Ne ho letto benissimo da più parti, quindi in questi giorni ho cercato di recuperare Dragged Across Concrete, scritto e diretto nel 2018 dal regista S. Craig Zahler.
Trama: dopo essere stati sospesi, due poliziotti decidono di appropriarsi dell'oro appena rubato da un manipolo di sanguinari malviventi.
Non pretendo di intendermene di cinema, ma per quanto mi riguarda, per ciò che si limita ai film che conosco e che sono riuscita a vedere in questi ultimi anni, Craig S. Zahler non ha eguali. Quest'uomo è capace di inchiodarti alla sedia e non farti staccare gli occhi da scene in cui i personaggi si limitano a stare seduti e parlare tra loro del più e del meno (non dialoghi "cool" alla Tarantino ma dialoghi rozzi, quotidiani eppure profondi), prende personaggi secondari e, davvero, inutili ai fini della trama, rendendoli protagonisti di sequenze devastanti, mette in scena persone con pochi pregi e moltissimi difetti riuscendo a non farcele volere morte dopo dieci minuti, cattura la brutalità della vita come pochi altri Autori. E' un crogiolo di esistenze terribile quello che viene preso in esame con Dragged Across Concrete, fatto di persone "normali" alle quali succedono le peggio cose senza un motivo plausibile, di persone veramente malvagie e di altre che cattive non sono ma neppure si impegnano a fare cose "buone", anzi, si lasciano contagiare dal tanfo della violenza e del marciume col quale vivono a contatto ogni maledetto giorno e ne sono dolorosamente consapevoli. Non è questo, tuttavia, a spingere Brett ed Anthony ad uscire dalla legalità e derubare un branco di ladri ed assassini, con tutto quello che ne consegue; non si gettano a capofitto nell'impresa in quanto "felici" di essere corrotti ma affrontano l'impresa come un sacrificio, il volontario peccato di chi alla società ha dato (dal suo punto di vista) tutto senza ottenere altro che diffidenza e pesci in faccia. I due poliziotti vengono sospesi all'inizio del film per i modi brutali e il linguaggio razzista utilizzati durante l'arresto di un trafficante di droga e se Anthony è relativamente giovane, passabile di cambiare prima o poi, così non è per Brett, veterano che non ha mai fatto carriera perché ha scelto di rimanere immutabile e granitico, un residuato bellico incapace di comprendere concetti come politically correct o l'impietoso mondo social in cui chiunque può venire ripreso, giudicato e condannato. A Brett non frega nulla del giudizio della gente, gli importa solo di fare il suo lavoro in modo efficiente, senza indossare una finta maschera di affabilità e tolleranza: può non piacere, a noi come a chi lo circonda, ma il personaggio così è, punto, con i suoi sfottò razzisti, la sua freddezza, la sua totale mancanza di empatia.
Eppure, quanto arriva ad importarci di Brett e del suo socio voi non lo potete capire. Così come non potete capire, se non avete visto Dragged Across Concrete, quanto si può tirare la corda della tensione, della costruzione dei personaggi e dell'attesa paziente prima di arrivare a quello che dovrebbe essere il nocciolo della questione e che in realtà, per Zahler, nocciolo non è. La risoluzione delle vicende di Brett ed Anthony e delle loro famiglie, ma anche di Henry e persino di Kelly, giunge al 90% con una mancanza di catarsi totale, lasciando lo spettatore con un palmo di naso e spesso più depresso di prima, perché in questo caso, più che in altre pellicole, non è il traguardo che conta ma il viaggio compiuto per arrivarci. Un viaggio all'interno del quale ogni singolo attore brilla come una fulgida stella, da quello che ha solo pochissimi minuti per splendere a chi, come Mel Gibson, all'età di 63 anni e col baffo da duro e puro, è probabilmente incappato nel ruolo della vita; lui e Vince Vaughn sono perfetti, le icone viventi del film, sembrano la caricatura dei veri poliziotti "stronzi" da film e riescono lo stesso a risultare reali come se fossero nostri vicini di casa, il che se ci si pensa è scioccante. Ma una menzione d'onore la merita Jennifer Carpenter, per il cui personaggio la scrittura intelligentissima di Zahler ha davvero compiuto un miracolo, senza dimenticare Tory Kittles, "gangsta" sui generis ma dalle mille sfaccettature. Al solito, l'unico vero problema di Dragged Across Concrete è che nessuno si è ancora impegnato per acquistarlo, distribuirlo e regalarlo al pubblico italiano sul grande schermo, vai a sapere perché. Questo sarebbe davvero grande Cinema, un noir violento diretto benissimo e scritto ancora meglio, con attori in stato di grazia, che meriterebbe una distribuzione capillare. Esprimiamo un desiderio per i mesi venturi e incrociamo le dita.
