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martedì 10 gennaio 2023

Rumore bianco (2022)

Neanche il tempo di smaltire i panettoni che è arrivata la stagione dei premi cinematografici. A fronte della candidatura ai Golden Globes per Adam Driver e dell'uscita su Netflix, mi sono messa dunque a guardare Rumore Bianco (White Noise), diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Noah Baumbach a partire dal romanzo omonimo di Don DeLillo.


Trama: la normalissima vita di Jack, Babette e dei loro figli viene sconvolta da una nube tossica che minaccia di porre fine all'esistenza di quanti sono così sventurati da trovarsi nel suo raggio d'azione...


Sto invecchiando male, me ne rendo conto. Non ho più la pazienza di affrontare lunghi film popolati da personaggi logorroici che disquisiscono ininterrottamente di fuffa spacciandola per concetti importanti che, tra l'altro, vengono già sbattuti in faccia allo spettatore senza che finiscano anche per essere reiterati 700 volte nel corso della pellicola; un conto sono gli infiniti dialoghi di Tarantino, zeppi di citazioni pop e sciocchezze talmente divertenti da fare il giro e diventare cool, ma il mumblecore (neppure gore, mannaggia!) d'autore ha cominciato a darmi parecchio sui nervi, soprattutto quando l'autore se la crede troppo. E Noah Baumbach, a quanto pare, se la crede talmente tanto che ha provato a filmare l'infilmabile Rumore bianco di Don DeLillo. Il libro è stato definito infilmabile da chiunque lo abbia letto, insieme di persone all'interno delle quali non rientro, quindi non sarò io a dire se il regista è riuscito o meno nel suo intento. Personalmente, posso solo dire che ho trovato Rumore bianco quasi antipatico come How it Ends, col quale condivide, almeno in parte, un "viaggio della speranza" per fuggire ad una presunta fine del mondo, sfruttato come mezzo per spingere gli strani personaggi ad amare e profonde riflessioni condivise con altri tipi umani peculiari quanto loro; un altro film da me poco apprezzato col quale ho riscontrato delle affinità, almeno a livello di veicolazione del messaggio, è Men, per via dei suoi concetti semplici eppure stiracchiati e convoluti all'infinito tramite la pretesa di un filtro intellettuale atto a mostrare quanto l'Autore sia superiore ai comuni spettatori che hanno la fortuna di ammirare un suo film. In questo caso, Rumore bianco racconta la storia di un'umanità (la nostra) incapace di vivere senza circondarsi di qualunque cosa possa distrarre dal costante pensiero della morte e delle malattie, e, allo stesso tempo, impossibilitata ad andare avanti senza subirne il fascino, quasi fossimo costretti sempre a torturarci o metterci alla prova invece di vivere un po' sereni, godendo della "banale" pace di una vita ordinaria. Tutto il film gira su questi concetti, che passano attraverso le insicurezze della coppia formata da Jack e Babette e i loro goffi tentativi di superarle con metodi non convenzionali, ulteriormente complicati da un paio di situazioni surreali, ovvero una nube tossica che minaccia di uccidere chiunque si trovi nel suo raggio di azione e lo spaccio di una misteriosa medicina dagli effetti sconosciuti.


Tutto ciò che esula dal riassunto che ho postato nelle ultime quattro righe è, appunto, "rumore bianco", il tentativo di Baumbach di riportare sullo schermo lo stile del libro che, mi è parso di capire, dà moltissima importanza al consumismo americano, all'onnipresenza della tecnologia e alla necessità di razionalizzare ogni cosa, tradotto nel mezzo cinematografico attraverso una sovrabbondanza di dettagli e colori (il supermercato è uno spettacolo) e un continuo rumore di sottofondo fatto di parole, suoni, trasmissioni televisive o radiofoniche, oltre alla voce narrante del protagonista. E devo dire che, a livello di regia e, soprattutto, interpretazioni, Rumore bianco non mi è nemmeno dispiaciuto, anzi. Baumbach non è uno scemo e realizza delle sequenze molto interessanti ed ironiche (tutta la tirata sugli incidenti stradali cinematografici è un geniale preludio a quelli che poi verranno girati più avanti da lui e le scene legate all'apocalisse non sfigurerebbero affatto, per montaggio e tensione, in un serissimo film di genere), sfruttando alla perfezione costumi, accessori e pettinature perfette per un'opera di Wes Anderson e che, qui, sottolineano ancor più il tentativo dei personaggi di spiccare, rendersi protagonisti e proteggersi, in qualche modo, dalla morte sempre presente nell'ombra. Adam Driver è ormai una garanzia e la sua lezione su Hitler è una delle scene più belle del film, ne conferma il talento e la capacità di mangiarsi tutto il resto del pur interessante cast, dove spiccano Don Cheadle e la sempre gradita Raffey Cassidy, mentre stavolta ho trovato un po' sottotono la Gerwig, alla quale probabilmente non si addice granché il personaggio plumbeo di Babette. Pur consapevole di tanta bravura e tanta bellezza visiva, non ho potuto fare a meno di annoiarmi spesso e, peggio ancora, di provare irritazione per tutti i motivi di cui ho parlato sopra, il che mi porta a conferire a Rumore bianco il premio di prima delusione cinematografica dell'anno... e a pensare che, forse, io e Baumbach non andiamo particolarmente d'accordo
  

Del regista e co-sceneggiatore Noah Baumbach ho già parlato QUI. Don Cheadle (Murray), Adam Driver (Jack), Greta Gerwig (Babette), Raffey Cassidy (Denise), Lars Eidinger (Mr. Gray), Bill Camp (Uomo con la TV) e Kenneth Lonergan (Dr. Hookstratter) li trovate invece ai rispettivi link.


Ad interpretare Heinrich e Steffie ci sono i due figli dell'attore Alessandro Nivola, Sam e May; Jodie Turner-Smith, che interpreta Winnie, era la Queen di Queen & Slim. Se Rumore bianco vi fosse piaciuto recuperate I Tenenbaum e Don't Look Up. ENJOY!

martedì 19 ottobre 2021

The Last Duel (2021)

Attirata da un trailer a dir poco spettacolare, non potevo farmi scappare The Last Duel, diretto da Ridley Scott e tratto dal libro The Last Duel: A True Story of Trial by Combat in Medieval France di Eric Jager.


Trama: Francia, quattordicesimo secolo. Il Cavaliere Jean De Carrouges sfida ad un duello mortale lo scudiero Jacques Le Gris, accusandolo di avere stuprato la moglie. 


