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martedì 3 novembre 2026

Clayface (2026)


La Nuovi Incubi Halloween Challenge è finita, e si torna alla solita programmazione, con qualche recupero, perché roba ne è uscita nel frattempo! Oggi tocca a Clayface, diretto dal regista James Watkins.

Trama

Un giovane attore sulla cresta dell’onda viene sfigurato da un boss della malavita. Abbandonato da amici e colleghi, si rivolge ad una dottoressa che sta sperimentando delle nanocellule in grado di riparare i tessuti, ma qualcosa va storto…

Recensione

Come forse sapete, sono più bimba della Marvel che della DC, ma qualcosa, in Batman e nei suoi nemici, mi ha sempre affascinata. Ricordavo poco il personaggio di Clayface, che credo non fosse comparso granché nella serie animata anni ’90, per cui sono andata al cinema spinta esclusivamente da un ottimo trailer e da due nomi, James Watkins alla regia e Mike Flanagan alla sceneggiatura, uscendo poi dalla sala molto soddisfatta. Clayface è un horror che frulla Darkman, La mosca e il recente The Substance per raccontare la storia della vendetta di un uomo dalla natura ambigua. Il protagonista, Matt Hagen, è un giovane attore di successo che, una sera, decide di andare a letto con la donna sbagliata, la pupa del boss di tutta Gotham. Per ripicca, il boss lo sfigura e, quando Matt decide di denunciare l'accaduto, parte una shitstorm mediatica nei suoi confronti; Matt perde la causa, amici e colleghi lo abbandonano, le invasive ed inutili operazioni di chirurgia estetica lo mandano sul lastrico. Disperato, Matt si rivolge a Caitlyn, una dottoressa che studia le nanocellule a scopi rigenerativi, e si offre come volontario per la sperimentazione umana. Apparentemente, gli esperimenti riescono e Matt riottiene la sua bellezza, ma periodicamente le nuove cellule impiantate impazziscono, cominciando a reagire ai sentimenti sempre più negativi di Matt e consentendogli di cambiare letteralmente faccia. Quella che comincia come una storia di comprensibile rivalsa verso una tremenda ingiustizia, si evolve nel corso del film in qualcosa di molto più oscuro. Matt è un attore, che ha imparato nel corso del tempo ad annullare il vero sé stesso, per esprimere al meglio svariate identità; apparentemente irreprensibile, durante la causa contro Szabo, Matt viene esposto da svariati ex conoscenti e compagni di scuola come una persona non proprio per bene. Se, inizialmente, lo spettatore è portato a pensare ad un complotto ai danni dell'uomo, proseguendo col film viene il dubbio che le diffamazioni subite non fossero tali, bensì scomode verità abilmente nascoste. D'altronde, le nanocellule sono state progettate per ripristinare le persone, migliorarne le caratteristiche già esistenti, quindi verrebbe da pensare che la natura di Matt sia quella di un uomo prepotente e possessivo, abituato a reagire con furia quando non riesce ad ottenere ciò che vuole. La sceneggiatura di Clayface lascia allo spettatore il compito di trarre le proprie conclusioni, per quanto riguarda il comportamento aberrante di Matt, che potrebbe essere impazzito per l'ordalia subita e per il trauma fisico causato dalle nanocellule, oppure potrebbe essere sempre stato così, solo in maniera molto più blanda.

