e Clarinda televisive, forse il punto più alto toccato dalla pellicola, si perde annaspando in un intrico di inspiegabili e grottesche cattiverie familiari e culmina in un ridicolo finale a base di mezzi malviventi, spionaggio industriale e vittorie tirate per i capelli, con tanto di moraletta annessa. Appassionarsi alle vicende di una casalinga disperata armata di mocio non è tanto facile, questo è vero, ma ho visto film con protagonisti anche più improbabili, ai quali mi sono comunque affezionata; gli sforzi di Joy invece paiono fatti di aria fritta, tesi verso un finale che immaginiamo già essere positivo e, sinceramente, più che una scalata verso il successo pompata da orgoglio e salda volontà, quella della protagonista è più una battaglia disperata per non venire sommersa dai debiti. Per dire che ho visto più cuore in Creed, davvero.


Stranamente, il film non solo è piatto per quel che riguarda la storia ma anche per quel che concerne la regia. Tolto il già citato inizio, dove grazie anche ad un montaggio intelligente le immagini reali e quelle di finzione televisiva si susseguono senza soluzione di continuità, e tolta l'interessante parte centrale ambientata nel bizzarro mondo delle televendite (con il ritorno di "Joan Rivers", nientemeno!!), all'interno della quale spicca la "regia nella regia" del sempre gnocco Bradley Cooper, il resto della pellicola è molto ordinario. L'altra cosa che mi perplime è la candidatura all'Oscar di Jennifer Lawrence. L'attrice è sulla cresta dell'onda e va bene, bisogna mungere la vacca (perdonatemi l'inelegante parallelo, non mi riferivo certo direttamente a lei) finché è giovane e ha ancora latte, ma volete davvero dirmi che la sua interpretazione possa mettersi sullo stesso piano di quella di Cate Blanchett (l'unica che ho visto all'opera finora, per le altre attrici sospendo il giudizio)? Purtroppo con la Lawrence ho avuto a che fare solo per quel che riguarda film "commerciali" come X-Men e The Hunger Games ma francamente ero rimasta molto più colpita vedendo la sua performance in American Hustle; sì, con Joy tiene praticamente sulle spalle tutto il film e forse questo potrebbe trarre in inganno ma all'interno di una pellicola girata e scritta meglio, con un cast di supporto che non sia formato da ex grandi attori ormai in declino buoni solo a strappare una garbata risata, probabilmente la piccola Jennifer avrebbe lasciato la stessa impressione di un mocio appoggiato al muro. Poi, per carità, ho visto di peggio e devo dire che Joy per passare una serata tranquilla va anche bene, non stiamo parlando di un film orribile diretto da una capra e interpretato da un branco di cani. Però ecco, insomma, visto l'hype dei fan e il megaposter appeso appena prima della galleria tra Albissola e Savona mi aspettavo MOLTO di più. MainaJJoy, proprio.

No vabbé, mainajjoy. Una joy c'è. Sant'uomo.
Del regista e co-sceneggiatore David O. Russell ho già parlato QUI. Jennifer Lawrence (Joy), Robert De Niro (Rudy), Bradley Cooper (Neil Walker), Diane Ladd (Mimi), Virginia Madsen (Terry) e Isabella Rossellini (Trudy) li trovate invece ai rispettivi link.

Edgar Ramirez (vero nome Edgar Ramírez Arellano) interpreta Tony. Venezuelano, ha partecipato a film come Zero Dark Thirty, The Counselor - Il procuratore e Liberaci dal male. Anche produttore, ha 39 anni e quattro film in uscita.


Ad interpretare Joan Rivers, morta nel 2014, c'è la figlia Melissa, al secolo Melissa Warburg Rosemberg, mentre la sua collega Cindy è interpretata dalla figlia adottiva di Robert De Niro, Drena. Detto questo, se Joy vi fosse piaciuto recuperate American Hustle e La grande scommessa. ENJOY!

martedì 19 agosto 2014

Il messaggero (2009)

Come volevasi dimostrare, la Notte Horror di Italia 1 è foriera di diludendo ed è molto meglio quella organizzata da noi Blogger. Esempio lampante è stato il terzo film in programmazione quest'anno, Il messaggero (The Haunting in Connecticut), diretto nel 2009 dal regista Peter Cornwell.