I duellanti
è stato il primo lungometraggio realizzato da Ridley Scott. Sarebbe stata davvero un'amara ironia se The Last Duel fosse stata l'ultima pellicola del regista, ma per fortuna il mese prossimo uscirà House of Gucci, quindi almeno per questo possiamo stare tranquilli e mettere da parte l'irrazionalità superstiziosa. Ho tirato in ballo quest'ultima, però, non a caso, in quanto The Last Duel fonda l'ultima parte della sua lunga ed articolata trama proprio sulle false credenze medievali, quasi tutte sfruttabili per annientare le donne, e dipinge un mondo talmente orribile che ci si chiede come abbiamo fatto ad arrivare a sopravvivere, come umanità, fino al 2021. Nonostante, infatti, il trailer ingannevole parli della "donna che ha cambiato la Francia", in realtà la povera Marguerite de Carrouges altro non è che la vittima di una società profondamente ignorante e maschilista, all'interno della quale donne un minimo più colte del normale rischiano di fare una brutta fine in quanto consapevoli dei loro diritti e ben poco disposte a farsi calpestare da false accuse o brutali violenze, e di fatto non ha cambiato proprio nulla. Ma torniamo un attimo a I duellanti. Il primo film di Ridley Scott raccontava la storia di un'ossessione nata da questioni d'onore che finivano per perdersi in un vortice di duelli quasi immotivati, e vedeva il ferino Feraud di Harvey Keitel perseguitare per tutta la vita l'integerrimo d'Hubert di Keith Carradine; nonostante non ci fossero buoni o cattivi nel film, col tempo il primo assumeva connotazioni oscure e malvagie, soprattutto perché del secondo ci veniva mostrato tutto, anche la vita familiare e tranquilla, e in The Last Duel accade un po' la stessa cosa, anche se le carte in tavola vengono ulteriormente mescolate. La bellezza dell'ultimo film di Scott, infatti, deriva dalla pluralità di punti di vista che raccontano la stessa storia e dall'ingresso a gamba tesa di uno sguardo innocente, puro ed incredulo, che ridimensiona entrambi i contendenti sottolineandone i moltissimi lati negativi a scapito dei pochi positivi. 


Apparentemente, il protagonista "buono" è Jean de Carrouges, mentre Jacques De Gris è il "cattivo" scudiero che vive di leccate di piedi e gli ruba persino la virtù della moglie; in realtà, l'indomito e indiscutibile valore del Cavaliere Jean nasconde un animo gretto, una testardaggine inamovibile, un egoismo senza pari che non vacilla neppure davanti all'idea dell'orribile morte della moglie, nell'eventualità della sconfitta nel corso del duello. Ma anche De Gris, per quanto deprecabile, ancor più perché scatenato da un "sentimento" da consumare a tutti i costi, ha qualche lato positivo, soprattutto prima di impazzire per amore, e sembrerebbe quasi che la sua discesa nell'abisso dell'abiezione nasca principalmente dall'incapacità di Carrouges di ignorarlo e lasciare correre, godendosi la fortuna che la vita gli ha concesso, ovvero la bella, intelligente e fedele moglie Marguerite. Marguerite, poverina, di par suo non è né una dea né una strega, ma una donna normalissima che si impegna per essere fedele a un marito che le è stato imposto e che cerca quel minimo di felicità innocente per sfuggire alla pressione di essere una moglie inadempiente (sapevate che nel Medioevo si pensava che una donna potesse rimanere incinta solo dopo aver raggiunto l'orgasmo? Ecco, immaginate quali accuse doveva sostenere chi non riusciva a fare figli...), finendo per ritrovarsi vittima di una faida di decenni dove non contano più né lei né l'amore, ma solo la sopraffazione, l'affermazione davanti a un Dio menefreghista quanto i nobilastri che infestano la pellicola, a partire dal disgustoso Pierre per arrivare all'orrido Re bambino Carlo VI. L'ossessione senza fine, per l'appunto, che si ripropone da I duellanti a The Last Duel.


Avrete capito che la storia raccontata in The Last Duel mi ha avvinta parecchio e, a mio avviso, dimostra come la coppia Ben Affleck/Matt Damon possa ancora fare faville alla sceneggiatura, ma ho ovviamente apprezzato anche la regia e gli attori, chi più chi meno. Ho in particolare amato moltissimo i piccoli dettagli e cambiamenti a livello di regia ed atmosfera tra le sequenze apparentemente uguali raccontate dai diversi punti di vista, dai momenti più eclatanti (la violenza di Marguerite, vista attraverso gli occhi di Le Gris, è praticamente un soft core dove lei, pur terrorizzata, non è così riottosa e lancia segnali assai espliciti allo scudiero, mentre dal punto di vista della donna è un orrore che mozza il fiato, qualcosa di squallido e terribile nella sua disgustosa "banalità") a quelli più sottili, dove bisogna stare molto attenti per cogliere le importanti differenze; inoltre, le battaglie, soprattutto il duello finale, sono violentissime e rozze, talmente tese da risultare, a tratti, difficili da sostenere. Per quanto riguarda gli attori, non seguendo serie TV per mancanza di tempo, sono rimasta sorpresa dalla bravura di Jodie Corner, attrice che non conoscevo per nulla, mentre invece ho avuto ulteriore conferma della versatilità di Adam Driver, che qui offre nuovamente un'interpretazione ricchissima di sfumature, perfetta. Inguardabili, invece, i due sceneggiatori, Affleck e Damon, ma è una pura questione di estetica dovuta ai tagli di capelli e tinte improponibili che gli hanno appioppato, tranquilli, ché sono molto bravi anche loro. Siccome da giovedì usciranno fior di film della Madonna, il mio consiglio è quello di correre al cinema ORA così da non lasciarvi scappare The Last Duel sacrificandolo ad altre pellicole più "importanti", perché rischiate di perdervi davvero un lavoro egregio. 


Del regista Ridley Scott ho già parlato QUI. Matt Damon (Sir Jean De Carrouges), Adam Driver (Jacques Le Gris), Ben Affleck (Pierre D'Alençon) e Marton Csokas (Crespin) li trovate invece ai rispettivi link. 

Jodie Comer interpreta Marguerite De Carrouge. Inglese, ha partecipato a film come Star Wars - L'ascesa di Skywalker, Free Guy - Eroe per gioco e a serie quali Killing Eve. Anche produttrice, ha 27 anni. 


Alex Lawther
, che interpreta Re Carlo VI, era il protagonista di The End of the F***ing World. Ben Affleck avrebbe dovuto interpretare Le Gris ma ha optato per un ruolo "minore" onde evitare contrattempi sul set del prossimo film di Adrian Lyne. Ciò detto, se The Last Duel vi fosse piaciuto, perché non recuperare il più volte citato I duellanti? ENJOY!

domenica 5 gennaio 2020

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)

Non è che non sia andata a vedere Star Wars: L'ascesa di Skywalker (Star Wars: Episode XI - Rise of Skywalker), diretto dal regista J.J. Abrams e conclusione definitiva (a quanto pare) del lungo ciclo cominciato da Lucas negli anni '70; è che, purtroppo, per me le vacanze di Natale implicano lo stare lontana da qualunque tipo di tastiera  e non essere vacanze nemmeno per sbaglio, tra pranzi, cene, festività, malanni e sfighe. Ergo, vi beccate il post quando ormai non interessa più a nessuno!


Trama: la resurrezione dell'imperatore Palpatine mette in subbuglio Rey, ormai avviata a diventare maestro Jedi, Kylo Ren e tutte le forze positive e negative della galassia, che si preparano per la battaglia finale.


