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mercoledì 17 giugno 2026

Faces of Death (2026)

Siccome gli amici orrorofili ne parlavano tutti bene, ho deciso di guardare Faces of Death, diretto dal regista Daniel Goldhaber.


Trama: Margot lavora come content moderator per una piattaforma chiamata Kino. Un giorno incappa in alcuni video di omicidi troppo realistici per essere finti, e decide di indagare...


Faces of Death
è un horror del 1978 finito dritto nell'elenco dei video nasties inglesi, nonché bannato in parecchi paesi. Il motivo di tale accanimento risiede nella sua natura di mockumentary atto, come da titolo, a presentare i vari aspetti della morte attraverso una serie di corti efferati a base di omicidi, sevizie, operazioni chirurgiche, suicidi, immagini dell'Olocausto, animali uccisi o picchiati a sangue, ecc. ecc. All'epoca l'opinione pubblica si era convinta che tutto ciò che veniva mostrato nel film fosse vero, e che quindi Faces of Death fosse uno snuff movie, invece le scene più scioccanti ed esplicite erano state create ad hoc con l'ausilio di effetti speciali. Tutto questo lo scrivo nel caso non sapeste cosa sia Faces of Death, come me prima che decidessi di guardare il film di Daniel Goldhaber. A onor del vero, avevo anche recuperato l'opera del '78, ma quando ho chiesto a Lucia se fosse proprio necessario guardarla mi ha consigliato di vivere serena e di lasciar perdere (ed effettivamente, dopo l'autopsia iniziale ho seguito con gioia il consiglio). Il nuovo Faces of Death, per fortuna, non è un remake, bensì una vicenda a sé ambientata in una realtà in cui Faces of Death esiste e dove un serial killer ha deciso di ammazzare influencer e persone più o meno famose replicando le sequenze più truci del film. Una scelta simile ha consentito ad Isa Mazzei e Daniel Goldhaber di evitare il mero appeal al voyeurismo degli spettatori, per intavolare invece un ragionamento sulla percezione e fruizione della violenza al giorno d'oggi. Negli anni '70, un film come Faces of Death parlava alla "pancia" degli spettatori, era un invito a mettere un piede nel proibito, a rischio di farsi dare dei matti e dei pervertiti, e una sfida a dimostrare quanto pelo si avesse sullo stomaco per sopportare una continua serie di violenze sempre più efferate. Al giorno d'oggi, il pelo ce l'abbiamo non solo sullo stomaco, ma su ogni organo interno, e tutto ciò che i realizzatori di Faces of Death si erano ingegnati a mettere su pellicola ci scorre sotto gli occhi quotidianamente all'interno di telegiornali, internet e piattaforme, che lo vogliamo o meno. Adulti e, purtroppo, ragazzini sempre più giovani, sono ormai desensibilizzati a ogni forma di violenza e orrore, ma provano sempre quell'attrazione insana, quella stessa curiosità morbosa che impedisce di distogliere lo sguardo quando, per esempio, ci sono degli incidenti (o così dicono. Io mi giro dall'altra parte, ché l'ultima volta che mi sono trovata davanti un vecchietto seduto e ferito vicino al suo scooter ho pianto per un'ora alla vista del suo viso triste e sconsolato, per non parlare poi di tutti i film mentali che mi sono fatta all'idea che sarebbe potuto succedere a me, mio padre, ecc. ecc.).