Del regista e sceneggiatore S. Craig Zahler ho già parlato QUI. Mel Gibson (Brett Ridgeman), Vince Vaughn (Anthony Lurasetti), Thomas Kretschmann (Lorentz Vogelmann), Jennifer Carpenter (Kelly Summer), Laurie Holden (Melanie Ridgeman), Don Johnson (Tenente capo Calvert) e Udo Kier (Friedrich) li trovate invece ai rispettivi link.
Tory Kittles interpreta Henry Johns. Americano, ha partecipato a film come Instinct - Istinto primordiale, A Perfect Getaway - Una perfetta via di fuga e a serie quali CSI: NY, Dr. House, CSI: Miami e True Detective. Ha 43 anni e due film in uscita.
Se Dragged Across Concrete vi fosse piaciuto recuperate anche Brawl in Cell Block 99 e Bone Tomahawk. ENJOY!
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venerdì 14 giugno 2019
domenica 22 aprile 2018
Cell Block 99: Nessuno può fermarmi (2017)
Scuotendo la testa per l'orrendo titolo italiota che gli hanno appioppato, in questi giorni ho recuperato Cell Block 99: Nessuno può fermarmi (Brawl in Cell Block 99), diretto e sceneggiato nel 2017 dal regista S. Craig Zahler.
Trama: un ex pugile ed ex alcolista cerca di rifarsi una vita con la moglie e per racimolare denaro comincia a lavorare come corriere della droga. Quando una consegna finisce malissimo l'uomo viene condannato a sette anni di prigione ma è solo l'inizio di un incubo ben più terribile...
Da mesi tutti i blogger parlano benissimo di Cell Block 99 e siccome in questi giorni dovrebbe essere uscito straight to video anche nel nostro "bel" Paese arrivo anch'io a scrivere due righe per consigliarvi di assecondare la distribuzione italiana miope ed irrispettosa (per la cronaca, anche l'altro, bellissimo film di Zahler, Bone Tomahawk, qui è arrivato solo sul mercato dell'home video) e procurarvelo senza indugio. Come già accadeva con l'opera precedente di Zahler, Cell Block 99 è un film lento a carburare, che stuzzica lo spettatore con un preambolo atto a presentare al meglio il protagonista della pellicola, Bradley (mai Brad!) Thomas, e la sua situazione familiare, senza sprecare troppi dialoghi ma concentrandosi sui dettagli "ambientali" e sulla fisicità del personaggio. Fondamentalmente, Bradley è un mostro a malapena tenuto a bada da alcuni punti fermi quali onore, patriottismo e famiglia, un uomo che, per quanto ci provi, non è comunque in grado di condurre una vita normale e per tentare di averne una deve lo stesso scendere a compromessi col mondo criminale nella figura dell'amico Gil; quando quest'ultimo si mette in affari con dei messicani rissosi, Bradley finisce in carcere proprio per colpa del proprio codice morale e da lì comincia la letterale discesa all'inferno di un uomo che farebbe di tutto per proteggere le pochissime cose ancora pure ed importanti della sua vita. A un certo punto, quindi, Cell Block 99 diventerebbe uno dei più classici prison movie col protagonista non necessariamente "cattivo" nel senso stretto del termine, costretto a sopportare soprusi di carcerieri antipatici e di compagni di cella infingardi, se non fosse che, come da titolo, Bradley viene spinto (non vi dico come né perché) a raggiungere il blocco 99 e da lì la pellicola si contamina pesantemente con l'horror, come già accadeva in Bone Tomahawk, e diventa un omaggio ai grindhouse anni '70. Anche nelle sue fasi più concitate, tuttavia, Cell Block 99 è un film "ragionato", costruito alla perfezione, che non perde mai di vista la centralità del protagonista e tutto ciò che rende condivisibile al pubblico ogni sua azione o ogni suo momento riflessivo, che contribuisce non solo ad aumentare la tensione di una trama che ad un certo punto sfiora l'immorale, ma soprattutto a rendere più umano il personaggio di Bradley all'interno di un parterre di caratteri ad alto rischio cliché.