E anche questo Star Wars se lo semo levati dalle palle. Uh, che mancanza di rispetto, lo so, ma io non sono mai stata una fan della saga e ammetto di aver guardato questi ultimi episodi più per curiosità e desiderio di completezza che per altro, senza nemmeno rivederli in vista di quest'ultimo capitolo. Che, tra tutti, mi è parso quello più noioso e tutto ciò che è stato modificato e aggiustato per venire incontro al fandom maledetto era talmente evidente da balzare agli occhi persino a me che di Star Wars non capisco un pazzo. Rammentavo una certa volontà di distaccarsi dalla solita favoletta trita e ritrita della Forza ne Gli ultimi Jedi, incarnata nella figura incazzosa di un vecchio pronto a mostrare il dito medio a cani e porci, invece questo ultimo film già comincia con un terrificante "trucco della Folaga" che, onestamente, non ha sortito l'emozione sperata in chi, come me, manco ricordava a momenti chi fosse Palpatine, poi prosegue con colpi di scena perplimenti, arrampicate sugli specchi e calci rotanti in faccia alla povera cinesina Rose, relegata al ruolo di comparsa di lusso per non offendere i poveri broflakes dell'internet, con momenti che potrebbero essere MOLTO commoventi, se solo fossero stati gestiti al meglio, come l'addio definitivo alla povera Carrie Fisher (che, onestamente, mi ha distrutta dalle lacrime solo per il pensiero di Billie Lourd, costretta a rivivere su schermo la morte della madre un'altra volta). Il resto... mah, posso dire che il resto è stato noia, almeno per la prima parte del film. L'ascesa di Skywalker segue infatti uno schema ben preciso e ripetitivo: Rey e gli altri (mi dispiace Poe, mi dispiace Finn, ma il vostro arco narrativo s'è perso nei meandri delle sceneggiature e non siete mai diventati qualcosa più che comparse, in più stavolta hanno cercato pure di appiopparvi dei potenziali love interest che lasciano il tempo che trovano...) cercano qualcosa, durante la ricerca ciccia fuori Kylo Ren che porta Rey a uscire fuori di testa, Finn si intristisce, Chewbacca bestemmia nella sua lingua, tutto ricomincia da capo e di tanto in tanto salta qualche pianeta (anche lì, alla faccia del trucco della Folaga. i "guardalà" per salvare personaggi importanti da esplosioni devastanti abbondano) mentre attori della madonna come Richard E. Grant e Domnhall Gleeson fanno la figura dei pistola, soprattutto il roscio.


L'unico che esce a testa alta, finalmente, è Adam Driver, che nel frattempo sono arrivata ad apprezzare moltissimo come attore in film ben più interessanti di un franchise per bambini. Premesso che il suo personaggio è scritto col Kyulo (all'inizio forse è cattivo, poi forse meno cattivo, poi torna ad essere cattivissimo, poi a un certo punto ci pensa su e ritiene poco doveroso essere cattivo, quindi sparisce, ecc. ecc.), quel che è certo è che Adam Driver è riuscito a trasformare il Frignetta del primo capitolo in un ragazzo tormentato per cui provare pietà, anche solo per non aver mai raggiunto il carisma dei due genitori, mannaggia a lui e agli sceneggiatori. Altra persona da ringraziare tantissimo è ovviamente John Williams. Tolti tutti gli effetti speciali del mondo, il design futuristico delle astronavi, i fenomenali poteri cosmici in minuscoli spazi vitali, il cuore di Star Wars è la sua colonna sonora, in grado di rendere epica persino una soffiata di naso e di toccare i sentimenti di fan della prima ora e di spettatori casuali, inducendo persino alle lacrime, a tratti. Poi boh, che vi devo dire... io spero vivamente la finiscano qui. I primi tre Guerre Stellari erano degli ottimi film d'avventura spaziale che hanno rivoluzionato il modo di fare e recepire il cinema commerciale, quest'ultima trilogia è stata un breve viaggio carico di potenzialità e momenti emozionanti ma anche zeppa di lungaggini, perplessità e noia, pompata a dismisura da un fandom che, come giustamente leggevo su Il bar del fumetto, è uno dei più tossici presenti al mondo, capace di amare e odiare senza mezze misure con motivazioni più che risibili e nonostante questo anche troppo potente. Probabilmente, sempre per dovere di completezza, andrò a vedere anche eventuali, futuri film (anche se le parole di Lando Calrissian mi hanno fatto fare un tonfo alle balle sentito in tutta la sala, altro che tremito nella Forza), sperando in qualcosa di emozionante e "nuovo" come Rogue One ma senza sperarci troppo. I tempi di Leia, Luke e Han Solo sono finiti, lasciamo in pace Chewbacca col suo straziante dolore e guardiamo oltre, per piacere.


Del regista e co-sceneggiatore J.J. Abrams ho già parlato QUI.  Carrie Fisher (Leia Organa), Mark Hamill (Luke Skywalker),  Adam Driver (Kylo Ren), Daisy Ridley (Rey), John Boyega (Finn), Oscar Isaac (Poe Dameron), Domhnall Gleeson (Generale Hux), Richard E. Grant (Generale Pryde), Lupita Nyong'o (Maz Kanata), Keri Russell (Zorii Bliss), Billy Dee Williams (Lando Calrissian), Greg Grunberg (Snap Wexley), Shirley Henderson (Babu Frik), Billie Lourd (Luogotenente Connix), Dominic Monaghan (Beaumont), Warwick Davis (Wicket W. Warrick) e Harrison Ford (non accreditato, è Han Solo) li trovate invece ai rispettivi link.


Il compositore John Williams è stato omaggiato con una comparsata nei panni del barista Oma Tres, Ian McDiarmid torna dopo avere interpretato l'imperatore Palpatine fin dai tempi de L'impero colpisce ancora mentre un delirio di attori famosi hanno ripreso i loro vecchi ruoli all'interno della saga (o sono tornati come voci di archivio) solo per pronunciare una frase: Hayden Christensen (Anakin Skywalker), Samuel L. Jackson (Mace Windu), Ewan McGregor (Obi Wan Kenobi, assieme alla voce dello scomparso Alec Guinness), Frank Oz (Yoda), Freddie Prinze Jr. (Kannan Jarus), James Earl Jones (Darth Vader), Andy Serkis (Snoke) e Liam Neeson (Qui-Gon Jinn). Ovviamente, se L'ascesa di Skywalker vi fosse piaciuto recuperate tutti i film legati alla saga di Guerre Stellari e se ancora non vi bastasse, per il futuro si preannuncia una trilogia tutta nuova il cui primo film dovrebbe venire scritto e diretto da Rian Johnson mentre sul canale streaming Disney + dovrebbero cicciare fuori una serie prequel di Rogue One incentrata sul personaggio di Diego Luna e una imperniata su Obi Wan Kenobi, con Ewan McGregor come protagonista. Chi vivrà vedrà ma nel frattempo... ENJOY!

domenica 15 dicembre 2019

Storia di un matrimonio (2019)

Siccome ne parlavano tutti benissimo e ha fatto faville ai Golden Globe (è in lizza con sei nomination), la scorsa sera ho guardato su Netflix Storia di un Matrimonio (Marriage Story), scritto e diretto dal regista Noah Baumbach.


