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martedì 28 febbraio 2023

The Whale (2022)

Era uno dei film che aspettavo di più per questa stagione, così il giorno stesso dell'uscita sono corsa a vedere The Whale, diretto nel 2022 dal regista Darren Aronofsky, tratto dalla pièce teatrale omonima di Samuel D. Hunter e candidato a tre premi Oscar (Brendan Fraser miglior attore protagonista, Hong Chau miglior attrice non protagonista e miglior trucco e acconciatura).


Trama: Charlie, insegnante di lettere, a causa delle complicazioni derivanti dalla sua obesità patologica ha più pochi giorni da vivere. Nel tempo che gli rimane, cerca di ricucire il rapporto con la figlia adolescente, Ellie...


"Fanculo le tesi, fanculo questo corso". Queste sono le parole scritte da Charlie sulla chat del suo gruppo di studio, verso la fine di The Whale, quando tutto attorno a lui è sul punto di crollare definitivamente. Uno passa la vita ad imparare come analizzare le opere, diventando alla stregua di un freddo robot spinto, il 90% delle volte, a scrivere o enunciare ciò che gli altri vogliono sentire dire, seguendo la scia di altri critici più eminenti che hanno sviscerato tutto quello che viene percepito come "giusto" e dogmatico, e il risultato è che di verità ce n'è ben poca, di sincerità non ne parliamo. E così è la vita, ovviamente. Una vita in cui tutto dev'essere regolare, dove anche ciò che viene percepito come aberrante deve avere un senso e riportato alla "normalità", e dove rischiamo di arrivare a sentirci in colpa anche davanti alla felicità: in un atto di egoismo, Charlie l'ha agguantata abbandonando la sua vecchia famiglia e lo stesso ha fatto il suo compagno, Alan, ma nessuno dei due è riuscito a perseguirla fino in fondo, schiacciati dai sensi di colpa e dai fantasmi delle loro vite precedenti. Se Alan ha lasciato che il suo corpo si consumasse, Charlie, quasi come per un contrappasso dantesco, ha invece deciso di diventare l'equivalente di Moby Dick, una balena bianca di incommensurabile tristezza, lontano dagli occhi di un mondo a cui è legato giusto dal filo sottile di un lavoro online e di sporadiche telefonate alla moglie, sempre concentrate sull'unica cosa "vera" che ancora gli è rimasta, la figlia Ellie. Ma se dicessi di essere in grado di capire i sentimenti dei personaggi che si muovono sul palcoscenico di The Whale contraddirei l'apologia della verità salvifica che è il fulcro del film di Aronosfsky. La verità è che io non avrei mai sopportato di stare vicina a una persona debole e rinunciataria come Charlie e che capisco tutta la rabbia di Ellie, figlia abbandonata a otto anni e mai più contattata da un padre che prima ha cercato l'amore altrove e poi non ha avuto il coraggio di condividere il proprio dolore se non con il cibo. La verità è che io sarei stata tagliata fuori dalla vita di Charlie, perché a differenza di Liz non avrei mai assecondato la sua malattia e lo avrei costretto ad un ricovero coatto, anche a costo di perdere per sempre l'unico legame rimasto con la mia famiglia. 


La verità è che non c'è un solo personaggio che non abbia disprezzato profondamente all'interno di The Whale, ognuno per vari motivi, e che solo lo sguardo mite del meraviglioso Brendan Fraser mi ha dato la pazienza di aspettare e capire, mentre ringraziavo ogni divinità di non essere costretta innanzitutto a vivere come Charlie, ma anche a dover essere coinvolta in una situazione simile. Sono forse egoista? Sicuramente, non ho mai detto il contrario. La verità è che quel formato 4:3, assieme alla stazza immensa di Charlie, mi hanno chiuso lo stomaco all'idea di vivere in quella casa sporca, di sicuro puzzolente, dove l'unica oasi di serenità e pulito è una stanza chiusa a chiave dove non entra mai nessuno; la sensazione di una depressione perenne (così simile ma così diversa dalla mia, che da qualche anno mi picchietta delicatamente sulla spalla ricordandomi la sua sgradevole esistenza senza mai esagerare), rappresentata da ambienti quasi sempre bui o male illuminati e dalla pioggia scrosciante all'esterno, mi ha talmente serrato la gola che il tanto temuto pianto è arrivato solo alla fine, per un misto purificante di tristezza e liberazione. Il sole, il mare, la voce di Sadie Sink (vergognosamente snobbata agli Oscar) che, dopo tanti urli di rabbia, declama una sincerità ingenua, disarmante eppure impossibile da prendere sottogamba, sono arrivati a trafiggere quel blocco che mi teneva rigida e a disagio sulla poltrona, indecisa su cosa pensare di tutto ciò che era passato fino a quel momento sullo schermo, e mi ha scossa con immagini di pura poesia e leggerezza, porte su un mondo da sogno che noi stupidi, fragili, brutti esseri umani passiamo la vita a negarci, appesantiti da una realtà brutale e da catene che ci creiamo da soli. Al diavolo, ho di nuovo il magone quindi la smetto, tanto la verità è che non saprei mai scrivere bene di un film come questo. Brendan, mio dolcissimo Brendan. Ti auguro con tutto il cuore che The Whale ti riporti tutto il successo che meriti perché la bellezza, quella vera, non può togliertela nessuno, e neppure il talento. E fanculo l'Oscar, fanculo l'Academy, fanculo il sistema, servono solo ai cinèfili per farsi le pippe.


