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mercoledì 21 febbraio 2024

I tre moschettieri - Milady (2023)

Una pausa dalla Road to the Oscars ci vuole e un film come I tre moschettieri - Milady (Les Trois Mousquetaires: Milady), diretto nel 2023 dal regista Martin Bourboulon, è l'ideale!


Trama: dopo l'agguato subito davanti a casa, D'Artagnan si mette alla ricerca di Constance, in mano a rapitori sconosciuti. L'incontro con una rediviva Milady e l'esacerbarsi delle tensioni tra cattolici e protestanti complicano ancora di più le cose, per tutti i Moschettieri...


L'anno scorso ero rimasta con un palmo di naso davanti alla conclusione de I tre moschettieri - D'Artagnan, disperata all'idea di dover aspettare mesi per poter vedere la fine della saga. Quest'anno sono rimasta ancora più di tolla, perché (confermando la natura "maledetta" del popolo francese in generale) non solo I tre moschettieri - Milady ha un finale apertissimo, ma non c'è nessuna notizia di un terzo capitolo, anzi, pare che i realizzatori vogliano dedicarsi a riadattare Il conte di Montecristo. Ciò mi fa abbastanza girare le scatole, perché, se D'Artagnan era stata una bella sorpresa, con tutti gli ovvi limiti del caso, Milady sa molto di lavoro frettoloso, realizzato per dare un minimo di chiusa a una saga pur lasciando tantissimi spunti in sospeso e, soprattutto, con poca attenzione alla psicologia dei personaggi. In particolare, la Milady del titolo viene gestita in maniera pessima, a parer mio. Intrigante spia con un debole per il guascone D'Artagnan nelle prime sequenze del film, elegantissima amica-nemica dal fascino pericoloso, col proseguire della storia la donna assume sfumature sempre più cupe, legate principalmente al triste passato condiviso con Athos (non spiegato proprio benissimo né nel primo film né in questo, tanto che a un certo punto non si capisce più bene perché Milady detesti il moschettiere visto che lui pare devastato dal dolore e dall'aMMore, salvo poi dimenticarsene nell'ultimo atto); verso il finale, la sceneggiatura parrebbe tratteggiarla come un'antieroina femminista, in giusta lotta contro un mondo di uomini che l'hanno privata della libertà e della dignità senza mai neppure provare a capirla, ma il grado di menefreghismo col quale affronta l'unico, vero colpo di scena del film sconfessa interamente quest'interpretazione, relegandola al ruolo di pazza furiosa il cui unico scopo è vedere morto D'Artagnan. Va bene tutto, ma la pagina di Wikipedia dedicata al personaggio letterario è più comprensibile e meno superficiale, giuro. L'altra mossa poco accorta, per non dire cretina, è stata introdurre il personaggio del moschettiere di colore, Hannibal, in guisa di potentissimo deus ex machina con la personalità di un Gary Stu qualsiasi, solo perché su di lui verrà basata, a quanto pare, un'intera serie. Forse, solo forse, era meglio dare più spazio a Porthos e Aramis o a Richelieu visto che i primi due vengono usati come comic relief e il secondo, pur avendo più screentime rispetto al capitolo precedente, continua ad avere il carisma di un tizio lasciato a frollare su una croce e dimenticato lì (altro momento abbastanza cringe del film. Vedere per credere)?


Se non altro, e per fortuna, i moschettieri mantengono inalterate le personalità del primo film e sono sempre un bel vedere, soprattutto Athos ed Aramis, cosa che riconferma la natura prettamente "per pubblico femminile" di un film dove i begli attori si sprecano, senza nulla togliere ad una Eva Green talmente sensuale e strizzata all'interno di bustini pornografici che la mia eterosessualità ha rischiato di vacillare più volte (peccato per le parrucchette inguardabili e quei travestimenti imbarazzanti. No.). Però, signori miei, saremo anche donne ma ESIGIAMO scontri all'arma bianca fatti come si deve, per la miseria! Bourboulon, invece, stavolta ha deciso di realizzare in fretta e furia anche quelli, forse perché i due film sono stati girati uno dopo l'altro e il regista era stanco, tanto che durante i duelli e le battaglie non si capisce una mazza; la macchina da presa sembra sempre un po' in ritardo rispetto ai movimenti degli attori, incapace di seguirli, e il montaggio aiuta ben poco. Un po' meglio le riprese in campo lungo, con un paio di paesaggi ed ambienti mozzafiato, peccato per la fotografia di Nicolas Bolduc, brutta, fosca e grigiastra come quella del film precedente. Se dovessero girare un terzo capitolo spero vivamente che costui non sia della partita, perché a un certo punto mi bruciavano gli occhi. E nonostante quello che ho scritto, incrocio le dita perché un terzo capitolo ci sia (ovviamente con lo stesso cast altrimenti viene meno l'interesse principale, ehm, ehm...) e affinché una pausa sia ciò che serve a sceneggiatori e realizzatori per aggiustare un po' il tiro ed essere meno frettolosi a livello di sceneggiatura. La saga ha parecchie potenzialità, basterebbe avere la capacità di sfruttarle al meglio! 