Trama: per consentire al figlio malato di cancro di essere più vicino all'ospedale che lo ha in cura, la famiglia Campbell si trasferisce in una nuova casa in Connecicut. Presto il ragazzo comincia ad essere preda di orribili visioni legate al sinistro passato della casa, un tempo usata come agenzia di pompe funebri...


Ciò che mi ha salvata dall'oblio durante la visione de Il messaggero (ennesimo esempio di titolo italiano al limite dell'idiozia, messaggero de che, di una sfiga cosmica??) è stato il tempestivo ritorno dei genitori unito alla loro difficoltà nell'aprire la porta di casa o anche questa volta, come già successo con My Soul to Take, mi sarei addormentata senza possibilità di risveglio, neanche mi avesse uccisa Freddy Krueger. Il messaggero è infatti la quintessenza della noia fatta a horror, il classico film dove "non succede niente" ma in senso negativo: non è che Il messaggero giochi sulle atmosfere, sull'inquietudine, sul "non visto che fa ancora più paura", non succede proprio una benemerita mazza e quel poco che succede fa venire il latte alle ginocchia per quanto è banale e raffazzonato. Abbiamo la solita famiglia di poveri cialtroni che, ovviamente, si va a trasferire nella solita casa a due piani con inquietante cantina e soffitta annesse dove, neanche a dirlo, cominciano a manifestarsi i soliti spiriti maligni che un po' spostano piatti, un po' ti compaiono alle spalle per il solo gusto di farlo e per guardarti con scazzo, un po' possiedono il membro più debole della famiglia per fargli fare cose innominabili (nella fattispecie: urlare, giusto un po' di sclero, niente di trascendentale) e un po' tentano di farti capire che diamine è successo nella casa perché, giustamente, di star lì dentro ne hanno voglia ancor meno della famiglia perseguitata e vorrebbero uscire per tornare o in paradiso o all'inferno. Il giochino degli spiriti, in un'ora e mezza di pellicola, durerà sì e no un quarto d'ora scarso, il resto de Il messaggero verte sui tentativi di far magonare lo spettatore attraverso il dramma del povero figlio maggiore affetto da cancro che, come se non avesse già abbastanza problemi, deve anche sopportare il fatto di essere l'unico a riuscire a "vedere la gente morta" in quanto dotato di un piede nella fossa e un altro sulla saponetta.


A peggiorare questo quadro già non troppo edificante, ne Il messaggero non si vede la mano del regista, non ci sono delle ambientazioni gradevoli, non viene giocata la carta vintage perché gli anni '80 nel film somigliano terribilmente ai giorni nostri e anche il twist finale, se di twist si può parlare, non ha proprio molto senso e mostra tutti i limiti di una storia già lacunosa di per sé (si vedano le note finali) sulla quale Hollywood ha dovuto necessariamente ricamare per giustificare la realizzazione di un film, infarcendola così di cliché che potessero "farla filare" per un'ora e mezza. Il messaggero è purtroppo anche uno spreco di un paio di attori validi come Elias Koteas e Virginia Madsen: il primo, che in italiano viene ovviamente doppiato come De Niro per confondere lo spettatore meno scafato, ormai è abbonato ai ruoli da vecchio nonostante abbia appena una cinquantina d'anni ed interpreta un prete talmente pesante che verrebbe voglia di vederlo preso a calci nelle terga dalle entità infestanti mentre la seconda, poveraccia, è l'unica a metterci anima e bravura nell'interpretare la madre distrutta dal dolore e ormai privata della fede, ma immersa in cotanta pochezza è come se gettasse perle ai porci. Obiettivamente, c'è poco altro da aggiungere su Il messaggero, giusto un paio di ulteriori considerazioni su come i realizzatori non sapessero probabilmente che pesci pigliare. Per ingannare/invogliare lo spettatore medio, ovviamente, la pellicola è stata presentata come "tratta da una storia vera" e l'inizio, con la telecamera a mano fissa sulla protagonista intervistata, da l'idea errata di avere davanti l'ennesimo mockumentary ma quello che perplime davvero è il fatto che Virginia Madsen si lamenti della sfortuna che è capitata alla sua famiglia quando poi la storia finisce a tarallucci e vino! E volendo potrei anche citare la presenza di stormi d'uccelli neri che, com'esuli pensieri, migrano sì nel vespero ma in definitiva non c'entrano nulla con gli eventi scatenanti l'infestazione del titolo originale quindi o gli sceneggiatori si sono fumati un pezzo di script oppure non sapevano cosa metterci per aggiungere un po' di colore a questa sciapa storia di fantasmi, medium, preti e strani becchini che adorano seviziare i cadaveri senza un motivo apparente. In poche parole, evitatelo come la peste!