Del regista Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Brendan Fraser (Charlie), Sadie Sink (Ellie) e Samantha Morton (Mary) li trovate invece ai rispettivi link.

Ty Simpkins interpreta Thomas. Americano, ha partecipato a film come Insidious, Iron Man 3, Oltre i confini del male - Insidious 2, The Nice Guys, Insidious: L'ultima chiave, Avengers: Endgame e a serie quali CSI: Scena del crimine. Anche produttore, ha 22 anni e due film in uscita tra cui Insidious: Fear the Dark.


Hong Chau interpreta Liz. Thailandese, ha partecipato a film come Vizio di forma, The Menu e a serie quali How I Met Your Mother e CSI - Scena del crimine; come doppiatrice ha lavorato in American Dad! e BoJack Horseman. Anche sceneggiatrice, ha 44 anni e due film in uscita. 



venerdì 17 novembre 2017

Madre! (2017)

Finalmente, ce l'ho fatta. A Savona è arrivato Madre! (Mother!) per soli due giorni e non me lo sono lasciato scappare. Ce l'avrà fatta Darren Aronofsky, regista e sceneggiatore del film, a convincermi o anche io sono dovuta fuggire urlando come mezzo pubblico di Venezia? Segue post brevissimo, sconclusionato e senza spoiler!


Trama: un uomo e una donna, marito e moglie, vedono la tranquillità della loro dimora in ricostruzione distrutta dall'arrivo di due perfetti sconosciuti. E se il marito, chissà perché, li accoglie con gioia, la vita della moglie si trasforma in un abisso di inquietudine...


L'ho scritto su Facebook, lo ribadisco qui: Madre! non l'ho capito ma è un film spettacolare. Non avendolo capito mi sembra inutile dare un'interpretazione di ciò che ho visto, posso solo supporre come faceva Bellosguardo in Robin Hood un uomo in calzamaglia e rendere il mio post delirante quanto il girato di Aronofsky, come se la cosa fosse possibile. Come uno stregone nemmeno più tanto apprendista, il regista ha buttato nel calderone qualunque cosa gli venisse in mente (probabilmente anche qualche droga, la stessa polverina dorata che assume la Lawrence nel corso del film, chissà...) e il risultato è un Roba da matti elevato alla millesima potenza, la madre di tutti gli home invasion, una commedia grottesca che è anche dramma, horror, film di guerra, distopia apocalittica, approfondimento psicologico, mancavano solo i cartoni animati. Se io sono arrivata alla macchina, dopo la visione, col cuore che mi batteva a tremila e nella notte ho metabolizzato quanto ho visto piazzando il faccione di Javier Bardem su un Negan di The Walking Dead che imprigionava e vessava me e i miei genitori, vuol dire che qualcosa di Madre! ha superato il muro dei 3/4 film visti a settimana per concretizzarsi in un diamante screziato di rosso posto proprio nel centro del mio cervello malato e tormentarmi nell'inconscio. Quel che ho visto è la realtà del mondo in cui viviamo rinchiusa tra le mura di una casa impossibile da proteggere o rendere perfetta, per quanto lo vogliamo: la casa siamo noi, siamo noi la Lawrence pronti a dare, dare per amore e a sanguinare quando quello che diamo non basta mai, ma siamo anche Bardem, pronti a prendere ignorando per egoismo le suppliche di chi amiamo di più, non per cattiveria ma solo perché è più comodo concentrarsi su ciò che desideriamo NOI, siamo gli invasori che arrivano e non capiscono che la casa non è loro, madre non è loro, il bambino non è loro, Lui non è loro, ma piuttosto che portare via le balle da posti dove non dovrebbero neppure mettere piede, spadroneggiano e fanno i cafoni come se tutto fosse loro dovuto. Ed è riflettendo su quest'ultimo punto che Madre! è diventato, almeno per me, la metafora devastante di un mondo sovrappopolato da minchie di mare che sta esplodendo sotto il peso della nostra stessa stupidità e desiderio di possesso o affermazione perché non importa quanto la Terra ci offra, non sarà mai abbastanza, ci saranno sempre litigi, guerre, distruzione e la ferma volontà di distruggere più che di ricostruire. E così da millenni, in un loop continuo da cui nessuno sembra in grado di uscire.


