mercoledì 16 ottobre 2019

The Banana Splits Movie (2019)

Potevo esimermi dal recuperare la versione horror di un famosissimo show per bambini? No! E infatti ecco a voi The Banana Splits Movie, diretto dalla regista Danishka Esterhazy.


Trama: per festeggiare il compleanno, un bambino va con tutta la famiglia alla registrazione di una puntata del suo programma preferito, il Banana Splits Show. La gitarella allegra si trasformerà in una mattanza ad opera dei quattro robot meccanici ricoperti di pelliccia...



Onestamente, dei Banana Splits ricordo veramente pochissimo. Credo che da bambina lo passassero su uno di quei canali regionali un po' borderline e più che le mattane dei quattro pupazzoni musicisti rammento la terrificante sigla del telefilm Danger Island, con quei cavolo di signori di colore mascherati da scheletro che erano arrivati a popolare i miei incubi. Quindi sì, se vogliamo un po' di horror già lo conteneva il Banana Splits Show, ma la regista Danishka Esterhazy è andata oltre e leggenda narra che, in effetti, la sceneggiatura del film fosse in realtà nata come adattamento cinematografico di Five Nights at Freddy's (che io fingo di sapere cosa sia ma in realtà ne ho visto solo dei cosplay/pubblicità al Lucca Comics. E' un videogame horror coi bestinetti assassini, vero?), con tutte le conseguenze del caso. The Banana Splits Movie è così diventato un horror a base di robot pelosi che impazziscono e, complice anche la minaccia di chiudere lo show, decidono di fare piazza pulita di ogni adulto ingrato, mentre i poveri pargoletti sono costretti a diventare il pubblico di una carneficina senza precedenti, di cui noi spettatori, in effetti, vediamo solo la punta dell'iceberg, per quanto sanguinosa. La cosa strana di The Banana Splits Movie è che poteva tranquillamente diventare una horror comedy: è un genere che tira tantissimo, facile da sdoganare al pubblico, e i pupazzoni sono abbastanza trash da prestarsi alla perfezione a mattanze in stile cartoonesco o slapstick... invece il film della Esterhazy è di una cattiveria mortale e indulge in uccisioni particolarmente splatter e crudeli di gente che, per quanto un po' sciocca, non merita certo di morire così male.


Più volte, nel corso del film, verrebbe da urlare "perché nessuno pensa ai bambini???" (cit.), costretti a testimoniare alle brutture più nefande e anche, attenzione, a subire lo sguardo asettico di robot che fanno davvero paura. Il look dei Banana Splits è stato mantenuto, è vero, ma ci sono piccoli dettagli che li rendono inquietantissimi. L'elefante Snorky, per esempio, dietro agli occhiali tondi che gli nascondono parte del volto ha due perline nere al posto degli occhi, laddove quello originale aveva due occhioni stile cartoon, mentre in effetti gli altri personaggi erano già terrificanti di loro, soprattutto la scimmia, con quel sorriso demente e i dentoni. Comunque, il film della Esterhazy rischia di farsi ricordare "solo" per la sfacciataggine con cui stupra le infanzie di piccoli spettatori ormai cresciuti, perché per il resto procede come qualsiasi slasher classico degno di questo nome e quello che viene chiesto al pubblico è semplicemente indovinare chi morirà per primo e godersi il modo in cui ciò succederà. Gli attori, ovviamente, si prestano volentieri e mettono in piedi un cast fatto di personaggi abbastanza archetipi e riconoscibili (c'è la madre coraggio coi figli, il secondo marito stronzo, gli invasati dello show, il padre che vorrebbe fare della figlia una piccola star, la "spalla" umana costretta a sorridere sul palco ma in realtà colma di veleno, ecc. ecc.) che interagiscono alla perfezione coi pupazzoni, mentre i bimbi utilizzati sono così pucciosi da far sì che lo spettatore arrivi a temere per la loro salute. Insomma, un horror simpatico, che forse funzionerà di più con chi vedeva lo show da piccolo ma godibile anche per chi non sa chi diamine siano i Banana Splits!

Danishka Esterhazy è la regista della pellicola. Canadese, ha diretto altri film a me sconosciuti, come Level 16. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 50 anni e un film in uscita.


Sara Canning, che interpreta Rebecca, era la Jacqueline della serie Una serie di sfortunati eventi. ENJOY!

martedì 15 ottobre 2019

Taxi Driver (1976)

La febbre da Joker non si è ancora spenta ma, almeno per me, non significa andarmelo a rivedere al cinema ventordici volte, quanto piuttosto riguardare le sue dichiarate fonti di ispirazione, come per esempio Taxi Driver, diretto dal regista Martin Scorsese nel 1976.


Trama: afflitto da un'insonnia cronica, un veterano con problemi mentali decide di lavorare come tassista di notte. Il suo desiderio di ripulire la città si rafforza quando incontra Betsy, sostenitrice di un candidato presidenziale, e Iris, prostituta tredicenne...


