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venerdì 13 marzo 2026

F1 - Il film (2025)

All'uscita lo avevo snobbato ma, a fronte delle 4 candidature all'Oscar (Miglior film, Migliori effetti special, Miglior montaggio e Miglior sonoro), sono stata costretta a recuperare F1 - Il film (F1: The Movie), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joseph Kosinski.


Trama: Sonny Hayes, ex pilota prodigio della Formula 1, viene richiamato in servizio da un vecchio amico, ora proprietario della squadra più scarsa del campionato, per risollevarne le sorti..


Che mi sarebbe toccato recuperare un film come F1 durante la già durissima Oscar Death Race non l'avevo minimamente preventivato. Che il film di Kosinski sarebbe addirittura arrivato a contendersi con opere ben migliori una statuetta per Miglior film mi offende nel profondo ma, si sa, storia che vince non si cambia e già qualche anno fa Top Gun: Maverick aveva fatto faville, quindi perché non sarebbe dovuta andare così anche stavolta? Sì, dall'acredine con cui scrivo si capisce che F1 non mi è proprio piaciuto. O, meglio, non è il film che fa per me. Nulla da dire su regia, effetti speciali, sonoro, montaggio e fotografia. F1 è un film tecnicamente ineccepibile, da vedere senza ombra di dubbio su grande schermo; immagino che l'esperienza in sala desse l'idea di trovarsi all'interno dell'abitacolo di una macchina da corsa a sfrecciare sui circuiti più famosi del mondo, e credo che per gli appassionati di Formula 1 un film simile sia stato una scossa di adrenalina emozionante dall'inizio alla fine. Io, che mi annoiavo ogni volta che mio padre cercava di guardare in TV un gran premio, questa emozione non l'ho ovviamente percepita, e mi sono ritrovata seduta sul divano a sorbirmi l'ennesima storia di riscatto e caduta, DUE ORE E TRENTACINQUE durante le quali lo stesso pattern si ripete due volte (ma non bastava una, Cristo, così il film sarebbe durato "solo" due ore?). Maver, ehm, Sonny è un pilota che non ce l'ha fatta, rimasto vittima di un tremendo incidente quando la sua carriera in Formula 1 stava per decollare, e che da allora ha vissuto guidando qualsiasi cosa su cui riusciva a mettere le mani, dall'Ape di mio padre alla Lambretta di Russell Crowe. Trent'anni dopo, l'ex collega Ruben, proprietario della squadra più scalcinata del campionato, va a chiedergli di risollevare le sorti di una squadra con due problemi fondamentali: le loro macchine sono dei ceraffi e il pilota di punta è un giovanotto indisponente che pensa solo ai social, grazie anche a un P.R. "bruv" che sarebbe da calcioruotare in tempo zero. Maver, ehm, Sonny si rivela, neanche a dirlo, un testa di cazzo ma con un cuore grande così e il volto di old man Pitt, il quale ci mette poco a conquistare il cuore dell'intera squadra e soprattutto quello della capameccanica donna, spingendola a trasformare il ceraffo in un mezzo guidabile. Ci mette un po' di più con il giovane Roost, ehm, con Joshua, ma non è nulla che due mezze tragedie ben piazzate alla bisogna non riescano a sistemare: patapim e patapam, il finale con lacrima strappastorie annessa in cui tutti brindano con Crystal, my moto and a couple of beyotches, why not? (cit.), è garantito.


Come ho scritto sopra, la trama del film è trita e ritrita, ma c'è di buono che, come già in Top Gun: Maverick, gli attori sono stati davvero infilati all'interno di monoposto modificate e guidano a rotta di collo con apposite telecamere a riprendere le loro reazioni e tutto ciò che scorre attorno all'auto da corsa, il che enfatizza molto la verosimiglianza del tutto. Inoltre, molte riprese sono state effettuate nel corso di vere gare di Formula 1 (d'altronde tra i produttori del film, se non ho visto male, figura Lewis Hamilton) quindi lo sforzo tecnico e produttivo è sicuramente da ammirare, sarei disonesta a dire il contrario. Però, a me l'intera operazione è sembrata un po' un'immensa, glaciale marchetta non solo per la Formula 1 e i suoi protagonisti reali, ma per Las Vegas e Dubai in primis, e per tutta quella serie di marchi famosi più o meno sbattuti in faccia allo spettatore i quali, sicuramente, avranno sganciato milioni di dollari per poter comparire almeno in un fotogramma. Gli attori coinvolti fanno il loro dovere, niente di più, niente di meno. Brad Pitt, invecchiato ma sempre figo, indossa la comoda coperta di un rustico dal cuore tenero, che affronta traumi e dolore con una vena di menefreghismo ed ironia, salvo sciogliersi in melense confessioni con la patata di turno. La patata di turno, per l'appunto, pur con tutta la cazzimma di un cervello tecnico di donna in carriera, l'ironia, il saldo desiderio di indipendenza, è destinata fin dalla prima inquadratura a fungere solo da love interest per il protagonista, e diventa sempre più "girlie" col passare del tempo, così ci siamo persi pure Kerry Condon, sacrificata nei panni di "bionda attrice intercambiabile". Il giovane Damson Idris e Javier Bardem sono infine l'esempio più fulgido di typecasting e fanno tutto ciò che le loro origini etnico-linguistiche richiedono loro, interpretando rispettivamente la testa calda di colore con mammà e crew a seguito e il miliardario "caliente" e un poco loco, disprezzato dai membri conservatori del consiglio di amministrazione. Ah, c'è anche un "villain", ma è talmente poco incisivo che non ve ne parlo nemmeno. Insomma, per quanto mi riguarda F1 è stato uno spreco di tempo, una mera tacca da aggiungere alla Oscar list senza infamia né lode, ma sono certa che per molti sarà un film bellissimo ed imprescindibile. Lo capisco e lo accetto ma, come si dice, not my cup of tea


Del regista e co-sceneggiatore Joseph Kosinski ho già parlato QUI. Brad Pitt (Sonny Hayes), Javier Bardem (Ruben Cervantes), Kerry Condon (Kate McKenna) e Shea Whigham (Chip Hart) li trovate invece ai rispettivi link.


Kim Bodnia
, che interpreta Kaspar Smolinski, era l'insopportabile Jens de Il guardiano di notte. Se F1 vi fosse piaciuto recuperate Giorni di tuono, di cui doveva essere un seguito, e aggiungete RushLe Mans '66 - La grande sfida. ENJOY!

mercoledì 24 dicembre 2025

2025 Horror Challenge: Take Shelter (2011)

Ultima settimana di challenge horror per il 2025, portata miracolosamente a compimento! Oggi toccava a un film non horror ma con elementi tipici del genere, quindi ho scelto Take Shelter, diretto e sceneggiato nel 2011 dal regista Jeff Nichols. Con questo film "allegrissimo", vi auguro Buon Natale e vi do appuntamento alla prossima settimana, con le consuete classifiche 2025!


Trama: le notti di Curtis sono funestate da incubi apocalittici, che lo lasciano terrorizzato e preda di un'ansia costante. Per questo, l'uomo decide di cominciare a costruire un rifugio sotterraneo per proteggere sé stesso e la sua famiglia...


