Stavo per saltare febbraio per "colpa" degli Oscar ma anche questo mese sono riuscita a far tornare la rubrica On Demand! Nabil mi ha chiesto Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d'os), diretto e co-sceneggiato nel 2012 dal regista Jacques Audiard a partire dal raccolta Rust and Bone di Craig Davidson, quindi ora vi beccate il post. Il prossimo film On Demand dovrebbe essere Terkel in Trouble. ENJOY!
Trama: Alain si trasferisce dal Belgio ad Antibes dalla sorella, portandosi dietro il figlio di cinque anni. Durante una serata da buttafuori conosce la bella Stéphanie, che risentirà solo dopo un terribile incidente in cui la ragazza ha perso le gambe...
Un sapore di ruggine e ossa. Già dal titolo da l’idea di qualcosa di viscerale, stridente, sicuramente doloroso da sopportare, tutte sensazioni “fastidiose” che prendono allo stomaco lo spettatore durante la visione della pellicola diretta da Jacques Audiard e gli lasciano in bocca lo stesso sapore di un cazzotto che spacca labbra e denti. Non esiste titolo migliore, in effetti. Le ossa sono quelle che si spezzano o che addirittura vengono a mancare, come succede alla povera Stéphanie che, di punto in bianco, si ritrova tradita dall’amato lavoro (addestratrice di orche) e perde entrambe le gambe dalle ginocchia in giù; le ossa di Alain, scapestrato improvvisatosi padre, sono invece forti, pronte a piegarsi sotto i pugni devastanti degli avversari affrontati su ring di strada senza rompersi, se non sul finale, quando l'uomo rischia di perdere la persona più importante della sua vita. Sia Stéphanie che Alain sono stati masticati e sputati dalla vita, al punto che entrambi potrebbero semplicemente arrendersi e smettere di lottare, eppure non lo fanno e continuano a stare a galla, ognuno a modo suo. E' questo, probabilmente, che li accomuna e li unisce nonostante l'estrazione sociale differente e il carattere fondamentalmente schivo, che li porta prima a cercarsi e poi unirsi in un modo strano, come raramente si vede al cinema; quella tra Stéphanie ed Alain non è né una storia d'amore né il racconto strappalacrime di come una donna menomata faccia mettere la testa a posto ad uno scapestrato improvvisamente intenerito da tanta fragilità, anzi. Ad Alain non importa nulla della tragedia di Stéphanie e la tratta esattamente come le altre donne, la sorella e il figlio, le sta accanto (con gentilezza, per carità) solo quando ne ha voglia o quando è "opé", come viene detto nel film, per il resto l'uomo continua la sua esistenza fatta di violenza, palestra, scopate e lavoretti al limite della legalità. E' proprio a causa di questo modo ruvido di mostrare affetto (amicizia? interesse?) che Stéphanie risorge come una fenice dalle ceneri, sentendosi trattata come una persona normale in un mondo in cui tutti le ricordano ciò che ha perso (lei che dell'aspetto fisico si faceva giustamente vanto schiacciando uomini come mosche) attraverso gesti di tenerezza eccessiva e persino paura, riappropriandosi così della sua identità di essere umano e soprattutto di donna.
La messa in scena priva di fronzoli, degna "compagna" di due personaggi ambigui nei quali non è proprio facilissimo riconoscersi, è probabilmente il punto forte di Un sapore di ruggine e ossa. La regia di Jacques Audiard rifugge immagini eccessivamente patinate eppure confeziona delle sequenze vagamente oniriche e molto belle, come quella in cui Stéphanie perde le gambe e, in parallelo, quella dell'incidente di Sam, ma per la maggior parte del tempo la macchina da presa si schiaccia addosso ai personaggi, mettendone a nudo la carne menomata, i difetti fisici e anche i pregi, per carità, ché la Cotillard è una gnocca spaventevole anche senza gambe e Schoenaerts un torello da paura (niente, i ruoli da minchietta aristocratica non gli si addicono e ora ho capito perché) oltre ad essere due attori incredibilmente bravi e perfetti per i rispettivi ruoli; allo stesso modo, vengono indagati a fondo ambienti al limite dello squallido, che trasudano povertà e disagio da tutti i pori alla faccia dell'eleganza della spiaggia di Antibes dove i protagonisti cominciano ad intrecciare il loro legame. Questo dualismo costantemente presente nella pellicola, unito alla totale mancanza di patetismo, forse è proprio ciò che me l'ha fatta amare, nonostante all'inizio avessi un po' paura di affrontare Un sapore di ruggine e ossa (per timore che fosse triste ed ammorbante, sapete che il pregiudizio verso i film franzosi è duro a morire...) e nonostante il personaggio di Alain mi abbia comunque rimembrato molte persone conosciute che ancora oggi meriterebbero abbondanza di schiaffi da parte mia. Ringrazio quindi Nabil per avermelo fatto recuperare, anche perché probabilmente senza di lui Un sapore di ruggine e ossa sarebbe probabilmente rimasto nel limbo e sarebbe stato davvero un peccato. Se anche voi che state leggendo siete preda dei pregiudizi come la sottoscritta, scrollateveli di dosso e recuperate subito questo bellissimo film!
Di Marion Cotillard, che interpreta Stéphanie, ho già parlato QUI mentre Matthias Schoenaerts, che interpreta Alain van Versch, lo trovate QUA.
Jacques Audiard è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Francese, ha diretto film come Tutti i battiti del mio cuore, Il profeta e Dheepan - Una nuova vita. Anche attore e produttore, ha 65 anni e un film in uscita.
Nel racconto originale Rocket Ride, che assieme a Rust and Bone compone la struttura della pellicola, è un uomo a perdere le gambe in un incidente, non una donna. Detto questo, se Un sapore di ruggine e ossa vi fosse piaciuto recuperate Quasi amici e La teoria del tutto. ENJOY!
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mercoledì 1 marzo 2017
martedì 12 gennaio 2016
Macbeth (2015)
Col post di oggi comincia ufficialmente il periodo di avvicinamento alla Notte degli Oscar, durante il quale probabilmente mi trasferirò al cinema. Si inizia quandi con Macbeth, diretto nel 2015 dal regista Justin Kurzel.
Trama: di ritorno da una lunga e sanguinosa guerra contro norvegesi ed irlandesi, Macbeth e Banquo incontrano quattro streghe, che profetizzano al primo un futuro come Barone di Cawdor e Re di Scozia mentre al secondo come padre di re. Diventato Barone di Cawdor ed istigato dalla moglie, Macbeth uccide dunque il re Duncan e sale al trono, iniziando una progressiva discesa nella pazzia...
Il Macbeth di Justin Kurzel è, in pochissime parole, uno spettacolo. Prima ancora della bellezza dei dialoghi e della trama, fedelissimi al testo Shakesperiano salvo un paio di cambiamenti che nulla tolgono al fascino della storia, sono le immagini girate dal regista e lo stile dato al film che colpiscono l'occhio, la mente ed il cuore dello spettatore. Ogni sequenza del Macbeth di Kurzel, anche quelle più "teatrali" durante le quali i protagonisti si abbandonano a lunghi monologhi, è intrisa di violenza ed oscurità, tanto che la Scozia medievale e la Snowtown del nuovo millennio non sono così lontane tra loro: il film inizia con la cruda rappresentazione dell'ultima battaglia di una guerra lunghissima e logorante, nella quale non c'è spazio per la cavalleria o per la sete di gloria ma solo per il sangue degli sconfitti e lo spreco di giovani vite che diventano ulteriori fardelli gravanti sul senso di colpa del protagonista, un generale "senza macchia" deciso a vincere innanzitutto per il suo Re. L'orrore del campo di battaglia è reso ancora più inquietante dall'improvvisa comparsa delle quattro streghe che, come degli avvoltoi, aspettano silenziose il momento di agire fissando intensamente le loro vere prede, Macbeth e Banquo. Le quattro donne gettano il seme dell'ambizione nel cuore di Macbeth e il germe di questo smodato desiderio di futuro potere attecchisce soprattutto in Lady Macbeth, donna "sterile", incapace di partorire figli sani (il fatto che Macbeth non abbia eredi e ne soffra viene sottolineato dall'abbondanza di bambini presenti nel film, in guisa di spiriti consiglieri, streghe, vittime o futuri strumenti di disfatta), proveniente da un altro Paese e quindi impossibilitata non solo a provare i teneri sentimenti tipici dell'animo femminile ma anche a rispettare le tradizioni e l'onore della Scozia; le parole di Lady Macbeth, ancor più di quelle delle streghe, inducono Macbeth a macchiarsi di sangue innocente e ad intraprendere una strada dove ogni delitto è finalizzato a far avverare le profezie delle quattro donne. Man mano che il film prosegue il condottiero coperto di sangue delle sequenze iniziali diventa un Re senza nerbo e completamente pazzo, le cui azioni vengono guidate solo dal terrore superstizioso di un destino che potrebbe anche non avverarsi mai, mentre Lady Macbeth, apparentemente la metà "dura" della coppia, sfiorisce e soccombe di fronte all'infinita serie di vite stroncate per alimentare la sua brama di potere e la follia del marito.
Di fronte ai tormenti crescenti dei due protagonisti, Kurzel sceglie lo stile freddo che già aveva concesso paradossalmente a Snowtown di brillare e colpire lo spettatore come un maglio, affondando Macbeth e la sua signora nello squallore di una Scozia medievale che parrebbe quasi "sporcata" dalla presenza dell'uomo: il contrasto tra gli spettacolari paesaggi innevati, immersi nelle nebbie, dove immensi laghi spiccano come gemme preziose, e il rozzo agglomerato di tende e piccoli edifici governato da Macbeth o le fredde stanze di un immenso castello in pietra è quantomai simbolico per quel che riguarda l'insignificante natura delle lotte di potere. Attorno a Macbeth tutto è grigio e sporco, lo sfarzo della regalità reso freddo e squallido dallo sguardo dei sudditi, intimoriti e preda di dubbi a causa della quantità di delitti che circonda l'ascesa al trono del nuovo sovrano; Kurzel indugia sui dettagli più raccapricianti degli omicidi (quello di Duncan è molto sanguinoso e vedere un Macbeth più bestia che uomo assaggiare il sangue di dubbia provenienza offertogli dalle streghe mette i brividi) ma l'orrore vero è interamente racchiuso nelle sequenze più potenti, quelle in cui il destino delle vittime viene soltanto suggerito, come nella tremenda scena dove i "teneri pulcini e la chioccia" di MacDuff vengono arsi vivi sulle rive della spiaggia. Regia, fotografia, scenografia, costumi e trucco (stupenda ed elegantissima la riga di ombretto azzurro sul viso di Lady Macbeth ma mai quanto quei segni nerissimi che fanno risaltare gli occhi allucinati di Fassbender) sono eccelsi e contribuiscono a valorizzare ancor più la bravura dei due protagonisti: tolto che l'interpretazione di Sean Harris mi ha spezzato il cuore e che, a mio avviso, nonostante il poco tempo sullo schermo il suo personaggio è forse quello che mi è piaciuto maggiormente, è impossibile dimenticare la bellezza e la follia di un bravissimo (e bellissimo, sì, santo cielo 'st'uomo è una gioia per gli occhi!!) Michael Fassbender o la fredda sensualità di Marion Cotillard, perfettamente a suo agio nel ruolo di un'icona della letteratura inglese. Come mi hanno detto, portare il Teatro, quello vero, sul grande schermo è molto difficile e richiede una pazienza e un'elasticità mentale molto elevata da parte dello spettatore ma personalmente trovo che Kurzel sia riuscito elegantemente nell'intento: la sua regia rende i momenti "movimentati" a dir poco spettacolari mentre gli attori riescono ad emozionare anche durante i monologhi, catturando i tormenti dei loro personaggi e riversandoli dritti nel cuore del pubblico. Macbeth è, in due parole, GRANDE cinema e l'anno cinematografico non poteva cominciare meglio per me!
Del regista Justin Kurzel ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Macbeth), Marion Cotillard (Lady Macbeth), Paddy Considine (Banquo) e David Thewlis (Duncan) li trovate invece ai rispettivi link.
Sean Harris interpreta MacDuff. Inglese, ha partecipato a film come Creep - Il chirurgo, Prometheus e Liberaci dal male. Ha 50 anni e un film in uscita.
Elizabeth Debicki interpreta Lady MacDuff. Francese, ha partecipato a film come Il grande Gatsby, Operazione U.N.C.L.E. e Everest. Ha 26 anni e un film in uscita.
Nonostante il testo originale di Shakespeare non lo specifichi, si presume che Lady Macbeth fosse di nazionalità scozzese; tuttavia, siccome molti re scozzesi avevano preso in moglie donne francesi, i produttori hanno lasciato che Marion Cotillard mantenesse il suo accento nativo (sebbene fosse Natalie Portman la scelta originale per il ruolo), anche per separarla ulteriormente dal resto della comunità descritta nel film. Nell'attesa che Kurzel, Fassbender e la Cotillard tornino a dicembre con la loro versione di Assassin's Creed, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il trono di sangue, il Macbeth di Polanski e quello di Orson Welles. ENJOY!
Trama: di ritorno da una lunga e sanguinosa guerra contro norvegesi ed irlandesi, Macbeth e Banquo incontrano quattro streghe, che profetizzano al primo un futuro come Barone di Cawdor e Re di Scozia mentre al secondo come padre di re. Diventato Barone di Cawdor ed istigato dalla moglie, Macbeth uccide dunque il re Duncan e sale al trono, iniziando una progressiva discesa nella pazzia...
Il Macbeth di Justin Kurzel è, in pochissime parole, uno spettacolo. Prima ancora della bellezza dei dialoghi e della trama, fedelissimi al testo Shakesperiano salvo un paio di cambiamenti che nulla tolgono al fascino della storia, sono le immagini girate dal regista e lo stile dato al film che colpiscono l'occhio, la mente ed il cuore dello spettatore. Ogni sequenza del Macbeth di Kurzel, anche quelle più "teatrali" durante le quali i protagonisti si abbandonano a lunghi monologhi, è intrisa di violenza ed oscurità, tanto che la Scozia medievale e la Snowtown del nuovo millennio non sono così lontane tra loro: il film inizia con la cruda rappresentazione dell'ultima battaglia di una guerra lunghissima e logorante, nella quale non c'è spazio per la cavalleria o per la sete di gloria ma solo per il sangue degli sconfitti e lo spreco di giovani vite che diventano ulteriori fardelli gravanti sul senso di colpa del protagonista, un generale "senza macchia" deciso a vincere innanzitutto per il suo Re. L'orrore del campo di battaglia è reso ancora più inquietante dall'improvvisa comparsa delle quattro streghe che, come degli avvoltoi, aspettano silenziose il momento di agire fissando intensamente le loro vere prede, Macbeth e Banquo. Le quattro donne gettano il seme dell'ambizione nel cuore di Macbeth e il germe di questo smodato desiderio di futuro potere attecchisce soprattutto in Lady Macbeth, donna "sterile", incapace di partorire figli sani (il fatto che Macbeth non abbia eredi e ne soffra viene sottolineato dall'abbondanza di bambini presenti nel film, in guisa di spiriti consiglieri, streghe, vittime o futuri strumenti di disfatta), proveniente da un altro Paese e quindi impossibilitata non solo a provare i teneri sentimenti tipici dell'animo femminile ma anche a rispettare le tradizioni e l'onore della Scozia; le parole di Lady Macbeth, ancor più di quelle delle streghe, inducono Macbeth a macchiarsi di sangue innocente e ad intraprendere una strada dove ogni delitto è finalizzato a far avverare le profezie delle quattro donne. Man mano che il film prosegue il condottiero coperto di sangue delle sequenze iniziali diventa un Re senza nerbo e completamente pazzo, le cui azioni vengono guidate solo dal terrore superstizioso di un destino che potrebbe anche non avverarsi mai, mentre Lady Macbeth, apparentemente la metà "dura" della coppia, sfiorisce e soccombe di fronte all'infinita serie di vite stroncate per alimentare la sua brama di potere e la follia del marito.
Di fronte ai tormenti crescenti dei due protagonisti, Kurzel sceglie lo stile freddo che già aveva concesso paradossalmente a Snowtown di brillare e colpire lo spettatore come un maglio, affondando Macbeth e la sua signora nello squallore di una Scozia medievale che parrebbe quasi "sporcata" dalla presenza dell'uomo: il contrasto tra gli spettacolari paesaggi innevati, immersi nelle nebbie, dove immensi laghi spiccano come gemme preziose, e il rozzo agglomerato di tende e piccoli edifici governato da Macbeth o le fredde stanze di un immenso castello in pietra è quantomai simbolico per quel che riguarda l'insignificante natura delle lotte di potere. Attorno a Macbeth tutto è grigio e sporco, lo sfarzo della regalità reso freddo e squallido dallo sguardo dei sudditi, intimoriti e preda di dubbi a causa della quantità di delitti che circonda l'ascesa al trono del nuovo sovrano; Kurzel indugia sui dettagli più raccapricianti degli omicidi (quello di Duncan è molto sanguinoso e vedere un Macbeth più bestia che uomo assaggiare il sangue di dubbia provenienza offertogli dalle streghe mette i brividi) ma l'orrore vero è interamente racchiuso nelle sequenze più potenti, quelle in cui il destino delle vittime viene soltanto suggerito, come nella tremenda scena dove i "teneri pulcini e la chioccia" di MacDuff vengono arsi vivi sulle rive della spiaggia. Regia, fotografia, scenografia, costumi e trucco (stupenda ed elegantissima la riga di ombretto azzurro sul viso di Lady Macbeth ma mai quanto quei segni nerissimi che fanno risaltare gli occhi allucinati di Fassbender) sono eccelsi e contribuiscono a valorizzare ancor più la bravura dei due protagonisti: tolto che l'interpretazione di Sean Harris mi ha spezzato il cuore e che, a mio avviso, nonostante il poco tempo sullo schermo il suo personaggio è forse quello che mi è piaciuto maggiormente, è impossibile dimenticare la bellezza e la follia di un bravissimo (e bellissimo, sì, santo cielo 'st'uomo è una gioia per gli occhi!!) Michael Fassbender o la fredda sensualità di Marion Cotillard, perfettamente a suo agio nel ruolo di un'icona della letteratura inglese. Come mi hanno detto, portare il Teatro, quello vero, sul grande schermo è molto difficile e richiede una pazienza e un'elasticità mentale molto elevata da parte dello spettatore ma personalmente trovo che Kurzel sia riuscito elegantemente nell'intento: la sua regia rende i momenti "movimentati" a dir poco spettacolari mentre gli attori riescono ad emozionare anche durante i monologhi, catturando i tormenti dei loro personaggi e riversandoli dritti nel cuore del pubblico. Macbeth è, in due parole, GRANDE cinema e l'anno cinematografico non poteva cominciare meglio per me!
Del regista Justin Kurzel ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Macbeth), Marion Cotillard (Lady Macbeth), Paddy Considine (Banquo) e David Thewlis (Duncan) li trovate invece ai rispettivi link.
Sean Harris interpreta MacDuff. Inglese, ha partecipato a film come Creep - Il chirurgo, Prometheus e Liberaci dal male. Ha 50 anni e un film in uscita.
Elizabeth Debicki interpreta Lady MacDuff. Francese, ha partecipato a film come Il grande Gatsby, Operazione U.N.C.L.E. e Everest. Ha 26 anni e un film in uscita.
Nonostante il testo originale di Shakespeare non lo specifichi, si presume che Lady Macbeth fosse di nazionalità scozzese; tuttavia, siccome molti re scozzesi avevano preso in moglie donne francesi, i produttori hanno lasciato che Marion Cotillard mantenesse il suo accento nativo (sebbene fosse Natalie Portman la scelta originale per il ruolo), anche per separarla ulteriormente dal resto della comunità descritta nel film. Nell'attesa che Kurzel, Fassbender e la Cotillard tornino a dicembre con la loro versione di Assassin's Creed, se il film vi fosse piaciuto recuperate Il trono di sangue, il Macbeth di Polanski e quello di Orson Welles. ENJOY!
martedì 5 gennaio 2016
Il piccolo principe (2015)
Per cominciare bene il nuovo anno in barba a comici innominabili e agli orari imbecilli del Multisala ho deciso di andare a vedere al primo spettacolo pomeridiano Il piccolo principe (The Little Prince), diretto nel 2015 dal regista Mark Osborne e tratto dal famosissimo romanzo di Antoine de Saint-Exupéry.
Trama: una bambina costretta a vivere un'esistenza programmata fin nei minimi dettagli da una madre ansiosa fa amicizia con un anziano aviatore che le racconta la storia del Piccolo Principe, l'unico abitante di un asteroide lontano che, un giorno, decide di fuggire dalla natura vanitosa ed esigente della sua rosa...
Dopo l'intelligente Inside Out, il cinema d'animazione sforna un'altra piccola perla imperniata sul difficile argomento della crescita e sul passaggio spesso traumatico dall'infanzia/adolescenza all'età adulta. Il piccolo principe, ovviamente, lo fa appoggiandosi alla storia senza tempo raccontata da Antoine de Saint-Exupéry e affrontando la riduzione di questo importantissimo romanzo poetico e filosofico partendo dalle reazioni di una giovanissima lettrice. La protagonista del film di Mark Osborne è una bambina che di infantile ha davvero poco; responsabilizzata, plasmata e stressata da una madre in carriera, la piccola ha ben chiaro cosa vogliano la genitrice e la società da lei e nessun mezzo per mettere in discussione le loro scelte che, ovviamente, considera come le uniche possibili. Il suo mondo è grigio come gli abiti che porta, scandito dai ritmi di un orologio e da un concetto di "essenziale" che coincide con quelli di "produttività, utilità e conformità", per i quali ogni azione dev'essere finalizzata al raggiungimento di uno "scopo" concreto. L'incontro con un vecchio aviatore consente alla bambina di cominciare a leggere qualcosa di diverso dalle infinite serie di equazioni matematiche che sua madre vorrebbe farle memorizzare e quel qualcosa è proprio Il piccolo principe; attraverso gli occhi della bambina "leggiamo" a nostra volta il libro di Antoine de Saint-Exupéry, pezzetto dopo pezzetto, e questa lettura cambia noi spettatori (o ci arricchisce, a seconda che l'opera in questione sia un nostro vecchio amico oppure un perfetto sconosciuto) così come cambia la piccola protagonista la quale, a poco a poco, apre gli occhi su un universo fatto di colori ed emozioni e, soprattutto, impara l'importanza dell'amicizia, dell'unicità delle cose e di quei ricordi d'infanzia che è sempre bene conservare se si vuole diventare degli adulti "meravigliosi". La pellicola di Mark Osborne prende per mano i piccoli spettatori e li guida alla scoperta di un'opera letteraria universale e bellissima, mostrando loro cosa sia davvero l'"essenziale" e quali siano i valori per i quali vale davvero la pena lottare, senza nascondere loro la possibilità che l'esistenza venga sconvolta da eventi dolorosi come l'abbandono o la morte di una persona cara; l'importanza di costruirsi un "nucleo" di esperienze, ricordi, affetti e, perché no, anche un po' di "stupidera" (sempre per citare Inside Out) viene sottolineata più volte e segna la differenza tra un adulto "bizzarro" come gli abitanti degli asteroidi visitati dal Piccolo Principe e un adulto equilibrato come potrebbe diventare la bambina protagonista.
Il piccolo principe è di una delicatezza rara anche per quanto riguarda la realizzazione. La storia della bambina protagonista e dell'aviatore viene raccontata attraverso l'utilizzo di un'animazione moderna (se guardate tra i character designer c'è Peter DeSève, già impegnato in Ratatouille, ed effettivamente i "cattivi" e i tristi abitanti dell'asteroide/città visitato ad un certo punto dalla protagonista somigliano tantissimo ad Anton Ego) e coloratissima che, per quel che riguarda sfondi, edifici, oggetti ed architetture, mira a creare un secco contrasto tra la caotica abitazione del vecchio aviatore e il resto delle costruzioni presenti in città, costrette da una planimetria geometrica e regolarissima. Contrapposta a questo stile di animazione c'è l'incantevole stop-motion con la quale è stata invece realizzata la parte di storia tratta direttamente dal romanzo, con i personaggi molto simili a dei pupazzetti ed essenziali nelle linee (non nella loro natura, ovviamente!) e tuttavia fluidi nei movimenti al punto che un occhio poco allenato come quello di un bambino potrebbe facilmente venire tratto in inganno e credere di avere davanti dei disegni in movimento; i disegni originali di Antoine de Saint-Exupéry, per la cronaca, ci sono e danzano sullo schermo ogni volta che la protagonista si accinge a leggere una pagina de Il piccolo principe. Bellissima anche la colonna sonora di Hans Zimmer, la quale spesso e volentieri si avvale della voce della cantante francese Camille, anche se personalmente ho avuto una piccola scossa di diludendo quando ho capito che la commovente versione di Somewhere Only We Know realizzata da Lily Allen, peraltro presente nel trailer, non sarebbe stata fatta sentire nemmeno durante i titoli di coda. Poco danno, ho pianto lo stesso come una fontana, anche perché Il piccolo principe a tratti è straziante. Ah, a proposito di strazio, genitori miei cariSSimi, concludo il post con un messaggio per voi. Lo so che Il piccolo principe è un bel film e che non sarebbe giusto privarvi del cinema solo perché avete messo al mondo dei teneri pargoletti però a mio avviso essere genitori significa non solo tantissima felicità ma anche un (bel) po' di sacrifici: non siate egoisti dunque e pensate ai vostri piccini di 3, 4, 5 anni che a) non capiranno NULLA della pellicola in questione e conseguentemente b) si romperanno le palline cominciando a deambulare per la sala, urlare "maaaammmaaaaaossoooonnoooooo" e lanciare pop corn costringendo ad un inutile stress voi e gli altri spettatori. Il piccolo principe dura un bel po' ed esprime qualche concetto difficile, riservatelo ai bimbi dai 6 anni in su e magari, dopo il film, leggete il libro assieme a loro. I vostri nervi vi ringrazieranno e anche io!
Del regista Mark Osborne ho già parlato QUI. Di Rachel McAdams (voce originale della Madre), Benicio Del Toro (voce originale del Serpente), Paul Rudd (voce originale del Signor Principe), Marion Cotillard (voce originale della Rosa, anche nella versione francese), James Franco (voce originale della Volpe), Jeff Bridges (voce originale dell'Aviatore), Paul Giamatti (l'insegnante in Accademia), Albert Brooks (L'uomo d'affari) e Bud Cort (il Re) ho parlato invece ai rispettivi link.
Mackenzie Foy è la voce originale della Bambina. Americana, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1 e 2, L'evocazione - The Conjuring e Interstellar . Ha 16 anni.
Il comico Ricky Gervais doppia in originale il personaggio del Vanitoso mentre per quel che riguarda le voci italiane ci sono Paola Cortellesi (la Mamma), Stefano Accorsi (la Volpe), Michaela Ramazzotti (la Rosa), Toni Servillo (l'Aviatore), Alessandro Gassmann (il Serpente), Alessandro Siani (il Vanitoso) e Pif (il Re). In Francia tra i doppiatori c'è invece Vincent Cassel, una Volpe incredibilmente sexy! Detto questo, se Il piccolo principe vi fosse piaciuto recuperate Inside Out e, ovviamente, leggete il libro di Antoine de Saint-Exupéry! ENJOY!
Trama: una bambina costretta a vivere un'esistenza programmata fin nei minimi dettagli da una madre ansiosa fa amicizia con un anziano aviatore che le racconta la storia del Piccolo Principe, l'unico abitante di un asteroide lontano che, un giorno, decide di fuggire dalla natura vanitosa ed esigente della sua rosa...
Dopo l'intelligente Inside Out, il cinema d'animazione sforna un'altra piccola perla imperniata sul difficile argomento della crescita e sul passaggio spesso traumatico dall'infanzia/adolescenza all'età adulta. Il piccolo principe, ovviamente, lo fa appoggiandosi alla storia senza tempo raccontata da Antoine de Saint-Exupéry e affrontando la riduzione di questo importantissimo romanzo poetico e filosofico partendo dalle reazioni di una giovanissima lettrice. La protagonista del film di Mark Osborne è una bambina che di infantile ha davvero poco; responsabilizzata, plasmata e stressata da una madre in carriera, la piccola ha ben chiaro cosa vogliano la genitrice e la società da lei e nessun mezzo per mettere in discussione le loro scelte che, ovviamente, considera come le uniche possibili. Il suo mondo è grigio come gli abiti che porta, scandito dai ritmi di un orologio e da un concetto di "essenziale" che coincide con quelli di "produttività, utilità e conformità", per i quali ogni azione dev'essere finalizzata al raggiungimento di uno "scopo" concreto. L'incontro con un vecchio aviatore consente alla bambina di cominciare a leggere qualcosa di diverso dalle infinite serie di equazioni matematiche che sua madre vorrebbe farle memorizzare e quel qualcosa è proprio Il piccolo principe; attraverso gli occhi della bambina "leggiamo" a nostra volta il libro di Antoine de Saint-Exupéry, pezzetto dopo pezzetto, e questa lettura cambia noi spettatori (o ci arricchisce, a seconda che l'opera in questione sia un nostro vecchio amico oppure un perfetto sconosciuto) così come cambia la piccola protagonista la quale, a poco a poco, apre gli occhi su un universo fatto di colori ed emozioni e, soprattutto, impara l'importanza dell'amicizia, dell'unicità delle cose e di quei ricordi d'infanzia che è sempre bene conservare se si vuole diventare degli adulti "meravigliosi". La pellicola di Mark Osborne prende per mano i piccoli spettatori e li guida alla scoperta di un'opera letteraria universale e bellissima, mostrando loro cosa sia davvero l'"essenziale" e quali siano i valori per i quali vale davvero la pena lottare, senza nascondere loro la possibilità che l'esistenza venga sconvolta da eventi dolorosi come l'abbandono o la morte di una persona cara; l'importanza di costruirsi un "nucleo" di esperienze, ricordi, affetti e, perché no, anche un po' di "stupidera" (sempre per citare Inside Out) viene sottolineata più volte e segna la differenza tra un adulto "bizzarro" come gli abitanti degli asteroidi visitati dal Piccolo Principe e un adulto equilibrato come potrebbe diventare la bambina protagonista.
