martedì 17 ottobre 2017

The Babysitter (2017)

Ottobre è il mese di Halloween e, nell'attesa della seconda serie di Stranger Things, Netflix ha tirato fuori dal cilindro la commedia horror The Babysitter, diretta dal regista McG.


Trama: Cole è un ragazzino timido e pauroso che, alla veneranda età di 13 anni, ha ancora bisogno della babysitter, la bellissima e sensuale Bee. Una sera Cole decide non dormire quando la babysitter lo mette a letto e scopre così che la bella Bee nasconde un terrificante segreto...


The Babysitter è la seconda commedia horror (che io sappia) prodotta e distribuita da Netflix dopo Little Evil, film che ho già visto ma di cui non ho ancora parlato. A differenza della storia del "figlio di Satana", carina all'inizio ma un po' moralista da metà in poi, The Babysitter non smette mai di essere ciò che appare all'inizio, ovvero un'esageratissima supercazzola dalle tinte sanguinolente, assai divertente e molto godereccia, che non perde mai di vista l'assurda cattiveria del suo assunto iniziale e offre allo spettatore la presenza di personaggi assurdi e ben caratterizzati. Il protagonista, innanzitutto. Cole frequenta le scuole medie e ha paura di qualsiasi cosa, questo nonostante abbia dei genitori che gli permetterebbero di fare parecchie esperienze che farebbero la gioia di un ragazzino della sua età (guidare la macchina in primis); conciato come un piccolo Kingsman, ovviamente vessato dal novanta per cento dei compagni di scuola, non si capisce se Cole sia davvero uno sfigato oppure se ci marci sopra per poter continuare ad avere come babysitter la bionda Bee. Quest'ultima è caratterizzata come il sogno proibito di ogni uomo e donna del pianeta e non ha un difetto che sia uno: bionda, gnocca, simpatica, intelligente, sensualissima, persino dotata di enorme cultura nerd e cinematografica, è indubbiamente la compagna di giochi ideale per un ragazzino che comunque si trova nella delicata fase prepuberale e quindi non è totalmente indifferente alle grazie della signorina. La prima parte del film è interamente realizzata come una commedia che potrebbe sfociare nel coming of age, con Cole costretto ad affrontare i suoi problemi, Bee che gli fa da allegra spalla, il cucuzzaro di assurdi personaggi che circondano il protagonista ognuno impegnato a svolgere al meglio il proprio ruolo (bulletto, amici del bulletto, ragazzina carina della porta accanto, genitori in crisi matrimoniale impegnati a ravvivare il loro rapporto, ecc. ecc.) e la scommessa di rimanere sveglio per vedere cosa succede di notte dopo che la babysitter l'ha mandato a letto (ci saranno "prostate"? "Orge"? Chissà...)... poi però la situazione cambia e subentra l'elemento horror. Molto splatter. Come si evince dal trailer, da protetto Cole diventa vittima sacrificale e la bella Bee un mostro spietato, quindi il ragazzino deve superare la sua natura paurosa e cercare di sopravvivere alla notte più difficile della sua vita, tramutatasi all'improvviso nel più classico degli home invasion, una roba che quella del povero Kevin McCallister, al confronto, era una natalizia passeggiata di salute.


Dopo la lunga introduzione dal sapor di commedia, dunque, The Babysitter sconfina in campo horror eppure non smette mai, nemmeno per un secondo, di divertire lo spettatore. Tra battute esilaranti, personaggi incredibilmente stupidi, equivoci e carnefici che si prendono tutto il tempo di fare anche da mentore alle proprie vittime, il regista McG trova anche l'occasione di prendersi in giro citando una delle scene iconiche del primo Charlie's Angels e fa inorridire lo spettatore con tarantole giganti, secchiate di sangue e un bodycount abbastanza alto per questo genere di pellicola. Intendiamoci, non si ha mai davvero paura guardando The Babysitter, eppure ci sono un paio di jump scare efficaci e un'ottima gestione dei momenti più thriller, durante i quali McG dimostra di non essere l'ultimo streppone che si è ritrovato in mano una macchina da presa per caso; fortunatamente, il regista non dimentica neppure le sue origini pop e i momenti topici vengono evidenziati con divertentissime scritte in sovrimpressione, finestre tipiche dei giochi di ruolo e altre amenità dosate con parsimonia così da non risultare fastidiose. Ma io posso anche stare qui a scrivere delle ore su quanto mi sia divertita guardando The Babysitter, tanto so benissimo che l'unico motivo per guardarlo sta nell'incredibile bellezza di Samara Weaving, quella maledetta sgnoccolona australiota. La sua presenza scenica non può passare inosservata e durante il gioco della bottiglia tra lei e Bella Thorne il Bolluomo ha rivalutato in tempo zero il valore culturale della cinematografia horror (non potevo neppure tirargli una gomitata nei denti...) ma, al di là dell'innegabile bellezza stratosferica che le fate madrine le hanno donato, mi è parso che la biondina sapesse anche recitare, cosa che mi porta ad augurarle una fulgida carriera. Il resto del cast non è magari così memorabile, per quanto sia composto da almeno un paio di facce conosciute, ma per il valore che ha The Babysitter portano tutti a casa la pagnotta, sia ragazzini che adulti, con menzione speciale a una Bella Thorne che ho trovato molto più in parte qui rispetto all'abominevole Amityville: Il risveglio. In soldoni, Netflix ha tirato fuori una pellicola perfetta per una serata ignorante a base di pop corn e brividelli allouìni, adatta anche a chi non ha il coraggio di affrontare un Horror con l'H maiuscola ma vuole comunque farsi trasportare dall'atmosfera stagionale, quindi consiglio senza remore una visione disimpegnata.


Di Bella Thorne (Allison), Leslie Bibb (la mamma di Cole) e Ken Marino (il papà di Cole) ho parlato ai rispettivi link.

McG (vero nome Joseph McGinty Nichols) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Charlie's Angels, Charlie's Angels - Più che mai e Terminator Salvation. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.


Samara Weaving interpreta Bee. Nipote di Hugo Weaving, ha partecipato a serie quali Home and Away e Ash vs Evil Dead. Australiana, anche regista e sceneggiatrice, ha 25 anni ed è tra le protagoniste dell'imminente serie Picnic ad Hanging Rock.



domenica 15 ottobre 2017

Ammore e malavita (2017)

Non credevo sarei mai andata a vedere un musicarello napoletano al cinema ma, tant'è, il tam tam della rete post Venezia ha fatto il suo sporco lavoro e giovedì ho visto Ammore e malavita, diretto e co-sceneggiato dai Manetti Bros.