Take Shelter
era un altro di quei film di cui avevo sentito parlare benissimo ma, come al solito, non avevo ancora avuto occasione di recuperare. Come da indicazioni della challenge, Take Shelter non è un horror tout court, ma ne contiene moltissimi elementi, perché la trama parte dagli incubi, terrificanti e assai realistici, del protagonista. Ogni notte, Curtis sogna l'arrivo di una tempesta, alla quale segue un'apocalisse in cui, apparentemente, persone ed animali perdono il senno, travolti da istinti omicidi o, comunque, violenti. La luce del giorno non riesce a dissipare l'inquietudine di Curtis, il quale comincia a vedere segni di un'imminente apocalisse anche durante la veglia, il che lo induce ad ampliare e rendere abitabile il rifugio antiatomico già annesso alla sua abitazione. Take Shelter parte da una situazione surreale, da quelli che il protagonista considera lampi di chiaroveggenza, per raccontare una discesa nella follia connotata da elementi realistici, la quale manda in frantumi una "vita che va bene", come viene detto nel dialogo più iconico del film, magari non perfetta, ma comunque equilibrata. Curtis ha un lavoro che gli consente di mantenere dignitosamente la famiglia e di avere una copertura assicurativa per le cure della figlioletta sorda, ha una moglie che lo ama, una bella casa e degli amici; il tarlo che comincia a rodergli la mente, a ragione o a torto, lo instrada verso la perdita di tutto questo, allontanandolo in primis dalla moglie Samantha, alla quale l'uomo decide di non rivelare il motivo del suo turbamento, preferendo affrontare la situazione "da maschio", senza neppure consultarla quando si tratta di estendere mutui in banca e rivoltare il cortile come un calzino. La crisi di Curtis, quindi, viene raccontata attraverso due punti di vista diversi. Da una parte abbiamo la ferma convinzione dell'uomo il quale, pur terrorizzato da un passato familiare di malattie mentali, non riesce ad impedirsi di sacrificare la propria stabilità (affettiva, economica e sociale) sull'altare di visioni e sensazioni che per lui diventano prioritarie; dall'altra, abbiamo la reazione di chi si ritrova impreparato ad affrontare un comportamento incomprensibile e vede ogni certezza sgretolarsi per mano di una persona amata. La narrazione di Nichols non da ragione a Curtis oppure a Samantha, né offre risposte certe, perché i punti di vista si alternano impercettibilmente senza che ce ne sia mai uno preponderante. 


Il regista gioca con i registri dell'horror, ma racconta anche una storia di ordinaria umanità, fatta di persone con alle spalle lo spettro dell'indigenza, che vivono in un ambiente anche un po' squallido, la tipica America proletaria, ignorante e diffidente. Nichols mette alla prova lo spettatore abboccato magari al genere Shyamalano, lo sfida a prendere completamente le parti di Curtis quando il suo comportamento non è proprio cristallino, presentando il punto di vista razionale di una persona pacata e, soprattutto, preoccupata come Samantha, e a un certo punto il problema è che arriviamo a temere non tanto l'arrivo dell'apocalisse, quanto il fatto che Curtis possa sbagliarsi, il che porterebbe a conseguenze nefaste per lui e la sua famiglia. Lo stesso finale è ambivalente, lasciato all'interpretazione dello spettatore, ma come tutto il film assesta una bella botta emotiva, nonostante Nichols abbia scelto di utilizzare un ritmo lento, una narrazione classica e priva di sensazionalismi, che si affida più alla recitazione degli attori che ai pochi, validi effetti speciali. Tutto il film è racchiuso, infatti, nel volto e nello sguardo di Michael Shannon, attore solitamente camaleontico che qui si spoglia di ogni maschera ed incarna l'uomo "normale" messo di fronte a un orrore che potrebbe anche non venire da fuori, bensì da un'incontrollabile follia. Eppure, anche in questo caso, Shannon si scatena solo in una scena, quella della cena sociale, e lascia che il personaggio affronti l'ignoto con gesti pratici, trattenuti, o con un'intima disperazione riservata solo alla famiglia. Jessica Chastain gli fa da degno supporto, rifuggendo l'isterismo che ci si aspetterebbe davanti ad una simile situazione per veicolare la sacrosanta rabbia e la paura di Samantha in una forza d'animo che commuove e spinge lo spettatore ad empatizzare totalmente con il personaggio. La challenge horror 2025 è finita così, nel migliore dei modi, con un film che, molto probabilmente, non avrei mai guardato, sacrificato a novità recenti o altri recuperi irrinunciabili. E' il motivo per cui, tempo permettendo, continuerò anche nel 2026, rimediando ad una lacuna enorme già nella prima settimana. Se volete compiere il mio stesso percorso, trovate la challenge per il nuovo anno QUI. Non vedo l'ora di sapere quali altri gioielli mi porterà a scoprire!


Del regista e sceneggiatore Jeff Nichols ho già parlato QUI. Michael Shannon (Curtis), Jessica Chastain (Samantha), Shea Whigham (Dewarte) e Robert Longstreet (Jim) li trovate invece ai rispettivi link.



martedì 8 ottobre 2019

Joker (2019)

In ritardo rispetto a tutti coloro che si sono scapicollati a recuperarlo il primo giorno di uscita quando non addirittura alle anteprime, arrivo ad esprimere un'impopolare (e SPOILER FREE) opinione sul Joker diretto e co-sceneggiato dal regista Todd Phillips.


Trama: Arthur Fleck vive solo con la madre, ha problemi neurologici e vorrebbe fare il comico. Il destino lo porterà a diventare invece il Joker.



Fresco della vittoria del Leone d'Oro all'ultimo festival di Venezia, Joker è diventato in tre giorni il film sulla bocca di tutti, facendo sanguinare il cuore di Nolan, bello lui, che credeva di aver creato assieme a Heath Ledger il Joker migliore di sempre. E' bastata l'inquietantissima risata di un Joaquin Phoenix in stato di grazia per convertire migliaia di fedeli che hanno subito calpestato il santino di Nolan, dichiarando pubblicamente che "Joker è l'unico, vero cinecomic" nello stesso periodo in cui Martin Scorsese (che, attenzione, AVREBBE DOVUTO produrre Joker ma alla fine non l'ha fatto) veniva lapidato dai nerd di tutto il mondo i quali, leggendo i titoli dei vari articoli sensazionalisti sul web, si sono ritenuti offesi dalle sue dichiarazioni sgarbate sui loro beniamini del MCU ("I film di supereroi non sono cinema". Martin, che ne sai tu di Cinema, come ti permetti??). La cosa fa un po' ridere, in effetti. Tutti ad osannare Joker e a insultare Scorsese, peccato che il film di Phillips è scorsesiano (almeno nello stile e nella superficie della narrazione) dall'inizio fino a quasi alla fine, ché a un bel momento abbiamo deciso di ispirarci a The Purge e attaccarci con lo sputo il link a Batman, altrimenti giustificare un titolo come "Joker" invece di "Arthur" sarebbe stato un po' difficile. Prima di proseguire col mio ragionamento che non interesserà a nessuno, fatemi mettere le mani avanti. A me Joker è piaciuto non molto, moltissimo. E' uno dei pochi film recenti (gli altri due sono stati C'era una volta a Hollywood e sì, anche Midsommar - Il villaggio dei dannati) ad avermi calamitata allo schermo con un'intensità tale da farmi rimanere a bocca aperta per tutta la durata del film, in virtù dello One Man Show di un Joaquin Phoenix meraviglioso, tragico, squallido e bellissimo, terrificante e vanesio come il Joker di Jack Nicholson e affascinante come quello di Jared Leto non potrebbe mai essere, nemmeno in diecimila anni. Per tutto il film Phoenix ride, preda di un dolore che gli serra la gola ed enfatizza ogni ruga, balla con quel corpo emaciato eppure flessuoso come quello di un ballerino, limona sigarette, corre via dall'orrore della società per farsi orrore lui stesso, arrivando a gioire realmente solo davanti al sangue che scorre e alla violenza di strade che, finalmente, arrivano a considerarlo vivo e reale. Però. Però, però, però.