Di Virginia Madsen (Sara Campbell), Kyle Gallner (Matt Campbell), Elias Koteas (Reverendo Popescu) e Martin Donovan (Peter Campbell) ho già parlato ai rispettivi link.

Peter Cornwell è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto anche due episodi della serie Hemlock Grove. Anche produttore e animatore, ha due film in uscita.


La storia vera alla base de Il messaggero coinvolge, neanche a dirlo, i protagonisti di L'evocazione, Lorraine ed Ed Warren, chiamati dalla famiglia Snedeker per capire cosa stesse accadendo nella loro nuova casa, un tempo usata (come nel film) come agenzia di pompe funebri. Pare che il figlio maggiore, affetto dal linfoma di Hodkin, una volta trasferitosi avesse cominciato a soffrire di sdoppiamento di personalità e avesse persino tentato di stuprare la cugina prima di venire messo in manicomio per più di un mese. Nel frattempo, le demoniache presenze che si pensava infestassero la casa passavano le notti a violentare le donne e sodomizzare il marito (!!); i coniugi Warren hanno effettivamente ammesso che durante la loro permanenza in casa Snedeker "qualcosa" di paranormale è successo, tuttavia lo scrittore Ray Garton, autore di In a Dark Place:The Story of a True Haunting, libro che racconta tutta la storia, avrebbe dichiarato che nessuna delle testimonianze dei membri della famiglia Snedeker coincideva con quella degli altri e che persino Ed Warren aveva ammesso davanti a lui che quella gente era semplicemente pazza, pertanto gli aveva consigliato di aggiungere dettagli di fantasia per rendere la storia più terrificante. Quindi, se si considera che la casa in questione è stata abitata prima e dopo da altre famiglie che non hanno riportato alcun problema, true story my ass, come al solito. Tuttavia, se siete curiosi di vedere la vera casa dove si sono svolti questi eventi potete digitare 208 Meriden Avenue, Southington, Connecticut su Google Maps: dovrebbe essere la villetta a due piani col tetto verde e l'ingresso seminascosto da un alberello. De Il messaggero esiste un seguito che tuttavia racconta un'altra storia, The Haunting in Connecticut 2: Ghosts of Georgia (inedito in Italia direi) e da qualche anno si vocifera l'uscita di un terzo capitolo della saga, The Haunting in New York; nell'attesa, se la pellicola vi fosse piaciuta, potete recuperare i film della serie Poltergeist o Amityville. ENJOY!

domenica 8 settembre 2013

L'ultima profezia (1995)

Dopo averlo inserito di default nella Top 5 di horror con argomento religioso, finalmente riesco a recensire uno dei miei film preferiti, L’ultima profezia (The Prophecy), diretto nel 1995 dal regista Gregory Widen.


Trama: in Paradiso si combatte da secoli una battaglia tra Angeli, scatenata dalla creazione dell’uomo. Il crudele Gabriel scende sulla Terra per cercare un’anima oscura che guiderà le sue schiere alla vittoria ma un investigatore privo di fede tenterà di impedirglielo…


Non ci sono altre parole per dirlo: adoro L’ultima profezia. Le figure misteriose e particolari degli angeli mi hanno sempre affascinata e, in particolare, mi intrigano tutte quelle opere che, in qualche modo, le sporcano e le rendono inquietanti e pericolose. Non a caso, ai tempi dell’uscita italiana, ero diventata matta per il bellissimo Angel Sanctuary della mangaka Kaori Yuki, che trattava l’argomento in chiave shojo-horror aggiornandolo ovviamente ai gusti giapponesi; L’ultima profezia, come concetto ed iconografia, è invece assai più vicino al mondo occidentale e meno complicato per quanto riguarda l’intreccio dei personaggi ma non è per questo meno valido. L’argomento chiave del film è ovviamente la Fede, nel senso più reale del termine. Il protagonista, Thomas, è un investigatore diventato tale perché, al momento di diventare prete, la sua “voce interiore” ha smesso di parlargli, sostituita da orrende visioni di angeli uccisi e torturati. Attorno a lui si muovono gli angeli Simon e Gabriel, entrambi desiderosi di mettere le mani sull’anima nera di un sadico colonnello morto, ma per motivi opposti; nessuno dei due sente più la voce di Dio ma, mentre la fede del primo lo spinge a combattere per quelli che ricorda essere i dettami del “capo”, il secondo agisce ormai per egoismo e invidia, più demone che angelo. A farne le spese, come spesso accade, è l’innocenza di una bambina, che diventa così per Thomas il fulcro di una lotta non solo fisica ma soprattutto interiore, tra volere e dovere, tra bene e male, fede e libero arbitrio: la redenzione finale, se ci sarà, risulterà dolceamara per tutti… e spruzzata di un sentore di zolfo.


