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venerdì 8 marzo 2024

NYAD - Oltre l'oceano (2023)

Sono immersa fino al collo nei recuperi pre-Oscar ed è una fortuna che venga in soccorso anche Netflix, che già qualche mese fa aveva fatto uscire NYAD - Oltre l'oceano (NYAD), diretto nel 2023 dai registi Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi e candidato a due Oscar, Miglior attrice protagonista e Miglior attrice non protagonista.


Trama: all'età di 64 anni, l'ex nuotatrice Diana Nyad decide di compiere una traversata in solitaria, a nuoto, da Cuba alla Florida.


Da brava ignorante in ogni campo, ma soprattutto in quello sportivo, non avevo mai sentito nominare Diana Nyad, nuotatrice che ha fatto delle traversate in mare aperto la sua ragione di vita. Per fortuna, ad arricchire la mia cultura ci pensano annualmente questi biopic realizzati per racimolare Oscar, che ogni volta mi portano a conoscere personaggi della cultura americana a me totalmente avulsi. Di solito, film come questo sono anche di una noia o di una pochezza allucinanti, e spesso mi chiedo come sia possibile che l'Academy li ricopra di candidature, ma fortunatamente non è il caso di Nyad, che ha generato un entusiasmo abbastanza contenuto tra i membri della commissione. La sceneggiatura, tratta dall'autobiografia della nuotatrice (sorvolerei quindi sulle controversie legate al fatto che l'effettivo coronamento dell'impresa sia ampiamente dibattuto), si concentra sui suoi tentativi di percorrere a nuoto la distanza tra la Florida e Cuba, dopo avere fallito all'età di 28 anni, a seguito di una "crisi di età avanzata" (64 anni) in cui Nyad si è ritrovata priva di un obiettivo nella vita. Il film segue, dunque, il pattern tipico delle opere a tema sportivo, con un primo atto scoppiettante in cui l'impresa viene messa in piedi, un secondo atto di tragedia totale e, finalmente, un terzo atto di faticosa e meritata vittoria. Nulla di innovativo, ma se non altro viene data molta attenzione alla caratterizzazione dei personaggi: Nyad non è una protagonista positiva, anzi, è una fanfarona testa di cazzo ed egoista, e il suo orribile carattere viene smussato sia dalla presenza benefica dell'allenatrice ed amica Bonnie, persona capace, paziente e con la testa sulle spalle, sia dal rude capitano John Bartlett, personaggio che mi ha molto commossa sul finale. Nel corso del film, alcuni flashback danno una tragica, ulteriore spiegazione alla cieca determinazione di Nyad, ma a mio avviso si tratta di un di più, perché la storia raccontata è già di per sé interessante, in grado di tenere desta l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine.


Poiché la sceneggiatura non è particolarmente innovativa, a catturare lo spettatore ci pensano soprattutto le interpretazioni intense di Annette Bening e Jodie Foster (che non vinceranno nulla, ma è un altro discorso). La Bening è irriconoscibile, distante anni luce dalla bellissima donna che percorre solitamente i red carpet. Bruciata dal sole e dalla salsedine, nonché priva di trucco, l'attrice diventa il perfetto doppelgänger della vera Nyad, della quale riporta sullo schermo il modo di parlare e gli atteggiamenti tronfi e teatrali. A farle da degna spalla, in guisa di amica del cuore, c'è una Jodie Foster asciuttissima, in perfetta forma fisica, la voce della ragione in una vicenda di volontà impetuose ed ego smisurati; le sequenze in cui le due dialogano e si confrontano vivacizzano moltissimo la vicenda e, alternativamente, strappano risate e lacrime, queste ultime enfatizzate da un'interpretazione stranamente misurata di Rhys Ifans, degno completamento di un triangolo perfetto. Non particolarmente entusiasmante, invece, la regia. Le riprese (intervallate da spezzoni in cui si intravede la vera Nyad, che accompagnano anche i titoli di coda) sono state realizzate da Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi, solitamente impegnati come documentaristi. Il risultato è un mix di eleganti riprese in mare aperto, camera a mano più "rozza" ma comunque efficace per le sequenze subacquee o ravvicinate, scene in interni degne di un film per la TV ed inquietanti momenti "fantasy" a rappresentare le allucinazioni di una Nyad sull'orlo del tracollo fisico, cosa che contribuisce a non rendere la pellicola particolarmente memorabile. Se vi piacciono, comunque, le storie di riscatto sportivo e cercate un film da vedere per una serata in relax, NYAD - Oltre l'oceano merita almeno una visione. 