Qualche giorno fa leggevo un libro molto simpatico ed interessante che consiglierei a tutti: Save the Cat! Manuale di sceneggiatura di Blake Snyder. Il titolo fa un po' ridere ma, riassumendo, Snyder diceva che affinché il pubblico arrivi a tifare per il protagonista, quest'ultimo deve compiere delle imprese eroiche o comunque fare del bene, essere di base "buono" (salvare, per l'appunto, il gatto). Quando ciò non succede (il libro prendeva come esempio Aladdin, il cui protagonista è un ladro, ma io potrei fare l'esempio del Corvo, l'antieroe per eccellenza, oppure, sempre rimanendo in ambito "cinecomic" quando ancora non si chiamavano così, The Mask), bisogna far sì che il protagonista si trovi davanti gente peggiore di lui. Ed effettivamente, guardando Joker domenica, mi ritrovavo a sorridere non solo della semplicità del ragionamento alla base della sceneggiatura di Todd Phillips e Scott Silver, ma anche della facilità con cui noi spettatori moderni ci lasciamo gabbare, privi come siamo di memoria storica e ridotti a reagire con veemenza solo davanti a ciò che ci viene sbattuto in faccia chiaro come il sole, positivo o negativo che sia. Artur Fleck è un mix di due antieroi scorsesiani, Travis Bickle di Taxi Driver e Rupert Pupkin di Re per una notte. Ora, Re per una notte l'ho visto solo una volta e non lo ricordo molto, lo ammetto, benché sia bastato per farmi saltare all'occhio ogni similitudine (scusate ma visto che alcuni sul web scoprono l'acqua calda vantandosi di aver notato SPOILER come la nascita di Joker avvenga in contemporanea a quella di Batman FINE SPOILER io a sti punti mi vanto di aver colto il "contrappasso" imposto a De Niro dopo aver rapito Jerry Lewis) ma Taxi Driver lo conosco bene e più che le similitudini qui si coglie proprio la diversa caratura dei due film in fase di scrittura. Per farci empatizzare con Arthur Fleck, gli sceneggiatori gli scaricano addosso non solo ogni sfiga ma lo rendono la valvola di sfogo di ogni stronzo sul pianeta, spesso in maniera immotivata, un punchball non solo verbale ma anche fisico, al punto che quando il ragazzo sbrocca lo si può anche capire, poverello. Provate un po' a riguardare Taxi Driver. E' vero, Travis viene "preso in giro" dalla bella Cybill Shepherd, trattato come una pezza da piedi dal capo di lei, considerato invisibile dalla maggior parte delle persone che lo circondano, eppure la sete di giustizia che lo porta a farsi purificatore della società parte dalla sua alterata percezione della stessa, non dalla cattiveria altrui: la colpa di Betsy, ad esempio, è solo quella di essersi avvicinata a Travis per il "brivido" di uscire con un working class man ma possiamo biasimarla se, una volta portata in un cinema porno da un uomo incapace di integrarsi nella società proprio a causa della società stessa, la bionda decide di scappare inorridita? Quanto al pappone di Harvey Keitel, perlomeno Travis ci prova a ripulire il mondo non solo per sé ma per gli altri, mentre Arthur Fleck agisce solo per se stesso, per mettere al loro posto quelli che lo hanno trattato male. Più che antieroe, un bimbo che sbatte i piedi per terra, affascinante quanto volete, spesso degno di venire compatito, ma poco apprezzabile.


E qui parte la mia perplessità sulla "morale" finale di Joker. Pur prendendo questo film come un elseworld DC, scollegato dalla continuity ufficiale di Batman o delle pellicole che ne sono state tratte, alla fine della fiera era meglio un Joker misterioso e dimentico egli stesso del suo passato, alterato dalla pazzia, ridicolo quanto l'uomo pipistrello e folle quanto lui, invece di un Travis Pupkin con mommy/daddy issues, giustificato nelle sue azioni da un passato e presente atroci, nemmeno fosse la nuova Maleficent disneyana. E che dire, poi, della svolta populista di una New York (scusate. Gotham City) sporca, povera e squallida, dove il ricco viene visto male "solo" perché ha i soldi e dove basta UN singolo evento casuale per portare alla nascita di uno Sfogo al contrario? Io capisco i dialoghi reiterati a base di "noi siamo i dimenticati, nessuno ci considera, siamo inutili alla società, nessuno ci vede", li abbraccio e spendo anche una lacrima, però Arthur è malato di mente e, come ho detto sopra, in definitiva pensa solo a prendersi una rivincita personale, gli altri che scusa hanno? Insomma, come discesa nella follia Joker è un film da manuale (anche troppo) ma per il resto è di una superficialità che, lo ammetto, trovo più "disturbante" della risata del protagonista. Vero, purtroppo è anche lo specchio dei tempi in cui viviamo, forse per questo Joker è riuscito ad incantare le platee di mezzo mondo, rinnegando la sua natura di cinecomic pur sfruttando, biecamente, il richiamo commerciale del nome che porta. Da parte mia, credo che il Cinema potrà continuare a esistere anche dopo il film di Phillips e sono convinta che prima o poi arriveranno altri autori che preferiranno abbandonare la serialità di un progetto alla MCU per concentrarsi su uno one shot dalle atmosfere particolari (diciamo che è quello che succede già nei comics, nulla di nuovo sotto il sole, e ricordo che è successo anche con Logan - The Wolverine, anche se lì il film era comunque inserito all'interno di un progetto più ampio), basta solo che ci siano Studios e produttori lungimiranti in grado di permetterlo. Allora, forse, smetteremo di inneggiare al miracolo per un film come Joker: bello, anzi, bellissimo, ma troppo pigro e debitore delle atmosfere della New Hollywood per poter essere veramente innovativo, anche se probabilmente la Academy mi darà torto come hanno fatto quasi tutti gli spettatori.


Del regista e co-sceneggiatore Todd Phillips ho già parlato QUI. Joaquin Phoenix (Arthur Fleck), Robert De Niro (Murray Franklin), Frances Conroy (Penny Fleck), Shea Whigham (Detective Burke) e Brian Tyree Henry (Carl, l'impiegato dell'Arkham) li trovate invece ai rispettivi link.