Bradley, tra l'altro, è interpretato da un Vince Vaughn quasi irriconoscibile che regge sulle spalle tutto il peso del film. Abituati come siamo all'azione frenetica e coreografata in maniera quasi surreale dei combattimenti action non solo dei cinecomics ma di qualsiasi film a base di violenza, vedere Vince Vaughn boxare con movimenti ragionati e "trattenuti" (ma non meno efficaci, Cristo) senza ausilio di controfigure, è affascinante e trasmette tutto il dolore di un pugno chiuso che impatta contro la carne e le ossa di chi è tanto sfortunato da subirne la furia. Diciamo che è un po' come succedeva in Profondo Rosso, dove tutte le morti erano causate da oggetti o elementi "comuni", veicolanti sensazioni che qualsiasi spettatore ha provato almeno una volta in misura minore: qui abbiamo un energumeno intelligente, incazzato e infaticabile che mena pugni veri, non un folletto orientale che spacca gli avversari a calci volanti, ed ogni osso spezzato, dente che salta, scheggia di vetro, nonaggiungoaltroomisiaccapponalapellesantoDdio, soprattutto se ripreso nel dettaglio o grazie a raffinati piani sequenza, entra secco nelle ossa e nei muscoli dello spettatore, alla faccia degli effetti speciali volutamente grezzi sul finale. Oltre a questo modo maschio e realistico di rappresentare la violenza, di Cell Block 99 ho apprezzato molto le scenografie del carcere di massima sicurezza, un emblema perfetto di "cura medievale per il tuo c**o" (cit.) che fa perdere ogni speranza sia al pubblico che ai carcerati, e poi ovviamente la comparsa di due caratteristi adorati come Don Johnson e Udo Kier. Quest'ultimo, in particolare, sarà anche "placid" e dotato di poco minutaggio ma come mette paura lui, con quelle due parole in croce cariche di terrificanti minacce, nessuno mai. Quindi Zahler ha lanciato nel mondo del cinema un'altra bella bombetta e ciò lo rende uno dei registi da tenere d'occhio nell'imminente futuro: quest'anno dovrebbe uscire Dragged Across the Concrete, che già dal titolo promette non bene, di più, e io lo attendo con gioia!
Del regista S. Craig Zahler ho già parlato QUI. Vince Vaughn (Bradley Thomas), Jennifer Carpenter (Lauren Thomas), Don Johnson (Guardia Tuggs) e Udo Kier (Uomo tranquillo) li trovate invece ai rispettivi link.
Marc Blucas interpreta Gil. Americano, indimenticato Riley di Buffy l'ammazzavampiri, lo ricordo per film come Pleasantville, Jay & Silent Bob... fermate Hollywood!, They - Incubi dal mondo delle ombre, Innocenti bugie e Red State, inoltre ha partecipato ad altre serie quali Dr. House e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, ha 46 anni.