Come horror, L’ultima profezia funziona benissimo. Il sangue non scorre proprio a fiumi ma i flash che mostrano i poveri angeli impalati e uccisi mettono i brividi per la ferocia con cui viene descritta la millenaria battaglia e, soprattutto, sono i protagonisti stessi ad inquietare. Il make-up degli angeli li identifica come esseri sovrannaturali da cui guardarsi bene (si veda quello che attacca Simon a inizio film), tuttavia a fare davvero paura sono quelli dall’aspetto più umano, uno su tutti Gabriel. Ecco, Christopher Walken in questo film è semplicemente perfetto, tutto vestito di nero e con quelle incredibili movenze da rapace è allo stesso tempo inquietante ed affascinante e si mangia tutti gli altri bravissimi attori, tra i quali spicca un Viggo Mortensen/Lucifero che, nonostante alcuni dialoghi da brivido (“Sai quando eri piccolo e avevi paura che io fossi nascosto sotto il letto? Beh, c’ero e ti ascoltavo…), raggiunge dei livelli di bellezza decisamente fuori scala. Sproloqui adolescenziali a parte, ne L’ultima profezia è anche interessante il modo in cui l’iconografia e il credo cristiani si fondano con i riti indiani che spostano così l’azione dalla città al deserto, trasformando la pellicola in un particolare e gradevole ibrido tra horror e road movie che, grazie anche all’uso di determinati attori, richiama alla mente delle atmosfere piacevolmente tarantiniane. Insomma, avrete capito che davanti a L’ultima profezia non sono obbiettiva. Come ho detto, l’adoro e se sarò riuscita a convincervi a dargli una chance potrò dirmi soddisfatta!


Di Christopher Walken (Gabriel), Elias Koteas (Thomas Dagget), Virginia Madsen (Katherine), Viggo Mortensen (Lucifero) e Adam Goldberg (Jerry) ho già parlato ai rispettivi link.

Gregory Widen è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, L’ultima profezia è stato il primo e unico film da lui girato, in compenso come sceneggiatore dobbiamo ringraziarlo per il caposaldo anni ’80 Highlander – L’ultimo immortale. Anche produttore e attore, ha 55 anni.


Eric Stoltz interpreta Simon. Americano, lo ricordo per film come La mosca 2, Killing Zoe, Pulp Fiction, Il tuo amico nel mio letto, Piccole donne, Anaconda eThe Butterfly Effect, inoltre ha partecipato a serie come Innamorati pazzi, Hercules, Will & Grace, Medium Grey's Anatomy. Anche regista, produttore e compositore, ha 52 anni e un film in uscita.


Amanda Plummer interpreta Rachael. Americana, figlia di Christopher Plummer e indimenticabile Honey Bunny di Pulp Fiction, la ricordo anche per altri film come Hotel New Hampshire, La leggenda del re pescatore, Cose preziose The Million Dollar Hotel. Ha partecipato anche alle serie Moonlighting e Miami Vice e, come doppiatrice, ha lavorato nel film Hercules e in Phineas & Ferb. Anche sceneggiatrice, ha 56 anni e tre film in uscita, tra cui Hunger Games - La ragazza di fuoco.


Il film ha generato un'intera saga di film a dir poco deprecabili e tutti usciti straight to video: L'angelo del male, La profezia, La profezia - Il libro non scritto e The Prophecy: Forsaken (arrivato in Italia come La profezia prima della fine), questi ultimi due addirittura senza Christopher Walken. Ignorateli tutti e, se L'ultima profezia vi è piaciuto, cercate invece Il tocco del male. ENJOY!!

venerdì 29 aprile 2011

Cappuccetto Rosso Sangue (2011)

Ero già pronta a fare una strage e scrivere una sequela di improperi, più che una recensione. Però la tattica “vai al cinema già maldisposta” ha funzionato come al solito, col risultato che Cappuccetto Rosso Sangue (Red Riding Hood), della sciagurata regista Catherine Hardwicke, si è rivelato quantomeno guardabile.

