domenica 5 aprile 2015

Chi trova Lupin trova un tesoro (1995)

Piano piano, seguendo i bradiposi ritmi bolleschi, continua la disamina sui film dedicati a Lupin III! Oggi parliamo dello special TV Chi trova Lupin trova un tesoro (ルパン三世 ハリマオの財宝を追え!! - Rupan Sansei - Harimao no zaihou o oe!!), diretto nel 1995 dal regista Osamu Dezaki.


Trama: Lupin è alla ricerca del tesoro di Harimao. A mettergli i bastoni tra le ruote saranno Russell, anziano agente segreto con affascinante nipote archeologa al seguito, e un'organizzazione neonazista...



Sta diventando sempre più difficile parlare di questi Special TV, tutti molto simili per quel che riguarda la trama e la realizzazione. Chi trova Lupin trova un tesoro è l'ultimo diretto da Osamu Dezaki e, per quanto riguarda regia, animazioni e character design, è praticamente identico agli altri special dello stesso regista. Cambia leggermente il tono generale della pellicola, in quanto lo special del 1995 è particolarmente ironico e weird e, miracolo!, è molto più coerente dei suoi "fratelli" per quel che riguarda la trama e i personaggi secondari. Per una volta, infatti, Lupin e soci non girano per il mondo a casaccio, spinti da sceneggiatori che non sapevano più come fare per allungare la broda, ma seguono le tracce di tre statuette che, unite assieme, porteranno ad un immenso tesoro. Russell e la bionda nipote Diana sono due personaggi nuovi che hanno una personalità e un compito ben definiti: il primo, dichiarato omaggio ai film di James Bond, è l'unico depositario del segreto del tesoro di Harimao e diventa quindi indispensabile al suo ritrovamento, inoltre riesce a tenere testa a Lupin e soci con una buona dose di carisma, mentre Diana non è stata messa lì solo come temporaneo interesse amoroso del ladro gentiluomo (che si becca comunque la sua bella dose di schiaffi) ma è una bella signorina dalla spiccata personalità in grado di competere con lui in quanto a conoscenze e abilità ladresche. La trama fila liscia e senza troppe incoerenze dall'inizio alla fine e tra un furto e l'altro si ride parecchio grazie ad un paio di caratterizzazioni azzeccate anche se poco ortodosse, in primis quella di Goemon. In Chi trova Lupin trova un tesoro il povero samurai viene infatti "retrocesso" al rango di "impiegato part-time" e spesso e volentieri Jigen e Fujiko parlano di uno stipendio da elargirgli, con ovvio imbarazzo di un Goemon a cui, apparentemente, la ricerca dell'illuminazione ha svuotato le tasche.


Molto simpatico anche l'umorismo slapstick che caratterizza il rapporto tra Lupin e Jigen, qui più amiconi che in altri film (in una sequenza il litigio tra i due riprende un episodio della prima serie, in cui si scopre quanto Lupin odi i polpi), mentre il bistrattato Zenigata fa sempre la figura del cioccolataio ed è costretto a sottomettersi ad una ricorrente gag che ha per tema il ramen precotto. A tal proposito, prima di parlare dell'abbondanza di elementi weird, è bene sottolineare come l'adattamento italiano sia particolarmente penoso ahimé, con l'ispettore che dichiara "com'è bello mangiare la zuppa di spaghetti e bere il brodo" (e suvvia, un po' di precisione!!) e il riferimento diretto ai manga di Monkey Punch letti da Lupin sul furgone trasformato in un "- Cosa leggi? - Sono fatti miei". RaBBRRRividiamo. Meglio passare al weird: Chi trova Lupin trova un tesoro è il trionfo dell'ambiguità! La nemesi del ladro gentiluomo è infatti una sorta di nuovo fuhrer chiamato Herr Maffordite, un travestito che elargisce ai suoi sottoposti consigli sul rossetto da portare, picchia come un fabbro ferraio, morde le lingue dei soldati disobbedienti e strilla come una checca pazza davanti alle avances di Fujiko... ma mica ci fermiamo qui. Il rapporto tra Russell e il ribelle Harimao (quest'ultimo descritto dal vecchio come affascinante, bello e quant'altro), accompagnato da flashback ed immagini simboliche che travalicano i limiti del bromance, da molto da pensare nonostante l'ex agente segreto non sembra essere immune al fascino femminile, almeno a parole. Un inno alla filantropia e al 'ndo cojo cojo? Possibile. Sicuramente gli sceneggiatori erano in astinenza sessuale visto che nel corso del film spuntano camionate di cassette porno e persino una statua di Buddha con un inusuale mignolo alzato, ad indicare che la divinità ha una donna per le mani (ed ecco spiegato perché Goemon s'infuria vedendolo messo così)! Sia come sia, interpretazioni psicosessuali a parte Chi trova Lupin trova un tesoro è uno dei miei TV special preferiti e uno dei più piacevoli da riguardare, ancora oggi.


