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martedì 28 aprile 2026

The Long Walk (2025)


E' uscito finalmente in tutta Italia, dove siamo indietro come le balle dei cani, uno dei film che aspettavo di più lo scorso anno, The Long Walk, diretto nel 2025 dal regista Francis Lawrence e tratto dal romanzo La lunga marcia di Richard Bachman. Dopo tanta attesa, il film merita? Vediamo un po'!

Trama

Cinquanta ragazzi si iscrivono alla Lunga Marcia, un terrificante percorso ad eliminazione dove vincerà l'unico ragazzo che riuscirà a sopravvivere...

RECENSIONE

Non sarò obiettiva, parlando di The Long Walk. La lunga marcia è stato il primo libro di Stephen King che ho letto, all'età di 14 anni. Non sbaglio dicendo "Stephen King"; ormai Bachman era già morto del cancro dello pseudonimo e la Mondadori aveva infatti ripubblicato il libro usando il nome vero dello scrittore. Onestamente, non ricordo perché volessi leggere a tutti i costi un libro di Stephen King. Probabilmente avevo già guardato It, forse anche Carrie, di sicuro Brivido, chissà se Shining era già entrato nella mia vita; a prescindere, ero attirata dall'horror, e King era un nome adulto e legato proprio a quel genere che stava cominciando ad interessarmi, quindi la mia pur perplessa madre mi aveva concesso di poter acquistare il libro durante un giro alla Standa. Leggere La lunga marcia era stato uno shock, per me. Il racconto di giovani ragazzi che cadono come mosche durante una camminata infinita, costretti a tenere un passo criminale pena venir fucilati dopo tre ammonizioni, mentre sprazzi di amicizie, odio profondo, amore, speranza, disperazione si mescolano in un delirio sempre più angosciante, mi aveva ridotta in lacrime e ci sono delle immagini potentissime che ancora oggi, dopo trent'anni, non mi abbandonano. Ho riletto La lunga marcia non so quante volte, dopo, e con tutti i suoi difetti lo considero, ancora oggi, il miglior libro partorito dal lato "oscuro" di Stephen King, quindi capirete quanto ero fomentata e preoccupata all'idea di vedere finalmente sul grande schermo Garraty, McVries, Olson, Barkovich, Stebbins e il fottutissimo Maggiore. Soprattutto, ero terrorizzata all'idea che avessero chiamato a dirigere il film quello che per me è sempre stato un cane maledetto, ovvero Francis Lawrence, dal quale mi aspettavo una sgarzollata da bimbiminchia, dopo che persino Romero e Darabont, nel corso dei decenni, avevano abbandonato il progetto. Come amo partire prevenuta e sbagliarmi, a volte.

La sceneggiatura di The Long Walk, scritta da JT Mollner, si concede un paio di cambiamenti che nulla tolgono al significato ultimo della storia. Intanto, dimezza i partecipanti alla Marcia, per questioni, immagino, di gestione delle sequenze e anche per concentrarsi sui personaggi più importanti; diminuisce la velocità minima che devono rispettare i ragazzi, rendendo tutto più realistico rispetto a come l'aveva pensata King all'epoca; soprattutto, modifica il finale, cosa che io ho molto apprezzato. Intendiamoci, il finale de La lunga marcia, ambiguo e "onirico", è una cosa che ti ammazza, ma deriva dal modo in cui è scritto il libro, che segue, fin dall'inizio, il punto di vista di Garraty. Una soggettività che parte lucida, baldanzosa, come ci si aspetta da un ragazzo nel pieno delle sue forze che non capisce ancora la portata di ciò a cui sta prendendo parte, e diventa sempre più frammentata, allucinata, per certi versi anche "mistica", se vogliamo. The Long Walk amplia invece il focus. Garraty parte come protagonista, ma col prosieguo della vicenda altri personaggi finiscono sotto i riflettori, e da un certo punto in poi il film si appoggia interamente sul confronto costante tra Garraty e McVries, su un'amicizia che diventa fratellanza, su idee che, letteralmente, cambiano il destino del singolo. Lo stesso McVries è ben diverso da quel pungolo distaccato e stronzo che incontriamo nel romanzo. La sua funzione di "coscienza" è la medesima, ma cambia la sua natura, che diventa comprensiva e attenta, animata da un triste passato di solitudine e disperazione. In tutto questo, il nucleo del romanzo viene pienamente rispettato. L'allegoria dell'insensato massacro di giovani volontari in Vietnam diventa un altrettanto sciocco "sacrificio" per ispirare le persone a rendere grande l'America, la metafora del pericoloso isolamento di ragazzi esposti a dottrine assurde, che si "svegliano" nel modo peggiore. Diversamente dal romanzo, però, il film si apre alla possibilità di un cambiamento, di una speranza contrapposta a una disperata rinuncia, di una lotta per gli altri, prima ancora che per se stessi, il che lascia filtrare una sottile lama di luce anche all'interno di un finale assai pessimista. 

Comunque, il mio terrore maggiore, visto che sono una persona semplice, derivava dal regista e dagli interpreti. Ora, non starò a dire che The Long Walk non sia scorretto, visto l'uso infingardo che fa di uno score commovente ogni volta che un ragazzo riceve il congedo, cosa che ha ulteriormente contribuito a farmi versare lacrime copiose, ma a livello di regia è molto sobrio e realistico. Per la prima volta, alla faccia di 30 anni di lettura, sono riuscita a percepire, fisicamente, l'orrore di camminare a una velocità di cinque chilometri all'ora sotto il sole cocente, mentre leggendo il libro l'ansia mi colpiva "solo" nel corso degli imprevisti meteorologici, fisici o fisiologici. La stessa sequenza della salita, già angosciante nel libro, nel film diventa una delle migliori viste l'anno scorso in un horror, perché trasmette tutta l'urgenza e l'angoscia di una gara per la sopravvivenza, nel montaggio concitato che alterna primi piani disperati, corpi che cadono sotto i colpi dei fucili e una pendenza che pare infinita. Lawrence, inoltre, non si tira indietro di fronte a nulla, mostra l'aspetto triviale della corsa, indugia sui dettagli gore e sullo squallore deprimente di un'America che non merita di essere salvata, ma trova anche il modo di esprimere la dolcezza e il cameratismo degli stupendi ragazzi costretti a marciare, sottolineando in ogni momento che l'orrore non risiede DENTRO di loro, ma attorno a loro. Così, anche quella merda di Barkovich, l'"assassino", diventa più sfaccettato di quanto non fosse nel romanzo, mentre le interpretazioni di Cooper Hoffman (degno figlio di tanto padre) e David Jonnson bucano lo schermo e rendono vivi i personaggi, frantumando il cuore dello spettatore fino all'ultimo istante e anche dopo, quando i titoli di coda hanno finito di scorrere. The Long Walk è un film che avrebbe meritato un'uscita a ottobre 2025 in contemporanea con gli States e un battage pubblicitario della madonna, perché è uno dei migliori adattamenti Kinghiani in un anno in cui i fan cinefili del Re hanno potuto leccarsi le dita, tra The Monkey, Life of Chuck, The Running Man e questo. Si vergogni la distribuzione italiana, che ha deciso di farlo uscire in sordina, in pochi multisala a orari improbabili, con un sottotitolo aberrante (Se ti fermi muori) e dopo che chiunque, me compresa, lo aveva già visto per vie traverse. E dobbiamo già ringraziare che non sia arrivato direttamente in streaming. 

CAST

Del regista Francis Lawrence ho già parlato QUI. Charlie Plummer (Gary Barkovitch), Mark Hamill (il Maggiore), Judy Greer (Mrs. Ginnie Garraty) e Josh Hamilton (Mr. William Garraty) li trovate invece ai rispettivi link. 