Cosa si può dire di Taxi Driver che non sia stato detto? Nulla. Basta aprire qualunque libro di cinema, qualunque biografia su Scorsese, qualunque monografia sul film in sé per scoprire un mondo e innamorarsi di una delle pellicole più belle non solo del regista, ma della cinematografia mondiale. Non ho aneddoti legati alla visione di Taxi Driver, sono sincera. E' uno di quei film recuperati dopo essere stata folgorata sulla via di Damasco da Quei bravi ragazzi e mentre l'epopea mafiosa di Ray Liotta e compagnia è roboante, zeppa di glamour e spesso tragicamente divertente, Taxi Driver è "solo" angosciante e cupo, tanto che alla fine della visione avevo preso tutte le immagini e le avevo rinchiuse nella testa e nel cuore per tenerle per me; non mi sarei MAI sognata di consigliare Taxi Driver ai miei amici con l'entusiasmo con cui invece rompevo le scatole per i film di Tarantino, Quei bravi ragazzi, Casino o persino Arancia meccanica. Perché Taxi Driver ti deprime, ti riversa addosso le atmosfere della New York notturna sporca e pericolosa, fatta di papponi, gente che muore senza un perché, tassisti che si fanno scivolare addosso le peggio cose anche se lo sporco di quelle cose gli rimane attaccato addosso, sui vestiti e sui sedili "impiastricciati". E uno di questi tassisti è Travis Bickle, allucinato dalla mancanza di sonno e da problemi mentali che non vengono mai davvero definiti all'interno del film. Un uomo mite (almeno all'inizio), una persona di cui probabilmente non ci accorgeremmo se ci passasse accanto, un essere umano che si guarda attorno e prova schifo per tutto ciò che vede, per la propria soffocante ed ingiusta solitudine, e come tutti noi soffre in silenzio, almeno finché una serie di esperienze negative non lo porta a fare scelte assai drastiche. Possiamo non essere sotto l'effetto di psicofarmaci, per carità, magari non arriveremo mai ad armarci di tutto punto per ripulire le strade, ma Travis Bickle siamo noi, inutile nasconderci dietro un dito.


Siamo noi con le nostre stranezze e il modo goffo di esistere, quando proiettiamo tutte le nostre speranze su qualcuno che colpisce la nostra attenzione, "angelicandolo" come già faceva Dante con Beatrice. La Beatrice di Travis è Betsy, almeno all'inizio, e come la Beatrice dantesca abbiamo a che fare con una bella stronza, non c'è ombra di dubbio. Lusingata dalla corte di quell'uomo particolare, incuriosita forse dai suoi atteggiamenti poco ortodossi, Betsy accetta di uscire con Travis ma non riesce a capirlo e lo rifiuta; lungi da me darle colpe, poveraccia, ché venire portata in un cinema porno da uno sconosciuto al primo appuntamento farebbe strano anche alla sottoscritta, tuttavia Betsy è come la società che circonda Travis, pronta a giudicarlo e lasciarlo di nuovo solo, senza nemmeno fare lo sforzo di ascoltarlo e capirlo. Lo stesso vale per i colleghi (il dialogo tra Travis e Mago dovrebbe far ridere ma è angosciante), lo stesso vale per l'accondiscentente (e falso) senatore Palantine, lo stesso vale per tutti i freaks che popolano New York e viaggiano sui taxi, lo stesso vale per la "scema" Iris, un'innocente dalle ali spezzate che forse è sola e incompresa quanto Travis ma, a differenza sua, non ha la capacità di difendersi o ripulire il mondo né percepisce le ingiustizie che vengono perpetrate nei suoi confronti. Travis è dannatamente solo e più cerca di uscire da quella solitudine più essa lo inghiotte e lo schiaccia. Anche il finale, che in apparenza dovrebbe essere consolante, la vittoria dell'antieroe finalmente accettato per quel che è e "guarito", in realtà non lo è affatto.


Siamo tutti buoni ad applaudire per Arthur Fleck, agente di caos e ribellione, infinitamente glamour nella sua sfiga, tanto da diventare nemesi di Batman, nientemeno. Ma i cinque minuti di gloria di Travis Bickle sono di una tristezza fuori dal comune, resi ancora più amari dalla consapevolezza che lo sfogo di una sera non basterà né a ripulire New York né, tantomeno, a fare di Travis una persona meno sola o più consapevole di sé; sul finale, il sorriso sensuale di Betsy è quello interessato di chi ha per le mani una celebrità e anche se Travis è riuscito a scorgere cosa si cela davvero dentro la ragazza, vedendola per la vanesia superficiale che è, non è detto che sarà così anche in futuro e che il poveraccio riuscirà a farsi degli amici veri, una moglie o una famiglia. Anzi, quei titoli che scorrono continui, coi taxi che non smettono di correre, ci dicono che probabilmente non cambierà nulla, né per Travis, né per New York... e forse nemmeno per Iris, segnata per sempre da una tragedia che l'ha salvata fisicamente dalla droga e dalla prostituzione ma che probabilmente l'ha danneggiata in modi impensabili. E così, ancora oggi, dopo più di 40 anni, esco dalla visione di Taxi Driver un po' più "sporca" e un po' più amareggiata e questo l'ha capito anche il Bolluomo, poverino, il quale "costretto" a guardare il grande capolavoro di Scorsese per la prima volta l'ha rigettato senza riuscire a farselo piacere, così cupo e pessimista com'è, così focalizzato su un personaggio difficile da decifrare, così fuori dal mondo e allo stesso tempo ancora così tristemente, maledettamente attuale senza essere né ruffiano né costruito ad arte per piacere e fare discutere.


Del regista Martin Scorsese, che interpreta anche il passeggero che spia la moglie alla finestra, ho già parlato QUI. Robert De Niro (Travis Bickle), Peter Boyle (Mago), Albert Brooks (Tom), Jodie Foster (Iris) e Harvey Keitel (Sport) li trovate invece ai rispettivi link.

Cybill Shepherd interpreta Betsy. Americana, la ricordo per film come L'ultimo spettacolo, La dea del successo, inoltre ha partecipato a serie quali Moonlighting e Criminal Minds. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 69 anni e un film in uscita.


