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martedì 29 aprile 2025

Queer (2024)

La settimana scorsa sono riuscita anche a recuperare Queer, diretto nel 2024 dal regista Luca Guadagnino e tratto dal romanzo omonimo di William S. Burroughs.


Trama: William Lee è uno scrittore che passa le giornate in Messico tra alcool, droga e la ricerca di giovani ragazzi da portare a letto. Un giorno, si invaghisce di Eugene Allerton, un giornalista di passaggio dal comportamento ambiguo...


Piccolissimo disclaimer: non conosco Burroughs. Avevo letto, durante gli anni dell'università, Il pasto nudo, per cercare di comprendere e dare un senso al film omonimo di David Cronenberg, ma era stata un'esperienza ancora più straniante della precedente visione. Queer non l'ho mai letto e, poiché nel frattempo le poche cose che ricordavo de Il pasto nudo e della biografia di Burroughs si sono sfocate all'interno della mia mente, partivo con una buona base di ignoranza. Di conseguenza, non pretendo che questo post sia una critica esatta ed inconfutabile dell'ultimo film di Guadagnino, anzi, sarei molto felice che nei commenti arrivassero quelli che hanno amato la pellicola ad esporre le loro ragioni, possibilmente senza insultarmi. Per quanto mi riguarda, infatti, Queer è, al momento, la pellicola del regista che ho apprezzato di meno tra quelle viste. L'ho trovata, molto più delle altre, un lavoro di ricamo sul nulla, che non è riuscito affatto ad entusiasmarmi né ad incuriosirmi. Queer è diviso in tre capitoli: il primo ambientato in Messico, il secondo in Sudamerica, il terzo nella Foresta Equatoriale. I primi due capitoli li ho trovati una lunghissima, ripetitiva introduzione ai concetti un po' più corposi dell'ultima tranche di film, visionaria e talvolta anche commovente. Lo spettatore, infatti, è costretto a testimoniare l'indolente (ed indulgente) quotidianità di William Lee, scrittore benestante che, non vergando mai un rigo né battendo un singolo tasto della macchina da scrivere, passa le serate a fare cruising da un bar all'altro, talvolta rimediando un incontro notturno, più spesso tornado a casa sempre più triste, solo ed ubriaco. Attorno a lui, come le cosiddette "mosche da bar" dell'omonimo film di Buscemi, ronza un variegato microcosmo di uomini queer, perdigiorno quanto Lee, dall'atteggiamento più o meno predatorio e tutti più o meno inutili all'economia della vicenda, che si avvia davvero solo quando subentra la presenza di Eugene. Di quest'ultimo, un giornalista, Lee si invaghisce perdutamente, nonostante il suo atteggiamento ambiguo e prevalentemente disinteressato; buona parte del film verte sui grotteschi, talvolta imbarazzanti tentativi di Lee di approcciare, conquistare Eugene e, in seguito, di tenere desto il suo interesse impedendogli di abbandonarlo. Un genere di vicenda, insomma, verso la quale ho avuto un'enorme difficoltà a provare qualsivoglia forma di interesse, tanto è ripetitiva e, apparentemente, vacua. 


Dico apparentemente, perché nel momento in cui Queer entra nel terzo capitolo, qualcosa cambia. Intanto aumenta l'elemento ironico e grottesco, già molto presente nel film, e la sensazione di avere davanti una vicenda surreale, persa nel tempo e nello spazio. Inoltre, attraverso immagini oniriche e sequenze completamente scollegate dalla realtà, assume concretezza uno dei concetti chiave del film, una battura ripetuta più volte nel corso di Queer: "I’m not queer. I’m just disembodied". Il desiderio di trovare "un corpo" nella persona dello stesso sesso, di perdersi in esso, di diventare, finalmente, integro e reale; ma, anche, il dolore di sentirsi dissociati dal nostro stesso essere, a causa delle circostanze o di una società che prova disgusto nei nostri confronti. Allora, acquista più senso anche una primo atto ripetitivo, dove il cruising diventa la disperata ricerca del protagonista di qualcosa che gli dia un senso, che lo ancori in una parvenza di sé stesso portata via da "pilastri" instabili come droga ed alcool. E acquista più senso anche il comportamento di Eugene, probabilmente in cerca, a sua volta, di un corpo, un'identità in cui identificarsi, che potrebbe essere Lee ma anche qualcun altro; d'altronde, Eugene, a differenza di Lee, è giovane ed è comprensibile che senta di avere ancora tutta una vita di esperienze davanti, là dove Lee, invece, sente di non avere quasi più occasioni per diventare integro. O magari sto sbagliando tutto, anche perché Queer è zeppo di citazioni che rimandano alla vita di Burroughs, alcune colte grazie proprio alla passata visione de Il pasto nudo, altre sicuramente perse senza nemmeno rendermene conto.


