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venerdì 23 settembre 2022

The Call (2020)

Oh, non può essere sempre oro tutto quel che luccica, e talvolta anche Shudder prende sonore cantonate, come nel caso di The Call, diretto dal regista Timothy Woodward Jr.


Trama: a causa degli insulti e degli attacchi continui di quattro ragazzi, una donna si toglie la vita. Dopo qualche giorno, il marito di lei convoca tutti e quattro per un terribile gioco...


La scorsa Summer of Chills di Shudder ha regalato parecchie gioie ma purtroppo uno dei film che ne hanno fatto parte, The Call, è davvero una schifezza coi fiocchi che è riuscita a sprecare un interessante punto di partenza per farsi moscio emulo di tutti quei film che sfruttano le paure dei protagonisti per ucciderli. The Call, per certi versi, segna un po' anche un ritorno al primo decennio del 2000, nel quale abbondavano i film straight to video che schiaffavano in copertina nomi altisonanti del genere horror (o, nel caso di Danny Trejo, anche dell'action) e poi seppellivano quegli stessi nomi sotto almeno un'ora di sofferente camurrìa, senza riuscire a dar modo allo spettatore di salvarsi dal disgusto aggrappandosi alla gioia di vedere i propri beniamini su schermo. Anche in questo caso, infatti, i poveri Lin Shaye e Tobin Bell, nonostante l'estrema professionalità, l'innegabile fascino e quella bravura tipica dell'attore ormai "consumato", non riescono ad elevare il film da una mediocrità che mai mi sarei aspettata da una piattaforma sulla cresta dell'onda quale Shudder; la Shaye mette i brividi, abbonata com'è ormai ai ruoli di vecchietta demoniaca che non si risparmia vomitate di sangue nero sui malcapitati, mentre Tobin Bell è il solito signore elegante che ti intorta senza nemmeno che tu te ne accorga, purtroppo per loro però sono costretti ad avere a che fare con un branco di minchiette di mare coinvolte in una trama noiosissima e derivativa, dove non c'è un minuto di suspense che sia uno e dove persino i non pochi twist che cicciano fuori di tanto in tanto ottengono come reazione poco più di uno scazzato "ma che daVero?".


Timothy Woodward Jr.
 (la cui filmografia, a onor del vero, avrebbe dovuto mettermi in guardia fin da subito) e soci cercano di attirare gonzi non solo grazie alla Shaye e a Bell, ma anche utilizzando come cornice una pretestuosa ambientazione anni '80 che, di fatto, serve solo ad impedire che i ragazzi protagonisti dispongano di cellulare e a sottolineare la presenza del cretinetti lentigginoso che nelle prime due stagioni di Stranger Things interpretava l'amichetto stronzo di Steve, "punta di diamante" di un cast di attorucoli costretti ad interpretare personaggi odiosissimi, del cui destino lo spettatore arriva a disinteressarsi dopo pochi minuti. A peggiorare le cose ci si mette una regia ballonzolina, zeppa di grandangoli e distorsioni atte a dare l'impressione di una dimensione demoniaca che, come se non bastasse la tremenda somiglianza con un parco divertimenti, è virata il 90% del tempo sui colori del rosso e del giallo, uno schiaffone itterico sui miei occhi già provati, che ha aumentato ancora di più il mio già alto livello di disgusto e malsopportazione. Quindi, in soldoni, consiglierei di evitare questa inutile schifezzuola anche se siete fan all'ultimo stadio delle due icone horror coinvolte, che sarebbe meglio ricordare per altre pellicole. 



Di Lin Shaye (Edith Cranston) e Tobin Bell (Edward Cranston) ho già parlato ai rispettivi link.

Timothy Woodward Jr. è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Il buono, il brutto e il morto e The Final Wish. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 37 anni.


Chester Rushing
interpreta Chris. Americano, ha partecipato a film come Logan - The Wolverine, Jeepers Creepers 3, Monster Party e a serie quali Stranger Things. Ha 29 anni.



martedì 21 settembre 2021

Teddy (2020)

La Summer of Chills di Shudder ormai è finita da un pezzo, io però sto ancora recuperando i film della rassegna, tra i quali c'è anche Teddy, diretto e sceneggiato nel 2020 dai registi Ludovic Boukherma e Zoran Boukherma.