Attraverso la rappresentazione di concetti biblici quali Madre Terra, un Dio che offre a tutti parole vuote e false speranze, un Adamo e una Eva che arrivano a distruggere l'Eden mandando in pezzi il frutto proibito e un Caino e Abele che causano ancora più casino, Aronofsky ci prende a schiaffi con due ore di immagini splendide, incubi ad occhi aperti e quel terrificante incubo finale al cardiopalma dove, davvero, non sapevo se ridere (la situazione descritta ha del tragicomico) o piangere (Bardem a tratti fa paura mentre la Lawrence spezza il cuore e voi sapete quanto non sopporti JLaw ma diamine qui è perfetta), frastornata com'ero dalla cacofonia di violenza, esplosioni, sangue, morte e urla che è l'ultima mezz'ora di film, il punto esclamativo della Madre! L'ironica canzone dei titoli di coda e il silenzio che ne segue sono quasi un balsamo per le orecchie perché a un certo punto, davvero, avrei voluto fare come la protagonista e nascondermi in un luogo buio e silenzioso, un posto solo mio dove fermarmi, riflettere, tirare il respiro, cercare di capire PERCHE'. Invece mi sono ritrovata in una sala gremita di gente (anche se io sono andata al cinema da sola stavolta), divertita all'idea di osservare, non vista, le facce di chi è uscito da una visione simile: chi s'è bellamente addormentato a metà arrivando persino a russare (mi sembrava tanto anziano, lo perdono. Anzi, ero così presa dalla paranoia del film che ho temuto i suoi fossero rantoli di morte, mannaggiallui), chi se la rideva della grossa cercando di spiegare alla vicina che lui BAH!, ne ha visti a pacchi di film così, chi scuoteva la testa, chi si guardava intorno perplesso non sapendo bene come reagire. Ecco, io faccio parte dell'ultima categoria di persone. Le uniche cose certe dopo la visione di Madre! sono tre e su queste non transigo: 1) Ho visto un film che ricorderò finché campo e che riconferma il mio voler bene a Darren Aronofsky. 2) Passano gli anni ma Michelle Pfeiffer è una topa astrale alla quale JLaw non è neppure degna di baciare i piedi, elegante persino da ubriaca. That old beeyotch. Meow.  3) Sono innamorata di Domhnall Gleeson. Potrei anche aggiungere, ma probabilmente c'entra poco con la visione di Aronofsky, che l'unica cosa mal sopportata del film è l'idea di una maternità a tutti i costi, capace di rimettere a posto tutto, far tornare i sentimenti sopiti, illuminare d'immenso, riempire l'esistenza di felicità, poi però penso al finale e si riconferma la mia convinzione, ovvero "rimettere a posto tutto 'stacippa": se la vita di coppia fa schifo non c'è pargolo che tenga, mi spiace. Ah, ho già detto che Madre! è un film della Madonna?


Del regista e sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Jennifer Lawrence (Madre), Javier Bardem (Lui), Ed Harris (Uomo), Michelle Pfeiffer (Donna), Domhnall Gleeson (Figlio Maggiore) e Kristen Wiig (Araldo) li trovate invece ai rispettivi link.

Brian Gleeson interpreta il Fratello Minore. Figlio di Brendan Gleeson e fratello di Domhnall Gleeson, ha partecipato a film come Biancaneve e il cacciatore e Assassin's Creed. Irlandese, ha 30 anni e un film in uscita, Hellboy.