Il piccolo principe è di una delicatezza rara anche per quanto riguarda la realizzazione. La storia della bambina protagonista e dell'aviatore viene raccontata attraverso l'utilizzo di un'animazione moderna (se guardate tra i character designer c'è Peter DeSève, già impegnato in Ratatouille, ed effettivamente i "cattivi" e i tristi abitanti dell'asteroide/città visitato ad un certo punto dalla protagonista somigliano tantissimo ad Anton Ego) e coloratissima che, per quel che riguarda sfondi, edifici, oggetti ed architetture, mira a creare un secco contrasto tra la caotica abitazione del vecchio aviatore e il resto delle costruzioni presenti in città, costrette da una planimetria geometrica e regolarissima. Contrapposta a questo stile di animazione c'è l'incantevole stop-motion con la quale è stata invece realizzata la parte di storia tratta direttamente dal romanzo, con i personaggi molto simili a dei pupazzetti ed essenziali nelle linee (non nella loro natura, ovviamente!) e tuttavia fluidi nei movimenti al punto che un occhio poco allenato come quello di un bambino potrebbe facilmente venire tratto in inganno e credere di avere davanti dei disegni in movimento; i disegni originali di Antoine de Saint-Exupéry, per la cronaca, ci sono e danzano sullo schermo ogni volta che la protagonista si accinge a leggere una pagina de Il piccolo principe. Bellissima anche la colonna sonora di Hans Zimmer, la quale spesso e volentieri si avvale della voce della cantante francese Camille, anche se personalmente ho avuto una piccola scossa di diludendo quando ho capito che la commovente versione di Somewhere Only We Know realizzata da Lily Allen, peraltro presente nel trailer, non sarebbe stata fatta sentire nemmeno durante i titoli di coda. Poco danno, ho pianto lo stesso come una fontana, anche perché Il piccolo principe a tratti è straziante. Ah, a proposito di strazio, genitori miei cariSSimi, concludo il post con un messaggio per voi. Lo so che Il piccolo principe è un bel film e che non sarebbe giusto privarvi del cinema solo perché avete messo al mondo dei teneri pargoletti però a mio avviso essere genitori significa non solo tantissima felicità ma anche un (bel) po' di sacrifici: non siate egoisti dunque e pensate ai vostri piccini di 3, 4, 5 anni che a) non capiranno NULLA della pellicola in questione e conseguentemente b) si romperanno le palline cominciando a deambulare per la sala, urlare "maaaammmaaaaaossoooonnoooooo" e lanciare pop corn costringendo ad un inutile stress voi e gli altri spettatori. Il piccolo principe dura un bel po' ed esprime qualche concetto difficile, riservatelo ai bimbi dai 6 anni in su e magari, dopo il film, leggete il libro assieme a loro. I vostri nervi vi ringrazieranno e anche io!
Del regista Mark Osborne ho già parlato QUI. Di Rachel McAdams (voce originale della Madre), Benicio Del Toro (voce originale del Serpente), Paul Rudd (voce originale del Signor Principe), Marion Cotillard (voce originale della Rosa, anche nella versione francese), James Franco (voce originale della Volpe), Jeff Bridges (voce originale dell'Aviatore), Paul Giamatti (l'insegnante in Accademia), Albert Brooks (L'uomo d'affari) e Bud Cort (il Re) ho parlato invece ai rispettivi link.
Mackenzie Foy è la voce originale della Bambina. Americana, ha partecipato a film come The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1 e 2, L'evocazione - The Conjuring e Interstellar . Ha 16 anni.
Il comico Ricky Gervais doppia in originale il personaggio del Vanitoso mentre per quel che riguarda le voci italiane ci sono Paola Cortellesi (la Mamma), Stefano Accorsi (la Volpe), Michaela Ramazzotti (la Rosa), Toni Servillo (l'Aviatore), Alessandro Gassmann (il Serpente), Alessandro Siani (il Vanitoso) e Pif (il Re). In Francia tra i doppiatori c'è invece Vincent Cassel, una Volpe incredibilmente sexy! Detto questo, se Il piccolo principe vi fosse piaciuto recuperate Inside Out e, ovviamente, leggete il libro di Antoine de Saint-Exupéry! ENJOY!
mercoledì 25 febbraio 2015
Due giorni, una notte (2014)
Il progetto Road to the Oscars continua e oggi tocca a Due giorni, una notte (Deux Jours, Une Nuit), diretto e sceneggiato nel 2014 da Jean-Pierre e Luc Dardenne e candidato a un premio Oscar per l’interpretazione di Marion Cotillard come miglior attrice protagonista.
Trama: dopo un periodo di malattia, l’operaia Sandra torna al lavoro solo per scoprire che i suoi colleghi, fomentati e minacciati dal capo reparto, hanno votato per farla licenziare e prendere in cambio un bonus di 1.000 euro. La donna, grazie all’interesse di un’amica, riesce ad ottenere una seconda votazione anonima ma ha solo due giorni e una notte per convincere gli altri operai a rinunciare al bonus, consentendole così mantenere il posto di lavoro…
Nonostante abbia guardato, finora, solo Rosetta e Due giorni, una notte, il cinema dei Dardenne mi mette più ansia di quanto farebbe un horror. I due autori belgi sono maestri nel portare sullo schermo le brutture della vita quotidiana e la terribile, fin troppo reale condizione di chi vorrebbe a tutti i costi lavorare ma non riesce perché nella società (in senso stretto e lato) “non c’è posto”. Rosetta e Due giorni, una notte mi hanno terrorizzata perché raccontano storie di donne “normali”, volenterose, capaci ed oneste che si ritrovano a venire letteralmente scartate, costrette a buttare via l’orgoglio per ottenere quello che dovrebbe essere un sacrosanto diritto di tutti e piegate da un mondo spietato che si regge unicamente sulle leggi del profitto e dell’egoismo, dove le guerre tra poveri sono all’ordine del giorno. Quello che succede a Sandra è scandaloso ma anche troppo familiare; in un sistema che porta le persone all’esasperazione e non accetta chi soccombe per fragilità, soprattutto se si parla di donne, non esiste che qualcuno si ammali “di depressione” ed è quindi giusto che chi ha osato tanto venga punito. La depressione, come vi dirà il 90% dei capoccia che posseggono il mondo, non esiste, è una scusa per non lavorare, per farsi compatire o, ancora peggio, per ottenere dei privilegi sulle spalle dei colleghi: in Due giorni, una notte i capi di Sandra fanno leva proprio su quest’ultimo punto per convincere gli operai a diventare gli esecutori materiali del licenziamento, illudendoli di avere potere decisionale quando in realtà questi poveracci sono solo marionette influenzate dalla promessa di un bonus. Un bonus che serve, per carità, perché viviamo in tempi difficili dove persino 1.000 euro in più al mese significano tutto, soprattutto per chi ha famiglia ed è precario o immigrato, ma che viene comunque ottenuto in maniera infame.
E' questa la cosa terribile di Due giorni, una notte. Come spettatori, ovviamente, ci ritroviamo a parteggiare per la bravissima Marion Cotillard, qui talmente dimessa da risultare quasi irriconoscibile, incrociamo le dita affinché il secondo voto vada interamente a suo vantaggio e malediciamo chiunque rifiuti di aiutarla... tuttavia bisogna mettersi anche nei panni dei suoi colleghi e porsi una domanda terribile: io avrei il coraggio di rifiutare mille euro per aiutarla? Avrei il coraggio di condannarmi a dover cercare un altro lavoro appena finito il contratto perché non me lo rinnoverebbero? Un paio di "interpellati" sarebbero da mandare al diavolo subito perché palesemente benestanti ma pensiamo anche a quei due o tre poveracci che contano sul bonus per dare da mangiare al figlio appena nato oppure hanno un contratto a tempo determinato e sanno che un loro eventuale voto a favore di Sandra farebbe diventare un miraggio la possibilità di avere un lavoro fisso e rispondiamo sinceramente alla domanda di cui sopra. Io, in tutta onestà, se Sandra non fosse mia amica (e lei in ditta amici ne ha davvero pochi) ci penserei su e la mia risposta non sarebbe affatto scontata. D'altra parte è anche ingusto che Sandra sia costretta ad umiliarsi e pregare in ginocchio i suoi colleghi di "risparmiarla" e non solo perché costringerli a scegliere è un'esperienza terribile, sfiancante e degradante ma anche perché la donna non avrebbe più vita nel caso il voto decretasse la sua vittoria, le persone la odierebbero per quei maledetti mille euro perduti e lei lo sa bene. Testimoniare al dibattito interiore della protagonista, sempre più depressa e scoraggiata, costretta a vergognarsi anche davanti ad una risposta positiva o una parola gentile, è a dir poco straziante ma è anche peggio sapere che certe situazioni esistono e possono capitare a chiunque. Per questo film come Due giorni, sette notti sono necessari e meriterebbero di essere visti dal maggior numero di persone possibile, senza relegarli ai cinema d'essai.
Dei registi e sceneggiatori Jean-Pierre e Luc Dardenne ho già parlato QUI mentre Marion Cotillard, che interpreta Sandra, la trovate QUA.
Fabrizio Rongione interpreta Manu. Belga, ha partecipato a film come Rosetta e Diaz - Don't Clean Up This Blood. Anche sceneggiatore e produttore, ha 41 anni.
Se Due giorni, una notte vi fosse piaciuto recuperate il plurinominato Rosetta. ENJOY!
Trama: dopo un periodo di malattia, l’operaia Sandra torna al lavoro solo per scoprire che i suoi colleghi, fomentati e minacciati dal capo reparto, hanno votato per farla licenziare e prendere in cambio un bonus di 1.000 euro. La donna, grazie all’interesse di un’amica, riesce ad ottenere una seconda votazione anonima ma ha solo due giorni e una notte per convincere gli altri operai a rinunciare al bonus, consentendole così mantenere il posto di lavoro…
Nonostante abbia guardato, finora, solo Rosetta e Due giorni, una notte, il cinema dei Dardenne mi mette più ansia di quanto farebbe un horror. I due autori belgi sono maestri nel portare sullo schermo le brutture della vita quotidiana e la terribile, fin troppo reale condizione di chi vorrebbe a tutti i costi lavorare ma non riesce perché nella società (in senso stretto e lato) “non c’è posto”. Rosetta e Due giorni, una notte mi hanno terrorizzata perché raccontano storie di donne “normali”, volenterose, capaci ed oneste che si ritrovano a venire letteralmente scartate, costrette a buttare via l’orgoglio per ottenere quello che dovrebbe essere un sacrosanto diritto di tutti e piegate da un mondo spietato che si regge unicamente sulle leggi del profitto e dell’egoismo, dove le guerre tra poveri sono all’ordine del giorno. Quello che succede a Sandra è scandaloso ma anche troppo familiare; in un sistema che porta le persone all’esasperazione e non accetta chi soccombe per fragilità, soprattutto se si parla di donne, non esiste che qualcuno si ammali “di depressione” ed è quindi giusto che chi ha osato tanto venga punito. La depressione, come vi dirà il 90% dei capoccia che posseggono il mondo, non esiste, è una scusa per non lavorare, per farsi compatire o, ancora peggio, per ottenere dei privilegi sulle spalle dei colleghi: in Due giorni, una notte i capi di Sandra fanno leva proprio su quest’ultimo punto per convincere gli operai a diventare gli esecutori materiali del licenziamento, illudendoli di avere potere decisionale quando in realtà questi poveracci sono solo marionette influenzate dalla promessa di un bonus. Un bonus che serve, per carità, perché viviamo in tempi difficili dove persino 1.000 euro in più al mese significano tutto, soprattutto per chi ha famiglia ed è precario o immigrato, ma che viene comunque ottenuto in maniera infame.
E' questa la cosa terribile di Due giorni, una notte. Come spettatori, ovviamente, ci ritroviamo a parteggiare per la bravissima Marion Cotillard, qui talmente dimessa da risultare quasi irriconoscibile, incrociamo le dita affinché il secondo voto vada interamente a suo vantaggio e malediciamo chiunque rifiuti di aiutarla... tuttavia bisogna mettersi anche nei panni dei suoi colleghi e porsi una domanda terribile: io avrei il coraggio di rifiutare mille euro per aiutarla? Avrei il coraggio di condannarmi a dover cercare un altro lavoro appena finito il contratto perché non me lo rinnoverebbero? Un paio di "interpellati" sarebbero da mandare al diavolo subito perché palesemente benestanti ma pensiamo anche a quei due o tre poveracci che contano sul bonus per dare da mangiare al figlio appena nato oppure hanno un contratto a tempo determinato e sanno che un loro eventuale voto a favore di Sandra farebbe diventare un miraggio la possibilità di avere un lavoro fisso e rispondiamo sinceramente alla domanda di cui sopra. Io, in tutta onestà, se Sandra non fosse mia amica (e lei in ditta amici ne ha davvero pochi) ci penserei su e la mia risposta non sarebbe affatto scontata. D'altra parte è anche ingusto che Sandra sia costretta ad umiliarsi e pregare in ginocchio i suoi colleghi di "risparmiarla" e non solo perché costringerli a scegliere è un'esperienza terribile, sfiancante e degradante ma anche perché la donna non avrebbe più vita nel caso il voto decretasse la sua vittoria, le persone la odierebbero per quei maledetti mille euro perduti e lei lo sa bene. Testimoniare al dibattito interiore della protagonista, sempre più depressa e scoraggiata, costretta a vergognarsi anche davanti ad una risposta positiva o una parola gentile, è a dir poco straziante ma è anche peggio sapere che certe situazioni esistono e possono capitare a chiunque. Per questo film come Due giorni, sette notti sono necessari e meriterebbero di essere visti dal maggior numero di persone possibile, senza relegarli ai cinema d'essai.
Dei registi e sceneggiatori Jean-Pierre e Luc Dardenne ho già parlato QUI mentre Marion Cotillard, che interpreta Sandra, la trovate QUA.
Fabrizio Rongione interpreta Manu. Belga, ha partecipato a film come Rosetta e Diaz - Don't Clean Up This Blood. Anche sceneggiatore e produttore, ha 41 anni.
Se Due giorni, una notte vi fosse piaciuto recuperate il plurinominato Rosetta. ENJOY!
mercoledì 22 agosto 2012
Il Cavaliere oscuro - Il ritorno (2012)
Ieri sera sono andata con un paio di amici a vedere l’anteprima de Il Cavaliere oscuro – Il ritorno (The Dark Knight Rises), attesissimo capitolo finale della trilogia di Christopher Nolan. La recensione che segue, per rispetto di chi attenderà l’uscita ufficiale per andarlo a vedere, è rigorosamente spoiler free.
Trama: alla fine de Il cavaliere oscuro Batman era stato dichiarato nemico pubblico di Gotham City mentre Harvey Dent, alias Due Facce, era stato praticamente fatto santo. A seguito di questo, Bruce Wayne si è ritirato in una sorta di clausura e la città sta attraversando un periodo di pace che dura da otto anni, ma ci penserà il terrorista Bane a cambiare lo status quo…
Non mi vergogno a dire che i primi due Batman diretti da Nolan mi avevano lasciata come mi avevano trovata. Del primo non ricordo praticamente nulla, mentre il secondo, osannatissimo capitolo mi aveva abbattuta per la noia, salvo per le sporadiche apparizioni di Heath Ledger nei panni di Joker. Ero partita dunque con le peggiori aspettative riguardo questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno… invece, e per fortuna, mi sono unita agli applausi a scena aperta che sono scattati automatici alla fine della pellicola. Per la prima volta, infatti, mi è parso che regista e sceneggiatori si siano impegnati a raccontare una storia di Batman, senza limitarsi a girare delle specie di pesantissimi action con un tizio in tenuta da pipistrello e perennemente complessato: qui c’è sì la disperazione, c’è la rinuncia, c’è finalmente un cattivo con le palle in grado di costituire una vera minaccia, sia fisica che psicologica, per l’uomo pipistrello e per Gotham, c’è la consapevolezza che Bruce Wayne è solo un uomo privo di superpoteri costretto ad affrontare problemi più grandi di lui, c'è un riferimento neppure troppo velato alla crisi mondiale e all'incredibile disparità tra troppo ricchi e troppo poveri… e ci sono, soprattutto, dei comprimari della madonna.
Non vado troppo nel dettaglio per non rovinare la sorpresa a chi non ha ancora visto la pellicola, ma ho sempre pensato che il bello di Batman non fosse il protagonista in sé, quanto la varietà di personaggi che ne popolano l’universo. In questo caso, Christian Bale, per quanto bravissimo e in parte, potrebbe tranquillamente non comparire mai all’interno della pellicola, perché bastano gli altri protagonisti a formare da soli un film praticamente perfetto. Michael Caine e Gary Oldman sono assolutamente inarrivabili, soprattutto il primo regala degli incredibili momenti di umorismo british e pura commozione; il nuovo villain Bane mette ansia ad ogni apparizione, è di una spietatezza senza confini ed è un piacere vederlo mettere in atto i suoi folli progetti (l’unico neo è la sua orrenda voce metallica, inascoltabile come quella di Batman: durante il confronto tra i due mancava solo la vocetta posticcia dell'Enigmista che invitava entrambi a fare un gioco con lui, poi eravamo davvero a posto…); Anne Hathaway è, inaspettatamente, una Selina perfetta, nelle movenze, nel costume e nelle motivazioni del personaggio, quasi affascinante come Michelle Pfeiffer; Joseph Gordon – Levitt è la scelta vincente per un protagonista fondamentale che viene “svelato” con intelligenza e senza troppi sensazionalismi, tenendolo quasi nell’ombra per tutta la durata della pellicola ed approfondendone al meglio le motivazioni; infine, Marion Cotillard è la raffinatezza fatta a persona, e cos’altro si può dire ad un’attrice simile? Al solito, purtroppo, il Fox di Morgan Freeman non mi ha fatto né caldo né freddo, trovo che sia un personaggio simpatico e utile in senso pratico, ma per il resto tranquillamente sacrificabile.
Per quanto riguarda l’aspetto tecnico della pellicola, anche i primi due capitoli rasentavano la perfezione, e Il cavaliere oscuro – Il ritorno non fa eccezione. La scena iniziale è mozzafiato, da pelle d’oca, così come l’attacco definitivo di Bane alla città di Gotham, punto focale del film (apro una parentesi sulla colonna sonora, bellissima, ma tante volte è molto più emozionante e carica di valore la delicata voce di un bambino che canta l'inno nazionale al momento giusto per far rimanere a bocca aperta...), inoltre i mezzi tecnologici dell’uomo pipistrello sono forse ancora più impressionanti delle altre volte e consentono sicuramente la realizzazione di efficacissime sequenze dove inseguimenti, sparatorie ed esplosioni la fanno da padrone. Sensazionali le scenografie: personalmente, ho amato molto l’immagine del tribunale “temporaneo” di Gotham City (e dovreste vedere il giudice che lo presiede…!), emblema di un caos mascherato da legge, e sono molto suggestivi anche il rifugio del villain e la prigione sotterranea nel bel mezzo del deserto. Non mi hanno fatta impazzire i costumi invece, con Bane che sembra uno zamarro appena caduto dall’aereo de I mercenari e con le solite, impersonalissime tutine che avvolgono le chiappe di Catwoman e Batman, né ho apprezzato i combattimenti tra protagonista e villain, lenti e rozzi incontri di pugilato tra monoliti di marmo. Ma a parte questi ultimi, trascurabili dettagli, è bello vedere come Nolan sia riuscito a tirare con maestria le fila del complesso discorso cominciato ormai sette anni fa, dando alla saga una degna e logica conclusione, che non lascia assolutamente l’amaro in bocca né una sensazione di incompletezza, come spesso accade in questi casi. Personalmente, confido che la cosa finisca qui e che non vengano fatti altri seguiti o reboot che saprebbero di fasullo lontano un miglio. Intanto, mi preparo a recuperare l’intera trilogia in DVD, chissà che il tempo non mi consenta di essere più indulgente con i primi due film e di dichiararli bellissimi come questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno.
Del regista e cosceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato qui. Di Christian Bale (Batman/Bruce Wayne), Gary Oldman (Jim Gordon), Tom Hardy (Bane), Joseph Gordon – Levitt (Blake, ruolo per il quale erano stati considerati anche Leonardo Di Caprio, Ryan Gosling e Mark Ruffalo), Anne Hathaway (Selina, ruolo per cui erano "arrivate in finale" anche Keira Knightley e Jessica Biel), Marion Cotillard (Miranda), Morgan Freeman (Fox), Michael Caine (Alfred), Cillian Murphy (Jonathan Crane/Scarecrow), Liam Neeson (Ra's Al Ghul) e Nestor Carbonell (il sindaco), ho già parlato nei rispettivi link.
Matthew Modine interpreta Foley. Americano, lo ricordo per film come Full Metal Jacket (era il soldato Joker), America oggi, Corsari, Notting Hill, Ogni maledetta domenica, inoltre ha partecipato alla serie Weeds. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 53 anni e due film in uscita.
Inutile dirlo, se il film vi è piaciuto vi consiglio il recupero di Batman Begins e di Il Cavaliere oscuro, oltre ovviamente a Batman e Batman Returns di Tim Burton. ENJOY!!
Trama: alla fine de Il cavaliere oscuro Batman era stato dichiarato nemico pubblico di Gotham City mentre Harvey Dent, alias Due Facce, era stato praticamente fatto santo. A seguito di questo, Bruce Wayne si è ritirato in una sorta di clausura e la città sta attraversando un periodo di pace che dura da otto anni, ma ci penserà il terrorista Bane a cambiare lo status quo…
Non mi vergogno a dire che i primi due Batman diretti da Nolan mi avevano lasciata come mi avevano trovata. Del primo non ricordo praticamente nulla, mentre il secondo, osannatissimo capitolo mi aveva abbattuta per la noia, salvo per le sporadiche apparizioni di Heath Ledger nei panni di Joker. Ero partita dunque con le peggiori aspettative riguardo questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno… invece, e per fortuna, mi sono unita agli applausi a scena aperta che sono scattati automatici alla fine della pellicola. Per la prima volta, infatti, mi è parso che regista e sceneggiatori si siano impegnati a raccontare una storia di Batman, senza limitarsi a girare delle specie di pesantissimi action con un tizio in tenuta da pipistrello e perennemente complessato: qui c’è sì la disperazione, c’è la rinuncia, c’è finalmente un cattivo con le palle in grado di costituire una vera minaccia, sia fisica che psicologica, per l’uomo pipistrello e per Gotham, c’è la consapevolezza che Bruce Wayne è solo un uomo privo di superpoteri costretto ad affrontare problemi più grandi di lui, c'è un riferimento neppure troppo velato alla crisi mondiale e all'incredibile disparità tra troppo ricchi e troppo poveri… e ci sono, soprattutto, dei comprimari della madonna.
Non vado troppo nel dettaglio per non rovinare la sorpresa a chi non ha ancora visto la pellicola, ma ho sempre pensato che il bello di Batman non fosse il protagonista in sé, quanto la varietà di personaggi che ne popolano l’universo. In questo caso, Christian Bale, per quanto bravissimo e in parte, potrebbe tranquillamente non comparire mai all’interno della pellicola, perché bastano gli altri protagonisti a formare da soli un film praticamente perfetto. Michael Caine e Gary Oldman sono assolutamente inarrivabili, soprattutto il primo regala degli incredibili momenti di umorismo british e pura commozione; il nuovo villain Bane mette ansia ad ogni apparizione, è di una spietatezza senza confini ed è un piacere vederlo mettere in atto i suoi folli progetti (l’unico neo è la sua orrenda voce metallica, inascoltabile come quella di Batman: durante il confronto tra i due mancava solo la vocetta posticcia dell'Enigmista che invitava entrambi a fare un gioco con lui, poi eravamo davvero a posto…); Anne Hathaway è, inaspettatamente, una Selina perfetta, nelle movenze, nel costume e nelle motivazioni del personaggio, quasi affascinante come Michelle Pfeiffer; Joseph Gordon – Levitt è la scelta vincente per un protagonista fondamentale che viene “svelato” con intelligenza e senza troppi sensazionalismi, tenendolo quasi nell’ombra per tutta la durata della pellicola ed approfondendone al meglio le motivazioni; infine, Marion Cotillard è la raffinatezza fatta a persona, e cos’altro si può dire ad un’attrice simile? Al solito, purtroppo, il Fox di Morgan Freeman non mi ha fatto né caldo né freddo, trovo che sia un personaggio simpatico e utile in senso pratico, ma per il resto tranquillamente sacrificabile.
Per quanto riguarda l’aspetto tecnico della pellicola, anche i primi due capitoli rasentavano la perfezione, e Il cavaliere oscuro – Il ritorno non fa eccezione. La scena iniziale è mozzafiato, da pelle d’oca, così come l’attacco definitivo di Bane alla città di Gotham, punto focale del film (apro una parentesi sulla colonna sonora, bellissima, ma tante volte è molto più emozionante e carica di valore la delicata voce di un bambino che canta l'inno nazionale al momento giusto per far rimanere a bocca aperta...), inoltre i mezzi tecnologici dell’uomo pipistrello sono forse ancora più impressionanti delle altre volte e consentono sicuramente la realizzazione di efficacissime sequenze dove inseguimenti, sparatorie ed esplosioni la fanno da padrone. Sensazionali le scenografie: personalmente, ho amato molto l’immagine del tribunale “temporaneo” di Gotham City (e dovreste vedere il giudice che lo presiede…!), emblema di un caos mascherato da legge, e sono molto suggestivi anche il rifugio del villain e la prigione sotterranea nel bel mezzo del deserto. Non mi hanno fatta impazzire i costumi invece, con Bane che sembra uno zamarro appena caduto dall’aereo de I mercenari e con le solite, impersonalissime tutine che avvolgono le chiappe di Catwoman e Batman, né ho apprezzato i combattimenti tra protagonista e villain, lenti e rozzi incontri di pugilato tra monoliti di marmo. Ma a parte questi ultimi, trascurabili dettagli, è bello vedere come Nolan sia riuscito a tirare con maestria le fila del complesso discorso cominciato ormai sette anni fa, dando alla saga una degna e logica conclusione, che non lascia assolutamente l’amaro in bocca né una sensazione di incompletezza, come spesso accade in questi casi. Personalmente, confido che la cosa finisca qui e che non vengano fatti altri seguiti o reboot che saprebbero di fasullo lontano un miglio. Intanto, mi preparo a recuperare l’intera trilogia in DVD, chissà che il tempo non mi consenta di essere più indulgente con i primi due film e di dichiararli bellissimi come questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno.
Del regista e cosceneggiatore Christopher Nolan ho già parlato qui. Di Christian Bale (Batman/Bruce Wayne), Gary Oldman (Jim Gordon), Tom Hardy (Bane), Joseph Gordon – Levitt (Blake, ruolo per il quale erano stati considerati anche Leonardo Di Caprio, Ryan Gosling e Mark Ruffalo), Anne Hathaway (Selina, ruolo per cui erano "arrivate in finale" anche Keira Knightley e Jessica Biel), Marion Cotillard (Miranda), Morgan Freeman (Fox), Michael Caine (Alfred), Cillian Murphy (Jonathan Crane/Scarecrow), Liam Neeson (Ra's Al Ghul) e Nestor Carbonell (il sindaco), ho già parlato nei rispettivi link.
Matthew Modine interpreta Foley. Americano, lo ricordo per film come Full Metal Jacket (era il soldato Joker), America oggi, Corsari, Notting Hill, Ogni maledetta domenica, inoltre ha partecipato alla serie Weeds. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 53 anni e due film in uscita.
Inutile dirlo, se il film vi è piaciuto vi consiglio il recupero di Batman Begins e di Il Cavaliere oscuro, oltre ovviamente a Batman e Batman Returns di Tim Burton. ENJOY!!
giovedì 8 dicembre 2011
Midnight in Paris (2011)
E' successo. Dopo anni passati a snobbare sistematicamente i film di Woody Allen che puntualmente escono al cinema, ieri sera sono andata a vedere Midnight in Paris, spinta dalle ottime recensioni di vari amici blogger. Sono uscita camminando a un metro da terra, riconciliandomi col regista... e col naso di Adrien Brody.