Questo meccanismo perverso è alla base del funzionamento di qualsiasi piattaforma che, senza esagerare onde evitare pesanti sanzioni, lascia comunque passare spizzichi e bocconi di violenza, indecenza, stupidità, per far sì che il pubblico non si stufi e continui a portare numeri. Le prime sequenze del nuovo Faces of Death sono emblematiche. Margot, che lavora come content moderator per la piattaforma Kino, approva tantissimi contenuti discutibili, prima di incappare negli inquietanti video ispirati al film del '78, e anche quando fa notare al suo capo come i video in questione potrebbero non essere falsi, l'ordine che le viene dato è quello di lasciar perdere. Perché immagini audaci come quelle creano traffico ed engagement, spingono la gente a volerne sempre di più; oppure, per quanto negativa, generano pubblicità e quindi alimentano la curiosità di chi ancora non conosce l'ennesimo fenomeno virale. Il nuovo Faces of Death però non critica questo meccanismo. Lo dà, in maniera molto rassegnata, come una realtà assodata ed inevitabile. Piuttosto, il film di Daniel Goldhaber riflette sulle persone, su quanto ormai siamo assuefatti a certe immagini, e si chiede se sia ancora possibile discernere realtà da finzione, avere la percezione del pericolo e della morte, la consapevolezza che l'esistenza del singolo non è un lungo reel ripreso da un telefonino, che lo vede come unico protagonista. Una consapevolezza che Margot ha imparato a sue spese (e non solo) e che la spinge a voler riparare, in qualche modo, ai danni causati proprio dalla sua stupidità, sfruttando quei meccanismi perversi di cui sopra. La sfida mortale tra Margot e Arthur è angosciante proprio perché entrambi cercano di approfittare delle falle del sistema, dapprima per "tirare acqua al loro mulino", poi per cercare di eliminarsi a vicenda prima che ci riesca l'altro.


Proprio per la sua natura di "sfida" all'ultimo sangue, Faces of Death si regge quasi interamente sulla favolosa interpretazione dei due protagonisti. Dacre Montgomery, per quanto mi riguarda, è una garanzia dai tempi di American Horror Story e quest'anno mi aveva già incantata con la partecipazione a Il filo del ricatto, ma i suoi tratti delicati, quasi "di plastica", passatemi il termine, lo rendono perfetto per interpretare insospettabili, glaciali serial killer. Inoltre, quando sbrocca malissimo fa davvero paura. Barbie Ferreira, invece, non la conoscevo, anche se era già comparsa in Nope, ed è stata una bellissima sorpresa. La sua Margot è una ragazza spezzata, ma è anche cazzuta, e dotata di una notevole dose di testardaggine; seguire le sue indagini sempre più angosciate e arrivare a temere seriamente per la sua vita mette un ansia tremenda ed è uno dei punti di forza del film. Per quanto riguarda il Faces of Death originale, non è che il film di Daniel Goldhaber faccia venire voglia di recuperarlo, nonostante la sua natura di omaggio. Gli spezzoni scelti da Arthur, riproposti con un elegante mix di manichini e persone vere, oltre che con dovizia di sangue, non nascondono la natura rozza e la ricerca dello shock fine a se stesso dell'originale, e simili operazioni mi davano già fastidio quando ero una ragazzina scema e potenzialmente suggestionabile (i mondo movie e i loro emuli li ho sempre evitati), figuriamoci oggi che ho 45 anni. A una sequela ininterrotta di brutture preferisco film come questo Faces of Death, al quale mi sono avvicinata senza troppe aspettative e che, grazie alla storia intrigante, all'ottimo ritmo, e ad un ultimo atto mozzafiato, è diventato una delle visioni più interessanti dell'anno. 


Di Dacre Montgomery, che interpreta Arthur Spevak, ho già parlato QUI.

Daniel Goldhaber è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Cam. Anche produttore e montatore, ha 34 anni.


Barbie Ferreira
interpreta Margot Romero. Americana, ha partecipato a film come Nope e, come doppiatrice, ha lavorato in Robot Chicken. Anche modella, produttrice e regista, ha 29 anni.


Ovviamente, se Faces of Death vi fosse piaciuto, recuperate l'originale del 1978, con la mia benedizione (io continuerò ad evitarlo!). ENJOY!

mercoledì 25 febbraio 2026

Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (2025)

Pur non avendone mai sentito parlare fino a una settimana fa, domenica sono andata a vedere Il filo del ricatto - Dead Man's Wire (Dead Man's Wire), diretto nel 2025 dal regista Gus Van Sant.