Di Annette Bening (Diana Nyad), Jodie Foster (Bonnie Stoll) e Rhys Ifans (John Bartlett) ho già parlato ai rispettivi link.

Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi sono i registi della pellicola. Marito e moglie, hanno diretto assieme documentari come Free Solo - Sfida estrema e The Rescue - Il salvataggio dei ragazzi. Americani, entrambi produttori e sceneggiatori, Jimmy ha 50 anni ed Elizabeth ne ha 45.  


 

lunedì 1 marzo 2021

Golden Globes 2021

Buon lunedì a tutti! Stanotte c'è stata la cerimonia di assegnazione dei Golden Globe "ai tempi del Covid", tra chupito, audio che va e viene, qualche premio prevedibilissimo e un unico diludendo, ovvero la tremebonda snobbata ai danni del bellissimo Promising Young Woman che, se tanto mi da tanto, vedrà sfumare non solo qualsiasi possibilità di vincere degli Oscar, ma anche di venire candidato per qualsivoglia categoria. La solita tristezza, insomma, quest'anno aggravata dal fatto che distribuzione italiana latita ancor più... ENJOY!


Miglior film drammatico
Nomadland  (USA/Germania, 2020)
Nonostante lo scippo ai danni di Promising Young Woman, non posso "odiare" in partenza un film con l'adorata Frances McDormand. A quanto si capisce dalla trama, Nomadland dev'essere un on the road spinto dalla disperazione di aver perso tutto e, ne sono quasi sicura, un film simile andrebbe visto al cinema per godere della regia. Purtroppo non esiste ancora una data di uscita italiana, anche perché non si sa ancora se e quando riapriranno le sale... il problema è che non si sa nemmeno se Nomadland finirà su qualche piattaforma di streaming legale. Insomma, come al solito buon per quelli che lo hanno visto a Venezia: noi stronzi aspettiamo e speriamo.



Miglior film - Musical o commedia
Borat Subsequent Moviefilm  (USA, 2020)
Questo invece lo si trova facile, è su Amazon Prime Video. Peccato che il prequel, che io non ho mai visto perché uscito nel periodo in cui avevo Baron Cohen in odio totale, non si trovi se non a pagamento e anche no, dai, grazie. Attenderò di guardarlo nel caso arrivasse agli Oscar, altrimenti pazienza, con calma. 

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Chadwick Boseman in Ma Rainey's Black Bottom
Vittoria scontata, sebbene meritata, anche perché Boseman è uno degli unici due elementi che rende Ma Rainey's Black Bottom un film sopportabile. Anzi, visto il contorno fuffoso, la sua performance risulta ancora più bella e intensa.



Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Andra Day in The United States vs. Billie Holiday
La "biografia" di Billie Holiday o, meglio, lo scandalo nato dalla sua canzone Strange Fruit, è un altro di quei film missing in action. In America è uscito pochi giorni fa sulla piattaforma Hulu, in Italia i diritti li ha la BIM, quindi potrebbero creare un evento come per il film di Sia oppure distribuirlo (chissà quando) su altre piattaforme come Chili ecc. Nell'attesa di vederlo, mi rammarico per Carey Mulligan, ovviamente, ma anche Viola Davis e Vanessa Kirby sono state bravissime, quindi come minimo la Day, al suo primo ruolo da protagonista, dovrà essere eccelsa.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Sacha Baron Cohen in Borat Subsequent Movie
Ammetto di avere visto solo la performance di Andy Samberg quindi non faccio testo ma siccome ultimamente il mio odio per Cohen è finito, non posso che essere felice per lui.


Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Rosamund Pike in I Care a Lot
Altro premio prevedibilissimo e personalmente assai gradito, visto che la Pike asfalta davvero tutti nel film.



Miglior attore non protagonista
Daniel Kaluuya in Judas and the Black Messiah
Benché abbia sempre voluto bene a Kaluuya e sia sinceramente contenta per lui, questo è un altro film che non conosco e che è missing in distribution. La storia del leader delle Pantere Nere in America è stata distribuita su HBO Max, qui in Italia chissà. Per il resto non saprei davvero come commentare il premio, mi mancano tutti i contendenti tranne Baron Cohen, effettivamente bravissimo ma già premiato altrove.