Se Madre! vi fosse piaciuto recuperate i film di Aronofsky di cui ho parlato, che trovate tutti QUI.

martedì 5 luglio 2016

Bollalmanacco On Demand: Requiem For a Dream (2000)

Quanto siete dolci. Le richieste al Bollalmanacco On Demand si dividono tra esempi di alto cinema trash (ed ogni riferimento ad Obsidian è PURAMENTE casuale) oppure roba che mi prostra a terra per settimane, costringendomi a versare copiosi fiumi di lacrime. A quest'ultima categoria appartiene Requiem for a Dream, diretto e co-sceneggiato nel 2000 da Darren Aronofsky partendo dal romanzo Requiem per un sogno di Hubert Selby nonché richiesto da Arwen Lynch di La fabbrica dei sogni. Il prossimo film On Demand sarà Amadeus e io già fremo d'ignoranza... ENJOY!


Trama: il giovane Harry, la fidanzata Marion e l'amico Tyrone cercano di farsi strada tra gli spacciatori newyorchesi, distribuendo e facendosi di droga, mentre l'anziana madre di Harry, Sara, combatte invano la solitudine tentando di dimagrire per partecipare ad un ambito spettacolo televisivo...



A qualcuno queste parole non suoneranno nuove ma, a costo di ripetermi citerò paro paro un commento postato sulla mia pagina Facebook personale: "Sì, delirante, assurdo, bla bla bla... Ci fosse stata UNA persona che mi avesse detto che avrei pianto come un'imbecille" dopo la visione di Requiem for a Dream. Ma non l'avete ancora capito che sono una creatura sensibilissima, soprattutto alla mia veneranda età di 35enne, nella quale sento arrivare la solitudine e financo la morte per vecchiaia? Io mi aspettavo una roba sragionata come Il teorema del delirio, qualcosa di metaforico come Il cigno nero, non la versione malinconica di Trainspotting, con l'aggravante aggiunta della vicenda di una povera signora abbandonata dal figlio e talmente oppressa dalla solitudine da doversi attaccare alle false speranze offerte da uno show televisivo. Magari anche io dovrei documentarmi prima di affrontare certe pellicole o magari dovrei leggere meglio tra le righe del titolo: d'altronde il film di Aronofsky è davvero il requiem per la morte di quattro sogni metropolitani, sconfitti dalla fredda realtà al punto che l'unico modo di afferrarli è quello di addormentarsi per sempre (nella morte, nella follia, fate voi) o c'è il rischio che diventino degli incubi. Il problema è che se il sogno toccasse solamente chi lo brama, forse la questione potrebbe concludersi senza troppi danni, mentre purtroppo Requiem for a Dream racconta di quattro sogni intrecciati, l'esito positivo o negativo dei quali influenza direttamente quelli degli altri. Harry e Tyrone sognano di farsi un nome (e dei soldi) smerciando droga, Marion sogna una vita idilliaca al fianco di Harry, lontana dai genitori e senza bisogno di dipendere da loro (la conditio sine qua non però è che il ragazzo faccia i soldi), Sara sogna infine che il figlio possa avere un buon lavoro e una famiglia felice, così da poter affrontare con orgoglio e speranza la terribile solitudine della vecchiaia (ma per far avverare il suo sogno Harry deve perseguire il proprio, lasciandola sempre più sola e in balia di una chimera d'accatto). Apparentemente, il mezzo per l'ottima riuscita di tutte queste speranze è la droga, che purtroppo è anche e soprattutto una terribile arma a doppio taglio capace di rendere il mondo idilliaco per un po' prima di pugnalare brutalmente alle spalle trascinando le persone nell'abiezione più impensabile ed infrangendo tutte le loro illusioni.