Date queste premesse, Queer è un film che non riguarderei, perché, pur con tutte le riflessioni che mi ha suscitato, nate dal desiderio di andare oltre un "non fa per me", è, in effetti, un'opera che mi ha lasciato ben poco. Oggettivamente parlando, invece, posso dire che l'ho trovato un bel film. Innanzitutto, ha una bellissima colonna sonora, che mescola lo score originale degli ormai immancabili Trent Reznor e Atticus Ross a successi più o meno conosciuti che hanno ben poco a che fare con l'epoca in cui è ambientata la vicenda (salvo la tradizionale Malaguena), con due canzoni dei Nirvana e persino New Order, Prince e Verdena; in particolare per quanto riguarda i NirvanaGuadagnino ha dichiarato di aver voluto creare una sorta di "ponte" tra la personalità di Burroughs e l'audience attuale, in quanto sia i Nirvana che lo scrittore erano molto sensibili a temi quali la depressione, il dolore e il sentirsi outsider all'interno della società contemporanea. Ho inoltre apprezzato il ricorso di Guadagnino a sequenze oniriche, tra momenti più "lirici" e altri che ho interpretato come omaggi da incubo al Pasto Nudo di Cronenberg, e, ovviamente, mi è piaciuta molto l'interpretazione di Daniel Craig. L'attore si è immerso completamente in un personaggio dalla personalità complessa e per nulla accattivante, riuscendo a camminare sul filo sottile che separa il disgusto e l'abbruttimento (onestamente, ho provato per Lee la stessa repulsione provata per il Berlusconi di Sorrentino in Loro, verso un vecchio predatore che sbava davanti alle grazie giovanili) da un'umanissima e profonda tristezza, una solitudine infinita che può suscitare solo compassione e pietà. Tutto questo, senza mai risultare patetico, anzi, spesso l'attore abbraccia una vis grottesca che è perfetta per quel poco che ricordo dello stile di Burroughs. Riassumendo, dunque, Queer non è un film "per me", ma non mi sento di sconsigliarlo.  Posso solo assicurarvi che non è la mattonata sulle palle che temevo, già solo per quello il mio consiglio è quello di provare e "vedere"; astenetevi solo se, come il Bolluomo, amate le pellicole con un inizio, una trama fatta di cause ed effetti, e una fine che concretizzi un qualche "risultato", perché Queer non è proprio il film che fa per voi (infatti, conoscendolo, gliel'ho risparmiato!). 


Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI. Daniel Craig (William Lee), Jason Schwartzman (Joe Guidry), Ariel Schulman (Tom Weston) e David Lowery (Jim Cochran) li trovate invece ai rispettivi link.

Drew Starkey interpreta Eugene Allerton. Americano, ha partecipato a film come American Animals, Le strade del male, Hellraiser e serie quali Scream: la serie. Ha 32 anni e un film in uscita, Onslaught, la nuova pellicola di Adam Wingard


Se Queer vi fosse piaciuto, recuperate Chiamami col tuo nome e Il pasto nudo. ENJOY!

venerdì 3 maggio 2024

Challengers (2024)

Domenica ho costretto il povero Bolluomo ad accompagnarmi a vedere Challengers, diretto dal regista Luca Guadagnino.


Trama: due ex amici, entrambi tennisti, si scontrano durante un torneo Challenger, sotto lo sguardo della donna amata e contesa tra i due sin dai tempi del college...


Inizio il post col solito disclaimer. La mia natura di bradipo mi impedisce di amare ogni genere di sport, e credo che poche cose mi annoino quanto vedere delle partite di tennis in TV, quindi immaginate quanto avessi paura che rotolassero le mie, di palle (più quelle del Bolluomo), durante la visione di Challengers. A discapito di questi timori, Guadagnino non mi è mai dispiaciuto e il trailer mi ha intrigata, quindi ho deciso di dare al film una chance, cosa di cui non mi sono pentita. In totale onestà, non credo di averlo capito al 100%, perché la mia natura spiccia e "pane e salame" ha opposto una strenua resistenza all'idea che due ragazzotti con un promettente futuro davanti decidano di consacrarsi anima e corpo, per tutta l'esistenza, a una come Tashi Duncan, il cui unico pregio è essere inconfutabilmente gnocca, ma per il resto talmente vanesia, antipatica, spocchiosa ed egoista da far venire voglia di prenderla a racchettate. Non che i due baldi fanciulli siano meglio: due servi della gleba a testa alta, uno dotato della vitalità di un'ameba, l'altro spocchioso quasi quanto Tashi, due tennisti che non sono mai riusciti a raggiungere il loro pieno potenziale, ognuno per motivi non meglio specificati o comunque discutibili. In mezzo, per l'appunto, Tashi Duncan. Brillante tennista la cui carriera finisce bruscamente per colpa di un incidente, fulcro di un triangolo che nasce come gioco adolescenziale e si evolve in una partita a tennis lunga decenni, alla perenne ricerca di quel momento perfetto di agonismo e passione pura, in cui contano solo il gioco e i due contendenti, quella sensazione orgasmica che fa urlare per la gioia. Ha il ritmo di un thriller, Challengers. Per quanto i protagonisti siano insopportabili, c'è ovviamente la curiosità (morbosa?) di capire quali saranno i risultati delle macchinazioni di Tashi e chi, tra i due giocatori, vincerà non solo la partita, ma anche il cuore della bella stronza che, apparentemente, è duro ed impenetrabile come l'acciaio. Si crea, inevitabilmente, un preferito per cui tifare (non vi dirò mai per chi ho parteggiato!) e, di conseguenza, si sviluppano tutti i meccanismi che rendono il gioco, se portato avanti bene, degno di essere seguito con attenzione, a costo di farsi venire il torcicollo come succede agli spettatori sugli spalti.