Miglior attrice non protagonista
Jodie Foster in The Mauritanian
Anche in questo caso vivo in totale ignoranza. Sia Glenn Close che la piccola Helena Zengel mi sono piaciute molto ma alla Foster voglio sempre bene, quindi spero di potermi godere la sua performance ma, anche in questo caso, chissà quando.


Miglior regista
Chloé Zhao per Nomadland.
Il premio a una regista donna accresce ancor più la mia attesa per questo film anche se sarebbe stata meglio Emerald Fennell, mannaggia. E pazienza per Fincher e i suoi shottini!

Miglior sceneggiatura
Aaron Sorkin per Il processo ai Chicago 7.
A Sorkin non si può dir di no. Comunque erano molto interessanti anche le sceneggiature di Promising Young Woman e Mank.



Miglior canzone originale
Io sì (Seen) di Diane Warren, Niccolò Agliardi e Laura Pausini, per il film La vita davanti a sé
Gesù che ammorbo. E non aggiungo altro.

Miglior colonna sonora originale
Soul di Trent Reznor, Atticus Ross, Jon Batiste
Purtroppo ho poco orecchio musicale ma sicuramente, per un film come Soul, questa era la scelta più giusta.

Miglior cartone animato
Soul (USA 2020)
E non avevo dubbi avrebbe vinto Soul, onestamente, anche se devo ancora vedere The Wolfwalkers, l'unico col quale potrei mettere in discussione l'ultima meraviglia Pixar.

Miglior film straniero
Minari (USA, 2020)
Adoro Steven Yeun quindi non me lo perderò, anche se un po' mi spiace per La llorona, in quanto unico horror del mucchio. Purtroppo, anche in questo caso, non si sa nulla su un'eventuale distribuzione italiana.
Ti amo. Ti amo alla follia.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo
pochissime, quest'anno più che mai. Stavolta, hanno vinto tutto serie conosciutissime e amatissime che, ahimé, non ho avuto tempo (e continuerò a non avere, per inciso) di recuperare come The Crown e La regina degli scacchi. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

martedì 15 ottobre 2019

Taxi Driver (1976)

La febbre da Joker non si è ancora spenta ma, almeno per me, non significa andarmelo a rivedere al cinema ventordici volte, quanto piuttosto riguardare le sue dichiarate fonti di ispirazione, come per esempio Taxi Driver, diretto dal regista Martin Scorsese nel 1976.


Trama: afflitto da un'insonnia cronica, un veterano con problemi mentali decide di lavorare come tassista di notte. Il suo desiderio di ripulire la città si rafforza quando incontra Betsy, sostenitrice di un candidato presidenziale, e Iris, prostituta tredicenne...


Cosa si può dire di Taxi Driver che non sia stato detto? Nulla. Basta aprire qualunque libro di cinema, qualunque biografia su Scorsese, qualunque monografia sul film in sé per scoprire un mondo e innamorarsi di una delle pellicole più belle non solo del regista, ma della cinematografia mondiale. Non ho aneddoti legati alla visione di Taxi Driver, sono sincera. E' uno di quei film recuperati dopo essere stata folgorata sulla via di Damasco da Quei bravi ragazzi e mentre l'epopea mafiosa di Ray Liotta e compagnia è roboante, zeppa di glamour e spesso tragicamente divertente, Taxi Driver è "solo" angosciante e cupo, tanto che alla fine della visione avevo preso tutte le immagini e le avevo rinchiuse nella testa e nel cuore per tenerle per me; non mi sarei MAI sognata di consigliare Taxi Driver ai miei amici con l'entusiasmo con cui invece rompevo le scatole per i film di Tarantino, Quei bravi ragazzi, Casino o persino Arancia meccanica. Perché Taxi Driver ti deprime, ti riversa addosso le atmosfere della New York notturna sporca e pericolosa, fatta di papponi, gente che muore senza un perché, tassisti che si fanno scivolare addosso le peggio cose anche se lo sporco di quelle cose gli rimane attaccato addosso, sui vestiti e sui sedili "impiastricciati". E uno di questi tassisti è Travis Bickle, allucinato dalla mancanza di sonno e da problemi mentali che non vengono mai davvero definiti all'interno del film. Un uomo mite (almeno all'inizio), una persona di cui probabilmente non ci accorgeremmo se ci passasse accanto, un essere umano che si guarda attorno e prova schifo per tutto ciò che vede, per la propria soffocante ed ingiusta solitudine, e come tutti noi soffre in silenzio, almeno finché una serie di esperienze negative non lo porta a fare scelte assai drastiche. Possiamo non essere sotto l'effetto di psicofarmaci, per carità, magari non arriveremo mai ad armarci di tutto punto per ripulire le strade, ma Travis Bickle siamo noi, inutile nasconderci dietro un dito.