Se Cell Block 99: Nessuno può fermarmi vi fosse piaciuto recuperate La fratellanza e Bone Tomahawk. ENJOY!
Trama: un ex pugile ed ex alcolista cerca di rifarsi una vita con la moglie e per racimolare denaro comincia a lavorare come corriere della droga. Quando una consegna finisce malissimo l'uomo viene condannato a sette anni di prigione ma è solo l'inizio di un incubo ben più terribile...
Da mesi tutti i blogger parlano benissimo di Cell Block 99 e siccome in questi giorni dovrebbe essere uscito straight to video anche nel nostro "bel" Paese arrivo anch'io a scrivere due righe per consigliarvi di assecondare la distribuzione italiana miope ed irrispettosa (per la cronaca, anche l'altro, bellissimo film di Zahler, Bone Tomahawk, qui è arrivato solo sul mercato dell'home video) e procurarvelo senza indugio. Come già accadeva con l'opera precedente di Zahler, Cell Block 99 è un film lento a carburare, che stuzzica lo spettatore con un preambolo atto a presentare al meglio il protagonista della pellicola, Bradley (mai Brad!) Thomas, e la sua situazione familiare, senza sprecare troppi dialoghi ma concentrandosi sui dettagli "ambientali" e sulla fisicità del personaggio. Fondamentalmente, Bradley è un mostro a malapena tenuto a bada da alcuni punti fermi quali onore, patriottismo e famiglia, un uomo che, per quanto ci provi, non è comunque in grado di condurre una vita normale e per tentare di averne una deve lo stesso scendere a compromessi col mondo criminale nella figura dell'amico Gil; quando quest'ultimo si mette in affari con dei messicani rissosi, Bradley finisce in carcere proprio per colpa del proprio codice morale e da lì comincia la letterale discesa all'inferno di un uomo che farebbe di tutto per proteggere le pochissime cose ancora pure ed importanti della sua vita. A un certo punto, quindi, Cell Block 99 diventerebbe uno dei più classici prison movie col protagonista non necessariamente "cattivo" nel senso stretto del termine, costretto a sopportare soprusi di carcerieri antipatici e di compagni di cella infingardi, se non fosse che, come da titolo, Bradley viene spinto (non vi dico come né perché) a raggiungere il blocco 99 e da lì la pellicola si contamina pesantemente con l'horror, come già accadeva in Bone Tomahawk, e diventa un omaggio ai grindhouse anni '70. Anche nelle sue fasi più concitate, tuttavia, Cell Block 99 è un film "ragionato", costruito alla perfezione, che non perde mai di vista la centralità del protagonista e tutto ciò che rende condivisibile al pubblico ogni sua azione o ogni suo momento riflessivo, che contribuisce non solo ad aumentare la tensione di una trama che ad un certo punto sfiora l'immorale, ma soprattutto a rendere più umano il personaggio di Bradley all'interno di un parterre di caratteri ad alto rischio cliché.