Il cattivissimo Aronofsky palleggia con abilità le due facce di questa fuga dalla realtà dei quattro protagonisti, alternando momenti di puro idillio amoroso/familiare, con sequenze baciate dal sole in cui Harry e Marion vivono appieno il loro amore quasi adolescenziale e Sara diventa la "diva" del quartiere, curata e riverita da tutte le sue anziane amiche, ad allucinanti momenti da incubo caratterizzati non solo da un fortissimo senso del grottesco (il frigorifero "assassino", le rozze fattezze di Big Tim, di cui viene inquadrato soprattutto il sorriso predatorio, i volgari capelli rossi di cui fa mostra Sara nelle sue allucinazioni, il delirante pubblico del concorso a premi sono solo alcuni esempi) ma anche da una terribile malinconia e da un senso di annullamento definitivo, che mostra i protagonisti sempre più disperati e preda delle loro insane ambizioni. A fare da ironico ed amaro corollario sono le rapide sequenze in cui i personaggi assumono droga, caratterizzate da suoni in grado di palesare l'automatismo delle azioni e la conseguente, incosciente facilità con la quale Harry e gli altri gettano nel cesso la propria esistenza, più o meno inconsapevolmente. La bravura degli attori si sposa alla perfezione con questa crudele bellezza formale ricercata dal regista; accanto ai bravissimi e giovanissimi Jared Leto, Jennifer Connelly (entrambi all'apice della bellezza) e Marlon Wayans spicca una Ellen Burstyn che all'epoca aveva giustamente ricevuto la nomination all'Oscar come miglior attrice protagonista, ahimé strappatole da Julia Roberts per Erin Brokovich; il personaggio della Burstyn, con la sua fragilità emotiva e il bisogno disperato di riempire il vuoto all'interno della famiglia attraverso programmi televisivi ripetuti fino allo sfinimento, buca lo schermo e raggiunge con violenza il cuore dello spettatore facendolo sanguinare, costringendolo a testimoniare impotente mentre gli occhi dell'attrice si fanno sempre più spaventati e folli. Intanto, mentre scrivo a me viene sempre più il magone quindi mi fermo qui e, dopo aver degnamente ringraziato Arwen per la richiesta, vi consiglio di sorvolare sulla natura sproloquiante di questo post e di recuperare uno dei film più belli di sempre!


Del regista e co-sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Ellen Burstyn (Sara Goldfarb), Jared Leto (Harry Goldfarb), Jennifer Connelly (Marion Silver), Ben Shenkman (Dr. Spencer) e Keith David (Big Tim) li trovate invece ai rispettivi link.

Marlon Wayans interpreta Tyrone C. Love. Americano, lo ricordo per film come Scary Movie - Senza paura, senza vergogna... senza cervello!, Scary Movie 2 e Ladykillers. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 44 anni.


Christopher McDonald interpreta Tappy Tibbons.  Americano, ha partecipato a film come Grease 2, Thelma & Louise, Due irresistibili brontoloni, Flubber - Un professore tra le nuvole, The Faculty, L'uomo che non c'era, Spy Kids 2 - L'isola dei sogni perduti, Broken Flowers, Superhero - Il più dotato fra i supereroi e a serie come Hunter, Supercar, Ai confini della realtà, Quell'uragano di papà, Medium, I Soprano, Numb3rs e Broadwalk Empire; come doppiatore, ha lavorato per la serie Kim Possible. Anche produttore e regista, ha 61 anni e sei film in uscita.


Neve Campbell era stata la prima scelta per il ruolo di Marion ma l'attrice ha declinato dopo avere saputo che avrebbe dovuto girare scene di nudo. Detto questo, se Requiem for a Dream vi fosse piaciuto recuperate Perfect Blue di Satoshi Kon (anime citato nella scena in cui Marion urla all'interno della vasca) e ovviamente Arancia Meccanica e Trainspotting. ENJOY!



venerdì 17 aprile 2015

Bollalmanacco On Demand: Pi greco - Il teorema del delirio (1998)

Torna il Bollalmanacco On Demand con la sfida della fan facebookiana Silvia, ovvero guardare Pi greco - Il teorema del delirio (Pi), diretto e co-sceneggiato nel 1998 dal regista Darren Aronofsky, senza farmi esplodere la testa. Se sarò ancora viva, il prossimo film On Demand sarà Incubo sulla città contaminata. ENJOY!


Trama: Max è un matematico afflitto da costanti mal di testa che lo portano ad avere allucinazioni e perdite di coscienza. Quando, durante le sue ricerche, si imbatte in una sequenza di 216 numeri si convince di avere trovato il numero di Dio, in grado di racchiudere in sé l'intera essenza del creato...


