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martedì 7 agosto 2018

Amiche di sangue (2017)

Questa settimana è arrivato in Italia Amiche di Sangue (Thoroughbreds), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista Cory Finley.


Trama: Amanda è una ragazza incapace di provare emozioni, Lily un'altoborghese con un patrigno odioso. Tornate amiche quasi per caso, dopo anni di lontananza, le due cominciano a progettare un piano per eliminare l'uomo...


Questo spicchio di torrida estate mi sta bollendo, con le temperature casalinghe che sono arrivate a toccare i 31 gradi. I cinema, unica fonte di refrigerio, a Savona sono chiusi e io mi sono ritrovata a guardare Amiche di Sangue sdraiata sul divano, con un singolo refolo d'aria a rianimarmi di tanto in tanto e ad evitare che le mie cellule si fondessero inestricabilmente con quelle del sofà. Forse per questo l'opera prima di Cory Finley non mi ha entusiasmata granché, troppo "fighetta" per i miei gusti, incapace di catturare completamente la mia attenzione e dotata di un senso dell'umorismo macabro e autocompiaciuto che mi ha fatta più volte alzare gli occhi al soffitto. Diciamo che ho preso in antipatia la pellicola fin dall'inizio, non tanto per la sua realizzazione, di cui parlerò, quanto per l'ambiente in essa rappresentato e per le due protagoniste, adolescenti non tanto psicopatiche da essere divertenti ma intelligentissime e acculturate nel modo arrogante tipico delle pellicole indie che, a quanto pare, dopo anni sono arrivata un po' a soffrire. Bellissime (soprattutto la Taylor-Joy) e tanto disadattate, Amanda e Lily sono dei cliché, un compendio di psicosi la prima e banalmente infastidita da una situazione familiare "scomoda" la seconda; Amanda è incapace di provare emozioni sin da bambina ma, in qualche modo, riesce a provare empatia e a sacrificarsi per gli altri in virtù di ciò, anche a costo di passare per matta mentre Lily, apparentemente la più normale della coppia, è dotata di un egoismo fuori dal comune e, nonostante la sua aria algida che le impedisce di indulgere in scene patetiche, è la quintessenza della drama queen. A far le spese di questo binomio, l'effettivamente detestabile patrigno di Lily, il quale diventa oggetto dell'improvvisa brama di sangue delle due. A tal proposito, guardando Amiche di sangue, sinceramente mi sono ritrovata a "sperare" che Lily o la madre fossero vittime di violenza fisica, sessuale, qualcosa insomma che giustificasse tanto odio verso un uomo reo semplicemente di essere un imbecille patentato e un riccone viziato; invece, in un dialogo abbastanza rivelatore, persino Amanda si stupisce di tanto livore da parte di Lily, limitandosi però a far spallucce perché, diamine, l'amica soffre.


Perdonatemi se sono convinta che una stupidità simile avrebbe meritato più un approccio trash alla Amiche cattive o anche alla Tragedy Girls invece di questo desiderio di realizzare un'opera teatrale (l'impianto c'è ed è palese, soprattutto sul finale) incredibilmente raffinata, fatta di dialoghi "arguti", immagini simboliche e musiche particolari che si spinge persino al tentativo di riabilitazione della figura dello streppone raccattato per strada in modo da fungere da capro espiatorio. Perdonatemi, ma probabilmente non sono riuscita ad entrare nel mood perché il film avrebbe avuto tutte le carte in regola per risultarmi splendido. In primis, Cory Finley è incredibilmente bravo e rende il film un gioiello per gli occhi. Non c'è una sola inquadratura che non sia stata realizzata ad arte (a un certo punto, e non so quanto la cosa sia casuale, lo stipite di una porta e le braccia della Cooke si incrociano a formare un cuore, per dire) e i piani sequenza sono qualcosa di favoloso, la scena nel prefinale in primis, dove tutto accade "dietro le quinte". Poi, gli attori. Olivia Cooke ed Anya Taylor-Joy si compensano l'una con l'altra attraverso le loro diversità sia fisiche sia caratteriali, offrendo allo spettatore una sorta di ying e yang della follia e una serie di scambi al fulmicotone, purtroppo leggermente fiaccati dalla scelta di rendere le due quanto più monocordi possibile, almeno nell'intonazione dei dialoghi (anche se la dimostrazione del "metodo" di pianto, con il successivo richiamo a metà film, è semplicemente spettacolare); Anton Yelchin, al suo ultimo film, offre la sua interpretazione di loser tutto particolare, in perfetto equilibrio tra il comico e il tragico, conferendo persino dignità al triste Tim, facendolo emergere dal mero ruolo di figura di secondo piano per renderlo personaggio a tutto tondo. Insomma, pregi Amiche di sangue ne ha in abbondanza ma io l'ho comunque apprezzato poco, proprio in virtù della storia e di una freddezza che non mi ha intrigata né entusiasmata. In giro leggo comunque molte recensioni positive quindi ho solo un consiglio da dare: provatelo!