Trama: Ciro è la guardia del corpo di don Vincenzo, Fatima un'infermiera che un giorno vede qualcosa che nessuno avrebbe dovuto vedere. Ciro dovrebbe ucciderla ma Fatima è l'amore perduto della sua infanzia e i due quindi scappano, lasciandosi alle spalle uno stuolo di cadaveri...


Ammetto con colpevolezza di non avere mai visto un film dei Manetti Bros. Ma nemmeno mezzo, eh. Neppure Zora la vampira, che pure all'epoca aveva fatto notizia. Si vede che io e il cinema italiano andiamo in due direzioni diverse. Probabilmente se gente come Sauro e Lisa non ne avessero parlato benissimo nei loro blog non sarei andata a vedere neppure Ammore e malavita che a me, con tutto il dovuto rispetto, l'ambientazione napoletana irrita non poco, con tutti gli stereotipi partenopei che immagino diano fastidio persino agli abitanti di quelle zone. E ammetto che, magari, due sottotitoli in più avrebbero giovato alla visione del film, ché io il 90% dei dialoghi tra Fatima e Ciro non li ho capiti manco p'o cazz'. Aggiungo infine che io e il musicarello non ci siamo mai incrociati nemmeno per sbaglio, neppure da bambina o ragazzina, nemmeno quando i miei genitori erano padroni del telecomando, perché i veri liguri stundai il musicarello lo schifano, belin, e ai biondi capelli di Nino D'Angelo preferiscono la faccia scazzata di De André, per dire. Concluso questo lungo preambolo, devo dire che inaspettatamente Ammore e malavita mi è piaciuto, non tanto quanto avrei voluto magari, ma ne riconosco la genialità e ammetto che non solo mi ha fatto fare un sacco di risate ma si è rivelato persino più profondo di quanto non pensassi. Quegli inni alla libertà sul finale, il giusto ridimensionamento della figura del "padrone" all'inizio (il padrone deve comunque ricordare le sue origini umili, senza mancare di rispetto a chi sta "sotto") e la celebrazione dell'aMMaure sono cose che allargano il cuore e riconciliano un po' col mondo, aggiungendo una ventata di ottimismo e allegria anche all'interno di una storia dove il bodycount è altissimo e la malavita spadroneggia fin dalle primissime sequenze, tra cadaveri canterini che si chiedono "chi cazz'è stu Don Vincenzo?" e turisti che vengono felicemente rapinati a Scampia. Non ho mai visto Song'e Napule (ne dubitavate?) ma mi è parso di capire che, nonostante siano entrambi romani, i Manetti Bros portino la città partenopea nel cuore e ne riconoscano il fascino a discapito di tutti gli stereotipi e di tutte le brutture che l'hanno fatta assurgere, spesso ingiustamente, agli onori della cronaca nera, al punto da arrivare ad essere internazionalmente considerata come una delle città più pericolose del mondo. Poi oh, io a Napoli non sono mai stata quindi mi viene difficile anche parlarne e capire il sentimento che smuove i Manetti ma, di base, mi è sembrato positivo.


Più che la storia in sé, comunque, una sorta di Romeo e Giulietta in salsa mafiosa condita da innumerevoli e consapevoli citazioni cinematografiche che fanno capo nientemeno che a James Bond, colpiscono di Ammore e malavita l'anima musical e il gusto con cui i Manetti mettono in scena non soltanto i vari numeri musicali ma anche le sequenze più "action". Non riesco ad entrare nel merito della musica in sé perché obiettivamente quello di Ammore e malavita non è il mio genere (diciamo che ho riso molto ma è una colonna sonora che non riascolterei) e, benché funzionali alla trama e rispettose del "canone", ho preso le canzoni presenti nel film come una parodia ben realizzata, però ho apprezzato tutte le coreografie e la messinscena che fa loro da contorno, a cominciare dalla Madonnina che s'illumina trasformando un grigio corridoio d'ospedale in una truzzissima sala da ballo, passando per il tizio che canta circondato da cornetti rossi, per arrivare ai cadaveri che tengono il tempo schioccando le dita come un macabro coro greco, giusto per citare un paio di scene che mi hanno colpita più di altre. Bellissima la fotografia "rozza", le inquadrature da poliziottesco, l'esagerazione splatter delle sparatorie e degli innumerevoli atti di violenza che costellano il film, molto interessanti anche i costumi e alcuni dettagli delle scenografie (i cuori "sacri" con in mezzo l'orologio di Johnny Depp in casa di Fatima, la De Lorean! sul finale), tutti aspetti del film che mi spingerebbero a recuperare le precedenti opere dei Manetti Bros perché, davvero, se c'è un film da cui traspare aMMore per tutto il cinema è davvero Ammore e malavita quindi chissà cosa mi sono persa in tutti questi anni. Bravissimi anche gli interpreti, tra l'altro. A dire il vero la Gerini, con quel napoletano parodico e forzato, lì per lì non mi convinceva ma più andavo avanti più mi sono resa conto che questa è la sua migliore interpretazione da anni, mentre Serena Rossi, Carlo Buccirosso, Giampaolo Morelli e tutto il resto del cast si sono conquistati la mia simpatia fin dall'inizio e in particolare Serena Rossi, con quella sua aria un po' motown e la voce bellissima, è stata davvero una sorpresa graditissima. Mi rendo conto che dovrei spendere qualche parola in più ma, ribadisco, non ho le conoscenze per analizzare Ammore e malavita come meriterebbe e mi spiace. Posso solo consigliare chi dovesse leggere il post di andarlo a vedere prima che lo tolgano dalle sale perché un film simile va "vissuto" più che letto. Iamme, ia!


Di Carlo Buccirosso, che interpreta Don Vincenzo Strozzalone, ho già parlato QUI mentre Claudia Gerini, che interpreta Donna Maria, la trovate QUA.

I Manetti Bros, al secolo Marco e Antonio Manetti, sono i registi e co-sceneggiatori del film. Nati entrambi a Roma, hanno diretto film come Zora la vampira, L'arrivo di Wang, Paura 3D, Song'e Napule ed episodi delle serie Il commissario Rex e L'ispettore Coliandro. Anche produttori e attori, Marco ha 49 anni mentre Antonio ne ha 47.


Giampaolo Morelli interpreta Ciro. Nato a Napoli, ha partecipato a film come South Kensington, Paz!, Song'e Napule, Smetto quando voglio: Masterclass e a serie quali Anni 60, Distretto di polizia, Braccialetti rossi e L'ispettore Coliandro. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 44 anni e un film in uscita.