Mi pare doveroso iniziare il post su Pi greco - Il teorema del delirio con la solita, tediosa premessa autobiografica. Di matematica, geometria, trigonometria e quant'altro non capisco nulla. Di più, non ricordo nemmeno quello che ho studiato alle medie e alle superiori, tabula rasa. Io sono quella, assieme a mia madre, che appena viene costretta a fare un calcolo che supera le dieci unità gestibili dalle dita delle mani sente letteralmente gli ingranaggi del cervello bloccarsi con un sonoro "clac!". Il pi greco, la sezione aurea, tutte quelle belle teorie matematiche enunciate dal protagonista del film sono per me lontani ed inutili ricordi sfumati in un lontanissimo passato, pertanto ho scelto consapevolmente (e, sinceramente, poco m'importa di venire criticata per questo) di guardare Pi greco - Il teorema del delirio affidandomi solo alle immagini, cercando di cogliere il senso generale della vicenda di Max senza sforzarmi di capire dialoghi e monologhi, come avrete capito leggendo la trama sicuramente scritta in modo sbagliato. Questa apparentemente inutile premessa vuole farvi capire la potenza della pellicola di Aronofsky, che è riuscita a coinvolgere e riempire d'angoscia persino un'ignorante come me, trascinandomi di peso nelle fobie di Max, nella sua alienante ricerca della conoscenza, nei meandri di quella ossessione che lo porta ad essere sempre più paranoico, isolato dal mondo, fisicamente e mentalmente malato, terribilmente infelice. Narratore inattendibile ed allucinato, perso nell'egoistica contemplazione di questi freddi numeri che dovrebbero governare il mondo e simbioticamente legato ad un computer battezzato Euclide, Max racconta in prima persona il suo distacco sia dalla società (rappresentata dalla misteriosa società azionaria alla disperata ricerca del numero misterioso) che dalla religione (gli inquietanti e visionari ebrei capitanati dal logorroico Lenny e dal rabbino Cohen), mentre attorno a lui le persone continuano a vivere, fare sesso oppure "affrontare" la matematica in maniera innocente, come fosse un gioco.


Rinunciando a capire a fondo Pi greco - Il teorema del delirio, sono riuscita ad immergermi completamente in quello scioccante bianco e nero utilizzato da Aronofsky, arrivando alla conclusione che nessun effetto speciale, nessuna fotografia a colori potrà mai terrorizzarmi ed inquietarmi quanto delle sequenze fatte solo di luce abbacinante ed ombra impenetrabile. Come già era successo guardando Tetsuo, non importa quanto una pellicola sia incomprensibile perché il bianco e nero evidentemente è in grado di penetrare a fondo nella mia mente e causarmi un disagio incredibile; le nerissime formiche che invadono il sancta sanctorum di Max, il tremolio delle sue mani accompagnato da un terribile fischio perfora timpani, l'intrico di cavi e microchip che sembrano quasi volergli penetrare nella carne, tutte le sequenze che prevedono il primo piano di un cervello martoriato sono segmenti che sono riusciti a turbarmi più di qualsiasi horror. Sean Gullette, poi, si annulla completamente all'interno del personaggio di Max; gli insistenti primi piani dei suoi occhi allucinati, le riprese sghembe che lo vedono contorcersi per il dolore e i cambiamenti fisici a cui viene sottoposto mano a mano che il film prosegue sono tutti elementi in grado di portare lo spettatore ad empatizzare con un protagonista che, perdonate il bisticcio di parole, è quasi disumano nella sua umanissima ricerca della conoscenza. Pur non condividendo né comprendendo le ragioni che spingono Max a diventare più cervello elettronico che uomo (d'altronde, quando il numero compare per la seconda volta il protagonista va in tilt com'è successo a Euclide) sono riuscita ad interessarmi alla sua vicenda e a rimanere affascinata davanti alle scelte stilistiche di Aronofsky e sono giorni che mi rigiro nella mente le immagini, i suoni e le parole di cui è composto Pi greco - Il teorema del delirio. Che è davvero delirante ma anche tanto bello e gratificante da vedere, semplicemente per il modo in cui riesce ad affermare la natura artistica del Cinema e a rapire lo spettatore pur lasciandolo consapevole della sua inadeguata ignoranza. Armatevi di coraggio e guardatelo, ve ne innamorerete!


Del regista e co-sceneggiatore Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Di Ben Shenkman (Lenny Meyer) e Mark Margolis (Sol Robeson) ho parlato invece ai rispettivi link.

Sean Gullette interpreta Maximillian Cohen. Americano, ha partecipato a film come Happy Accidents e Requiem for a Dream. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 47 anni.


Se Pi greco - Il teorema del delirio vi fosse piaciuto non saprei cosa consigliarvi di guardare per quel che riguarda altre pellicole attinenti al tema, ma rimanendo nell'ambito film "strani" recuperate senza indugio Il cigno nero, Mulholland Drive, Cube - Il cubo, Essere John Malkovich, Moon e Dark City. ENJOY!


martedì 8 marzo 2011

Il cigno nero (2011)

La settimana scorsa ho finalmente finito di vedere tutti i film che avevo intenzione di gustarmi in questo ricco periodo. Una conclusione magnifica, perché Il cigno nero (Black Swan) di Darren Aronofsky è un’esperienza indimenticabile.

