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venerdì 3 febbraio 2023

Anche io (2022)

E' uscito la scorsa settimana al cinema Anche io (She Said), diretto nel 2022 dalla regista Maria Schrader, un film che mi aveva intrigata già dal trailer e che è stato tratto dal libro She Said, scritto dalle reporter Jodi Kantor e Megan Twohey.


Trama: Due giornaliste del New York Times conducono una difficile indagine sulla lunghissima storia di abusi sessuali perpetrati da Harvey Weinstein ai danni di donne alle dipendenze della Miramax e di svariate attrici.


"Lei ha detto". Un titolo (ripetuto sul finale in mille lingue tranne credo l'italiano, visto che gli adattatori hanno deciso di tradurre invece il "Me Too", mancando di qualche centimetro l'argomento centrale del film) che spalanca un universo di riflessioni. "Lei ha detto" di essere stata violentata da Harvey Weinstein, per esempio. Weinstein, il mogul della Miramax, facoltoso, potente, importante. E quindi cosa vorrà fare questa "lei", se non screditare una persona che dà da lavorare a mille altre e che ha le mani in pasta ovunque? Vorrà per caso dei soldi? Siccome "l'ha detto lei", e magari ci ha messo qualche anno a trovare il coraggio di dirlo, non è che magari era consenziente e adesso ha deciso di ritrattare tutto solo per un po' di fama e denaro? Ma poi, quello che dice "lei", quanto peso ha rispetto a quello che può dire Weinstein e, soprattutto, rispetto al muro di silenzio che la povera "lei" si trova a dover affrontare quando le parole finalmente le escono di bocca, dolorose e amare come il fiele? Magari ci sono anche, e sono tantissimi, quelli che le consiglieranno di dimenticare, perché non ne vale la pena, perché "che vuoi che sia", perché "così ti rovini la vita", perché "non potrai mai vincere", che fiaccano il coraggio ed alimentano i dubbi non solo relativamente al fare la cosa giusta, ma anche sull'interpretazione data a un evento orribile, in grado di distruggere l'esistenza di chi lo ha subito. Ecco perché ci sono voluti anni prima che alle "lei" passate sotto le manazze di Weinstein venisse data la possibilità di "dire", di urlare le loro storie a tutto il mondo attraverso la penna delle giornaliste Jodi Kantor e Megan Twohey, ma il retroscena più triste di questa brutta storia il film non lo racconta: al New York Times sapevano già nel 2004 degli abusi di Weinstein, ma quest'ultimo si era recato in visita alla redazione, e quindi addio indagini approfondite e conseguente articolo, almeno fino a quando non ci si è messo in mezzo anche Ronan Farrow, anni dopo. Ma facciamo finta che al Times siano tutti dei santi, anche il giornalista Glenn Thrush, che nel film non compare perché lavora tuttora per il giornale nonostante sia stato accusato (in seguito all'ondata di coraggio infusa da questi articoli) di comprovate molestie sessuali, e parliamo di Anche io.