Trama: dopo essere stato morso nel bosco, il giovane Teddy comincia a subire un'inquietante trasformazione...


Nel giro di una settimana o poco più mi sono sparata tre horror francesi senza soluzione di continuità e, per quanto i nostri cuginastri continuino a starmi poco simpatici, c'è da dire che i loro film di genere sono sempre ben lontani dall'esser banali. E' il caso di questo Teddy, uno schiaffo fortissimo in faccia a pellicole come l'adorato e adorabile Voglia di vincere ma anche qualcosa che si distacca parecchio da grandi classici del genere "licantropia" come L'ululato o Un lupo mannaro americano a Londra e che segue una strada tutta sua a partire dalla scelta di utilizzare attori ben distanti dai canoni di bellezza che avremmo ritrovato invece in un coming of age americano. Il film racconta la storia di Teddy, un ragazzo normalissimo, forse più "scemo" di molti altri, se mi passate il termine, che non ha mai finito la scuola (ha abbandonato alle medie), non ha genitori (vive con una zia ridotta quasi in stato vegetativo e uno zio fuori di testa) e viene generalmente considerato lo "strano" del paese, persino mezzo satanista a causa dei suoi gusti musicali; in realtà, Teddy è una persona incredibilmente buona, dai saldi principi, follemente innamorato della coetanea Rebecca, al punto da sognare una vita con lei, una casa, una famiglia come quella che lui non ha mai avuto. La vita un po' trasandata ma comunque felice di Teddy cambia nel momento in cui viene morso da una bestia, probabilmente un lupo, evento che lo sottopone a cambiamenti fisici e psicologici acuiti da una situazione esterna che sta già cominciando a precipitare a causa dell'imminente fine della scuola e di un futuro che rischia di apre le porte solo a Rebecca, lasciandolo indietro e da solo. 


Come già Lo sciame, altro horror francese visto di recente, Teddy gioca con i cliché dell'horror ma cerca di evitare di renderli il fulcro di una pellicola che preferisce raccontare altro, senza lesinare momenti abbastanza schifosi (tutti legati all'abbondante crescita pilifera di Teddy, che poverino si ritrova peli in posti che non augurerei a nessuno, con conseguenti tentativi di rimozione che mi hanno portata distogliere lo sguardo reprimendo brividi di puro disgusto) e anche un finale risolutivo assai gore, realizzato in maniera perfetta nonostante le evidenti carenze di budget, che in questo caso hanno aguzzato l'ingegno dei gemelli Boukherma; per la maggior parte della sua durata, Teddy è una commedia, soprattutto nel primo atto, che tuttavia a poco a poco si tinge di malinconia, con la maledizione del protagonista che non fa altro che sottolineare la sua natura di "diverso", alimentando la diffidenza che gli altri abitanti del paese provavano nei suoi confronti già da prima. E' triste vedere Teddy affrontare il suo problema in totale solitudine, privo di amici con i quali confidarsi al di fuori dello zio che, tuttavia, ricerca solo soluzioni "mistiche", terrorizzato com'è da ciò che percepisce (giustamente o meno) come maligno, ed è triste vedere come, nonostante questo terrore, sia comunque lo zio l'unico in grado di guardare negli occhi la profonda sofferenza di Teddy e di liberarlo nel modo più altruistico, pietoso e terribile possibile. L'atmosfera tutta particolare di Teddy si appoggia anche a una fotografia dalle palette coloratissime e a degli attori che, come detto sopra, non sono bellissimi (anzi, spesso l'esatto contrario) eppure sono, oltre che bravi, perfetti per l'immagine bucolica e anche un po' "squallida" di un piccolo paesino delle campagne francesi, dove è fin troppo facile gridare "al lupo" e scagliarsi contro la bestia senza nemmeno provare a capirla, persi nella rassicurante certezza di una ridicola banalità spacciata per gran traguardo sociale. Provate a guardare Teddy e fatemi sapere se anche voi avete apprezzato la particolare atmosfera di questa strana pellicola! 