Brett Cullen interpreta Thomas Wayne. Americano, ha partecipato a film come Apollo 14, Qualcosa di cui... sparlare, Ghost Rider, Il cavaliere oscuro - Il ritorno, Paradise Beach - Dentro l'incubo e a serie quali L'incredibile Hulk, MASH, Uccelli di rovo, Visitors, Freddy's Nightmares, Alfred Hitchcock presenta, I racconti della cripta, Ally McBeal, Oltre i limiti, Walker Texas Ranger, Cold Case, Desperate Housewives, Monk, CSI:Miami, Ghost Whisperer, Lost, Criminal Minds, CSI - Scena del crimine, Under the Dome e True Detective. Anche produttore, ha 63 anni e un film in uscita.


Zazie Beetz, che interpreta Sophie Dumond, aveva già partecipato a Deadpool 2 nei panni di Domino. Viggo Mortensen ha rifiutato il ruolo di Thomas Wayne e Frances McDormand quello di Penni Fleck, mentre Alec Baldwin ha rinunciato a interpretare Wayne per impegni pregressi; una fortuita serie di coincidenze ha permesso invece a De Niro di partecipare, laddove sia Martin Scorsese che Leonardo di Caprio hanno dovuto rinunciare al film perché impegnati rispettivamente con The Irishman e C'era una volta a Hollywood. Detto questo, se Joker vi fosse piaciuto recuperate i pluricitati Re per una notte, Taxi Driver e anche You Were Never Really Here. ENJOY!

martedì 8 gennaio 2019

Vice - L'uomo nell'ombra (2018)

Bestemmiando per essere dovuti andare fino a Genova a vederlo (probabilmente presenterò il conto al Multisala di Savona visto che, ridendo e scherzando, tra biglietto, autostrada, benzina e cibo abbiamo speso sui 25 euro a testa), domenica ho recuperato Vice - L'uomo nell'ombra (Vice), diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Adam McKay e fresco di un Golden Globe a Christian Bale.


Trama: la rapida ascesa di Dick Cheney, dai primi lavori con l'amministrazione Nixon fino alla carica di vicepresidente nell'ora più buia per gli Stati Uniti e l'intera società moderna.


Io adoro Adam McKay. Come ti fa capire lui le cose, senza insultare la tua intelligenza, nessuno mai. Anche questa volta, come ne La grande scommessa, l'autore sceglie di raccontare una pagina vergognosa di storia americana strappando amare risate al pubblico ma senza l'arroganza tipica del comico che crede di sapere tutto e di poter indottrinare l'audience, quanto piuttosto spingendo lo spettatore a ragionare, a ricordare, a rivivere sulla pelle determinati momenti e a riflettere su quanto diamine possano essere boccalone le masse. E intendo tutte le masse. Destra, sinistra, centro, apolitici, io per prima: siamo un branco di tacchini pronti ad inghiottire qualunque porcata ci venga propinata, basta solo indorarcela un po'. In mezzo a questo clima di idiozia perenne, chi prospera è ovviamente chi, zitto zitto, approfitta di ogni cedimento dell'apparentemente impenetrabile struttura socio-politica di un Paese o di ogni debolezza del proprio interlocutore, potente o inutile che sia, per farsi i propri interessi. Questo è il caso di Dick Cheney, "uomo nell'ombra" di buona parte della storia del Partito Repubblicano americano, machiavellica eminenza grigia nonché fruitore di cantonate madornali che hanno portato, per dirne una, a far sì che l'ISIS si ingrandisse fino a raggiungere i livelli odierni. Non è un caso che il bravissimo Christian Bale abbia ringraziato Satana, durante il discorso di accettazione del Golden Globe, citandolo come fonte d'ispirazione per l'interpretazione del personaggio perché, di fatto, il Cheney ritratto in Vice E' il diavolo tentatore, un maligno "pescatore di uomini" il cui animo torbido riesce a giustificare contemporaneamente patriottismo, sete di potere e menefreghismo, una creatura talmente abietta che al confronto Salveenee parrebbe Papa Bergoglio. Potrebbe anche non essere stato così, in effetti: McKay ce lo dice nel disclaimer iniziale, chiuso con un "abbiamo fatto del nostro meglio per ricostruire le cose, cazzo!" e ci/si prende in giro autocriticandosi nella geniale scena post credit, ma ciò non toglie che i fatti salienti del film siano provati da documenti incontrovertibili o, ancor peggio, da documenti mancanti e per questo ancora più sospetti. E poi, che Bush fosse un coglione lo avevamo capito tutti, quindi la seconda parte di Vice risulta ancora più verosimile.


Per rendere più digeribile la serie ininterrotta di colpi bassi che viene propinata allo spettatore, McKay sfrutta qualunque cosa, rendendo Vice - L'uomo nell'ombra un trionfo di sceneggiatura witty, montaggio dinamico e regia sopraffina. Per me, la sequenza in cui Cheney "pesca", letteralmente, Bush, riproposta in due diversi momenti del film, è già una delle più belle viste al cinema; altrettanto efficace, anche se magari più paracula, quella ambientata in un infernale ristorante mentre quella Shakespeariana renderebbe molto di più in lingua originale, sono sicura, ma unita a un compendio ininterrotto di didascalie, finti finali (il genio!), spezzoni di terribile vita reale, abbattimento della quarta parete e simulazioni di gradimento, concorre a garantire la bellezza di un film che assolutamente non andrebbe perso. Anche perché, diciamoci la verità, il parallelismo Cheney/Bush e Salvini/Di Maio mi è balzato alla mente più volte guardando Vice e mi sono sentita per questo ancora più male. Una sensazione che non ha soverchiato la gioia nel vedere un cast di prim'ordine come quello presente nel film. Christian Bale è fenomenale e, come ho scritto nel post dedicato ai Golden Globes, il mio unico rammarico è quello di non aver guardato il film in v.o. perché quella boccuccia storta mi avrebbe dato di sicuro parecchia soddisfazione e lo stesso vale per l'interpretazione di Sam Rockwell che, mi si dice, sfoggia un'invidiabile accento "bushiano" oltre che una somiglianza imbarazzante con lo sciocco presidente USA. Perfetti anche Amy Adams, ingrassatella ed imbruttita al punto giusto, e uno Steve Carell che sta rapidamente diventando uno dei miei attori preferiti. Insomma, l'anno "vissuto pericolosamente in Sala" non poteva cominciare meglio, almeno per me: Vice - L'uomo nell'ombra è un film grandissimo che vi consiglio spassionatamente, anche solo per farvi aprire un po' gli occhi sui meccanismi che muovono tutti i governi, anche quelli "del cambiamento", e le facce di merda che ne fanno parte. 


Del regista e sceneggiatore Adam McKay ho già parlato QUI. Christian Bale (Dick Cheney), Amy Adams (Lynne Cheney), Steve Carell (Donald Rumsfeld), Sam Rockwell (George W. Bush), Alison Pill (Mary Cheney), Eddie Marsan (Paul Wolfowitz), Justin Kirk (Scooter Libby), Jesse Plemons (Kurt), Bill Camp (Gerald Ford), Lily Rabe (Liz Cheney), Shea Whigham (Wayne Vincent), Naomi Watts (conduttrice del TG) e Alfred Molina (cameriere) li trovate invece ai rispettivi link.