Trama: Richard Hall, presidente di una società di prestiti, viene preso in ostaggio da Tony Kiritsis, furibondo per essere stato, a suo dire, truffato da Richard e dal padre...


Come ho scritto all'inizio, non avevo mai sentito parlare de Il filo del ricatto ma, complici un paio di recensioni più che positive scorte sulla homepage di Facebook e il fatto che il film fosse in programmazione al cinema d'essai, domenica sono andata a vederlo. Oltre a non avere mai sentito parlare del film, ovviamente non conoscevo nemmeno la storia vera che lo ha ispirato, ovvero quella di Tony Kiritsis e del suo momento di "gloria" mediatica. Kiritsis, negli anni '70, aveva acquistato un terreno per venderlo allo scopo di farci costruire sopra un centro commerciale ma, dopo qualche tempo, si era ritrovato senza acquirenti ed impossibilitato a ripagare il mutuo e i relativi interessi richiesti dalla società di prestiti di M.L. Hall. Disperato e furibondo perché, a suo dire, la società aveva lavorato attivamente per dissuadere eventuali acquirenti e metterlo così in ginocchio, Kiritsis un giorno si è recato nell'ufficio di M.L. Hall e lì ha sequestrato il figlio Richard, immobilizzandolo con il "filo dell'uomo morto"; in pratica, ha messo un cappio d'acciaio attorno al collo di Richard, legando l'altra estremità al grilletto di un fucile a canne mozze, così che, nell'eventualità di un intervento della polizia, della fuga di Richard o della morte di Tony, il fucile avrebbe sparato uccidendo l'ostaggio. Sorvolando per un attimo sulla natura arzigogolata ma efficace e decisamente ansiogena del metodo di prigionia, ciò che è interessante ne Il filo del ricatto è la totale sospensione del giudizio di una sceneggiatura assai equilibrata. Nonostante il titolo italiano dia alle azioni di Tony una palese accezione negativa, il film invece non le condanna, così come non condanna Richard, e lascia che sia lo spettatore a trarre le conclusioni e a parteggiare per uno, per entrambi, o per nessuno. Certo è che la storia di Tony precorre tantissimi fatti di cronaca recenti, nati in una situazione sociale di miseria ed ingiustizia che spinge alla rivalsa sociale con metodi violenti e (razionalmente) discutibili, ma di cui è molto difficile e persino ipocrita criticare i motivi. Il film non ci conferma, al 100%, che gli Hall avessero usato il loro nome e il loro prestigio per far sfumare l'affare di Tony e guadagnarci dei bei dollari, ma neppure asserisce il contrario, tant'è che per qualche mese Kiritsis è stato salutato dalla gente comune come un novello Robin Hood, o come un rivoluzionario in lotta contro il potere. D'altra parte, sceneggiatura e regia si guardano bene dal dipingere l'ordalia di Richard Hall come una passeggiata di salute. Nonostante Hall non abbia riportato ferite fisiche, il film sottolinea la terribile portata psicologica che ha avuto la vicenda sull'uomo, il terrore e lo stress subiti per tre giorni consecutivi, sensazioni che si trasmettono chiare allo spettatore, in barba al "fascino" esercitato da Kiritsis.  