CURIOSITà

David Jonsson, che interpreta McVries, era l'androide Andy di Alien: Romulus mentre Joshua Odjick, che interpreta Collie Parker, era tra i protagonisti della serie It: Welcome to Derry. ENJOY!


mercoledì 24 settembre 2025

The Life of Chuck (2024)

Aspettavo da due anni e finalmente, lunedì, sono riuscita a vedere The Life of Chuck, diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Mike Flanagan, partendo dal racconto Vita di Chuck, contenuto nella raccolta Se scorre il sangue.


Trama: la vita del contabile Chuck Krantz viene raccontata, a ritroso, dalla sua fine all'infanzia...


Amo Stephen King dall'età di 13 anni e adoro Mike Flanagan fin dal suo primo film, quindi forse sarò un po' (tanto) di parte parlando di Life of Chuck. King è Maestro d'orrore, ma quelle rare opere in cui il sovrannaturale sfiora appena i personaggi, e dove il Tessitore di Storie si concentra maggiormente a raccontare della vita, della morte, e di tutto ciò che sta nel mezzo, forse sono quelle che gli riescono meglio. E anche quando l'Orrore è preponderante, King, se è al massimo della propria forma, restituisce a tutto tondo sensazioni e verità universali, una quotidianità che non è mai straordinaria, bensì prosaica, spesso brutale ed ingiusta. In questo, Mike Flanagan è molto simile, e al centro delle sue opere, sia cinematografiche che televisive, mette sempre le persone, e il concetto di come il tempo che hanno da passare su questa terra sia più o meno limitato. Da quest'unione non poteva che uscire fuori un'opera leggera come un passo di danza e profonda come l'immensità dell'universo. The Life of Chuck racconta tre tappe dell'esistenza di Charles "Chuck" Krantz, un ordinario contabile che, a 39 anni, sta morendo per un tumore incurabile. Le tre tappe non vanno in ordine cronologico, ma partono dalla fine, dalla tremenda apocalisse personale che coincide con la morte di ognuno di noi. Nell'ormai stra-abusato "Io contengo moltitudini" si consuma la fine di un micro-universo che contiene il nostro bagaglio culturale, la nostra essenza più profonda, ricordi importanti e presenze durate un battito di ciglia; ogni morte è la fine di un mondo, ed ogni mondo è fondamentale per chi lo ha vissuto, a prescindere dalle carte che ci ha servito la vita, dalla spietata legge delle probabilità che ci hanno voluto banali contabili invece che famosissimi ballerini o cantanti. Che la morte sia ineluttabile e spesso ingiusta è un concetto che accomuna i due autori, la differenza è che King spesso lascia degli spiragli, la speranza che ci sia una luminosa mano esterna a guidarci e, forse, ad accoglierci alla fine; Flanagan è tranchant, e per nulla interessato a raccontarci ciò che verrà dopo, perché probabilmente il "dopo" è solo una nera dissolvenza, un buco nero che ci inghiotte. 


Però, c'è la vita. "The rest is confetti" va di pari passo con "I am wonderful. And I have a right to be wonderful". Siamo dei miracoli e, per quanto la vita faccia spesso schifo, c'è sempre qualcosa che, a un certo punto, ci ha resi meravigliosi, anche solo ai nostri occhi (e magari nemmeno ce ne siamo accorti). Può essere una passione che si riaccende all'improvviso, un ultimo guizzo di eccentricità all'interno di un'esistenza che credevamo ormai regolata da una piacevole, rassegnata routine, un ricordo che ci fa sorridere, una parola fondamentale, un atto di coraggio, quello che volete. E' un concetto semplice, che Flanagan e King rendono lapalissiano senza ricorrere ad enfasi strappalacrime, visto che The Life of Chuck riesce a strappare il cuore pur rimanendo trattenuto dall'inizio alla fine. Se la cosa peggiore è l'attesa (della morte, ma non solo), l'unica fortuna che abbiamo è di scegliere cosa fare di quest'attesa. Aspettare passivamente, schiacciati dal peso di un'idea orribile, oppure aggrapparci all'idea che sì, "l'universo è grande, e contiene moltitudini ma, vaffanculo, contiene anche me" e quindi tanto vale goderci il tempo che ci è stato concesso senza rovinarcelo da soli (ci pensa già il mondo. Il primo capitolo del film è angosciante e sembra uno scorcio di imminente futuro. Ho debellato, a fatica, il principio del primo attacco di panico mai avuto al cinema, a dieci minuti dall'inizio di The Life of Chuck, e non penso fosse dovuto solo alla stanchezza). E, ribadisco, The Life of Chuck non parla di un uomo con chissà quali qualità. Chuck è un uomo comune, un contabile che ha abbandonato i sogni di gloria della giovinezza, e noi non abbiamo idea di cosa sia successo, effettivamente, nei suoi 39 anni di vita, perché non è quella la cosa importante. Ciò che conta, ai fini di un discorso più grande, sono la sua morte, il desiderio di toccare nuovamente con mano la meraviglia, il potenziale inizio dell'attesa e il suo deciso rifiuto.


Siccome sto piangendo mentre scrivo (Romina, se mai leggerai queste righe sì, sono una sega. Beata te che hai il pelo sullo stomaco) è meglio che mi rifugi in un discorso più cinematografico. Flanagan omaggia l'origine letteraria del film ricorrendo a un narratore esterno onnisciente, che a mio avviso non stona all'interno di una struttura che conserva la divisione in tre capitoli del racconto originale. Anzi, contribuisce a tenere "distanti" gli spettatori (quelli normali, non certo quelli emotivi come me) da ciò che viene mostrato sullo schermo, fungendo da filtro talvolta ironico. Quanto ai tre capitoli, la prima parte è quella più horror, perché evoca un'atmosfera apocalittica da manuale e veicola un'angoscia tangibile, di cui sono la prova vivente. La seconda è quella più difficile da incasellare e a molti potrebbe sembrare completamente inutile. In realtà, oltre a contenere (come anche la terza parte) molti degli elementi presenti nel primo capitolo, come attori, melodie, dialoghi e luoghi, rappresenta l'ultimo, rabbioso guizzo di eccentricità di cui ho parlato sopra. Non c'è gioia, non c'è catarsi nel ballo a cui si abbandonano Chuck e Janice, non c'è il glamour di un musical, nonostante l'intera sequenza contenga tutti i cliché del genere. Non si tratta, insomma, dell'inizio di un cambiamento epocale, ma "solo" una parentesi sottolineata dal ritmo di una batteria. E' un momento piacevole condiviso con altre persone, una magia che dura il tempo di un numero musicale, che lascia l'amaro in bocca per tutte le possibilità passate e future sfumate ma che, comunque, non influisce in alcun modo sulla vita di Chuck, trasformandosi in un ricordo prezioso e nulla più, come spesso succede. L'ultima parte ha il sapore e il ritmo di una ghost story malinconica, e la bellezza di uno di quei coming of age di cui King è maestro (a tal proposito, in Se scorre il sangue c'è anche Il telefono del signor Harrigan, racconto molto bello che è stato adattato in maniera orribile per Netflix), oltre a contenere la chiave di volta del film e tante bellissime facce amate. Flanagan, con la sua solita, elegante maestria, è riuscito ad adattare alla perfezione il racconto del Re, smussando le differenze di stile tra i tre capitoli del film pur lasciando ad ognuno una personalità ben riconoscibile, e per quanto mi riguarda ha confezionato l'ennesima opera in grado di toccare in profondità le corde del mio animo e straziarlo, anche se forse non era questa la sua intenzione. Lo amo per questo, ma un po' anche lo odio, e mi farò presto di nuovo del male riguardando The Life of Chuck in lingua originale, ché di piantini non ce n'è mai abbastanza. 