E' un dubbio interessante, che coinvolge lo spettatore e lo rende ancora più partecipe del dramma del protagonista, senza tuttavia togliere l'inquietudine legata alla sorte dei comprimari "buoni", come Caitlyn e l'integerrimo fidanzato John, l'unico agente di polizia non corrotto di tutta Gotham. Come ogni buona storia "di Batman" che si rispetti, il marciume della città teatro delle vicende è quasi un personaggio a sé stante, che rende tutto squallido ed oscuro, quindi il teatro perfetto per una vicenda pesantemente contaminata con l'horror. Anzi, che dico contaminata? Clayface è un film che segue in tutto e per tutto i topoi del body horror e non lesina né jump scare (pochi ma efficaci), né sequenze in grado di mozzare il fiato per l'inquietudine (quella sull'aereo. Aiuto), né momenti gore in cui le persone muoiono decisamente male. Aggiungo anche che il finale avrebbe fatto la felicità di Jim Muro, nonostante Clayface rientri comunque nel novero dei film commerciali destinati ad un pubblico ampio, quindi ampiamente ripuliti ed "accettabili", a prescindere dalle sue atmosfere horror. C'è anche quindi spazio per l'ironia, benché nera, e per un paio di sequenze più spettacolari e adatte ad un film di supereroi (anzi, supervillain) dotati di poteri, come quella, notevole, ambientata all'interno del club. Per quanto riguarda gli attori, non conoscevo affatto Tom Rhys Harries, ma il suo volto particolare e un po' "cesellato", a mio avviso, è azzeccatissimo per un personaggio dai tratti somatici malleabili, e ho adorato Naomi Ackie, sempre bellissima ed espressiva. Caitlyn aveva tutte le potenzialità per diventare una mera damsel in distress, o la "bella" che non è immune al fascino della "bestia", ma l'attrice riesce a renderla tridimensionale, conferendole una dignità particolare e tutta una serie di umanissime debolezze. Il resto del cast è composto da belle facce da schiaffi, ideali per un film ambientato nell'universo di Batman, ed è una goduria vedere Matt esigere sommaria giustizia dai suoi maledettissimi aguzzini. Per tutti questi motivi, ritengo che Clayface sia una delle opere più interessanti uscite recentemente sotto l'egida della DC Films e che meriti di essere visto al cinema. Se l'horror vi piace, andate in fiducia, anche se non vi interessano i supereroi, perché non necessita alcuna conoscenza pregressa del personaggio, a meno di non voler cogliere tutti i riferimenti e gli easter egg legati al mito dell'Uomo Pipistrello. Io me ne sono ampiamente fregata e mi sono divertita moltissimo lo stesso!

Cast

Del regista James Watkins ho già parlato QUI. Eddie Marsan (Frank Fitzpatrick), David Dencik (Markos Szabo), Naomi Ackie (Caitlyn Corr) e Max Minghella (John Borrelli) li trovate invece ai rispettivi link. 

Curiosità

Mike Flanagan, qui in veste di sceneggiatore, non ha potuto dirigere il film perché già impegnato con la serie Carrie e con il film The Exorcist: Martyrs. Se Clayface vi è piaciuto recuperate Darkman, The Substance e La mosca. ENJOY!

martedì 24 settembre 2024

Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (2024)

Martedì scorso sono andata a vedere Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (Speak no Evil), diretto e sceneggiato dal regista James Watkins partendo dalla sceneggiatura dell'omonimo film danese.


Trama: Louise e Ben, americani trapiantati a Londra con la figlioletta Agnes, incontrano durante una vacanza gli inglesi Paddy e Ciara, assieme al figlio Ant. Tornati a casa, vengono invitati a passare un weekend a casa dei nuovi amici, i quali però si rivelano meno simpatici del previsto...