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La trama: Nina ha un’ambizione, divenire prima ballerina. L’occasione le si presenta quando il direttore della sua compagnia decide di mettere in scena Il lago dei cigni e la sceglie per il ruolo del cigno bianco… a patto che Nina impari anche ad interpretare la gemella malvagia, il cigno nero, annullando sé stessa ed il suo carattere timido e remissivo.

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Il mio commento a caldo all’uscita del cinema è stato: “che trip”. Effettivamente, Il cigno nero è un viaggio allucinante all’interno di una mente che si spezza, costellato di allucinazioni strettamente intrecciate alla realtà. Aronofsky prende per mano lo spettatore e attraverso l’interpretazione di una meravigliosa Natalie Portman lo introduce nel mondo della danza, così perfetto e delicato in apparenza quanto corrotto e fragile all’interno. Un ambiente che distrugge le persone dal carattere debole e le lega al desiderio di primeggiare a tutti i costi. Ed è quello che succede a Nina, una ragazza “bambina”, una ballerina accudita amorevolmente da una madre “padrona” che cerca di rivivere attraverso la figlia il successo che lei non potrà più avere. Nina è schiva, remissiva, insicura, timorosa di esprimere sé stessa ed ossessivamente alla ricerca della perfezione formale. E’ un cigno bianco perfetto, insomma, quasi imprigionata nella sua bellezza e nella sua purezza, come se fosse una seconda, impenetrabile pelle. Il problema è che allo spregiudicato direttore Thomas questa perfezione formale, priva di passione, non basta, perché quello che gli serve è avere un’Odette in grado di trasformarsi in Odile, un Cigno Bianco ed un Cigno Nero uniti in un unico corpo. E quando nella compagnia arriva Lily, bellissima, sensuale, piena di vita, pericolosa in un certo senso, un perfetto Cigno Nero, la fragile psiche di Nina si spezza sotto la pressione ed il senso di inferiorità e comincia un dramma che non potrà avere un epilogo felice.

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La bellezza de Il cigno nero sta nel modo in cui verità ed allucinazione si uniscono e nel modo in cui la realtà dei protagonisti diventa, a poco a poco, indistinguibile dalla storia de Il lago dei cigni. Aronofsky costruisce la pazzia di Nina in modo quasi certosino, a partire dalle prime scene del film, dove la ragazza intravede nella metro quello che sembrerebbe un suo oscuro doppio speculare (a proposito di specchi, quasi in ogni scena c’è una superficie riflettente tranne nel finale, per un motivo che sarà ben chiaro se avrete modo di vedere il film). Proseguendo nella visione de Il cigno nero sia Nina che lo spettatore arrivano a chiedersi se quel doppio non sia in realtà l’amica – nemica Lily, che in effetti incarna tutto ciò che la protagonista reprime e che Thomas cerca di tirare fuori. Il direttore della compagnia è uno schifoso e laido profittatore, che usa le ballerine finché gli sono utili e poi le abbandona al loro destino; il personaggio di Beth, interpretato da Winona Ryder, è patetico e tristemente crudele, perché rappresenta il futuro di gloria effimera e totale disfatta che attenderà anche Nina, in quanto “principessina” dell’uomo. Nonostante tutto, la ragazza si innamora del suo crudele maestro, ed è qui che cominciano chiaramente il parallelo con Il lago dei cigni (Odette si innamora del principe, e non è un caso che Thomas di cognome faccia LeRoy…) e l’annullamento di Nina.

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Aronofsky non lascia nulla al caso: dalla cameretta colma di pupazzi nella quale si rifugia la protagonista, agli inquietanti quadri dipinti dalla madre, dal tatuaggio a forma di ali sulla schiena di Lily al vizio che ha Nina di graffiarsi la pelle della schiena, come se sotto ci fossero delle ali che aspettano di spuntare e che premono per uscire, per liberarsi da quell’involucro umano, ogni dettaglio è un tassello per comprendere la psicologia della protagonista ed è un preludio al sanguinoso, splendido ed inquietante finale. Come raramente accade, le immagini violente, quelle legate al sesso ed i pochi effetti speciali sono assolutamente funzionali ed indispensabili al proseguire della trama. E a proposito di immagini, le coreografie sono eccezionali ed emozionanti come i costumi, scandite dalle note ben conosciute ed ottimamente eseguite de Il lago dei cigni di Tchaikovsky; lo spettacolo finale riesce a fare quello che il 3D, per quanto verrà perfezionato, non riuscirà mai a fare, ovvero annulla completamente la barriera che separa lo spettatore dal film, e dona l’illusione di trovarsi davvero a teatro ad ammirare la splendida Nina che balla. E a tal proposito: l’Oscar che ha portato a casa la Portman per questo film è meritatissimo, visto che è riuscita ad infondere anima e vita ad uno dei personaggi più complessi che abbia mai visto al cinema in questi ultimi anni.