Anche io è un'angosciante indagine filtrata dall'occhio di due giornaliste che tentano di scoperchiare un'immane cloaca di abusi e violenze tenuti nascosti da decenni di omertà e terrore. Rigorosissimo per quanto riguarda la regia e le indagini di Jodi Kantor e Megan Twohey (salvo per qualche ovvia licenza "poetica"), il film concede poco al sentimentalismo e molto allo schifo, alla frustrazione di avere "off records" tutte le prove per incastrare Weinstein e ritrovarsi comunque con le mani legate perché le testimoni sono state imbavagliate, impossibilitate a parlare da accordi di segretezza o, banalmente, dalla paura di rimanere una singola voce che non verrà creduta e che, quindi, si ritroverà con la vita rovinata, inutilmente. Allo spettatore viene risparmiata la vista delle atrocità commesse da Weinstein, sostituite da immagini di donne sconfitte che hanno cercato di andare avanti, ma la voce di queste donne (tra ricostruzioni, attrici che ci mettono la faccia dopo essere state davvero vittime di Weinstein, e un paio di intercettazioni reali che mettono letteralmente i brividi) convoglia tutto l'orrore e la vergogna delle esperienze passate, e indigna più di quanto farebbero delle sequenze esplicite. Zoe Kazan e Carey Mulligan conferiscono alle due protagoniste tutta l'umanità necessaria affinché lo spettatore venga coinvolto dalla loro indagine e resti col fiato sospeso nonostante sappia che, alla fine, l'articolo è stato per fortuna pubblicato con tutto ciò che ne è seguito; trama, regia e montaggio concorrono a creare una sensazione di disagio e minaccia palpabile, tracciano l'immagine di due professioniste la cui vita familiare viene in qualche modo "sporcata" da una sensazione di paranoia derivante dalla natura infida e tentacolare di Weinstein e di coloro che lo proteggono, in più la Kazan infonde nel suo personaggio una dolcezza incredibile e la Mulligan la cazzimma che la contraddistingue da sempre, con risultati che, ovviamente, aggiungono ulteriore valore a una vicenda che già di suo meritava di venire raccontata.  Anche io non sarà un film memorabile o innovativo, ma è una visione assai piacevole nella sua sgradevolezza e, come accade per questo genere di pellicole, spinge indubbiamente a volersi informare e ad aprire gli occhi sullo schifo che ci circonda, il che, per me, è sempre un punto in più. Se lo proiettano ancora dalle vostre parti recuperatelo!


Di Zoe Kazan (Jodi Kantor), Carey Mulligan (Megan Twohey), Patricia Clarkson (Rebecca Corbett), Jennifer Ehle (Laura Madden), Samantha Morton (Zelda Perkins) e Gwyneth Paltrow (solo come voce, interpreta se stessa) ho già parlato ai rispettivi link.

Maria Schrader è la regista del film. Tedesca, ha diretto film come I'm Your Man e la serie Unorthodox. Anche attrice, sceneggiatrice e produttrice, ha 58 anni.


Ashley Judd interpreta se stessa. Americana, la ricordo per film come Poliziotto in blue jeans, Natural Born Killers, Heat - La sfida e Il collezionista, inoltre ha partecipato a serie quali Twin Peaks: Il ritorno. Anche produttrice e regista, ha 55 anni. 


Se Anche io vi fosse piaciuto recuperate The Post, Il caso Spotlight, Tutti gli uomini del presidente, Bombshell - La voce dello scandalo e anche Promising Young Woman. ENJOY!


venerdì 14 dicembre 2018

La ballata di Buster Scruggs (2018)

Nel catalogo di originali Netflix spesso ciofecosi ecco spuntare la magia dei Coen e del loro western ad episodi, La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs), diretto e sceneggiato proprio da Joel ed Ethan Coen.


Il film comincia con l'episodio titolare, The Ballad of Buster Scruggs, appunto. Tra tutti, l'ho trovato il segmento più divertente, un mix tra western, influenze campyssime di musica country, alcuni dei migliori episodi di Lucky Luke e ovviamente Fratello, dove sei? , film dei Coen che dovrei decidermi a riguardare e recensire. The Ballad of Buster Scruggs è un florilegio di musica e personaggi surreali che più caricati non si può, a partire dal protagonista, interpretato da uno spettacolare Tim Blake Nelson. Andando avanti ci sono episodi più elaborati e profondi ma come antipasto questo è perfetto perché mette subito nel mood giusto, introducendo il fil rouge delle storie narrate dai Coen, ovvero la casualità di un destino di morte che non guarda in faccia a nessuno, che si tratti di buoni, cattivi, intelligenti o stupidi.


Near Algodones è un episodio altrettanto esilarante e pregno di umorismo nero. In dieci minuti i Coen sono riusciti a fare quello che non è riuscito a MacFarlane nelle due ore del suo logorroico Un milione di modi per morire nel West, presentandoci una terra pericolosissima, zeppa di contraddizioni, dove nel giro di un momento la vittima diventa carnefice e il bandito diventa vittima e dove non bisogna sottovalutare nessuno, nemmeno i vecchietti ciarlieri. Il finale è decisamente poetico e malinconico e, per una volta, ho adorato la faccetta da ca**o di James Franco dall'inizio alla fine.