LisaGay Hamilton interpreta Condoleeza Rice. Americana, ha partecipato a film come L'esercito delle 12 scimmie, Jackie Brown, Halloween - 20 anni dopo e a serie come Ally McBeal, Sex and the City, E.R. Medici in prima linea, Senza traccia, Numb3rs, Grey's Anatomy e House of Cards. Anche regista e produttrice, ha 55 anni e tre film in uscita.


Durante la fase di post-produzione il regista Adam McKay è stato colpito da un leggero attacco cardiaco e ha quindi deciso di includere nel film una ripresa in bianco e nero dell'operazione per inserire lo stent nel suo cuore, a mo' di partecipazione speciale. Bill Pullman avrebbe dovuto interpretare Nelson Rockefeller ma la sua parte è stata tagliata. Se Vice vi fosse piaciuto recuperate anche La grande scommessa. ENJOY!

mercoledì 7 novembre 2018

First Man - Il primo uomo (2018)

Siccome questo rischiava di essere IL titolo della settimana, domenica sono andata a vedere First Man - Il primo uomo (First Man), diretto dal regista Damien Chazelle.


Trama: dopo una lunga serie di fallimenti, l'ingegnere spaziale Neil Armstrong è pronto ad affrontare la sua prima missione nello spazio...



Cominciamo con le note dolenti? E cominciamoLE. First Man ha un solo, grandissimo difetto: non è stato scritto da Damien Chazelle e purtroppo si vede, si percepisce. Per quanto La La Land non mi avesse fatta impazzire, guardandolo si avvertivano sia l'originalità della scrittura sia l'amore del regista e sceneggiatore per l'argomento trattato, una completezza unica che non sono riuscita a trovare in First Man, "banalissimo" biopic graziato da una regia meravigliosa che probabilmente farà sfracelli durante la prossima notte degli Oscar proprio in virtù di ciò, condannato a diventare l'ennesimo film realizzato a tavolino per far fremere il pubblico patriottico americano (non a caso avrebbe dovuto girarlo Clint Eastwood). Il distacco tra sceneggiatura poco ispirata e regia si riscontra, molto banalmente, nell'alternanza tra momenti di stasi corrispondenti alla vita familiare di Armstrong e le sequenze ambientate nello spazio o comunque legate alle sperimentazioni che hanno portato alla nascita dell'Apollo 11, con i primi che si salvano giusto grazie alla misuratissima interpretazione di Ryan Gosling e al connubio tra la regia e la particolarissima colonna sonora scelta dall'attore e da Chazelle. First Man è infatti quasi interamente imperniato sul dramma familiare di Armstrong, che ha perso la figlioletta in tenera età a causa di un tumore e che da quel momento si è gettato anima e corpo nella missione spaziale, allontanandosi volutamente dal resto della famiglia per creare il necessario distacco onde rendere meno dolorosa la sua eventuale, probabile dipartita nel corso di una delle missioni; l'unico punto forte della sceneggiatura, di fatto, è la scelta di mostrare gli astronauti come cavie, topi da laboratorio perfettamente consapevoli di rischiare la morte a causa di una tecnologia ambiziosa ma probabilmente ancora inadatta agli obiettivi proposti dalla NASA e dal Governo, viziati dalla fretta di superare e surclassare gli odiati Russi nella corsa allo spazio. L'ottimismo di fondo, presente in buona parte dei film a tema, qui viene sostituito dalla paura e dall'incertezza messe a nudo da retroscena sgraditi e intoppi di squisita, pericolosissima banalità (ho molto apprezzato la difficoltà con cui Buzz apre il portellone appena prima di scendere sulla Luna, per dire) che rendono il tutto più realistico, emozionante e sì, anche sconvolgente perché ormai siamo talmente abituati alla riuscita delle missioni spaziali da darle quasi per scontate.


In tutto questo, la regia di Chazelle concorre ad alimentare questo senso di pericolo e di iperrealtà con quelle riprese opprimenti degli interni delle navicelle e dei moduli, che nemmeno la grandezza dello schermo riesce a rendere più spaziose; a tratti, sembra di essere bloccati in quegli ambienti angusti assieme agli astronauti, sballottati, centrifugati senza pietà, e il nostro sguardo viene catturato spesso non tanto dalla meraviglia dello spazio esterno quanto dai dettagli di quelle minuscole viti, levette e scritte che rischiano di condannare a morte, solo per un piccolissimo malfunzionamento, i poveri cristi che si sono affidati a progettisti, ingegneri e tecnici. Ovviamente, Chazelle lascia spazio anche alla bellezza più pura. Gli omaggi a Kubrick e al suo 2001: Odissea nello spazio sono innumerevoli fin dall'inizio e riescono a fondersi perfettamente all'aspetto più "profano" della pellicola, in un'alternanza di gioia profonda e altrettanto profondo terrore che è probabilmente lo specchio perfetto delle sensazioni di chi si avventura nello spazio; gli spazi sconfinati, la luna che osserva beffarda dal cielo prima di venire calpestata con reverenza e trepidazione, la luce solare che si rifrange all'orizzonte, l'assoluto silenzio spezzato solo dal respiro di chi viene protetto giusto dal fragile vetro di un casco, sono tutte immagini indelebili che concorrono a fare di First Man non un gran film ma comunque un bellissimo film, capace di far scendere la lacrimuccia sul finale, con una singola sequenza silenziosa e commovente. Nonostante ciò che ho scritto all'inizio, First Man mi è quindi piaciuto molto ma non ha toccato i livelli epici che mi sarei aspettata e ammetto di essere rimasta un po' delusa, non tanto per la qualità effettiva della pellicola, quanto piuttosto per la sua frequente impersonalità che mi porta a sperare in un prossimo progetto interamente affidato a Chazelle perché solo come regista il ragazzo perde un buon 40% della sua effettiva bravura.


Del regista Damien Chazelle ho già parlato QUI. Ryan Gosling (Neil Armstrong), Claire Foy (Janet Armstrong), Jason Clarke (Ed White), Kyle Chandler (Deke Slayton), Corey Stoll (Buzz Aldrin), Ciarán Hinds (Bob Gilruth), Shea Whigham (Gus Grissom), Lukas Haas (Mike Collins), Ethan Embry (Pete Conrad) li trovate invece ai rispettivi link.

Patrick Fugit interpreta Elliot See. Americano, ha partecipato a film come Quasi famosi, L'amore bugiardo - Gone Girl e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Dr. House e Outcast. Anche produttore, ha 36 anni e due film in uscita.


La bionda moglie di Ed White è interpretata da Olivia Hamilton, moglie di Damien Chazelle, mentre Pablo Schreiber, che interpreta Jim Lovell, era il favoloso Mad Sweeney di American Gods. Se First Man - Il primo uomo vi fosse piaciuto recuperate 2001: Odissea nello spazio. ENJOY!


martedì 29 agosto 2017

Death Note (2017)

Oggi avrei voluto parlare di Amityville - Il risveglio ma siccome venerdì è uscito su Netflix il lungometraggio live action su Death Note, diretto dal regista Adam Wingard e tratto dal manga omonimo di Takeshi Obata e Tsugumi Oba, ho pensato fosse meglio scrivere due righe su questo scempio...