La struttura stessa del film è quella di una partita a tennis, cadenzata dalla truzzissima colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross (so che tanti l'hanno odiata, io l'ho adorata, non riuscivo a smettere di andare a tempo con la testa). La pallina del tempo va avanti e indietro, senza fermarsi mai, rimbalzando tra il presente e i flashback di un passato sempre meno remoto, costringendo lo spettatore a concentrarsi per non perdere dei pezzi. Come in una partita a tennis cambia la tecnica dei giocatori, qui si fa vario uso di tecniche registiche. Guadagnino sperimenta, soprattutto durante le riprese dei match, con la go-pro che riflette il punto di vista dei due giocatori, e addirittura la simulazione della percezione della pallina, oppure attraverso lastre trasparenti che ci permettono di "diventare" il campo da tennis; sprazzi di originalità che non privano di importanza il fulcro della narrazione, ovvero le inquadrature di corpi atletici sempre più nervosi e sudati, i primi piani di sguardi che celano inquiete tempeste emotive, ferite che, come quelle fisiche, lasciano cicatrici e indeboliscono animi e corpi che non torneranno mai più freschi come un tempo. A proposito di corpi freschi. Zendaya è bellissima, non le serve altro. La sua faccetta naturalmente scazzata è perfetta per il personaggio di Tashi, con lo sguardo colmo di spregio e quel labbrino sempre in giù; peccato per le babbucce di Chanel, l'unico capo orrido di un guardaroba altrimenti stupendo, che la fa ulteriormente spiccare rispetto alla massa (fate caso alle scene "corali". Zendaya è sempre circondata o da uomini o da donne più vecchie, brutte e mal vestite di lei. Guadagnino, non ce n'era bisogno, giuro). I due fanciulli comunque non stanno a guardare. Pur penalizzati dalla necessità di interpretare uomini dall'occhio spento e il viso di cemento, Josh O'Connor Mike Faist non se lo fanno menare e i loro duetti, sia da amici che da rivali, sono uno spettacolo, tanto che avrei gradito molto la svolta seriamente omoerotica in un film che è pieno di allusioni gay neppure tanto sottese. Probabilmente, Challengers non sarà la cup of tea di molti, soprattutto se vi aspettate qualcosa di artistico e cerebrale come The Dreamers (citato da troppi, in realtà la somiglianza si ferma in superficie, al triangolo iniziale), ma a me è piaciuto molto, nonostante fosse un film potenzialmente inadatto alla sottoscritta. Dategli un'occhiata!
 

Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI mentre Zendaya, che interpreta Tashi Donaldson, la trovate QUA.

Josh O'Connor interpreta Patrick Zweig. Inglese, ha partecipato a film come Cenerentola, Florence, Emma. e a serie quali Doctor Who e The Crown. Anche sceneggiatore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita. 


Mike Faist
, che interpreta Art Donaldson, aveva partecipato al West Side Story di Steven Spielberg; per il suo ruolo, inizialmente si era pensato ad Austin Butler e Timothée Chalamet, mentre per quello di Patrick Zweig era in lizza anche Jacob Elordi. Lo sceneggiatore del film, Justin Kuritzkes, è il marito della regista e sceneggiatrice Celine Song. ENJOY!

lunedì 5 dicembre 2022

Bolle dall'Abisso: Bones and All (2022)

Da oggi si inaugura una rubrica che, spero, si riproporrà a cadenza mensile e che vede protagonista Vidur di Pellicole dall'Abisso, uno dei blog che amo più seguire tra quelli storici, il quale tratta al 90% di film di serie B e trashate assortite... ma, come vedrete, può anche addentrarsi nei territori del dramma horror di alto profilo, come l'attesissimo Bones and All (che, tra l'altro, devo ancora vedere quindi doppiamente grazie a Vidur!), diretto da Luca Guadagnino. Leggete il post di Vidur, fategli sentire tutto il vostro entusiasmo per l'ospitata e non dimenticatevi di andare su Pellicole dall'Abisso anche perché, da sabato, rischiate di trovarci anche le mie indegne "recensioni". ENJOY!