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Trama: mentre un intero villaggio medievale è minacciato da un enorme lupo, la giovane Valerie è preda di problemi amorosi. Lei è innamorata, ricambiata, di un taglialegna, la famiglia invece vorrebbe farle sposare il figlio di un fabbro, che la ama da sempre. Quando anche il lupo comincia a mostrare interesse per la giovinetta i problemi si complicano…

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Il mio timore, all’ingresso del cinema, era che Cappuccetto rosso sangue fosse un po’ troppo “twilightiano” e che il fulcro della storia fosse esclusivamente l’amore proibito tra la protagonista e un lupo mannaro. Effettivamente, la spada di Damocle della storia da bimbeminkia pende costantemente sul capo dei poveri spettatori, arrivando talvolta a sfiorarli, soprattutto in alcune scenette melense che personalmente mi sarei risparmiata, ma per fortuna al centro della storia ci sono principalmente il lupo e la conseguente caccia alla bestia per scoprire chi, tra gli abitanti del villaggio, sia il portatore della maledizione. Certo, da amante di film horror avrei preferito un po’ più “rosso sangue”, come recita lo stupidissimo titolo italiano, e anche una maggiore fedeltà alla fiaba da cui il film è tratto (non c’è nulla di più bello, infatti, di un’innocente fiaba resa cupa e gotica senza cambiarne troppo i personaggi e la trama, come insegna la divina Kaori Yuki nel divertentissimo ed inquietante Ludwig, che vi consiglio spassionatamente di cercare e leggere), tuttavia il film scorre veloce (per fortuna!) e intrattiene fino alla fine, insinuando dubbi e curiosità anche negli spettatori più scafati grazie ad un semplicissimo escamotage. Infatti, quando il lupo parla per la prima volta a Valerie, lei capisce che in forma umana i suoi occhi sono marroni. Peccato che tutti i personaggi del film, tranne la protagonista, hanno gli occhi marroni o comunque scuri, persino l’attrice Julie Christie, famosa per gli splendidi occhi azzurri, che ha dovuto indossare lenti a contatto marroni per l’occasione.

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Barbatrucchi a parte, comunque, ciò che di bello si può trovare in Cappuccetto rosso sangue non risiede ovviamente nella trama, quanto nelle scenografie e nelle musiche. Le prime sono molto belle ed evocative, tanto che l’inizio, ambientato all’interno di questo pittoresco villaggetto medievale, circondato dalla foresta autunnale, richiama molto dei dettagliatissimi quadri fiamminghi; col proseguire della storia questo ameno paesaggio lascia il posto a montagne innevate, scorci di foresta oscura e falò che illuminano le fredde notti invernali (anche se la gente continua ad andare in giro in maniche corte, chissà perché. Anche lo splendido mantello della protagonista è smanicato, ma non hanno freddo??). Le musiche, invece, mescolano melodie antiche, dai richiami celtici, a suoni più contemporanei: la mia scena preferita è quella del ballo durante la festa del paese, che unisce balli tipicamente medievali a movenze un po’ più moderne, e che mi ha ricordato le sagre medievali che si fanno dalle mie parti, con gruppi di musicisti in costume che si scatenano al suono di tamburi e cornamuse.

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Per quanto riguarda gli interpreti, anche in questo il film è leggermente superiore a Twilight, nonostante la continuità incarnata da Billy Burke: qui è il padre della protagonista, là è il padre di Bella Swank, giusto per attirare meglio le fan senza essere troppo smaccati. Amanda Seyfried nei panni di Valerie è affascinante, innocente e molto espressiva, tanto da consentirmi quasi di sorvolare sulla scelta dei due inespressivi spasimanti, rispettivamente un gatto di marmo e un carciofo. Per fortuna, anche Lukas Haas, Gary Oldman e Julie Christie sono assai ispirati; soprattutto quest’ultima interpreta una misteriosa e ambigua nonnina, assai lontana dalla figura rappresentata nella storica fiaba. Insomma, uno sguardo a Cappuccetto rosso sangue lo darei; solo, non aspettatevi troppo, soprattutto non aspettatevi una rilettura dark dell’opera dei fratelli Grimm, di cui non rimane praticamente traccia tranne giusto verso il finale.

