Era uno dei film che aspettavo di più per questa stagione, così il giorno stesso dell'uscita sono corsa a vedere The Whale, diretto nel 2022 dal regista Darren Aronofsky, tratto dalla pièce teatrale omonima di Samuel D. Hunter e candidato a tre premi Oscar (Brendan Fraser miglior attore protagonista, Hong Chau miglior attrice non protagonista e miglior trucco e acconciatura).
Trama: Charlie, insegnante di lettere, a causa delle complicazioni derivanti dalla sua obesità patologica ha più pochi giorni da vivere. Nel tempo che gli rimane, cerca di ricucire il rapporto con la figlia adolescente, Ellie...
"Fanculo le tesi, fanculo questo corso". Queste sono le parole scritte da Charlie sulla chat del suo gruppo di studio, verso la fine di The Whale, quando tutto attorno a lui è sul punto di crollare definitivamente. Uno passa la vita ad imparare come analizzare le opere, diventando alla stregua di un freddo robot spinto, il 90% delle volte, a scrivere o enunciare ciò che gli altri vogliono sentire dire, seguendo la scia di altri critici più eminenti che hanno sviscerato tutto quello che viene percepito come "giusto" e dogmatico, e il risultato è che di verità ce n'è ben poca, di sincerità non ne parliamo. E così è la vita, ovviamente. Una vita in cui tutto dev'essere regolare, dove anche ciò che viene percepito come aberrante deve avere un senso e riportato alla "normalità", e dove rischiamo di arrivare a sentirci in colpa anche davanti alla felicità: in un atto di egoismo, Charlie l'ha agguantata abbandonando la sua vecchia famiglia e lo stesso ha fatto il suo compagno, Alan, ma nessuno dei due è riuscito a perseguirla fino in fondo, schiacciati dai sensi di colpa e dai fantasmi delle loro vite precedenti. Se Alan ha lasciato che il suo corpo si consumasse, Charlie, quasi come per un contrappasso dantesco, ha invece deciso di diventare l'equivalente di Moby Dick, una balena bianca di incommensurabile tristezza, lontano dagli occhi di un mondo a cui è legato giusto dal filo sottile di un lavoro online e di sporadiche telefonate alla moglie, sempre concentrate sull'unica cosa "vera" che ancora gli è rimasta, la figlia Ellie. Ma se dicessi di essere in grado di capire i sentimenti dei personaggi che si muovono sul palcoscenico di The Whale contraddirei l'apologia della verità salvifica che è il fulcro del film di Aronosfsky. La verità è che io non avrei mai sopportato di stare vicina a una persona debole e rinunciataria come Charlie e che capisco tutta la rabbia di Ellie, figlia abbandonata a otto anni e mai più contattata da un padre che prima ha cercato l'amore altrove e poi non ha avuto il coraggio di condividere il proprio dolore se non con il cibo. La verità è che io sarei stata tagliata fuori dalla vita di Charlie, perché a differenza di Liz non avrei mai assecondato la sua malattia e lo avrei costretto ad un ricovero coatto, anche a costo di perdere per sempre l'unico legame rimasto con la mia famiglia.
La verità è che non c'è un solo personaggio che non abbia disprezzato profondamente all'interno di The Whale, ognuno per vari motivi, e che solo lo sguardo mite del meraviglioso Brendan Fraser mi ha dato la pazienza di aspettare e capire, mentre ringraziavo ogni divinità di non essere costretta innanzitutto a vivere come Charlie, ma anche a dover essere coinvolta in una situazione simile. Sono forse egoista? Sicuramente, non ho mai detto il contrario. La verità è che quel formato 4:3, assieme alla stazza immensa di Charlie, mi hanno chiuso lo stomaco all'idea di vivere in quella casa sporca, di sicuro puzzolente, dove l'unica oasi di serenità e pulito è una stanza chiusa a chiave dove non entra mai nessuno; la sensazione di una depressione perenne (così simile ma così diversa dalla mia, che da qualche anno mi picchietta delicatamente sulla spalla ricordandomi la sua sgradevole esistenza senza mai esagerare), rappresentata da ambienti quasi sempre bui o male illuminati e dalla pioggia scrosciante all'esterno, mi ha talmente serrato la gola che il tanto temuto pianto è arrivato solo alla fine, per un misto purificante di tristezza e liberazione. Il sole, il mare, la voce di Sadie Sink (vergognosamente snobbata agli Oscar) che, dopo tanti urli di rabbia, declama una sincerità ingenua, disarmante eppure impossibile da prendere sottogamba, sono arrivati a trafiggere quel blocco che mi teneva rigida e a disagio sulla poltrona, indecisa su cosa pensare di tutto ciò che era passato fino a quel momento sullo schermo, e mi ha scossa con immagini di pura poesia e leggerezza, porte su un mondo da sogno che noi stupidi, fragili, brutti esseri umani passiamo la vita a negarci, appesantiti da una realtà brutale e da catene che ci creiamo da soli. Al diavolo, ho di nuovo il magone quindi la smetto, tanto la verità è che non saprei mai scrivere bene di un film come questo. Brendan, mio dolcissimo Brendan. Ti auguro con tutto il cuore che The Whale ti riporti tutto il successo che meriti perché la bellezza, quella vera, non può togliertela nessuno, e neppure il talento. E fanculo l'Oscar, fanculo l'Academy, fanculo il sistema, servono solo ai cinèfili per farsi le pippe.
Del regista Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Brendan Fraser (Charlie), Sadie Sink (Ellie) e Samantha Morton (Mary) li trovate invece ai rispettivi link.
Ty Simpkins interpreta Thomas. Americano, ha partecipato a film come Insidious, Iron Man 3, Oltre i confini del male - Insidious 2, The Nice Guys, Insidious: L'ultima chiave, Avengers: Endgame e a serie quali CSI: Scena del crimine. Anche produttore, ha 22 anni e due film in uscita tra cui Insidious: Fear the Dark.
Hong Chau interpreta Liz. Thailandese, ha partecipato a film come Vizio di forma, The Menu e a serie quali How I Met Your Mother e CSI - Scena del crimine; come doppiatrice ha lavorato in American Dad! e BoJack Horseman. Anche sceneggiatrice, ha 44 anni e due film in uscita.




