Del regista Martin Bourboulon ho già parlato QUI. François Civil (D'Artagnan), Vincent Cassel (Athos), Eva Green (Milady), Louis Garrel (Luigi XIII) e Vicky Krieps (Anna d'Austria) li trovate invece ai rispettivi link.


Ralph Amoussou,
che interpreta Hannibal, aveva partecipato alla serie Marianne e al nostrano Diaz mentre Camille Rutherford, ovvero Mathilde, è la studentessa che intervista la protagonista in Anatomia di una caduta. Se I tre moschettieri - Milady vi fosse piaciuto recuperate il precedente I tre moschettieri - D'Artagnan e aggiungete I duellanti, I tre moschettieri di Stephen Herek, La maschera di ferro e I tre moschettieri di Paul W. S. Anderson. ENJOY!

martedì 18 aprile 2023

I tre moschettieri - D'Artagnan (2023)

Ormai ho quasi 42 anni, sono una vecchia signora sensibile al fascino maschile, come potevo non correre a vedere I tre moschettieri - D'Artagnan (Les trois mousquetaires: D'Artagnan), diretto dal regista Martin Bourboulon?


Trama: in una Francia dilaniata dai conflitti religiosi, il giovane guascone D'Artagnan si reca a Parigi per entrare nel corpo dei Moschettieri e, dopo aver fatto amicizia con Athos, Porthos e Aramis, rimane coinvolto negli intrighi di Milady e Richelieu ai danni della Regina...


Penso di averlo già scritto altrove ma ADORO I tre moschettieri in ogni sua forma, forse a causa di un distorto amore verso i feuilettons francesi inculcatomi da Ryoko Ikeda e dal suo meraviglioso Versailles no bara. Qualsiasi versione della storia scritta da Alexandre Dumas è per me come un tonificante sorso di acqua fresca, che si tratti della pagliacciata all star targata Disney, dell'anime che guardavamo da bambini, della tamarrata realizzata da Anderson, della Maschera di Ferro di DiCapriana memoria (insomma, pick your poison), e la guarderò sempre con un'indulgenza e una gioia bambinesca che non riserverei a nessun'altra opera. Ammetto, però, di essere partita prevenuta con il film di Bourboulon, nonostante un trailer che mi schiaffava lì Cassel nei panni di un invecchiato (bene) e affascinante Athos, e di essermi recata al cinema pronta a venire colpita in fronte da una sòla, salvo poi ricredermi durante la visione: I tre moschettieri - D'Artagnan è veramente un bel film, se piace il genere, ovviamente. Rispetto ai suoi predecessori, I tre moschettieri è maggiormente contestualizzato a livello storico e fa dello scontro tra cattolici e protestanti che funestava la Francia verso la metà del secolo XVII uno degli elementi principali della trama, punto di partenza di buona parte degli intrighi che vedono coinvolti, loro malgrado, i tre moschettieri e D'Artagnan. La sceneggiatura mantiene inalterate le personalità dei protagonisti principali (e conferisce ad Aramis un interessantissimo gusto per l'iconoclastia!) e gli episodi più conosciuti dell'opera letteraria, come il triplo duello e il recupero della collana data in pegno a Buckingham, ma aggiunge anche un paio di eventi inventati di sana pianta che collegano Athos ai protestanti e trasformano parte del film in un "giallo" anche abbastanza sanguinoso e macabro; Rochefort quasi scompare e, mentre Richelieu rimane un po' sullo sfondo come eminenza grigia poco utilizzata, il Re Luigi XIII acquista maggiore personalità, cosa che lo eleva dal rango di semplice cartonato in guisa di sovrano annoiato, pur confermandosi sostanzialmente inetto, vittima dei raggiri di Richelieu e delle corna impostegli dalla Regina.     