Il buon Guadagnino colpise ancora e questa volta lo fa allo stomaco, dopo averci fatto fondere il cervello con il controverso remake di Suspiria.  L’accoppiata è sempre la stessa, ovvero quella formata dal regista palermitano e dal fido sceneggiatore David Kajganich, ma il risultato è molto diverso: dove Suspiria si prestava a molteplici interpretazioni frutto di una trama convulsa e poco lineare, Bones and All va dritto come un treno, presentandoci una storia tanto viscerale e violenta, quanto dolce e poetica.


Proprio i contrasti sono il fulcro del film che si riflettono anche sui protagonisti: piccoli, soli, fragili, emotivamente devastati, ma anche famelici, spietati, cannibali. E i due attori sono magistrali nella loro interpretazione di personaggi così sfaccettati e fuori dagli schemi. Timothée Chalamet si conferma un attore versatile ed efficace in ogni ruolo, anche se le sue espressioni facciali si contano sulle dita di una mano -ma saper trasmettere così tanto con così poco è un pregio e non un difetto- mentre la rivelazione, premiata anche a Venezia, è Taylor Russell, bellissima e bravissima ventottene canadese destinata ad un prossimo futuro denso di successi.  


Spuntano anche due caratteristi di lusso, Mark Rylance e Michael Stuhlbarg, entrambi impegnati in ruoli assolutamente disturbanti (soprattutto il primo) e pure David Gordon Green, regista di quella mezza -se non tutta- chiavica della nuova trilogia di Halloween
Per gli standard di Guadagnino, anche la regia è piuttosto essenziale e convenzionale e in questo senso si adatta perfettamente alla storia, così come la colonna sonora ad opera di Trent Reznor e Atticus Ross, con i classici echi anni ’80, decade in cui il film è ambientato, a fare da cornice al viaggio on the road di Maren e Lee per l’America rurale e dimenticata, splendidamente fotografata nella sua cruda maestosità. 


Bellezza, dunque, ma anche tanto sangue. Il film parla di antropofagia e non si vergogna di farlo vedere. Gli scoppi di violenza sono spesso improvvisi e ben poco edulcorati per un film di questo genere, con effetti speciali, totalmente prostetici, che funzionano senza sbavature.
Ad essere pignoli, potremmo dire che dieci o quindici minuti in meno non gli avrebbero fatto male e che, pur accettando il contesto pseudo-fantastico in cui ci si muove, è difficile mandare giù alcune dinamiche, ma sono piccolezze a confronto di quello che è già destinato a diventare un cult moderno per il cinema di genere. 
Attendiamo con curiosità il prossimo film di Guadagnino, ambientato nel mondo del tennis e con l’ormai onnipresente Zendaya


venerdì 11 gennaio 2019

Suspiria (2018)

Nonostante il boicottaggio del multisala savonese, finalmente sono riuscita a vedere anche Suspiria, uno degli horror che più aspettavo quest'anno, diretto nel 2018 dal regista Luca Guadagnino.


Trama: la giovane Susie si reca a Berlino per frequentare la rinomata accademia di danza di Madame Blanc. Lì, tra misteriose sparizioni e inquietanti incubi, la ragazza si ritroverà invischiata in qualcosa di sovrannaturale...



In mezzo a remake stantii, omaggi terrificanti, rovinatori d'infanzie assortite, ecco spuntare, come la Venere dalle acque, il buon Luca Guadagnino. Il quale, messe da parte le atmosfere bucoliche e delicate di Chiamami col tuo nome, decide di abbracciare quelle fredde e deprimenti di una Berlino Est anni '70, dove il punk va a braccetto con le bombe, non smette di piovere o nevicare nemmeno per sbaglio e la gente muore o sparisce senza un perché, lo spettro della seconda guerra mondiale ancora troppo vicino agli abitanti sconfitti. Nel giro di sei capitoli e un epilogo, Guadagnino si appropria dell'ispirazione Argentiana, partendo dalle suggestioni di quello che per me è il film più bello del vecchio Darione, e va in tutt'altra direzione, scegliendo di raccontare una storia di donne che lottano con le unghie e con i denti per affermarsi in una società che ancora le vuole come sesso debole, schiacciate dalle scelte degli uomini e dalle convenzioni sociali e religiose; nel mondo chiuso dell'accademia di Madame Blanc, dove il maschio viene ridotto ad inutile oggetto da irridere, riti inquietanti mirano a far tornare in forze la "Madre", entità apparentemente primordiale, sicuramente malvagia ma forse, solo forse, anche fautrice di un positivo rinnovamento se "usata" per il bene comune. La congrega capitanata da Madame Blanc è popolata da donne inquietanti, vere e proprie streghe dall'animo insondabile, che allevano giovani fanciulle non solo per amor dell'arte ma anche e soprattutto per i propri scopi. A queste ultime, poverelle, non resta altro da fare che danzare in lieta ignoranza abbracciando i quotidiani incubi notturni senza porsi troppe domande, oppure ribellarsi ad un destino che nessuno riesce bene a comprendere, staccandosi da un luogo che offre sicurezze ma richiede troppo in cambio, andando incontro a conseguenze nefaste; Patricia, Olga, chissà quante altre ragazze "interrotte" sono scomparse nelle tumultuose strade di Berlino, trascinate da fantomatiche brutte compagnie o distratte dai mali terreni del mondo ma Susie no. Susie, lei, è nata per danzare, per sfruttare le sue incredibili capacità onde fuggire dal giogo della famiglia hamish e della madre morente, per essere la donna migliore possibile, non importa a quale prezzo. Non è la Susy di Dario Argento, quella ragazzetta che si limitava a svenire e che giusto per botta di fortuna, sul finale, riusciva ad uccidere la Madre: ben lontana dall'essere agnellino sacrificale, la Susie di Guadagnino è forte e determinata, probabilmente già a metà film intuisce cosa si nasconde dietro il fuoco sacro dell'arte che la muove ma non gliene frega assolutamente nulla.


