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martedì 24 settembre 2024

Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (2024)

Martedì scorso sono andata a vedere Speak No Evil - Non parlare con gli sconosciuti (Speak no Evil), diretto e sceneggiato dal regista James Watkins partendo dalla sceneggiatura dell'omonimo film danese.


Trama: Louise e Ben, americani trapiantati a Londra con la figlioletta Agnes, incontrano durante una vacanza gli inglesi Paddy e Ciara, assieme al figlio Ant. Tornati a casa, vengono invitati a passare un weekend a casa dei nuovi amici, i quali però si rivelano meno simpatici del previsto...


So che James Watkins è un regista inglese, ma Speak no Evil è il remake più americano che vi capiterà di vedere in tutta la vostra vita, salvo forse Missing - Scomparsa, di cui tra l'altro parleremo prossimamente. Gli americani hanno bisogno di risposte e certezze, e Speak no Evil è LA risposta a tutte le domande che vi siete sicuramente posti guardando l'originale danese. Poiché il film di Watkins nasce per dare delle risposte, il primo tempo è sostanzialmente la copia carbone di ciò che è stato fatto in precedenza, con un paio di esasperazioni atte a fornire un contesto ancora più chiaro: Louise e Ben sono PALESEMENTE una coppia in crisi, Agnes è PALESEMENTE una bambina ansiosa e problematica, Paddy è PALESEMENTE uno spirito libero ma anche un po' pericoloso, tant'è che gira in Vespa senza casco davanti a dei vigili urbani, il lazzarone. Tutti questi dettagli Christian Tafdrup non li forniva ma, nonostante ciò, la pellicola risultava fruibilissima, era dopo che cominciavano le magagne. Lasciando un attimo da parte l'ironia, è interessante vedere la differenza di approccio anche per ciò che riguarda le dinamiche di "potere" tra i personaggi. La coppia danese del primo film era composta da persone che, tutto sommato, erano mosce e depresse in egual misura, ma il più sofferente era il marito, fiaccato da una routine priva di poesia che, progressivamente, gli inaridiva l'animo. Sull'onda dell'attuale "woman power", il personaggio di Louise è molto più cazzuto (anche se non più simpatico) del marito vittima e, anche dalle inquadrature, si evince che lo scontro di personalità, per non parlare di un po' di tensione sessuale sottesa, è tutto tra lei e Paddy; quest'ultimo è il boss finale da sconfiggere, senza se e senza ma, tanto che Ciara (resa più ambigua da una sottotrama che potrebbe o non potrebbe rispecchiare la realtà) è una presenza evanescente o quasi, con buona pace della sempre bravissima Aisling Franciosi, divorata dal carisma di James McAvoy. C'è anche un altro aspetto da considerare, esplicato fin dal soggetto della prima inquadratura. A Watkins interessa girare un film sulla perdita dell'innocenza, sull'homo homini lupus, non una metafora estremizzata della società odierna, fatta di cupissima sopportazione. Per fare ciò, ritorna alle atmosfere che gli sono congeniali fin dai tempi del lontano Eden Lake, mettendo in scena anche uno scontro sociale ben definito, tra persone fondamentalmente fighette e "civilizzate" che non si sentono di offendere i campagnolassi ignoranti che hanno dato loro la possibilità di passare un weekend diverso, cosa che apre a momenti di reale, esilarante e rozzo disagio, là dove Tafdrup se ti vedeva ridere ti prendeva a bacchettate forti sulle dita. 