So che James Watkins è un regista inglese, ma Speak no Evil è il remake più americano che vi capiterà di vedere in tutta la vostra vita, salvo forse Missing - Scomparsa, di cui tra l'altro parleremo prossimamente. Gli americani hanno bisogno di risposte e certezze, e Speak no Evil è LA risposta a tutte le domande che vi siete sicuramente posti guardando l'originale danese. Poiché il film di Watkins nasce per dare delle risposte, il primo tempo è sostanzialmente la copia carbone di ciò che è stato fatto in precedenza, con un paio di esasperazioni atte a fornire un contesto ancora più chiaro: Louise e Ben sono PALESEMENTE una coppia in crisi, Agnes è PALESEMENTE una bambina ansiosa e problematica, Paddy è PALESEMENTE uno spirito libero ma anche un po' pericoloso, tant'è che gira in Vespa senza casco davanti a dei vigili urbani, il lazzarone. Tutti questi dettagli Christian Tafdrup non li forniva ma, nonostante ciò, la pellicola risultava fruibilissima, era dopo che cominciavano le magagne. Lasciando un attimo da parte l'ironia, è interessante vedere la differenza di approccio anche per ciò che riguarda le dinamiche di "potere" tra i personaggi. La coppia danese del primo film era composta da persone che, tutto sommato, erano mosce e depresse in egual misura, ma il più sofferente era il marito, fiaccato da una routine priva di poesia che, progressivamente, gli inaridiva l'animo. Sull'onda dell'attuale "woman power", il personaggio di Louise è molto più cazzuto (anche se non più simpatico) del marito vittima e, anche dalle inquadrature, si evince che lo scontro di personalità, per non parlare di un po' di tensione sessuale sottesa, è tutto tra lei e Paddy; quest'ultimo è il boss finale da sconfiggere, senza se e senza ma, tanto che Ciara (resa più ambigua da una sottotrama che potrebbe o non potrebbe rispecchiare la realtà) è una presenza evanescente o quasi, con buona pace della sempre bravissima Aisling Franciosi, divorata dal carisma di James McAvoy. C'è anche un altro aspetto da considerare, esplicato fin dal soggetto della prima inquadratura. A Watkins interessa girare un film sulla perdita dell'innocenza, sull'homo homini lupus, non una metafora estremizzata della società odierna, fatta di cupissima sopportazione. Per fare ciò, ritorna alle atmosfere che gli sono congeniali fin dai tempi del lontano Eden Lake, mettendo in scena anche uno scontro sociale ben definito, tra persone fondamentalmente fighette e "civilizzate" che non si sentono di offendere i campagnolassi ignoranti che hanno dato loro la possibilità di passare un weekend diverso, cosa che apre a momenti di reale, esilarante e rozzo disagio, là dove Tafdrup se ti vedeva ridere ti prendeva a bacchettate forti sulle dita. 


Quindi sì, per citare Stannis, guardando l'originale Speak no Evil mi sono sentita MOLTO americana, e non avete idea di quanto, proprio per questo motivo, mi sia goduta la versione di Watkins, la quale, da metà in poi, offre allo spettatore tutto il giusto sfogo al prurito di mani cominciato nel momento esatto in cui i protagonisti entrano nella casa dei loro ospiti. Sono consapevole quanto chiunque altro che le soluzioni ricercate da Watkins sono facili, almeno a livello di sceneggiatura (non di esecuzione, per quanto mi riguarda, visto che comunque mi è mancato il respiro per l'ansia più di una volta), ma, se non altro, le reazioni dei personaggi hanno una motivazione plausibile. Che poi i risultati di queste reazioni portino ad esiti discutibili, è qualcosa che dipende dalla sensibilità individuale, ma qui si scende nello spoiler e non vorrei farne. Se avete piacere, ne riparleremo nei commenti; umanamente parlando, posso dire di essere soddisfatta di quello che ho visto, da spettatrice non mi sarebbe dispiaciuta un po' più di cattiveria, ma sono veramente bazzecole, perché quando si innesca il ricordo dello Speak no Evil originale affiora alle labbra un inevitabile sorriso. Del nuovo Speak no Evil, poi, ho apprezzato il cast, la confezione, persino la colonna sonora, decisamente più vicina ai miei gusti. L'unico che proprio non ho sopportato è Scoot McNairy, anche troppo mollo per il personaggio che interpreta, ma Mackenzie Davis e Aisling Franciosi sono due garanzie e James McAvoy dà libero sfogo all'esperienza vissuta sul set di Split e Glass, civilizzando "la bestia" quanto basta per trarre in inganno i malcapitati e portando a casa un'altra validissima interpretazione. Per una volta, dunque, il "trattamento Blumhouse" non mi è dispiaciuto. Capisco chi urlerà al vilipendio ma, come al solito, il film originale nessuno lo tocca e sta sempre lì, fruibile da chi volesse passare una serata in gioiosa depressione; il remake, per una volta, cerca una strada sua per raccontare un'altra storia e innescare altre riflessioni, non mi è sembrata una stupidata realizzata tanto per dare contentini e semplificare a beneficio del pubblico idiota, quindi non posso fare altro che consigliarlo! 


Del regista e sceneggiatore James Watkins ho già parlato QUI. James McAvoy (Paddy), Mackenzie Davis (Louise Dalton), Scoot McNairy (Ben Dalton) e Aisling Franciosi (Ciara) li trovate invece ai rispettivi link. 