Il Suspiria di Guadagnino non è dunque un film da vedere senza collegare il cervello e sicuramente necessita almeno di una seconda o terza visione per essere compreso al meglio, senza venire distratti dalla trama principale e dal fascino dell'horror, ché le sottotrame dell'attentato terroristico, reiterata in ogni modo per tutto il film, e del Dr. Klemperer sono ugualmente importanti e fondamentali al fine di capire appieno ciò che scorre sullo schermo. E siccome è già un miracolo che io sia riuscita a vederlo solo una volta, sarà meglio che mi concentri su quello che colpisce di più di Suspiria, anche ad una prima visione superficiale, ovvero la bellezza della messa in scena e delle musiche, la cupa e deprimente fotografia, la versatilità degli attori. La prima morte che avviene sullo schermo è un capolavoro di regia e montaggio, una danza crudele dalle conseguenze impensabili e terribili; personalmente, sono un'ENORME detrattrice di Dakota Johnson ma è chiaro che qui la ragazza si è fatta il mazzo e i suoi movimenti, i suoi respiri, la determinazione che muove il suo personaggio entrano nella pelle dello spettatore che non può che rimanere ammutolito, affascinato davanti alle prove prima e all'esecuzione poi dell'inquietante spettacolo denominato Volk. Ogni numero di danza, a dire il vero, supera di parecchio il barocchissimo finale (al limite del trash, soprattutto per il trucco della Markos, che pare quello di un suppliziante) che ha spinto molti a paragonare Suspiria a Le streghe di Salem. Ora, per quanto sia una delle poche a cui è piaciuto il film di Rob Zombie, capisco persino io che le due pellicole giocano due campionati diversi e che l'opera di Guadagnino è intrisa di una raffinatezza e di una grazia impensabili per Zombie, caratteristiche che si palesano anche davanti alle peggiori macellate e ad uno schermo interamente ricoperto di rosso, l'unico colore "saturo" dell'intero film, capelli della Johnson compresi. Al limite, se vogliamo fare paragoni, possiamo scomodare The Neon Demon, al quale ho pensato durante i deliranti incubi di Susie, ma anche qui parliamo di due cose completamente diverse, ché Guadagnino non perde mai il filo del discorso, non indulge nei colori sgargianti dell'originale argentiano e non offre il fianco alla voglia di privilegiare una regia visionaria a scapito della linearità della trama. E poi, nessuno dei due film aveva la meravigliosa Tilda Swinton a riempire quasi ogni scena, in tre diverse incarnazioni: donna, uomo, mostro. Ecco, questa moltiplicazione di ruoli è qualcosa su cui vorrei riflettere quando avrò modo di riguardare Suspiria senza essere catturata dalle splendide melodie di Thom Yorke e dall'ansia di quei sospiri concitati. Se qualcuno ha qualche bella interpretazione da offrire, ci sono sempre i commenti, nel frattempo consiglio a tutti di non perdere questo purtroppo mal distribuito Suspiria perché è davvero uno spettacolo!


Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI. Dakota Johnson (Susie Bannon), Tilda Swinton (Madame Blanc/Dr. Joseph Klemperer/Helena Markos), Chloë Grace Moretz (Patricia), Mia Goth (Sara) e Jessica Harper (Anke) le trovate invece ai rispettivi link.


Se Suspiria vi fosse piaciuto recuperare l'originale di Dario Argento e aggiungete Inferno e La terza madre per avere un quadro più completo. ENJOY!


mercoledì 31 gennaio 2018

Chiamami col tuo nome (2017)

All'alba di mercoledì esce anche il mio post su Chiamami col tuo nome, diretto nel 2017 dal regista Luca Guadagnino, tratto dal romanzo omonimo di André Aciman e candidato a quattro premi Oscar (Timothée Chalamet Miglior Attore Protagonista, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Film e Miglior Canzone).


Trama: nell'estate italiana del 1983 il giovane Elio si innamora, ricambiato, dell'aitante studente universitario Oliver.