Ludovic Boukherma e Zoran Boukherma sono i registi e sceneggiatori della pellicola, al loro secondo lungometraggio, sono fratelli gemelli e hanno 29 anni. Francesi, anche produttori, Zoran ha lavorato anche come attore. 





venerdì 13 agosto 2021

The Boy Behind the Door (2020)

L'avrei recuperato comunque per la Summer of Chills di Shudder ma poi Lucia ne ha parlato così bene che è schizzato in cima alla pole position delle visioni. Sto parlando di The Boy Behind the Door, diretto e sceneggiato nel 2020 dai registi David Charbonier e Justin Powell.


Trama: due bambini vengono rapiti e devono tentare di sopravvivere all'esperienza più orribile della loro vita.


Succede spesso, nell'horror ma in generale un po' in tutto il cinema per ragazzi, che i bambini protagonisti abbiano qualcosa che li rende speciali anche quando sono un po' sfigatelli, salvo quando i non sono proprio dei geni in erba o dei piccoli Chuck Norris, e ci sono ben poche eccezioni a questa regola. Esempio recente è Stranger Things, dove su sei protagonisti una ha i superpoteri, un altro poteri derivati dall'esperienza con il demogorgone, un altro sarà anche incredibilmente sfigato ma è comunque un maghetto della tecnologia. Sono pochi i film in cui i personaggi principali sono normalissimi ragazzini che potremmo incontrare per strada, non nerd e miserabili né splendidi ed infallibili, ancor meno sono le pellicole in cui, di fronte a situazioni pericolosissime e assurde, gli atteggiamenti di questi ragazzi sono realistici e comprensibili. In The Boy Behind the Door, invece, c'è una scena splendida, in cui uno dei due protagonisti piange dal trauma e dal disgusto dopo aver fatto quello che, in altri film, sarebbe stato semplicemente un normalissimo step per liberarsi da una situazione atroce; quello stesso bambino, spesso, piange per le implicazioni di orribili scoperte che lasciano agghiacciati noi spettatori e che, in una maniera incredibilmente raffinata, David Charbonier e Justin Powell non ci sbattono in faccia come farebbe qualunque regista desideroso di scioccare e sconvolgere. Non lo fanno perché non serve, ovviamente. La storia di Bobby e Kevin, due bambini normalissimi che, alla vigilia di una partita, vengono rapiti e portati in una casa (Bobby lasciato chiuso nel cofano di una macchina a morire, Kevin legato in una stanza), è già ansiogena e terribile senza dover indulgere in sequenze "pornografiche", provoca già ansia e sofferenza così com'è girata, con tutto ciò che di doloroso (fisicamente e mentalmente) viene gettato addosso ai due amici tenendo sempre ben presente un'asticella da non superare mai, per non indulgere in un inutile voyeurismo.


Ai registi bastano una brevissima introduzione per farci innamorare di Bobby e Kevin e convincerci della verosimiglianza di un legame di amicizia totalizzante e salvifico, così che quello che segue fa ancora più male: intere sequenze in cui Bobby, come un topolino, cerca di liberare Kevin e di sopravvivere stando ben attento a non farsi vedere (come ho detto su, non ci sono piccoli Rambo; quando la morte arriva, arriva quasi per caso) all'interno di una casa buia, piena di anfratti e porte chiuse da chiavi introvabili alimentano un odio crescente verso il rapitore, mentre le inquadrature "imprecise" che ci mostrano squarci del suo sembiante sono un altro esempio della raffinatezza di David Charbonier e Justin Powell, i quali "giocano" con le nostre convinzioni e percezioni, portandoci ancor più ad agitarci sulla poltrona. Quando, verso la metà, la rivelazione di The Boy Behind the Door deflagra, trascinando il film in territori ancora più horror (e citazionisti, perché no?) e inserendo un elemento quasi surreale, la tensione e il disgusto non vengono meno ma c'è anche tutto il tempo di commuoversi e di lasciare che il cuore venga rapito dalla bellezza e dalla dolcezza di Lonnie Chavis ed Ezra Dewey, due giovani attori di una bravura incredibile ai quali auguro una lunga e fulgida carriera. Altro non aggiungo perché The Boy Behind the Door è pieno di sorprese da scoprire. Cercatelo e guardatelo, perché al momento è il frutto più bello di questa estate horror!

David Charbonier e Justin Powell sono i registi e sceneggiatori della pellicola. Americani, anche produttori, hanno diretto The Djinn.