Trama: Charlie e Nicole, regista e attrice, decidono di divorziare dopo un matrimonio durato dieci anni. Nonostante le buone intenzioni di separarsi senza avvocati e senza traumatizzare il figlio, le cose prenderanno una piega sempre più spiacevole...


Il matrimonio è la tomba dell'amore, recita un vecchio adagio. Modo sicuramente banale di iniziare un post su Storia di un matrimonio, ma questo è quanto si evince dal film di Baumbach. Il matrimonio è la tomba dell'amore ma i piccoli gesti quotidiani, reiterati, dettati da un affetto (sopportazione? Complicità?) difficile da sradicare, restano anche nei momenti peggiori, quando sia il desiderio che l'amore sono scomparsi da chissà quanto tempo e restano solo i ricordi di tempi più felici, di episodi dolci e banali che ci facevano sciogliere di tenerezza. Di base, è ciò che succede a Charlie e Nicole, che dopo dieci anni passati assieme, una carriera condivisa e un figlio, decidono di separarsi. I problemi sono molteplici: lei, come diceva Bisio, ricerca "nuovi scampoli d'assenza", schiacciata nella sua professione di attrice dall'ego del marito regista e genio, che l'ha sradicata da Los Angeles per portarla a vivere a New York, lui invece non ascolta e non capisce, lì per lì parrebbe totalmente clueless e convinto che Nicole stia passando una "fase", una follia temporanea facilmente ricomponibile, anche perché, che diamine!, c'è di mezzo un figlio. Convinti di poterla risolvere con le buone, a Los Angeles Nicole si farà convincere a coinvolgere un'avvocatessa/squalo che la spingerà a volere di più e volerlo per sé, come risarcimento di un decennio di sofferenze e incomprensioni sempre rimaste sotto la superficie di una vita apparentemente felice, col risultato di rendere ancor più orribile una situazione già non bella di suo e di trasformare la separazione in una continua serie di sottesi e ripicche. Se posso dire, niente di nuovo sotto il sole e io che speravo di commuovermi e struggermi per questo amore finito, mi sono ritrovata a testimoniare gli sfoghi egoisti di due drama queen, una perenne scontenta priva di carattere e un passivo aggressivo con deliri di onnipotenza che non ammetterebbe nemmeno a se stesso; se penso che tutto nasce dalle esperienze del regista (separato da Jennifer Jason Leigh), Scarlett Johansson (separata da Ryan Reynolds e dal giornalista Romain Dauriac) e Adam Driver (figlio di genitori separati) mi fa strano ammettere di avere visto dinamiche migliori portate sul piccolo e grande schermo.


Quindi sì, le diatribe di Charlie e Nicole non mi hanno toccata più di tanto, forse perché il bambino che avrebbe dovuto risentire della separazione e scatenare la parte "tenera" dello spettatore è un piccolo moscio e non particolarmente accattivante, ma riconosco che invece Storia di un matrimonio è un gran bell'esempio di regia e soprattutto di bravura attoriale (ma quanto è meravigliosa Laura Dern?). La sequenza più bella, a mio avviso, è quella in cui Driver e la Johansson si scagliano l'uno contro l'altro in un parossismo di insulti e rabbia, accusandosi reciprocamente di aver rovinato l'esistenza del coniuge; Driver in particolare si mangia la Johansson con parole dure e dolorosissime, le uniche che sono riuscite a scatenare in me una qualche reazione (magonato stupore, se lo avessi avuto davanti probabilmente lo avrei massacrato di pugni tra un pianto e l'altro), e sul finale si profonde in una canzone splendida, perfetta per il suo vocione e per il tema della pellicola, senza sbagliare nemmeno una nota, riconfermandosi (fuori da Star Wars) uno degli attori più versatili e particolari in circolazione. Probabilmente è anche merito della sceneggiatura. Alla Johansson è stata offerta infatti la parte di una donna affettuosa e fragile ma in competizione con un marito che non esita, direi anche giustamente vista la spietatezza della realtà sociale in cui è costretta a muoversi, a lasciarsi alle spalle col sorriso sulle labbra, mentre Driver, pur non interpretando un personaggio positivo, a un certo punto ha proprio un crollo, nella vita, nella carriera e persino nei gesti, ritrovandosi spesso, letteralmente, prostrato a terra. Il finale in cui rilegge tutti i pregi elencati all'inizio dalla moglie (presentati con un delizioso uso della camera a mano e del montaggio) è la triste condanna di un uomo che, per noncuranza o senso di superiorità, ha perso tutto quello che aveva di importante nella vita, rimanendo solo come un cane, pieno di rimpianti e ritrovandosi paradossalmente in una situazione che, l'avesse accettata anni prima invece di farsi i fatti suoi, gli avrebbe permesso di salvare il matrimonio. #JeSuisCharlie, quindi, ma anche #JeNeSuisPasMarriageStory , per quanto sia un film che merita una visione, soprattutto se siete abbonati a Netflix.


Di Adam Driver (Charlie), Scarlett Johansson (Nicole), Wallace Shawn (Frank), Laura Dern (Nora Fanshaw) e Ray Liotta (Jay Marotta) ho parlato ai rispettivi link.

Noah Baumbach è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Il calamaro e la balena, Lo stravagante mondo di Greenberg e Frances Ha. Anche produttore e attore, ha 50 anni.


Se Storia di un matrimonio vi fosse piaciuto potreste recuperare Kramer contro Kramer e La guerra dei Roses. ENJOY!

mercoledì 27 novembre 2019

Paterson (2016)

Non ricordo chi mi avesse consigliato la visione di Paterson, diretto e sceneggiato nel 2016 da Jim Jarmusch, ma in questi giorni mi sono messa a guardarlo, giusto per curiosità.


Trama: Paterson fa l'autista di autobus in una cittadina che porta il suo stesso nome e le sue giornate scorrono tranquille, tra una poesia e una follia della fidanzata...



Sono forse io una brutta persona? Probabilmente sì, perché questo Paterson non mi ha fatto né caldo né freddo, anzi, a tratti mi ha annoiata a morte. Se non altro ho avuto la riconferma che Adam Driver (come del resto Kristen Stewart o Robert Pattinson) quando viene tirato fuori dal franchise che lo ha reso famoso come "frignetta" ed inserito in produzioni più indie e particolari è un signor attore, anzi, di più, un attore adorabile, che non mi stanco di osservare; obiettivamente, mi pare che Jarmusch stia cercando di fare di lui un novello Bill Murray, visto che il personaggio di Paterson, non fosse per sopraggiunti limiti d'età, sarebbe stato perfetto per l'amato Bill. Ma perché Paterson mi ha avvolta in una pesante cappa di aburrimiento? Di cosa parla questo film? Ecco, il problema è questo: di nulla. Paterson è l'elogio della vita tranquilla, dei piccoli episodi che conferiscono pepe alla normalità, dell'amore per le piccole cose di Ameliana memoria, e segue la settimana di questo autista e poeta, che osserva la vita scorrere davanti al parabrezza del bus, ascolta le conversazioni dei passeggeri, e riversa su carta i suoi aulici pensieri, trovando sempre il tempo di ritagliarsi un momento per riflettere o meravigliarsi di ciò che lo circonda. Lì per lì non sarebbe nemmeno male come idea, non fosse che Paterson ha una fidanzata e un cane che richiamano all'azione, anzi la ESIGONO. Ho passato l'intero film a pregare che Paterson prendesse a calci in culo quella scansafatiche streppona e pseudo-artista che si tiene in casa, cacciando fuori lei e il malefico cane, ma niente da fare: il povero Adam Driver abbozza su ogni cosa, dall'inghiottire immangiabili "secret pie" con broccoli e cheddar allo spendere 400 dollari per una chitarra perché la signorina "ha il sogno di diventare una musicista country", portando a casa stipendi mentre la fidanzata passa le giornate e decorare la casa, dipingere orridi quadri e guardarsi allo specchio. Sul finale nulla cambia, nulla migliora, nulla peggiora, e so di essere limitata io ma l'ho trovato assai frustrante.