Il cast, secondo me, è azzeccatissimo ed affiatato. Tolto che I tre moschettieri è un film che bisognerebbe andare a vedere in gruppi di donne nonostante la presenza della divina Eva Green, perché c'è un parterre di figonzi che raramente si riscontra nei film d'oltralpe (Cassel, va bene, ma D'Artagnan non fa per nulla schifo e non parliamo poi di Aramis, Buckingham e persino Porthos, che in questa versione apprezza molto il cibo e le donne, come da copione, ma non disdegna neppure i bei fanciulli, attenzione!), ogni singolo attore mi è sembrato molto in parte e convinto del proprio ruolo, perfettamente in equilibrio, come del resto l'intera pellicola, tra momenti di serietà e altri di lieve o macabra ironia. La regia di Martin Bourboulon fa il suo senza particolari guizzi e le scene di azione e combattimento risultano fluide e chiare anche grazie al montaggio, mentre svettano invece il comparto costumi e scenografie; la divisa dei moschettieri è un giusto mix di elementi tradizionali e particolari più "selvaggi", che sottolineano la natura scapestrata e borderline dell'intero corpo, in contrasto con i soldati di Richelieu, ma gli abiti che vengono mostrati durante la festa al palazzo di Buckingham sono una gioia per gli occhi e quelli indossati da Eva Green li vorrei nel mio armadio, senza se e senza ma. L'unica nota veramente negativa de I tre moschettieri, oltre al fatto che dovrò aspettare fino a dicembre per vedere il seguito, I tre moschettieri - Milady, è l'orribile fotografia, scurissima nelle scene notturne, al punto che risulta difficile vedere qualcosa, e nebbiosa, quasi sfocata, nelle scene diurne. Purtroppo, il direttore della fotografia Nicolas Bolduc figura come coinvolto anche nel prossimo film, ma pazienza, non è un difetto così grande da inficiare l'intera operazione. Se non riuscite ad andare a vedere I tre moschettieri - D'Artagnan al cinema, quindi, non disperate perché avete tutto il tempo di recuperarlo prima che arrivi dicembre ma fatelo, datemi retta, non ve ne pentirete!


Di Vincent Cassel (Athos), Eva Green (Milady), Louis Garrel (Luigi XIII) e Vicky Krieps (Anna d'Austria) ho già parlato ai rispettivi link.

Martin Bourboulon è il regista della pellicola. Francese, ha diretto film come O mamma o papà ed Eiffel. Anche sceneggiatore e attore, ha 43 anni e un film in uscita, I tre moschettieri - Milady.


François Civil
interpreta D'Artagnan. Francese, ha partecipato a film come Frank e Necropolis - La città dei morti. Ha 33 anni e tre film in uscita tra cui, ovviamente, I tre moschettieri - Milady.


L'amatissimo Oliver Jackson-Cohen era stato scelto per interpretare Buckingham ma ha dovuto rinunciare per impegni pregressi. Il padre del regista era uno dei produttori del film Eloise, la figlia di d'Artagnan, e una visita al set di un Martin Bourboulon quattordicenne è stato uno dei motivi che lo ha spinto ha realizzare questo film. Nell'attesa che esca I tre moschettieri - Milady, se I tre moschettieri - D'Artagnan vi fosse piaciuto recuperate I duellanti (a noleggio su Prime Video), I tre moschettieri di Stephen Herek (su Disney +), La maschera di ferro e I tre moschettieri di Paul W. S. Anderson (gratis su Rai Play). ENJOY!


venerdì 7 febbraio 2020

Underwater (2020)

Per fuggire alla prima serata di Sanremo sono corsa al cinema a vedere Underwater, diretto dal regista William Eubank.


Trama: un gruppo di ricercatori rimane bloccato in una stazione sottomarina sul fondo della Fossa delle Marianne e i vari membri dovranno cercare di sopravvivere in un oceano improvvisamente zeppo di misteriosi pericoli.