Di Olivia Cooke (Amanda), Anya Taylor-Joy (Lily) e Anton Yelchin (Tim) ho già parlato ai rispettivi link.

Cory Finley è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, è al suo primo lungometraggio.


Se Amiche di sangue vi fosse piaciuto recuperate Creature del cielo. ENJOY!

venerdì 9 settembre 2016

Green Room (2015)

Spinta da varie recensioni positive scorte in rete, ho deciso di recuperare in questi giorni Green Room, diretto e sceneggiato nel 2015 dal regista Jeremy Saulnier.


Trama: convocati per un concerto all'ultimo minuto, i membri di un gruppo punk si ritrovano a testimoniare un omicidio e conseguentemente ad essere presi di mira da un branco di neonazisti...



Musicisti punk contro neonazi, cosa ci potrebbe essere di meglio, cinematograficamente parlando? Da questo punto di vista, in effetti Green Room è un film con le contropalle, oltre che intriso di una cattiveria di altissimo livello. In soldoni, trattasi di revenge movie in cui i protagonisti, capitati per caso in un ambiente a loro poco consono (ragazzi punk costretti a suonare in un magazzino zeppo di personaggi di estrema destra e che scelgono, molto coraggiosamente, di esordire con Nazi Punks, Fuck Off! prima di conquistarli comunque col potere della musica), finiscono dalla padella alla brace per aver assistito a qualcosa che non dovevano vedere. Finito lo spettacolo, sale la tensione alle stelle: noi sappiamo che il proprietario del prefabbricato adibito a sala concerti non ha alcuna intenzione di farla passare liscia ai nostri ma i suoi sgherri sono così poco psicopatici, almeno in apparenza, che per una volta il gioco tra gatto e topo favorisce ampiamente la suspension of disbelief, facendoci così accettare il fatto che i protagonisti non li crivellino di proiettili e fuggano senza guardarsi alle spalle alle prime avvisaglie di pericolo. Poi, ovviamente, scoperte le carte il discorso cambia e sebbene il vecchio Darcy del freddissimo Patrick Stewart continui a fare i ragionamenti tipici e pragmatici di un imprenditore, il sangue comincia a scorrere copioso grazie a soluzioni omicide di particolare crudeltà, rese ancora più intollerabili dal fatto che i protagonisti sono ragazzotti simpatici, bravi musicisti, persino un po' sfigati se vogliamo, caratterizzati da quella punta di cameratismo che trasformerebbe ogni dipartita nella morte di un pezzetto del cuore dello spettatore, se non fosse per l'atavico scazzo che pare ammantare i personaggi principali.


Di fatto, la freddezza di Darcy e lo scazzo dei protagonisti sono quei due aspetti che frenano un po' Green Room, al netto della crudeltà di ciò che viene scagliato contro Yelchin (che la terra ti sia lieve) e compagnia cantante; passato il primo momento di tensione concitatissima, la pellicola di Saulnier non perde in cattiveria ma diminuisce sicuramente il ritmo della narrazione, smorzandosi nei discorsi se vogliamo un po' superficiali dei personaggi e nell'intima mancanza di voglia di vivere che caratterizza la Amber di Imogen Poots, peraltro anche piuttosto brava. Come leggevo dalle parti de I 400 calci, se cercate approfondimento psicologico cascate davvero malissimo, e lo stesso vale per l'originalità dello svolgimento, però se siete assetati di sangue non vi preoccupate che Saulnier mostra tutto e bene, dall'esplosione di sanguinosa violenza che proprio non ti aspetti a quella che ti aspetti ma non così lenta ed ostentata, al punto che ho dovuto un po' girarmi dall'altra parte e pensare ad altro per non mettermi ad urlare come una ragazzina. Probabilmente, anche se Green Room mi è piaciuto, me lo sarei goduta un po' di più se avessi avuto delle conoscenze musicali migliori, o se avessi bazzicato da giovinetta la scena punk delle mie zone, così da potermi immedesimare maggiormente coi personaggi o sorridere delle loro battute. Invece a me da giovane piaceva Madonna e se andassi su un'isola deserta farei come Imogen Poots, mi porterei dietro i dischi di quella vecchia strega. Ma solo quelli fino agli anni '90, mi raccomando, che la produzione recente è fuffosella.


Di Anton Yelchin (Pat), Mark Webber (Daniel), Imogen Poots (Amber) e Patrick Stewart (Darcy) ho già parlato ai rispettivi link.