Del regista e co-sceneggiatore Mike Flanagan, che compare nelle scene al cimitero, ho già parlato QUI. Tom Hiddleston (Charles 'Chuck' Krantz), Jacob Tremblay (Charles 'Chuck' Krantz), Chiwetel Ejiofor (Marty Anderson), Karen Gillan (Felicia Gordon), Carl Lumbly (Sam Yarborough), Mark Hamill (Albie Krantz), David Dastmalchian (Josh), Matthew Lillard (Gus), Violet McGraw (Iris), Annalise Basso (Janice Halliday), Kate Siegel (Miss Richards), Heather Langenkamp (Vera Stanley), Carla Gugino (voce del notiziario e delle pubblicità), Axelle Carolyn (voce della reporter francese) e Lauren LaVera (voce della reporter italiana) li trovate invece ai rispettivi link.

Nick Offerman è la voce narrante. Sposato con la mitica Megan Mullally, ha partecipato a film come City of Angels - La città degli angeli, Cursed - Il maleficio, Sin City, L'uomo che fissa le capre, Love & Secrets, 7 sconosciuti a El Royale, Civil War e serie quali E.R. Medici in prima linea, 24, Detective Monk, Una mamma per amica, CSI: NY, Parks & Recreation, Fargo, Will & Grace e Pam & Tommy; come doppiatore, ha lavorato in The Cleveland Show, I Simpson, The Lego MovieL'era glaciale 5 - In rotta di collisione, Sing e Sing 2 - Sempre più forte. Anche produttore, sceneggiatore e regista, ha 55 anni e due film in uscita.


Mia Sara
, che interpreta Sarah Krantz, ha avuto un breve ma intenso momento di fama nei primi anni '80, come protagonista dei film Legend e Una pazza giornata di vacanza. Nel film, a colloquio con Anderson, compare Harvey Guillén, visto nella serie What We Do in the Shadows e Companion, mentre i tra i collaboratori fissi o quasi di Flanagan segnalo Michael Trucco (il padre di Dylan), Rahul Kohli (Bri), Samantha Sloyan (Miss Rohrbacher), Molly C. Quinn (La madre di Chuck), Sauriyan Sapkota (Ram), Matt Biedel (Dottor Winston) e Hamish Linklater (voce del reporter americano), senza dimenticare Cody Flanagan, figlio di Mike e Kate Siegel, che interpreta Chuck da piccolino. ENJOY!

venerdì 28 marzo 2025

2025 Horror Challenge: Body Bags (1993)

La challenge horror oggi ha come tema "film per la TV". La scelta è caduta su Body Bags - Corpi estranei (Body Bags), diretto dai registi John Carpenter e Tobe Hooper nel 1993.


Body Bags
è un po' un cheat, nel senso che era nato come serie antologica per la televisione, ma è diventato un film quando l'emittente Showtime ha deciso di sospendere il progetto. Di un'intera serie sono rimasti dunque tre episodi e una cornice assai simile, per atmosfere e stile, agli intermezzi de I racconti della cripta, dove un "narratore" dall'umorismo assai macabro introduceva l'episodio settimanale. Il narratore, in questo caso, è quello delle grandi occasioni, perché proprio John Carpenter, nei panni di un coroner dedito al consumo di formalina e ben poco schifato dai cadaveri che lo circondano, funge da anfitrione all'interno della cornice del film. Le singole storie esplorano ognuna un sottogenere dell'horror: la prima, The Gas Station, è uno slasher, la seconda, Hair, una commedia nera  virata sui toni surreali alla Twilight Zone, e l'ultima, Eye, un body horror sovrannaturale. Ma andiamo con ordine. The Gas Station, diretto da John Carpenter, è un classico slasher urbano in cui una ragazza, sola in un luogo isolato, è costretta ad affrontare uno spietato killer che cerca di assassinarla, dopo essere stata "snervata" da una serie di incontri con diversi casi umani (il più inquietante dei quali ha il volto di un Wes Craven abbastanza irriconoscibile) e alcune piccole sventure "da distrazione". Un film abbastanza recente, Open 24 Hours, deve moltissimo a The Gas Station, che è un manuale condensato di elementi thriller capace di tenere con il fiato sospeso lo spettatore e, nonostante la sua breve durata, di piazzare anche un plot twist angosciante. Come aperitivo, per così dire, non mi è dispiaciuto, anzi. In tutta onestà, ero tesa come una corda di violino durante la visione.


Più sciocchino e divertente è invece Hair che, come da titolo, parla di capelli. Per citare Elio, quelli del protagonista "sono andati via e non torneranno mai", il che è causa di profondo sconforto, talmente profondo da intaccare persino quella che sembrerebbe una relazione ben avviata. In quanto dotata, al momento almeno, di capelli folti e spessi, il tormento del protagonista e la sua folle vanità mi hanno indotta a ridere spesso, più che a compatirlo, e in effetti l'esilarante interpretazione di Stacy Keach (affiancato da un paio di caratteristi d'eccezione, tra i quali la sempre sexyssima Deborah Harris) accentua la natura grottesca della minaccia horror che gli grava sulla capoccia pelata, una volta fatto ricorso a un "prodigio della tecnica frutto di ricerche e sperimentazioni che ci aiutano nel look". A livello di paura ed effetti speciali (un pochino ridicoli, a differenza di un make-up di prim'ordine) c'è da dire che Hair è l'episodio più debole dei tre, nonostante la regia di Carpenter, ma ha comunque delle implicazioni abbastanza disgustosette per riuscire a strappare qualche brivido, magari agli spettatori meno scafati.


Si torna a fare sul serio con Eye, episodio diretto da un Tobe Hooper in ottima forma (se penso che quell'abominio de Le notti proibite del Marchese De Sade è dello stesso anno di Body Bags mi sento male). Il segmento inizia con una mutilazione terrificante, sbattuta in faccia allo spettatore con degli effetti speciali ottimi, e continua con visioni agghiaccianti che portano lentamente alla follia il giocatore di baseball professionista interpretato da Mark Hamill. Eye è più lungo degli altri due episodi, quindi gli sceneggiatori hanno un po'più di respiro nel dare un minimo di background all'orrore che stravolge la vita di Brent e tratteggiare i protagonisti, il rapporto che intercorre tra Brent e la moglie Cathy e, soprattutto, la loro natura profondamente religiosa; la Bibbia, in particolare, diventa sia veicolo per una rapida follia, sia ultima fonte di salvezza, almeno parziale, perché il tono di Eye è cupo, disperato e tremendamente serio, a differenza dei due episodi che lo hanno preceduto. Un vero peccato che Hooper non si sia tenuto un po' di ispirazione per i successivi lungometraggi della sua carriera, ahimé.