Trama: lo studente liceale Light Turner entra in possesso del cosiddetto "quaderno della morte" appartenente al Dio della morte Ryuk. Grazie al quaderno il ragazzo può uccidere le persone soltanto scrivendone il nome sulle pagine, così decide di utilizzare questo potere per eliminare i peggiori criminali della società... almeno all'inizio.


Allora, siccome Death Note è stato "liberamente tratto" dal manga omonimo, dal quale prende giusto lo spunto iniziale, non parlerò del film paragonandolo all'opera cartacea (Benché l'abbia letta. Più di una volta. E mi sia piaciuta molto. Tra l'altro ne ho parlato già QUI) ma come creatura a sé stante. Una creatura sciocca, che mescola ogni possibile cliché dell'horror adolescenziale per offrire in pasto allo spettatore una storia poco appassionante, dei personaggi da mettere al rogo dopo quindici minuti dall'inizio del film e persino una regia poco entusiasmante, cosa che francamente da Wingard non mi sarei mai aspettata. Le premesse sono le stesse del manga (ho detto che non avrei fatto paragoni ma alcuni fatti vanno comunque spiegati): un adolescente più intelligente della norma trova un quaderno zeppo di regole che permette di uccidere chiunque, a patto che vengano scritti sulle sue pagine nome e cognome della vittima tenendo ben a mente il suo volto. Padrone del quaderno, un Dio della morte dall'aspetto mostruoso e ghiotto di mele il quale, per motivi tutti suoi, sceglie di affidarlo a un umano e divertirsi a sue spese, rimanendo fondamentalmente a fare da spettatore mentre il nuovo proprietario del Death Note utilizza l'oggetto con tutte le conseguenze del caso. Detta così, è una premessa MOLTO intrigante. Un quaderno simile, se esistesse, potrebbe raddrizzare molti torti e togliere di mezzo persone deprecabili, che è poi lo scopo principale per cui viene utilizzato, almeno inizialmente, da Light, sia nel film che nel manga; da qui, è proprio interessante la riflessione che si viene a creare relativamente al CHI debba ergersi a giudice e boia dei propri simili e soprattutto per quale motivo, in virtù di quale superiorità morale, oltre ovviamente a domandarsi come reagirebbero le masse davanti all'esistenza di un Dio "Kira". Questo Dio che porta morte ai criminali verrebbe adorato oppure osteggiato? E ancora, quali crimini meritano o meno la morte? Ci sarebbe di che ragionarci per settimane, altro che un'ora e mezza, quindi per non sbagliare gli sceneggiatori della versione americana di Death Note hanno tagliato la testa al toro offrendo due minuti di sbrigativa riflessione e trasformando Light da anti-eroe tormentato sempre più folle... ad adolescente infoiato affamato di pilu, che giusto sul finale mostra un minimo della machiavellica e terrificante intelligenza della sua controparte cartacea.


Il Death Note di Netflix non si sviluppa come un thriller tesissimo dalle forti connotazioni poliziesche, bensì come un banalissimo horror dove il protagonista non è nemmeno tale, ma si limita a fare da marionetta alla vera psicopatica della situazione, la cheerleader Mia Sutton. Una tizia talmente cretina, signori miei, che sentendosi inutile in quanto cheerleader decide di consacrare la sua esistenza ad uccidere gente, arrivando ovviamente a scopazzarsi Light onde approfittare del quaderno. "Ti amo ma sono stronza quindi devi morire" rappresenta un ottimo riassunto della personalità di Mia, l'unica cheerleader col cervello di una tenia ma capace di mettere ko un agente dell'FBI nel picco più WTF dell'intera sceneggiatura, una sorta di "vorrei mettere in piedi una roba arzigogolata come farebbero i giapponesi ma non posso". Eccomi di nuovo a nominare il manga, lo so, sono una persona male, ma è una cosa che davvero non capisco. Agli sceneggiatori, giustamente o meno, non va di riproporre pedissequamente una cosa già portata al cinema dai nipponici ma sono attratti dal concept della vicenda in se? Va benissimo ma, perdiana, NON andatevi a impelagare con uscite cretine girando un film incomprensibile! Senza fare troppi spoiler, all'inizio il Dio Ryuk dice a Light che il quaderno non può garantire morti improbabili, per esempio far morire un tizio sul cesso masticato da uno squalo... ma il finale di Death Note E' improbabile a questi livelli, perché se non puoi controllare uno squalo fino a farlo finire negli scarichi, allora non puoi neppure controllare le pagine di un quaderno affinché vadano da sole ad incenerirsi nell'unica fiamma presente nei dintorni (oltre a mille altre "alterazioni di probabilità" da fare invidia alla Scarlet dei Vendicatori). E su. Se non siete capaci di creare qualcosa di nuovo e logico, chinate il capo e lasciate fare ai giapponesi, che ne sanno a pacchi.


La cosa imbarazzante è che gli americani hanno scelto di distaccarsi dal manga per quel che riguarda la trama ma hanno voluto dare comunque dei contentini ai fan (probabilmente rendendosi conto del fatto che gli stessi, soprattutto gli "estremisti", sono facilmente gabbabili), introducendo per esempio il personaggio del superinvestigatore L, che peraltro ha fatto infuriare gli estremisti di cui sopra già ai tempi del casting in quanto nero, classico esempio di chi si indigna per la pagliuzza senza vedere la trave. L è bellino, per carità, con l'attore più bravo del mucchio dotato di una fisicità perfetta, ma onestamente perché mai l'investigatore più abile del mondo dovrebbe impegnarsi tanto per un ragazzetto che manco sa allacciarsi le scarpe, soprattutto dopo averlo sgamato a metà pellicola? La rivalità tra Light e L, che nel manga è uno scontro di intelletti talmente raffinato da risultare scioccante, qui è fondamentalmente inutile e l'astio di L viene scatenato semplicemente dall'ennesimo, grossolano errore di Light e dalla stronzaggine congenita di Mia, sempre per l'assunto fondamentale che le cheerleader sono talmente autoconsapevoli della loro inutilità da scegliere di mettersi con lo sfigato della scuola (!!) dopo che quest'ultimo racconta loro di parlare con un essere mostruoso che vede solo lui e di poter ammazzare la gente con l'ausilio di un quaderno. Vabbè. E poi la scema era Misa Amane, poverella. Dell'intera baracca, in definitiva, salvo solo il sembiante e la voce di Ryuk. Va bene, il Dio della morte si vede poco, va bene che è fondamentalmente inutile pure lui (ma nel manga è anche più ignavo, quindi...) ma vederlo prendere a coppini verbali quel cretino di Light e soprattutto farlo con la splendida voce di Willem Dafoe è da applauso compulsivo. Per il resto, avrete capito che Death Note è davvero pochissima roba. Anzi, visto il risultato finale forse sarebbe meglio farsi una bella maratona di Final Destination, perlomeno lì ci sono morti fantasiose, gore e una stupidità accettabile e, soprattutto, all american. Non come in questo triste ibrido nippoamericano.


Del regista Adam Wingard ho già parlato QUI. Lakeith Stanfield (L), Willem Dafoe (voce originale di Ryuk) e Shea Whigham (James Turner) li trovate invece ai rispettivi link.