Jeremy Saulnier è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Murder Party e Blue Ruin. Anche produttore, ha 39 anni.


Alia Shawkat interpreta Sam. Americana, ha partecipato a film come Three Kings, Damsels in Distress, The Final Girls e a serie come Senza traccia e Veronica Mars, inoltre ha doppiato episodi di Robot Chicken e Adventure Time. Anche produttrice e regista, ha 27 anni e due film in uscita.


Se Green Room vi fosse piaciuto cercate Blue Ruin, film dello stesso regista che però devo ancora vedere. ENJOY!

domenica 26 luglio 2015

Burying the Ex (2014)

Era da un po' che lo puntavo e non potevo rimandare ancora la visione di Burying the Ex, l'ultimo film del regista Joe Dante, da lui diretto nel 2014.


Trama: Max ed Evelyn sono due fidanzatini apparentemente inseparabili ma un giorno lui decide di lasciare lei. Tuttavia, la ragazza viene investita prima che Max possa manifestarle le sue intenzioni e al dolore si sostituisce lo sconcerto quando Evelyn torna a casa trasformata in uno zombi...


Finché morte non ci separi. Quante volte abbiamo sentito pronunciare (o abbiamo pronunciato) questa frase! Se però in determinate circostanze qualcuno invece dicesse "staremo sempre insieme... sempre e PER sempre" ci sarebbe da rabbrividire perché quel "PER SEMPRE" potrebbe venire preso alla lettera da qualche entità dispettosa. Questo è ciò che succede a Max, uomo dotato di tanti pregi ma sicuramente non di un paio di palle, che non trova il coraggio di lasciare quella che è in fin dei conti un tremendo gatto appeso ai marroni nonché la versione horror della Scarlet Johansson di Don Jon: piuttosto che rinunciare ad una relazione stabile Max accetta di venire castrato dalle fisse di una donna che lo costringe a mangiare vegano, accettare terribili rivoluzioni nell'arredamento della casa condivisa (e lì io l'avrei già uccisa e il film sarebbe finito...), rinunciare alla compagnia del fratello e peggio ancora ai propri sogni e poi, non contenta, gli fa anche delle gigantesche scenate di gelosia. Ecco, già una tizia simile è meglio perderla che trovarla ma il problema sono quelle paroline di cui sopra che, dopo un provvidenziale incidente, la fanno tornare come zombi. Quindi ancora più spaccapalle ma anche ripugnante, violenta e disgustosa. Date queste premesse, avrete capito che Burying the Ex non è un horror tout court ma piuttosto una classica commedia pseudo-demenziale americana con qualche sfumatura macabra e il tipico protagonista sfigato che, a poco a poco, si riscatta e arriva a capire che forse è giunto il momento di prendere tra le mani le redini della propria esistenza mentre la bitch (nel vero senso della parola) che lo ammorbava viene messa a posto dalla donna angelicata di turno, tanto simpatica e carina che viene da chiedersi come abbia fatto il protagonista a non trovarne una simile invece di accontentarsi della scassapalle. Burying the Ex è un film scacciapensieri privo dei guizzi cinici e critici di altri film di Joe Dante e l'unico spunto di riflessione che offre, in effetti, è quello relativo al modo in cui far funzionare una relazione, o meglio riuscire a trovare terreno comune con una persona che ci piace ma che è incredibilmente diversa da noi senza annullarci oppure cambiare in base ai suoi gusti.


Anche dal punto di vista tecnico, a dirla tutta, Burying the Ex avrebbe potuto essere stato diretto da un qualsiasi signor nessuno scelto tra le miriadi di giovanotti di belle speranze che sicuramente abbondano ad Hollywood. A parte un citazionismo gradevole ma inutile che si concentra in un paio di poster horror vintage italiani e non, spezzoni di horror passati in TV o su qualche schermo cinematografico, il nome di Romero scritto sulla fiancata di un furgone e l'apparizione del sempre simpatico Dick Miller non ci sono indizi che Joe Dante abbia avuto a che fare con questa pellicola. Il target rivolto ai teenager si evince anche dalla scelta di utilizzare attori che abbiano avuto quasi tutti a che fare con film o saghe rivolti ai giovanissimi: c'è la bellissima Alexandra Daddario presa dritta dalla saga di Percy Jackson (del personaggio interpretato in True Detective non c'è traccia, mi spiace per i maschietti!), Ashley Greene la cui faccia naturalmente da peppia palesa la partecipazione a tutti film della serie Twilight e Anton Yelchin giusto per dare un po' di continuità horror alla cosa. Nonostante quest'aria anonima e un po' bimbaminkia, dire che Burying the Ex sia stato un diludendo sarebbe però esagerato. La trama è divertente e coinvolgente, la rappresentazione nerdissima del paesino in cui vivono i protagonisti è a dir poco commovente (ma DOV'è questo posto dove si proiettano film al cimitero e, alla faccia della crisi economica, trovano spazio ben DUE negozi di memorabilia horror o una gelateria dove fanno i "malted" ai gusti più strani del globo, che ci voglio andare subito!!) e l'utilizzo di make-up ed effetti artigianali scalda sempre il cuore; certo, sono ben lontani i tempi in cui Joe Dante faceva dei film zeppi di personalità ma come divertissement estivo, nell'attesa di tempi migliori, Burying the Ex va benissimo. Però 'sti tempi migliori devono tornare, eh Joe!!!


