La challenge settimanale prevedeva la visione di un film con elementi horror ma non appartenente al genere. Ho così deciso di guardare L'uomo che ride (The Man Who Laughs), diretto nel 1928 dal regista Paul Leni e tratto dal romanzo omonimo di Victor Hugo.
Trama: il piccolo Gwynplaine viene abbandonato dagli zingari dopo essere stato sfigurato. Assieme ad una neonata trovata in mezzo alla neve, viene accolto da Ursus, artista di strada, il quale adotta i due bambini. Crescendo, Gwynplaine diventa conosciuto come "L'uomo che ride", un triste clown dal sorriso perenne, perdutamente innamorato della sorellastra Dea...
L'uomo che ride è un film di transizione tra l'espressionismo tedesco dei primi anni '20 e lo stile gotico dei classici horror della Universal anni '30. Pur trovandosi nel mezzo tra due epoche cinematografiche perfettamente riconoscibili, non è un horror, quanto piuttosto un melodramma (con qualche accenno di "cappa e spada" sul finale) con elementi perturbanti, incarnati in primis dal sembiante del protagonista, che da il nome al film e campeggia giustamente su qualsiasi locandina. Nonostante il ghigno perenne, derivante dalle aberranti opere chirurgiche degli zingari Comprachicos, il protagonista Gwynplaine non è un mostro e mai, nemmeno per un istante, lascia che la percezione distorta degli altri lo porti a diventarlo, neppure quando avrebbe ogni motivo per lasciarsi andare. Il poveretto, invece, è un uomo in balia dell'umanità crudele, uno sventurato che ritiene di non avere diritto di sposare la bella Dea, che lo ama in quanto cieca. Consapevole del proprio aspetto, Gwynplaine è restio a condannarla ad una vita di prese in giro benché ne sia, a sua volta, profondamente innamorato; proprio questo senso di inadeguatezza lo spinge ad accettare la corte dell'infoiata duchessa Josiana, per provare a se stesso e al mondo che esistono donne in grado di trovarlo attraente nonostante la deformità, e sposare così Dea con rinnovata fiducia. Un ragionamento così, diciamo, arzigogolato, non è altro che un modo per consentire alla trama di ricollegarsi alle origini paterne di Gwynplaine e a tutta una serie di intrighi di corte facenti capo a due regni inglesi, quello di Giacomo II e quello della regina Anna, e alle macchinazioni del buffone di corte, il viscido Barkilphedro, che sono un po' l'ossatura di tutta la storia. Per quanto mi riguarda, la questione politica è ciò che appesantisce L'uomo che ride, un'opera che in altri momenti alterna un'ovvia, commovente malinconia, ad atmosfere grottesche e talvolta simpaticamente satiriche, molto divertenti anche a distanza di un secolo. Le quasi due ore di durata del film rallentano di ritmo sia in assenza del personaggio titolare e dei comprimari negativi (perché bisogna ammettere che la dolce Dea è un po' una pittima salvata giusto dallo stralunato Ursus e dal simpatico cagnone Homo), sia quando Paul Leni cede alle sequenze corali di spettacolo teatrale, che mi hanno portata a sbadigliare come gli ospiti della regina Anna.
A livello formale, L'uomo che ride stupisce ancora oggi, neanche a dirlo, per l'allucinante make-up che trasforma Conrad Veidt in una maschera grottesca, figlia dell'espressionismo tedesco; il ghigno congelato di un assassino demente contrasta con gli occhi miti dell'attore, perennemente atteggiati a un'espressione triste e addolorata, con radi sprazzi di amore gioioso, e questo contrasto comunica la sofferenza del protagonista più dei pochi dialoghi scritti (però, quel "Dio mi ha fatto uomo", urlato davanti alla regina, spezza il cuore). E' interessante, anche, notare come l'effetto scioccante del sorriso di Gwynplaine venga alimentato dall'uso accorto di fazzoletti e sciarpe atti a celarlo, probabilmente per dare sollievo a Veidt tra una sessione di trucco e l'altra e per aumentare l'espressività del suo sguardo, ma anche per evitare che il pubblico si abituasse troppo al suo sembiante grottesco. Palese anche lo sforzo produttivo a livello di scenografie, meno "astratte" rispetto a quelle dei film espressionisti e più legate a un immaginario medievale anche anacronistico rispetto all'epoca in cui è ambientato L'uomo che ride; non è un caso che queste due "eccellenze", ovvero il make-up artist Jack Pierce e lo scenografo Charles D. Hall, siano diventate fondamentali per definire lo stile degli horror classici della Universal e, di conseguenza, un immaginario che ci portiamo dietro da quasi un secolo. Due parole le spenderei anche per gli attori. Veidt, come ho già scritto sopra, è una perfetta maschera tragica, che spezzerebbe il cuore a un sasso, ma la mia attenzione è stata catturata dalla Josiana di Olga Baclanova, che in seguito sarebbe diventata la perfida Cleopatra di Freaks. Lussuriosa, volgare e superba, la duchessa Josiana colpisce l'attenzione per la spregiudicatezza del personaggio, mostrato talvolta in atteggiamenti espliciti (persino nudo!) con gli uomini, spesso trattati come pezze da piedi; la sequenza in cui Josiana si incapriccia di Gwynplaine è la rappresentazione perfetta di una seduzione a distanza, affidato ad un modernissimo gioco di sguardi gestito dalla regia e dal montaggio, in assoluta sincronia con le interpretazioni fisiche, inevitabilmente molto teatrali, degli attori. Menzione speciale va anche a Brandon Hurst, che nei panni del buffone Barkilphedro fa molta più paura del povero Gwynplaine. Concludo ricordandovi che L'uomo che ride fa parte ormai del public domain, quindi potete trovarlo su Youtube in ottima qualità, se avete voglia di vederlo. Magari non è il film migliore del periodo, ma è un interessante materiale di studio e val la pena guardarlo, almeno una volta nella vita!
Di Conrad Veidt, che interpreta Gwynplaine e Lord Clancharlie, ho già parlato QUI mentre Olga Baclanova, che interpreta la duchessa Josiana, la trovate QUA.
Paul Leni è il regista del film. Tedesco, ha diretto film come Il gabinetto delle figure di cera e Il castello degli spettri. Anche direttore artistico, attore, costumista e sceneggiatore, è morto nel 1929.
Mary Philbin, che interpreta Dea, era la Christine Daae de Il fantasma dell'opera. Lon Chaney avrebbe dovuto interpretare Gwynplaine ma per questioni legati a contratti e diritti mancanti, è passato direttamente al progetto successivo, Il fantasma dell'Opera. Del romanzo di Victor Hugo esistono altre versioni, tra le quali una diretta nel 1966 da Sergio Corbucci, con Jean Sorel nei panni del protagonista sfigurato, e una francese del 2012, con Gérard Depardieu nel ruolo di Ursus ed Emmanuelle Seigner in quelli della duchessa. Non le ho mai viste, quindi non saprei se meritano il recupero ma, se L'uomo che ride vi fosse piaciuto, consiglio di recuperare Il fantasma dell'Opera e Il gabinetto del Dottor Caligari. ENJOY!




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