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martedì 4 marzo 2025

The Brutalist (2024)

E' stata dura, ma sono riuscita a recuperare anche The Brutalist (al momento in cui scrivo candidato a ben 10 Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior attore protagonista, Miglior attore non protagonista, Miglior attrice non protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior fotografia, Miglior montaggio, Miglior colonna sonora originale, Miglior scenografia), diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Brady Corbet.


Trama: l'architetto László Tóth, fuggito per miracolo ai campi di concentramento, trova rifugio in America. Lì, viene preso sotto l'ala protettiva dal ricco Harrison Van Buren, che gli commissiona un'opera monumentale...


Iniziamo il post ripassando un po' cos'è il Brutalismo, a beneficio di chi, come me, non tocca più un libro di storia dell'arte (in questo caso specifico, dell'architettura) dal lontanissimo 2005. Brutalismo deriva dal francese béton brut, che indica il cemento a vista, uno degli elementi tipici di questo movimento architettonico. Il cemento veniva utilizzato non solo per andare contro alla leggerezza degli stili precedenti, ma anche perché, nel primo dopoguerra, la necessità era quella di ricostruire in fretta, con materiali economici, utilizzando uno stile pratico e semplice, che prediligesse la funzionalità all'estetica. In realtà, c'era anche dietro un'idea di equità, fagocitata di lì a poco dal ritorno in piena forma del capitalismo, che avrebbe condannato il Brutalismo definendone gli edifici in gran parte obbrobriosi. Se vogliamo, all'interno di The Brutalist, si parla anche di Bauhaus, al quale Corbet si è ispirato per gli splendidi titoli di testa, somigliantissimi al Bilanz des Bauhauses di Theo van Doesburg, ma non stiamo a spaccare il capello. Tanto, l'epica opera di Corbet non pretende certo una conoscenza enciclopedica dell'architettura del dopoguerra: crea un parallelo tra il protagonista, l'architetto László Tóth, e gli edifici da lui costruiti, un mix di opprimente austerità monocromatica e un desiderio di libertà e respiro, di luce, di pace. Quella che è mancata e manca al povero László, sopravvissuto per miracolo ai campi di concentramento e pronto a ricominciare una nuova vita in America, con la speranza di riunirsi, prima o poi, con la moglie Erzsébet e la nipote Zsófia, ancora prigioniere. Non ci mette molto, l'architetto, a capire che l'America non è la land of the free, quanto piuttosto un mostro pronto a divorare gli stranieri e i poveracci, per nulla tenero con chi non riesce a conformarsi, magari rinnegando religione e convinzioni. Nel mucchio di immigrati, straccioni e poveri provenienti da tutto il mondo, l'unica speranza è attirare lo sguardo di qualche riccastro, e László riesce a conquistarsi quello di Harrison Van Buren, che decide di commissionargli un mausoleo per la madre, lieto di poter presentarsi ad amici e clienti come mecenate illuminato, protettore e benefattore della scimmietta ebrea dal grande talento. The Brutalist racconta del rapporto contrastato tra l'artista e l'uomo d'affari, per estensione del moderno rapporto tra arte e capitalismo, dipendente dalla moda e dagli umori del momento, con picchi di afflato poetico cancellabili con un colpo di spugna, quando i soldi cominciano a bruciarsi con troppa velocità. The Brutalist è anche il racconto della ricerca disperata di un posto da poter chiamare casa, dove non bisogna essere costretti a nascondersi o vergognarsi, dopo decenni di orrori perpetrati da chi ha scelto di condannare normali esseri umani a sentirsi dei mostri, dei diversi indesiderati. Il film di Corbet è tutto questo e anche di più, ed è il motivo per cui sono rimasta molto delusa nel constatare che, nonostante un potenziale enorme, sia riuscito sì ad interessarmi, ma senza mai commuovermi, se non all'inizio, di fronte a corpi sfiniti e animi confusi, assiepati sotto una Statua della Libertà giustamente capovolta. 