Nat Wolff interpreta Light Turner. Americano, ha partecipato a film come Colpa delle stelle. Anche compositore e produttore, ha 23 anni e quattro film in uscita.


Margaret Qualley, che interpreta Mia Sutton, aveva già partecipato al film The Nice Guys mentre Masi Oka, ovvero l'Hiro di Heroes, compare nel film nei panni del detective Sasaki ma è anche e purtroppo uno dei produttori dell'intera baracca; a proposito di produttori, la Warner Bros. ci aveva visto lungo e aveva abbandonato il progetto, che Wingard ha poi dirottato verso Netflix. Gli altri due che hanno capito quale schifezza sarebbe uscita sono i registi Shane Black e Gus Van Sant, che hanno abbandonato l'impresa. Detto questo, se vi interessasse approfondire il discorso Death Note sappiate che, oltre al manga edito in Italia da Planet Manga, esistono una serie animata giapponese del 2006 (che ha generato film TV quali Death Note Relight - Visions of a God e Death Note Relight 2 - L's Successors) e una serie di live action che comprendono il film Death Note (2006), Death Note: The Last Name (2006), L: Change the World (2008) e Death Note: Light Up the New World (2016) seguiti da una miniserie televisiva del 2016 intitolata Death Note: New Generation. Potete quindi guardare tutta questa roba, oppure l'intera saga di Final Destination. ENJOY!

venerdì 10 gennaio 2014

American Hustle - L'apparenza inganna (2013)

Martedì sera sono andata a vedere American Hustle - L'apparenza inganna (American Hustle), diretto e co-sceneggiato nel 2013 dal regista David O. Russel. Era uno dei film che più aspettavo... e non sono rimasta affatto delusa!


Trama: Irvin Rosenfeld e Sydney Prosser sono un'affiatata coppia di truffatori che, un giorno, vengono smascherati dall'ambizioso agente FBI Richie DiMaso. L'agente li costringe ad aiutarlo ad incastrare per corruzione politici in vista come il sindaco Carmine Polito ma l'operazione non è così semplice...


American Hustle è uno spettacolo, in ogni senso. Tratto da fatti realmente accaduti, è la storia di persone che vogliono diventare altro con la mera forza di volontà e che cercano di "reinventarsi" in ogni modo; Irvin e Sydney lo fanno consapevolmente quindi, da un certo punto di vista, nonostante siano degli imbroglioni viene naturale parteggiare per loro e considerarli positivi nella loro coerenza, mentre il resto dei personaggi non è così trasparente e, chi più chi meno, indossano tutti una maschera. A partire dall'agente DeMaso, squallido cocco di mamma che si traveste da Tony Manero e si fa la permanente per darsi un tono da viveur, passando per Rosalyn, ignorante ubriacona che s'illude di controllare il marito o di poter aspirare ad un compagno "rispettabile" e romantico, fino ad arrivare al sindaco Polito, armato di buone intenzioni ma comunque colluso alla mafia, ogni personaggio di American Hustle cerca di fuggire dal proprio tempo e dalla propria natura ma pochi di loro sono in grado di volare basso e farlo affrontando a testa alta anche i propri errori o mantenendo il sangue freddo quando le cose rischiano di fuggire di mano. Se nel corso del film Irvin e Sydney riscoprono la loro umanità e accettano i propri limiti trovando equilibrio nella cosiddetta normalità, gli altri personaggi invece perdono la testa e continuano a farsi ingannare da specchi per le allodole e illusioni create dai loro stessi desideri e l'unico a rimetterci veramente, l'unico per cui io, come spettatrice, ho provato pena, è il povero, speranzoso, verace e ingenuo Carmine, uno dei pochi italoamericani cinematografici in grado di riuscire a superare gli ovvi, inevitabili stereotipi e a bucare lo schermo con una scena sul prefinale a dir poco straziante.


David O. Russel e tutti gli attori da lui convocati per questa esilarante, emozionante pellicola hanno preso alla lettera i mantra che sono alla base del film, ovvero "La gente crede in quello che VUOLE credere" e "le cose devi farle partendo dai piedi, non dalla testa", perché ogni fotogramma è un inganno che ammalia e imprigiona lo spettatore, fino a fargli credere anche l'impossibile. Nella fattispecie, che tre incredibili fighi come Bale, Cooper e Renner possano diventare dei mostri o degli zamarri di rara fattura (in particolare il primo, scioccante col riporto e il fisico distrutto), eppure è così: mano a mano che il film prosegue la loro bellezza scompare ma scompare anche lo shock nel vederli conciati in tali guise perché la loro bravura riesce a renderli tutt'uno col personaggio che interpretano. All'inizio anch'io ero scettica, lo ammetto. Perché non si può far interpretare dei vecchi a delle persone anziane, dei grassi a degli attori ciccioni, degli stempiati a degli artisti calvi? Beh, proprio perché gli spettatori devono trovarsi davanti una finzione palese e CREDERE, così che gli assunti della trama possano regolare anche la fruizione della pellicola e diventare un tutt'uno. Ed è lo stesso motivo per cui David O. Russel indugia così tanto nell'inquadrare i piedi dei personaggi, ancorandoli a quella realtà da cui vorrebbero così disperatamente fuggire, quasi ad ammonirli di non esagerare con i loro voli pindarici, nonostante le distrazioni provenienti da abiti, gioielli, scarpe, accessori (il microonde!!), scenografie e ambientazioni così zeppe di dettagli, bellezza ed eccessi da far girare la testa.


E se la tecnica di regista, montatore, scenografi e costumisti è a dir poco sopraffina, come la colonna sonora (eccezionale Jennifer Lawrence che fa le pulizie cantando Live and Let Die!), cosa sarebbe American Hustle senza gli attori, tutti perfetti, dai protagonisti alle ultime comparse? E' una lotta tra pesi massimi, perché è vero che i tre maschietti si rubano la scena l'un con l'altro, ma le femminucce tante volte rischiano di surclassarli. Per puro gusto personale la palma di migliore attore la concederei comunque ad un Bradley Cooper viscido, bastardo e logorroico, in grado di strappare più risate che in Una notte da leoni e far scendere un rivolo di bavetta durante il ballo in discoteca (madonna come si muove sotto quei riccioli e quegli abiti tamarri!!!!) mentre come guest star vince Robert DeNiro, che in dieci minuti di sguardi glaciali da vera tremarella è riuscito a farsi perdonare gli ultimi anni zeppi di cantonate e pagliacciate. Le scene migliori, tuttavia, sono tutte racchiuse nei duetti in cui gli attori possono dare libero sfogo alla loro bravura. Non scendo nei dettagli per non rovinare la sorpresa ma la canzone di Bale e Renner e il loro dialogo sul finale, l'incredibile sfuriata tra Bale e la Lawrence, il confronto tra quest'ultima e l'affascinante Amy Adams, l'incontro al tavolo con lo sceicco e lo show di Bradley Cooper negli uffici dell'FBI sono da applausi e da Oscar. A tal proposito, intanto che lo recupero e lo riguardo in lingua originale per gustarlo meglio, spero davvero che American Hustle (candidato a 7 Golden Globes) conquisti almeno una statuetta importante, a prescindere da quale sia, perché la meriterebbe davvero!