Del regista Osamu Dezaki ho già parlato QUI.

Il film è conosciuto in Italia anche con i titoli Il tesoro di Harimao e Lupin III - All'inseguimento del tesoro di Harimao (più fedele all'originale giapponese). Se Chi trova Lupin trova un tesoro vi fosse piaciuto, spulciate i post dedicati ai film di Lupin e divertitevi! ENJOY


venerdì 3 aprile 2015

Home - A casa (2015)

Volevate davvero che la bimba Bolla non andasse a vedere l'ultimo film della Dreamworks? Impossibile! E infatti mercoledì mi sono guardata Home - A casa (Home), diretto dal regista Tim Johnson e tratto dal libro The True Meaning of Smekday di Adam Rex.


Trama: I Boov sono una razza aliena perennemente in fuga dai terribili Gorg. Quando scoprono che la Terra è un nascondiglio perfetto, i buffi alieni prendono tutti gli esseri umani, li confinano in una sorta di parco giochi ed instaurano una nuova e pacifica civiltà. Non hanno però fatto i conti con il Boov pasticcione Oh e con la piccola Tip, un'umana alla disperata ricerca della madre...


Sono davvero contenta di avere finalmente sentito al cinema, dopo quelli che mi sono sembrati anni, le risate sincere di bambini divertiti e di essermi divertita a mia volta guardando una pellicola quasi interamente destinata a loro. Home è l'emblema dell'animazione "classica", adatta a tutte le età, scevra di quei riferimenti che solo noi adulti possiamo cogliere e tuttavia non così infantile da risultare insopportabile a chi ha più di dieci anni, un film come non si girava più dai tempi di Monsters & Co. o Lilo & Stitch. La storia del reietto alieno Oh (talmente schifato dai suoi pari che il nome deriva proprio dal lamento che si lasciano sfuggire ad ogni incontro) e della sua amicizia con la tenera ma scafata Tip è di quelle che scalda il cuore e apre gli occhi, perché insegna non solo la tolleranza ma anche la necessità di abbracciare molteplici punti di vista per poter davvero interagire con qualcuno. I Boov sono una razza debole, guidata da un codardo della peggior specie, sempre pronto ad anteporre la fuga al dialogo: Oh e i suoi simili non affrontano i loro problemi ma scappano a gambe levate davanti alla minaccia dei Gorg, che li seguono per tutta la galassia. Dal punto di vista dei Boov sono i Gorg i malvagi e l'invasione della Terra è una diretta conseguenza di questa fuga, messa in atto in modo pacifico e a suon di gelati e parchi divertimento perché tanto "gli esseri umani sono creature semplici"; dopo l'incontro con Tip (per inciso, un'immigrata con difficoltà d'integrazione, proprio come Oh), Oh imparerà che gli umani non sono affatto semplici e soprattutto che dal loro punto di vista sono i Boov ad essere dei mostri terrificanti, degli invasori che li hanno privati delle famiglie e della casa prima di mettere a soqquadro l'intero pianeta e comincerà così a mettere in discussione se stesso e tutto ciò che credeva giusto ed insindacabile. Home celebra dunque non solo l'importanza del dialogo e della conoscenza reciproca ma anche l'importanza di affrontare con coraggio i propri errori e ammettere gli sbagli, un bel messaggio positivo e per nulla stucchevole da condividere con i piccoli spettatori.