Trama: Gil è uno sceneggiatore con velleità di romanziere e il desiderio sfrenato di vivere la Parigi degli anni '20. Il suo sogno diventa realtà quando una notte, a mezzanotte, una vecchissima automobile si ferma proprio davanti a lui e gli offre un passaggio... per il passato!

Che dire di questo film? E' un sogno. Di più, è una dichiarazione d'amore puro per una città che non può fare altro che catturare. E' un inno alla vita, all'arte, alla musica, al cinema, alla cultura, alle cose per cui vale davvero la pena vivere, a prescindere che si sia nel 2011, nel 1920 o nel 1890. E pensare che non volevo neppure andarlo a vedere. Di Woody Allen ho visto giusto qualche film che avevo trovato bello senza esserne catturata, concludendo la visione senza ricavarne alcunché, senza che i sentimenti del regista (o dei suoi alter ego) mi fossero arrivati. Con Midnight in Paris è successo proprio il contrario invece, forse perché ho vissuto cinque splendidi giorni a Parigi e non posso che concordare con il buon Gil e la cara Carlà: non esiste che una persona, dopo essere stata a Parigi, desideri vivere in un altro posto. Sembra davvero di entrare in un altro universo, dove i ritmi sono differenti, la cultura e l'arte si respirano ad ogni angolo, c'è grazia anche nel mangiare del cous cous da una vaschetta sugli scalini di Montmartre (scena di vita vissuta u__u) o nel passeggiare sotto la pioggia. Un animo sensibile che coglie queste sfumature... come potrebbe vivere come Gil?