A proposito di triste e malinconico, ma anche grottesco, Meal Ticket è indubbiamente uno degli episodi che rischiano di rimanere maggiormente impressi nella mente dello spettatore e di spezzargli il cuore per la casualità con la quale la disperazione arriva a privare le persone di ogni residuo di umanità. In una terra dove la sopravvivenza e la povertà vanno a braccetto, dove il pericolo è sempre dietro l'angolo, essere indifesi è una condanna ed essere acculturati non serve a nulla; soprattutto, la disumanizzazione del protagonista tocca il cuore e fa male. Potrei dire anche che fa pensare, riflettere su un mondo odierno non tanto diverso dal West, dove lo sfoggio di cultura fine a se stesso si risolve in un tweet o in un post su Facebook di rapido consumo e altrettanto rapido disinteresse, ripetuto fino a privarsi del suo significato originale, ma servirebbe solo a  deprimersi ulteriormente.


Basato su un racconto di Jack London, All Gold Canyon è lo one man show di un Tom Waits strepitoso, un inno alla testardaggine e alla natura predatoria dell'uomo. In esso, seguiamo un cercatore d'oro che all'inizio viene connotato nel modo più negativo possibile, soprattutto se confrontato con la natura incontaminata che la sua sete d'oro arriva a disturbare: acque limpide sporcate di terra, animali costretti a fuggire, splendidi prati ridotti a un colabrodo, risorse rubate, ecco ciò che porta la febbre, la smania del Cercatore. Eppure, nella sua ricerca febbrile ci sono metodo e rispetto, un qualche codice d'onore che ad un certo punto, quando l'uomo è a un passo dal suo obiettivo, ce lo rendono molto più simpatico, ribaltando in un istante la percezione del protagonista. Un episodio girato benissimo, recitato alla perfezione, costruito come un cerchio perfetto ed incredibilmente profondo nella sua brutale semplicità.


The Girl Who Got Rattled (ispirato a un racconto di Stewart Edward White) è invece uno spaccato di quotidianità colonica con tutto quel che ne consegue. Probabilmente è il segmento più "complesso", dal momento che è reiterato nel tempo, si basa su eventi sottesi e prevede un'evoluzione costante dei personaggi principali, al punto che lo spettatore comincerebbe ad affezionarsi agli occhioni sgranati di Zoe Kazan (sempre bellissima) e al timido cowboy che arriva a farle la corte, sperando di poterli seguire nella loro futura vita da marito e moglie. Invece i Coen non sono minimamente interessati all'aspetto più soapoperistico dello slice of life western portato sullo schermo, anzi, ci tengono a ribadire come la quotidianità del west andava comunque a braccetto con terribili incognite e con la morte sempre a un passo; ignorare il pericolo trincerandosi dietro ingenuità ed ignoranza significa mettere con le spalle al muro se stessi e gli altri, diventare un peso insostenibile che rischia di scatenare tragedie ancora più grandi. E' la tipica natura clueless di buona parte dei personaggi Coeniani a venire celebrata (criticata?) qui, l'atteggiamento di chi non ha ben inquadrato la realtà in cui vive e si limita a stare ai margini combinando solo casini. Il che ci porta dritti all'ultimo segmento.


The Mortal Remains, le spoglie mortali. Il semplice viaggio di cinque persone all'interno di una carrozza? O forse il loro ultimo viaggio, quello definitivo? L'ambiguità è voluta ma come chiosa finale propenderei più per l'ultima opzione, anche per quella fotografia cupissima, virata sul grigio, e quelle scenografie inquietantemente posticce sul finale. Sta di fatto che l'episodio, benché in esso, di fatto, succeda poco o nulla, è uno dei miei preferiti perché è recitato benissimo, ha dei dialoghi che spaziano dall'incredibilmente witty al malinconico e permette a Brendan Gleeson di sfogare le sue doti canore con una tristissima ballata irlandese.