Ezra Dewey
, che interpreta Kevin, è tornato a collaborare coi due registi in The Djinn, che vorrei vedere a brevissimo. Nell'attesa, se The Boy Behind the Door vi fosse piaciuto, recuperate La casa nera. ENJOY!


martedì 27 luglio 2021

The Superdeep (2020)

Sto rimanendo indietro (e non avevo dubbi su questo) con la Summer of Chills di Shudder, che nel mese di giugno ha tirato fuori dal freezer, stavolta è il caso di dirlo, The Superdeep (Kolskaya sverhglubokaya), diretto nel 2020 dal regista Arseny Syuhin.


Trama: un'epidemiologa viene incaricata di recarsi presso il pozzo di Kola, in Russia, dove si nasconde un laboratorio sotterraneo e dove si vocifera sia presente un virus sconosciuto e mortale.


The Superdeep
si basa sulla vera storia del pozzo superprofondo di Kola, il primo luogo dove gli scienziati sono riusciti a perforare la terra arrivando ad una profondità di più di 12000 metri. Col tempo, attorno al pozzo di Kola si è creata una leggenda in cui si dice che, arrivati a un certo punto della perforazione, un microfono avrebbe captato delle voci umane e persino delle urla prima di sciogliersi per il calore, cosa che ha portato molte persone a pensare che sotto Kola si trovasse nientemeno che l'Inferno. Partendo dal presupposto che "qualcosa" si nasconda da quelle parti, gli sceneggiatori di The Superdeep hanno deciso di ambientare il film nei cupi anni della Guerra Fredda, un periodo di brama di potere militare e lotta per la supremazia perfetto per giustificare una spedizione composta da epidemiologi e soldati pronti a svelare il mistero di un presunto virus scoperto all'interno del laboratorio sotterraneo segreto di Kola, e hanno contaminato il tutto con continui omaggi a quel capolavoro che è La cosa di Carpenter. Il buon John, tuttavia, oltre che immenso stile, aveva anche un ottimo senso del ritmo, qualità che purtroppo manca ai realizzatori di The Superdeep, al quale avrebbe giovato almeno mezz'ora in meno e un po' di azione in più, soprattutto a fronte non solo dell'interessante premessa, ma anche di un budget alto che consente al regista di spaziare in una pluralità di ambienti uno più claustrofobico e squallido dell'altro.


Purtroppo, lo spettatore che ha più o meno già intuito dove andrà a parare il film, prima di arrivare alla "ciccia" è costretto a subire i rimorsi di coscienza di una protagonista con la quale è impossibile empatizzare (non solo perché è simpatica come una scopa su per il chiulo ma anche perché l'attrice che la interpreta è la Corinna Negri russa e ha l'unico pregio di essere una bella fanciulla), lunghissimi minuti di discussioni morali e supercazzole spaziali (non nell'accezione "universale" ma proprio di "posto, ambiente", visto che è più il tempo in cui i personaggi parlano di dove andare e in che modo rispetto a quello che effettivamente passano il quel determinato luogo, una volta raggiunto) e flashback che dovrebbero servire a coinvolgere maggiormente il pubblico invece rimangono lì, come l'aratro nel maggese, e il disgusto molliccio che attende i protagonisti non è detto che arrivi in tempo per strapparvi dalle braccia di Morfeo. Peccato, perché gli effetti speciali di The Superdeep non sono affatto male, rivoltano lo stomaco quanto basta e anche a livello di gore c'è parecchia soddisfazione, senza contare che anche la regia e le scenografie sono di alta qualità. Ho letto da qualche parte che esiste un "reduced cut" del film, con almeno 15 minuti di girato in meno; secondo me sono ancora pochi ma, nel caso, consiglio la ricerca e il recupero di quella versione, potreste divertirvi molto di più.  

Arseny Syuhin è il regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Russo, è anche sceneggiatore, compositore e tecnico degli effetti speciali e ha 39 anni.



mercoledì 16 giugno 2021

Caveat (2020)

Shudder ha cominciato la sua Summer of Chills e il mio scopo (ma già sapete che non riuscirò, vero?) sarebbe quello di tenervi aggiornati in tempo reale sui film programmati per l'occasione dal servizio streaming più meraviglioso di sempre. Cominciamo con Caveat, diretto e sceneggiato dal regista Damian Mc Carthy.