Van Sant
sottolinea l'importanza, già negli anni '70, dei media audiovisivi per influenzare l'opinione del pubblico e confeziona un film in cui l'aspetto thriller affidato alle difficili interazioni tra Kiritsis e Hall lascia spesso spazio alla voce suadente del deejay preferito dal sequestratore, e ad una lotta serrata tra emittenti televisive e reporter a caccia di scoop e gloria. Come mostrato nei titoli di coda, durante i quali scorrono le sconvolgenti immagini dei protagonisti reali della vicenda, la volontà di Kiritsis era quella di mettere su uno show, di far fruttare i suoi "5 minuti" di fama per fare arrivare la sua versione della storia a quante più persone possibili e trascinare così nel fango il buon nome degli Hall. La frase "è un gran casino", reiterata dalla polizia fino allo sfinimento, è emblematica dell'efficacia del piano di Kiritsis, atto in primis a portare caos, a scuotere le coscienze, a costringere la giustizia ad andarci con i piedi di piombo, non tanto per l'incolumità dell'ostaggio, quanto per il dubbio insinuato dalla ragionevolezza delle accuse del sequestratore. Questo stesso "casino", ricercato e calibrato da una sceneggiatura perfetta, priva di sbavature, si fa strada nell'animo dello spettatore, che non sa cosa aspettarsi da Il filo del ricatto. Il film ha spesso un tono grottesco, da commedia, eppure alcuni momenti gelano il sangue nelle vene e, onestamente, a un certo punto ho creduto davvero che la testa di Richard sarebbe finita vaporizzata in una nuvola di sangue e ossa. Gran parte del merito va anche agli attori. Nel trafiletto finale leggerete che Nicolas Cage era il primo in lizza per il ruolo di Kiritsis, ma sarebbe stato un danno enorme per il film, perché il suo overacting avrebbe trasformato Tony in un matto col botto. Affidare il personaggio a Bill Skarsgård significa invece puntare tutto sulla sottile inquietudine che trasmette lo sguardo allucinato dell'attore, e sulla sua capacità di essere istrionico senza esagerare, folle ma contenuto, un uomo comune dal fascino magnetico. Skarsgård si completa alla perfezione con Dacre Montgomery, che invece offre un'interpretazione trattenuta ed angosciante; mentre Al Pacino, nei panni del padre, è giustamente una merda patentata al limite del macchiettistico, Montgomery interiorizza orgoglio e terrore, viene fiaccato non solo dall'esperienza fisica ma anche dallo stress mentale di un dubbio logorante, quello di essere in errore, di essersi scavato la fossa facendo quello che pensava fosse il compito, senza troppe cerimonie, di un usuraio abituato a ragionare in interessi, non in "persone". L'unica nota negativa di un film che vi consiglio di correre a vedere è il doppiaggio italiano. Con tutto il bene che voglio a Mario Biondi, fargli doppiare Colman Domingo è un insulto alla splendida, calda voce di un attore che ho conosciuto e amato guardandone i film in lingua originale. Ho fatto fatica a non uscire dopo i primi minuti, sono sincera, quindi, se possibile, cercate una sala che abbia gli spettacoli in v.o. Mi ringrazierete. 


Del regista Gus Van Sant ho già parlato QUI. Bill Skarsgård (Tony Kiritsis), Dacre Montgomery (Richard Hall), Al Pacino (M.L. Hall), Colman Domingo (Fred Temple) e Cary Elwes (Michael Grable) li trovate invece ai rispettivi link.


Myha'la
, che interpreta Linda Page, era nel cast di Bodies Bodies BodiesNicolas Cage doveva interpretare Tony Kristis, con Werner Herzog come regista, ma quando le riprese sono state rimandate di un anno l'attore aveva già l'agenda piena e Herzog non era interessato a realizzare il film senza di lui. ENJOY!


mercoledì 29 giugno 2022

Elvis (2022)

Dopo settimane di assenza, sono tornata al cinema per godermi l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Baz Luhrmann, Elvis.

Trama: Il colonnello Tom Parker, imbonitore di Vaudeville, scopre per caso il giovane Elvis Presley e da quel momento ne condiziona l'esistenza, nel bene e nel male...