Se il film vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Speak no Evil. ENJOY!

martedì 22 maggio 2012

The Woman in Black (2012)

Dalle mie parti era stato snobbato e non era neppure uscito al cinema, ma in questi giorni sono riuscita a recuperare The Woman in Black, del regista James Watkins.


Trama: un giovane avvocato si reca in un paesino della campagna inglese per sbrigare delle pratiche relative a un'eredità. Lì scoprirà che gli abitanti sono terrorizzati dal fantasma di una donna che pare spinga i bambini a suicidarsi...


Considerato che il regista è quello stesso James Watkins che ha diretto lo splendido Eden Lake, non so cosa mi aspettassi da questo The Woman in Black, ma senza dubbio lo ritengo un film riuscito solo a metà. Innanzitutto, cosa deleteria per un horror, l'ho trovato poco coinvolgente, prima ancora che noioso. La colpa è forse da ricercarsi non tanto nella regia e nella sceneggiatura ma nella bolsa e monoespressiva faccia del povero Daniel Radcliffe, assolutamente poco credibile nei panni di giovane avvocato, vedovo e con prole. Per tutto il film l'ex maghetto occhialuto sgrana gli occhioni azzurri, inarca le sopracciglia spettinate e deglutisce con la faccia (e il colorito) di uno che si è appena mangiato un piatto di impepata di cozze alle quattro del mattino, senza ovviamente capire una mazza di quello che gli sta accandendo attorno e limitandosi a girare a vuoto facendosi insultare dagli autoctoni oppure a duettare con un Ciaràn Hinds che tenta invano di dare un po' di spessore attoriale alla pellicola. Considerato che un buon 70% del film si basa sulle ricerche dell'avvocato e sui suoi vari confronti con gli abitanti dell'isola, capirete perché per più di metà della durata The Woman in Black sembra non arrivare da nessuna parte, nemmeno fosse un mero esercizio di stile.


Come dicevo, però, la regia non l'hanno messa nelle mani dell'ultimo idiota che passava per caso. A cominciare dall'inquietante e scioccante sequenza iniziale, dove delle bambine lasciano incustoditi i loro giochi per andare incontro a qualcuno che non vediamo, i momenti prettamente horror sono diretti con una perizia tale che basta un rumore o un'immagine per fare saltare lo spettatore sulla sedia. Sinceramente, ed era un po' che non mi succedeva, non sono riuscita ad evitare di coprirmi gli occhi quando Daniel Radcliffe entra per la prima volta nella misteriosa stanza chiusa del maniero, zeppa di orripilanti giocattoli antichi, angoli morti, scimmiette semoventi, burattini e una terrificante sedia a dondolo che si muove da sola, e l'ansia si mantiene alta in ogni sequenza girata all'interno della casa della "donna in nero". Molto efficace anche la scena dell'incendio e quella finale ambientata nel fango della palude (con qualche eco delle splendide inquadrature dello sguardo di Kelly Reilly in Eden Lake), mentre invece il furbo twist finale sa molto di già visto, anche in tempi recenti. Nulla da dire sulla qualità della fotografia, a dir poco perfetta, e sulle scenografie, evocative come poche.


Non avendo mai visto l'omonimo film TV del 1989, né letto il libro della scrittrice inglese Susan Hill, non posso fare confronti con nessuna delle due opere, ma in generale questo The Woman in Black mi è sembrato poco più di un freddo tentativo di rievocare i vecchi e storici horror della casa di produzione Hammer, strizzando l'occhio a ghost story più recenti e conosciute. Come dimostrano l'inarrivabile The Others o il pregevole 1921 - Il mistero di Rookford, per essere coinvolgenti questo tipo di pellicole devono essere anche emozionanti, di un'emozione che parte dall'umanità dei protagonisti, non limitarsi a qualche sporadico spavento. E' difficile per lo spettatore provare simpatia per lo sfigatissimo avvocato protagonista del film o provare pietà per la triste storia della Donna in nero, perché quest'ultima ci viene mostrata solo come uno spauracchio che evoca l'immagine di troppi j-horror dell'ultimo decennio, un vendicativo spirito senz'anima ma con abiti d'epoca. Detto questo, a fronte dell'eccellente realizzazione "formale" non mi sento di sconsigliare The Woman in Black, ma senza dubbio esistono esempi migliori del genere.