Del regista Joe Dante ho già parlato QUI. Di Anton Yelchin (Max) e Dick Miller (il vecchio poliziotto) ho parlato invece ai rispettivi link.

Ashley Greene interpreta Evelyn. Americana, ha partecipato a TUTTI i film della serie Twilight e The Apparition. Ha 28 anni e quattro film in uscita.


Alexandra Daddario interpreta Olivia. Americana, ha partecipato a film come Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il ladro di fulmini,  Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo - Il mare dei mostri, Non aprite quella porta 3D e a serie come I Soprano e True Detective. Ha 29 anni e tre film in uscita.


Se Burying the Ex vi fosse piaciuto recuperate anche Shaun of the Dead. ENJOY!



domenica 23 marzo 2014

Only Lovers Left Alive (2013)

Da più o meno un anno aspettavo spasmodicamente di vedere Only Lovers Left Alive, film vampirico con Tommolino e Tilda Swinton diretto e sceneggiato nel 2013 dal regista Jim Jarmusch. Appena sono venuta a conoscenza della sua “disponibilità” me lo sono procurato e questo è il risultato…


Trama: Adam ed Eve sono due vampiri centenari ed innamoratissimi, nonostante vivano separati. Della coppia, Adam è quello più propenso ad avere crisi depressive, quindi Eve vola da Tangeri a Detroit per stargli accanto ed aiutarlo a superare l’ennesimo periodo buio…


Detto senza peli sulla lingua: che due palle. Se qualche settimana fa mi ero lamentata del fatto che Kiss of the Damned reiterava il cliché dei vampiri colti, ricchi, annoiati e “buoni”, oggi tocca mettermi le mani nei capelli perché Only Lovers Left Alive non si limita solo a riproporre tali stereotipi, ma li incastra anche in una trama dove non accade praticamente nulla. Dopo metà film, quasi sul finale, Jarmush dev’essersi reso conto che anche le Hiddlestoners più sfegatate si sarebbero stufate di vedere il loro idolo impossibilmente bello ed affascinante ma con gli occhi chiusi e lo scazzo a tremila, quindi ha deciso di far “succedere cose” che, diciamocelo francamente, smuovono un po’ la situazione ma fondamentalmente non servono a nulla. Only Lovers Left Alive si attiene infatti strettamente al titolo che porta: in un mondo sostanzialmente corrotto, caotico e vuoto, l’unica cosa rimasta in vita è l’Amore, quello eterno tra Adam ed Eve, ed ogni persona o evento che minaccia anche solo di avvicinarsi al “dinamico” duo viene affrontata come fosse un fastidio, una parentesi scomoda di cui liberarsi il prima possibile. Se Eve, tanto quanto, cerca di aprirsi alla modernità e coltiva qualche sporadica quanto surreale amicizia (Marlowe/Shakespeare), Adam è l’incarnazione stessa del male di vivere, un vampiro talmente preda dello spleen e del pessimismo cosmico che in confronto Louis di Intervista col vampiro era il Pagliaccio Baraldi, schifato da quegli esseri umani che lui chiama "zombi" e interessato solo alla sua musica o alle chitarre d'antiquariato. Come già in Kiss of the Damned, a un certo punta arriva la sorella scapestrata di lei, Ava (che fantasia, soprattutto visto che viene pronunciato Eva!!) a ravvivare un po' la situazione e spargere qualche cadaverino qua e là, ma viene presto congedata dall'affabile coppia che, per tutta risposta, si becca quell'insulto che aleggiava da più di un'ora nella mente dello spettatore: "Siete due fottuti snob!!". E, aggiungo io, non fate altro che dormire e lamentarvi, a che vi serve vivere in eterno, per la miseria??? Mah.