Taxi Driver è stato nominato per quattro Oscar senza vincerne nemmeno uno: Miglior Film (quell'anno ha vinto Rocky, nientemeno), Robert De Niro come Miglior Attore Protagonista (andato postumo a Peter Finch per Quinto Potere), Jodie Foster come Miglior Attrice Non Protagonista (ha vinto Beatrice Straight, sempre per Quinto Potere, ma quell'anno era candidata anche Piper Laurie per Carrie - Lo sguardo di Satana) e Miglior Colonna Sonora Originale, l'ultima peraltro scritta da Bernard Herrmann, morto dopo poco. Il ruolo di Travis Bickle era stato offerto a Dustin Hoffman, che lo ha rifiutato per poi pentirsene negli anni a venire mentre Harvey Keitel avrebbe dovuto interpretare Tom ma è finito a fare il pappone; la stessa Tippi Hedren ha invece impedito a Melanie Griffith di accettare la parte di Iris nonostante la figlia fosse la prima scelta per interpretarla (la seconda era Linda Blair) quando il regista avrebbe dovuto essere Brian De Palma. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Lo sciacallo - Nightcrawler, Drive e You Were Never Really Here. ENJOY!

domenica 13 ottobre 2019

Non succede, ma se succede... (2019)

Spinta da un trailer simpatico e dalla presenza di Seth Rogen ho recuperato Non succede, ma se succede... (Long Shot), diretto dal regista Jonathan Levine.


Trama: Fred Flarsky, integerrimo giornalista dalle forti idee liberali, scopre che la sua ex babysitter è diventata la segretaria di stato. Dall'incontro fortuito tra i due nasce un'improbabile collaborazione quando la donna decide di far scrivere a Fred i propri discorsi...


Il Long Shot del titolo originale indica una cosa improbabile (mai quanto la sua traduzione italiana, chevvelodicoaffare.). Fred Flarsky sarebbe contento se iniziassi il post dicendo che il Longshot della Marvel era un mutante col dono della fortuna, capace di volgere le situazioni più improbabili in suo favore, e l'improbabilità è un po' il filo conduttore della commedia di Jonathan Levine. Nell'America Trumpiana, nel MONDO Trumpiano, che la bella segretaria di stato Charlotte Field riesca a fare le scarpe allo stupido e vanesio presidente americano pur essendo donna, giovane e bella, magari mostrando al mondo intero il suo fermo impegno di lottare per l'ambiente, è improbabile. Ancor più improbabile un sistema basato sulla meritocrazia, che vede un paria come Fred Flarsky ritrovarsi nei panni di ghost writer della donna più potente del mondo. Se poi aggiungiamo che il paria in questione ha il volto barbuto e gioviale di Seth Rogen mentre lei la bellezza surreale di Charlize Theron, e tra i due piano piano nasce una splendida storia d'amore a base di canzoni dei Roxette e inconfessabili affinità, beh, è ovvio che il long shot diventa ancora più "long", ma il bello del cinema è anche la possibilità di abbandonarsi e sognare un mondo migliore, pieno di Fred e Charlotte innamorati e al potere, ché francamente le varie Kate, William, Harry e Meghan, glamour e cacafigli, hanno davvero un po' rotto le palle. Non c'è vergogna quindi nell'abbandonarsi all'improbabile universo creato da Levine e soci, che mescola l'umorismo "grezzo" e citazionista tipico di un film di e con Rogen alla leggerezza di una romcom adatta un po' a tutti i palati, soprattutto a quelli femminili, che potranno prendere a modello la Theron come donna innamorata ma forte, alla quale nessuno riesce a mettere i piedi in testa. Un gioco di contrasti e incastri che, a dire il vero, la tira anche troppo per le lunghe (il film avrebbe potuto durare anche mezz'ora di meno, tranquillamente) ma che comunque regala parecchie risate e, a patto di non essere totalmente cinici e disillusi, anche un po' di sano ottimismo se non addirittura flebili speranze.


Poi, insomma, sapete che se c'è di mezzo Rogen io non faccio testo e divento di parte. Ammetto pubblicamente che tra Seth Rogen e un Alexander Skarsgård dall'accento franzoso e la risata inquietante, io sceglierei ciccio Rogen tutta la vita, col suo vocione roboante e l'umorismo da tredicenne, e anche se un po' lo odio per lammerda che è diventato Preacher (che orrore quest'ultima stagione) me lo terrei volentieri sul comodino per abbracciarlo quotidianamente nemmeno fosse un orsacchiotto formato famiglia. Peccato non essere la Theron, che vi devo dire. Eppure, nonostante, anche lì, i due assieme siano la coppia più improbabile del creato, l'alchimia funziona eccome. La bella Charlize Theron aveva già dimostrato di sapersi prendere in giro nel dimenticabile Un milione di modi di morire nel west, dove peraltro era affiancata, anche lì, da un partner non particolarmente bello e pure un po' sfigato, ed evidentemente Talia è stata molto generosa con lei, perché l'attrice dimostra di divertirsi e sapersi divertire senza perdere un'oncia della sua eleganza, persino nelle situazioni dove il suo personaggio mostra la natura di "ronzino" sotto la maschera della statista. A proposito di maschere. Quando nel cast ho letto il nome di Andy Serkis ho avuto l'istinto di riguardare l'intero film dall'inizio alla fine, perché giuro che non l'ho proprio riconosciuto. Ma divago, perdonatemi. In soldoni, Non succede, ma se succede... è uno di quei film perfetti per una serata davanti alla TV. Il mio consiglio è aspettare che venga messo in catalogo su qualche servizio di streaming, perché al cinema non val la pena andare, a meno che non lo proiettino in v.o., ché sapete quanto la voce di Rogen sia troppo particolare perché Simone Mori, la cui inflessione rende i personaggi interpretati dall'attore più cretini di quanto non siano (d'altronde era il doppiatore di Ross, e chi è più sfigato di Ross??), le tributi il giusto onore.