A parte queste considerazioni serie, Home è soprattutto divertente e molto ben fatto. L'incredibile stupidera del Capitano Smek, una sorta di Re Julian di Madagascar in versione aliena, è la cosa più esilarante della pellicola ma funzionano alla grande tutte le piccole incomprensioni "culturali" tra Oh e Tip e, soprattutto, c'è il ciccionissimo gatto Pig che strappa l'applauso in più di un'occasione con i suoi irresistibili vezzi felini. Molto carina anche l'idea di rappresentare i Boov come dei polipetti dai grandi occhioni che cambiano colore a seconda delle emozioni, cosa che rende Home un tripudio di sfumature tenui e colori sgargianti, un arcobaleno in movimento talmente grazioso da lasciare spesso a bocca aperta; sarà poi per via del mio cognome ma ho adorato anche la scelta di fornire ai Boov delle bolle come mezzo di locomozione e riempire spesso lo schermo di miriadi di sfere trasparenti. A proposito di meraviglia, ormai la tecnica dell'animazione al computer ha raggiunto vette di perfezione un tempo impensabili e la cosa che più mi ha affascinata guardando Home è il modo in cui il pelo di Pig e i riccioli di Tip sembrano talmente morbidi che verrebbe voglia di allungare la mano verso lo schermo e toccarli per saggiarne l'effettiva consistenza! Altro elemento importante della pellicola è la colonna sonora e non potrebbe essere altrimenti vista la presenza di Rihanna e Jennifer Lopez tra i doppiatori; se la prima parte di Home è zeppa di melodie truzze, le due cantanti si impongono soprattutto verso la seconda metà del film con le canzoni Towards the Sun e Feel the Light, che accompagnano i momenti più "sentimentali" di Home. Detto questo, se cercate un cartone animato moderno ed innovativo forse Home non fa per voi perché la storia della strana amicizia tra Oh e Tip è già stata raccontata in mille altri film d'animazione e non, tuttavia se cercate una pellicola gradevole da guardare in famiglia forse l'ultimo prodotto della Dreamworks potrebbe davvero essere l'ideale!


Di Steve Martin (Capitan Smek) e Jennifer Lopez (Lucy) ho già parlato ai rispettivi link.

Tim Johnson è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Z la formica, Sinbad - La leggenda dei sette mari e La gang del bosco. Anche produttore, ha 54 anni.


Jim Parsons (vero nome James Joseph Parsons) è la voce originale di Oh. Americano, universalmente conosciuto per il ruolo di Sheldon Cooper nella serie The Big Bang Theory, ha partecipato a film come La mia vita a Garden State, I Muppet e lavorato come doppiatore per la serie I Griffin. Ha 42 anni.


Nella versione originale del film, la cantante Rihanna presta la voce a Tip; a proposito del personaggio, in italiano il suo nome intero è Freccia mentre in inglese è Gratuity, cosa che spiega il suo soprannome Tip (gratuity significa "mancia", che in inglese è anche "tip". Perché mai una madre dovrebbe chiamare sua figlia "mancia" è però qualcosa che mi sfugge, sono sincera). Infine, Home segue il corto promozionale del 2014 Almost Home, proiettato prima del film Mr. Peabody e Sherman; se Home vi fosse piaciuto, recuperatelo e aggiungete Mostri contro alieni, Lilo e Stitch e Monsters & Co.. ENJOY!




giovedì 2 aprile 2015

(Gio)WE, Bolla! del 2/4/2015

Buon giovedì a tutti! In una settimana non proprio esaltante, a cavallo con la Pasqua e l'inizio delle gite fuori porta, a Savona mancano all'appello solo Wild con Reese Witherspoon e Soldato semplice di Paolo Cevoli, gli unici due film che avrei voluto vedere assieme a Into the Woods. Diciamo però che non posso lamentarmi e... ENJOY!

Fast & Furious 7
Reazione a caldo: BrrrrumBrrrumBrrruuuuummmmmm!!!!
Bolla, rifletti!: Non ho visto i primi sei film per partito preso, perché questa tamarreide a quattro ruote è troppo per me e inoltre non sopporto Vin Diesel. Quindi, buona visione a tutti i fan ma io me ne starò a casa!

La scelta
Reazione a caldo: Scelgo di non vederlo.
Bolla, rifletti!: So di essere una stronza piena di pregiudizi ma per me Ambra Angiolini sarà sempre la povera cretinetti di Non è la Rai, non ce la vedo come attrice. Soprattutto, non la vedo in un pirandelliano drammone imperniato sulla ricerca della maternità.