Riassumendo, Body Bags è un piacevolissimo figlio del suo tempo, un horroraccio senza troppe pretese né chissà quali particolarità, salvo l'essere pieno zeppo di belle facce adorate dagli amanti del genere. Non incute particolare paura, soprattutto quando traspare la natura televisiva di un'opera che, in particolare per quanto riguarda Carpenter (si dice che l'estenuante processo di make-up per trasformarlo nel coroner gli abbia fatto passare ogni velleità, ma visto il modo in cui gigioneggia sullo schermo, a me sembra si sia anche divertito!), è sicuramente stata vissuta dai registi come un divertissement e un mezzo per rilassarsi nell'attesa di progetti più seri, ma ho visto cose ben peggiori. Body Bags è l'espressione di una scena horror vivace e divertita, un film "brutto" con il suo perché, un piccolo baluardo di ciò che il nuovo millennio, di lì a poco, avrebbe spazzato via. Agli amici di Notte Horror che dovessero leggere il post, lo consiglio in particolare per l'annuale rassegna estiva, nel caso non lo avessero mai visto o non ne abbiano mai parlato sul blog. Chi non ha idea di cosa stia parlando ma volesse comunque passare una serata non troppo impegnativa davanti alla TV, può trovarlo su Prime Video


Dei registi John Carpenter (che ha diretto gli episodi "The Gas Station" e "Hair", oltre a partecipare come Coroner) e Tobe Hooper (che ha diretto l'episodio "Eye" e compare come medico dell'obitorio) li trovate ai rispettivi link, come anche Tom Arnold (medico dell'obitorio), Robert Carradine (Bill), Wes Craven (Uomo pallido), Peter Jason (Uomo alla pompa di benzina), Sam Raimi (il cadavere di Bill), David Naughton (Pete), George 'Buck' Flower (Straniero), David Warner (Dr. Lock), Deborah Harry (l'infermiera), Mark Hamill (Brent Matthews) e Charles Napier (Manager della squadra di baseball).  

Stacy Keach interpreta Richard Coberts. Americano, ha partecipato a film come Classe 1999, Fuga da Los Angeles, American History X, Children of the Corn 666 - Il ritorno di Isaac, Machete, Sin City - Una donna per cui uccidere, Cell, Gotti - Il primo padrino e a serie quali L'ispettore Tibbs, Oltre i limiti, Will & Grace, E.R. Medici in prima linea e Due uomini e mezzo. Come doppiatore, ha lavorato in Rugrats e I Simpson. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 84 anni e un film in uscita. 


Tra le varie guest star segnalo la presenza di Greg Nicotero (l'uomo col cane nell'episodio Hair), la modella Twiggy (Cathy Matthews nell'episodio The Eye) e il regista Roger Corman (Dr. Bregman). A Clive Barker era stato chiesto di partecipare, ma ha rinunciato per impegni pregressi. Se Body Bags vi fosse piaciuto, recuperate Creepshow, Creepshow 2 e I delitti del gatto nero. ENJOY 

venerdì 28 febbraio 2025

Il robot selvaggio (2024)

Ai tempi dell'uscita ne avevano parlato tutti benissimo. In occasione delle tre candidature (Miglior cartone animato, Miglior colonna sonora originale, Miglior sonoro), ho dunque recuperato Il robot selvaggio (The Wild Robot), diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Chris Sanders.


Trama: Un robot di ultima generazione viene abbandonato su un'isola popolata di animali. La programmazione del robot si troverà a dover interagire con imprevisti ed emozioni...


Come ho potuto perdermi questo trionfo al cinema? E' la domanda che mi sono fatta tra le lacrime di commozione alla fine de Il robot selvaggio, uno dei lungometraggi animati più provanti, a livello emotivo, tra quelli visti negli ultimi anni. Purtroppo, se non ricordo male, a tenermi lontana dalla sala è tata una terribile concomitanza di influenze e orari a misura bambino (come se il genere fosse adatto solo ai più piccoli...), ma poco male; certo, mi dispiace non aver goduto sul grande schermo delle splendide immagini de Il robot selvaggio, ma un bel film rimane bello anche visto in piccolo. E Il robot selvaggio è davvero bellissimo. La trama parte dalla perdita di un carico di robot su un isola deserta; il modello ROZZUM, in particolare, è stato progettato per servire gli umani facendosi carico, ogni volta, di compiti diversi da svolgere al meglio. Una direttiva semplice, quella di ROZZUM, ma ardua da mettere in pratica quando non ci sono umani nei dintorni e gli unici esseri viventi sono degli animali, ignoranti di fronte alla tecnologia e per nulla disposti a farsi "migliorare" la vita. Istinti atavici e naturali inimicizie si scontrano con la fredda logica, almeno finché l'unità robotica non si ritrova a darsi degli obiettivi per far sopravvivere un pulcino di oca, diventato orfano proprio per causa sua. Se non avete ancora avuto modo di guardare Il robot selvaggio non starei a fare altre anticipazioni sulla trama. Vi dico solo che la storia di ROZZUM, rinominata Roz, è una profonda, splendida storia di amore ed amicizia, in tutte le sue forme. Il messaggio del film non si lega "solo" ad un invito alla tolleranza e alla comprensione, ma all'impegnarsi affinché chi amiamo possa trovare un posto dove i suoi talenti possano venire sviluppati al meglio, anche a costo di fare un passo indietro e offrire il più grande dei doni, la libertà. Ne Il robot selvaggio i personaggi si lasciano alle spalle preconcetti legati a loro stessi e agli altri, e riescono a fare quel passo in più per uscire da un microcosmo fatto di paura e limitazioni, affiancando ad idee "favolistiche" (come quella di animali di specie diverse che imparano a convivere per non rendere vano lo sforzo di un "mostro") immagini molto adulte e reali di morte (lunga vita agli opossum e al loro concetto di maternità!), tristezza e dolore, con un happy ending che non è scontatissimo, benché contenga il sapore della speranza. 


Chris Sanders
, partendo dal libro illustrato di Peter Brown, prende il meglio dai capolavori che lo hanno elevato tra i maestri dell'animazione odierna, e confeziona un'altra poetica storia dove i personaggi fanno della diversità la loro forza. Benché non abbia nessuna caratteristica umana o animale, il robot Roz è incredibilmente espressivo, dotato di una gamma emotiva interamente rappresentata da luci, colori, movimenti ed inquadrature ad hoc, e il bestiario che gravita attorno alla protagonista ha un sembiante contemporaneamente realistico e molto accattivante, soprattutto la volpe Fink (adoro le volpi animate fin da quando ero bambina e questa, a mio parere, è una delle migliori viste su schermo). La cosa incredibile de Il robot selvaggio, nonché quella che più mi ha fatta pentire di non averlo visto l cinema, è il modo in cui riescono a fondersi, rispecchiando alla perfezione in senso della trama, la tecnologia 3D di animazione dei personaggi e e una tecnica di colorazione ed illuminazione dotata delle stesse caratteristiche della pittura a mano libera. I fondali e le scene ambientate nella foresta sono dotati di una ricchezza e una profondità unici, ed è interessante vedere come i colori e la texture di Roz cambino mano a mano che la programmazione viene meno e subentra l'istinto che rende il robot, per l'appunto, selvaggio e sempre più integrato ed accettato dalla natura che lo circonda. Il risultato sono scene di pura perfezione, quasi dei quadri in movimento, che toccano l'apice nella splendida sequenza delle farfalle, o quella della migrazione delle oche, ma per quanto mi riguarda ogni fotogramma del film è un piccolo capolavoro. Importantissima anche la colonna sonora di Kris Bowers, epica e commovente, e il parterre di splendide voci che danno vita ai singoli personaggi, riconfermando (come se ancora servisse) Lupita Nyong'o come una delle attrici migliori in circolazione, talmente brava da infondere una profondissima umanità a Roz, pur mantenendo intatte le sue caratteristiche di "freddo" robot. Non ho ancora guardato Flow, e sapete quanto sia parziale verso i gatti, quindi non sono sicura che non lo preferirei a Il robot selvaggio; a prescindere, il film di Sanders è comunque un capolavoro che merita più di una visione, coi bambini ma anche da soli, così c'è meno vergogna a piangere senza ritegno!!