Quindi sì, per citare Stannis, guardando l'originale Speak no Evil mi sono sentita MOLTO americana, e non avete idea di quanto, proprio per questo motivo, mi sia goduta la versione di Watkins, la quale, da metà in poi, offre allo spettatore tutto il giusto sfogo al prurito di mani cominciato nel momento esatto in cui i protagonisti entrano nella casa dei loro ospiti. Sono consapevole quanto chiunque altro che le soluzioni ricercate da Watkins sono facili, almeno a livello di sceneggiatura (non di esecuzione, per quanto mi riguarda, visto che comunque mi è mancato il respiro per l'ansia più di una volta), ma, se non altro, le reazioni dei personaggi hanno una motivazione plausibile. Che poi i risultati di queste reazioni portino ad esiti discutibili, è qualcosa che dipende dalla sensibilità individuale, ma qui si scende nello spoiler e non vorrei farne. Se avete piacere, ne riparleremo nei commenti; umanamente parlando, posso dire di essere soddisfatta di quello che ho visto, da spettatrice non mi sarebbe dispiaciuta un po' più di cattiveria, ma sono veramente bazzecole, perché quando si innesca il ricordo dello Speak no Evil originale affiora alle labbra un inevitabile sorriso. Del nuovo Speak no Evil, poi, ho apprezzato il cast, la confezione, persino la colonna sonora, decisamente più vicina ai miei gusti. L'unico che proprio non ho sopportato è Scoot McNairy, anche troppo mollo per il personaggio che interpreta, ma Mackenzie Davis e Aisling Franciosi sono due garanzie e James McAvoy dà libero sfogo all'esperienza vissuta sul set di Split e Glass, civilizzando "la bestia" quanto basta per trarre in inganno i malcapitati e portando a casa un'altra validissima interpretazione. Per una volta, dunque, il "trattamento Blumhouse" non mi è dispiaciuto. Capisco chi urlerà al vilipendio ma, come al solito, il film originale nessuno lo tocca e sta sempre lì, fruibile da chi volesse passare una serata in gioiosa depressione; il remake, per una volta, cerca una strada sua per raccontare un'altra storia e innescare altre riflessioni, non mi è sembrata una stupidata realizzata tanto per dare contentini e semplificare a beneficio del pubblico idiota, quindi non posso fare altro che consigliarlo! 


Del regista e sceneggiatore James Watkins ho già parlato QUI. James McAvoy (Paddy), Mackenzie Davis (Louise Dalton), Scoot McNairy (Ben Dalton) e Aisling Franciosi (Ciara) li trovate invece ai rispettivi link. 


Se il film vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Speak no Evil. ENJOY!

domenica 3 maggio 2020

The Turning (2020)

Sempre grazie alle segnalazioni di Lucia, ho recuperato anche The Turning, diretto dalla regista Floria Sigismondi e tratto dal romanzo Il giro di vite di Henry James.



Trama: Kate viene assunta come istitutrice per badare alla piccola Flora, orfana di genitori. All'interno dell'enorme villa di famiglia, tuttavia, cominciano ad accadere cose molto strane...



Sarà il Covid che mi rende intollerante al mondo esterno e molto più propensa a rifugiarmi in luoghi di fantasia, per quanto inquietanti? Sarà l'astinenza da cinema, che mi porta ad accogliere con gioia qualunque horror? Sarà che sono cresciuta, i miei gusti sono cambiati, e mi concentro un po' più sulla bellezza che sul contenuto? Sarà quel che volete, mi sono ritrovata a ridere (per non piangere) all'idea che The Turning sia stato massacrato dalla cVitica USA quando invece, nonostante qualche passaggio un po' farraginoso, la pellicola di Floria Sigismondi ha fascino da vendere e attori molto bravi, non solo la protagonista ma anche i suoi "colleghi" di supporto. Tratto da Il giro di vite di Henry James, The Turning racconta l'odissea della giovane Kate, che un giorno decide di mollare tutto e accettare un lavoro come istitutrice in un'enorme villa appartenente a una famiglia ricca ma spezzata: dopo un incidente mortale accorso ai genitori, la piccola Flora è infatti rimasta sola con una vecchia governante e il fratello Miles, collegiale scapestrato e violento costretto a rimanere a casa dopo essere stato espulso da scuola. La villa in cui scorrazzano questi due giovani "purosangue", come li definisce la governante, comincia fin da subito a risultare inquietante agli occhi di Kate. Di notte ci sono strane voci, i dintorni della magione sono labirintici e claustrofobici quanto le stanze e i corridoi, la piccola Flora vive da reclusa ed è terrorizzata alla sola idea di abbandonare la sicurezza della proprietà e Miles è un bastardo che non perde occasione di fare scherzi crudeli a Kate, minandone dapprima la pazienza e poi la sanità mentale, soprattutto quando agli occhi di Kate cominciano a profilarsi i contorni di una tragedia passata che richiede vendetta o, quanto meno, una presa di coscienza. Come se tutto questo non bastasse, Kate ha una madre rinchiusa in manicomio, quindi forse rischia di diventare matta per una questione ereditaria, chissà.