Trama: un uomo con seri problemi di memoria viene mandato a tenere compagnia per qualche tempo alla giovane Olga, ragazza affetta problemi psichici e rimasta orfana di entrambi i genitori, dentro una casa che nasconde inquietanti misteri...


La Summer of Chills è iniziata col botto, almeno per me (ma anche per Lucia, alla quale l'horror in questione è piaciuto assai). Caveat è uno dei pochi film recenti ad avermi costretta a guardare gli ultimi venti minuti con le mani davanti agli occhi e la tachicardia a mille, senza l'ausilio dei colpi sonori tipici dello jump scare d'accatto, e ciò che precede quelle inquietanti sequenze sul pre-finale non è fatto per rilassare lo spettatore, affatto. O meglio, qualcuno probabilmente potrebbe anche addormentarsi guardando Caveat, lo riconosco, visto che il ritmo della pellicola è molto lento, fatto di silenzi prolungati e immagini spesso statiche di persone che attendono, chissà cosa, nel buio, ma con me una simile struttura ha l'effetto di un continuo pizzicare di nervi che mi tiene sul chi va là, in terrorizzata attesa. Di più, la trama e lo svolgimento di Caveat non sono neppure perfettamente razionali o sensate; non lo sono dal momento in cui il protagonista accetta, per soldi o per pietà nei confronti di una ragazzina che neppure conosce, di farsi assicurare ad una catena arrugginita dal bieco zio di lei e passare un imprecisato numero di giorni in una casa abbandonata al centro di un'isola disabitata, senza riscaldamento, cibo o altro (la casa dove vive Olga sembra una di quelle catapecchie cadenti ma ancora zeppe, chissà perché, di oggetti, di cui i boschi del Savonese pullulano), col solo scopo di farle compagnia dopo che il padre è morto e la madre è scomparsa. Il protagonista parrebbe conoscere lo zio di Olga ma non ne ha memoria e lo spettatore, per lungo tempo, non ha modo di capire perché il rapporto tra i due somiglia a quello tra servo e padrone, in aperto contrasto con una foto che vede entrambi sorridenti e vicini. Parte dei misteri vengono dipanati nel corso di Caveat ma il regista lo fa in modo talmente ambiguo che non è saggio mettere la mano sul fuoco riguardo alla veridicità di quanto mostrato, anche perché tutti i "narratori" presenti in Caveat sono assolutamente inattendibili e d'altronde la locuzione latina del titolo è già di per sé un monito, non solo per i personaggi.


A complicare le cose, tra l'altro, ci si mette l'elemento sovrannaturale che, anche lì, potrebbe esistere oppure no. Di sicuro il leprotto tamburino che campeggia sul poster del film mette paura già solo a guardarlo, con quegli occhioni scazzati che sembrano odiare l'universo intero e che sono anche troppo vividi, ma ogni tanto il giocattolo si mette a battere le bacchette sul tamburo, e allora sono dolori veri. Fratel coniglietto viene tuttavia eclissato da quel qualcosa che potrebbe o meno nascondersi in cantina e che, a prescindere, annienta lo spettatore con quel paio di sequenze finali interamente giocate sul silenzio e il senso di claustrofobia, sulla solidità del buio e la falsa sicurezza di una luce che, a onor del vero, non manca mai ai protagonisti, ingannevole e infida come tutto ciò che ai loro occhi potrebbe tradursi in salvezza o libertà e che invece li precipita ancor più nell'abisso. La sensazione di pericolo costante è acuita ulteriormente dall'utilizzo di una fotografia cupa, poco illuminata, che rende ancor più fatiscente la "location" in cui sono costretti i due protagonisti e, se vogliamo, surreali i pochi flash ambientati altrove, che a tratti risultano come una visione irraggiungibile. Il binomio Irlanda e horror vince ancora dunque, e ovviamente Shutter se lo è accaparrato in un attimo. Ricordatevi di Caveat e tenetelo d'occhio nella speranza esca presto anche qui.  

Damian Mc Carthy è il regista e sceneggiatore della pellicola. Irlandese, è al suo primo lungometraggio. 




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