Del regista e co-sceneggiatore Chris Sanders ho già parlato QUI. Lupita Nyong'o (Roz / Rummage), Pedro Pascal (Fink), Kit Connor (Beccolustro), Bill Nighy (Collolungo), Ving Rhames (Fulmine), Mark Hamill (Spina) e Catherine O'Hara (Codarosa) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Il robot selvaggio vi fosse piaciuto recuperate Il gigante di ferro, Lilo & Stitch e Wall.E. ENJOY!

domenica 5 gennaio 2020

Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)

Non è che non sia andata a vedere Star Wars: L'ascesa di Skywalker (Star Wars: Episode XI - Rise of Skywalker), diretto dal regista J.J. Abrams e conclusione definitiva (a quanto pare) del lungo ciclo cominciato da Lucas negli anni '70; è che, purtroppo, per me le vacanze di Natale implicano lo stare lontana da qualunque tipo di tastiera  e non essere vacanze nemmeno per sbaglio, tra pranzi, cene, festività, malanni e sfighe. Ergo, vi beccate il post quando ormai non interessa più a nessuno!


Trama: la resurrezione dell'imperatore Palpatine mette in subbuglio Rey, ormai avviata a diventare maestro Jedi, Kylo Ren e tutte le forze positive e negative della galassia, che si preparano per la battaglia finale.


E anche questo Star Wars se lo semo levati dalle palle. Uh, che mancanza di rispetto, lo so, ma io non sono mai stata una fan della saga e ammetto di aver guardato questi ultimi episodi più per curiosità e desiderio di completezza che per altro, senza nemmeno rivederli in vista di quest'ultimo capitolo. Che, tra tutti, mi è parso quello più noioso e tutto ciò che è stato modificato e aggiustato per venire incontro al fandom maledetto era talmente evidente da balzare agli occhi persino a me che di Star Wars non capisco un pazzo. Rammentavo una certa volontà di distaccarsi dalla solita favoletta trita e ritrita della Forza ne Gli ultimi Jedi, incarnata nella figura incazzosa di un vecchio pronto a mostrare il dito medio a cani e porci, invece questo ultimo film già comincia con un terrificante "trucco della Folaga" che, onestamente, non ha sortito l'emozione sperata in chi, come me, manco ricordava a momenti chi fosse Palpatine, poi prosegue con colpi di scena perplimenti, arrampicate sugli specchi e calci rotanti in faccia alla povera cinesina Rose, relegata al ruolo di comparsa di lusso per non offendere i poveri broflakes dell'internet, con momenti che potrebbero essere MOLTO commoventi, se solo fossero stati gestiti al meglio, come l'addio definitivo alla povera Carrie Fisher (che, onestamente, mi ha distrutta dalle lacrime solo per il pensiero di Billie Lourd, costretta a rivivere su schermo la morte della madre un'altra volta). Il resto... mah, posso dire che il resto è stato noia, almeno per la prima parte del film. L'ascesa di Skywalker segue infatti uno schema ben preciso e ripetitivo: Rey e gli altri (mi dispiace Poe, mi dispiace Finn, ma il vostro arco narrativo s'è perso nei meandri delle sceneggiature e non siete mai diventati qualcosa più che comparse, in più stavolta hanno cercato pure di appiopparvi dei potenziali love interest che lasciano il tempo che trovano...) cercano qualcosa, durante la ricerca ciccia fuori Kylo Ren che porta Rey a uscire fuori di testa, Finn si intristisce, Chewbacca bestemmia nella sua lingua, tutto ricomincia da capo e di tanto in tanto salta qualche pianeta (anche lì, alla faccia del trucco della Folaga. i "guardalà" per salvare personaggi importanti da esplosioni devastanti abbondano) mentre attori della madonna come Richard E. Grant e Domnhall Gleeson fanno la figura dei pistola, soprattutto il roscio.


L'unico che esce a testa alta, finalmente, è Adam Driver, che nel frattempo sono arrivata ad apprezzare moltissimo come attore in film ben più interessanti di un franchise per bambini. Premesso che il suo personaggio è scritto col Kyulo (all'inizio forse è cattivo, poi forse meno cattivo, poi torna ad essere cattivissimo, poi a un certo punto ci pensa su e ritiene poco doveroso essere cattivo, quindi sparisce, ecc. ecc.), quel che è certo è che Adam Driver è riuscito a trasformare il Frignetta del primo capitolo in un ragazzo tormentato per cui provare pietà, anche solo per non aver mai raggiunto il carisma dei due genitori, mannaggia a lui e agli sceneggiatori. Altra persona da ringraziare tantissimo è ovviamente John Williams. Tolti tutti gli effetti speciali del mondo, il design futuristico delle astronavi, i fenomenali poteri cosmici in minuscoli spazi vitali, il cuore di Star Wars è la sua colonna sonora, in grado di rendere epica persino una soffiata di naso e di toccare i sentimenti di fan della prima ora e di spettatori casuali, inducendo persino alle lacrime, a tratti. Poi boh, che vi devo dire... io spero vivamente la finiscano qui. I primi tre Guerre Stellari erano degli ottimi film d'avventura spaziale che hanno rivoluzionato il modo di fare e recepire il cinema commerciale, quest'ultima trilogia è stata un breve viaggio carico di potenzialità e momenti emozionanti ma anche zeppa di lungaggini, perplessità e noia, pompata a dismisura da un fandom che, come giustamente leggevo su Il bar del fumetto, è uno dei più tossici presenti al mondo, capace di amare e odiare senza mezze misure con motivazioni più che risibili e nonostante questo anche troppo potente. Probabilmente, sempre per dovere di completezza, andrò a vedere anche eventuali, futuri film (anche se le parole di Lando Calrissian mi hanno fatto fare un tonfo alle balle sentito in tutta la sala, altro che tremito nella Forza), sperando in qualcosa di emozionante e "nuovo" come Rogue One ma senza sperarci troppo. I tempi di Leia, Luke e Han Solo sono finiti, lasciamo in pace Chewbacca col suo straziante dolore e guardiamo oltre, per piacere.


Del regista e co-sceneggiatore J.J. Abrams ho già parlato QUI.  Carrie Fisher (Leia Organa), Mark Hamill (Luke Skywalker),  Adam Driver (Kylo Ren), Daisy Ridley (Rey), John Boyega (Finn), Oscar Isaac (Poe Dameron), Domhnall Gleeson (Generale Hux), Richard E. Grant (Generale Pryde), Lupita Nyong'o (Maz Kanata), Keri Russell (Zorii Bliss), Billy Dee Williams (Lando Calrissian), Greg Grunberg (Snap Wexley), Shirley Henderson (Babu Frik), Billie Lourd (Luogotenente Connix), Dominic Monaghan (Beaumont), Warwick Davis (Wicket W. Warrick) e Harrison Ford (non accreditato, è Han Solo) li trovate invece ai rispettivi link.


Il compositore John Williams è stato omaggiato con una comparsata nei panni del barista Oma Tres, Ian McDiarmid torna dopo avere interpretato l'imperatore Palpatine fin dai tempi de L'impero colpisce ancora mentre un delirio di attori famosi hanno ripreso i loro vecchi ruoli all'interno della saga (o sono tornati come voci di archivio) solo per pronunciare una frase: Hayden Christensen (Anakin Skywalker), Samuel L. Jackson (Mace Windu), Ewan McGregor (Obi Wan Kenobi, assieme alla voce dello scomparso Alec Guinness), Frank Oz (Yoda), Freddie Prinze Jr. (Kannan Jarus), James Earl Jones (Darth Vader), Andy Serkis (Snoke) e Liam Neeson (Qui-Gon Jinn). Ovviamente, se L'ascesa di Skywalker vi fosse piaciuto recuperate tutti i film legati alla saga di Guerre Stellari e se ancora non vi bastasse, per il futuro si preannuncia una trilogia tutta nuova il cui primo film dovrebbe venire scritto e diretto da Rian Johnson mentre sul canale streaming Disney + dovrebbero cicciare fuori una serie prequel di Rogue One incentrata sul personaggio di Diego Luna e una imperniata su Obi Wan Kenobi, con Ewan McGregor come protagonista. Chi vivrà vedrà ma nel frattempo... ENJOY!

venerdì 28 giugno 2019

La bambola assassina (2019)

Fresca dell'ennesimo recupero del film originale, mercoledì sono andata a vedere La Bambola assassina (Child's Play), diretto dal regista Lars Klevberg. Siccome seguono SPOILER, se non volete continuare a leggere sappiate che il film è delizioso e merita di essere visto, e tanto vi basti!