Non offre risposte chiare questo The Turning, salvo il progressivo disgregarsi dell'autocontrollo e della consapevolezza di una persona, qualunque siano le cause. E' doloroso vedere Kate, magistralmente interpretata da Mackenzie Davis e connotata con pochi tocchi di forte personalità che ce la rendono subito simpatica, perdere a poco a poco l'appiglio con la realtà, trasformarsi da ragazza forte e indipendente a pulcino terrorizzato, schernita da piccoli bastardelli viziati per i quali non facciamo in tempo a provare pietà che subito, con un brusco voltafaccia, li vorremmo vedere morti. Sì, anche la piccola Flora, per quanto Brooklynn Prince mi faccia una tenerezza infinita dai tempi di Un sogno chiamato florida (ah, ma anche lì la pargolotta chiamava due schiaffi per ogni abbraccio, eh), mentre Finn Wolfhard, anche lui perfetto, potrebbe rientrare di diritto nella definizione di "causa scatenante sindrome da Erode". La regia di Floria Sigismondi, "architetto" dell'intera faccenda, è molto evocativa e non mi sarei aspettata di meno da colei che ha aiutato a far sì che Marilyn Manson assurgesse a mito della mia adolescenza anche grazie agli splendidi video da lei girati; la Sigismondi, fortunatamente avara di jump scares, preferisce concentrarsi su oggetti d'arredamento inquietanti e topoi gotici come nebbia e acque buie, sulla natura decadente e labirintica della casa in cui vivono i giovani Fairchild e si concede dei titoli di coda splendidi, accompagnati da una melodia che stride completamente con l'atmosfera del film e per questo, a mio avviso, è ancora più adatta al doppio twist finale. Quindi, non racconti nulla di troppo nuovo, The Turning è un altro horror che consiglio in questo periodo "coviddoso" che si sta rivelando molto ricco di visioni interessanti.


Di Mackenzie Davis (Kate Mandell) e Joely Richardson (Darla Mandell) ho già parlato ai rispettivi link.

Floria Sigismondi è la regista del film. Italiana, ha diretto il film The Runaways ed episodi di serie quali Hemlock Grove, American Gods e Daredevil. Anche sceneggiatrice e attrice, ha 55 anni.


Finn Wolfhard interpreta Miles Fairchild. Canadese, lo ricordo per film come It, It - Capitolo 2 e serie quali Supernatural e Stranger Things. Ha 18 anni e un film in uscita, Ghostbusters: Legacy.


Brooklynn Prince, che interpreta Flora, era l'adorabile Moonee di Un sogno chiamato Florida. Siccome il film è tratto da Il giro di vite di Henry James, se The Turning vi fosse piaciuto recuperatene altre versioni come Suspence e magari aggiungete anche The Others. ENJOY!


mercoledì 18 luglio 2018

Always Shine (2016)

Aspettavo di vederlo da qualche tempo, probabilmente dopo averne letto da Lucia, e alla fine sono riuscita a guardare Always Shine, diretto nel 2016 dalla regista Sophia Takal.


Trama: Beth e Anna, due amiche attrici, decidono di passare insieme un weekend a Big Sur, in California. Quello che dovrebbe essere un viaggio per consolidare un'amicizia diventa però il principio della fine...



Quando ero nel pieno dell'adolescenza, ovvero più di tremila anni fa, ma anche da più grande, mi è capitato di avere la fortuna di avere grandissime amiche che sono rimaste con me ancora oggi ma anche la sfiga di uscire, per questioni di vicinanza, con persone che poi ho "lasciato per strada" senza alcun rimpianto. Sfiga vuole, queste amicizie "sbagliate" sono servite solo a dare una bella botta alla mia già scarsa autostima, lasciandomi addosso un'insicurezza che dura ancora oggi, e a condizionare il mio pensiero in una massima che può riassumersi tranquillamente con "Non importa se sei scema come un tacco, se sei vuota o falsa come Giuda: se in qualche modo puoi venire definita figa e ti sai vendere, nella vita avrai sempre maggior successo di chi lo meriterebbe più di te". Guardare Always Shine è stato come addentare una terribile madeleine proustiana ammuffita, che mi ha riportata a quei tempi con forza prepotente. Per carità, io non ho mai avuto velleità attoriali né sono mai stata bella come Mackenzie Davis, ma lo stesso mi sono messa nei panni di Anna, attrice capace e grintosa costretta a subire il successo della collega Beth, tanto carina ma anche tanto snob. Il problema di Anna, poveraccia, è l'essere grebana e molto "intensa" nelle sue reazioni, sia in positivo che in negativo, sincera al punto da inimicarsi registi e produttori, col risultato di non riuscire a ottenere un lavoro manco a morire nonostante l'innegabile bravura; per contro, Beth ha sempre un atteggiamento remissivo e distaccato che probabilmente la rende assai desiderabile agli occhi di chiunque, quasi fosse un'irraggiungibile e misteriosa principessa, per quanto invece nasconda un animo ben piccino (è palese come abbia tentato in tutti i modi di impedire che la carriera di Anna decollasse) e come attrice sia non dico una cagna maledetta ma quasi. Le due decidono un giorno di andare insieme a Big Sur per rinsaldare il rapporto che le lega e lì vengono a galla, a poco a poco, rivalità e tensioni che portano ad inevitabili conseguenze, tra momenti in cui l'invidia di Anna raggiunge i massimi livelli e altri in cui la paranoia di Beth (chiamiamolo pure senso di colpa) la fa da padrona, al punto da far dubitare che tra le due sia mai esistito un sentimento di amicizia sincera.