Serena Rossi interpreta Fatima. Nata a Napoli, ha partecipato a film come Song'e Napule e a serie quali Un posto al sole, Il commissario Montalbano, Che Dio ci aiuti, Il commissario Rex e L'ispettore Coliandro, inoltre ha prestato la voce ad Anna in Frozen - Il regno di ghiaccio. Ha 32 anni e un film in uscita.


Tra gli altri attori che compaiono nella pellicola segnalo il cantante Raiz, al secolo Gennaro Della Volpe, che interpreta Rosario, mentre non so per quale motivo in nessun sito viene riportata la presenza del comico Giovanni Esposito nei panni del boss rivale (accompagnato tra l'altro dal wrestler italiano Giuseppe "King" Danza). Oh ben, c'è e tanto vi deve bastare! ENJOY!

venerdì 13 ottobre 2017

Seoul Station (2016)

Avrei voluto recuperarlo subito dopo aver guardato Train to Busan ma tra un Oscar e l'altro non sono proprio riuscita. Inoltre, ieri è uscito sul mercato home video, grazie all'apprezzatissima etichetta Midnight Factory, il DVD/Blu Ray doppio di Train to Busan, contenente anche il suo prequel animato, ecco quindi perché parlo solo oggi di Seoul Station (서울역), diretto e sceneggiato nel 2016 dal regista Yeon Sang-Ho.



Trama: un padre cerca di ritrovare la figlia scappata di casa proprio quando nei pressi della stazione di Seoul le persone cominciano a trasformarsi in sanguinari zombi.



Nonostante lo abbia visto solo quest'anno, Train to Busan è stato una delle sorprese horror del 2016. Mentre scrivevo il post dedicato ho scoperto che il regista e sceneggiatore Yeon Sang-Ho aveva realizzato un prequel animato dal titolo Seoul Station e non ho potuto fare altro che recuperarlo, incuriosita all'idea di un cartone che potesse magari fare luce sull'origine dell'epidemia mostrata in Train to Busan. A scanso di equivoci, Seoul Station non chiarisce proprio un bel nulla e, come già accadeva nel live action, gli zombi spuntano senza un motivo particolare, dapprima centellinati e poi sempre più abbondanti e minacciosi; inoltre, non viene ripreso neppure uno dei personaggi di Train to Busan quindi se speravate, che so, di vedere tornare sullo schermo il pugile torello e la moglie incinta cascate davvero malissimo. I riflettori stavolta sono invece puntati su una ragazza scappata di casa, Hye-Sun, sul suo rapporto conflittuale col fidanzato nullafacente e sulla disperata ricerca del padre di lei, messosi sulle sue tracce dopo avere visto su un sito di incontri a pagamento una foto di Hye-Sun. La trama segue quindi gli spostamenti di questi tre personaggi (Hye-Sun da una parte e padre con fidanzato dall'altra) in una Seoul sempre più pericolosa, popolata da persone che spesso non vengono neppure considerate tali; Seoul Station si concentra infatti sui reietti della società coreana, senza tetto e drogati che hanno eletto la stazione a dimora ma anche ragazzi come Hye-Sun e il fidanzato, che si lasciano vivere senza avere progetti per il futuro né una famiglia a sostenerli, ed è quindi una pellicola all'interno della quale lo zombi acquista una funzione di critica sociale. La diffidenza mostrata dalle forze dell'ordine verso i senzatetto della stazione è un elemento chiave per far precipitare la situazione, perché la mancanza di tempestività nei soccorsi scatena una sommossa che parte letteralmente dal basso e, invece di venire contenuta, provoca l'ovvia ritorsione di un esercito che alla fine si ritrova costretto a non fare distinzione tra popolazione e zombi, coi risultati disastrosi visti in Train to Busan. Inoltre, se nel sequel si scorge nei personaggi una parvenza di umanità, qui i protagonisti e le figure secondarie sono esseri sconfitti, violenti o ormai morti dentro e l'atmosfera che si respira nel cartone animato è ancora più pessimista rispetto quella del live action, tanto che Seoul sembra una città condannata fin dalle battute iniziali, come se gli zombi fossero una manifestazione fisica di una malattia in suppurazione già da tempo nei bassifondi ma non solo.


Con tutto questo (anche se so che non è mai simpatico fare paragoni), ho comunque preferito Train to Busan a Seoul Station, forse proprio perché è più facile empatizzare con i protagonisti, piangere assieme a loro davanti a un destino maledetto (non che qui non ci si commuova, eh. La scena del senzatetto disperato che invoca una casa inesistente mi ha stretto parecchio il cuore) o alle speranze infrante o forse perché l'espressività degli attori veri è difficilmente sostituibile. Quello che non ho molto apprezzato di Seoul Station è infatti il character design che, pur essendo molto realistico, è comunque minimal e rende i personaggi a mio avviso ben poco espressivi mentre, per contro, gli zombi risultano ancora più spaventosi. Queste caratteristiche, unite all'utilizzo di colori cupi e a sfondi abbastanza monotoni (per quanto, anch'essi, incredibilmente realistici), per non parlare del fatto che lo zombi animato mi fa molta meno impressione rispetto a quello live action, ha portato a qualche momento di noia durante la visione di Seoul Station, cosa che non era accaduta invece mentre guardavo Train to Busan. Questo non significa che Seoul Station sia una pellicola inferiore, anzi, solo che con me non è riuscita a fare breccia e a diventare memorabile; resta comunque il fatto che l'esperimento horror di Yeon Sang-Ho è molto particolare e ben congegnato, quindi mi sento di consigliarlo senza remore, soprattutto agli appassionati del genere e a chi si fosse innamorato di Train to Busan.


Del regista e sceneggiatore Yeon Sang-Ho ho già parlato QUI.


L'attrice Eun-kyung Shim, che doppia la giovane Hye-Sun, ha partecipato anche a Train to Busan e dovrebbe essere la ragazza che sale sul treno all'inizio, quella insomma che da il via a tutto il casino. Seoul Station, come ho già detto nel post, è il prequel animato di Train to Busan quindi se vi fosse piaciuto il cartone vi consiglio di recuperare anche il film. ENJOY!


giovedì 12 ottobre 2017

(Gio) WE, Bolla! del 12/10/2017

Buon giovedì a t... no, buon giovedì un razzo! Qui siamo invasi dalle cimici, Mother! ancora non si vede da nessuna parte, il Funko Pop di Pennywise costa uno sproposito, l'universo incombe... AAARGH!, thank god che tra un po' è Friday... ENJOY!