La "cultural opera" di Baz Luhrmann è finalmente arrivata in Italia ed era uno di quei film che, nonostante conosca poco l'argomento trattato, non vedevo l'ora di guardare. Poiché ci ha messo le mani il barocco Baz, Elvis non è il solito biopic fatto a mo' di compitino per gli Oscar (anche se qui materiale per eventuali statuette ce ne sarebbe) e, benché segua comunque il tipico canovaccio del genere, riesce a sorprendere almeno chi non conosceva la storia di Elvis Aaron Presley. Innanzitutto, la vita del più famoso e iconico rocker del mondo viene raccontata da una voce narrante non proprio gradevole, ovvero quella del suo discusso e discutibile manager, il Colonnello Tom Parker. Esponente di una generazione antiquata e legata al vaudeville e ai circhi itineranti, il Colonnello Parker non rifiuta di vedere il progresso rappresentato da Elvis, anzi, lo cavalca e ne approfitta prevedendone in qualche modo il brillante futuro, eppure il suo modo di gestire le cose è molto simile a quello del padrone di un circo di freaks. Il giovanissimo Elvis, gallina dalle uova d'oro se mai ce n'è stata una, diventa per Parker la merce preziosa da blandire, curare e proteggere, dandogli un'illusione di libertà che non può esulare da un guinzaglio assai corto e da un controllo pressoché totale. Il circo di Elvis era, ed è rimasto per tutta la sua vita, l'America scossa da tragedie, guerre, movimenti civili, un circo zeppo di cambiamenti continui che, di conseguenza, il Colonnello Parker ha tentato di restringere sempre più, fino a confinare Elvis nella città senza tempo per eccellenza, Las Vegas, dove in effetti il mito di Elvis si è cristallizzato per arrivare intonso fino ai nostri tempi, con immagini e mise facilmente riconoscibili anche dai non appassionati. Se l'artefice principale del successo di Elvis è anche il villain della storia narrata, Luhrmann sta bene attento a non santificare Elvis e ce lo consegna con tutte le sue fragilità ed ingenuità da ragazzo di campagna cresciuto troppo in fretta, da uomo folgorato dall'amore per la musica a prescindere da razza, sesso ed età, al punto da farne la sua unica ragione di vita, ma ne viene sottolineata anche la debolezza di carattere che portava l’artista ad alzare le testa per pochi, importanti istanti, prima di soccombere nuovamente ai consigli fraudolenti (o all’incapacità) di chi più di tutti avrebbe dovuto tutelarlo.

L'aspetto apprezzabile di Elvis è la scelta degli sceneggiatori di non indulgere (come sarebbe stata prassi per un biopic strappalacrime) nella fase di declino dell'artista, cosa che avrebbe rischiato di trasformare il film in un polpettone strappalacrime su un ciccione strafatto, bensì di dare maggior spazio all'aspetto meno universalmente conosciuto del cantante. Prima di diventare l'icona "kitsch" di Las Vegas, Elvis è stato infatti il trait d'union tra la musica nera e il country dei bifolchi bianchi, un elemento di ribelle, pericolosa instabilità in un'epoca di contestazioni civili e pesantissime tensioni razziali. La natura universale della sua musica suscita ammirazione tanto quanto provocano sgomento gli arresti e i tentativi di censura, e commuove la vista di un Elvis pronto a cantare alla Nazione nei momenti più neri di quest'ultima mentre attorno a lui si mobilitano interessi economici pronti a schiacciarlo e zittirlo. Il declino di cui sopra viene compresso nel finale e ridotto a pochi episodi fondamentali che lasciano tuttavia spazio alle immagini reali di una delle ultime esibizioni di Elvis, gonfio e praticamente immobile ma ancora dotato di una voce fenomenale e della capacità di mettere cuore ed anima nell’esibizione, elemento, quest’ultimo, che caratterizza tutti gli splendidi numeri musicali di cui il film è costellato, nonostante Elvis non sia un musical, e che condiziona lo stile con cui è stata confezionata la pellicola. 