Into the Woods
Reazione a caldo: Ah, il meraviglioso mondo delle fiabe!
Bolla, rifletti!: Amo i musical, le fiabe, quel pizzico d'horror e il weird e Into the Woods sembra promettere un po' di tutto questo. L'unico, enorme neo, sarà il fastidio di dover sopportare un adattamento mezzo in italiano e mezzo in lingua originale: ma lasciarlo tutto in inglese coi sottotitoli no, eh??!!

Al cinema d'élite infine c'è una commedia francese che si preannuncia molto interessante...

La famiglia Bélier
Reazione a caldo: Eh questo lo vorrei vedere!
Bolla, rifletti!: Incredibile successo in Francia e molto apprezzato anche qui in Italia (è uscito la settimana scorsa), la storia di una famiglia di sordomuti aiutata dall'unica figlia "normale" che però vorrebbe allontanarsi da casa per vivere un'esistenza normale sembra una pellicola davvero molto carina e gradevole. Peccato per il tempo limitatissimo in cui lo terranno a Savona, tra feste Pasquali e merendini che sicuramente mi impediranno di vederlo, sigh!

mercoledì 1 aprile 2015

La mafia uccide solo d'estate (2013)

L'avevo perso all'uscita nelle sale ma qualche tempo fa sono riuscita a recuperare La mafia uccide solo d'estate, diretto e co-sceneggiato nel 2013 dal regista Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.


Trama: il piccolo Arturo nasce a Palermo negli anni '70 e fin dal concepimento la sua vita viene segnata dall'influenza della mafia. Crescendo, il bambino eleggerà l'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti come eroe personale e cercherà di intraprendere la strada del giornalista...


La mia è stata un'infanzia molto felice. Sono nata e cresciuta in una piccola cittadina ligure, vicino al mare, e l'unico evento degno di nota in grado di caratterizzare le calde estati era l'arrivo di una colonia di ragazzi tedeschi che andavano a vivere per una o due settimane in una villa poco distante da casa mia. Come succede a tutti i bambini è ovvio che di tanto in tanto spuntasse qualche motivo per avere paura, ci mancherebbe: sulla strada davanti a casa le automobili filavano che era un piacere ed è un miracolo che non ci sia mai scappato il morto; la zona in cui vivevo, per quanto tranquilla, era (chissà perché) un luogo dove si spacciava allegramente e mia madre ogni tanto nominava la parola "drogati" implicando con essa dei mostri armati di siringa che trascorrevano le giornate ad infettare ignari bambini come la sottoscritta, poi c'erano i ragazzi più grandi che immancabilmente si divertivano a terrorizzare noi piccini parlando di "naitmer", della "riposseduta", del diavolo, della "bamboladiProfondoRosso" e raccontando terribili leggende metropolitane a cui era d'obbligo credere ciecamente per poi passare notti insonni. Paure piccole, quasi banali insomma, nulla di incredibilmente serio. Di certo noi non dovevamo preoccuparci della mafia, non come il piccolo Pif (o Arturo, se preferite) e i suoi coetanei che un giorno sì e l'altro anche erano costretti a vedere delle persone crivellate di colpi, sentire il rumore di una bomba che esplodeva chissà dove e subire l'omertà di genitori, insegnanti e persino preti che dicevano loro di come la mafia, per l'appunto, uccidesse solo d'estate.


Per me la mafia era uno dei tanti mostri "di fantasia" al pari di "naitmer" e questo perché i miei genitori, come la maggior parte credo degli italiani, a partire dal 1984 erano inchiodati davanti alla TV a vedere La piovra. Ora,  una cosa che ricordo bene de La piovra, oltre a Michele Placido/Commissario Cattani (che quando è morto ho avuto gli incubi per settimane) e il terribile Remo Girone/Tano Cariddi, erano gli attentati che, per come la vedevo io all'età di sei anni, potevano capitare a chiunque: bastava solo che un motociclista col casco ti si avvicinasse alla macchina e automaticamente il centauro avrebbe preso la mitraglietta e fatto fuori te e i tuoi genitori. Spesso guardavo La piovra a casa della bonanima di mia nonna e la mezz'ora impiegata per tornare a casa era per me una fonte di angoscia indescrivibile; durante la visione di La mafia uccide solo d'estate mi sono quindi chiesta quanto coraggio ci sia voluto a Pif per raccontare con tono ironico e scanzonato un periodo sicuramente terribile della vita sua e di tutti i suoi coetanei. Guardando il film di Pif si ride, ma è una risata a denti stretti, che fa riflettere e venire voglia di documentarsi su un periodo storico importante non solo per la Sicilia ma per l'Italia tutta, fondamentale a mio avviso per fare un po' il punto della situazione attuale e chiederci come diamine abbiamo fatto a diventare un popolo di cazzoni e menefreghisti dopo tutto quello che abbiamo passato. Sì perché io, persino io che all'epoca avevo 11 anni e non pensavo ad altro che andare a spiaggia, le morti di Falcone e Borsellino le ricordo benissimo. Ricordo le facce sconvolte dei miei genitori, ricordo quella presa di coscienza sociale e quel senso di orribile risveglio che Pif descrive così bene alla fine di La mafia uccide solo d'estate. Un risveglio che è durato giusto il tempo di una bomba, appunto. Perché è così facile dimenticare.