Per quel che riguarda la regia, per carità, niente da dire, anzi. Only Lovers Left Alive è visivamente affascinantissimo, una contaminazione di ambienti grunge occidentali e affascinanti e calde atmosfere orientali, col regista che indugia sui volti e i corpi dei due amanti vampiri ricercando soluzioni particolarissime (la rotazione della telecamera all'inizio, i primi piani dopo le bevute di sangue, che ricordano tanto i trip di Trainspotting) ed elaborate costruzioni delle immagini. La colonna sonora è meravigliosa e a tratti ipnotica, soprattutto per quel che riguarda i due concerti che vengono mostrati e, ovviamente, i due protagonisti sono a dir poco stupendi: Tilda Swinton, con la sua androgina bellezza, è talmente particolare da risultare affascinante in qualsiasi scena mentre Tom Hiddleston è fuori da ogni immaginazione, bello da far paura e bravissimo nel conferire quel soverchiante ed aristocratico ennui al suo Adam. Una Mia Wasikowska sempre più brava e sicura di sé interpreta una simpatica e sensuale little bitch che ravviva la pellicola come un folletto e verrebbe da pregarla di fermarsi un po' di più per scuotere la sorellona e il cognato ma è solo un attimo, come ho detto, che passa e se ne va. Non come Only Lovers Left Alive che invece procede, lento, eterno ed immanente, alla faccia del Drugo che "sa aspettare": molto prosaicamente comprendo, da burina qual sono (e dico così perché all'inizio c'era un po' più di azione nel film ma, quando i produttori hanno detto a Jarmusch di abbondare ancora, lui ha deciso di ridurla ulteriormente quindi forse sono io che non capisco nulla), perché Adam abbia costanti pensieri suicidi e mi immagino anche lo sbattimento di Eve nel provare a tener desto l'interesse di un marito così visto che come spettatrice la mia mente vagava, vagava e riusciva a focalizzarsi solo quando compariva su schermo l'addominale scolpito e asciutto di Tommolino. Il resto sono solo vuote parole immerse in una bellissima cornice, reiterate in una noiosissima eternità. Quindi chissà se è meglio essere vampiri o zombie.


Di Tom Hiddleston (Adam), Tilda Swinton (Eve), Mia Wasikowska (Ava), John Hurt (Marlowe), Anton Yelchin (Ian) e Jeffrey Wright (Dr. Watson) ho già parlato ai rispettivi link.

Jim Jarmusch (vero nome James R. Jarmusch) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Daunbailò, Coffee and Cigarettes, Taxisti di notte, Dead Man, Ghost Dog - Il codice del samurai e Broken Flowers. Anche attore, produttore e compositore, ha anni e un film in uscita.


A proposito di figoni incredibili, si narra che Michael Fassbender fosse in trattativa per un ruolo ma alla fine non se n'è fatto nulla ahimé! Detto questo, se Only Lovers Left Alive vi fosse piaciuto procuratevi Intervista col vampiro, The Addiction e Miriam si sveglia a mezzanotte. ENJOY!


Articolo pubblicato anche su Filmovie.it

domenica 2 ottobre 2011

I Puffi (2011) - Recensione


Non credevo avrei mai scritto questa recensione e non certo perché mi mancasse la voglia di vedere I Puffi (The Smurfs), diretto dal regista Raja Gosnell. Semplicemente, pensavo che nessuno mi avrebbe accompagnata al cinema, invece ho avuto fortuna e ho avuto modo di vedere questo film... puffoso. Leggete per scoprire quale sarà stavolta l'accezione del versatile termine.



Trama: durante l'ennesima fuga da Gargamella, Grande Puffo, Puffetta, Quattrocchi, Tontolone, Brontolone e Coraggioso vengono risucchiati in un vortice che li catapulta a New York. Lì dovranno capire come tornare a casa, ma siccome il malvagissimo mago li ha seguiti non sarà facile....



Alzi la mano chi non ha mai visto i Puffi. Creati alla fine degli anni '50 dal cartoonist belga Peyo, questi buffi omuncoli blu e la loro assurda nemesi hanno cresciuto generazioni di pargoli, invadendoci le case con orde di pupazzini e casette fatte a fungo (che personalmente ho ancora!) e lasciando i più nerd tra noi a disquisire, spesso e volentieri, sulle tante incongruenze della loro società apparentemente perfetta, dove "tutti hanno il loro ruolo e nessuno è inutile". Io ammetto di non averli mai sopportati. I cartoni animati mi facevano cambiare canale, i fumetti mi facevano venire il latte alle ginocchia, però andavo pazza per il merchandising, chissà perché. Però quando ho avuto notizia, ormai due anni fa, della trasposizione live action di questa storica serie ho fatto voto e solenne giuramento di andare a vedere il film, conscia del fatto che nulla avrebbe potuto essere più trash. E invece, puffa miseria, I puffi è un film carino e divertente, ovviamente nei limiti di quello che dev'essere un film per bambini.