Del regista Jonathan Levine ho già parlato QUI. Charlize Theron (Charlotte Field), Seth Rogen (Fred Flarsky), Bob Odenkirk (Presidente Chambers), Andy Serkis (Parker Wembley), Alexander Skarsgård (Primo ministro James Stewart) e Lisa Kudrow (Katherine) li trovate invece ai rispettivi link.

June Diane Raphael interpreta Maggie Millikin. Americana, ha partecipato a film come Zodiac, Anchorman 2 - Fotti la notizia e The Disaster Artist, inoltre ha lavorato come doppiatrice in BoJack Horseman, I Muppet, American Dad! e Big Mouth. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 39 anni e un film in uscita.


Randall Park interpreta il capo di Fred. Americano, ha partecipato a film come The Interview, The Disaster Artist, Ant- Man and the Wasp, Aquaman e serie come Alias, E.R. Medici in prima linea, Dr. House, Beautiful, Cold Case e CSI - Scena del crimine, inoltre ha lavorato come doppiatore in Robot Chicken e BoJack Horseman. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 45 anni e tornerà nell'universo Marvel con la serie WandaVision.




venerdì 11 ottobre 2019

Re per una notte (1982)

Presa dall'atmosfera jokeriana, qualche sera fa ho deciso di riguardare Re per una notte (The King of Comedy), diretto nel 1981 dal regista Martin Scorsese.


Trama: Rupert Pupkin, un nullafacente con ambizioni da comico, cerca in tutti i modi di attirare l'attenzione del famosissimo Jerry Langford per poter partecipare al suo show.


Re per una notte è universalmente conosciuto come il primo, vero flop commerciale di Scorsese e lo stesso regista nel corso degli anni ha dichiarato di essersi pentito di averlo girato, vuoi per problemi di salute, vuoi per problemi sul set, vuoi per la follia intrinseca nel film in sé. Se posso permettermi di contraddire il Maestro, è vero che Re per una notte non rientrerà mai nel mio novero dei suoi film preferiti, tuttavia è comunque una pellicola interessante, assai legata ai temi tanto cari al regista. Anche qui, infatti, abbiamo un protagonista estraneo al tessuto sociale che lo circonda e terrorizzato all'idea di uscire dalla sua comfort zone che in questo caso, attenzione, non è legata all'ambito familiare nonostante Rupert viva solo con mammà (la madre opprimente farà la felicità dei fan di The Big Bag Theory), quanto proprio ai suoi sogni e alle sue ambizioni di diventare qualcuno, di essere un comico famoso al pari di Jerry Langford, l'idolo televisivo dell'America intera. Rupert Pupkin, baffetto da sparviero, completi sgargianti e faccia da schiaffi, è il prototipo dell'individuo affetto da manie di grandezza, talmente convinto di essere importante e necessario che le sue illusioni hanno smesso di essere separate dalla realtà, tanto che i suoi colloqui immaginari con Jerry Langford arrivano ad influenzarla come se fossero avvenuti davvero; per il modo in cui si rapporta con gli altri, Pupkin risulta spesso un personaggio odioso e sfiancante, meritevole di venire preso a schiaffi per ore, eppure l'aspetto interessante della sceneggiatura di Paul Zimmerman è il modo in cui i due personaggi principali rifuggono le etichette e i giudizi tranchant. Pupkin è odioso ma "simpatico", ingenuo nella sua continua ricerca del successo a tutti i costi, e la sua dichiarazione finale (meglio Re per una notte che buffone per tutta la vita) stringe il cuore, perché è il pensiero recondito di qualsiasi normale "fallito", messo da parte perché strano ed inquietante quando magari avrebbe davvero, dentro di sé, la stoffa per emergere se solo gliene venisse data l'occasione.


La furbizia della sceneggiatura di Zimmerman risiede nel non far ascoltare, fino all'ultimo, il contenuto degli eventuali monologhi comici di Pupkin, il quale risulta così assillante senza motivo e ridicolo, cosa che ci spinge ad abbracciare il razionale punto di vista di Jerry Langford e della sua bella assistente, oltre ad empatizzare con lo showman. Il povero Langford, infatti, per tutto il film viene costretto a subire le attenzioni sgradite non solo di Pupkin e della sua "alleata" Masha, ma anche delle persone per strada, convinte di "possederlo" in quanto personaggio famoso e di potergli chiedere qualunque cosa in virtù della sua posizione privilegiata ("ti venisse il cancro!!"); in realtà, Langford è un uomo comune, né migliore né peggiore degli altri, con tutti i diritti di avere la sua privacy nonostante lo status di "star"... eppure, sul finale, ci ritroviamo anche a pensare che Jerry avrebbe potuto evitare tutta l'ordalia subita se solo avesse dato una possibilità a Rupert, concedendogli un minimo cenno d'interesse, ad ecco che l'empatia si sostituisce ad un pizzico di antipatia per la sua spocchia "immotivata". Così va il mondo, siamo tutti umani e sognatori, pronti giustamente a metterci nei panni dei più sfortunati anche se non ce ne sarebbe motivo, soprattutto se gli sfortunati in questione sono dei matti da primato, e Re per una notte gioca proprio su questa contraddizione, rivelandosi così più interessante e meno sciocco di quanto non appaia.