Darren Aronofsky è il regista della pellicola. Prima de Il cigno nero non avevo mai visto un suo film, ma Requiem for a Dream e The Wrestler sono molto famosi e penso che prima o poi rimedierò guardandoli. Il regista americano, anche produttore, sceneggiatore e, talvolta, attore, ha 42 anni e due film in progetto tra cui l’adattamento del Wolverine di Frank Miller. Se tanto mi da tanto ne verrà fuori una cosa splendida!

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Natalie Portman interpreta Nina. Attrice israeliana che ha esordito giovanissima in un ruolo difficile come quello di Mathilda nel Léon di Luc Besson, la ricordo per altri film come Heat – La sfida, Mars Attacks!, Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma, Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni, Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith, V per Vendetta e Un treno per il Darjeeling, oltre che per aver doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttrice, regista e sceneggiatrice, ha 30 anni e due film in uscita.

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Mila Kunis interpreta Lily. Data la sua straordinaria bellezza non lo si direbbe mai, ma l’attrice ucraina presta la voce ad un personaggio che di bello non ha proprio nulla e la sua famiglia passa il tempo a ribadirglielo in continuazione. Non avete ancora capito di chi si tratta? Sto parlando della povera Meg, la bistrattata figlia de I Griffin. Niente di più diverso dalla bella Mila, che ha partecipato anche a film come l’inquietante (e introvabile ormai ahimé…) Milo ed American Psycho II, a serie come Baywatch, il geniale … E vissero infelici per sempre, Walker Texas Ranger e That’s 70’s Show e al doppiaggio di alcuni episodi di Robot Chicken. Ha 28 anni e tre film in progetto tra cui Oz: The Great and Powerful di Sam Raimi, che se mai uscirà andrò a vedere di corsissima.  

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Vincent Cassel interpreta Thomas Leroy. Marito della Monica Bellucci nazionale e attore decisamente eclettico (oltre che molto affascinante..) lo ricordo per film come L’odio, Dobermann, Elizabeth, Giovanna D’Arco, I fiumi di porpora, l’orrendo Blueberry e l’altrettanto orrendo Derailed – Attrazione letale; inoltre ha prestato la voce al Robin Hood del primo Shrek. Francese, anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 45 anni e tre film in uscita, tra cui l’ultimo film di David Cronenberg e l’ennesima versione di Fantomas.

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Barbara Hershey interpreta la madre di Nina, Erica. A dimostrazione di quanto sono poco fisionomista, ho cercato di capire dove l’avessi vista per tutto il film, poi ho ricordato che l’attrice americana è stata una splendida Maria Maddalena ne L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese. Tra gli altri suoi film, ricordo America 1929: sterminateli senza pietà, Un giorno di ordinaria follia e Ritratto di signora; ha anche partecipato ad episodi di Kung Fu ed Alfred Hitchcock presenta. Ha 62 anni e un film in uscita.

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Winona Ryder interpreta Beth. Non posso nemmeno spiegare quanto adoro questa attrice e quanto mi dispiace sapere che la sua carriera si è rallentata parecchio, visto che associo il suo viso alla maggior parte dei miei film preferiti, come Beetlejuice – Spiritello porcello, Edward mani di forbice, Dracula di Bram Stocker, Sirene, L’età dell’innocenza, La casa degli spiriti e Piccole donne. Speriamo che Il cigno nero coincida con la sua rinascita. Tra le altre pellicole a cui ha partecipato segnalo Giovani, carini e disoccupati, Alien: la clonazione, Lost Souls – La profezia, Simone, A Scanner Darkly; ha inoltre doppiato un episodio de I Simpson e partecipato a un episodio di Friends. Anche produttrice, ha 40 anni e due film in uscita, tra cui il Frankenweenie diretto da Tim Burton.

winona-ryder-black-swanE ora, lascio che siano le immagini a parlare, lasciandovi al trailer originale del film. ENJOY!!!

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