Ricordo anche, non con la stessa ironica venerazione del piccolo Arturo, la fondamentale figura di Andreotti e di tutta una serie di politici sui quali i comici dell'epoca potevano solo fare una satira "fisica" (ah, il vecchio Bagaglino!), bonaria, appena accennata, in grado di renderli umani e simpatici. Perché quella era gente, per quanto corrotta e sicuramente dedita solo a tirar acqua al proprio mulino, che aveva comunque una fortissima consapevolezza e forza politica, che voleva davvero cambiare il paese e riusciva ad influenzarlo con estrema serietà, che veniva da un periodo storico di grandi conquiste e cambiamenti. Era gente che faceva paura, altroché. E ora abbiamo Berlusconi, Renzi, Salvini, Grillo e tutto il resto del circo Togni, talmente privi di credibilità e carisma che nessuno, tra trenta o quarant'anni, si sognerebbe di mostrare un bambino che passa il tempo a raccogliere ritagli di articoli su di loro. Perché la mafia ucciderà solo d'estate, ma la stupidità, l'ignoranza e il lassismo ci hanno uccisi invece ogni giorno, lasciandoci incapaci di riflettere su quello che è il nostro passato. Invece è giusto ricordare, per quanto sia doloroso, "noioso" e scomodo. E' giusto prendere per mano i nostri figli e condurli nei luoghi che hanno segnato la nostra storia, nel bene e nel male, parlando loro dei veri mostri che ancora continuano ad agire indisturbati, magari rimanendo un po' più in sordina rispetto al passato e diventando quindi ancora più pericolosi. Magari se ne può parlare con ironia, proprio come fa Pif, perché la risata intelligente è la prima a non nascondere la testa sotto la sabbia e a lasciare naturalmente alla serietà e alla commozione il doveroso spazio che meritano. E sì, La mafia uccide solo d'estate è un film che ho adorato, ma lo avrete capito da soli. A voi lascio il piacere di scoprirlo e di gustarlo come se fosse una Proustiana madeleine in grado di trasportarvi nel passato com'è successo a me.

Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è regista e co-sceneggiatore, inoltre interpreta Arturo da grande. Nato a Palermo, è più famoso come conduttore televisivo che come attore, grazie a programmi come Le iene e Il testimone. Ha 42 anni.


Cristiana Capotondi interpreta Flora da grande. Nata a Roma, la ricordo per film come Vacanze di Natale '95, Notte prima degli esami, La peggior settimana della mia vita e Il peggior Natale della mia vita. Anche regista, ha 34 anni.


martedì 31 marzo 2015

Chi è senza colpa (2014)

Visto l'amore che nutrivo (e ancora nutro) per il meraviglioso e prematuramente scomparso James Gandolfini, era scontato che recuperassi la sua ultima pellicola, Chi è senza colpa (The Drop), diretto nel 2014 dal regista Michaël R. Roska.


Trama: Bob lavora come barista nel locale del cugino Marv, paravento per le attività illegali della mafia cecena. Un giorno il bar viene rapinato e il crimine scatena una serie di altri eventi strettamente legati a una tragedia avvenuta dieci anni prima...