Non sono fatta per certi film. Solo due cose, viste al cinema, mi fanno realmente morire d'ansia (lasciamo perdere le bambole assassine): gente in procinto di precipitare da altezze vertiginose, assieme a Spider-Man che zompetta tra i grattacieli, e gente bloccata sott'acqua. Il film può essere anche una zozzeria inguardabile a livello Alien degli abissi ma se mi tocca vedere per più di cinque minuti dei subacquei impossibilitati a risalire in superficie mi si ferma il cuore. Questo per dire che Underwater, benché non sia la stella più fulgida all'interno del panorama horror/sci-fi subbaqui, mi ha innervosita così tanto che, complici anche gli antibiotici che mi avvelenano l'organismo, ho passato l'ultima mezz'ora preda di attacchi di nausea e desiderio compulsivo di respirare aria fresca. Quindi il post potrebbe non essere molto obiettivo per quanto riguarda una pellicola "catastrofica" che sarebbe stata perfetta anche negli anni '80 o '90, popolata da personaggi tagliati con l'accetta e ben riconoscibili (final girl, macchietta di colore, capitano duro & puro, uomo mezzo matto ma di buon cuore, tipa dolcissima ed ingenua, tizio che permane morto per metà film), gettati in mezzo a tutto ciò che di orribile potrebbe comparire negli oceani a causa del dissennato sfruttamento delle risorse naturali, con una comparsata finale di Lui in persona. Il problema, guardando Underwater, è che non c'è il tempo materiale di riflettere sui suoi difetti o sul suo essere un Alien/Leviathan meets Armageddon, perché William Eubank e i suoi sceneggiatori ci catapultano già dopo 3 minuti scarsi nel vivo dell'azione, laddove per "azione" intendo esplosioni ininterrotte e fughe dalla morte imminente come se piovessero, e hai voglia a chiedere un attimo di tregua per mancanza d'ossigeno.


Ad aggravare la sensazione di claustrofobia ci pensano delle riprese subacquee fatte di ombre, sporadiche lucette al neon, filtri torbidi e jump scare tentacolati ed esplosivi; a un certo punto Cassel (sprecato, mi duole dirlo, unico reale neo del film) minaccia di passare all'infrarosso e lì ho pensato davvero di alzarmi e uscire, perché è un'altra cosa che mi terrorizza. Per fortuna la parentesi all'infrarosso dura poco, il resto sono visioni di mostri tentacoluti e più o meno schifidi e sequenze concitatissime di fuga dalla morte&distruzione, con qualche incursione in uno splatter scoppiereccio che talvolta stona con le atmosfere "raffinate" evocate da colei che è passata dall'essere inespressiva ragazzetta protagonista di commercialate scrause ad essere fascinosa musa di autori indipendenti. Sì, lasciatemi spendere due parole su Kristen Stewart, ché solo gli scemi non cambiano mai idea. Con la testa rasata e la tinta bionda, l'ex Bella Swan si getta con "gioia" (si fa per dire, la ragazza la gioia la lascia sempre altrove) in un ruolo che sarebbe stato perfetto per una Milla Jovovich più giovane, sfoggiando, maledetta lei, un fisico invidiabile quando è costretta a recitare senza le pesantissime tute da immersione e ad omaggiare Ripley in mutande e top (lo stesso vale per Jessica Henswick e prima che inveiate contro Eubank per l'eventuale sessismo, dico solo che costui è un signore e gente come David Ayer o Mark Tonderai dovrebbero solo imparare a realizzare inquadrature che non si concentrino solo su tette e culi) ma anche l'intensa espressività di chi è tormentato dalla paura e da orribili traumi passati. Per dire, la sequenza finale è di una bellezza incredibile e non solo grazie al regista e ai mostroni ma anche e soprattutto grazie alla Stewart. Quindi, onestamente devo ancora capire se ho visto un b-movie pompato dalle mie paure oppure quello che potrebbe definirsi un sci-fi/horror subacqueo con tutti i crismi ma poco importa: sono uscita dal cinema molto soddisfatta e questo è quello che conta!


Di Kristen Stewart (Norah), Vincent Cassel (Capitano), T.J. Miller (Paul) e John Gallager Jr (Smith) ho parlato ai rispettivi link.

William Eubank è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come The Signal. Anche sceneggiatore e produttore, ha 38 anni.


Jessica Henwick, che interpreta Emily, è stata la Colleen Wing delle serie Iron Fist e The Defenders. Il film è stato girato nel 2017 ma l'acquisizione della Fox da parte di Disney ne ha ritardato l'uscita di tre anni. Detto questo, se Underwater vi fosse piaciuto recuperate The Abyss, Leviathan, Crawl e 47 metri. ENJOY!

venerdì 15 aprile 2016

La promessa dell'assassino (2007)

Ogni tanto mi chiedo come oso avere un blog di cinema. La domanda è sorta spontanea qualche settimana fa, quando ho visto per la prima volta, santoddiolaprimavolta, La promessa dell'assassino (Eastern Promises), diretto nel 2007 dal regista David Cronenberg.