Il viaggio allucinante ed allucinato di Re per una notte, con la sinergia perfetta tra Scorsese e la Schoonmaker, artefici di sequenze nelle quali realtà e fantasia si compenetrano, i cartonati all'interno di una stanza chiusa diventano un enorme salotto televisivo e il buon vecchio tubo catodico inghiotte interamente lo schermo cinematografico, non esisterebbe senza due grandi attori come Robert De Niro e Jerry Lewis. Il primo è istrionico e sfiancante, dall'inizio alla fine, nei suoi monologhi o quando duetta con una folle e incazzatissima Sandra Bernhard; mi sarebbe piaciuto ascoltare la voce originale ma purtroppo ho recuperato il film solo in italiano e debbo fare i complimenti alla bonanima di Ferruccio Amendola per il tour de force, ché più che un personaggio scorsesiano Rupert Pupkin sembra stato concepito da Tarantino per la sua devastante logorrea. A fargli da contraltare c'è Jerry Lewis, favoloso esempio di come un attore comico possa dare tanto, anzi, tantissimo a un film drammatico. Abituati come siamo ai suoi ruoli da Picchiatello, vedere un Jerry Lewis serio e appesantito è abbastanza scioccante, anche perché se Rupert non smette un secondo di parlare, Langford sta spesso in silenzio, preferendo comunicare attraverso sguardi di puro odio, disprezzo ed esasperazione, quasi la sua sanità mentale rischiasse di spezzarsi ogni volta che Pupkin ciccia fuori come un pupazzo a molla (magistrale la sequenza in cui Pupkin si presenta, non invitato, a casa del comico, quasi interamente improvvisata, con reazioni genuine da parte di Jerry Lewis). Insomma, alla fin della fiera mi ritrovo a dover ringraziare Todd Phillips e il suo Joker, perché senza quest'opera probabilmente non avrei mai più riguardato Re per una notte e sarebbe ingiustamente finito nel dimenticatoio: sfruttate la risonanza mediatica di Joker e recuperatelo, o guardatelo se non lo avete mai visto, ne vale la pena!


Del regista Martin Scorsese, che compare in un piccolo cameo nei panni del regista dello show, ho già parlato QUI mentre Robert De Niro (Rupert Pupkin) lo trovate QUA.

Jerry Lewis interpreta Jerry Langford. Americano, lo ricordo per film come Il nipote picchiatello, Ragazzo tuttofare, L'idolo delle donne, Le folli notti del dottor Jerryll, I 7 magnifici Jerry e Bentornato, picchiatello!, inoltre ha partecipato a serie come Batman, Innamorati pazzi e doppiato un episodio de I Simpson. Anche sceneggiatore, cantante, regista e produttore, è morto nel 2017, all'età di 91 anni.


Sandra Bernhard interpreta Masha. Comica americana, ha partecipato a film come Hudson Hawk - Il mago del furto, Il fuggitivo della missione impossibile, Zoolander e a serie quali Alfred Hitchcock presenta, I viaggiatori delle tenebre, I racconti della cripta, Clueless, Highlander, Ally McBeal, I Soprano, Will & Grace, Pappa e ciccia e American Horror Story, oltre ad aver lavorato come doppiatrice in Hercules, American Dad! e I Griffin. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 64 anni.


Nel film compaiono i genitori di Martin Scorsese, la mamma solo come voce della madre di Rupert e il papà tra gli avventori del bar nell'ultima scena; Diahnne Abbot, che interpreta Rita, è stata moglie di Robert De Niro dal 1976 (anno in cui è uscito Taxi Driver, dove l'attrice fa una comparsata) al 1988. A prendere in giro Rupert quando litiga con Masha ci sono invece Mick Jones, Joe Strummer, e Paul Simonon, membri dei Clash, mentre Liza Minnelli avrebbe dovuto comparire come guest star e cantare New York, New York ma di lei è rimasto solo un cartonato. Tra coloro che "non ce l'hanno fatta" segnalo anche Meryl Streep, che ha rinunciato al ruolo di Masha. Detto questo, se Re per una notte vi fosse piaciuto potreste recuperare Man on the Moon. ENJOY!

giovedì 10 ottobre 2019

(Gio)WE, Bolla! del 10/10/2019

Buon giovedì a tutti! Con enorme rammarico mi tocca constatare che a Savona non è uscito lo splendido Hole - L'abisso, che vi consiglio di recuperare a prescindere. Per il resto, a noi poveri sfigati di provincia cosa è toccato in sorte? ENJOY!

Gemini Man
Reazione a caldo: nemmeno se me pagano
Bolla, rifletti!: Ang Lee è impazzito ed è diventato un tamarro. Will Smith m'è sempre stato sulle palle e in questo film l'hanno raddoppiato, nientemeno. Devo continuare?

Non succede, ma se succede... 
Reazione a caldo: Sì, però...
Bolla, rifletti!: ... però non al cinema. Già sarà una sciocchezzuola, devo anche beccarmi l'adorato ciccio Rogen DOPPIATO?? Non scherziamo.

Brave ragazze
Reazione a caldo: ahahaahahahahnno.
Bolla, rifletti!: Heist movie italiano al femminile. Come con Gemini Man, devo davvero continuare ad elencare i motivi per cui lo eviterò come la peste?

Molto più interessante la programmazione del cinema d'élite!