Bradley, tra l'altro, è interpretato da un Vince Vaughn quasi irriconoscibile che regge sulle spalle tutto il peso del film. Abituati come siamo all'azione frenetica e coreografata in maniera quasi surreale dei combattimenti action non solo dei cinecomics ma di qualsiasi film a base di violenza, vedere Vince Vaughn boxare con movimenti ragionati e "trattenuti" (ma non meno efficaci, Cristo) senza ausilio di controfigure, è affascinante e trasmette tutto il dolore di un pugno chiuso che impatta contro la carne e le ossa di chi è tanto sfortunato da subirne la furia. Diciamo che è un po' come succedeva in Profondo Rosso, dove tutte le morti erano causate da oggetti o elementi "comuni", veicolanti sensazioni che qualsiasi spettatore ha provato almeno una volta in misura minore: qui abbiamo un energumeno intelligente, incazzato e infaticabile che mena pugni veri, non un folletto orientale che spacca gli avversari a calci volanti, ed ogni osso spezzato, dente che salta, scheggia di vetro, nonaggiungoaltroomisiaccapponalapellesantoDdio, soprattutto se ripreso nel dettaglio o grazie a raffinati piani sequenza, entra secco nelle ossa e nei muscoli dello spettatore, alla faccia degli effetti speciali volutamente grezzi sul finale. Oltre a questo modo maschio e realistico di rappresentare la violenza, di Cell Block 99 ho apprezzato molto le scenografie del carcere di massima sicurezza, un emblema perfetto di "cura medievale per il tuo c**o" (cit.) che fa perdere ogni speranza sia al pubblico che ai carcerati, e poi ovviamente la comparsa di due caratteristi adorati come Don Johnson e Udo Kier. Quest'ultimo, in particolare, sarà anche "placid" e dotato di poco minutaggio ma come mette paura lui, con quelle due parole in croce cariche di terrificanti minacce, nessuno mai. Quindi Zahler ha lanciato nel mondo del cinema un'altra bella bombetta e ciò lo rende uno dei registi da tenere d'occhio nell'imminente futuro: quest'anno dovrebbe uscire Dragged Across the Concrete, che già dal titolo promette non bene, di più, e io lo attendo con gioia!
Del regista S. Craig Zahler ho già parlato QUI. Vince Vaughn (Bradley Thomas), Jennifer Carpenter (Lauren Thomas), Don Johnson (Guardia Tuggs) e Udo Kier (Uomo tranquillo) li trovate invece ai rispettivi link.
Marc Blucas interpreta Gil. Americano, indimenticato Riley di Buffy l'ammazzavampiri, lo ricordo per film come Pleasantville, Jay & Silent Bob... fermate Hollywood!, They - Incubi dal mondo delle ombre, Innocenti bugie e Red State, inoltre ha partecipato ad altre serie quali Dr. House e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, ha 46 anni.
Se Cell Block 99: Nessuno può fermarmi vi fosse piaciuto recuperate La fratellanza e Bone Tomahawk. ENJOY!
mercoledì 23 dicembre 2015
Gone (2012)
L'anno sta finendo male, gente. Ultimamente imbrocco una ciofeca dietro l'altra, sarà la stanchezza, chissà. Fatto sta che in questi giorni mi sono ritrovata a guardare Gone, diretto nel 2012 dal regista Heitor Dhalia e... vabbé...
Trama: Jill soffre di turbe psichiche da quando è stata rapita ed è riuscita a sfuggire al suo aguzzino, inoltre la polizia non le crede perché non sono mai riusciti a trovare il rapitore o il luogo dove la ragazza è stata tenuta prigioniera. Quando la sorella scompare misteriosamente, Jill si convince che il rapitore sia tornato...
Da quando il binomio thriller e Wes Bentley sono diventati sinonimo di fregatura certa? Per carità, non che il povero Wes (che mi sta dando tante soddisfazioni in American Horror Story Hotel) si veda per più di 10 minuti in questo Gone, però dopo il film di Heitor Dhalia e Final Girl ci penserò molto bene prima di dargli un'altra chance in tal senso. Gone è veramente un film medio, anzi mediocre, una rottura di palle che si trascina per un'ora e mezza, con personaggi tra l'antipatico e l'idiota nonché una gestione della suspance praticamente inesistente; tolto un vago senso di curiosità riguardo all'esistenza o meno del presunto rapitore, non c'è mai stato un momento durante la visione in cui mi sia ritrovata partecipe della vicenda di Jill, sciapa biondina dai grandi occhioni e dalla testa di cocco. La trama della pellicola verte essenzialmente sullo scontro tra la protagonista e gli scazzatissimi poliziotti di Portland i quali, terrorizzati dall'idea di setacciare palmo a palmo un parco nazionale, preferiscono convincersi che Jill si sia inventata un rapimento per calamitare su di sé l'attenzione dopo la morte dei genitori piuttosto che aiutarla con le indagini. Il progressivo astio della polizia nei confronti della protagonista si traduce nella trasformazione della giovane da vittima in cerca di aiuto a pericolo pubblico numero uno e in parallelo alla disperata ricerca del rapitore da parte di Jill comincia anche una caccia alla "donna" da parte di sbirri ed investigatori da operetta. Le indagini della protagonista, di una faciloneria talmente estrema da farmi sospettare che Portland sia grossa quanto Ellera (SV), non danno adito al minimo dubbio che il film finirà a tarallucci e vino ma sinceramente non mi aspettavo delle risoluzioni così avulse da ogni legge o senso civico: va bene che gli USA hanno un concetto di "possesso d'arma da fuoco" e diritti del cittadino un po' diverso dal nostro ma il finale di Gone pare davvero la Casa delle Libertà, dove ognuno fa quel Razzo che gli pare.