Riassumendo, La ballata di Buster Scruggs è un'antologia western che non perde un colpo che sia uno. Introdotta ed intervallata, come i vecchi film Disney, dalla ripresa di un libro a cui vengono sfogliate le pagine, sulle quali c'è scritto esattamente come iniziano e finiscono gli episodi, consente ai Coen di sfruttare diversi stili di regia e spaziare attraverso svariati registri narrativi che coinvolgono lo spettatore senza mai annoiarlo: si passa dal musical al western, dallo slice of life alla tragedia per arrivare a tinte da ghost story, il tutto interpretato, diretto, scritto e soprattutto musicato alla perfezione. Al momento, oserei dire che La ballata di Buster Scruggs è uno dei più bei film che potete trovare su Netflix e consiglierei il recupero non solo agli amanti dei Coen, che troveranno pane per i loro denti, ma anche a chi di solito non mastica western perché qui c'è da rimanere estasiati a prescindere dal genere.


Dei registi e co-sceneggiatori Joel e Ethan Coen ho già parlato QUI. Tim Blake Nelson (Buster Scruggs), Clancy Brown (Surly Joe), David Krumholtz (il francese), James Franco (Cowboy), Stephen Root (Teller), Ralph Ineson (Leader del branco), Liam Neeson (Impresario), Zoe Kazan (Alice Longabaugh) e Brendan Gleeson (L'irlandese) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Waits interpreta il Cercatore. Cantautore americano, ha partecipato a film come I ragazzi della 56sima strada, Rusty il selvaggio, La leggenda del re pescatore, Dracula di Bram Stoker, America oggi e ha lavorato come doppiatore in un episodio de I Simpson. Anche sceneggiatore, ha 69 anni e un film in uscita.


Harry Melling, che interpreta l'Artista nell'episodio Meat Ticket, era l'odioso Dudley Dursley nei film di Harry Potter. Detto questo, se La ballata di Buster Scruggs vi fosse piaciuta potete recuperare Il Grinta e Fratello, dove sei? ENJOY!

domenica 4 marzo 2018

The Big Sick: Il matrimonio si può evitare, l'amore no (2017)

Last but not least, o forse sì, in vista della Notte degli Oscar che si terrà stasera ho recuperato anche The Big Sick: Il matrimonio si può evitare, l'amore no (The Big Sick), diretto nel 2017 dal regista Michael Showalter e candidato per la Miglior Sceneggiatura Originale. So che non ve ne importerà una cippa ma quest'anno niente post sui cartoni animati per mancanza di tempo e niente film straniero, come già accaduto gli altri anni. Chissà se riuscirò a recuperare qualcosa dopo domenica!


Trama: Kumail è un ragazzo di origine pakistana che vorrebbe fare il comico e vivere una vita all'insegna della spensieratezza americana, con sommo scorno della famiglia che invece cerca di costringerlo in un matrimonio combinato con donne della sua stessa etnia. Un giorno, Kumail conosce la bionda Emily e se ne innamora, ricambiato; tutto va per il verso giusto finché la ragazza si ammala gravemente...