Le verità
Reazione a caldo: wow!
Bolla, rifletti!: Il debutto occidentale di Koreeda, fatto di primedonne e legami familiari, tra risentimento e occasioni perdute ma anche con un pizzico di innocenza. Interessantissimo, spero di riuscire a vederlo!

mercoledì 9 ottobre 2019

Nell'erba alta (2019)

La settimana scorsa è uscito su Netflix un altro adattamento di un racconto di Stephen King (scritto in combo col figlio Joe Hill), Nell'erba alta (In the Tall Grass), diretto e co-sceneggiato dal regista Vincenzo Natali.


Trama: attirati dalla richiesta di aiuto di un bambino, una donna incinta e suo fratello si infilano in un campo di erba alta dal quale non riusciranno più ad uscire.


Cominciamo il post con la necessaria premessa: purtroppo Nell'erba alta è una delle pochissime opere di King che devo ancora leggere, persa nel limbo di un periodo in cui non avevo neppure idea di cosa fossero degli e-book. Per noi amanti del cartaceo il racconto è appena stato inserito nell'ultima raccolta di Joe Hill, A tutto gas, che uscirà proprio nei prossimi giorni, quindi rimedierò prestissimo alla mancanza, ma nel frattempo parliamo del film di Vincenzo Natali, un trip psichedelico mica da ridere. Anzi, forse troppo psichedelico, e come tutte le cose psichedeliche a un bel momento scivola anche nel ridicolo involontario e dispiace che a farsene veicolo, assieme ad una pietra cappelliforme, sia un Patrick Wilson a cui hanno messo in bocca i dialoghi probabilmente più ridicoli della sua carriera. Ma facciamo un passo indietro, senza fare troppi spoiler. Nell'erba alta è un horror che, fin dalle prime scene, gioca con una claustrofobia strisciante e con l'atavico terrore umano di perdersi in un luogo da cui è impossibile uscire, inserendo a un certo punto un altro terrificante elemento horror, ovvero bambini ambigui ed inquietanti; tre elementi che, già da soli, a mio avviso sarebbero più che sufficienti per creare un'opera valida, a saperci ricamare sopra. L'inizio di Nell'erba alta sembrerebbe mantenere queste promesse, perché i due fratelli protagonisti, già resi più indifesi dal fatto che la ragazza è incinta, vengono subito separati e frastornati da un delirio di suoni distorti, prospettive spaziali falsate, mentre il sole picchia come un fabbro ferraio e l'apparente semplicità di un campo d'erba alta si trasforma in un incubo verde che, peraltro, ai fan di King potrebbe tranquillamente ricordare l'habitat di "Colui che cammina tra i filari", soprattutto grazie alla presenza di questo bimbo onnisciente, che parla di "cose morte che non possono essere spostate".


L'unico problema è che poi queste premesse vengono sì mantenute, ma anche inutilmente (a mio avviso, ci mancherebbe) complicate da mille altri elementi atti a rendere l'opera più cervellotica di quello che è, arrivando a toccare picchi di "lostitudine" non da poco e a frastornare lo spettatore costringendolo a non staccare gli occhi dallo schermo nemmeno per un istante, ché ci vuole pochissimo a perdere qualche elemento fondamentale (avete idea di quanti siti stiano spiegando il finale del film in questi giorni?). Insomma, l'erba alta a un certo punto viene pompata a steroidi di follia quasi messianica con paradossi e si fa esasperante, ma d'altronde dallo sceneggiatore di The Cube non mi sarei aspettata nulla di meno. Quanto alla regia, è palese che a Natali piacciano le sequenze allucinanti e allucinate, all'interno delle quali l'ingerenza della CGI si fa sentire dando un po' l'idea di posticcio ma riuscendo comunque ad impressionare lo spettatore; il pre-finale, per esempio, è un delirio di corpi striscianti, violenza e sangue, anche se il tutto è immerso in una fotografia talmente buia che a volte non si riesce ad avere proprio un quadro completo della situazione. Più interessanti ed inquietanti le scene iniziali, a dimostrazione che spesso l'orrore si insinua maggiormente sottopelle quando viene mostrato in pieno sole, proprio quando crediamo di essere più al sicuro: bastano voci che si allontanano anche se noi rimaniamo fermi, basta vedere andare in frantumi ogni nostra convinzione di poter tornare a una vita normale, bastano sinistri presagi per far davvero paura. Un peccato che questo Natali lo abbia dimenticato per strada e si sia perso in quello stesso labirinto d'erba alta che avrebbe dovuto avvincere lo spettatore per non lasciarlo più. Per carità, come originale Netflix è uno dei più interessanti visti finora e di sicuro intrattiene dall'inizio alla fine, però il suo desiderio di voler strafare lo condanna ad essere poco più di un complicato divertissement, buono magari per scervellarsi il giorno dopo con in colleghi d'ufficio. Ma se volete, per quello su Netflix c'è sempre Dark!


Di Patrick Wilson, che interpreta Ross Humboldt, ho già parlato QUI

Vincenzo Natali è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Cube - Il cubo, Splice, ABCs of Death 2 ed episodi di serie quali PSI Factor, Hannibal, Wayward Pines, Luke Cage, The Strain e American Gods. Anche produttore e attore, ha 50 anni.