Non che la realizzazione di Gone sia meglio della trama, ovviamente. Il povero Heitor Dhalia, immigrato brazileiro in terra americana, si è visto strappare di mano il progetto ed è stato relegato al ruolo di servo della produzione, al punto che non è nemmeno riuscito a parlare con gli attori prima di cominciare a girare, per dire; non avendo visto nessuno dei film da lui realizzati prima o dopo non so dire quindi se la saudade causatami dalla regia piattissima sia da attribuire alle sua scarse capacità dietro la macchina da presa oppure dal suo comprensibile scazzo. Gli attori non se la cavano meglio, ahimé. Amanda Seyfried è irritante e loffia, il peso di un film così risibile la schiaccia a tal punto che la biondina, solitamente presenza a me gradita, non riesce a risollevarlo nemmeno per un istante e soprattutto le manca l'ambiguità sufficiente ad instillare il dubbio nella mente dello spettatore. Stenderei un velo pietoso anche sui comprimari, che vanno dall'inutile (la sorella, l'amico senza palle, i vari soggetti interrogati durante le indagini e lo stesso rapitore, favoloso nella sua inconsistenza) al dannoso (gente come Wes Bentley e Jennifer Carpenter messi lì probabilmente solo per fare da specchietto per le allodole e attirare i loro fan) e contribuiscono a rendere ancora più anonimo e dimenticabile un film che già nasceva sotto una cattiva stella. Basta, tra i buoni propositi per l'anno nuovo ci sarà sicuramente quello di non guardare più thriller a scatola chiusa: voi se volete evitare di sprecare tempo prezioso continuate a leggere il Bollalmanacco invece!
Di Amanda Seyfried (Jill), Sebastian Stan (Billy) e Wes Bentley (Peter Hood) ho già parlato ai rispettivi link.
Heitor Dhalia è il regista della pellicola. Brasiliano, ha diretto film che non conosco come O cheiro do Ralo e À Deriva. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 40 anni.
Jennifer Carpenter interpreta Sharon Ames. Americana, la ricordo per film come The Exorcism of Emily Rose, Quarantena e per la serie Dexter. Anche produttrice, ha 36 anni.
Se Gone vi fosse piaciuto recuperate la trilogia di Taken e The Vanishing - Scomparsa. ENJOY!
Trama: Jill soffre di turbe psichiche da quando è stata rapita ed è riuscita a sfuggire al suo aguzzino, inoltre la polizia non le crede perché non sono mai riusciti a trovare il rapitore o il luogo dove la ragazza è stata tenuta prigioniera. Quando la sorella scompare misteriosamente, Jill si convince che il rapitore sia tornato...