E' un peccato, perché a pensarci Paterson è semplice e poetico come gli scritti del suo protagonista, che ne accompagnano le vicende scorrendo in sovraimpressione, opera in realtà del poeta metropolitano Ron Padgett, uno dei preferiti del regista; il contrasto tra la realtà prosaica ma non necessariamente fredda e banale, anzi, molto malinconica, vissuta da Paterson e quei momenti di quiete profonda ricercati nella poesia è assai piacevole e lo stesso vale, alla fine, per lo schema che ripropone sette giorni tutti uguali salvo per pochi dettagli o varianti sul tema, ché alla fine la vita è così. In realtà, forse, ciò che ho più apprezzato di Paterson, assieme all'interpretazione di Adam Driver, è il modo in cui vengono tradite tutte le aspettative dell'audience. Il film infatti contiene almeno un paio di anticlimax, uno legato al destino del cane di Paterson, l'altro legato alle coppie di gemelli che, da un certo punto in poi, cominciano a cicciare fuori ovunque, con gran stupore del protagonista, due dettagli che potrebbero portare a risvolti di trama inaspettati e che, invece, rimangono lì, a far il gesto dell'ombrello allo spettatore. Mah, forse non a tutti gli spettatori, diciamo solo a me. Rileggendo il post, comunque, mi sono accorta di avere apprezzato Paterson più di quanto avessi pensato quando ho cominciato a scrivere, quindi non mi sento di sconsigliarlo. Mal che vada, avrete avuto modo di godervi l'ennesima, valida interpretazione di Adam Driver e di sfogarvi inveendo contro una delle ragazze più irritanti mai comparse sullo schermo.


Del regista e sceneggiatore Jim Jarmusch ho già parlato QUI mentre Adam Driver, che interpreta Paterson, lo trovate QUA.


I due studenti che parlano dell'anarchico italiano sul bus sono i due ex ragazzini di Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore, Jared Gilman e Kara Hayward. ENJOY!

martedì 18 giugno 2019

I morti non muoiono (2019)

Sabato sera sono emigrata a Genova per riuscire a vedere I morti non muoiono (The Dead Don't Die), diretto e sceneggiato dal regista Jim Jarmusch.


Trama: in una cittadina pacifica i morti cominciano a risorgere a causa degli sconvolgimenti climatici.


Sono passati due giorni dalla visione de I morti non muoiono e sinceramente non ho ancora capito se questo film mi è piaciuto oppure no. Cioè, per essere più precisi non ho ancora capito se ho visto un'opera geniale o una fantozziana "cagata pazzesca" che aggiunge poco o nulla al mito dello zombi romeriano, non a caso citato anche nei ringraziamenti finali. Sarà che di Jarmusch ho visto proprio pochissimo e non conosco la poetica, se ce n'è una, del regista? Può essere. Partiamo dalle cose che ho sicuramente apprezzato de I morti non muoiono. Innanzitutto, l'ironia. Non poteva essere altrimenti, con un protagonista come Bill Murray, quell'umorismo che col tempo si è fatto sempre più malinconico, così come si è fatta più accentuata la sua aria distaccata dalla realtà, un "se per caso cadesse il mondo io mi sposto un po' più in là": qui abbiamo l'apice dello scazzo Murrayano, concretizzato in un poliziotto che due anni prima doveva andare in pensione e che, d'un tratto, si ritrova a combattere un'invasione di zombi in una cittadina dove il massimo del criminale è un eremita che forse ruba dei polli. E se Murray, anche in un'occasione come questa, si sposta un po' più in là, ad affiancarlo c'è un Adam Driver esilarante perché ANCORA più scazzato, piagato dall'onniscienza. In mezzo ai due, la povera Chloe Sevigny, innocente ed umana, giustamente sconvolta all'idea che i morti non muoiano mentre i suoi due colleghi paiono contemplare la questione con distacco. Poi, ovviamente, ci sono i morti (che non muoiono), che come gli zombi di Romero tornano a fare quello che facevano in vita come se nulla fosse successo, spinti da un cervello ormai in pappa e da una fame che li porta a mangiare, mangiare e ancora mangiare. Sotto gli occhi dell'eremita Bob, che della città e dei cittadini conosce pregi (pochi) e difetti (molti) si svolge quindi una storia estrema ma vecchia come il mondo, tanto che il finale è già scritto e risaputo, insito com'è nel DNA di una società egoista e di un'umanità che si è auto condannata a morte, beatamente inconsapevole delle implicazioni globali delle azioni del singolo, concentrato nella sua becera quotidianità. E' così che, a rimetterci, sono i cattivi (lo splendido Steve Buscemi col suo "make America white again") ma anche i buoni o i medi, spazzati via senza aver avuto la possibilità di brillare nemmeno una volta.


Ne I morti non muoiono, infatti, non ci sono eroi, solo gente clueless che quando riesce a sopravvivere ai famelici zombi deve tutto alla fortuna (alla sceneggiatura?), non certo all'abilità. Anzi, di abilità non si parla proprio, ché persino i poliziotti se la sentono colare e decidono di non intervenire, ognuno per motivi tutti suoi. Ci sarebbe un deus ex machina, in effetti, sul quale non vi spoilererò nulla, ma è nulla più che un'"aggiunta", una meteora che passa e se ne va, come se non valesse la pena salvare tanta mediocrità concentrata in una cittadina e, per estensione, nel mondo. Un ripensamento, quasi, e in generale (forse è questo che non ho apprezzato granché) un work in progress incompiuto come alcune parti del film. Per esempio, quelle interferenze televisive che sembrano così importanti, tanto da venire introdotte già nei titoli di testa, a cosa portano poi?  I personaggi dei ragazzini imprigionati all'interno del riformatorio hanno un qualche significato, salvo quello di aumentare gli attori presenti? E infine: c'è qualcosa di più, celato dietro un omaggio ironico e ben realizzato agli storici film di Romero? Sinceramente, non saprei rispondere a questa domanda ma ripensandoci, per quanto non sia uscita entusiasta dalla proiezione quanto avrei voluto, I morti non muoiono è comunque un film che sono contenta di aver visto perché è zeppo di momenti memorabili e personaggi sopra le righe, di dialoghi che apparentemente non vanno da nessuna parte ma regalano grande gioia, quasi quanto vedere facce conosciute dietro gli zombi. Quella gioia, ahimé, che non regala l'adattamento italiano, particolarmente sciatto e svogliato, tanto che le parole ossessivamente ripetute dagli zombi a volte vengono tradotte, altre no (giocattoli va bene, coffee non lo traduciamo, non ci va), per non parlare di quel riferimento metacinematografico iniziale tradotto in maniera così farraginosa che probabilmente il 90% degli spettatori se lo perderà. Della serie, i morti non muoiono ma nemmeno la mala adaptación, ahimé.


