martedì 20 luglio 2021

A Classic Horror Story (2021)

Nel mese di luglio Netflix è diventata la mecca dell'horror e non si è fatta scappare neppure A Classic Horror Story, diretto e co-sceneggiato dai registi Roberto de Feo e Paolo Strippoli. Avviso già che metà post sarà spoiler free mentre il resto, inevitabilmente, potrà venire letto solo da chi ha già visto il film.


Trama: Cinque sconosciuti hanno un incidente su una strada del Sud Italia e rimangono bloccati all'interno di un bosco dove vengono compiuti strani riti pagani...


Due anni fa Roberto De Feo ci aveva fatti gioire col gotico The Nest, popolato da personaggi ambigui ma anche fragili e poetici, ambientato in una splendida villa piemontese e graziato da un finale sorprendente che arricchiva ulteriormente la preziosità dell'opera. Se The Nest era un'esordio assai simile a malinconici esponenti dell'horror spagnolo o sudamericano quali The Orphanage, A Classic Horror Story si rifà, per l'appunto, a stilemi tipici dell'horror USA/britannico, a partire dall'incidente maledetto che costringe i personaggi a perdersi in un bosco dove verranno fatti fuori da maniaci armati di accetta. A Classic Horror Story è, anzi, talmente classico da ricordare per buona parte del primo atto un paio di horror nostrani recenti, un'opera prima assai riuscita come Shadow di Zampaglione e quell'orrore innominabile de Il bosco fuori di Gabriele Albanesi, a loro volta ispirati dall'immortale Non aprite quella porta di Tobe Hooper ma comunque dotati di una forte personalità italiana. Quest'ultima non difetta al film di De Feo e Strippoli, perché l'orrore rappresentato affonda le radici nel folklore delle terre del Sud, in quelle favole macabre che i vecchi amavano raccontare ai bambini, popolate da personaggi allo stesso tempo spaventosi ma anche ridicoli; in questo caso, ai poveri cinque sconosciuti uniti nel destino da un ben sfortunato car sharing tocca affrontare Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che la leggenda "vera" dice fossero tre cavalieri spagnoli i quali hanno fondato le tre mafie italiane, nell'ordine Cosa Nostra, 'ndrangheta e Camorra. Qui i tre vengono descritti non come cavalieri ma come demoni accompagnati da un'inquietante filastrocca e legati a terrificanti riti pagani che, a un certo punto, trasformano il film da "semplice" slasher splatter a folk horror di tutto rispetto, con pesantissimi echi di The Wicker Man e del recente Midsommar di Ari Aster (una scena in particolare è assai simile), dando vita ad alcune delle sequenze più allucinanti e belle della pellicola.


Formalmente parlando, A Classic Horror Story è una gioia per gli occhi. I due registi sfruttano alla perfezione lo splendore rigoglioso delle foreste umbre e piazzano nel bel mezzo degli alberi un luogo dove non solo il tempo sembra essersi fermato ma dove pare si sia creato uno squarcio verso un'altra dimensione demoniaca. In mezzo alla natura incontaminata, lo chalet dalla rigorosa perfezione simmetrica dove vengono a ritrovarsi i cinque protagonisti spicca come un pugno nell'occhio e fa angoscia quanto le luci rosse che, di notte, vanno a illuminare il luogo (ricordando, anche lì, soprattutto nelle inquadrature interne, il Suspiria di Argento, altro "classico" nostrano), per non parlare delle figure che lo popolano; gli elementi naturali come gli animali, il legno, i rami, i nidi, concorrono ad alimentare non solo l'angoscia di personaggi ovviamente abituati alle comodità moderne, cellulari in primis, ma anche quella dello spettatore che risponde a stimoli ormai radicati nella sua mente di "cultore dell'horror", un concetto sul quale poi tornerò nel paragrafo spoiler. Quanto agli attori protagonisti, mi tocca citare ciò che avevo già scritto nel post dedicato a The Nest: "Sapete bene quanto mi faccia male il 90% di cani maledetti che popolano le opere nostrane e non posso dire che abbia capito per intero i dialoghi di A Classic Horror Story, questo no, ché talvolta la dizione degli attori (e, aggiungo, in questo caso, anche il sonoro) andava allegramente per i fatti suoi; tuttavia, non c'è un solo personaggio all'interno del film che non sia stato interpretato alla perfezione" e poi, aggiungo, c'è Matilda Lutz che ormai è una divinità dell'horror e non ha nulla da invidiare alle sue colleghe scream queen americane, né per carisma né per bellezza. Chi ha visto il film riderà di queste mie ultime affermazioni, infatti le ho scritte apposta: se volete tenermi compagnia ancora un po' leggete il paragrafo spoiler, gli altri si astengano e corrano a recuperare subito A Classic Horror Story, perché assieme a Fear Street è l'unico motivo valido per abbonarsi a Netflix, ora come ora. 