Trama: Andy, ragazzino solitario reduce da un recente trasloco, riceve come regalo di compleanno il bambolotto Buddy, un trionfo di tecnologia interattiva. Il bambolotto adora il suo nuovo amico Andy ma ha un difetto fatale, che lo porterà a comportarsi in maniera sempre più inquietante...


La bambola assassina del 2019 ha due falle, diciamolo subito. Un doppiaggio italiano che non rende giustizia alla splendida, seSSissima voce di Mark Hamill (ascoltabile nel corso dei titoli di coda, giusto per far venire il nervoso al pubblico italiano) e un bambolotto dal sembiante orrido. Come si possa, nell'anno del signore 2019, realizzare una bruttura simile quando negli anni '80 Chucky, per quanto terrificante, aveva dei lineamenti regolari, da bambolotto e non da aborto zeppo di rughe, è qualcosa che mi sfugge, tuttavia alla lunga ci si abitua anche alla brutta faccia del nuovo Chucky e a me è sembrato che i realizzatori marciassero molto su questa sua bruttezza inguardabile, facendomi spesso ridere. Bon, difetti finiti, passiamo a parlare di quanto è carino il nuovo La bambola assassina. A livello di trama è interessante vedere come lo sceneggiatore Tyler Burton Smith si sia appoggiato non tanto a quella del film di Tom Holland, quanto piuttosto al concept originale (e poi scartato) del primo La bambola assassina; niente killer incarnati attraverso riti voodoo all'interno di un guscio di pezza ma un bambolotto un po' troppo ligio a quella che è la sua missione, ovvero rendere felice il piccolo padroncino. Andy è un ragazzino solitario e schivo, rifugge il contatto coi suoi coetanei, ha una madre giovanissima dotata di un fiuto particolare per portare a casa fidanzati di dubbio gusto e il bambolotto Chucky si fa carico di liberare Andy dalla tristezza e dalla solitudine, perseguendo intenti assolutamente lodevoli, anche se con metodi discutibili. Ci sono momenti, nel nuovo La bambola assassina, durante i quali si prova pietà per Chucky, bambolotto reo di essere difettoso, più innocente di un bambino e per questo permeabile a qualsiasi suggestione, positiva o negativa che sia: davanti a ragazzini che si spanciano dal ridere guardando Non aprite quella porta 2, perché mai un Candido voltaireano non dovrebbe volerli far divertire armandosi di coltello e tentando di ucciderne uno, così, per ridere? D'altronde, è ciò che sta succedendo a buona parte dei millenials, vittime di una desensibilizzazione che viaggia sul filo dello smartphone (il film è pieno di mocciosi isolati nel loro mondo virtuale) e che li rende sì più furbi di quanto non fossimo noi alla loro età (Andy e i suoi amici conoscono i meccanismi dell'horror e sul finale li mettono in pratica) ma anche, troppo spesso, incapaci di empatizzare col prossimo, perennemente annoiati ed egoisti.


Per fortuna i protagonisti di La bambola assassina, che pur è ambientato in un quartiere talmente squallido e degradato che al confronto il ritrovo di barboni dell'88 è il Ritz, sono tutti simpatici e carini, partendo da Andy e i suoi amici, passando per la tostissima mamma interpretata dall'adorabile Aubrey Plaza, fino ad arrivare ai personaggi secondari, per i quali, salvo giusto due che dovrebbero morire male fin dalla prima inquadratura, si arriva a provare un dispiacere raro per questo genere di film. Lontano dallo sboccatissimo Charles Lee Ray dei vecchi film, il nuovo Chucky interagisce alla perfezione coi piccoli protagonisti, a tratti sembra anche lui un bambino vero oltre che un ottimo compagno di giochi, ed è quindi ancor più scioccante la sua discesa verso la progressiva follia che, a tratti, mi ha ricordato quella raccontata in un altro gran caposaldo delle notti horror estive, ovvero quella del robot B.B. in Dovevi essere morta. A proposito del film di Craven, che aveva un bodycount esiguo ma alcune scene splatter di tutto rispetto, parliamo un po' del tasso di gore presente in La bambola assassina. E' vietato ai minori di 14 anni, penso per la brutta fine fatta dal povero Mickey Rooney e per l'utilizzo creativo di una maschera in pelle umana, ed è sicuramente più splatter rispetto al film di Tom Holland, tuttavia il regista poteva fare molto peggio, soprattutto nel prefinale ambientato all'interno dei grandi magazzini (qualcuno ha detto Phantasm?) ed essere un po' più cattivello e creativo sfruttando appieno tutte le potenzialità multimediali di Chucky, capace di diventare un Grande Fratello di proporzioni nazionali. Nonostante questo, non mi lamento. La nuova Bambola Assassina è un gradevolissimo frullato estivo di sangue ed umorismo (il moccioso che interpreta Pugg, in particolare, è esilarante), capace di superare la soglia minima di ignoranza richiesta a questo genere di operazioni, il che è più di quanto chiederei mai a qualsiasi remake horror. Non perdetelo!


Del regista Lars Klevberg ho già parlato QUI. Mark Hamill (voce originale di Chucky)e Tim Matheson (Henry Kaslan) li trovate invece ai rispettivi link.

Aubrey Plaza interpreta Karen Barclay. Americana, la ricordo per film come Scott Pilgrim vs The World, Damsels in Distress, inoltre ha partecipato a serie quali Criminal Minds, Legion e lavorato come doppiatrice per La collina dei papaveri, Monsters University e Spongebob Squarepants. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 35 anni e un film in uscita.


Gabriel Bateman interpreta Andy Barclay. Americano, ha partecipato a film come Annabelle, Lights Out - Terrore nel buio e a serie quali Grey's Anatomy e Outcast. Ha 15 anni e due film in uscita.


Brian Tyree Henry interpreta il Detective Mike Norris. Americano, ha partecipato a film come Hotel Artemis, Widows: Eredità criminale e Se la strada potesse parlare, inoltre ha lavorato come doppiatore in BoJack Horseman e Spiderman - Un nuovo universo. Ha 37 anni e sette film in uscita, tra i quali Joker e A Quiet Place 2.