Nove lune e mezza
Reazione a caldo: Ah, il desiderio di maternità...
Bolla, rifletti!: Per me che ho la sindrome di Erode e al momento non desidero figli un film simile è da evitare come la peste. Però chissà che non porti l'italiano medio a pensare un po' sulla questione "madri surrogate" e all'effettivo problema delle donne che vorrebbero tanto avere figli ma non riescono...

Lego Ninjago - Il film
Reazione a caldo: Meh.
Bolla, rifletti!: Ma adesso fanno film Lego su ogni cosa? Il primo Lego Movie mi era piaciuto ma questo mi ispira davvero poco: piuttosto aspetto il film dei My Little Pony!

Dove non ho mai abitato
Reazione a caldo: A Savona, mi auguro.
Bolla, rifletti!: I drammoni sentimentali italiani non mancano mai da queste parti! E io, ogni volta, non manco di ribadire quanto mi facciano orrore...

L'uomo di neve
Reazione a caldo: L'unico film interessante della settimana...
Bolla, rifletti!: Fassbender, thriller, sangue e... Tomas Alfredson? Hm. Un po' di paura talpesca ce l'ho ma mi fido, anche se non ho mai letto i libri di Jo Nesbø.

Ancora il cinema d'élite non mi propone Madre! ma altra roba...

L'altra metà della storia
Reazione a caldo: Ne volevo una intera: Madre!.
Bolla, rifletti!: Però Jim Broadbent mi piace proprio tanto e questo mi sa di film invernale da guardare accoccolati in poltrona sotto le coperte, con la lacrima nell'occhio. Magari in futuro lo recupererò.

mercoledì 11 ottobre 2017

Come ti ammazzo il bodyguard (2017)

Attirati da un trailer scemo e dalla necessità di guardare un film supercazzola causa orari infami, lunedì io e il Bolluomo ci siamo sparati Come ti ammazzo il bodyguard (The Hitman's Bodyguard), diretto dal regista Patrick Hughes.


Trama: una guardia del corpo deve scortare un sicario fino alla Corte Penale Internazionale dell'Aia, dove quest'ultimo è chiamato a testimoniare contro un sanguinario dittatore...


Cosa succede quando qualcuno decide di mettere insieme Samuel L. Jackson, emblema della badassitudine "nera" fin dai tempi di Pulp Fiction e ultimamente sempre più pronto a prendersi in giro, e Ryan Reynolds, adorabile quanto inespressivo beniamino delle nuove generazioni nerd? La risposta banale sarebbe "una supercazzola action", la verità è che Come ti ammazzo il bodyguard è un film schizofrenico, che prende tante di quelle direzioni da non sapere più nemmeno lui come definirsi. Di tanto in tanto traspare la sua natura "drammatica", precedente alla riscrittura che lo avrebbe fatto diventare una commedia; per esempio, la figura del dittatore Dukhovich è incredibilmente negativa, così come è anche troppo realistica ed attuale la sua natura di folle criminale e, nonostante Gary Oldman si ritrovi a sfoderare esagerati atteggiamenti di minaccia nei confronti dei suoi collaboratori (e di Samuel L. Jackson), il suo personaggio non strappa mai il sorriso, nemmeno per sbaglio. Il rapporto tra i due protagonisti poi oscilla di continuo tra bromance, legame insegnante-mentore e un più naturale e sano odio reciproco, seguendo dinamiche che non riescono a sfociare interamente nel territorio del buddy movie come è stato, per esempio, nel recente e ben più riuscito The Nice Guys. Di fatto, le personalità dei due sono troppo simili e i protagonisti passano molto dell'abbondante minutaggio a parlarsi addosso, rinfacciarsi sempre le stesse cose (nella fattispecie uno è troppo "noioso" nel suo lavoro, l'altro apparentemente è un folle assassino) e disquisire d'amore, ennesima aggiunta alla trama capace di renderla ancora più psicotica: sia sicario che bodyguard hanno infatti problemi di cuore, il secondo più del primo, e le rispettive amanti od ex hanno un ruolo abbastanza importante nell'economia della storia. L'aspetto action della pellicola non è marginale, d'altronde il regista è lo stesso de I mercenari 3, però diciamo che viene diluito e sfilacciato da tutto ciò che ho scritto sopra, quando io (e altri spettatori immagino) mi sarei aspettata un'ora e mezza di violenza sopra le righe alla John Wick, con l'aggiunta dell'esilarante alchimia tra i due protagonisti che si evince dal trailer e che mi ha spinta a guardare il film. Il risultato di questo mix di "anime" è un pasticcio, non un pasticciaccio brutto ma lo stesso qualcosa di poco memorabile, che dura il tempo di una risata (poche a dire il vero) nonostante si prolunghi per due ore, troppe per questo genere di film.


Come spesso accade, il meglio di Come ti ammazzo il bodyguard è stato già mostrato nel trailer e allo spettatore in cerca di qualcosa di nuovo da aggiungere rimane l'unico, vero momento esilarante del film (il coretto con le suore, da guardare esclusivamente in lingua inglese e che doppiato perderà interamente la sua forza umoristica) e al limite il bell'inseguimento tra i canali di Amsterdam, dove Patrick Hughes si ingegna tra stunt arditi, montaggio serrato, riprese con la steadycam e tutto il necessario per rendere la sequenza uno dei punti forti della pellicola. Per il resto, l'azione non manca, esplosioni e headshots abbondano e gli sceneggiatori non si tirano indietro neppure quando si tratta di inserire nel film una scena che rimanda anche troppo agli ultimi fatti di cronaca a base di camion lanciati sulla folla, cosa che di questi tempi mi ha lasciata francamente perplessa (per dire, questa settimana gli autori hanno deciso di montare da capo e tagliare l'episodio di American Horror Story per rispetto verso quanto accaduto a Las Vegas...). Quanto agli attori, Reynolds e Jackson fanno quello che ci si aspetta da loro, né più ne meno, e tra i due forse spicca di più il vecchio Samuel, dotato del personaggio più simpatico e anche più approfondito psicologicamente (diciamo che Reynolds va bene solo come Deadpool, forse perché recita al 90% col volto coperto da una maschera); fa un po' male invece vedere non solo Gary Oldman e Richard E. Grant (!!) relegati ad essere "semplici" caratteristi di lusso ma anche una bellezza come Salma Hayek ormai ridotta al ruolo di vajassa volgarissima che infarcisce ogni dialogo di parolacce in spagnolo, benché durante il flashback che la riguarda parrebbe quasi di essere tornati ai bei tempi di C'era una volta in Messico. Insomma, Come ti ammazzo il bodyguard non è interamente da buttare ma col senno di poi direi che i contro superano i pro e se cercate un film divertente, entusiasmante e memorabile rischiate di rimanere davvero delusi. Meglio approcciarsi alla pellicola durante un futuro passaggio televisivo, senza troppe aspettative e senza sprecare preziosi soldi per il biglietto del cinema (detto che è già disponibile da un paio di mesi su Netflix Japan. A buon intenditor...).