La Takal, regista al suo secondo lungometraggio, si inserisce in questo scontro tra "primedonne" con un'eleganza capace di trasformare un potenziale horror in un acuto thriller psicologico dove le differenze tra sentimenti reali e finzione recitativa si annullano in un battito di ciglia, fin dall'inizio. Il primo piano di Beth durante l'audizione che la porterà ad ottenere un ruolo in un horror (da lei detestato, neanche a dirlo) è speculare a quello di Anna, impegnata invece a contrattare realmente con un meccanico disonesto, e questo gioco di doppi e specchi verrà mantenuto fino alla fine del film, con un ritmo spezzato da stacchi isterici di montaggio in cui il destino delle due donne viene anticipato e dato in pasto al pubblico nemmeno fosse il trailer di qualche becero horror di serie B. L'atmosfera di Always Shine è perturbante ma anche malinconica, in quanto non si concentra solo sulle brutture del mondo del cinema come faceva Starry Eyes o sullo stress costantemente imposto alle donne dal giudizio della società (la citazione iniziale mette i brividi: "It is a woman's birthright to be attractive and charming. In a sense, it is her duty... She is the bowl of flowers on the table of life", citazione da un manuale di tal John Robert Powers, fondatore della più famosa agenzia per modelle di New York) ma riflette soprattutto sulla condizione di attore in quanto portatore, per buona parte della sua vita, di una "maschera" che rischia di accompagnarlo anche nei rapporti con gli altri; "Ci vuole coraggio ad essere attore" dice a un certo punto uno dei personaggi, e credo anch'io non sia per nulla facile farsi carico di vite altrui, annullare sé stessi e diventare qualcos'altro, col rischio di non riuscire più a tornare come prima. Ci riescono benissimo, per carità, Caitlin FitzGerald e una Mackenzie Davis semplicemente stupenda, emozionante nel suo "triplicare" le interpretazioni, al punto che persino il non addetto ai lavori può finalmente arrivare a capire cosa significhi davvero immergersi in un personaggio (la prova con Beth con tanto di bacio finale sulla punta del naso è da antologia, affascinante da morire) e "recitare", alla faccia di tanti attori blasonati che ormai lo fanno col pilota automatico. Motivo in più per ripescare Always Shine, davvero una bellissima sorpresa, per quanto tardiva.


Di Mackenzie Davis (Anna), Colleen Camp (Sandra) e Jane Adams (Summer) ho già parlato ai rispettivi link.

Sophia Takal è la regista della pellicola. Americana, anche attrice, produttrice e sceneggiatrice, ha diretto un altro lungometraggio, Green.


Caitlin FitzGerald interpreta Beth. Americana, ha partecipato a film come Damsels in Distress. Anche regista e sceneggiatrice, ha 35 anni e un film in uscita.


Blast from the (horrible) past: Matt, il ragazzotto che propone ad Anna di partecipare aggratise al suo film, è interpretato dall'attore Alexander Koch, REO di aver partecipato nei panni del cretinissimo James "Junior" Rennie nell'orrido Anderdedoum (per i fan: Under the Dome). ENJOY!


martedì 10 ottobre 2017

Blade Runner 2049 (2017)

Nonostante avessi tutto contro (weekend con matrimoni, il terrore del Bolluomo all'idea di affrontare tre ore di film, gli orari maffi del Multisala), sabato sono riuscita a vedere Blade Runner 2049, sequel di Blade Runner diretto dal regista Denis Villeneuve.