La bellezza de I puffi non risiede nella ovvia banalità della storia (il cui incipit, dove gli umani urlano e strepitano alla vista delle creature blu appena uscite da una scatola o da un gabinetto, è identico a quello del primo Alvin Superstar), con un essere umano dimentico dei valori positivi e troppo attaccato al lavoro che, a poco a poco, imparerà dai semplici ed ingenui Puffi quel che conta davvero nella vita; non risiede neppure nella sempre più perfetta CG che ci mostra dei Puffi verosimili e abbastanza graziosi, né nel triste e inverosimile pretesto con cui gli sceneggiatori rendono omaggio alle storie a fumetti di Peyo, e nemmeno nell'introduzione di qualche nuovo personaggio come lo scozzese Puffo Coraggioso o il Puffo Pazzo gnaulante. No, quel che di positivo si può trovare nel film è un palese debito che la sceneggiatura ha nei confronti del vecchio I visitatori con Jean Reno, perché le gag migliori derivano dallo scontro tra la cultura medievale dei Puffi e (soprattutto!!) Gargamella e quella moderna dei protagonisti Newyorchesi. Vedere il rincoglionitissimo mago che afferra un cestello per lo champagne e ci piscia dentro ringraziando il "paggio" per il "pitale", oppure Puffo Brontolone che concupisce l'M&M's verde vale il prezzo del biglietto, ed è un peccato che questi momenti di comicità "alla Shrek" siano così pochi, a favore invece di un buonismo imperante.



In effetti, è scioccante vedere il Barney di How I Met Your Mother fare la parte dell'amorevole marito e futuro padre, ma mai scioccante quanto la melassa che la moglie di lui schiaffa in faccia allo spettatore ad ogni sua comparsa, regalandoci scene surreali come un pistolotto moralista via cellulare alla bastardissima capa di lui o una dichiarazione d'amore finale con un meraviglioso "Ti puffo". Ma ti puffo nel senso che ti rovino di mazzate!! L'unica fortuna è che queste perle di bontà si concentrano solo nella parte finale del film, mentre prima qualche sprazzo di sano cinismo c'è e per questo non finirò mai di ringraziare Hank Azaria ed il suo Gargamella, lo specchio di tutto ciò che si poteva agitare nel cuore di uno spettatore adulto. Al di là delle sue memorabili gag con un Birba gatto CG naturalissimo ed esilarante, sono le sue dubbie considerazioni sul mondo dei Puffi che fanno scattare l'applauso (a un certo punto il mago dice "Grande Puffo vive in un villaggio con 99 figli maschi e solo una femmina.. ma è normaaale, cosa c'è di straaaanoo?") così come la sua insofferenza contro il loro buonismo imperante e canterino.



E i Puffi stessi, direte voi? Beh, i Puffi sono praticamente identici a quelli della serie, c'è poco di nuovo sotto il sole. Gli sceneggiatori hanno deciso giustamente di prendere quelli forse più famosi e aggiungerne uno nuovo cercando di equilibrarne i caratteri e rendere possibile qualche altra gag. Tontolone dimostra per l'ennesima volta le cantonate che possono derivare da traduzioni sbagliate (a tal proposito mi chiedo perché quando il protagonista paragona il suo capo a Crudelia DeMon gli adattatori hanno lasciato Cruella DeVille, visto che in Italia non la si conosce così...) , perché effettivamente il personaggio non è "tonto", ma semplicemente "maldestro" (Clumsy, appunto) e da qui nasce il suo essere considerato ingiustamente lo scemo del villaggio. Da questo fatto gli sceneggiatori tirano fuori un'altro giusto insegnamento da impartire ai piccoli e insinuano un altro dubbio nella testa dei nerd come me: premesso che con un po' di fiducia in sé stessi si può diventare ciò che si vuole... come ***** vengono decisi i nomi dei Puffi visto che ognuno rimanda ad una caratteristica ben precisa? Cioé, chi dice che io devo essere Clumsy alla nascita, mentre un'altro deve essere Coraggioso? Brutti bastardi, ma andate a cagare! Il protagonista effettivamente lo chiede, ma ottiene risposte molto evasive, le stesse che ottiene la moglie quando consola Puffetta, triste per il fatto di non avere mai avuto un'amica donna né (che schifo!!) un vestito di ricambio. Che vita miserevole, povera Puffetta. Insomma, avrete capito che I Puffi non è un film memorabile, affatto. Ma ha i suoi momenti divertenti, quindi per il genere che è direi che merita la sufficienza e almeno una chance. Pazientate durante i titoli di coda, perché ci sono ancora un paio di scenette simpatiche... ed evitate il 3D, come ho fatto io.