A fronte di un comparto tecnico fenomenale, soprattutto a livello di costumi e scenografie, che rimane costante dall’inizio alla fine, la regia di Baz Luhrmann e il montaggio si modificano adattandosi alle varie fasi della carriera di Elvis. L’inizio, frenetico e scoppiettante, dove ciò che vediamo è filtrato dapprima dallo stupore e poi dalle macchinazioni del Colonnello Parker, e in buona parte influenzato dalla natura anticonformista degli artisti che hanno contribuito alla formazione del Re del Rock, al punto che molto spesso i giri di macchina e il montaggio seguono il ritmo della musica, lascia a poco a poco spazio ad uno stile più lineare, quasi “banale”, che torna tuttavia a stupire ogni volta che Elvis sceglie di abbracciare nuovamente la sua anima ribelle, la musica, il pubblico, “staccandosi” letteralmente dai prosaici problemi terreni di soldi, contratti e merchandising. Per quanto riguarda la musica, hit del passato si mescolano all'omaggio di artisti presenti, in un continuo alternarsi di stili ed epoche che, giustamente, sottolineano come senza Elvis, B.B. King, Little Richards e gli altri esponenti della loro generazione, non esisterebbe la maggior parte dei generi odierni, rap e trap compresi, e come la musica non abbia epoca né confini, come ci insegna da anni Luhrmann. Assai coinvolgenti anche le interpretazioni non solo di Austin Butler, perfetto nei panni di un Elvis bello, fragile e sensuale, pronto a regalare una performance capace di superare l'imitazione fine a sé stessa nonostante le tipiche mosse del Re siano riproposte in maniera quasi filologica, ma soprattutto quella di Tom Hanks, finalmente distante dal ruolo di vicino buono della porta accanto; il Colonnello Perkins è un abietta macchia di muffa nel salotto, un falso voltagabbana della peggior specie, e al di là del trucco sotto cui è sepolto sono proprio gli occhi e gli atteggiamenti di Hanks a veicolare tutto lo schifo che dovevano provare per Perkins i pochi che ancora avevano occhi per vedere oltre il bagliore del lusso e dei soldi da spremere a Elvis. In definitiva, direi quindi che Elvis mi è piaciuto molto: non siamo ai livelli di Moulin Rouge o Romeo + Juliet, ci mancherebbe, ma di sicuro l'ho apprezzato molto più de Il grande Gatsby, quindi vi consiglio di correre a vederlo!

Del regista e co-sceneggiatore Baz Luhrmann ho già parlato QUI. Tom Hanks (Colonnello Parker), David Wenham (Hank Snow), Olivia DeJonge (Priscilla), Kelvin Harrison Jr. (B.B. King) e Kodi Smit-McPhee (Jimmie Rodgers Snow) li trovare invece ai rispettivi link. 

Austin Butler interpreta Elvis Presley. American, ha partecipato a film come Yoga Hosers, I morti non muoiono, C'era una volta... a Hollywood e a serie quali Hannah Montana, CSI: Miami e CSI: NY. Anche, ha 31 anni e un film in uscita, Dune - Part Two.


Richard Roxburgh
interpreta Vernon. Australiano, ha partecipato a film come Moulin Rouge, La leggenda degli uomini straordinari, Van Helsing, Mission: Impossible II e La battaglia di Hacksaw Ridge. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 60 anni e un film in uscita.


Dacre Montgomery
interpreta Steve Binder. Australiano, famoso per il ruolo di Billy in Stranger Things, ha partecipato a film come Better Watch Out. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 28 anni.


Ansel Elgort, Miles Teller, Aaron Taylor-Johnson e Harry Styles hanno sostenuto il provino per il ruolo di Elvis, mentre Maggie Gyllenhaal e Rufus Sewell erano stati presi per il ruolo dei genitori del cantante ma hanno dovuto rinunciare per altri impegni dopo che la produzione si era interrotta a causa del Covid. Ciò detto, se Elvis vi fosse piaciuto recuperate Rocketman e Bohemian Rhapsody. ENJOY! 

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