Laysla De Oliveira, che interpreta Becky, ha ottenuto il ruolo di Dodge nella serie Locke & Key, tratta dal fumetto omonimo di Joe Hill e Gabriel Rodriguez, di cui due episodi dovrebbero essere diretti proprio da Vincenzo Natali; ancora non si sa quando uscirà la serie su Netflix, se mai uscirà, ma di sicuro, avendo adorato il fumetto, l'aspetto con trepidazione assieme a possibili nuove storie cartacee. Passando ad altro, Patrick Wilson ha sostituito all'ultimo James Marsden, impegnato nelle riprese di C'era una volta a... Hollywood nel ruolo di Burt Reynolds, alla fine tagliato. Detto questo, se Nell'erba alta vi fosse piaciuto perché non provate a recuperare Cube - Il cubo? ENJOY!


martedì 8 ottobre 2019

Joker (2019)

In ritardo rispetto a tutti coloro che si sono scapicollati a recuperarlo il primo giorno di uscita quando non addirittura alle anteprime, arrivo ad esprimere un'impopolare (e SPOILER FREE) opinione sul Joker diretto e co-sceneggiato dal regista Todd Phillips.


Trama: Arthur Fleck vive solo con la madre, ha problemi neurologici e vorrebbe fare il comico. Il destino lo porterà a diventare invece il Joker.



Fresco della vittoria del Leone d'Oro all'ultimo festival di Venezia, Joker è diventato in tre giorni il film sulla bocca di tutti, facendo sanguinare il cuore di Nolan, bello lui, che credeva di aver creato assieme a Heath Ledger il Joker migliore di sempre. E' bastata l'inquietantissima risata di un Joaquin Phoenix in stato di grazia per convertire migliaia di fedeli che hanno subito calpestato il santino di Nolan, dichiarando pubblicamente che "Joker è l'unico, vero cinecomic" nello stesso periodo in cui Martin Scorsese (che, attenzione, AVREBBE DOVUTO produrre Joker ma alla fine non l'ha fatto) veniva lapidato dai nerd di tutto il mondo i quali, leggendo i titoli dei vari articoli sensazionalisti sul web, si sono ritenuti offesi dalle sue dichiarazioni sgarbate sui loro beniamini del MCU ("I film di supereroi non sono cinema". Martin, che ne sai tu di Cinema, come ti permetti??). La cosa fa un po' ridere, in effetti. Tutti ad osannare Joker e a insultare Scorsese, peccato che il film di Phillips è scorsesiano (almeno nello stile e nella superficie della narrazione) dall'inizio fino a quasi alla fine, ché a un bel momento abbiamo deciso di ispirarci a The Purge e attaccarci con lo sputo il link a Batman, altrimenti giustificare un titolo come "Joker" invece di "Arthur" sarebbe stato un po' difficile. Prima di proseguire col mio ragionamento che non interesserà a nessuno, fatemi mettere le mani avanti. A me Joker è piaciuto non molto, moltissimo. E' uno dei pochi film recenti (gli altri due sono stati C'era una volta a Hollywood e sì, anche Midsommar - Il villaggio dei dannati) ad avermi calamitata allo schermo con un'intensità tale da farmi rimanere a bocca aperta per tutta la durata del film, in virtù dello One Man Show di un Joaquin Phoenix meraviglioso, tragico, squallido e bellissimo, terrificante e vanesio come il Joker di Jack Nicholson e affascinante come quello di Jared Leto non potrebbe mai essere, nemmeno in diecimila anni. Per tutto il film Phoenix ride, preda di un dolore che gli serra la gola ed enfatizza ogni ruga, balla con quel corpo emaciato eppure flessuoso come quello di un ballerino, limona sigarette, corre via dall'orrore della società per farsi orrore lui stesso, arrivando a gioire realmente solo davanti al sangue che scorre e alla violenza di strade che, finalmente, arrivano a considerarlo vivo e reale. Però. Però, però, però.


Qualche giorno fa leggevo un libro molto simpatico ed interessante che consiglierei a tutti: Save the Cat! Manuale di sceneggiatura di Blake Snyder. Il titolo fa un po' ridere ma, riassumendo, Snyder diceva che affinché il pubblico arrivi a tifare per il protagonista, quest'ultimo deve compiere delle imprese eroiche o comunque fare del bene, essere di base "buono" (salvare, per l'appunto, il gatto). Quando ciò non succede (il libro prendeva come esempio Aladdin, il cui protagonista è un ladro, ma io potrei fare l'esempio del Corvo, l'antieroe per eccellenza, oppure, sempre rimanendo in ambito "cinecomic" quando ancora non si chiamavano così, The Mask), bisogna far sì che il protagonista si trovi davanti gente peggiore di lui. Ed effettivamente, guardando Joker domenica, mi ritrovavo a sorridere non solo della semplicità del ragionamento alla base della sceneggiatura di Todd Phillips e Scott Silver, ma anche della facilità con cui noi spettatori moderni ci lasciamo gabbare, privi come siamo di memoria storica e ridotti a reagire con veemenza solo davanti a ciò che ci viene sbattuto in faccia chiaro come il sole, positivo o negativo che sia. Artur Fleck è un mix di due antieroi scorsesiani, Travis Bickle di Taxi Driver e Rupert Pupkin di Re per una notte. Ora, Re per una notte l'ho visto solo una volta e non lo ricordo molto, lo ammetto, benché sia bastato per farmi saltare all'occhio ogni similitudine (scusate ma visto che alcuni sul web scoprono l'acqua calda vantandosi di aver notato SPOILER come la nascita di Joker avvenga in contemporanea a quella di Batman FINE SPOILER io a sti punti mi vanto di aver colto il "contrappasso" imposto a De Niro dopo aver rapito Jerry Lewis) ma Taxi Driver lo conosco bene e più che le similitudini qui si coglie proprio la diversa caratura dei due film in fase di scrittura. Per farci empatizzare con Arthur Fleck, gli sceneggiatori gli scaricano addosso non solo ogni sfiga ma lo rendono la valvola di sfogo di ogni stronzo sul pianeta, spesso in maniera immotivata, un punchball non solo verbale ma anche fisico, al punto che quando il ragazzo sbrocca lo si può anche capire, poverello. Provate un po' a riguardare Taxi Driver. E' vero, Travis viene "preso in giro" dalla bella Cybill Shepherd, trattato come una pezza da piedi dal capo di lei, considerato invisibile dalla maggior parte delle persone che lo circondano, eppure la sete di giustizia che lo porta a farsi purificatore della società parte dalla sua alterata percezione della stessa, non dalla cattiveria altrui: la colpa di Betsy, ad esempio, è solo quella di essersi avvicinata a Travis per il "brivido" di uscire con un working class man ma possiamo biasimarla se, una volta portata in un cinema porno da un uomo incapace di integrarsi nella società proprio a causa della società stessa, la bionda decide di scappare inorridita? Quanto al pappone di Harvey Keitel, perlomeno Travis ci prova a ripulire il mondo non solo per sé ma per gli altri, mentre Arthur Fleck agisce solo per se stesso, per mettere al loro posto quelli che lo hanno trattato male. Più che antieroe, un bimbo che sbatte i piedi per terra, affascinante quanto volete, spesso degno di venire compatito, ma poco apprezzabile.