La contrapposizione tra il protagonista e la "piccineria" della futura sposa e dei suoceri è sicuramente banale, vista e rivista al cinema, ma è molto efficace. Lo spettatore non può che detestare Inez e i suoi, e sperare che al pedante Paul venga rifilata una pedata negli stinchi. Non vediamo l'ora che arrivi l'auto a portare Gil fuori da questo universo triste e gretto, per catapultarlo in un mondo affascinante e popolato di figure mitiche e musica accattivante: Picasso, Zelda e Scott Fitzgerald, il bellissimo Hemingway, l'esilarante, geniale Dalì, Bunuel, Gertrude Stein e, per finire, la seducente, bellissima Adriana sono tutti personaggi che ognuno di noi, almeno per una volta, vorrebbe incontrare. Per avere un confronto, per capire, per scoprire altri punti di vista ed immergersi nel mito, per evadere da un mondo che sembra davvero non avere più nulla da dire. Midnight in Paris, in questo senso, nonostante sia una commedia molto divertente, è comunque un'opera triste e malinconica. Che lascia comunque spazio ad un ottimismo di fondo, legato alla nostra eventuale capacità di crearci un piccolo spazio ideale all'interno di una realtà che potrebbe non piacerci, ma nella quale dobbiamo lo stesso vivere.