Trama: durante un'operazione di routine il Blade Runner replicante K scopre un segreto che minaccia di sovvertire l'ordine mondiale e, durante le indagini, viene a conoscenza di cose che riguardano il suo stesso passato.


L'inevitabile premessa del post è che, pur avendo apprezzato moltissimo il Blade Runner di Ridley Scott, non sono mai stata una di quei fan che ne ricordano ogni singola battuta, né mi sono fracassata la testa sull'ambiguo finale, di fatto credo di non avere mai visto neppure tutte e tre le versioni del film realizzate nel corso degli anni ed immesse sul mercato dell'home video. Sono quindi andata a vedere Blade Runner 2049 col cuore molto leggero, senza contare che Villeneuve è un regista che mi piace tantissimo, e giustamente sono riuscita così a godermi un film che, nonostante le quasi tre ore di durata, scivola via che è un piacere, tenendo incollato lo spettatore allo schermo non tanto per la trama, pur interessante, ma per l'incredibile bellezza delle sequenze girate da Villeneuve; probabilmente, senza nulla togliere a Scott e senza desiderio di attirarmi gli strali dei fan di Blade Runner, nel 1982 gli spettatori sono rimasti ipnotizzati davanti allo schermo allo stesso modo, immersi nella nebbia, nella pioggia oscura e negli incredibili giochi al neon di una Los Angeles cosmopolita, mentre le orecchie si aprivano stupite alle note di un Vangelis sparato a tutto volume. L'omaggio di Villeneuve a quelle vecchie atmosfere tecno-noir è palese, così come lo è quello di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch per quel che riguarda la colonna sonora, eppure Blade Runner 2049 non è semplicemente una strizzata d'occhio continua ai fan ma un film malinconico e grandioso dotato di una sua personalità, fatto di creature che si dibattono alla ricerca di risposte su sé stesse e possibilmente di un motivo per continuare ad esistere, siano esse replicanti in crisi d'identità, demiurghi desiderosi di velocizzare il progresso, intelligenze artificiali innamorate o vecchi detective che hanno rinunciato a tutto per proteggere le cose più importanti della loro vita. Il futuro o, per meglio dire, il presente dei protagonisti si riallaccia così in modo naturale al mitico passato in cui Rick Deckart arrivava a mettere in dubbio il suo ruolo di Blade Runner e a scoprire l'amore, il tutto filtrato attraverso gli occhi artificiali di un replicante diventato cacciatore dei propri simili eppure lo stesso incredibilmente umano, talmente bisognoso di relazioni da arrivare a crearsene una con un'Intelligenza Artificiale creata appositamente per soddisfare i desideri degli utenti, quella Joi così simile nei modi e nell'interazione col suo "padrone" da ricordare lo struggente Her di Spike Jonze. I misteri che circondano l'ultimo ritrovamento di K diventano così l'inizio di un percorso non solo verso la verità e verso la possibile risposta alle domande che gli spettatori si ponevano da trent'anni ma anche verso riflessioni più ampie relative ad umanità, ricordi e considerazioni "scomode" sulla vita artificiale, magari non delle più innovative viste al cinema negli ultimi anni ma comunque capaci di tenere desta l'attenzione dello spettatore.