E qui parte la mia perplessità sulla "morale" finale di Joker. Pur prendendo questo film come un elseworld DC, scollegato dalla continuity ufficiale di Batman o delle pellicole che ne sono state tratte, alla fine della fiera era meglio un Joker misterioso e dimentico egli stesso del suo passato, alterato dalla pazzia, ridicolo quanto l'uomo pipistrello e folle quanto lui, invece di un Travis Pupkin con mommy/daddy issues, giustificato nelle sue azioni da un passato e presente atroci, nemmeno fosse la nuova Maleficent disneyana. E che dire, poi, della svolta populista di una New York (scusate. Gotham City) sporca, povera e squallida, dove il ricco viene visto male "solo" perché ha i soldi e dove basta UN singolo evento casuale per portare alla nascita di uno Sfogo al contrario? Io capisco i dialoghi reiterati a base di "noi siamo i dimenticati, nessuno ci considera, siamo inutili alla società, nessuno ci vede", li abbraccio e spendo anche una lacrima, però Arthur è malato di mente e, come ho detto sopra, in definitiva pensa solo a prendersi una rivincita personale, gli altri che scusa hanno? Insomma, come discesa nella follia Joker è un film da manuale (anche troppo) ma per il resto è di una superficialità che, lo ammetto, trovo più "disturbante" della risata del protagonista. Vero, purtroppo è anche lo specchio dei tempi in cui viviamo, forse per questo Joker è riuscito ad incantare le platee di mezzo mondo, rinnegando la sua natura di cinecomic pur sfruttando, biecamente, il richiamo commerciale del nome che porta. Da parte mia, credo che il Cinema potrà continuare a esistere anche dopo il film di Phillips e sono convinta che prima o poi arriveranno altri autori che preferiranno abbandonare la serialità di un progetto alla MCU per concentrarsi su uno one shot dalle atmosfere particolari (diciamo che è quello che succede già nei comics, nulla di nuovo sotto il sole, e ricordo che è successo anche con Logan - The Wolverine, anche se lì il film era comunque inserito all'interno di un progetto più ampio), basta solo che ci siano Studios e produttori lungimiranti in grado di permetterlo. Allora, forse, smetteremo di inneggiare al miracolo per un film come Joker: bello, anzi, bellissimo, ma troppo pigro e debitore delle atmosfere della New Hollywood per poter essere veramente innovativo, anche se probabilmente la Academy mi darà torto come hanno fatto quasi tutti gli spettatori.


Del regista e co-sceneggiatore Todd Phillips ho già parlato QUI. Joaquin Phoenix (Arthur Fleck), Robert De Niro (Murray Franklin), Frances Conroy (Penny Fleck), Shea Whigham (Detective Burke) e Brian Tyree Henry (Carl, l'impiegato dell'Arkham) li trovate invece ai rispettivi link.

Brett Cullen interpreta Thomas Wayne. Americano, ha partecipato a film come Apollo 14, Qualcosa di cui... sparlare, Ghost Rider, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, Paradise Beach - Dentro l'incubo e a serie quali L'incredibile Hulk, MASH, Uccelli di rovo, Visitors, Freddy's Nightmares, Alfred Hitchcock presenta, I racconti della cripta, Ally McBeal, Oltre i limiti, Walker Texas Ranger, Cold Case, Desperate Housewives, Monk, CSI:Miami, Ghost Whisperer, Lost, Criminal Minds, CSI - Scena del crimine, Under the Dome e True Detective. Anche produttore, ha 63 anni e un film in uscita.


Zazie Beetz, che interpreta Sophie Dumond, aveva già partecipato a Deadpool 2 nei panni di Domino. Viggo Mortensen ha rifiutato il ruolo di Thomas Wayne e Frances McDormand quello di Penni Fleck, mentre Alec Baldwin ha rinunciato a interpretare Wayne per impegni pregressi; una fortuita serie di coincidenze ha permesso invece a De Niro di partecipare, laddove sia Martin Scorsese che Leonardo di Caprio hanno dovuto rinunciare al film perché impegnati rispettivamente con The Irishman e C'era una volta a Hollywood. Detto questo, se Joker vi fosse piaciuto recuperate i pluricitati Re per una notte, Taxi Driver e anche You Were Never Really Here. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...