E' attraverso Parigi che Allen ci spinge a queste riflessioni. La ville lumière non è semplice sfondo, ma diventa attrice, protagonista, elemento indispensabile per l'esistenza del film, nonostante le inquadrature e l'intera sequenza iniziale possano davvero far pensare ad uno spot turistico. A pensarci bene il regista non poteva fare altrimenti, perché QUELLA è Parigi... e sta solo a chi la visita scegliere se considerarla una città da cartolina oppure cercare qualcosa di più nelle immagini che conosciamo tutti molto bene. E all'interno di questa meravigliosa "cornice" si muovono attori semplicemente perfetti. Owen Wilson è l'ideale alter ego del regista, svagato, ingenuo e fuori posto, Marion Cotillard è lo splendore fatto a persona (peccato per il doppiaggio un po' bruttino...), Kathy Bates nei panni di Gertrude Stein è grandiosa come sempre, Corey Stoll incarna un bellissimo, affascinante Hemingway e, soprattutto, Adrien Brody nei panni di Salvador Dalì è esilarante, da Oscar, lui e quei suoi maledetti rinoceronti!! Anche i personaggi "negativi" sono da voto 11... in particolare la gag finale dell'investigatore alla corte del Re di Francia merita la mia stima sempiterna. Insomma, Midnight in Paris è il film più bello che poteva regalarci la fine del 2011, lo consiglio senza remora alcuna e proprio perché non sono una fan di Woody Allen. Ite, gente, ite!!