Siamo noi con le nostre stranezze e il modo goffo di esistere, quando proiettiamo tutte le nostre speranze su qualcuno che colpisce la nostra attenzione, "angelicandolo" come già faceva Dante con Beatrice. La Beatrice di Travis è Betsy, almeno all'inizio, e come la Beatrice dantesca abbiamo a che fare con una bella stronza, non c'è ombra di dubbio. Lusingata dalla corte di quell'uomo particolare, incuriosita forse dai suoi atteggiamenti poco ortodossi, Betsy accetta di uscire con Travis ma non riesce a capirlo e lo rifiuta; lungi da me darle colpe, poveraccia, ché venire portata in un cinema porno da uno sconosciuto al primo appuntamento farebbe strano anche alla sottoscritta, tuttavia Betsy è come la società che circonda Travis, pronta a giudicarlo e lasciarlo di nuovo solo, senza nemmeno fare lo sforzo di ascoltarlo e capirlo. Lo stesso vale per i colleghi (il dialogo tra Travis e Mago dovrebbe far ridere ma è angosciante), lo stesso vale per l'accondiscentente (e falso) senatore Palantine, lo stesso vale per tutti i freaks che popolano New York e viaggiano sui taxi, lo stesso vale per la "scema" Iris, un'innocente dalle ali spezzate che forse è sola e incompresa quanto Travis ma, a differenza sua, non ha la capacità di difendersi o ripulire il mondo né percepisce le ingiustizie che vengono perpetrate nei suoi confronti. Travis è dannatamente solo e più cerca di uscire da quella solitudine più essa lo inghiotte e lo schiaccia. Anche il finale, che in apparenza dovrebbe essere consolante, la vittoria dell'antieroe finalmente accettato per quel che è e "guarito", in realtà non lo è affatto.


Siamo tutti buoni ad applaudire per Arthur Fleck, agente di caos e ribellione, infinitamente glamour nella sua sfiga, tanto da diventare nemesi di Batman, nientemeno. Ma i cinque minuti di gloria di Travis Bickle sono di una tristezza fuori dal comune, resi ancora più amari dalla consapevolezza che lo sfogo di una sera non basterà né a ripulire New York né, tantomeno, a fare di Travis una persona meno sola o più consapevole di sé; sul finale, il sorriso sensuale di Betsy è quello interessato di chi ha per le mani una celebrità e anche se Travis è riuscito a scorgere cosa si cela davvero dentro la ragazza, vedendola per la vanesia superficiale che è, non è detto che sarà così anche in futuro e che il poveraccio riuscirà a farsi degli amici veri, una moglie o una famiglia. Anzi, quei titoli che scorrono continui, coi taxi che non smettono di correre, ci dicono che probabilmente non cambierà nulla, né per Travis, né per New York... e forse nemmeno per Iris, segnata per sempre da una tragedia che l'ha salvata fisicamente dalla droga e dalla prostituzione ma che probabilmente l'ha danneggiata in modi impensabili. E così, ancora oggi, dopo più di 40 anni, esco dalla visione di Taxi Driver un po' più "sporca" e un po' più amareggiata e questo l'ha capito anche il Bolluomo, poverino, il quale "costretto" a guardare il grande capolavoro di Scorsese per la prima volta l'ha rigettato senza riuscire a farselo piacere, così cupo e pessimista com'è, così focalizzato su un personaggio difficile da decifrare, così fuori dal mondo e allo stesso tempo ancora così tristemente, maledettamente attuale senza essere né ruffiano né costruito ad arte per piacere e fare discutere.


Del regista Martin Scorsese, che interpreta anche il passeggero che spia la moglie alla finestra, ho già parlato QUI. Robert De Niro (Travis Bickle), Peter Boyle (Mago), Albert Brooks (Tom), Jodie Foster (Iris) e Harvey Keitel (Sport) li trovate invece ai rispettivi link.