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Come avete letto, dunque, ci sono tantissime facce conosciute in questo film! Di Amanda Seyfried, che interpreta Valerie, ho già parlato qui. Anche Gary Oldman, ovvero Padre Solomon, ha avuto il suo momento di gloria in questi post. Virginia Madsen interpreta la madre di Valerie, e di lei ho parlato qua, mentre Lukas Haas, qui nei panni di Padre Auguste, lo trovate in questo post e, last but not least, la “nonna” Julie Christie è stata nominata qui.

Catherine Hardwicke è la regista del film. Ribadisco la sciaguratezza di questa maledetta, in quanto responsabile di aver girato Twilight dopo aver esordito con un paio di film indipendenti come Thirteen e Lords of Dogtown. Americana, anche responsabile di produzione, produttrice, art director, sceneggiatrice e regista di seconda unità, ha 56 anni e un film in uscita.

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Billy Burke interpreta il padre di Valerie, Cesaire. Salito “agli onori della cronaca” come interprete del padre di Bella Swank in tutti i film della serie Twilight, lo ricordo anche per una pellicola più tamarra ma sicuramente più dignitosa, Drive Angry 3D. Per la tv, ha partecipato a serie come Party of Five, Una mamma per amica e 24. Americano, anche sceneggiatore e produttore, ha 45 anni e quattro film in uscita.   

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Shiloh Fernandez interpreta Peter. Americano, lo ricordo per serie come Cold Case, CSI:NY, Gossip Girl e per un film che vorrei vedere da un po’ di tempo, l’horror Dead Girl. Ha 26 anni.

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Max Irons interpreta Henry. Figlio d’arte a cui auguro la stessa carriera del padre, Jeremy Irons (nonostante abbia una preoccupante fissità di sguardo che, per fortuna, difetta al genitore), ha partecipato al film Dorian Gray. Americano, ha 26 anni.

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Cappuccetto Rosso sangue non è la prima versione cinematografica della famosa fiaba. Le pellicole ad essa dedicate risalgono agli albori del cinema, ma la versione horror/dark più famosa è sicuramente In compagnia dei lupi di Neil Jordan, del 1984, di cui vi lascio il bellissimo ed inquietante trailer. ENJOY!!!

venerdì 27 aprile 2007

The Number 23 (2006)

Ogni tanto capita anche di riuscire ad andare al cinema a vedere un bel film che lascia uscire dalla sala MOLTO soddisfatti, ed è il caso di questo The Number 23 diretto da Joel Schumacher.

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La trama è questa: il 3 febbraio, giorno del suo 32esimo compleanno, Walter Sparrow, un accalappiacani padre di famiglia, si vede regalare dalla moglie un libro scritto sotto pseudonimo, dal titolo The Number 23. Inizialmente poco convinto del regalo, Walter s'immerge nella lettura di quella che sembrerebbe una sorta di biografia della sua vita, e comincia ad essere ossessionato dal numero 23 e dal fatto che un assassino ad esso legato potrebbe essere ancora in libertà...

Questa pellicola è un manuale sull'ossessione che porta lentamente ma inesorabilmente alla follia. All'inizio sembra quasi di assistere ad una commedia "alla Jim Carrey", magari un pò più malinconica: protagonista sfigato, circondato da persone se non cattive comunque irritanti, perfetto marito e padre di famiglia. Fin dal principio, tuttavia, vengono messi in moto quei meccanismi per cui un assommarsi di eventi apparentemente casuali e scollegati influenzano la vita di una persona fino a farla incontrare col suo destino, che è poi l'inquietante fil rouge di tutta la storia, piccole scelte, nomi, eventi, che riconducono inevitabilmente al numero 23.

In parallelo alla storia di Walter ci viene raccontata quella di Fingerling, il protagonista ed autore del libro, un detective hard boiled che potrebbe venire direttamente dalla Sin City di Miller, anche lui preso nel vortice della follia che accompagna l'osessione per il numero 23; nella storia di Fingerling, Walter trova mille similitudini con la propria infanzia, la propria vita, e nella mente immagina il personaggio con le sue fattezze, e la perversa amante di lui identica alla propria moglie.