Raja Gosnell è il regista della pellicola. Americano, si era già fatto le ossa con i cartoni Hanna & Barbera girando i live action Scooby Doo e Scooby Doo 2 - Mostri scatenati. Ha 53 anni.



Neil Patrick Harris interpreta Patrick. Universalmente conosciuto come il meraviglioso Barney di How I Met Your Mother, ha partecipato anche a film come Il grande cuore di Clara e Starship Troopers - Fanteria dello spazio, a episodi delle serie Blossom, Pappa e ciccia, La signora in giallo, Oltre i limiti, Will & Grace, Numb3rs e ha doppiato episodi di Capitan Planet, I Griffin e Robot Chicken. Americano, anche regista, ha 38 anni e due film in uscita, tra cui I Muppet.



Hank Azaria interpreta Gargamella. Famoso per essere il doppiatore originale di Apu, del Commissario Winchester e di Boe ne I Simpson, ha partecipato a film come Pretty Woman, Heat - La sfida, Piume di struzzo, I perfetti innamorati, ... e alla fine arriva Polly e Palle al Balzo - Dodgeball; ha inoltre prestato la voce per il film Anastasia e per un episodio di Futurama, oltre ad aver partecipato alle serie Casa Keaton, Genitori in blue jeans, Willy il principe di Bel Air, Innamorati pazzi e Friends. Americano, anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 47 anni ha un film in uscita. 


Tra gli altri attori coinvolti, ricordo che Jayma Mais (che interpreta Grace, la moglie del protagonista), in Heroes era Charley, la ragazza di Hiro, mentre per quanto riguarda i doppiatori originali dei Puffi la lista è infinita. Mi limito a segnalare la cantante Katy Perry nei panni di Puffetta, Anton Yelchin in quelli di Tontolone e lo storico Paul Reubens (alias Pee Wee Herman) in quelli di Burlone, ma il film avrebbe potuto essere molto più cult, ve lo assicuro: a Tarantino era stato proposto il doppiaggio di Quattrocchi (Quentin, perché hai rifiutatooo????), a John Lithgow era stato proposto il ruolo di Gargamella (e lì comprendo che forse ha fatto bene a rifiutare, ma ci ho patito lo stesso) ed infine ad Alyson Hannigan, già collega di Neil Patrick Harris nella serie How I Met Your Mother, era stato proposto quello di Grace (voto 10 al gran rifiuto, dear!). Altre proposte per il doppiaggio dei vari Puffi erano state fatte a gente del calibro di Ben Stiller, Lucy Liu, Ben Affleck e Marisa Tomei... chissà, visto che stanno già progettando il secondo capitolo per l'anno prossimo forse qualcuna di queste star accetterà. Nell'attesa... sigh. Avrei voluto postare il geniale video che girava in rete anni addietro, con la versione "puffosa" del film Se7en, partorita dalla geniale serie Robot Chicken, ma non si riesce. Vi lascio quindi, molto banalmente, con il trailer originale del film... ENJOY!!


martedì 30 agosto 2011

Fright Night - Il vampiro della porta accanto (2011)

Dopo la “preparazione” della settimana scorsa, ieri sera sono andata a vedere Fright Night – Il vampiro della porta accanto (Fright Night) di Craig Gillespie, remake di Ammazzavampiri, piccolo cult horror diretto nel 1985 da Tom Holland.



Trama: Charley è uno studente che conduce una vita normale, almeno finché la scomparsa del suo amico Ed non lo porta a scoprire che il suo nuovo vicino di casa, Jerry, è un vampiro. Quando le cose si metteranno davvero male a Charley non resterà altra via se non cercare l’aiuto del massimo esperto di vampirologia esistente… Peter Vincent.



Dopo il non disprezzabile Nightmare, che tuttavia andava a toccare un film troppo bello per essere anche solo lontanamente paragonabile all’originale, ecco un altro remake ben fatto che non fa rimpiangere la pellicola da cui è tratto. Questo Fright Night è diretto con perizia, interpretato da attori molto bravi, impreziosito da una non disprezzabile colonna sonora e, ovviamente, da effetti speciali e un make – up della madonna, non a caso realizzati dalla premiata ditta Nicotero & Berger (anche se alcune scene sono state messe essenzialmente per arricchire la versione in 3D e si vede, come lo schizzo di sangue che protrude verso lo schermo oppure il primo piano finale del faccione di Jerry urlante).