Niente, gli ultimi due film visti in virtù della nomination per la Miglior Sceneggiatura Originale si sono rivelati due mezze sòle proprio da questo punto di vista. Dopo il poco entusiasmante Lady Bird mi sono accinta alla visione di The Big Sick (evito il lunghissimo titolo italiano, pedante ed inutilmente "spiegone") e lì per lì mi sono anche divertita, almeno per la prima oretta. Il film, sceneggiato da Kumail Nanjiani e dalla moglie Emily V. Gordon, racconta praticamente il modo in cui i due si sono conosciuti ed innamorati, ritrovandosi così costretti ad affrontare non solo il problema della malattia di Emily, messa in coma farmacologico per un periodo a causa delle infezioni causate dalla malattia di Still, ma anche e soprattutto le difficoltà legate alla differenza di razza. Kumail è infatti di origine pakistana e la sua famiglia lo vorrebbe legato, tramite matrimonio combinato, ad una donna della stessa etnia, mentre Emily è americanissima; se quest'ultima è libera di frequentare chi vuole, Kumail rischia invece di venire disconosciuto dalla famiglia e ciò lo porta a vivere la relazione con Emily palesando sempre un certo distacco che, a poco a poco, intacca il legame con la ragazza tenuta all'oscuro di questi problemi "culturali" e familiari. Le dinamiche di corteggiamento e la successiva nascita della coppia sono allegre e frizzanti, in pieno stile Apatow (non a caso produttore della pellicola), e i due protagonisti passano il tempo a prendersi reciprocamente in giro o a scoprirsi pian piano in un florilegio di dialoghi simpatici e caustici (d'altronde lui è comunque un comico) e lo stesso vale per il periodo che segue la malattia di Emily, durante il quale Kumail è costretto a confrontarsi con la famiglia e a recuperare un legame apparentemente infranto. Il "problema" di The Big Sick, almeno dal mio punto di vista, è però quella parte di sceneggiatura che vede Emily gravemente malata. La malattia, a onor del vero, è gestita benissimo, senza scivoloni nel patetismo e sempre con un senso di leggerezza che lascia tuttavia trasparire la reale gravità della situazione ma questa parte della trama risulta in qualche modo "scollata" dalla storia principale, anche perché essa verte quasi interamente sui genitori di Emily e sul loro rapporto con Kumail; in pratica, una buona mezz'ora di film viene aggiunta per consentire allo spettatore di interessarsi a due personaggi logorroici e non particolarmente simpatici, che surclassano un Kumail fattosi in quattro e quattr'otto muto, silente spettatore di problemi coniugali che lasciano il tempo che trovano. In questo caso, bisogna dirlo, mezz'oretta di meno avrebbe giovato, anche perché una commedia di due ore e passa è difficile da reggere senza che subentri la noia.


Peccato perché l'accoppiata Zoe Kazan/Kumail Nanjiani funziona e i due hanno una buona chimica, cosa non scontata nonostante l'attore interpreti fondamentalmente sé stesso e sia impegnato a rivivere uno dei momenti più felici e difficili della sua esistenza, magari con alcuni aspetti un po' esacerbati (pare che la madre non fosse così "estremista" nel suo rifiuto di Emily, né che Nanjiani nascondesse alla vera Emily il fatto di ricevere in casa svariate pretendenti per un eventuale matrimonio combinato, come invece accade nel film); tra i due, ho preferito però Zoe Kazan, attrice già apprezzata in The Monster grazie a un personaggio totalmente opposto ad Emily, che qui tira fuori un'incredibile dolcezza, grande senso dell'umorismo e anche una tempra non da poco, calamitando il cuore dello spettatore con quei rotondissimi occhioni da cucciola. Altro gruppetto di personaggi assai apprezzato è quello che compone la famiglia di Kumail. A differenza di quello che accade nella maggior parte delle pellicole made in USA, il padre e la madre del protagonista (assieme al fratello e alla di lui moglie) non sono rappresentati come musulmani musoni e freddi, bensì come persone normali e talvolta parecchio divertenti, colme di difetti ma anche di tantissimi pregi, simili ovviamente ai membri della famiglia dell'attore-sceneggiatore. In questo senso, la forza di The Big Sick sta proprio nella felice combinazione di due punti di vista differenti e realmente "vissuti", che si sono amalgamati creando qualcosa di nuovo, un incontro di culture che ha portato felicità non solo alle due persone che lo hanno reso possibile ma, si spera, anche a quelli che sono stati loro vicini, e che ha permesso la nascita di un film che è un inno alla tolleranza e al superamento dei pregiudizi, una lezione indispensabile in questi tempi neri. Per questo non mi sento di dire che The Big Sick è un brutto film, anzi, consiglio di guardarlo senza remore perché, nonostante qualche lungaggine, la storia di Emily e Kumail riconcilia senza dubbio col mondo... e poi le vere foto della coppia all'inizio dei titoli di coda sono carinissime!


Di Zoe Kazan, che interpreta Emily, ho già parlato QUI.