La tecnica regista usata per le due "vite" è molto diversa. Appena Walter comincia a leggere ed immergersi nel libro, una sequenza a scatole cinesi ci trascina a forza nel mondo di Fingerling, ripreso con tecnica digitale, dai colori vivissimi durante la sua infanzia, e dai toni chiaroscurati del luminosissimo bianco e del tetro nero durante la progressiva immersione nella follia. La trasformazione del magnifico Carrey è ovviamente impressionante. Il suo Fingerling, magrissimo, luciferino, tatuato, debitore del Max Cady di Robert De Niro, è un monumento all'ossessione e alla follia, e tratti del personaggio vengono a poco a poco trasmessi anche al "normale" e sfigato Walter.

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Somiglianza inquietante , nevvero? Bene, mai quanto il fatto che il 3 febbraio, data di nascita di Walter, è anche il giorno del compleanno dell'amica che era seduta accanto a me al cinema. E sapete quanto fa 19 più 4 ovvero la mia data di nascita? Ecco, appunto...

In definitiva The Number 23 è un film ben diretto, interpretato magnificamente (oltre allo strepitoso Jim Carrey anche Virginia Madsen e gli altri attori coinvolti sono bravissimi), riesce a tenere alta la tensione e l'inquietudine fino al finale, banale se vogliamo, ma l'unico veramente sensato. Lo consiglio vivamente.

Joel Schumacher, che nonostante il cognome è americanissimo, ha cominciato a lavorare per il cinema come regista negli anni 70, ma ha raggiunto il successo con l'horror sui vampiri punk Ragazzi Perduti. Prediletti da questo regista sono film con una sottile vena tamarra, che si fa più evidente in alcuni, in generale è portato per film prettamente commerciali, finanziati da grandi major e accompagnati da gran battage pubblicitario, seppur non sempre buoni. Ha diretto tra gli altri Linea mortale, Un giorno di ordinaria follia, Il cliente, gli orripilanti Batman Forever e Batman e Robin (per il quale verrà maledetto dalla sottoscritta a vita) 8MM, Bad Company, e lo splendido The Phantom of The Opera, vera e propria scoperta Australiana. Ha 58 anni e tre film in uscita.



Jim Carrey interpreta William Sparrow e l'oscuro fingerling. Ora, non posso nascondere la mia passione per l'uomo dalla faccia di gomma: io ADORO Carrey, nelle commedie demenziali, nelle commedie malinconiche, nei film seri. Mi piego in due dalle risate per ogni sua smorfia e battuta e piango come una fontana nei suoi film più impegnati. Sono una Regular Carrey Fan, signori, e quanto vorrei vederlo con un Oscar in mano... Tra i suoi film, demenziali e meno, cito: Le ragazze della terra sono facili (dove recita coperto di piume), Ace Ventura, The Mask, Scemo & Più scemo, Batman Forever (l'unico motivo per cui valeva la pena vedere l'orrido film) Il rompiscatole, Bugiardo bugiardo, The Truman Show, Il Grinch, Una settimana da Dio, Se mi lasci ti cancello (assieme a The Truman Show il film che assolutamente i detrattori di Jim dovrebbero vedere per poi andare a vergognarsi) Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi, Dick e Jane operazione furto. Quest'uomo, che è anche un bell'uomo secondo me, ha 44 anni e un film in uscita.



Virginia Madsen, sorella del bellissimo Michael tanto amato da Quentin, interpreta Agatha Sparrow e la perversa Fabrizia. Molto attiva negli anni 80 quest'attrice talentuosa ha recitato in Dune, Candyman, L'ultima profezia, L'uomo della pioggia, Haunting - Presenze, e Radio America. Ha 46 anni e tre film in uscita tra cui Being Michael Madsen, ove reciterà assieme al fratellino, Dennis Hopper, Darryl Hannah e David Carradine... I can't wait!!!



E per ultima citerei Rhona Mitra, che gli aficionados di Nip/Tuck ben conoscono in quanto interprete della detective inglese Kit. Nel film ha un ruolo importante, anche se non posso rovinare la sorpresa. L'attrice inglese ha recitato ne L'uomo senza ombra, e parecchi telefilm tra cui Boston Legal e Party of Five. Ha 30 anni e un film in uscita.



Ed ora un video per rimembrare il vecchio Jim... enjoy ^___^

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