Cybill Shepherd interpreta Betsy. Americana, la ricordo per film come L'ultimo spettacolo, La dea del successo, inoltre ha partecipato a serie quali Moonlighting e Criminal Minds. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 69 anni e un film in uscita.


Taxi Driver è stato nominato per quattro Oscar senza vincerne nemmeno uno: Miglior Film (quell'anno ha vinto Rocky, nientemeno), Robert De Niro come Miglior Attore Protagonista (andato postumo a Peter Finch per Quinto Potere), Jodie Foster come Miglior Attrice Non Protagonista (ha vinto Beatrice Straight, sempre per Quinto Potere, ma quell'anno era candidata anche Piper Laurie per Carrie - Lo sguardo di Satana) e Miglior Colonna Sonora Originale, l'ultima peraltro scritta da Bernard Herrmann, morto dopo poco. Il ruolo di Travis Bickle era stato offerto a Dustin Hoffman, che lo ha rifiutato per poi pentirsene negli anni a venire mentre Harvey Keitel avrebbe dovuto interpretare Tom ma è finito a fare il pappone; la stessa Tippi Hedren ha invece impedito a Melanie Griffith di accettare la parte di Iris nonostante la figlia fosse la prima scelta per interpretarla (la seconda era Linda Blair) quando il regista avrebbe dovuto essere Brian De Palma. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Lo sciacallo - Nightcrawler, Drive e You Were Never Really Here. ENJOY!

venerdì 9 agosto 2019

Hotel Artemis (2018)

Come ho scritto su Facebook, poiché debbo vergognarmi di non aver apprezzato in toto Midsommar ho deciso di tornare su film più terra terra e comprensibili anche dagli ignoranti come me. Ergo, domenica sono corsa al cinema per vedere Hotel Artemis, scritto e diretto nel 2018 dal regista Drew Pearce.


Trama: in una Los Angeles del futuro piagata da violentissime insurrezioni, un'infermiera gestisce l'Hotel Artemis, luogo dove i peggiori criminali vengono curati con metodi all'avanguardia.


Tanto è stato il trauma post-Midsommar, che persino questo Hotel Artemis mi è sembrato meno ignorante di quanto avrei preventivato e adesso mi sento in difetto a scriverne. Scherzi a parte, mi aspettavo una brutta copia di John Wick e dell'Hotel Continental dove i criminali vanno a far la bella vita o si rifugiano approfittando delle regole ferree della struttura (la prima, su tutte, è che non ci si può uccidere a vicenda all'interno dell'hotel), in realtà sia le regole dell'Artemis che le insurrezioni popolari all'interno di una Los Angeles in piena crisi idrica fungono da contorno per raccontare la storia dell'infermiera Thomas, donna piagata dalla vita e da un passato doloroso, chiusa all'interno di un hotel dotato di un regolamento rigidissimo poiché impossibilitata ad affrontare un esterno sregolato e pericoloso. All'interno dell'Artemis si intrecciano storie di varia umanità più o meno interessante e più o meno legata ai cliché del genere: se la bella e micidiale Nice, il vanaglorioso Acapulco e il pericolosissimo Re Lupo sono personaggi abbastanza monodimensionali utilizzati come meri strumenti per far proseguire la trama in una determinata direzione, altri come Waikiki e l'infermiere Everest (oltre alla stessa Thomas) offrono quel minimo di "approfondimento psicologico" che porta gli spettatori a considerarli più di carne da macello e a dispiacersi/interessarsi per il loro destino. In effetti, Hotel Artemis non è solo la sagra delle botte, anzi, di queste non se ne vedono nemmeno tantissime, almeno fino alla fine del primo tempo, mentre invece l'atmosfera è spesso malinconica e drammatica, forse grazie alla presenza di una Jodie Foster che ha palesemente preso a cuore il suo personaggio dandogli quella dignità che altre avrebbero trasformato in ridicolo involontario.