Direi di cominciare a parlare di Chi è senza colpa partendo dall'incredibile gioco dei titoli a cui è andata incontro la pellicola. Il film è tratto dal racconto Animal Rescue di Dennis Lehane, il cui titolo fa riferimento ad un evento che, in apparenza, non avrebbe nulla a che vedere con il filo principale della trama: il protagonista, Bob, trova in un bidone della spazzatura un cucciolo di pitbull e, dopo l'iniziale titubanza, decide di tenerlo con sé e allevarlo. Questo "salvataggio" (Animal Rescue) gli consente di conoscere Nadia e di avere a che fare con il violento padrone del cucciolo, un criminale da quattro soldi che, anni prima, aveva ucciso un buon amico di Bob. Cosa c'entra tutto questo con il titolo originale del film, The Drop? Beh, c'entra nella misura in cui la storia parallela di questo sfortunato cagnolino che è stato lasciato "cadere" nel cestino si intreccia con i soldi sporchi che vengono "consegnati" (sempre to drop) di nascosto all'interno del bar un tempo di proprietà di cugino Marv, creando un tourbillon di situazioni che riveleranno il marcio nascosto nell'animo di tutti i coinvolti, anche quelli in apparenza più irreprensibili. Chi è senza colpa è, come al solito, un titolo italiano imbecille oltre ogni dire perché, al massimo, avrebbe potuto assecondare sia l'ambiguità della trama sia l'aria vagamente bigotta che si respira all'interno di alcune sequenze con un "Chi è senza peccato", richiamando alla mente dello spettatore la famosa citazione evangelica, invece così abbiamo l'ennesimo titolo loffio che poco invoglia ad andare in sala a guardare il film di Roskam. Ed è un peccato perché The Drop è un cupo dramma di stampo classico, popolato da personaggi incapaci di venire a patti con il loro passato, i loro fallimenti e i loro rimpianti, che brancolano goffamente nel tentativo di dare un senso alla propria vita e andare oltre la solitudine e le etichette che si sono affibbiati da soli.


La regia di Michaël R. Roskam, al suo primo film anglofono, non è particolarmente esaltante e rischia di appiattire un po' l'opera in generale ma The Drop è comunque meritevole di una visione sia per la trama interessante che per gli attori coinvolti, che donano spessore a personaggi già comunque ben caratterizzati. Ammetto che, guardando il film, mi è salito un magone gigantesco a vedere Gandolfini recitare con la consueta ed umile professionalità in un ruolo sicuramente non fondamentale per la sua carriera ma riuscendo comunque a dare vita ad un personaggio più complesso di quello che appare; il grande James era una garanzia e l'idea che non potrà più partecipare a nessun altro film è fonte di immensa tristezza. Molto ma molto bravo anche Tom Hardy, attore con cui solitamente non ho un gran feeling, impegnato in un'interpretazione misurata e calibrata al millimetro, alle prese con un protagonista che all'inizio non colpisce e fatica a conquistarsi la totale attenzione dello spettatore ma che, andando avanti, diventa sempre più convincente ed interessante. Stranamente, l'unica a non avermi convinta appieno è Noomi Rapace, non tanto per la sua performance quanto per la fondamentale irrazionalità della sua Nadia; ovviamente non posso fare spoiler ma diciamo che la sceneggiatura qui perde qualche colpo, presentandoci prima una ragazza giustamente insicura e diffidente, poi una pazza che addirittura chiede lavoro ad un tizio che conosce da due giorni, infine una sconvolta che accetta di sorvolare sull'evento più brutale a cui abbia mai testimoniato. Il tutto nel giro di un paio di mesi a giudicare da come cresce il cagnolino. Detto questo, The Drop è comunque un bel film che consiglio in particolare a chi ama un tipo di cinema "attoriale" e ha nostalgia dei bei tempi in cui De Niro regalava allo spettatore dei personaggi duri e pericolosi ma anche incredibilmente fragili. E, ovviamente, a tutti quelli che, come me, già sentono la mancanza di James Gandolfini.


Di Tom Hardy (Bob), Noomi Rapace (Nadia) e James Gandolfini (cugino Marv) ho già parlato ai rispettivi link.

Michaël R. Roskam è il regista della pellicola. Belga, è al suo secondo lungometraggio. Anche sceneggiatore e attore, ha 43 anni.


Se Chi è senza colpa vi fosse piaciuto recuperate il meraviglioso Mystic River, sempre sceneggiato da Dennis Lehane. ENJOY!

venerdì 27 marzo 2015

Happy Fuckin' Birthday, Mr. Quentin!