Girato interamente in VistaVision, per rispettare lo stile dell'epoca in cui è ambientato The Brutalist, il film di Corbet è una gioia per gli occhi, a cominciare da quelle riprese dove la cinepresa "corre" assieme alla strada, e grazie ad un montaggio dinamico che rende ancora più incredibili le immagini dei panorami, degli elementi naturali toccati dalla mano dell'uomo (le sequenze girate all'interno della cava di marmo sono da slogarsi la mascella) e dell'interno del mausoleo, un labirintico inferno di acqua e colonne. Ha una colonna sonora perfetta, che sottolinea non solo la solennità della narrazione, ma si adegua anche allo scorrere degli anni, cambiando completamente (così come lo stile di regia) nella Venezia anni '80 che chiude il film. Ha un cast d'eccezione, all'interno del quale spicca un Adrien Brody che, quasi sicuramente, vincerà l'Oscar, e regala il ruolo della vita a Felicity Jones, quello di un personaggio non proprio gradevole, distrutto da esperienze traumatiche, spezzato eppure costretto ugualmente a tenere in piedi chi avrebbe tutte le carte in regola per essere un marito esemplare e un buon compagno di vita, ma preferisce lasciarsi distruggere dalla propria vanità e dal disprezzo altrui. Come ho scritto sopra, The Brutalist ha un potenziale enorme e sfida lo spettatore a cogliere indizi, aggiungere tasselli mancanti, interpretare segni. E allora perché, sul finale, mi deve far crollare tutto forzando il pubblico ad ingoiarsi un monologo-spiegone che ne sottovaluta l'intelligenza come se Corbet fosse Van Buren e noi i poveri, ignoranti animaletti da catechizzare con "conversazioni stimolanti"? E' una scelta che non ho apprezzato, inutilmente strappalacrime e anche un po' supponente, soprattutto perché la sceneggiatura di The Brutalist non è complessa, né atta lasciare a bocca aperta quanto tutto il comparto tecnico che la sostiene, anzi. Sceglie sempre le soluzioni più semplici, con i cattivissimi capitalisti (razzisti, gretti, violenti, prevaricatori fino all'estremo) che annientano e sviliscono l'artista, sfruttandone anima e corpo, letteralmente; sceglie di spingere il protagonista a cercare rifugio nella droga senza mai, neppure una volta, mostrarci gli effetti che questa ha sulla sua arte e sui suoi demoni interiori; sceglie di usare il sesso come veicolo di sequenze controverse, disturbanti, rendendolo tossico nelle scene che vedono protagonisti moglie e marito, che mai una volta mostrano di provare un sano piacere l'uno nell'altro se non quando sono fatti come cocchi. Sceglie, infine, l'ennesima fuga verso un presunto paradiso, prima di consegnare i personaggi ad un timeskip blandamente consolatorio, dopo tutta l'oscurità inghiottita in quasi quattro ore. Ah, giusto, mi sembrava brutto non finire il post senza aver nominato la durata del film. A me, in tutta sincerità, non è pesata per nulla, ed è l'ennesimo punto a favore di un film bellissimo ma ben lontano dall'essere il capolavoro incensato da chiunque. Per quanto mi riguarda, The Brutalist va visto, va goduto sul grande schermo, andrà rivisto più di una volta, quello sicuramente; dovessi dire, però, non mi ha catturato il cuore, che ancora batte per altre storie, forse ancora più semplici, ma che non intendono camuffare la semplicità dietro un'architettura zeppa di fronzoli che, di brutalista, non ha proprio nulla.


Del regista e co-sceneggiatore Brady Corbet ho già parlato QUI. Adrien Brody (László Tóth), Felicity Jones (Erzsébet Tóth), Guy Pearce (Harrison Lee Van Buren Sr.), Raffey Cassidy (Zsófia), Stacy Martin (Maggie Lee) e Alessandro Nivola (Attila) li trovate invece ai rispettivi link.

Joe Alwyn interpreta Harry Lee. Inglese, ha partecipato a film come La favorita, Boy Erased - Vite cancellate, Maria regina di Scozia, Harriet e Kinds of Kindness. Ha 34 anni e due film in uscita. 


Il film era stato annunciato nel 2020 con un cast diverso, interamente rivisto nel 2023: Adrien Brody ha sostituito Joel Edgerton, Felicity Jones ha sostituito Marion Cotillard, Guy Pearce ha sostituito Mark Rylance e Joe Alwyn ha rimpiazzato Sebastian Stan. Se il film vi fosse piaciuto recuperate The Master e Il pianista. ENJOY!

mercoledì 18 settembre 2019

Vox Lux (2018)

Stasera correrò a vedere l'ultimo film di Quentin e spero di riuscirne a parlare già venerdì. Nel frattempo, spinta dai molti pareri positivi, nonostante la pessima distribuzione italiana ho recuperato anche Vox Lux, scritto e sceneggiato nel 2018 dal regista Brady Corbet.


Trama: sopravvissuta a una strage, la giovanissima Celeste intraprende una carriera di pop star che, nonostante inevitabili alti e bassi, prosegue per oltre vent'anni...