Di Adrien Brody (Salvador Dalì), Kathy Bates (Gertrude Stein), Marion Cotillard (Adriana) ho già parlato nei rispettivi link.
Woody Allen (vero nome Allan Stewart Konigsberg) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Mito per la maggior parte dei cinefili, regista comunque famosissimo anche per chi non si intende affatto di cinema, lo ricordo per film come Il dittatore dello stato libero di Bananas, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere, Io & Annie, Manhattan, Zelig, Radio Days, Harry a pezzi, La maledizione dello scorpione di giada, Match Point, Vicky Cristina Barcelona, e solo per citare quelli che ho visto anche io. Americano, nche attore, compositore e produttore, ha 76 anni e un film in uscita. Ha vinto tre Oscar, due per la regia e la sceneggiatura di Io & Annie e uno per la sceneggiatura di Hannah e le sue sorelle.

Owen Wilson interpreta Gil. Famosissimo per essere attore adatto soprattutto per le commedie demenziali o per film assurdissimi, fratello di Luke Wilson, lo ricordo per film come Il rompiscatole, Armageddon, Haunting, Ti presento i miei, Zoolander, I Tenenbaum, Starsky & Hutch, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, 2 single a nozze, Tu, io e Dupree e Il treno per il Darjeeling, oltre ad aver prestato la voce a Saetta McQueen di Cars - Motori ruggenti e del seguito. Americano, anche produttore e sceneggiatore, ha 43 anni e un film in uscita.