L'anno scorso avevo promesso che il giorno del compleanno di Quentin Tarantino avrei fatto un po' il punto della situazione sui suoi progetti presenti e futuri, oltre a fargli gli auguri. E quindi, cosa sta facendo oggi il mio aMMore festeggiato?


Beh, mi si dice che le riprese di The Hateful Eight, il suo ottavo film, stiano procedendo più o meno senza intoppi nel freddo inverno del Colorado, tra problemi meteorologici e defezioni, come quella del bel Viggo Mortensen che ha dovuto rinunciare a partecipare alla pellicola perché già impegnato in altri progetti. Il nuovo western di Quentin, che vede tra i protagonisti certi Samuel L. Jackson, Tim Roth, Kurt Russel, Michael Madsen, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins e (ossignoreno!!) Channing Tatum in un ruolo ancora top secret, dovrebbe uscire a novembre di quest'anno (noi, se andrà bene, lo vedremo a Natale o direttamente nel 2016).


Nessuna nuova invece sul terzo volume di Kill Bill, di cui si parlava con insistenza l'anno scorso e che si è invece perso nel limbo assieme a Killer Crow, che avrebbe dovuto essere una fantasia da seconda guerra mondiale al pari di Inglorious Basterd ma è stato soppiantato da The Eightful Eight.


Killer Crow e Kill Bill Volume 3 verranno mai recuperati? Chissà. Quentin ha dichiarato di volersi ritirare col decimo film e con The Eightful Eight ne mancherebbero solo due per arrivare al numero fatidico. Siccome si parla spesso anche di un remake di Faster Pussycat, Kill! Kill!, pellicola cult del mio 52enne aMMore, uno di questi film rischia di non vedere mai la luce. E questo pensiero non è mica un bel regalo di compleanno! Meglio mettere da parte le camurrìe e augurare a Quentin altri millemila di questi giorni e fargli un bel "in bocca al lupo" per The Eightful Eight, il film da non perdere per il 2015!!!

La morte dietro il cancello (1972)

Ispirata da quest'articolo di Lucia, dove si nominava il mai dimenticato saggio di Stephen King Danse Macabre, ho deciso di prendere l'elenco dei film che hanno ispirato il Re e cominciare a guardare, ovviamente con la mia solita lentezza, quelli che non avevo mai avuto modo di vedere. La prima pellicola è stata La morte dietro il cancello (Asylum), diretto nel 1972 dal regista Roy Ward Baker.


Trama: Un giovane psichiatra si reca in un manicomio e, per riuscire ad ottenere un lavoro, viene sfidato dal nuovo direttore ad interrogare i degenti e scoprire l'identità del dottor Starr, afflitto da doppia personalità e perciò rinchiuso assieme ad altri pazienti.


Nonostante mi ritenga una discreta appassionata di horror, spesso mi rendo conto che ci sono ancora parecchie cose che devo scoprire. Per esempio, non conoscevo l'esistenza della britannica casa di produzione Amicus, che tra gli anni '60 e i '70 ha prodotto una decina di cosiddetti portmanteau horror, ovvero dei film composti da vari episodi uniti da una trama "esterna", un po' come i Creepshow di cui ho già avuto modo di parlare. La morte dietro il cancello è un perfetto esempio della struttura di queste pellicole: il pretesto narrativo per raccontare quattro diverse storie è la sfida posta dal Dr. Rutherford al Dr. Martin, il quale deve farsi raccontare le storie di quattro diversi degenti del manicomio e scoprire chi di loro è il fantomatico Dr. Starr, ex direttore della casa di cura. Come spesso accade con queste antologie, la qualità dei diversi episodi cambia notevolmente e La morte dietro il cancello è particolarmente altalenante nel ritmo e poco omogenea nella distribuzione della suspance. Il film infatti comincia con il divertissment Frozen Fear, un "tipico" caso di omicidio coniugale ravvivato da alcuni dettagli weird come la presenza di arti insacchettati e di un braccialetto voodoo in grado di riportare sulla terra gli spiriti; l'episodio ha il sapore di un ironico amuse-bouche che stuzzica lo spettatore preparandolo per piatti più forti e vi assicuro che, nonostante la messa in scena ingenua, non manca di provocare qualche brivido. Purtroppo La morte dietro il cancello prosegue inaspettatamente con due episodi debolucci e, soprattutto per quel che riguarda Lucy Came to Stay, noiosetti e prevedibili, ravvivati giusto dalla presenza del sempre elegante Peter Cushing e dalla sensualissima Britt Ekland: in The Weird Tailor il tema è la magia (e a dire il vero un elemento inquietante c'è) mentre Lucy Came to Stay è un piccolo thriller psicologico che mette i brividi solo grazie alla risata finale di una giovane Charlotte Rampling.