Michael Showalter è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Hello, My Name is Doris. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 48 anni e un film in uscita.


Kumail Nanjiani è il co-sceneggiatore della pellicola e interpreta Kumail. Pakistano, ha partecipato a film come Bad Milo!, Hello, My Name is Doris, Piccoli brividi e a serie come X-Files; ha inoltre lavorato come doppiatore nella serie Adventure Time. Anche produttore, ha 40 anni.

Kumail e la vera Emily!
Holly Hunter interpreta Beth. Americana, la ricordo per film come Arizona Junior, Always - Per sempre, Lezioni di piano (per il quale ha vinto l'Oscar come Miglior Attrice Protagonista), Il socio, Crash, Una vita esagerata e Fratello, dove sei?, inoltre ha lavorato come doppiatrice nel film Gli Incredibili. Anche produttrice, ha 60 anni e un film in uscita, Gli Incredibili 2.


Ray Romano interpreta Terry. Americano, protagonista della serie Tutti amano Raymond, è la voce originale del mammuth Manfred de L'era glaciale e come doppiatore ha lavorato anche nella serie I Simpson, inoltre ha partecipato ai telefilm Vynil e Get Shorty. Anche sceneggiatore e produttore, ha 61 anni.


Se The Big Sick vi fosse piaciuto recuperate Il mio grosso, grasso matrimonio greco e Sognando Beckham. ENJOY!





venerdì 20 gennaio 2017

The Monster (2016)

Prima che il 2016 finisse ero riuscita a vedere un altro degli horror che sono finiti nella classifica horror di fine anno di Lucia, ovvero The Monster, diretto e sceneggiato da Bryan Bertino, ma a causa della mia solita lentezza riesco a parlarne solo ora.


Trama: una madre e una figlia rimangono in panne dopo un incidente, solo per venire cacciate da un terrificante mostro nascosto nei boschi.



Il mio primo e unico impatto con Bryan Bertino era stato quel terrificante The Strangers che ancora oggi non ho il coraggio di riguardare per l'ansia che mi aveva messo addosso, cosa che gli aveva conseguentemente guadagnato il mio odio eterno. Anche per questo, onestamente, non sapevo neppure che avesse diretto Mockingbird - In diretta dall'inferno che, dalla trama, mi pare superficialmente simile all'opera prima del regista e sceneggiatore, mentre con The Monster questo losco figuro ha scelto di abbandonare l'insicurezza delle quattro mura per sbattere le due povere protagoniste in mezzo alla wilderness più nera, dove stanno nascosti quei mostri che, di regola, non dovrebbero neppure esistere. L'ambiente "aperto" non ha reso meno angoscianti i suoi film, questo è certo, ma perlomeno stavolta non ho odiato Bertino, anzi, gli ho persino voluto bene. The Monster racconta infatti di una piccola famiglia allo sfascio, all'interno della quale la piccola Lizzy è costretta a sopportare la presenza di una giovane madre ubriacona, sboccata e fancazzista che passa le giornate a sbevazzare e dormire, quando non è impegnata a piagnucolare per l'ennesimo fidanzato redneck che la tratta male. Il punto di vista iniziale, quello da cui veniamo condizionati, è quello di Lizzy. Non possiamo fare altro che provare pietà per questa ragazzina costretta a crescere in modo squilibrato (la vediamo curare, letteralmente, la madre come fosse lei l’adulta delle due, eppure non molla per un istante il cagnolino di pezza per il quale Lizzy è obiettivamente troppo grande, quasi fosse la sua coperta di Linus) e a un certo punto arriviamo ad odiare Kathy, giovane madre nervosa che è l'incarnazione stessa dell'autodistruzione, tanto che una parte di me quasi sperava che il mostro del titolo fosse un'estensione cronenberghiana della rabbia della bambina, pronta a reclamare tremenda vendetta. E invece The Monster si è rivelato molto più sfaccettato e crudele di così, perché nella realtà i sentimenti non sono mai netti e definiti. C'è la vergogna profonda di Kathy, accompagnata da un odio per sé stessa altrettanto profondo, un sentimento terribile che la spinge a gettare la spugna e a lasciare che la bambina la detesti, così da offrirle la chance di una vita migliore col padre, probabilmente risposato e benestante; c'è l'innocente amore di una bambina per la madre, ché un conto è pregare che la genitrice muoia e arrivare quasi a tagliarle la gola in un impeto di disperazione, un conto è vederla dilaniata dalle zanne di un mostro proprio nel momento in cui il suo amore materno si mette a brillare come una fiamma nel buio, mandando al diavolo ogni istinto di autoconservazione.