Rachel McAdams interpreta Inez. Canadese, ha partecipato a film come Mean Girls, 2 single a nozze e Sherlock Holmes. Ha 33 anni e tre film in uscita, tra cui l'imminente Sherlock Holmes - Gioco di ombre.

Kurt Fuller (vero nome Curtis Fuller) interpreta il padre di Inez. Caratterista conosciutissimo e rivisto mille volte, lo ricordo per film come Danko, Una strega chiamata Elvira, Ghostbusters II, Il falò delle vanità, Fusi di testa, The Fan - Il mito, Scary Movie, Auto focus e Terapia d'urto, inoltre ha partecipato a serie come Supercar, La signora in giallo, Dharma & Greg, Malcom, Alias, Dr. House, Streghe, Desperate Housewives, I 4400, CSI e My Name Is Earl. Americano, ha 58 anni e due film in uscita.

Michael Sheen interpreta Paul. Inglese, lo ricordo per film come Mary Reilly, Wilde e Il gladiatore, inoltre ha doppiato il Bianconiglio in Alice in Wonderland. Anche produttore, ha 42 anni e tre film in uscita.

Mimi Kennedy, che qui intrerpreta l'odiosa madre di Inez, nella serie Dharma & Greg vestiva i panni di tutt'altro tipo di personaggio, ovvero la divertente madre figlia dei fiori della protagonista, mentre Alison Pill, ovvero Ella Fitzgerald, in Scott Pilgrim vs. the World interpreta la mitica Kim Pine. Anche il suo "compagno" Scott Fitzgerald, ovvero l'attore Tom Hiddleston, ha dovuto interpretare il personaggio di un comic, e tornerà a farlo nell'imminente The Avengers, dove tornerà a recitare nei panni del dio norreno dell'inganno, Loki. Ovviamente, la prèmiere dame di Francia Carla Bruni compare come guida turistica. Peccato non ci fosse anche Sarkò, ehm... vabbé. Si capisce che la presenza della Carlà è l'unica cosa che mi ha fatta storcere un po' il naso. A prescindere... ENJOY!!

Trama: Gil è uno sceneggiatore con velleità di romanziere e il desiderio sfrenato di vivere la Parigi degli anni '20. Il suo sogno diventa realtà quando una notte, a mezzanotte, una vecchissima automobile si ferma proprio davanti a lui e gli offre un passaggio... per il passato!

Che dire di questo film? E' un sogno. Di più, è una dichiarazione d'amore puro per una città che non può fare altro che catturare. E' un inno alla vita, all'arte, alla musica, al cinema, alla cultura, alle cose per cui vale davvero la pena vivere, a prescindere che si sia nel 2011, nel 1920 o nel 1890. E pensare che non volevo neppure andarlo a vedere. Di Woody Allen ho visto giusto qualche film che avevo trovato bello senza esserne catturata, concludendo la visione senza ricavarne alcunché, senza che i sentimenti del regista (o dei suoi alter ego) mi fossero arrivati. Con Midnight in Paris è successo proprio il contrario invece, forse perché ho vissuto cinque splendidi giorni a Parigi e non posso che concordare con il buon Gil e la cara Carlà: non esiste che una persona, dopo essere stata a Parigi, desideri vivere in un altro posto. Sembra davvero di entrare in un altro universo, dove i ritmi sono differenti, la cultura e l'arte si respirano ad ogni angolo, c'è grazia anche nel mangiare del cous cous da una vaschetta sugli scalini di Montmartre (scena di vita vissuta u__u) o nel passeggiare sotto la pioggia. Un animo sensibile che coglie queste sfumature... come potrebbe vivere come Gil?

La contrapposizione tra il protagonista e la "piccineria" della futura sposa e dei suoceri è sicuramente banale, vista e rivista al cinema, ma è molto efficace. Lo spettatore non può che detestare Inez e i suoi, e sperare che al pedante Paul venga rifilata una pedata negli stinchi. Non vediamo l'ora che arrivi l'auto a portare Gil fuori da questo universo triste e gretto, per catapultarlo in un mondo affascinante e popolato di figure mitiche e musica accattivante: Picasso, Zelda e Scott Fitzgerald, il bellissimo Hemingway, l'esilarante, geniale Dalì, Bunuel, Gertrude Stein e, per finire, la seducente, bellissima Adriana sono tutti personaggi che ognuno di noi, almeno per una volta, vorrebbe incontrare. Per avere un confronto, per capire, per scoprire altri punti di vista ed immergersi nel mito, per evadere da un mondo che sembra davvero non avere più nulla da dire. Midnight in Paris, in questo senso, nonostante sia una commedia molto divertente, è comunque un'opera triste e malinconica. Che lascia comunque spazio ad un ottimismo di fondo, legato alla nostra eventuale capacità di crearci un piccolo spazio ideale all'interno di una realtà che potrebbe non piacerci, ma nella quale dobbiamo lo stesso vivere.

E' attraverso Parigi che Allen ci spinge a queste riflessioni. La ville lumière non è semplice sfondo, ma diventa attrice, protagonista, elemento indispensabile per l'esistenza del film, nonostante le inquadrature e l'intera sequenza iniziale possano davvero far pensare ad uno spot turistico. A pensarci bene il regista non poteva fare altrimenti, perché QUELLA è Parigi... e sta solo a chi la visita scegliere se considerarla una città da cartolina oppure cercare qualcosa di più nelle immagini che conosciamo tutti molto bene. E all'interno di questa meravigliosa "cornice" si muovono attori semplicemente perfetti. Owen Wilson è l'ideale alter ego del regista, svagato, ingenuo e fuori posto, Marion Cotillard è lo splendore fatto a persona (peccato per il doppiaggio un po' bruttino...), Kathy Bates nei panni di Gertrude Stein è grandiosa come sempre, Corey Stoll incarna un bellissimo, affascinante Hemingway e, soprattutto, Adrien Brody nei panni di Salvador Dalì è esilarante, da Oscar, lui e quei suoi maledetti rinoceronti!! Anche i personaggi "negativi" sono da voto 11... in particolare la gag finale dell'investigatore alla corte del Re di Francia merita la mia stima sempiterna. Insomma, Midnight in Paris è il film più bello che poteva regalarci la fine del 2011, lo consiglio senza remora alcuna e proprio perché non sono una fan di Woody Allen. Ite, gente, ite!!

Di Adrien Brody (Salvador Dalì), Kathy Bates (Gertrude Stein), Marion Cotillard (Adriana) ho già parlato nei rispettivi link.
Woody Allen (vero nome Allan Stewart Konigsberg) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Mito per la maggior parte dei cinefili, regista comunque famosissimo anche per chi non si intende affatto di cinema, lo ricordo per film come Il dittatore dello stato libero di Bananas, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere, Io & Annie, Manhattan, Zelig, Radio Days, Harry a pezzi, La maledizione dello scorpione di giada, Match Point, Vicky Cristina Barcelona, e solo per citare quelli che ho visto anche io. Americano, nche attore, compositore e produttore, ha 76 anni e un film in uscita. Ha vinto tre Oscar, due per la regia e la sceneggiatura di Io & Annie e uno per la sceneggiatura di Hannah e le sue sorelle.

Owen Wilson interpreta Gil. Famosissimo per essere attore adatto soprattutto per le commedie demenziali o per film assurdissimi, fratello di Luke Wilson, lo ricordo per film come Il rompiscatole, Armageddon, Haunting, Ti presento i miei, Zoolander, I Tenenbaum, Starsky & Hutch, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, 2 single a nozze, Tu, io e Dupree e Il treno per il Darjeeling, oltre ad aver prestato la voce a Saetta McQueen di Cars - Motori ruggenti e del seguito. Americano, anche produttore e sceneggiatore, ha 43 anni e un film in uscita.

Rachel McAdams interpreta Inez. Canadese, ha partecipato a film come Mean Girls, 2 single a nozze e Sherlock Holmes. Ha 33 anni e tre film in uscita, tra cui l'imminente Sherlock Holmes - Gioco di ombre.

Kurt Fuller (vero nome Curtis Fuller) interpreta il padre di Inez. Caratterista conosciutissimo e rivisto mille volte, lo ricordo per film come Danko, Una strega chiamata Elvira, Ghostbusters II, Il falò delle vanità, Fusi di testa, The Fan - Il mito, Scary Movie, Auto focus e Terapia d'urto, inoltre ha partecipato a serie come Supercar, La signora in giallo, Dharma & Greg, Malcom, Alias, Dr. House, Streghe, Desperate Housewives, I 4400, CSI e My Name Is Earl. Americano, ha 58 anni e due film in uscita.

Michael Sheen interpreta Paul. Inglese, lo ricordo per film come Mary Reilly, Wilde e Il gladiatore, inoltre ha doppiato il Bianconiglio in Alice in Wonderland. Anche produttore, ha 42 anni e tre film in uscita.

Mimi Kennedy, che qui intrerpreta l'odiosa madre di Inez, nella serie Dharma & Greg vestiva i panni di tutt'altro tipo di personaggio, ovvero la divertente madre figlia dei fiori della protagonista, mentre Alison Pill, ovvero Ella Fitzgerald, in Scott Pilgrim vs. the World interpreta la mitica Kim Pine. Anche il suo "compagno" Scott Fitzgerald, ovvero l'attore Tom Hiddleston, ha dovuto interpretare il personaggio di un comic, e tornerà a farlo nell'imminente The Avengers, dove tornerà a recitare nei panni del dio norreno dell'inganno, Loki. Ovviamente, la prèmiere dame di Francia Carla Bruni compare come guida turistica. Peccato non ci fosse anche Sarkò, ehm... vabbé. Si capisce che la presenza della Carlà è l'unica cosa che mi ha fatta storcere un po' il naso. A prescindere... ENJOY!!
mercoledì 14 settembre 2011
Contagion (2011)
Forse perché il 2012 si sta avvicinando, il mio Multisala sta facendo il miracolo e si sta impegnando per mettere in programmazione bei film che non avrei mai creduto di poter vedere al cinema nella mia zona. Ieri sera sono riuscita così ad andare a vedere Contagion, la nuova pellicola del regista Steven Soderbergh.