La buona Marti Noxon, storica sceneggiatrice di Buffy The Vampire Slayer e qui alle prese con il progetto originale di Tom Holland, essenzialmente della trama non cambia nulla e rispetta i punti principali del primo film, tuttavia gli da un’impronta più tamarra, moderna e varia per quanto riguarda gli ambienti; basti pensare che Ammazzavampiri si svolgeva quasi interamente nelle case del protagonista e del vampiro e poco o nulla veniva narrato della vita scolastica di Charley, dei suoi amici, degli altri suoi vicini o di quello che stava al di là della piccola cittadina che faceva da sfondo alle vicende. Qui invece, molto intelligentemente, si è scelto innanzitutto di spiegare perché l’amico Ed è diventato “evil” (anche se come personaggio non ha niente a che vedere con l’incomprensibile e paranoico stronzo del primo film) e anche di rendere la madre del protagonista meno rincoglionita ed inconsapevole di quello che la circonda (si potrebbe dire che lo spirito di Joyce Summers si sia reincarnato in lei), oltre a “personalizzare” un po’ le vittime del vampiro, che in Ammazzavampiri rimanevano sostanzialmente anonimi manichini.



Elementi assolutamente positivi, dicevo, che tuttavia si trovano a mancare un po’ di quello humor nero e quasi british che caratterizzava Ammazzavampiri. Intendiamoci, il personaggio di Peter Vincent fa scompisciare per la sua ubriaca e sfatta cialtronaggine, soprattutto quando si toglie il trucco da guru maledetto e satanista, e anche Colin Farrell ci mette del suo, dando vita ad un vampiro tamarro, ironico e vorace, sexy a modo suo (con un grado di “sexytudine” per cui il vampiro di Chris Sarandon seguiva lo stile “Signorina, mi farebbe sbirciare le sue leggiadre mutandine?” mentre quello di Farrell, dopo essersi leccato le dita sporche di sangue perché se non ti lecchi le dita godi solo a metà, prima ti sbatte al muro e poi esordisce con un “tipa, cioè, io le mutandine te le strappo e mi ci faccio il filo interdentale”), però mi sembra che un po’ dell’innocenza della pellicola originale sia andata perduta per lasciare spazio a più scene d’azione e meno suspance. Personalmente, per quanto adori la Noxon, non ho sopportato la scelta di dare un background “struggente” a Peter Vincent né quella di renderlo un vero esperto di questioni vampiriche dotato di armi sacre, manufatti stregati e quant’altro.. al diavolo, non stiamo parlando del Signor Giles, e comunque se negli anni ’80 si riuscivano ad ammazzare vampiri con armi convenzionali perché di questi tempi bisogna ricorrere al misticismo? Ecco, per questo e per il finale buonista, che risparmia tutti tranne il povero, sfigato, incompreso e vessato Ed, non do la sufficienza piena a Fright Night, ma per il resto mi levo il cappello e lo consiglio senza riserva alcuna!  



Di Colin Farrell, che interpreta Jerry (anche se pare la prima scelta per il ruolo fosse Heath Ledger), ho già parlato qui, mentre Christopher Mintz – Plasse, ovvero Ed, lo trovate qua. Omaggio anche al Jerry Dandrige del primo Ammazzavampiri, ovvero Chris Sarandon, che qui partecipa nel ruolo dell’uomo che tampona la macchina di Charley e company durante la fuga dal vampiro.

Craig Gillespie è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto due film che non conosco e una serie di cui ho solo sentito parlare, United States of Tara. Anche produttore, ha 45 anni.



Anton Yelchin interpreta Charley. Americano, ma di origine russa, ha partecipato a film come 15 minuti – Follia omicida a New York, Cuori in Atlantide, Star Treck, Terminator Salvation e inoltre darà la voce a Puffo Tontolone nell’imminente I Puffi. Per la tv, ha lavorato a serie come E.R. Medici in prima linea, Taken, NYPD e Criminal Minds. Ha 22 anni e tre film in uscita.



Toni Collette (vero nome Antonia Collette) interpreta la madre di Charley, Jane. Attrice australiana che mi piace molto, la ricordo per film come Il sesto senso (che le è valso la nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista), Velvet Goldmine, The Hours e Little Miss Sunshine. Anche produttrice, ha 39 anni e due film in uscita.  



David Tennant (vero nome David John McDonald) interpreta Peter Vincent. Scozzese, famosissimo per essere il protagonista dell’orribile Dr. Who “moderno”, ha partecipato a film come Harry Potter e il Calice di fuoco. Anche regista, ha 40 anni e due film in uscita.



Imogen Poots interpreta Amy. Inglese, ha partecipato a film come V per vendetta e 28 settimane dopo. Ha 22 anni e otto film in uscita.



Se il film vi fosse piaciuto, inutile dire che la visione di Ammazzavampiri è consigliatissima e, se vi capita, date anche un’occhiata a Ragazzi perduti. E ora vi lascio con il trailer originale della pellicola... ENJOY!!

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