C'è ovviamente un mostro, anzi, IL mostro, per l'appunto. Che non ha un'origine o un perché, in quanto a noi non deve fregare nulla di come sia arrivato nei boschi di una parte di America non meglio definita. Gli incubi più terribili hanno mai un motivo? Solitamente no, soprattutto quando ci arrivano addosso inaspettati e crudeli e sconvolgono la nostra esistenza con accanimento e ferocia. La creatura di The Monster è terrificante nel vero senso della parola, un essere alieno zannuto ed artigliato che assicura almeno un paio di jump scare ma non l'ho trovato un elemento così importante della pellicola. A farmi riflettere ed apprezzare l'operazione di Bertino è piuttosto il modo in cui il regista e sceneggiatore sfrutta il mostro per sviscerare ancora di più la personalità delle protagoniste e il loro complicato rapporto, costringendole in una situazione senza via d’uscita e sotto la minaccia di un pericolo mortale, innescando in qualche modo un cambiamento in entrambe e, soprattutto, portando lo spettatore ad affezionarsi terribilmente alle due. Semplificando, si potrebbe dire che The Monster è la versione riveduta e (s)corretta di Cujo ma non è la stessa cosa: lì si trattava di una “cattiva moglie” di cui tuttavia non veniva mai messo in dubbio il ruolo di madre e di un bimbetto talmente piccino che l’empatia scattava in automatico, nel film di Bertino la natura positiva di madre e figlia non è così scontata. Ecco perché, per far funzionare un film simile, diventa indispensabile la bravura delle due attrici protagoniste, ancor più della validità dell’effetto speciale (per quanto apprezzabile ed artigianale, grazie a Dio). Zoe Kazan, giusto per rimanere in tema, è mostruosa, oltre che di una bellezza esagerata. Sarà anche un cliché ma ammetto di avere avuto il magone per un po’ durante i flashback che la vedono impegnata a rifiutare, inutilmente, la bottiglia, per poi ritrovarsi addormentata in bagno, abbracciata dalla figlioletta (qui fa tanto anche l’eleganza di Bertino, che consacra ai posteri una delle inquadrature più belle del 2016) e anche nelle scene più “action” la Kazan tira fuori una grinta tale da far venire voglia di vederla un po’ più spesso sul grande schermo. Altrettanto brava la giovane Ella Ballentine, capace di gestire al meglio il ruolo di ragazzina precocemente segnata dalla vita ma con un preoccupante lato infantile, sfaccettature psicologiche che, in mano ad attori meno capaci, rischierebbero di sconfinare nell’esageratamente patetico (per dire, è uno spasso vedere le due attrici urlarsi in faccia nella sequenza del garage ma fidatevi che il fuck you sussurrato dalla Ballentine alla fine spezza il cuore). Non è quindi un caso che The Monster sia finito in tante classifiche di fine anno stilate dagli appassionati di horror perché l’ultimo film di Bertino è davvero più di un semplice film di genere ed è sicuramente una splendida, sanguinosetta favola nera con la quale iniziare al meglio il 2017.  



Del regista e sceneggiatore Bryan Bertino ho già parlato QUI  e nello stesso link trovate anche Scott Speedman, che interpreta Roy.

Zoe Kazan interpreta Kathy. Americana, ha partecipato a film come Revolutionary Road, Ruby Sparks e a serie quali Medium. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 34 anni e due film in uscita.


Pur non avendo ancora visto Under the Shadow credo potrebbe essere un buon titolo da recuperare in caso The Monster vi fosse piaciuto. ENJOY!


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