Beatric Kitsos, che interpreta Falyn, ha partecipato all'ultima serie de L'esorcista nei panni della piccola Harper. Questo La bambola assassina è un remake dell'originale del 1988 ma non ha alcun legame né con lui né con i sequel, tanto meno con l'imminente serie TV di cui ho parlato QUI. Vi consiglio tuttavia di recuperare la saga de La bambola assassina e vi segnalo anche il crowfunding, ora chiuso, del fan movie Charles, che chissà se vedrà mai la luce. ENJOY!


martedì 19 dicembre 2017

Star Wars - Gli ultimi Jedi (2017)

Puntuale come un cinepanettone è arrivato anche quest'anno l'appuntamento con Guerre Stellari, franchise giunta all'episodio VIII, ovvero Star Wars - Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson. Ovviamente il post è SPOILER FREE ma una cosa devo dirla prima di cominciare: il film è dedicato alla memoria di Carrie Fisher quindi NON FATE I BONOBI e non alzatevi durante i titoli di coda, almeno finché non comparirà la dedica in questione. A voi e alle vostre creature spargi-popcorn (non fatemi toccare questo tasto...) potrà non fregare un belino, dopo quasi tre ore di film, di commemorare l'attrice ma c'è gente, tipo me, che avrebbe gradito commuoversi in relativa pace, senza doversi agitare come un pupazzo misirizzi per riuscire a vedere lo schermo coperto da primati desiderosi di uscire. #FottuteScimmie



Trama: mentre il Nuovo Ordine sta per sferrare l'attacco definitivo contro i Ribelli, Rey cerca di convincere Luke Skywalker a tornare in battaglia, con scarsi risultati...



Suvvia, più stringata di così con la trama non potevo essere. Di quest'ultimo Star Wars ne ho lette di ogni, nei limiti del non spoiler, e come direbbe Elio "la critica è concorde" nel definirlo una noia mortale per i primi tre quarti di durata e un trionfo meraviglioso verso il finale. Ora, sarà che io non sono una fan sfegatata della saga e questi film, gira che ti rigira, mi sembrano tutti uguali, posso dire invece con sincerità di averlo apprezzato dall'inizio alla fine, un po' come è successo con gli altri. Gli ultimi Jedi è un giusto mix di tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna di Star Wars: ci sono le battaglie nello spazio, con un inizio decisamente esplosivo e la sensazione palpabile che stavolta per i Ribelli butterà malissimo (magari non ai livelli di Rogue One ma un bel po' di tensione c'è), ci sono i flashback che cercano di scavare un po' di più sulle questioni di Forza, Lato Oscuro e Lato Chiaro, ci sono le avventure su mondi strani popolati da alieni più o meno carini (stavolta il tasso di cuterie è alto, forse è questo il problema dei fan duri e puri!), ci sono confronti molto attesi, ritorni assai graditi, momenti di Nostalgia Canaglia, momenti lacrimevoli, momenti divertenti, momenti di approfondimento psicologico, momenti di puro orrore (Adam Driver topless!! Holy fuck!!!!) e persino qualche timido tentativo di imbastire una parvenza di romanticismo. Soprattutto, c'è una bella riflessione sul mito e su un paio di figure chiave delle "leggende", non solo in ambito starwarsiano. Per tutto il film i personaggi invitano a lasciare spazio al nuovo, a non farsi condizionare dal "sentito dire" o da ciò che ormai viene dato come dogma, nel bene e nel male, e c'è l'invito a guardare al futuro non solo in chiave poetica ma anche nel senso pratico di preservare la propria vita in funzione di ciò che verrà dopo. Non è che non muoia nessuno in Gli ultimi Jedi ma viene imbastita una riflessione anche sull'utilità della morte e sul ruolo di "eroe", che non dev'essere necessariamente colui che si butta di testa in azioni spericolate alla Han Solo, perché ci sono altri modi per essere eroi. Meno spettacolari, magari meno efficaci, ma quanto basta per mantenere viva una scintilla di speranza, oscillando tra eccesso e moderazione così che l'equilibrio necessario venga mantenuto, un po' come accade con la cosiddetta Forza, anch'essa ben ridimensionata da fonti autorevoli.


C'è quindi parecchio spazio per la crescita dei personaggi in Gli ultimi Jedi, cosa che ho apprezzato tantissimo, una crescita che non si limita ai personaggi nuovi (i quali, bontà loro, dovrebbero avere ancora tanto da dire, sottoutilizzato Finn in primis) ma si estende a quelli più vecchi e più amati e sicuramente solleticherà il naso a qualche produttore furbo già pronto a finanziare prequel e quant'altro. In particolare, mi è piaciuto il lavoro di "lima" svolto sul Frignetta, che rimarrà sempre un umorale testa di minchia ma perlomeno è in qualche modo cresciuto, così come non è scontata l'evoluzione di Dameron Poe, a mio avviso destinato a grandi cose; continuo a non uscire di testa per Rey, ormai assurta a livelli di MaryStuaggine fuori scala (SPOILER applausi a scena aperta per il Frignetta, che l'ha freddata con un "te alla fine qui non c'entri una mazza, non ti credere che non sei figlia di nessuno di importante!") ma dal lato femminile c'è l'introduzione della simpatica Rose, la quale mi ha ricordato parecchio il punto di vista "normale" di un Samvise Gamgee, unico in grado di cogliere verità importanti con la sua semplicità, come per esempio il fatto che nel corso di una guerra tra "buoni" e "cattivi" chi ci guadagna non è l'una o l'altra fazione ma chi fornisce loro le armi, facendo il gesto dell'ombrello ai popoli vessati. A proposito di "popoli", molto carino, benché ridotto, il bestiario alieno e soprattutto tanto di cappello ad un regista "inesperto" come Rian Johnson, autore anche della sceneggiatura, il quale è riuscito a confezionare un paio di sequenze spettacolari ed emozionanti (SPOILER Lo specchio di Rey ma anche il bombardamento iniziale e la sconvolgente soluzione finale adottata da Holdo) e a concludere il film con un accostamento di colori classico ma sempre valido, ché sapete quanto adori vedere sporcare il bianco della neve col rosso del sang.. ehm, scusate, del terreno sotto il sale (ringrazio un illuminato utente FB per la correzione!). Solo io trovo geniale l'idea di aggirare il PG-13 e mostrare la devastazione di un campo di battaglia senza mostrare nemmeno un cadavere ma impregnando lo schermo di rosso come nemmeno Tarantino? Spero di no. Ma poi, chissenefrega di qualsiasi pensiero critico, mio o di chiunque altro. Se Mirco è andato al cinema solo per Chewbacca e i Porg, io andavo solo per vedere Carrie Fisher, la mia, la nostra Principessa per l'ultima volta. Non Benicio Del Toro e Domhnall Gleeson, sempre due bellissimi figlioli, nemmeno Mark Hamill in tutta la sua gloriosa e scazzatissima vecchiaia: solo Carrie Fisher. E il mio cuore, nonostante fosse gonfio di lacrime, con lei ha gioito e trovato la Forza.


Di Mark Hamill (Luke Skywalker e quella specie di Leprecauno alieno che infila le monete dentro BB8), Carrie Fisher (Leia Organa), Adam Driver (Kylo Ren), Daisy Ridley (Rey), John Boyega (Finn), Oscar Isaac (Poe Dameron), Andy Serkis (Snoke), Lupita Nyong'o (Maz Kanata), Domhnall Gleeson (Generale Hux), Laura Dern (Vice Ammiraglio Holdo), Benicio Del Toro (DJ), Frank Oz (voce originale di Yoda), Justin Theroux (Maestro Codebreaker), Andy Nyman (Guardia della prigione), Joseph Gordon - Levitt (Voce originale di Slowen Lo), Warwick Davis (Wobidin) e Gareth Edwards (Soldato della resistenza) ho già parlato ai rispettivi link.

Rian Johnson è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Looper ed episodi di Breaking Bad. Anche attore, ha 44 anni.


Gwendoline Christie interpreta il Capitano Phasma. Inglese, famosa per essere la Brienne de Il trono di spade, ha partecipato a film come Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo, The Zero Theorem - Tutto è vanità, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 2 e Star Wars - Il risveglio della forza. Ha 39 anni e due film in uscita.