Da quando il binomio thriller e Wes Bentley sono diventati sinonimo di fregatura certa? Per carità, non che il povero Wes (che mi sta dando tante soddisfazioni in American Horror Story Hotel) si veda per più di 10 minuti in questo Gone, però dopo il film di Heitor Dhalia e Final Girl ci penserò molto bene prima di dargli un'altra chance in tal senso. Gone è veramente un film medio, anzi mediocre, una rottura di palle che si trascina per un'ora e mezza, con personaggi tra l'antipatico e l'idiota nonché una gestione della suspance praticamente inesistente; tolto un vago senso di curiosità riguardo all'esistenza o meno del presunto rapitore, non c'è mai stato un momento durante la visione in cui mi sia ritrovata partecipe della vicenda di Jill, sciapa biondina dai grandi occhioni e dalla testa di cocco. La trama della pellicola verte essenzialmente sullo scontro tra la protagonista e gli scazzatissimi poliziotti di Portland i quali, terrorizzati dall'idea di setacciare palmo a palmo un parco nazionale, preferiscono convincersi che Jill si sia inventata un rapimento per calamitare su di sé l'attenzione dopo la morte dei genitori piuttosto che aiutarla con le indagini. Il progressivo astio della polizia nei confronti della protagonista si traduce nella trasformazione della giovane da vittima in cerca di aiuto a pericolo pubblico numero uno e in parallelo alla disperata ricerca del rapitore da parte di Jill comincia anche una caccia alla "donna" da parte di sbirri ed investigatori da operetta. Le indagini della protagonista, di una faciloneria talmente estrema da farmi sospettare che Portland sia grossa quanto Ellera (SV), non danno adito al minimo dubbio che il film finirà a tarallucci e vino ma sinceramente non mi aspettavo delle risoluzioni così avulse da ogni legge o senso civico: va bene che gli USA hanno un concetto di "possesso d'arma da fuoco" e diritti del cittadino un po' diverso dal nostro ma il finale di Gone pare davvero la Casa delle Libertà, dove ognuno fa quel Razzo che gli pare.
Non che la realizzazione di Gone sia meglio della trama, ovviamente. Il povero Heitor Dhalia, immigrato brazileiro in terra americana, si è visto strappare di mano il progetto ed è stato relegato al ruolo di servo della produzione, al punto che non è nemmeno riuscito a parlare con gli attori prima di cominciare a girare, per dire; non avendo visto nessuno dei film da lui realizzati prima o dopo non so dire quindi se la saudade causatami dalla regia piattissima sia da attribuire alle sua scarse capacità dietro la macchina da presa oppure dal suo comprensibile scazzo. Gli attori non se la cavano meglio, ahimé. Amanda Seyfried è irritante e loffia, il peso di un film così risibile la schiaccia a tal punto che la biondina, solitamente presenza a me gradita, non riesce a risollevarlo nemmeno per un istante e soprattutto le manca l'ambiguità sufficiente ad instillare il dubbio nella mente dello spettatore. Stenderei un velo pietoso anche sui comprimari, che vanno dall'inutile (la sorella, l'amico senza palle, i vari soggetti interrogati durante le indagini e lo stesso rapitore, favoloso nella sua inconsistenza) al dannoso (gente come Wes Bentley e Jennifer Carpenter messi lì probabilmente solo per fare da specchietto per le allodole e attirare i loro fan) e contribuiscono a rendere ancora più anonimo e dimenticabile un film che già nasceva sotto una cattiva stella. Basta, tra i buoni propositi per l'anno nuovo ci sarà sicuramente quello di non guardare più thriller a scatola chiusa: voi se volete evitare di sprecare tempo prezioso continuate a leggere il Bollalmanacco invece!
Di Amanda Seyfried (Jill), Sebastian Stan (Billy) e Wes Bentley (Peter Hood) ho già parlato ai rispettivi link.
Heitor Dhalia è il regista della pellicola. Brasiliano, ha diretto film che non conosco come O cheiro do Ralo e À Deriva. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 40 anni.
Jennifer Carpenter interpreta Sharon Ames. Americana, la ricordo per film come The Exorcism of Emily Rose, Quarantena e per la serie Dexter. Anche produttrice, ha 36 anni.
Se Gone vi fosse piaciuto recuperate la trilogia di Taken e The Vanishing - Scomparsa. ENJOY!
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