Del regista James Watkins ho già parlato qui, mentre Daniel Radcliffe (Arthur) e Ciaràn Hinds (Daily) li trovate ai rispettivi link.

Come ho scritto, il libro di Susan Hill era già stato trasposto in un film per la TV inglese dal titolo The Woman in Black, diretto dal regista Herbert Wise, nel quale il ruolo di Arthur veniva affidato proprio all'attore che interpretava il padre di Harry Potter nei film dedicati al maghetto, Adrian Rawlins. Rimanendo in tema di strane "coincidenze", il figlio di Daniel Radcliffe nella finzione è stato interpretato dal suo vero figlioccio, mentre la fidanzata dell'attore ha interpretato la Donna in nero in alcune scene. Del film è previsto anche un seguito dal titolo The Woman in Black: Angels of Death, che dovrebbe uscire tra un paio d'anni. Nell'attesa, se la pellicola vi fosse piaciuta, vi consiglio di guardare  i già citati The Others e 1921 - Il mistero di Rookford, oppure Mirrors - Riflessi di paura e Dark Water. ENJOY!!



lunedì 4 maggio 2009

Eden Lake (2008)

O sto diventando io troppo vecchia, o effettivamente gli horror di ultima generazione sono diventati delle deprimenti torture psicologiche, non delle divertenti buffonate per passarsi un’ora e mezza davanti allo schermo. In questo caso, Eden Lake, film del 2008 diretto dall’inglese James Watkins di divertente non ha proprio nulla.

 


eden-lake-movie


La trama: due fidanzati decidono di andare a passare un weekend ad Eden Lake. Purtroppo per loro finiscono nelle mire di un gruppo di assillanti e maleducati ragazzini che all’inizio si limitano a fare i bulletti. Quando però i mocciosi cominciano a tirare fuori i coltelli, e qualcuno si fa male, i due fidanzati devono cominciare a correre e cercare di sopravvivere a quella che diventa una vera e propria caccia all’uomo..


 


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Che dire, questo film è uno splendido horror/thriller, che prende i temi di libri eccelsi come Il signore delle mosche e film meno belli come L’innocenza del diavolo, li mescola alla purtroppo tristissima realtà odierna e li estremizza fino a renderli insopportabili. Splendido ed adulto thriller, che almeno per me è stato un pugno allo stomaco devastante soprattutto per il pessimismo e il senso di frustrazione che pervade tutto il film. I due protagonisti si trovano in una realtà che è ostile fin dalle primissime battute, da quando si illudono di potersi permettere una vacanza e, perché no, fare progetti su un futuro insieme. I ragazzini con le biciclette sfrecciano tagliando loro la strada come dei mostriciattoli dotati di ruote, quindi invadono il loro territorio nella tranquilla spiaggetta gettando loro in faccia le zanne di un cane decisamente incarognito, spiando le grazie della protagonista e assordando lei e il fidanzato con la musica. E qui finisce il gioco, gli elementi che creano tensione, ed esplode la “bugna” con la giusta ed educata ribellione del protagonista e la successiva ritorsione dei teppistelli in quella che diventa una vera e propria guerra che sarebbe anche grottesca se non fosse che ad un certo punto spuntano i coltelli e l’unico sprazzo di umanità, pietà e fanciullezza che mostra l’orrendo capetto degli strepponcelli innesca la parte horror del film e il crescente nervoso dello spettatore che non vedrebbe l’ora di assistere alla trucidazione dei dannati tredicenni, possibilmente nei modi più sanguinosi e violenti che mente umana possa partorire.