Del regista e sceneggiatore Jim Jarmusch ho già parlato QUI. Bill Murray (Capo Cliff Robertson), Adam Driver (Agente Ronnie Peterson), Tom Waits (Eremita Bob), Chloe Sevigny (Agente Mindy Morrison), Steve Buscemi (Fattore Frank Miller), Danny Glover (Hank Thompson), Caleb Landry Jones (Bobby Wiggins), RZA (Dean), Larry Fessenden (Danny Perkins), Carol Kane (Mallory O'Brien), Tilda Swinton (Zelda Swinton) e Selena Gomez (Zoe) li trovate invece ai rispettivi link.


Dietro al trucco da zombi ci sono musicisti come Iggy Pop, Sturgill Simpson (autore della canzone che da il titolo al film) e Charlotte Kemp Muhl, anche modella; purtroppo avremmo potuto avere anche Bruce Campbell ma niente, non aveva voglia di partecipare a un altro horror a quanto pare. Se I morti non muoiono vi fosse piaciuto recuperate i film di Romero dedicati agli zombi e aggiungete Shaun of the Dead e Benvenuti a Zombieland. ENJOY!


venerdì 1 febbraio 2019

BlacKkKlansman (2018)

Il recupero dei film in vista della Notte degli Oscar procede con BlacKkKlansman, diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Spike Lee partendo dal libro autobiografico Black Klansman di Ron Stalworth e candidato a sei premi Oscar: Miglior Colonna Sonora Originale, Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Regia, Miglior Attore Non Protagonista (Adam Driver) e Miglior Montaggio.


Trama: Ron Stalworth, poliziotto di colore da poco entrato nel corpo di polizia, ottiene l'incarico di infiltrarsi all'interno di una branca del Ku Klux Klan con l'aiuto del collega ebreo Flip Zimmerman.


Come sanno molti di quelli che mi conoscono e che leggono il Bollalmanacco, Spike Lee è un regista che non mi è mai andato molto a genio, salvo quella volta in cui ha diretto La 25sima ora, film obiettivamente splendido. BlacKkKlansman non si avvicina nemmeno per sbaglio alle vette di quella pellicola meravigliosa, ma è comunque una visione gradevole e, soprattutto, per nulla banale, che sfrutta i toni della commedia per raccontare una storia vera, di fatto e purtroppo mai conclusasi definitivamente. Siamo negli anni '70, in piena epoca di Ku Klux Klan e di rivendicazioni sociali (anche violente) da parte delle persone di colore, un periodo in cui il razzismo serpeggia ovunque e i bianchi non si sono ancora abituati all'idea di "diritti civili per tutti". Ron Stalworth, ragazzo di colore, decide di cambiare il sistema da dentro e di entrare nel corpo di polizia di Colorado Springs, aiutato da un po' di faccia tosta e dalla capacità di parlare americano corrente e non solo in jive, come lo definiscono sprezzanti i suoi colleghi; dopo qualche tempo passato in archivio, la recluta giustamente si scazza e decide di chiedere un lavoro più dignitoso, quello di detective, che lo porta a fare il doppio gioco all'interno di un gruppo di attivisti di colore... e a sdoppiarsi per infiltrarsi nella cellula locale del Ku Klux Klan. Ron Stalworth diventa quindi la ragionevole, suadente voce che convince i klansmen locali di volerlo a tutti i costi con loro e, fisicamente, si palesa agli incontri con la pelle bianca, il nasone e l'aplomb di Flip Zimmerman, guarda caso un poliziotto di origini ebraiche che riesce a conquistare persino i membri più diffidenti della cellula. Se Tarantino in Django Unchained dipingeva gli antenati del Ku Klux Klan come un branco di dementi Spike Lee non è da meno, ma invece di fungere da comic relief la rappresentazione di questo gruppo di invasati, ubriaconi e stupidi assortiti perculati da un nero e un ebreo mette solo una gran tristezza mista a un senso di angoscia che mantiene lo spettatore costantemente sul chi va là, perché obiettivamente le vicende di Stalworth hanno dell'incredibile e filano anche troppo lisce, quasi come un film di Bud Spencer e Terence Hill.


Infatti la gabola c'è, e BlacKkKlansman non è la commedia superficiale e demenziale che si intuiva dai trailer, fuorvianti quanto la presenza di dialoghi da buddy cop movie e dello stupidissimo Gran Sacerdote David Duke (peraltro, uomo realmente esistito che ha scoperto di aver avuto a che fare con un "negro" solo qualche anno fa). Il disagio di due realtà sociali pronte a scontrarsi da un momento all'altro, di slogan imbarazzanti perché riproposti anche nell'anno del Signore 2019, di un'ignoranza che serpeggia incontrollata e rende insensibili e ciechi di fronte alla Storia, il desiderio di rivendicazione violenta presente sia tra i bianchi che tra i neri, sono tutte costanti di BlacKkKlansman, la cappa oscura capace di rendere amara qualsiasi risata, qualsiasi tentativo di rendere cool una vicenda che farebbe invidia agli eroi della blacksploitation opportunamente citati nel corso del film e ciò che fa più male è vedere ribaltato il lieto fine con immagini prese di peso dalla realtà in cui viviamo. Il film è infatti dedicato alla memoria di Heather Heyer, investita da un'auto guidata da un neonazista e lanciata contro la folla di protestanti che stavano manifestando contro il raduno Unite the Right a Charlottesville, una delle purtroppo tante vittime di una stupida lotta razziale che non si è mai fermata, né in America né altrove. Per questo le valide interpretazioni di John David Washington, degno figlio di tanto padre, e Adam Driver sono divertenti ma anche tanto dolorose: Ron è un poliziotto di colore e per questo viene guardato con sospetto sia dai suoi colleghi sia dai suoi conrazziali in quanto "maiale", Skip è bianco ma è ebreo, che in un mondo "normale" non vorrebbe dire nulla ma agli occhi dei razzisti lo etichetta come ladro, assassino ed inferiore a prescindere dal colore della pelle. E' la consapevolezza di essere diversi senza un perché o il lento insorgere di questa consapevolezza a renderli profondi, a consentire loro di bucare lo schermo fino a raggiungere le coscienze degli spettatori. Quello descritto da Spike Lee è un cancro stupido, violento e schifoso che coi suoi tentacoli infetta ancora oggi il mondo in cui viviamo e ben vengano film come BlacKkKlansman a farci riflettere e vergognare, visto che la nostra memoria è labile quanto il nostro senso della realtà.


Del regista e co-sceneggiatore Spike Lee ho già parlato QUI. Alec Baldwin (Dr. Kennebrew Beauregard), Adam Driver (Flip Zimmerman) e Topher Grace (David Duke) li trovate invece ai rispettivi link.