Tra venerdì e lunedì la blogosfera è stata letteralmente invasa dalle recensioni di quello che è diventato, in tempo zero, IL film da vedere prima della notte degli Oscar. Mi sono chiesta a cosa diavolo servisse che esprimessi anch'io il mio parere, per di più con un ritardo inqualificabile rispetto ai tempi mordi e fuggi di internet e considerando che la mia opinione rispetta quella del 90% delle recensioni che troverete on line (perciò vi consiglio di leggere QUESTA), quindi la farò breve e poi mi divertirò a riempire il post di castronerie terra terra, facendomi due risate. Allora, SI', Chiamami col tuo nome è bello bello in modo assurdo come dicono tutti. Ivory e Guadagnino si sono dilettati a creare una novella Arcadia dove l'efebico protagonista Elio e il più maschio ma mai volgare Oliver assecondano i loro più reconditi desideri prima rifiutandosi e poi cercandosi con una passione intensa e travolgente, mentre un'estate Italiana fatta non già di gol e tifo sfrenato ma di sole delicato e fiumiciattoli eleganti li coccola e protegge con fare materno, schermandoli da un mondo esterno freddo e crudele; coming of age raccontato attraverso la sperimentazione della sessualità ma con un occhio all'arte, alla musica, alla letteratura e persino all'antica Grecia, Chiamami col tuo nome mette in scena la gioia e il dolore di un ragazzo che cerca la propria identità seguendo le sue pulsioni naturali e abbandonandosi ad esse con rara innocenza, sostenuto silenziosamente da una famiglia particolarmente aperta (il discorso finale del padre merita l'applauso) che tuttavia non può proteggerlo dalla "naturale" (o convenzionale, fate vobis) evoluzione delle cose. Il senso del film è che anche se il cuore si spezza l'importante è comunque nutrirlo di emozioni, pena l'invecchiare male e diventare aridi, godendosi l'attimo in quella che è l'età più importante e anche più effimera dell'essere umano. L'intensa girandola di emozioni del film viene sostenuta magistralmente non solo dalla bellezza di regia e fotografia ma soprattutto da due attori strepitosi come Armie Hammer e Timothée Chalamet, giovanissimo ma già con un bel passaporto per l'Oscar a portata di mano, che a dire il vero si "limita" ad essere bello, tenero e un po' scoglionato per tutto il film ma diventa magistrale nei titoli di coda, accompagnati da un'altra delle splendide, dolcissime canzoni che arricchiscono Chiamami col tuo nome dall'inizio alla fine. E qui finisce l'agile riassunto di ciò che avete letto su tutti gli altri blog, quindi vi invito ad andare a vedere il film di Guadagnino perché è spettacolare, evitando possibilmente un doppiaggio che sicuramente appiattirà tutto il casino linguistico (meraviglioso da ascoltare, by the way) che lo caratterizza. Adesso comincia la parte scema del post, che potete anche evitare di leggere.


Mr. Ivory, Signor Guadagnino, vogliate perdonarmi la volgarità ma ad essere omosessuale così sono buoni tutti, su. Voglio vivere anche io in una specie di Mulino Bianco immerso nella natura italiana dove la cosa più brutta che può capitarmi è che arrivi Armie Hammer ad "usurparmi" la stanza e "molestarmi" con massaggi disturbando così la mia quiete estiva fatta di bagnetti al fiume (ma una belin di sanguisuga? Una PIETRA fuori posto, per la miseria, un TAFANO che arrivi a pungere le chiappe glabre di 'sti giovinetti aitanti, maschi o femmine che siano?), letture auliche, Battiato in radio, sigarette, scopatelle, colazioni pantagrueliche e cene all'aperto con mezzo mondo. Dov'è questo luogo incantato nei pressi di Cremona dove non gira praticamente nessuno per il paese ma dove TUTTI, americani, italiani, francesi, etero e gay si ritrovano magicamente a casa dei genitori di Elio, la cui unica preoccupazione (ché tanto lasciano il figlio in balia del primo tizio che decide di scoparselo al piano di sopra...) è tradurre libri dal tedesco, disquisire di Craxi e Buñuel (su Bettino poi torniamo) e correre a fare del salvage come i signori dell'Amaro Montenegro? Porco schifo ma che snobissimo schiaffo alla miseria! Io sono nata nel 1981 ma un'estate così non la ricordo. Sarà che il mio povero papà durante le ferie lavorava nei campi e mamma rassettava casa, sarà che a me in "vacanza con l'amico" non mi ci hanno mai mandata, ma col piffero che potevo stare 24h sdraiata a leggere, per di più a 16 anni suonati (sento già le urla di mia madre, miseria). Succhi di frutta naturali? Uova fresche tutte le mattine? Vecchi che accettano lo straniero durante la quotidiana partitella a carte e non solo non gli parlano in dialetto ma nemmeno bestemmiano? Non è Italia, signori, nemmeno nei tanto favoleggiati anni '80. Tra l'altro, Chiamami col tuo nome è un film creato e pensato per l'estero, quindi vorrei capire a che pro "contestualizzarlo" con continui, inutili riferimenti a Craxi e piantandoci persino un Beppe Grillo d'annata che lo prende in giro. Davvero, non voglio credere che per gli USA gli anni '80 siano caratterizzati da film e videogame mentre l'unico modo di richiamare l'effetto nostalgia da noi sia evocare il fantasma di Bettino. Ma mettici un gelato Algida, un Topolino (e figurarsi se Elio non leggeva Diabolik invece...), una puntata di Drive In, un BILLY, altro che succo di albicocca. Tutto, ma non Bettino. Last but not least: ma che cristianimento t'hanno fatto le pesche, Guadagnino? Ti faceva così schifo quella roba plebea della torta di mele? Mi immagino quelle povere pesche, avvizzire sull'albero cercando disperatamente di aggrapparsi alla pianta per non cadere e non far la fine delle vittime di Weinstein... #LaPêcheAussi