 


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La “bellezza” del film, se così si può chiamare, sta proprio in questa immedesimazione nei due protagonisti, che porta inevitabilmente lo spettatore a sentirsi vittima, a parteggiare per i due, a soffrire con loro e ad arrabbiarsi riflettendo sulla realtà malata che ci circonda; in tempi di baby gang, violenza minorile, bravate riprese col cellulare e quant’altro, chi ha più il coraggio di reagire con un sano ceffone se un ragazzino si comporta da maleducato? Un tempo i bambini non erano tutelati e ora gli adulti, prede dei sensi di colpa o comunque memori di infanzie non troppo felici, li proteggono anche troppo, li viziano, li rendono consapevoli della loro intoccabilità e non si rendono conto che spesso e volentieri creano non ragazzini felici, ma piccoli adulti insoddisfatti, vuoti, privi di valore, falsi, bugiardi, violenti e alienati dalle comodità e dal mito del successo legato anche alle stupide bravate come si vede nella pellicola. Quest’ultima, se da una parte potrebbe incoraggiare i ragazzini ad imitare i loro schifosissimi coetanei mostrati nel film, dall’altra è un chiaro monito ai genitori di non prendere per buono tutto quello che i bravi pargoletti dicono e di non difenderli a spada tratta, ma di lasciare che l’amore filiale lasci un po’ di spazio ad un salutare dubbio e a due o tre scappellotti ben dati di tanto in tanto. In realtà le famiglie dei ragazzini nel film sono formate da galeotti e strepponi della peggior specie, come a dire da un melo non può nascere un pero, però anche nelle famiglie “bene” ci sono troppe mele marce di questi tempi, ed un po’ di autocritica sui propri metodi educativi non guasterebbe.


 


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La realizzazione del film è perfetta, i protagonisti, a cominciare dai giovani attori che interpretano i membri della baby gang (talmente mostri che solo uno di loro, il fratello maggiore del capetto, è stato preso per fare la parte di un Serpeverde in Harry Potter), sono bravissimi, una menzione speciale la merita la protagonista, che da dolce maestrina si trasforma in spietato Rambo e killer di pargoli: il suo sguardo azzurro e freddo sul volto interamente ricoperto di sangue e fango è qualcosa che rimane impresso per parecchio. A questo proposito, il film non è privo di un’amara ironia. Come contrappasso la maestra si trova ad odiare e a uccidere o lasciar morire coloro che all’inizio del film protegge e giustifica, mentre il fidanzato prova per tutto il film a regalarle il tanto sospirato anello di fidanzamento ed ogni volta viene interrotto dai teppistelli, come a voler presagire l’ineluttabilità di un destino che non sarà affatto felice per i due. E infatti il finale, seppur leggermente prevedibile, è uno dei più cattivi ed irritanti della storia dell’horror, beffardo come tutte le scene clou del film. Il ritmo della regia è serrato, la musica azzeccatissima e alcune riprese dall’alto dei boschi inglesi sono mozzafiato, degno contrappunto della claustrofobica regia che rinchiude i protagonisti nel fitto sottobosco e nelle paludi.


 


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Un film triste e crudele solo per appassionati, che merita nonostante faccia innervosire parecchio e istighi una sindrome da Erode non indifferente. Da vedere rigorosamente in inglese per godere dell’accento rozzo e campagnolo che rende i ragazzini ancora più irritanti e burini. Come avrei voluto essere la regina Elisabetta per poter fracassare loro i dentini a colpi di scettro all’urlo di “By Jove! Where the deuce is your refined pronunciation, you little bastards?????”




James Watkins è il regista inglese di questo simpatico e leggerissimo film. E’ la sua prima prova come regista, ma lo ricordo come sceneggiatore dell’interessante ed inquietante My Little Eye. Ha 31 anni e un film in uscita.


 


James Watkins


Kelly Reilly interpreta la maestra Jenny. L’attrice inglese ha recitato in The Libertine e Orgoglio e pregiudizio. Ha 32 anni e tre film in uscita tra cui l’atteso (almeno da me!!) Sherlock Holmes di Guy Ritchie con Robert Downey Jr.!!


 


KellyReilly_01


Michael Fassbender interpreta lo sfortunato Steve, il fidanzato di Jenny. L’attore tedesco ha recitato in 300 (ha in effetti un po’ l’aria del fico spartano…) e per la tv in Band of Brothers. Ha 32 anni e ben sette film in uscita, tra cui il film più atteso dell’anno (e non solo da me!!), Inglorious Basterds dello zio Quentin!!


Michael Fassbender


E ora vi lascio con il Trailer originale del film. Se ne avete il coraggio.... ENJOY!!!


 


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