Drew Pearce, al suo semi-esordio dietro la macchina da presa dopo parecchie prove come sceneggiatore, sceglie di non sbragare come farebbero i novellini entusiasti ma si mantiene comunque nel decoro di una sceneggiatura "tranquilla" e piacevole, a modo suo, e di una regia che valorizza al meglio gli ambienti decadenti e anche un po' kitsh dell'Hotel Artemis; al montaggio, per fortuna, le poche botte non vengono sacrificate né rese confuse e in generale si ha l'impressione che l'intero reparto visivo di Hotel Artemis sia stato curato da gente che sa fare il suo mestiere. Cosa che, per inciso, vale anche per gli altri attori che affiancano Jodie Foster, salvo un paio di eccezioni nelle quali rientra, porca misera, un Zachary Quinto che tra il figlio scemo del boss e il vecchio pederasta di N0S4A2 pare non azzeccare più un ruolo. Meravigliosi, invece, Dave Bautista e Sofia Boutella. Il primo si riconferma uno dei pochi manzi capaci di rendere riconoscibili i suoi personaggi tutti muscoli dotandoli di un cuore e un'anima sempre diversi, la seconda è semplicemente una macchina da guerra sexy da morire e meriterebbe di comparire in ogni film che preveda anche un singolo pugno (o calcio) dato da una bella fanciulla a rozzi e sacrificabili henchmen. Si può dire dunque che Hotel Artemis meriterebbe la visione anche solo per vederli all'opera ma alla fine è l'intero film a confermarsi godibile e meno stupido di quanto sembrasse dal trailer. Dategli una chance, se vi va.


Di Jodie Foster (Infermiera Thomas), Sofia Boutella (Nice), Jeff Goldblum (Niagara), Brian Tyree Henry (Honolulu), Zachary Quinto (Crosby Franklin), Charlie Day (Acapulco), Dave Bautista (Everest) e Kenneth Choi (Buke) ho parlato ai rispettivi link.

Drew Pearce è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova con un lungometraggio. Anche produttore e attore, ha 44 anni.


Sterling K. Brown interpreta Waikiki. Americano, ha partecipato a film come Black Panther, The Predator e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Alias, Supernatural, Medium, American Crime Story; come doppiatore ha lavorato in Robot Chicken. Anche produttore, ha 43 anni e tre film in uscita tra i quali Frozen II - Il segreto di Arendelle.


Jenny Slate interpreta Morgan. Americana, ha partecipato a film come Venom; come doppiatrice ha lavorato in Zootropolis, Pets - Vita da animali, LEGO Batman - Il film, Cattivissimo me 3, Pets 2: Vita da animali e serie come Adventure Times, Muppet Babies e I Simpson. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 37 anni e due film in uscita.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate la trilogia di John Wick, Atomica bionda e Polar. ENJOY!


venerdì 23 settembre 2011

Carnage (2011) - Recensione

Dritto dritto dalla Mostra del cinema di Venezia arriva miracolosamente anche dalle mie parti l’ultima fatica di Roman Polanski, quel Carnage tratto dalla pièce teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza (anche sceneggiatrice della pellicola, assieme al regista).



Trama: due famiglie sono costrette a confrontarsi quando il figlio dei Longstreet viene picchiato con un bastone dal figlio dei Cowan. Inizialmente i toni della discussione sono concilianti e civili, ma l’idillio non dura a lungo…



Roman Polanski è un autore che personalmente amo molto, sebbene non abbia visto tutti i suoi film ma solo i più famosi e quelli un po’ più horror. Quello che mi piace della gran parte delle sue opere è la feroce ironia e la critica neppure troppo sottile della borghesia, delle piccole bugie che sono parte integrante della sua stessa esistenza. Queste due caratteristiche si ritrovano in questo Carnage, una commedia intellettuale nera, molto breve e di stampo teatrale, resa splendidamente dalla bravura di quattro attori a dir poco perfetti. Dopo una breve introduzione muta, ripresa da lontano (e che ritornerà nel finale come un cerchio perfetto), che ci introduce il motivo dell’incontro delle due famiglie, l’occhio del regista “viola” l’intimità dell’appartamento dei Longstreet e ci mostra impietosamente quello che può accadere dietro una facciata di civiltà ed apparente normalità, in un microcosmo che riflette, purtroppo, la realtà in cui viviamo.



Comincia così un film che, nonostante si svolga all’interno di un appartamento e sia assai verboso, non è per nulla statico né noioso. Il confronto tra le due famiglie da il La ad una riflessione sulla società moderna, dove i rapporti sono resi difficili dalle convenzioni imposte dalla civiltà, convenzioni che spesso seguiamo senza esserne convinti perché cozzano con il nostro fondamentale egoismo ed individualismo: è il “dio del massacro” del titolo originale che, sotto sotto, guida ogni nostra azione, anche quando sembra essere compiuta per altruismo, o per difendere qualcuno che ci sta a cuore. E’ quella volontà di  primeggiare sugli altri, sempre e comunque, di mostrarci perfetti, di mantenere le apparenze, di combattere con le unghie e con i denti per avere successo nella vita, anche a scapito della famiglia, degli amici, della serenità. I quattro protagonisti di Carnage sono, in tal senso, dei perfetti “adepti” di questo dio, anche quelli che in apparenza si battono per l’interesse dei figli e che sono più buoni e civili degli altri.