Di Christian Bale (Irvin Rosenfeld), Bradley Cooper (Richie DiMaso), Amy Adams (Sydney Prosser), Jeremy Renner (il sindaco Carmine Polito), Jennifer Lawrence (Rosalyn Rosenfeld), Michael Peña (Paco Hernandez/Sceicco Abdullah), Colleen Camp (Brenda) e Robert De Niro (non accreditato, interpreta Victor Tellegio) ho già parlato ai rispettivi link.

David O. Russel (vero nome David Owen Russel) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Amori e disastri, Three Kings, I Heart Huckabees, The Fighter e Il lato positivo. Anche produttore e attore, ha 55 anni e un film in uscita.


Shea Whigham (Franklin Shea Whigham Junior) interpreta Carl Elway. Americano, ha partecipato a film come Fast and Furious - Solo parti originali, Machete, This Must Be The Place, Catch.44, Le belve, Il lato positivo, Fast and Furious 6, all'imminente The Wolf of Wall Street e alle serie E.R. Medici in prima linea e Broadwalk Empire. Ha 44 anni e due film in uscita.


Alessandro Nivola interpreta Anthony Amado. Americano, ha partecipato a film come Face/Off, Jurassic Park III, The Eye e Coco Avant Chanel. Anche produttore, ha 41 anni.


A causa di impegni pregressi, Christian Bale aveva quasi rinunciato al ruolo di Irvin, che era quindi passato a Bradley Cooper, mentre Jeremy Renner avrebbe interpretato Richie. Per fortuna Bale ha dato una sfoltita ai suoi impegni perché il casting così è perfetto! Tra l'altro, American Hustle si basa sul vero scandalo Abscam (Arab Scam) che, tra gli anni '70 e gli '80, aveva portato parecchi politici americani a venire indagati per corruzione, e già Louis Malle avrebbe voluto trarne un film dal titolo Moon Over Miami, con Dan Aykroyd e John Belushi come protagonisti. Purtroppo, la morte di Belushi ha mandato all'aria il progetto. A parte questo paio di curiosità, se American Hustle vi fosse piaciuto consiglio la visione di Blow e Boogie Nights - L'altra Hollywood. ENJOY!

venerdì 9 novembre 2012

Catch.44 (2012)

Per curiosità e per amore verso Bruce Willis in questi giorni ho guardato Catch.44, film diretto dal regista Aaron Harvey e non ancora approdato nei lidi italici. Meno male, aggiungerei, perché la pellicola in questione è talmente inutile che non riuscirò neppure a scrivere una recensione di lunghezza standard.


Trama: tre ragazze vengono mandate in un diner dal loro boss, per capire chi sta facendo il furbo con una partita di droga. Lavoro semplice? Seh, come no…


Catch.44 è una tarantinata fuori tempo massimo, con un soggetto risibile sceneggiato coi piedi e una regia furbetta che sa tanto di già visto. Non so se i realizzatori hanno riguardato il film prima di distribuirlo, ma giuro che si fa fatica a seguirlo da tanto la storia è basata sul nulla e appesantita da inutili salti temporali che, lungi dal chiarire la trama o arricchirla, sembra davvero siano stati messi lì a caso giusto per allungare il brodo. Diciamo che se si fossero limitati a seguire l’idea di un gruppetto di ragazze criminali che vengono punite per aver scazzato un vecchio lavoro sarebbe potuto uscire qualcosa di quantomeno dignitoso, il problema è che i realizzatori non hanno voluto solo omaggiare lo stile di Tarantino, ma hanno deciso di scopiazzare un po’ anche i Coen aggiungendo quel pizzico di grottesco tipico dei film dei due fratellini, costringendo così lo spettatore ad affrontare un improbabile guardia del corpo/serial killer innamorato di una delle tre sgallettate, pessimamente interpretato da un Forest Whitaker a dir poco imbarazzante. Mai imbarazzante comunque, e mi si spezza il cuore a dirlo, quanto Bruce Willis, imbiondito, invecchiato, imbolsito e costretto a recitare in uno dei ruoli peggiori della sua carriera, un ridicolo boss da operetta ghiotto di noccioline e dispensatore di noiosissime “parabole” a sfondo country.


Cosa salvare dunque di questa roba? Eh beh, la regia, per quanto “di maniera”, non è male. Fosse solo per la confezione il film meriterebbe sufficienza piena, con i fermo immagine che introducono i personaggi assieme al loro nome scritto sullo schermo, la pellicola che, durante i flashback, sembra sgranarsi e tornare indietro, un generoso dispendio di sangue e una fotografia nitida. Da buon emulo del filone tarantiniano questo Catch .44 cura molto anche la colonna sonora, che regala la sequenza migliore di tutta la pellicola quando le ragazze in macchina si mettono ad ascoltare nientemeno che quella Respect Yourself cantata in tempi non sospetti da un giovane Bruce Willis che utilizzava il nome d’arte “Bruno” (tutto vero e posso confermarlo, visto che ero riuscita a procurarmi la cassettina all’epoca!). Questi pochi pregi, comunque, non salvano Catch .44 dall’ignominia e dal beccarsi un Oscar per il peggior stallo finale tra personaggi che si puntano vicendevolmente la pistola addosso, roba da mettersi davvero le mani nei capelli. Evitate, gente, evitate! 


Di Malin Akerman (Tes), Bruce Willis (Mel) e Brad Dourif (lo sceriffo Connors) ho già parlato nei rispettivi link.

Aaron Harvey è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha già diretto un altro film, l’horror The Evil Woods. Anche produttore, ha 32 anni e di lui non si trovano foto!


Nikki Reed (vero nome Nicole Houston Reed) interpreta Kara. Americana, ha partecipato a tutti i film dedicati a Twilight e alla serie The O.C. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 24 anni e cinque film in uscita.


Deborah Anne Woll interpreta Dawn. Americana, ha partecipato a film come Mother’s Day e Ruby Sparks, oltre a serie come E.R. – medici in prima linea, CSI: Scena del crimine, My Name is Earl e True Blood. Ha 27 anni e tre film in uscita. 


Forest Whitaker interpreta Ronny. Americano, lo ricordo per film come Il colore dei soldi, Platoon, Ultracorpi – L’invasione continua, Specie mortale, Phenomenon, Gost Dog – Il codice del samurai e Panic Room; ha anche partecipato alle serie E.R. – medici in prima linea e Criminal Minds, oltre ad aver doppiato episodi di American Dad!. Vincitore di un Oscar come miglior attore protagonista, anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 51 anni e nove film in uscita.


Shea Whigham (vero nome Franklin Shea Whigham Junior) interpreta Billy. Americano, ha partecipato a film come Fast & Furious – Solo parti originali, Machete, This Must Be the Place, Le belve e a serie come E.R. – Medici in prima linea, Lie To Me, Numb3rs e Medium. Ha 43 anni e un film in uscita.


Francamente, non saprei cosa consigliarvi dopo aver visto questa bruttura, ma per “sciacquarvi il cervello” un bel Pulp Fiction ci sta sempre bene, diffidate dalle imitazioni! ENJOY!


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