"Ciao, io sono Gianfranzo, sono il vuoto che c'è dentro di te. Se mi accosti l'orecchio alla bocca senti solo il mare e basta!", così cantavano I ragazzi delle ragazze, durante la sigla del mitico Pippo Chennedy Show. Non riuscivo a trovare un perfetto riassunto per ciò che ho provato assistendo alle gesta di Celeste e alla fine toh, l'illuminazione, la Lux anche senza Vox: il nulla cosmico, accompagnato da una sensazione costante di prurito alle mani che non sono riuscita a sfogare con una bella catarsi esplosiva nel corso dei titoli di coda, privi di colonna sonora, arrivati dopo 10 minuti di concerto durante i quali, lo giuro, speravo qualcuno facesse brillare una bomba o perlomeno levasse dal mondo Celeste. SPOILER: magari, e invece. Sono una bestia ignorante, lo so, tuttavia ho provato un reale senso di disfatta guardando Vox Lux, un senso di aspettativa costantemente frustrata che, probabilmente, è proprio ciò che ricercava il regista. Perché, altrimenti, far raccontare la sciocca, inutile vita della pop star Celeste dal Diavolo in guisa di voce narrante, mister Willem Dafoe in persona, accostandola costantemente alle peggiori piaghe sociali (stragi studentesche e terrorismo) nella speranza che la Vox Lux di Celeste, sopravvissuta proprio ad una strage da ragazzina e infusa del potere di guarire col canto, potesse in qualche modo cambiare questo mondo così marcio? In questo modo lo spettatore si trova per le mani la solita storia all'interno della quale la protagonista, con tutte le sue doti e la sua bontà iniziale, il sentimento religioso che la smuove unito al profondo amore per la sorella maggiore, diventa una vuota vaiassa che è riuscita a distruggere tutto ciò che di buono c'era nella sua vita, indulgendo in parossismi di autodistruzione a base di alcool e droga e accumulando soldi, soldi, soldi. One for the Money and two for the Show. Ma 'sti soldi, benedetta fanciulla, a che ti servono? Si potrebbe riflettere sul fatto che il pop di Celeste, nato da una tragedia, serva proprio a non far pensare il suo pubblico, ad aiutare tutti i fan della cantante a superare i propri problemi prendendola come esempio di persona che ha superato un'enorme tragedia risorgendo più forte, come la fenice mitologica, raggiungendo un successo planetario che tutti vorrebbero, tuttavia anche vedendola così non sono riuscita assolutamente a trarre davvero un senso da ciò che viene raccontato nel film.


Diverso, invece, l'entusiasmo per il MODO in cui viene raccontata la storia di Celeste. Conoscevo Brady Corbet solo come uno dei protagonisti dell'angosciante ma bellissimo Mysterious Skin (film che peraltro vi consiglio di recuperare se non lo avete mai fatto, preparando stomaco e fazzoletti) e non avrei pensato che sarebbe diventato un regista raffinato e capace, in grado di padroneggiare diversi registri e, soprattutto, giocare con le aspettative dello spettatore. Avendo cominciato a guardare Vox Lux senza mai avere visto trailer o letto recensioni, onestamente mi sarei aspettata, dalle poche foto scorse sulla rete, di avere davanti un novello The Neon Demon oppure un Il cigno Nero, ovvero qualcosa in bilico tra il dramma e l'horror; in effetti, la già citata voce narrante di Defoe e l'inizio scioccante concorrono a dare proprio questa impressione, e il contrasto che si crea tra la pacatezza del narratore e la freddezza delle immagini mostrate da Corbet, seguite dai titoli di testa più angoscianti e "arty" visti quest'anno, provoca uno shock sensoriale non da poco. In realtà, andando avanti, più dell'abilità registica, che comunque si mantiene su livelli altissimi, contano le performance di Natalie Portman e della meravigliosa Raffey Cassidy, che incarnano il triste contrasto tra una ragazzina cupa che cerca di superare il peggior trauma della sua vita e la donna che sarebbe diventata, una pazza umorale prosciugata dal successo che prospera sulla sciocca vacuità del suo pubblico di riferimento e si crede una divinità. Il glitter & gold citato da Rebecca Ferguson abbonda, ammaliando lo spettatore assieme al make up, agli abiti glamour di una sfattissima Natalie Portman dal trucco pesante, spezzata nel corpo e nello spirito, e alle melodie pop di Sia (combinate alle melodie totalmente diverse di Scott Walker), ma è tutta vuota apparenza, una maschera talvolta splendente e talvolta dark priva di significato, tanto che può essere indossata da chiunque, terroristi o killer in primis. Il risultato è un film bellissimo, affascinante e anche capace di tenere avvinto lo spettatore alla poltrona anche solo per mera curiosità, ma che a mio avviso si perde un po' e rischia di avere difficoltà a far passare il suo messaggio, se davvero ne ha uno; a pensarci, però, potrebbe essere proprio questa la sua carta vincente, ovvero quella di far scervellare il pubblico per cercare di colmare quei "vuoti" di cui Vox Lux è pieno, interessanti quanto lo stesso film e ugualmente affascinanti. Insomma, un bell'esercizio cerebrale, altro che una semplice canzonetta pop.


Del regista e sceneggiatore Brady Corbet ho già parlato QUI. Natalie Portman (Celeste), Jude Law (il manager), Jennifer Ehle (Josie), Raffey Cassidy (Celeste da giovane/Albertine) e Willem Dafoe (il narratore) li trovate invece ai rispettivi link.

Stacy Martin interpreta Eleanor. Francese, ha partecipato a film come Nymphomaniac - Volume 1, Nymphomaniac - Volume 2, Il racconto dei racconti, High Rise e Tutti i soldi del mondo. Ha 28 anni e quattro film in uscita.


Rooney Mara avrebbe dovuto interpretare Celeste ma quando la produzione è andata per le lunghe l'attrice ha abbandonato il progetto. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il cigno nero. ENJOY!

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