Più nelle mie corde è invece il segmento Mannikins of Horror che, come avrete forse intuito, parla di burattini ed è l'unico che prosegue all'interno della storia di raccordo. L'episodio in questione è particolarmente pauroso non solo per l'argomento trattato ma soprattutto per il paio di imprevedibili twist che spiccano all'interno della pur breve sceneggiatura e poi è graziato, oltre che dalla valida interpretazione di Herbert Lom, da pochi effetti speciali sicuramente notevoli sia per l'epoca che per il budget con cui è stato realizzato La morte dietro il cancello, che si conclude col botto lasciando intuire le peggio cose allo spettatore (che poi è il modo di fare horror che preferisco, perché bastano il primo piano di un volto sofferente e un terribile rumore in sottofondo  per colpirmi più di quanto non facciano mille spiegoni!). Siccome Mannikins of Horror è strettamente legato alla storia principale si potrebbe dire che La morte dietro il cancello è composto da cinque episodi, soprattutto perché la cornice è molto ben curata per quanto riguarda la regia (interessanti le inquadrature delle stampe antiche all'inizio) ed è anche recitata da attori notevoli, tra i quali spicca quel Patrick Magee che da sempre il meglio di sé quando viene relegato su una sedia a rotelle. Non avendo mai visto gli altri portmanteau della Amicus non vi saprei dire se La morte dietro il cancello è il punto di partenza ideale per avventurarsi nell'impresa, sicuramente io ho molto apprezzato l'impianto vintage dell'intera operazione e il modo subdolo con cui Robert Bloch, autore della sceneggiatura, gioca con le aspettative e le paure del pubblico; come ho detto, le storie non sono tutte allo stesso livello ma hanno perlomeno il pregio di avventurarsi in sentieri horror per l'epoca poco battuti e per la maggior parte sono abbastanza fantasiose, quindi mi sento di promuovere in toto questo La morte dietro il cancello e di ringraziare Stephen King per avermelo fatto conoscere!


Di Peter Cushing (interpreta Smith nell'episodio The Weird Tailor), Britt Ekland (Lucy nell'episodio Lucy Came to Stay), Charlotte Rampling (Barbara nell'episodio Lucy Came to Stay) e Patrick Magee (Dr. Rutherford) ho già parlato ai rispettivi link.

Roy Ward Baker (vero nome Roy Horace Baker) è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto altri film come Vampiri amanti, Il marchio di Dracula, Barbara il mostro di Londra, The Vault of Horror, La leggenda dei 7 vampiri d'oro, Il club dei mostri ed episodi di serie come Agente speciale e Simon Templar. Anche produttore, attore e sceneggiatore, è morto nel 2010, all'età di 93 anni.


Herbert Lom (vero nome Herbert Charles Angelo Kuchacevich ze Schluderpacheru) interpreta Byron. Nato a Praga, ha partecipato a film come La signora omicidi, Spartacus, Il fantasma dell'Opera, Il conte Dracula, La pantera rosa colpisce ancora, La pantera rosa sfida l'ispettore Clouseau, La vendetta della pantera rosa, Sulle orme della pantera rosa, Pantera rosa - Il mistero Clouseau, La zona morta e Il figlio della pantera rosa. E' morto nel 2012, all'età di 95 anni.


Il segmento The Weird Taylor è stato in seguito trasposto anche in un episodio di Thriller, serie antologica presentata nientemeno che da Boris Karloff; io non l'ho mai vista ma se La morte dietro il cancello vi fosse piaciuto potreste recuperarla assieme ad altri portmanteau della Amicus come Le cinque chiavi del terrore, La bambola di cera, Il giardino delle torture, La casa che grondava sangue, Racconti dalla tomba, The Vault of Horror, La bottega che vendeva la morte o Il club dei mostri. ENJOY!


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