SPOILER

Che due palle si dev'essere fatto De Feo a leggere le mille, banali recensioni di cinèfili dell'internet come me, pronti a magnificare The Nest "nonostante fosse un film italiano" o a salutarlo come "salvatore del cinema di genere italiano", o a criticarlo (alzo la mano, mi dispiace) per la terrificante dizione degli attori coinvolti. Che due palle devono farsi, costantemente, in quest'epoca di internet selvaggio e social, autori e registi che vedono massacrate le loro opere da chi si definisce cinefilo solo perché ha una connessione internet con cui guardare i film e scriverne, magari in due, tre righe frettolose sui gruppi Facebookiani dedicati al cinema (signori, ho letto cose lì sopra che vabbé) pensando di essere il nuovo Roger Ebert. In quest'epoca in cui vince chi urla più forte, in cui vale solo il fenomeno mordi e fuggi, l'autocelebrazione, la superficialità e la possibilità di esprimere la propria opinione e la propria arte anche quando non si ha nulla di interessante da dire e dove tutto viene ridotto all'atto del "guardare" e "mostrare" senza alcuna partecipazione emotiva, un twist e un finale come quello di A Classic Horror Story sono semplicemente geniali per il modo in cui ci fanno vergognare di avere, anche solo una volta nella vita, peccato di superbia approfittando di un relativo anonimato. La rivelazione di Fabrizio già è scioccante di suo (e quanto vorrei poter rivedere presto il film per riuscire a godere di parecchi dettagli rivelatori), così com'è agghiacciante tutta la sequenza del dialogo tra lui e la ragazzina, ma il vero colpo di genio di A Classic Horror Story è quel minuto dopo l'ultima scena della Lutz, quando lo snuff di Fabrizio, costato sangue, morte e disperazione, diventa uno dei tanti filmetti presenti sul catalogo di "Bloodflix", destinato a una visione distratta, buona solo per qualche chiacchiera su chat destinata a consumarsi nel giro di qualche giorno, e un click dato in pasto a un algoritmo. Se fino a quel momento avevo voluto bene al film più per una questione di forma, il finale mi ha lasciata con un sorrisone sulle labbra che mi accompagna anche adesso che scrivo, quindi non posso che definirmi "bimba di De Feo e Strippoli" e aspettare le prossime opere di questi due talentuosi narratori.


Del co-regista e co-sceneggiatore Roberto De Feo ho già parlato QUI mentre Matilda Lutz, che interpreta Elisa, la trovate QUA.

Paolo Strippoli è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Pugliese, anche attore e produttore, ha 28 anni.


Francesco Russo
, che interpreta Fabrizio, era il Bruno Soccavo de L'amica geniale e tornerà nel prossimo horror di Paolo Strippoli, Piove, ma una menzione d'onore la merita ovviamente Cristina Donadio, la Scianel di Gomorra, che qui compare nei panni della sindaca. Ciò detto, se A Classic Horror Story vi fosse piaciuto recuperate The Nest - Il nido e Midsommar. ENJOY!

8 commenti:

  1. ne ho parlato anche io, mi è piaciuto un sacco ^_^

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    1. Avevo fiducia in De Feo, alla fine è stata ben riposta ^^

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  2. Piaciuto! Non del tutto, però il twist mi è garbato... anche se da una parte mi è sembrata una mezza rosicata 😅 più che altro mette troppo è certe cose si perdono, per me.

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    1. Rosicata, quello no. Presa per il culo molto intelligente, sì, assolutamente.

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  3. Film parecchio divisivo direi, c'è chi lo ama alla follia e chi lo banalizza altrettanto. Io direi che mi trovo a fare il democristiano in questo caso, nel senso che l'ho apprezzato, ma allo stesso tempo approfondisce poco alcune tematiche che suggerisce soltanto.
    Però a me dal punto di vista visivo è piaciuto parecchio.

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    1. Diciamo che, come ha sottolineato Lucia, l'unica cosa davvero "inutile" è la gravidanza della Lutz, un tratto assai superficiale per un'eroina che poteva avere un po' più da dire rispetto a "sono madre, sto per abortire, ma dopo quest'esperienza metterò al mondo il pargoletto".
      Per il resto, ce ne fossero di film così.

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  4. Non mi è affatto dispiaciuto. Da non esperto del genere ho apprezzato soprattutto quello che (per me) è il messaggio del film, cioè che il vero orrore è il fatto che siamo ormai assuefatti all'orrore quotidiano, quasi da non accorgercene (in questo senso il finale per me è eloquente). Poi, vabbè, non ho certo colto tutti i rimando di un film volutamente citazionista, ma quelli li lascio a voi esperti :) non male, comunque. Di De Feo mi era piaciuto molto anche "The Nest".

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    1. Eppure non serviva cogliere tutti i rimandi, ma il messaggio di fondo, e direi che tu ci sei riuscito!
      The Nest a me era piaciuto anche di più, non vedo l'ora che il regista realizzi un altro film!

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