Del regista Patrick Hughes ho già parlato QUI. Ryan Reynolds (Michael Bryce), Richard E. Grant (Seifert), Gary Oldman (Vladislav Dukhovic), Samuel L. Jackson (Darius Kincaid) e Salma Hayek (Sonia Kincaid) li trovate invece ai rispettivi link.

Elodie Yung interpreta Amelia Roussel. Francese, la ricordo per film come Millenium - Uomini che odiano le donne e serie quali Daredevil e The Defenders, dove interpreta Elektra. Ha 36 anni.


Joaquim de Almeida interpreta Jean Foucher. Portoghese, ha partecipato a film come Sostiene Pereira, Desperado e a serie quali Miami Vice, 24, CSI: Miami, C'era una volta e Bones. Ha 60 anni e un film in uscita.


Aspettate la fine dei titoli di coda per un fuori scena dedicato interamente a Ryan Reynolds e, se Come ti ammazzo il bodyguard vi fosse piaciuto, recuperate The Nice Guys, Baby Driver, 48 ore e Ancora 48 ore. ENJOY!


martedì 10 ottobre 2017

Blade Runner 2049 (2017)

Nonostante avessi tutto contro (weekend con matrimoni, il terrore del Bolluomo all'idea di affrontare tre ore di film, gli orari maffi del Multisala), sabato sono riuscita a vedere Blade Runner 2049, sequel di Blade Runner diretto dal regista Denis Villeneuve.


Trama: durante un'operazione di routine il Blade Runner replicante K scopre un segreto che minaccia di sovvertire l'ordine mondiale e, durante le indagini, viene a conoscenza di cose che riguardano il suo stesso passato.


L'inevitabile premessa del post è che, pur avendo apprezzato moltissimo il Blade Runner di Ridley Scott, non sono mai stata una di quei fan che ne ricordano ogni singola battuta, né mi sono fracassata la testa sull'ambiguo finale, di fatto credo di non avere mai visto neppure tutte e tre le versioni del film realizzate nel corso degli anni ed immesse sul mercato dell'home video. Sono quindi andata a vedere Blade Runner 2049 col cuore molto leggero, senza contare che Villeneuve è un regista che mi piace tantissimo, e giustamente sono riuscita così a godermi un film che, nonostante le quasi tre ore di durata, scivola via che è un piacere, tenendo incollato lo spettatore allo schermo non tanto per la trama, pur interessante, ma per l'incredibile bellezza delle sequenze girate da Villeneuve; probabilmente, senza nulla togliere a Scott e senza desiderio di attirarmi gli strali dei fan di Blade Runner, nel 1982 gli spettatori sono rimasti ipnotizzati davanti allo schermo allo stesso modo, immersi nella nebbia, nella pioggia oscura e negli incredibili giochi al neon di una Los Angeles cosmopolita, mentre le orecchie si aprivano stupite alle note di un Vangelis sparato a tutto volume. L'omaggio di Villeneuve a quelle vecchie atmosfere tecno-noir è palese, così come lo è quello di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch per quel che riguarda la colonna sonora, eppure Blade Runner 2049 non è semplicemente una strizzata d'occhio continua ai fan ma un film malinconico e grandioso dotato di una sua personalità, fatto di creature che si dibattono alla ricerca di risposte su sé stesse e possibilmente di un motivo per continuare ad esistere, siano esse replicanti in crisi d'identità, demiurghi desiderosi di velocizzare il progresso, intelligenze artificiali innamorate o vecchi detective che hanno rinunciato a tutto per proteggere le cose più importanti della loro vita. Il futuro o, per meglio dire, il presente dei protagonisti si riallaccia così in modo naturale al mitico passato in cui Rick Deckart arrivava a mettere in dubbio il suo ruolo di Blade Runner e a scoprire l'amore, il tutto filtrato attraverso gli occhi artificiali di un replicante diventato cacciatore dei propri simili eppure lo stesso incredibilmente umano, talmente bisognoso di relazioni da arrivare a crearsene una con un'Intelligenza Artificiale creata appositamente per soddisfare i desideri degli utenti, quella Joi così simile nei modi e nell'interazione col suo "padrone" da ricordare lo struggente Her di Spike Jonze. I misteri che circondano l'ultimo ritrovamento di K diventano così l'inizio di un percorso non solo verso la verità e verso la possibile risposta alle domande che gli spettatori si ponevano da trent'anni ma anche verso riflessioni più ampie relative ad umanità, ricordi e considerazioni "scomode" sulla vita artificiale, magari non delle più innovative viste al cinema negli ultimi anni ma comunque capaci di tenere desta l'attenzione dello spettatore.