Nicholas Turturro interpreta Walker. Fratello di John Turturro, ha partecipato a film come Fa' la cosa giusta, Mo' Better Blues, Jungle Fever, Malcom X, Alla ricerca di Jimmy, World Trade Center  e a serie quali Le avventure del giovane Indiana Jones, Hercules, The Twilight Zone, Tremors e CSI - Scena del crimine. Anche sceneggiatore, produttore, regista e compositore, ha 56 anni e cinque film in uscita.


John David Washington, che interpreta Ron Stalworth, è figlio di Denzel Washington, Paul Walter Hauser, che interpreta Ivanhoe, era l'infamissimo Shawn di Tonya mentre Michael Buscemi, che interpreta Jimmy Creek, è il fratello di Steve Buscemi. Guest star d'eccezione, il cantante Harry Belafonte, che interpreta l'anziano Jerome Turner. ENJOY!


martedì 2 ottobre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)

Dopo quasi 30 anni di peripezie e false partenze è arrivato il gran giorno, anche a Savona: L'uomo che uccise Don Chisciotte (The Man Who Killed Don Quixote), diretto e co-sceneggiato dal regista Terry Gilliam, è finalmente uscito e io non potevo non andarlo a vedere.


Trama: un giovane regista torna sui luoghi dove aveva girato, da studente, il suo film d'esordio e si ritrova invischiato nelle follie di un vecchio calzolaio che proprio a causa della vecchia pellicola si era convinto di essere Don Chisciotte...



Comincio il post col solito, vergognoso disclaimer: non ho ancora guardato Lost in La Mancha, il documentario diretto da Terry Gilliam che racconta le traversie produttive, meteorologiche e pratiche di L'uomo che uccise Don Chisciotte, quindi posso solo giudicare il prodotto finito senza riflettere sul "poteva essere". Ciò che è giunto fino a noi, nell'anno 2018, dopo quasi trent'anni di difficoltà e dubbi, è un film affascinante, divertente e grottesco che sicuramente contiene dentro di sé anche la frustrazione del Terry Gilliam regista, sceneggiatore e uomo, una frustrazione ironica e sconsolata incarnata dal personaggio di Toby, un Adam Driver perfetto nei panni del giovane regista considerato un "genio" ma costretto a tenere svogliatamente a bada assistenti, amanti, produttori e finanziatori al punto da arrivare a disinteressarsi completamente del suo progetto. Il ritrovamento fortuito del suo lungometraggio d'esordio, L'uomo che uccise Don Chisciotte, trascina Toby in una vicenda delirante che ripercorre i passi del suo vecchio film e anche della storia dell'eroe di Cervantes, fianco a fianco col vecchio Javier, un tempo calzolaio, divenuto volto del Don Chisciotte di Toby e questa incursione nel passato consente al tempo di ricominciare a scorrere in un modo tutto particolare. La "stasi" di Toby, infatti, coincide con la stasi in cui aveva trovato all'epoca il sonnacchioso paesino spagnolo e con l'imprigionamento di Javier all'interno di un personaggio di finzione, costretto ad interpretare in eterno Don Chisciotte mentre tutto, attorno a lui, va in rovina. Benedizione e maledizione allo stesso tempo, l'arrivo del giovane Toby era stata all'epoca la tipica scossa "hollywoodiana" foriera di sogni e speranze, andati distrutti nel momento stesso in cui cineprese e set erano stati smontati e portati via con la noncuranza di chi non si accorge dello scompiglio creato; il ritorno di Toby rimette in moto gli eventi, smuove qualcosa all'interno della sua ispirazione bloccata e lo condanna a diventare scudiero (o sparviero) del Don Chisciotte che lui stesso ha creato, mettendolo davanti alle ingiustizie compiute in passato, compresa la dannazione della sua "Dulcinea", la giovane ed ingenua Angelica tornata in guisa di femme fatale, accompagnata da un manesco e disgustoso boss della mala russo.


L'uomo che uccise Don Chisciotte parte lentissimo, oserei dire in maniera persino poco interessante, con un'apparente riflessione sui meccanismi del cinema già messa in scena mille volte e lo scontro culturale tra Hollywood e la Spagna rurale, poi fortunatamente prende il volo con l'arrivo del vecchio Don Chisciotte interpretato da Jonathan Pryce: figura mitica, letteraria, prosaica e tremendamente umana, il Don Chisciotte di Gilliam è una scheggia impazzita che contagia a poco a poco Toby, dapprima trascinandolo in quelle vicende classiche ma non meno devastanti tipiche della commedia degli equivoci, poi toccandone la psiche, "infettandolo" col desiderio di avventura e magia, alimentate da sentimenti di lealtà ed affetto mescolati a un nostalgico senso di colpa nei confronti del povero, vecchio calzolaio matto. Cambiando l'atmosfera, cambia ovviamente anche la regia, così che la Spagna, il Portogallo, i paesaggi desolati dei vecchi spaghetti western e i sontuosi interni di cattedrali trasformate in palazzi diventano luoghi stranianti e magici, dove realtà e finzione non hanno più un confine e dove Gilliam può dare sfogo alla sua vena visionaria; abbiamo dunque malvagi cavalieri bardati di cristalli che sembrano usciti da qualche video di David Guetta, giganti terribili, ninfe delle acque, sconvolgenti orge di rosse fiamme che la mente rende reali e tangibili, ma anche palesi finzioni capaci di togliere il fiato allo spettatore che si ritrova a provare le stesse sensazioni dei protagonisti, come nella sequenza in cui un cavallo di legno arriva a "volare" sulla luna, tra wind machine e fari luminosi. In tutto questo, Adam Driver si carica il film sulle spalle come riusciva a fare giusto Johnny Depp prima di diventare la caricatura di se stesso e cambia faccia, pelle ed abiti, un po' giovane e spensierato regista, un po' annoiato enfant prodige, un po' scudiero preso a calci in culo e ricoperto di sangue e fango, un po' cavaliere innamorato, emanando alternativamente un'aura di sfiga e di fascino che la maggior parte dei giovani attori si sognano (e, ribadisco, a me Adam Driver non ha mai fatto impazzire ma qui dà letteralmente il bianco), duettando alla perfezione con un Jonathan Pryce a tratti struggente e mai così bravo. A mio avviso, abbiamo dovuto aspettare anni ma ne è valsa decisamente la pena ma, attenzione: io non sono fan di Terry Gilliam e non ho mai preteso di conoscerne tutta la filmografia, quindi il mio entusiasmo potrebbe non incontrare l'approvazione dei "Gilliamofili". Prendete dunque questo post con le pinze ma cercate lo stesso di correre a vedere L'uomo che uccise Don Chisciotte prima che lo tolgano dai cinema!


Del regista e co-sceneggiatore Terry Gilliam (che in originale presta la voce ad uno dei giganti) ho già parlato QUI. Adam Driver (Toby), Jonathan Pryce (Don Chisciotte), Stellan Skarsgård (il boss) e Jordi Mollà (Alexei Miiskin) li trovate invece ai rispettivi link.