Non entrerò troppo nel dettaglio per non togliere la sorpresa a chi vuole andare a vedere il film, ma la cosa interessante di Carnage è il continuo alternarsi dei ruoli, delle “alleanze” tra personaggi, delle dinamiche di conflitto (essenzialmente quattro, oltre ovviamente all’evento scatenante iniziale: il fatto che Alan sia sempre al telefonino, la sua causa con una casa farmaceutica, i frequenti malori di Nancy, il criceto che John avrebbe abbandonato per strada). Le certezze del pubblico e i cliché vengono intelligentemente ribaltati:  il “cattivo” della pellicola è l’unico consapevole della realtà odierna e l’unico che, quindi,  segue coerentemente i suoi valori (o meglio, i suoi NON valori, visto che del figlio non gliene frega nulla, della famiglia tanto meno e non fa niente per nasconderlo, fino alla fine). In un certo senso quindi l’unico personaggio sincero e quindi relativamente positivo è lui, sicuramente più di quanto non siano gli altri tre: Nancy è debole, vanesia e schiava delle apparenze, Penelope invece è progressista e pacifista in apparenza ma in realtà è un’egoista che sfrutta i problemi del figlio solo per mostrare le sue presunte qualità, insoddisfatta della vita e con un marito felice della propria ignoranza e mediocrità, costretto a tenere alte le aspettative della moglie. Gli attori che interpretano questi quattro personaggi sono ovviamente tutti bravissimi; personalmente, adoro Christoph Waltz quindi forse non sono molto obiettiva nel dire che il migliore è sicuramente lui, tuttavia anche John C. Reilly, che solitamente non sopporto, incarna alla perfezione il difficile personaggio di John.  Però, oltre alle interpretazioni magistrali e alla storia effettivamente accattivante ed interessante, ho amato soprattutto il finale. Senza rivelarlo, dico solo che è meraviglioso assistere ad un’ora e mezza di esilaranti scene isteriche, comportamenti a dir poco grotteschi e sceneggiate da primedonne… solo per poi vedere ribadita la loro inutilità con una conclusione ironica e pungente, dove le immagini parlano da sole, senza bisogno di ulteriori dialoghi. Insomma andate a vedere Carnage perché, nel suo genere, è davvero un piccolo gioiello.



Di Christoph Waltz, che interpreta Alan Cowan, ho già parlato qui. Kate Winslet interpreta Nancy Cowan, trovate il suo trafiletto qua. Anche John C. Reilly, nei panni di John Longstreet, ha avuto modo di comparire sul Bollalmanacco qui.

Roman Polanski (vero nome Rajmund Roman Liebling) è il regista della pellicola. Un altro dei miei registi preferiti in assoluto, lo ricordo per film come Per favore non mordermi sul collo, il bellissimo Rosemary’s Baby, Chinatown, Pirati, La nona porta, Il pianista (con il quale ha vinto l’Oscar come miglior regista) e Oliver Twist. Francese, anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 78 anni.



Jodie Foster (vero nome Alicia Christian Foster) interpreta Penelope Longstreet. Universalmente considerata come una delle attrici più potenti di Hollywood, emblema di un tipo di cinema “di massa” ma anche molto intellettuale, la ricordo per film come Due ragazzi e … un leone, Taxi Driver, Tutto accadde un venerdì, Una ragazza, un maggiordomo e una lady, Hotel New Hampshire, lo splendido Il silenzio degli innocenti (per il quale ha vinto il suo secondo Oscar come migliore attrice protagonista, il secondo era arrivato nel 1989 con Sotto accusa) , Il mio piccolo genio, Sommersby, Nell, Anna and the King, Panic Room e il recente Mr. Beaver. Ha partecipato anche a serie come Una moglie per papà, The Addams Family, X – Files e doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttrice e regista, ha 49 anni e un film in uscita.



E ora vi lascio col trailer originale del film... ENJOY!!




Pubblicato su The Ed Wooder

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