Ma, ribadisco, quello che a me è saltato letteralmente all'occhio non è tanto la bravura degli sceneggiatori nel creare una storia senza sbavature e coerente con ciò che aveva mostrato Scott negli anni '80 (continuo a dire che Blade Runner per me è un ricordo più visivo che narrativo) quanto piuttosto la bellezza delle riprese di Villeneuve, che si riconferma regista elegante ed incredibilmente emozionante. I grattacieli immersi nel fumo e nella nebbia, i mezzi volanti così piccoli al confronto della megalopoli da venirne inghiottiti, l'incessante pioggia, il punto di vista che si allarga da un punto preciso per mostrare allo spettatore la grandiosità di strutture regolari praticamente infinite, il caos di neon nei bassifondi della città, l'interazione col gigantesco e coloratissimo ologramma di una Dea, una scazzottata in mezzo ai video olografici di un vecchio hotel, l'aspetto malato di una Las Vegas radioattiva, la neve malinconica, soprattutto i colori caldi che si alternano alle ombre e ai riflessi acquatici del sancta sanctorum di Niander Wallace sono tutti ricordi che mi bruciano nel cervello da sabato sera e sono immagini che spero di non dimenticare mai più, rese ancora più emozionanti dalla bellissima colonna sonora di Zimmer e Wallfisch. E se rivedere Harrison Ford nei panni di Deckart non mi ha fatto né caldo né freddo (come ho scritto su Facebook, due bestemmie e qualche modo di dire ligure in bocca e sarebbe diventato la controfigura di mio padre) e Jared Leto sarà anche andato in giro con le lenti opache per provare davvero cosa vuol dire essere ciechi ma il suo personaggio mi ha detto proprio poco, ho apprezzato enormemente non solo Ryan Gosling ma anche e soprattutto la dolcissima e sensuale Ana de Armas, Dave Bautista (nonostante compaia pochissimo) e la bastardissima Sylvia Hoeks, alla quale è bastato un cambio di tinta per sembrare quasi orientale oltre che una stronza da primato. Mi soffermo un attimo su Ryan Gosling. Sono io la prima ad essermi quasi spaccata il cranio contro quello del Bolluomo nel momento in cui, all'unisono, siamo scoppiati a ridere quando non ricordo quale personaggio si è complimentato con K per sapere anche sorridere, però l'interpretazione "fissa" del bel Ryan è assolutamente perfetta in questo caso e quella faccetta da cane bastonato mi è entrata talmente dentro che sul finale ho persino speso una lacrima, commossa dalle vicende di questo replicante "più umano degli umani" e gabbato da un destino beffardo. D'altronde, non è che Harrison Ford sia mai stato un attore granché espressivo e invecchiando sul suo volto si percepisce sempre una sola emozione: quella del vecchio incarognito perché alla riunione di condominio non è riuscito ad impedire che si stanziassero fondi per l'ascensore nuovo. A parte questo sproloquio finale, confermo la bellezza di Blade Runner 2049, un film che più di altri quest'anno merita di essere visto al cinema, alla faccia dei detrattori e degli incassi miserrimi che sta avendo in patria.


Del regista Denis Villeneuve ho già parlato QUI. Ryan Gosling (K), Dave Bautista (Sapper Morton), Robin Wright (Tenente Joshi), Ana de Armas (Joi), Jared Leto (Niander Wallace), Harrison Ford (Rick Deckart) e Sean Young (Rachael) li trovate invece ai rispettivi link.

David Dastmalchian interpreta Coco. Americano, ha partecipato a film come Il cavaliere oscuroPrisonersAnt-Man, The Belko Experiment e a serie quali E.R. Medici in prima linea, CSI - Scena del crimine Twin Peaks. Anche sceneggiatore e produttore, ha 40 anni e cinque film in uscita tra cui Ant-Man and the Wasp.


Sylvia Hoeks interpreta Luv. Olandese, ha partecipato a film come La migliore offerta. Ha 34 anni e un film in uscita.


Edward James Olmos riprende il ruolo di Gaff dopo Blade Runner. Americano, ha partecipato a serie quali Il tenente Kojak, Starsky & Hutch, Chips, Miami Vice, CSI: NY, Dexter, Agents of S.H.I.E.L.D. e ha lavorato come doppiatore per episodi de I Simpson e per il corto Blade Runner: Black Out 2022. Anche, ha 70 anni e sei film in uscita, tra i quali Coco e The Predator.


Mackenzie Davis interpreta Mariette. Canadese, ha partecipato a film come Sopravvissuto - The Martian e a serie quali Black Mirror e Halt and Catch Fire. Anche produttrice, ha 30 anni e un film in uscita.


Lennie James interpreta Mister Cotton. Conosciuto come Morgan della serie The Walking Dead, ha partecipato a film come I miserabili, Snatch - Lo strappo e Lockout. Inglese, anche sceneggiatore, ha 52 anni.


David Bowie era la prima scelta di Villeneuve per il ruolo di Wallace ma il cantante è morto prima che cominciassero le riprese; il regista Ridley Scott ha invece lasciato il posto al collega (rimanendo come produttore), probabilmente per girare Alien: Covenant. Tra Blade Runner e il suo sequel ci sono tre corti, uno diretto da Shinichiro Watanabe, ovvero Black Out 2022 e due diretti da Luke Scott, ovvero 2036: Nexus Dawn (con Jared Leto) e 2048: Nowhere to Run (con Dave Bautista); se Blade Runner 2049 vi fosse piaciuto avete quindi un bel po' di roba da recuperare! ENJOY!




domenica 8 ottobre 2017

Cult of Chucky (2017)

A volte ritornano, vale per tutti, vorrete mica che la Bambola Assassina più simpatica di sempre rimanga indietro? Dopo quattro anni da Curse of Chucky, il regista Don Mancini ci ha regalato, proprio nel mese di Halloween, Cult of Chucky, da lui diretto e sceneggiato.


Trama: la paraplegica Nica è stata condannata per gli omicidi compiuti da Chucky e rinchiusa in manicomio con una diagnosi di schizofrenia. Quando viene trasferita in una struttura di media sicurezza, però, la bambola ricompare e gli omicidi ricominciano...



Questo è l'anno dei "culti". Dopo l'interessante ma, ahimé, poco apprezzato American Horror Story Cult, arriva sugli schermi Cult of Chucky, che con la creatura di Murphy e Falchuk condivide giusto il gusto per il sangue, niente strane congreghe pronte ad approfittarsi dell'avvento di Trump per creare un nuovo clima di terrore e, soprattutto, niente pesanti riflessioni sociali. Cult of Chucky, anche se parrebbe improprio definirlo così, è una vera e propria fonte di divertita gioia, un "gioco" fatto di mattanze e battute irriverenti, interamente lasciato nelle manine crudeli dell'icona Chucky, che pur con i suoi quasi trent'anni sulle spalle riesce ancora a divertirsi e far divertire il pubblico (se non siete come me che poi ho paura a ritrovarmelo chiuso in un armadio, ovviamente) aggiungendo ogni volta qualche tassello nuovo alla sua perversa storia. Stavolta l'ambientazione è quella di un manicomio, luogo che, per quanto abusato, fa sempre piacere ritrovare in un horror; popolato da persone incapaci di distinguere la realtà dal sogno, gente convinta di essere qualcun altro, pazienti resi folli dai traumi più disparati, quale posto migliore di un Nido del Cuculo per consentire a Chucky di tornare in grande stile? A tornare non è però solo la bambola assassina ma anche Nica, la protagonista dell'episodio precedente, e il piccolo Andy ormai cresciuto per diventare un povero disadattato costantemente perseguitato da Charles Lee Ray e dall'amata Tiffany. Riconosciuti come due malati di mente persino dai loro compagni di sventura, Nica ed Andy avranno come al solito il loro bel daffare a convincere chi li circonda della reale pericolosità del bambolotto omicida il quale, approfittando della sua aria innocua e delle turbe psichiche dei vari pazienti (nonché della stupidità dei cosiddetti "sani"), continua invece a compiere indisturbato gli omicidi più efferati. Come sia possibile che una trama così risaputa e ormai reiterata diverta ancora dopo trent'anni è un enorme mistero, eppure Mancini, dopo i mezzi passi falsi degli anni '90, deve averne scoperto il segreto e se lo tiene ben stretto, riuscendo a coniugare alla perfezione fattore nostalgia, strizzate d'occhio per i fan e una tecnica di scrittura e regia che molti giovinastri di belle speranze sulla scena horror attuale possono soltanto invidiargli.