Tra le guest star spunta Rossy De Palma, attrice feticcio di Almodóvar, qui nei panni della moglie del fattore. Il film è dedicato alla memoria di Jean Rochefort e John Hurt, entrambi scritturati per il ruolo di Don Chisciotte ed entrambi morti prima che il film venisse completato. A tal proposito, se L'uomo che uccise Don Chisciotte vi fosse piaciuto consiglierei il recupero di Lost in La Mancha, cosa che farò io... ENJOY!


venerdì 1 giugno 2018

La truffa dei Logan (2017)

Ieri è uscito in Italia La truffa dei Logan (Logan Lucky), diretto nel 2017 dal regista Steven Soderbergh. Siccome ne ho letto bene un po' ovunque ho deciso di dargli una chance...


Trama: dopo essere stato licenziato, Jimmy Logan decide di tentare un furto alla Charlotte Motor Speedway durante una delle corse più importanti dell'anno, affiancato dai fratelli e da altri peculiari figuri, in barba alla famigerata "sfortuna" dei Logan...



Avevo un po' lasciato perdere Soderbergh dopo aver visto l'ammorbante Knockout - Resa dei conti e più che La truffa mi sarei aspettata quindi La FUFFA dei Logan, motivo che mi ha spinta a non recuperare subito il film in questione nonostante fosse disponibile da mesi in rete. Poi hanno cominciato a proiettare i trailer al cinema e, nonostante la solita imbecillità del titolo italiano che ignora la sottotrama per cui i Logan avrebbero delle enormi botte di sfiga proprio quando tutto per loro comincia a girare bene, mi sono fatta attirare dall'immagine di un Daniel Craig tatuato e ossigenato e mi sono gettata nella visione. Il motivo per cui La truffa dei Logan andrebbe snobbato al cinema e visto in lingua originale non appena disponibile in DVD, Bluray o streaming legale, è la sua natura di "Ocean's Seven-Eleven", radicato in quel West Virginia magnificato nella canzone di John Denver dove gli abitanti sono grezzi e "provinciali", a voler far loro un complimento (altrimenti si può utilizzare il raffinato termine "Hillbilly", più calzante); tra una canzone folk e un concorso di bellezza alla Little Miss Sunshine, tra signore in viola e birra, tra delinquentelli di campagna e lavoratori precari, si dipana la trama di questo heist movie che manca della raffinatezza, per l'appunto, di un Ocean's Eleven ma non della suo sottile umorismo o della capacità di avvincere il pubblico. A onor del vero, ci vuole un po' prima di affezionarsi a Jimmy e ai suoi compari, perché la costruzione dei personaggi è assai simile a quella di un film dei Coen, con protagonisti malinconici e un po' stundai affiancati da spalle mai abbastanza weird o strabordanti da riuscire a colpire subito l'attenzione dello spettatore. Anche Clyde e Joe Bang, gli unici che spiccherebbero per le loro peculiarità fisiche o per lo "stile", sono infatti figure che vanno "fatte decantare" e che acquistano spessore man mano che il film procede, mai troppo esagerate, perfettamente amalgamate all'interno di quest'opera corale dove chiunque ha una sua importanza fondamentale, anche il personaggio apparentemente più inutile. Come raramente accade in questo genere di pellicole, il piano che porta al furto è plausibile e logico, non richiede personaggi con abilità fuori dal comune, ed è perfettamente inserito all'interno di una realtà che più USA non si può, quella delle corse NASCAR, che ogni anno inchiodano davanti allo schermo milioni di americani e che sono delle istituzioni intoccabili (non a caso, Jack e il fratello alla fine sono sconvolti all'idea di profanare una simile icona americana!).


Per quanto mi riguarda, l'unica cosa che non ho apprezzato troppo è proprio la location del furto, che sicuramente ha consentito a Soderbergh di sfoggiare la sua abilità di regista  ma mi ha anche costretta a "subire" una paio di giri di pista in auto (se c'è una cosa che non sopporto è la Formula 1 e qualunque cosa le somigli anche solo vagamente...), e per fortuna le sequenze incriminate sono poche, degnamente surclassate da una delle evasioni più esilaranti della storia del cinema e persino da un momento di commozione in cui la canzone Country Road la fa da padrone. Ma a parte tutto, ciò che mi ha stupita di La truffa dei Logan sono gli interpreti, anche perché sia Channing Tatum che Adam Driver non rientrano nel novero dei miei preferiti, invece qui danno veramente il bianco. Zoppo, barbuto e appesantito, addosso a Jimmy Logan persino la monoespressività di Channing Tatum diventa funzionale e si annulla nella generale rappresentazione del personaggio, mentre con la sua naturale bruttezza e l'aria di chi non capisce mai quello che gli sta succedendo, Adam Driver è meglio come loser senza braccio (anzi, senza mano e avambraccio) piuttosto che come malvagio intergalattico. Detto questo, anche il resto del cast è validissimo. Daniel Craig, col capello ossigenato e ricoperto di tatuaggi, è meraviglioso come avevo sperato guardando il trailer e in mezzo a tutto il cucuzzaro di attori più o meno riconoscibili, "mascherati" come sono da bifolchi, spunta persino Seth McFarlane, impegnato nell'offrire al pubblico il suo strepitoso accento british con un personaggio che avrei visto benissimo indosso ad Andy Nyman. L'unica domanda che mi pongo, alla fine del film, è: ma perché una volta Hilary Swank era una delle attrici più quotate del mondo e adesso si limita a fare delle comparsate che a momenti non accetterebbero nemmeno dei caratteristi? Mah, mistero della fede! Comunque datemi retta, recuperate La truffa dei Logan perché è molto ben fatto e divertente.


Del regista Steven Soderbergh ho già parlato QUI. Channing Tatum (Jimmy Logan), Riley Keough (Mellie Logan), Katie Holmes (Bobbie Joe Chapman), Adam Driver (Clyde Logan), Seth McFarlane (Max Chilblain), Daniel Craig (Joe Bang), Brian Gleeson (Sam Bang), Katherine Waterston (Sylvia Harrison), Sebastian Stan (Dayton White) e Hilary Swank (Agente Speciale Sarah Grayson) li trovate invece ai rispettivi link.

David Denman interpreta Moody Chapman. Americano, ha partecipato a film come Big Fish - Le storie di una vita incredibile, Chiamata da uno sconosciuto, Shutter - Ombre dal passato, Regali da uno sconosciuto - The Gift e serie quali E.R. - Medici in prima linea, Jarod il camaleonte, X-Files, CSI: Miami, Angel, Senza traccia, Bones, Grey's Anatomy, Due uomini e mezzo, True Detective e Outcast. Ha 45 anni.


Jack Quaid interpreta Fish Bang. Americano, ha partecipato a film come Hunger Games, Hunger Games: La ragazza di fuoco e Tragedy Girls. Anche sceneggiatore e produttore, ha 26 anni e un film in uscita, inoltre interpreterà Hughie nell'imminente serie The Boys.


Michael Shannon e Matt Damon erano entrati a far parte del cast ma hanno entrambi dovuto rinunciare perché impegnati in altri progetti. Detto questo, se La truffa dei Logan vi fosse piaciuto recuperate Ocean's Eleven e i suoi sequel! ENJOY!

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