Ma, ribadisco, quello che a me è saltato letteralmente all'occhio non è tanto la bravura degli sceneggiatori nel creare una storia senza sbavature e coerente con ciò che aveva mostrato Scott negli anni '80 (continuo a dire che Blade Runner per me è un ricordo più visivo che narrativo) quanto piuttosto la bellezza delle riprese di Villeneuve, che si riconferma regista elegante ed incredibilmente emozionante. I grattacieli immersi nel fumo e nella nebbia, i mezzi volanti così piccoli al confronto della megalopoli da venirne inghiottiti, l'incessante pioggia, il punto di vista che si allarga da un punto preciso per mostrare allo spettatore la grandiosità di strutture regolari praticamente infinite, il caos di neon nei bassifondi della città, l'interazione col gigantesco e coloratissimo ologramma di una Dea, una scazzottata in mezzo ai video olografici di un vecchio hotel, l'aspetto malato di una Las Vegas radioattiva, la neve malinconica, soprattutto i colori caldi che si alternano alle ombre e ai riflessi acquatici del sancta sanctorum di Niander Wallace sono tutti ricordi che mi bruciano nel cervello da sabato sera e sono immagini che spero di non dimenticare mai più, rese ancora più emozionanti dalla bellissima colonna sonora di Zimmer e Wallfisch. E se rivedere Harrison Ford nei panni di Deckart non mi ha fatto né caldo né freddo (come ho scritto su Facebook, due bestemmie e qualche modo di dire ligure in bocca e sarebbe diventato la controfigura di mio padre) e Jared Leto sarà anche andato in giro con le lenti opache per provare davvero cosa vuol dire essere ciechi ma il suo personaggio mi ha detto proprio poco, ho apprezzato enormemente non solo Ryan Gosling ma anche e soprattutto la dolcissima e sensuale Ana de Armas, Dave Bautista (nonostante compaia pochissimo) e la bastardissima Sylvia Hoeks, alla quale è bastato un cambio di tinta per sembrare quasi orientale oltre che una stronza da primato. Mi soffermo un attimo su Ryan Gosling. Sono io la prima ad essermi quasi spaccata il cranio contro quello del Bolluomo nel momento in cui, all'unisono, siamo scoppiati a ridere quando non ricordo quale personaggio si è complimentato con K per sapere anche sorridere, però l'interpretazione "fissa" del bel Ryan è assolutamente perfetta in questo caso e quella faccetta da cane bastonato mi è entrata talmente dentro che sul finale ho persino speso una lacrima, commossa dalle vicende di questo replicante "più umano degli umani" e gabbato da un destino beffardo. D'altronde, non è che Harrison Ford sia mai stato un attore granché espressivo e invecchiando sul suo volto si percepisce sempre una sola emozione: quella del vecchio incarognito perché alla riunione di condominio non è riuscito ad impedire che si stanziassero fondi per l'ascensore nuovo. A parte questo sproloquio finale, confermo la bellezza di Blade Runner 2049, un film che più di altri quest'anno merita di essere visto al cinema, alla faccia dei detrattori e degli incassi miserrimi che sta avendo in patria.


Del regista Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Ryan Gosling (K), Dave Bautista (Sapper Morton), Robin Wright (Tenente Joshi), Ana de Armas (Joi), Jared Leto (Niander Wallace), Harrison Ford (Rick Deckart) e Sean Young (Rachael) li trovate invece ai rispettivi link.

David Dastmalchian interpreta Coco. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere oscuroPrisonersAnt-Man, The Belko Experiment e a serie quali E.R. Medici in prima linea, CSI - Scena del crimine Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 40 anni e cinque film in uscita tra cui Ant-Man and the Wasp.


Sylvia Hoeks interpreta Luv. Olandese, ha partecipato a film come La migliore offerta. Ha 34 anni e un film in uscita.


Edward James Olmos riprende il ruolo di Gaff dopo Blade Runner. Americano, ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Chips, Miami Vice, CSI: NY, Dexter, Agents of S.H.I.E.L.D. e ha lavorato come doppiatore per episodi de I Simpson e per il corto Blade Runner: Black Out 2022. Anche, ha 70 anni e sei film in uscita, tra i quali Coco e The Predator.


Mackenzie Davis interpreta Mariette. Canadese, ha partecipato a film come Sopravvissuto - The Martian e a serie quali Black Mirror e Halt and Catch Fire. Anche produttrice, ha 30 anni e un film in uscita.


Lennie James interpreta Mister Cotton. Conosciuto come Morgan della serie The Walking Dead, ha partecipato a film come I miserabili, Snatch - Lo strappo e Lockout. Inglese, anche sceneggiatore, ha 52 anni.


David Bowie era la prima scelta di Villeneuve per il ruolo di Wallace ma il cantante è morto prima che cominciassero le riprese; il regista Ridley Scott ha invece lasciato il posto al collega (rimanendo come produttore), probabilmente per girare Alien: Covenant. Tra Blade Runner e il suo sequel ci sono tre corti, uno diretto da Shinichiro Watanabe, ovvero Black Out 2022 e due diretti da Luke Scott, ovvero 2036: Nexus Dawn (con Jared Leto) e 2048: Nowhere to Run (con Dave Bautista); se Blade Runner 2049 vi fosse piaciuto avete quindi un bel po' di roba da recuperare! ENJOY!




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