Tra l'altro, Mancini questa volta sfodera anche una raffinatezza che non gli ricordavo, permettendosi di usare la tecnica dello split-screen e anche un paio di ralenti capaci di rendere assai poetico (almeno inizialmente) uno dei tanti, splatterosissimi omicidi di cui la pellicola è infarcita, inoltre non lesina sequenze oniriche da brivido, il tutto ambientato in uno scenario asettico, dove predominano i toni del bianco, sporcati in men che non si dica dal rosso del sangue. A tal proposito, gli effetti speciali artigianali sono gradevolissimi e anche quel po' di computer grafica utilizzata non è affatto fastidiosa, neppure quando va a toccare il sembiante di Chucky; a occhio, mi è parso che quest'ultimo fosse al 90% reso con bambole ed animatronic e sapete quanto adori queste scelte un po' antiquate ma sempre efficaci. Ovvio, non c'è Chucky senza Brad Dourif, con quell'inquietante vocetta stridula e la risata d'ordinanza (SPOILER Il passaggio di testimone da padre a figlia in questo senso è a dir poco geniale), pronto a sbattere in faccia allo spettatore la natura sboccata e maligna del killer imprigionato nella bambola, oltre a farlo sbellicare dalle risate con un paio di battute ad hoc, ma il resto del cast di supporto stavolta ci mette del suo e sinceramente mi sono dispiaciuta per alcune dipartite. Fiona Dourif si riconferma degna figlia di tanto padre e la sua Nica mi piace sempre molto, Jennifer Tilly si permette persino di fare citazioni metacinematografiche su sé stessa e nei panni di Tiffany è sempre nel suo, al limite l'unico attore che non ho sopportato è quello che interpreta lo psichiatra, talmente insopportabile che persino Chucky... no, niente, questo sarebbe spoiler, ma almeno in un caso ho applaudito la cattiveria di Charles Lee Ray. Ci sarà un ennesimo sequel per la Bambola Assassina più amata del mondo? Speriamo, ché se Mancini continua a realizzare film come questi il divertimento è assicurato! Più Chucky pe' tutti, grazie!


Del regista e sceneggiatore Don Mancini ho già parlato QUI. Brad Dourif (voce di Chucky), Fiona Dourif (Nica Pierce) e Jennifer Tilly (Tiffany) li trovate invece ai rispettivi link.

Alex Vincent interpreta Andy Barclay. Americano, lo ricordo per film come La bambola assassina, La bambola assassina 2, La bambola assassina 3 e La maledizione di Chucky. Anche compositore e sceneggiatore, ha 36 anni e un film in uscita.


Marina Stephenson Kerr, che interpreta Angela, era la folle Mrs. Booth della prima stagione di Channel Zero mentre sia Adam Hurtig (Michael) che Ali Tataryn (l'infermiera) erano comparsi in Curse of Chucky con ruoli diversi; ad unire idealmente i due gruppi di attori c'è la giovane Summer H.Lowell, che riprende il ruolo di Alice dal film precedente ed interpreta Margot da bambina nella seconda serie di Channel Zero, No End House, che vi consiglio spassionatamente di vedere. Allo stesso modo, vi consiglio di guardare il film fino alla fine dei titoli di coda perché c'è una gradita sorpresa e aggiungo, se Cult of Chucky vi fosse piaciuto, di recuperare tutta la saga del boogeyman creato da Don Mancini. ENJOY!

venerdì 6 ottobre 2017

Bollalmanacco On Demand: Kids (1995)

L'On Demand è vivo, viva l'On Demand! Giuro che non mi dimentico delle richieste che ogni tanto mi arrivano e la vostra lunga attesa prima o poi verrà ripagata, ve lo prometto! Oggi parlerò di un film chiesto da Kara Lafayette e amato anche da Cannibal Kid, quindi è con doppia ansia che ho guardato Kids, diretto nel 1995 dal regista Larry Clark. Il prossimo film On Demand dovrebbe ragionevolmente essere Cena tra amici. ENJOY!


Trama: Telly è un adolescente che adora deflorare vergini e passa il tempo a cazzeggiare, tra alcool e droghe, con l'amico Casper e altra varia umanità. Jenny è stata una delle "vittime" di Telly , col quale ha avuto il suo unico rapporto sessuale, e un giorno riceve una sconvolgente notizia che la porta a cercare il ragazzo per tutta la città...


Dai commenti al post di Doom Generation: "Un giorno dovrò parlarne anch'io, riesumando aneddoti della mia adolescenza, parallelamente a un altro tormentone di quel periodo (circa), cioè Kids. Solo che Kids faceva cagare, in effetti. Ah, ecco Bollastra! Segnati Kids! :3". Solo. Che. Kids. Faceva. Cagare. In. Effetti. Cioé, capite quanto mi vuole bene Kara Lafayette? Tanto quanto me ne vuole Obsidian con le sue richieste truci di horror inguardabili, probabilmente. E tutto perché io i film seri dedicati alla Generazione X debosciata degli anni '90 non li reggo, accetto solo le supercazzole nerd di Kevin Smith quando non si era ancora devastato la psiche con droghe più o meno pesanti. Vedere 'sti fattoni che deambulano sullo schermo, con 'sti abiti imbarazzanti, sporchi come il lume, brutti come il peccato, affondati nello squallore più impensabile mi fa salire la vecchia ottantenne e mi viene voglia di prenderli a bastonate imponendo loro di andare a lavorare con una vocetta querula e lamentosa. Però, chissà perché, Kids mi ha fatto simpatia fin da subito, probabilmente perché all'inizio sembra un film sciocchino dove i ragazzini parlano solo di sesso, con quella finta saccenza tipica di chi ha poco più di quindici anni e crede di avere già visto tutto; Telly, per esempio, è appena uscito dall'adolescenza (o forse è ancora lì...) e parla di deflorare vergini come un quarantenne, disgustato dalla qualità "inferiore" delle tipe che a quell'età ne hanno già visti di tutte le misure e pronto a ricercare la purezza per entrare nel mito e nei ricordi di chi è tanto scema da farsi intortare dalle belle parole di 'sto mostro ambulante, e lì per lì l'atmosfera mi ha ricordato un po' American Pie. I dialoghi sono realistici, probabilmente perché lo sceneggiatore Harmony Corine all'epoca era poco più vecchio dei protagonisti e il contrasto iniziale tra ciò che pensano i ragazzi e le ragazze del sesso mi ha riportato alla mente i discorsi scemi  che si facevano tra coetanee, tra chi era già più smaliziata ed esperta e chi invece si limitava ad ascoltare con rapita ed orripilata curiosità, magari prendendo appunti per il "grande momento", atteso con eguale aspettativa e paura. Questo però solo all'inizio, andando avanti Kids diventa un film squallido, triste e cupo, per quanto non disprezzabile.