Comunque il film è bellissimo, eh. Lo ripeto a scanso di equivoci. Voto 8, al momento Miglior Sceneggiatura Non Originale e Miglior Canzone Originale. Daje, che aspetto Suspiria, Guadagnino!


Del regista Luca Guadagnino ho già parlato QUI. Armie Hammer (Oliver) e Michael Stuhlbarg (Mr. Perlman) li trovate invece ai rispettivi link.

Timothée Chalamet interpreta Elio. Americano, ha partecipato a film come Interstellar e Lady Bird. Ha 23 anni e due film in uscita.


Nel 2015 l'idea era che James Ivory, sceneggiatore di Chiamami col tuo nome, fosse anche regista e che ci fosse Shia LaBeouf al posto di Armie Hammer ma alla fine il tempo è passato ed è subentrato Guadagnino. Il regista, tra l'altro, ha progetti bellicosi perché nel 2020 vorrebbe fare uscire un seguito di Chiamami col tuo nome, con gli stessi attori; nell'attesa, se il film vi fosse piaciuto recuperate Carol, La vita di Adele, I segreti di Brokeback Mountain e Moonlight. ENJOY!

martedì 13 settembre 2016

A Bigger Splash (2015)

Nei giorni di recuperi estivi ho guardato anche A Bigger Splash, diretto nel 2015 dal regista Luca Guardagnino e tratto dal romanzo La piscina di Alain Page.


Trama: in convalescenza per problemi di voce, la cantante Marianne Lane si rifugia in una villa sull'isola di Pantelleria assieme al giovane fidanzato Paul. A rovinare la vacanza arriva Harry, produttore discografico ed ex di Marianne, assieme alla figlia Penelope, della quale nessuno era a conoscenza, che si installano a loro volta nella villa...



Cosa si nasconde sotto la superficie dell'acqua? Cosa c'è stato prima e dopo il Bigger Splash di David Hockney? Queste le domande che si è posto Luca Guadagnino, nella sua elegante rielaborazione de La piscina a base di isole sulle quali il tempo sembra essersi fermato e artisti che paiono non appartenere a questo mondo, nonostante i loro difetti. La cornice bucolica di Pantelleria è lo scenario perfetto per una storia a base di sentimenti, capricci e rimpianti, all'interno della quale la bella e carismatica cantante Marianne viene contesa tra il fidanzato Paul e l'ex amante Harry, ma fosse tutto così semplice il film finirebbe lì. Il fatto è che Marianne, dopo una carriera folgorante, si è ritrovata ad una certa età priva della voce che le ha dato successo e ciò la rende in qualche modo dipendente dal giovane Paul, fragile documentarista alla perenne ricerca del progetto perfetto che, un giorno, si è visto letteralmente regalare Marianne dallo spregiudicato Harry. Marianne e Paul sono legati in maniera quasi morbosa da questo rapporto di interdipendenza e il produttore discografico nonché ex fidanzato della cantante arriva non invitato a Pantelleria sperando di trovare una breccia onde  distruggere un legame che lui stesso, vuoi per noia vuoi per qualsivoglia motivo muova un donnaiolo fanfarone, ha creato (salvo poi pentirsene amaramente). Purtroppo, Harry si porta dietro un bel carico da undici col sembiante di una figlia bellissima che tiene il mondo intero (soprattutto Marianne) in gran dispitto e che non ha altro modo per combattere il tedio e l'ingombrante presenza di un padre che quasi neppure conosce se non distruggendo psicologicamente chiunque le capiti a tiro. A questo punto ce n'è abbastanza per fare esplodere Pantelleria e Guadagnino si diletta, per due ore che sembrano una, ad esplorare la psicologia di questi eleganti e peculiari personaggi all'interno di un ambiente a loro non familiare, capace di donare a Marianne e compagnia un'illusione di sicurezza e libertà che, se mal gestita, rischia di frantumare la luminosa e fragile maschera che cela i loro volti agli occhi degli adoranti autoctoni.