Trama: Un terribile e mortale virus si diffonde in pochissimi giorni in tutto il pianeta. Mentre autorità mondiali, luminari della medicina e giornalisti cercano di trovare una soluzione, i pochi sopravvissuti cominciano a fare i conti con la paura e il caos…

Pur essendo uno dei pochi film “originali” in uscita, Contagion riprende un trend già in voga negli anni ’70, ovvero quello delle pellicole catastrofiche che radunavano un gran numero di famosissime star dell’epoca. Originale, quindi, con riserva, anche se l’approccio ad una trama di per sé non innovativa viene portato avanti con piglio assai asettico e documentaristico, concedendo poco allo spettacolo. Soderbergh decide di puntare molto sui fatti e di girare un film sobrio, privo di fronzoli o immagini ad effetto (uniche eccezioni la terribile sequenza dell’autopsia su Gwyneth Paltrow e la commovente scena finale del prom casalingo, accompagnata dalla splendida musica degli U2), dal montaggio serrato ed implacabile come la diffusione del virus che vorrebbe rappresentare. Un drink all’aeroporto, un viso lucido di sudore, primi piani di mani che toccano oggetti che vengono passati ad altre mani, didascalie con nomi di città e relativo numero di abitanti, panoramiche di hotel, autobus, condomini, metropoli: Contagion come da titolo si concentra giustamente sulla dinamica del contagio e sulla conseguente ondata di panico collettivo e “fobia dell’altro” che influenzano ogni cosa, dalle alte decisioni governative ai più semplici rapporti umani.

Il risultato è un film sicuramente ben recitato (Kate Winslet e Jude Law sono strepitosi!), molto bello ed ottimamente confezionato, che stringe lo spettatore in una morsa di ansia dall’inizio alla fine, evitando di ammorbarlo con spiegazioni scientifiche troppo dettagliate o complesse, e che alla fine non si sofferma troppo su nessun personaggio, preferendo mostrare un campionario di varia umanità per coprire il maggior numero di punti di vista possibili. Certo, all’uscita dal cinema ho origliato i pareri “a caldo” di alcune persone, e secondo loro il difetto più grande di Contagion è proprio questo, la decisione di raccontare tante piccole storie senza approfondirle troppo. Personalmente non l’ho preso come un difetto ma come un ulteriore mezzo per accentuare il realismo della pellicola perché, diciamoci la verità, nel corso di una pandemia dubito che tutti i giorni accadano costantemente, ad ogni singola persona, eventi degni di essere narrati: molto meglio, quindi, mostrare spizzichi e bocconi di vicende più o meno interessanti e lasciare anche qualche dubbio, storie che potranno essere ulteriormente raccontate o continuate se qualcuno lo vorrà. A dire il vero la cosa che però mi ha colpita di più è l’assenza di personaggi totalmente positivi o negativi (a parte Jude Law che è un bel bastardo, ma in modo particolare) e di qualsivoglia riferimento alla religione; in Contagion nessun personaggio ricerca il conforto della fede, non ci sono santi né predicatori che inneggiano alla fine del mondo, solo una disperata fiducia nella scienza e nell’informazione alternativa, un’ancor più disperata diffidenza verso le autorità e il desiderio di proteggere il proprio mondo, per quanto sia piccolo. Chissà cosa farei io in un caso come questo. Mah. Per ora posso solo dire che Contagion mi è piaciuto e lo consiglio.

Di Matt Damon (Mitch), Gwyneth Paltrow (Beth), Jude Law (Alan), Laurence Fishburne (Dr. Cheever), Kate Winslet (Dr. Mears), Elliot Gould (Dr. Sussmann), ho già parlato nei vari post a loro dedicati, che potete leggere cliccando sui link.
Steven Soderbergh è il regista della pellicola. Americano, lo ricordo per film come Sesso, bugie e videotape, Out of Sight, Traffic (che gli è valso l’Oscar come miglior regista), Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco, Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 48 anni e tre film in uscita.

Marion Cotillard interpreta la Dottoressa Orantes. Francese, ha partecipato a film come Taxxi, Taxxi 2, Taxxi 3, Big Fish – Le storie di una vita incredibile, Un’ottima annata, La vie en rose (che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista) e Inception, oltre ad un episodio della serie Highlander. Ha 36 anni e un film in uscita, Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno.

John Hawkes (vero nome John Perkins) interpreta Roger. Per la serie, “dove t’ho già visto?”: ma sei Pete!! Pete, il povero, sfigatissimo commesso seviziato dai fratelli Jeko in Dal tramonto all’alba!! E non solo, ovviamente. Potete trovare l’attore americano in film come Scary Movie, Freaked – Sgorbi, Congo, Incubo finale, Identità, Miami Vice o in serie come Millenium, Nash Bridges, E.R. – Medici in prima linea, Buffy l’ammazzavampiri, X- Files, Più forte ragazzi, 24, Taken, Senza traccia, CSI e Lost. Ha 52 anni e quattro film in uscita.

Rimaniamo in tema di attori. Tra chi ce l’ha fatta, segnalo Jennifer Ehle, che nel film interpreta la dottoressa Hextall mentre ne Il discorso del re era la moglie di Logue. Passando a chi, invece, non ce l’ha fatta, si era pensato di assegnare il ruolo (marginale ma a suo modo importante) di Beth a Jennifer Connelly che, in quanto premio Oscar, in questo cast all star non avrebbe sfigurato. Se vi fosse piaciuto Contagion suggerirei di guardare almeno L’inferno di cristallo, film catastrofico che da piccola mi terrorizzava e dal quale pare Soderbergh abbia tratto ispirazione per la sua ultima pellicola. Intanto che lo cercate, vi lascio col trailer di Contagion... ENJOY!
Trama: Un terribile e mortale virus si diffonde in pochissimi giorni in tutto il pianeta. Mentre autorità mondiali, luminari della medicina e giornalisti cercano di trovare una soluzione, i pochi sopravvissuti cominciano a fare i conti con la paura e il caos…
Pur essendo uno dei pochi film “originali” in uscita, Contagion riprende un trend già in voga negli anni ’70, ovvero quello delle pellicole catastrofiche che radunavano un gran numero di famosissime star dell’epoca. Originale, quindi, con riserva, anche se l’approccio ad una trama di per sé non innovativa viene portato avanti con piglio assai asettico e documentaristico, concedendo poco allo spettacolo. Soderbergh decide di puntare molto sui fatti e di girare un film sobrio, privo di fronzoli o immagini ad effetto (uniche eccezioni la terribile sequenza dell’autopsia su Gwyneth Paltrow e la commovente scena finale del prom casalingo, accompagnata dalla splendida musica degli U2), dal montaggio serrato ed implacabile come la diffusione del virus che vorrebbe rappresentare. Un drink all’aeroporto, un viso lucido di sudore, primi piani di mani che toccano oggetti che vengono passati ad altre mani, didascalie con nomi di città e relativo numero di abitanti, panoramiche di hotel, autobus, condomini, metropoli: Contagion come da titolo si concentra giustamente sulla dinamica del contagio e sulla conseguente ondata di panico collettivo e “fobia dell’altro” che influenzano ogni cosa, dalle alte decisioni governative ai più semplici rapporti umani.
Il risultato è un film sicuramente ben recitato (Kate Winslet e Jude Law sono strepitosi!), molto bello ed ottimamente confezionato, che stringe lo spettatore in una morsa di ansia dall’inizio alla fine, evitando di ammorbarlo con spiegazioni scientifiche troppo dettagliate o complesse, e che alla fine non si sofferma troppo su nessun personaggio, preferendo mostrare un campionario di varia umanità per coprire il maggior numero di punti di vista possibili. Certo, all’uscita dal cinema ho origliato i pareri “a caldo” di alcune persone, e secondo loro il difetto più grande di Contagion è proprio questo, la decisione di raccontare tante piccole storie senza approfondirle troppo. Personalmente non l’ho preso come un difetto ma come un ulteriore mezzo per accentuare il realismo della pellicola perché, diciamoci la verità, nel corso di una pandemia dubito che tutti i giorni accadano costantemente, ad ogni singola persona, eventi degni di essere narrati: molto meglio, quindi, mostrare spizzichi e bocconi di vicende più o meno interessanti e lasciare anche qualche dubbio, storie che potranno essere ulteriormente raccontate o continuate se qualcuno lo vorrà. A dire il vero la cosa che però mi ha colpita di più è l’assenza di personaggi totalmente positivi o negativi (a parte Jude Law che è un bel bastardo, ma in modo particolare) e di qualsivoglia riferimento alla religione; in Contagion nessun personaggio ricerca il conforto della fede, non ci sono santi né predicatori che inneggiano alla fine del mondo, solo una disperata fiducia nella scienza e nell’informazione alternativa, un’ancor più disperata diffidenza verso le autorità e il desiderio di proteggere il proprio mondo, per quanto sia piccolo. Chissà cosa farei io in un caso come questo. Mah. Per ora posso solo dire che Contagion mi è piaciuto e lo consiglio.
Di Matt Damon (Mitch), Gwyneth Paltrow (Beth), Jude Law (Alan), Laurence Fishburne (Dr. Cheever), Kate Winslet (Dr. Mears), Elliot Gould (Dr. Sussmann), ho già parlato nei vari post a loro dedicati, che potete leggere cliccando sui link.
Steven Soderbergh è il regista della pellicola. Americano, lo ricordo per film come Sesso, bugie e videotape, Out of Sight, Traffic (che gli è valso l’Oscar come miglior regista), Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco, Ocean’s Twelve e Ocean’s Thirteen. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 48 anni e tre film in uscita.
Marion Cotillard interpreta la Dottoressa Orantes. Francese, ha partecipato a film come Taxxi, Taxxi 2, Taxxi 3, Big Fish – Le storie di una vita incredibile, Un’ottima annata, La vie en rose (che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista) e Inception, oltre ad un episodio della serie Highlander. Ha 36 anni e un film in uscita, Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno.
John Hawkes (vero nome John Perkins) interpreta Roger. Per la serie, “dove t’ho già visto?”: ma sei Pete!! Pete, il povero, sfigatissimo commesso seviziato dai fratelli Jeko in Dal tramonto all’alba!! E non solo, ovviamente. Potete trovare l’attore americano in film come Scary Movie, Freaked – Sgorbi, Congo, Incubo finale, Identità, Miami Vice o in serie come Millenium, Nash Bridges, E.R. – Medici in prima linea, Buffy l’ammazzavampiri, X- Files, Più forte ragazzi, 24, Taken, Senza traccia, CSI e Lost. Ha 52 anni e quattro film in uscita.
Rimaniamo in tema di attori. Tra chi ce l’ha fatta, segnalo Jennifer Ehle, che nel film interpreta la dottoressa Hextall mentre ne Il discorso del re era la moglie di Logue. Passando a chi, invece, non ce l’ha fatta, si era pensato di assegnare il ruolo (marginale ma a suo modo importante) di Beth a Jennifer Connelly che, in quanto premio Oscar, in questo cast all star non avrebbe sfigurato. Se vi fosse piaciuto Contagion suggerirei di guardare almeno L’inferno di cristallo, film catastrofico che da piccola mi terrorizzava e dal quale pare Soderbergh abbia tratto ispirazione per la sua ultima pellicola. Intanto che lo cercate, vi lascio col trailer di Contagion... ENJOY!
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