I dialoghi iniziali, un inno alla sciocca goliardia adolescenziale, lasciano presto il posto ad una doccia fredda di terribile realtà che tocca in particolare Jenny, una delle "vittime" di Telly, e da quel momento l'aspetto giocoso della vita di questi adolescenti lascia il posto a tutto lo squallore dei quartieri "poveri" di una città ripresa con uno stile spoglio e realistico, quasi ci trovassimo davanti un documentario più che un'opera di fiction. La realtà di Telly e compagnia è quella di un branco di adolescenti lasciati in balia di loro stessi, con famiglie troppo numerose dove i genitori non possono o non vogliono controllare i figli e preferiscono lasciarli alle cure di fratelli o sorelle maggiori ancora bambini, pronti spesso a portarli sulla cattiva strada per pura noncuranza; la strada, i club e i luoghi abbandonati sono il punto di ritrovo di creature che letteralmente non hanno futuro alcuno, che possono solo parlare di cose terra terra ed ammazzarsi di droghe, alcool, furti, sesso e pestaggi, lasciando passare le giornate nel nulla cosmico dei propri istinti di base. L'unico personaggio che dimostra un minimo di profondità ed empatia verso il prossimo è Jenny ma la poveraccia è costretta a soccombere alla realtà che la circonda, mandando al diavolo i propri buoni propositi e le proprie paure nell'oblio di una pasticca regalata perché "per essere felici non bisogna pensare"... e cosa c'è di più ingannevolmente felice dell'ignoranza o dell'abbandonarsi alle situazioni senza provare a cambiarle? Mano a mano che il film prosegue, Kids diventa così incredibilmente malinconico ed angosciante e sotto i discorsi "da drogati" filtra un pessimismo soverchiante, enfatizzato dalle riprese di quei corpi seminudi e avvinghiati sul finale, o dei VERI poveri strepponi che ciondolano agli angoli delle strade bellamente ignari del fatto di essere stati immortalati per sempre su pellicola. Purtroppo l'ho visto fuori tempo massimo e le sensazioni che ha scatenato sono state principalmente di pena e disgusto, eppure, per quanto non rientrerà mai tra i miei cult, non posso dire che Kids mi sia dispiaciuto, anzi: ha spalancato un mondo su altre pellicole come Gummo, Bully, Ken Park e simili che allo stesso tempo temo ed amerei guardare, quindi... Grazie, Silly! (?)


Di Chloë Sevigny, che interpreta Jenny, ho già parlato QUI mentre Rosario Dawson, che interpreta Ruby, la trovate QUA.

Larry Clark è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Bully e Ken Park. Anche sceneggiatore, attore e produttore, ha 74 anni e un film in uscita.


Leo Fitzpatrick interpreta Telly. Americano, ha partecipato a film come Bully e a serie quali My Name is Earl. Ha 39 anni e un film in uscita.


Nel film compare lo sceneggiatore Harmony Corine, il ragazzo coi fondi di bottiglia per occhiali che regala la pasticca a Jenny; la Sevigny e Corine tra l'altro uscivano assieme all'epoca e l'attrice avrebbe dovuto avere un ruolo secondario benché il personaggio di Jenny fosse ispirato a lei. Nonostante lo stile documentaristico, infine, ogni scena del film era prevista nello script di Corine, l'unica cosa che è rimasta fuori è un flashback del passato di Casper in cui il ragazzino incappa nei genitori mentre fanno sesso sadomaso a volto coperto e, convinto stiano aggredendo la madre, uccide il padre con un coltello. Detto questo, se Kids vi fosse piaciuto recuperate Doom Generation, Mysterious Skin, Trainspotting e Thirteen - Tredici anni. ENJOY!

giovedì 5 ottobre 2017

(Gio) WE, Bolla! del 5/10/2017

Buon giovedì a tutti! Dopo l'exploit della settimana scorsa torno solitaria, tra una bestemmia e l'altra, a fare il resoconto delle NON uscite Savonesi, con Madre! ancora al palo e un paio di pezzi grossi che tuttavia non so se andare a vedere, visto che ancora mi manca Valerian... ENJOY!

Blade Runner 2049
Reazione a caldo: E santo Cielo, fallo più corto!!!
Bolla, rifletti!: Avete idea di cosa significhi fare stare il Bolluomo al cinema per due ore? Blade Runner 2049 ne dura QUASI tre e se considerate che Mirco non ha mai visto Blade Runner e che gli orari del cinema di Savona sono assurdi temo finirò a vedere il sequel del capolavoro di Scott da sola, in settimana. Con tutto il rispetto per Villeneuve, regista che adoro, mi sta passando la voglia...

Ammore e malavita
Reazione a caldo: Ma l'aMMore è solo Quentin!!
Bolla, rifletti!: Mi sa di cretinata assurda ma ne hanno parlato benissimo ovunque quindi un po' di curiosità c'è. E chissà che non si riveli un musicarello migliore di La La Land!

Come ti ammazzo il bodyguard
Reazione a caldo: Gesù.
Bolla, rifletti!: Niente, sono una brutta persona: durante il trailer ho riso moltissimo. La voglia di vederlo c'è, lo ammetto... magari per un recupero cazzaro una sera?

Nemmeno il cinema d'élite ha ascoltato i miei appelli pro-Madre! ...

120 battiti al minuto
Reazione a caldo: Madre! volevo, Madre!! OhMMMMadreeeHHHH!
Bolla, rifletti!: Politica, anni '90, AIDS, Francia... hmm... mi sa di robetta pesantuccia e pretenziosa, da radical chic. Passo, aspettando un'eventuale illuminazione Aronofskiana.

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