La cinepresa di Guadagnino coglie immagini di rara bellezza baciate dalla luce dorata di una terra splendida, all'interno della quale i campi coltivati, le strade zeppe di curve, le grotte misteriose e i piccoli paesini attraversati dalle processioni convivono con l'opulenza di ville costruite per stranieri ricchissimi e probabilmente annoiati, i quali vedono i problemi dell'isola come qualcosa di irreale e lontano (almeno finché non diventano utili...). La stessa Tilda Swinton, mai così bella e fragile, è l'incarnazione di una divinità superiore, non solo perché lontana fisicamente dalla "plebe" ma anche perché impossibilitata a comunicare con i suoi stessi "simili"; l'attrice offre una performance fatta interamente di sguardi, gesti e poche parole sussurrate in tono graffiante, che esplode sul finale in un crescendo di tensione e dolore difficilmente sostenibile. Suo degno compagno è un inedito Ralph Fiennes, incontenibile e a tratti insopportabile ciclone fatto di canti, balli, celie e fisicità prorompente, costretto ad interpretare un personaggio spesso sgradevole ma comunque dotato di una profondità toccante, ovviamente visibile solo dagli occhi della bella Marianne. Discorso a parte, ahimé, lo meritano i due giovani. Ormai è assodato che, almeno per quanto mi riguarda, Matthias Schoenaerts sia uno degli attori più sopravvalutati di sempre e non capisco perché mai ogni regista se ne innamori e lo voglia nei suoi film; Paul è il personaggio più mollo ed intollerabile della pellicola, un uomo da nulla che dalla vita ha avuto ogni fortuna eppure non gli è bastata, ed è vero che Schoenaerts, con la sua inespressività, è perfetto per il ruolo, tuttavia ciò non lo rende più bravo ai miei occhi. Anche Dakota Johnson è perfetta per la parte di annoiata spaccamaroni priva di qualsivoglia qualità ma non penso che per un'attrice ciò sia qualcosa di cui vantarsi. Mi rendo conto che il confronto con una Swinton carismatica e bellissima sia nei panni di cantante cazzutissima che in quelli di artista ormai sfiorita ed imborghesita risulti forzatamente impari, ma la pallida imitazione di Dominique Swain in Lolita mi ha davvero depressa. Preferisco di gran lunga vedere Guzzanti nel ruolo di Maresciallo da operetta: in tanti hanno criticato il modo parodico in cui il geniale comico interpreta un appuntato che potrebbe figurare alla perfezione in una delle tante barzellette sui carabinieri ma sinceramente mi è sembrato che l'intera Pantelleria, con tutti i suoi abitanti, sia stata rappresentata filtrandola attraverso gli occhi degli ospiti stranieri, piegata ai loro pregiudizi e ai loro desideri. Forse mi sbaglio ma, a prescindere da questo, ho trovato A Bigger Splash davvero bellissimo ed intrigante e ora mi è venuta voglia di conoscere meglio il buon Guadagnino, altro autore italiano da me perennemente snobbato in quanto tale.


Di Tilda Swinton (Marianne Lane), Matthias Schoenaerts (Paul De Smedt), Ralph Fiennes (Harry Hawkes) e Dakota Johnson (Penelope Lannier) ho già parlato ai rispettivi link.

Luca Guadagnino è il regista della pellicola e compare in un piccolo cameo quando Paul sta girando il documentario su Harry. Nato a Palermo, ha diretto film come Melissa P. e Io sono l'amore. Anche produttore e sceneggiatore, ha 45 anni e due film in uscita, tra cui il remake di Suspiria.


Corrado Guzzanti interpreta il Maresciallo. Nato a Roma, lo ricordo ovviamente per trasmissioni storiche come Avanzi, Tunnel, Mai Dire Gol, Pippo Chennedi Show, La posta del cuore, L'ottavo nano e Il caso Scafroglia ma ha anche partecipato a film come Fascisti su Marte e serie come Boris oltre ad aver doppiato un episodio de I Simpson. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 51 anni.


Margot Robbie avrebbe dovuto interpretare Penelope ma le riprese di The Legend of Tarzan le hanno impedito di partecipare al progetto, cosa che ha portato all'arrivo di Dakota Johnson, mentre pare che Tilda Swinton abbia sostituito Cate Blanchett, impegnata a teatro. Se siete fan di Jovanotti vi farà piacere sapere che le riprese del concerto di Marianne sono state effettuate a San Siro, proprio durante uno dei concerti del Cherubini. Detto questo, torno in ambito cinematografico per dire che A Bigger Splash non è l'unico film tratto dal romanzo di Alain Page: nel 1969 il regista Jacques Deray aveva già diretto La piscina, con Alain Delon, Romy Schneider e Jane Birkin nei panni rispettivamente di Jean-Paul, Marianne e Penelope mentre François Ozon ha tratto spunto dallo stesso romanzo per il suo The Swimming Pool (tra l'altro Yorick Le Saux ha lavorato come direttore della fotografia sia per A Bigger Splash che per The Swimming Pool). Se A Bigger Splash vi fosse piaciuto recuperate quindi questi due film e aggiungete Il mistero dell'acqua. ENJOY!

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