Billie Lourd interpreta il Luogotenente Connix. Americana, figlia di Carrie Fisher, la ricordo per aver partecipato alle serie Scream Queens e American Horror Story. Ha 25 anni e un film in uscita.


Joaquin Phoenix ha rifiutato il ruolo di DJ, andato così a Benicio Del Toro. A Rian Johnson è stato offerto di girare anche il prossimo Episodio IX e, benché il regista abbia declinato a causa dei tempi strettissimi di lavorazione , pare che la Lucasfilm gli abbia dato il La per una trilogia personale ambientata nell'universo di Star Wars. Nell'attesa di vedere questa nuova trilogia e che torni J.J. Abrams alla regia l'anno prossimo per l'Episodio XI, se Gli ultimi Jedi vi fosse piaciuto recuperate  tutti i film legati alla saga di Guerre Stellari. ENJOY!

domenica 10 gennaio 2016

Il ritorno dello Jedi (1983)

Con il post di oggi, dedicato a Il ritorno dello Jedi (Star Wars: Episode VI - Return of the Jedi), diretto nel 1983 dal regista Richard Marquand, concludo la mia irrispettosa disamina della trilogia originale. Abbiate pietà ma se volete un recupero anche della seconda trilogia vi toccherà aspettare il 2017...


Trama: dopo aver liberato Han Solo dalle grinfie di Jabba the Hutt, Luke Skywalker e i ribelli si ritrovano a dover distruggere una nuova Morte Nera e, per farlo, si dirigono su un pianeta abitato dai tenerosi Ewoks...


Abbiamo finito? Sì, abbiamo finito. Non bene, bisogna dire. C'è in effetti un motivo se de Il ritorno dello Jedi ricordavo solo gli Ewoks e Jabba The Hutt perché, in soldoni, tolto un inizio in cui si cerca di dare una conclusione alla vicenda del rapimento di Han Solo, il resto del film è praticamente un remake del primo episodio: c'è una Morte Nera, bisogna distruggerla. E voi direte "beh, Il risveglio della forza ripropone più o meno lo stesso schema". Ho capito ma lo ripropone meglio, figlioli. Non fraintendetemi, lo scontro finale tra Luke Skywalker e Darth Vader è epico, il finale potrebbe indurre alla lacrimuccia, vedere finalmente Jabba The Hutt (con l'aggiunta di una principessa seminuda ma questo è un discorso che vale solo per i maschietti) è qualcosa di meraviglioso e gli Ewoks mi hanno ricordato i tempi più felici della mia infanzia ma per il resto m'è calata la palpebra un minuto sì e un minuto no tanto che non saprei nemmeno come andare avanti nel post (d'altronde sono passate due settimane da quando ho rivisto Il ritorno dello Jedi) quindi riempirò lo spazio ponendo ai fan un paio di domande le cui risposte non ho voglia di cercare su Wikipedia. Innanzitutto, mi spiegate per favore perché Yoda è diventato così vecchio e malato tutto ad un tratto? Quanti anni è rimasto Han Solo sotto carbonite se nel film precedente la povera bestiola era il ritratto della salute e in quello dopo rantola manco gli fosse cascato sulla schiena di botto il suo quasi millennio di vita? Ma soprattutto, me lo spiegate cos'è 'sto lato oscuro? TUTTO mi porta al lato oscuro, porca miseria! Se uccido il nemico passo al lato oscuro, se mi arrabbio perché magari 'st'impunito ha cercato di uccidere me e i miei amici passo al lato oscuro, se ho paura perché sto per morire passo al lato oscuro, se ignoro cosa sia il lato oscuro passo al lato oscuro, se rinchiudo in un ospizio l'Imperatore perché ormai pare una mummia passo al lato oscuro... e che cosa devo fare per rimanere dal lato giusto della Forza? Che fiscali 'sti Jedi, santo cielo!! Ci credo poi che c'è gente che si stufa e soccombe...


Vabbé, comunque in tutto questo devo dire che Jabba è davvero bellissimo. Il colpo di genio della saga, ancora più della doppia supercazzola familiare fatta a Luke Skywalker, è stato quello di nominare per ben due film Jabba senza farlo vedere e poi bam! sbattere in faccia agli spettatori stupiti quel meraviglioso lumacone porco, tenutario di bordelli e cattivissimo. Anche se, nonostante il mio entusiasmo per questo essere immondo, c'è da dire che la scelta di mettere così tanti dialoghi in lingue aliene ed incomprensibili (c'è Jabba e tutto il suo codazzo, ci sono gli Ewoks, c'è ovviamente Chewbacca...) dopo un po' stufa e i concetti della Forza si perdono un po' in questo Grammelot spaziale. Anche gli Ewoks sono carini e ben realizzati, quasi ai livelli di Jabba, però riducono parecchio la potenza del capitolo finale della trilogia. Sì, sono fondamentalmente degli esseri cannibali che non esiterebbero a mangiare Han Solo ma sono anche pelosotti, tenerini e buffi, adatti ad un pubblico di bambini, e stonano con quel finale da tragedia Shakespeariana che vede confrontarsi Luke Skywalker e Darth Vader. Se dovessi quantificare il diludendo causatomi da Il ritorno dello Jedi direi che potrei paragonarlo a Mad Max oltre la sfera del tuono, con quell'aria avventurosa che pareva creata apposta per un pubblico di ragazzini. E molto probabilmente col film di Richard Marquand è stato lo stesso, magari Lucas avrà voluto allargare la sua scandalosa ed ingegnosa campagna di marketing raggiungendo anche gli spettatori più piccini, chissà! Ma poi, chissenefrega? Il post è finito e ora attendo le giuste e doverose maledizioni di chi troverà insopportabile la mia mancanza di fede e mi accuserà di non capire nulla di Cinema! Con Star Wars è tutto... ci risentiamo al 2017!


 Di Mark Hamill (Luke Skywalker), Harrison Ford (Han Solo), Carrie Fisher (principessa Leia Organa), Billy Dee Williams (Lando Calrissian), David Prowse (Darth Vader), Frank Oz (Yoda) e Alec Guinness (Obi Wan Kenobi) ho già parlato ai rispettivi link.

Richard Marquand è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come La cruna dell'ago e Doppio taglio. Anche produttore, sceneggiatore e attore, è morto nel 1987 all'età di 49 anni.


Come volevasi dimostrare, visti anche gli eventi del primo film, Leia non doveva essere la sorella di Luke Skywalker, che avrebbe dovuto invece intraprendere un viaggio per ritrovarla in un'altra trilogia di film, tuttavia alla fine Lucas ha scelto di risolvere tutte le questioni in sospeso con Il ritorno dello Jedi. In fase di scrittura ci sono stati altri cambiamenti: per esempio Obi Wan sarebbe dovuto resuscitare grazie alla Forza e Luke avrebbe dovuto ereditare il casco nero di Darth Vader passando conseguentemente al Lato Oscuro, ma il più disdicevole è stato quello di utilizzare gli Ewok invece che i Wookie (una foresta zeppa di Chewbacca sarebbe stata meravigliosa!!). La regia del film era stata offerta a David Lynch e David Cronenberg, che hanno rinunciato per poter girare rispettivamente Dune e Videodrome (grazie a Dio!), sebbene la prima scelta fosse stata Steven Spielberg, che non ha potuto accettare in quanto membro della Directors Guild, dalla quale Lucas si era dimesso ai tempi del primo Guerre Stellari (Spielberg aveva suggerito Paul Verhoeven ma dopo aver visto l'esplicito Spetters ha cambiato idea...). Per concludere, nel caso voleste addentrarvi nei recuperi tutta la cronologia precedente e successiva a Il ritorno dello Jedi la trovate QUA. ENJOY!

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