Trama: una quattordicenne muore di parto proprio durante il turno dell'ostetrica Anna, che si ritrova così tra le mani il diario della ragazza, scritto in russo. Visto il rifiuto dello zio di tradurlo, Anna si rivolge a Semyon, gestore di un ristorante ma soprattutto, all'insaputa della donna, boss della mafia russa, nonché direttamente coinvolto nella morte della quattordicenne...


Come ho potuto aspettare così tanto prima di vedere un film meraviglioso come La promessa dell'assassino? Eh, lo ammetto, col tempo ho perso fiducia in Cronenberg. Dopo A Dangerous Method e le infelici scelte che lo hanno portato a ingaggiare gentaglia infima come Robert Pattinson ho deciso di trincerarmi nei suoi più sicuri body horror e chissà perché, nonostante La promessa dell'assassino fosse stato girato prima di quella che per me è diventata la fase calante del regista, il film era comunque caduto nel dimenticatoio. Ora per fare ammenda ho comprato persino il DVD ma anche visto in TV, probabilmente tagliato e soprattutto con un doppiaggio italiano un po' infelice, La promessa dell'assassino è una pellicola di una potenza inaudita, nonostante i suoi aspetti più violenti vengano in gran parte suggeriti. Se andiamo a vedere, infatti, il film riesce ad immergerci nell'ambiente della mafia russa spargendo solo poche gocce di sangue e puntando maggiormente sull'aspetto quasi "religioso" legato al culto dei tatuaggi che raccontano, letteralmente, la storia di chi li porta addosso, sulle cerimonie che regolano i rapporti tra i vari membri della malavita, su una comunità chiusa e separata dal resto della città (in questo caso Londra), all'interno della quale chi dimentica le radici, la lingua e la cultura della terra natia è destinato a fare una brutta fine. In parte, questo è il caso di Anna, ostetrica che del retaggio passato ha tenuto soltanto una moto d'epoca appartenuta al padre e che si ritrova suo malgrado ad affrontare delle persone pericolose che non è in grado di capire e dalle quali, conseguentemente, non può difendersi. Nonostante i validi consigli dello zio autoproclamatosi ex membro del KGB, Anna diventa vittima degli inganni di Semyon il quale, a sua volta, come "capofamiglia" deve gestire un figlio che ha dimenticato le importanti regole della mafia e un autista dall'atteggiamento ambiguo e conciliante, l'ennesimo outsider all'interno di una Londra che pare brulicare in ogni angolo di immigrati russi.


La bellezza del film, per una volta, non è da ricercarsi nell'ardita regia di Cronenberg, che pur riesce a regalare sequenze mozzafiato come quella dell'imboscata all'interno della sauna o come quella, inquietantissima, dell'ingresso di Nikolai nella "famiglia" (per non parlare di quel pre-finale tesissimo dove la telecamera indugia sui volti di Anna e Nikolai), bensì nell'incredibile bravura degli attori. Ora, io sono di parte e quando vedo Cassel non capisco più niente ma capirete anche voi che appena il franzoso è comparso in scena accompagnato da un Viggo Mortensen di una bellezza quasi ultraterrena il mio cuoricino ha perso più di un paio di colpi. Vincent Cassel, non ve lo sto neanche a dire, "interpreta Cassel", ovvero il solito personaggio dalla sessualità ambigua, ubriaco e leppegoso a livelli quasi molesti, con un'atavica fame di pilu e violenza, ma la combinazione che lo vede affiancato a Viggo Mortensen, glaciale, misurato, una bestia tenuta a malapena a freno da una maschera di compostezza la cui reale natura sale in superficie attraverso il nero dei tatuaggi di cui è ricoperto, è qualcosa di spettacolare, tant'è vero che il buon Viggo quell'anno si è beccato la nomination all'Oscar (gliel'ha strappato Daniel Day-Lewis e non posso nemmeno bestemmiare perché non ho ancora visto Il petroliere. Datemi fuoco, vi prego.). Davanti a questi due mostri, "è praticamente ovvio" che Naomi Watts e Armin Mueller-Stahl, poverini, diventino delle comparse che la coppia di gran figoni guarda dall'alto al basso ma anche loro sono indispensabili per il film e regalano agli spettatori due personaggi di enorme profondità; in particolare, Anna riesce ad essere contemporaneamente un personaggio fragile ed indifeso ma anche molto forte nella tempra russa che mostra a tratti di possedere mentre Semyon è un boss ingannevole come pochi, un'"acqua cheta" che nasconde abissi di depravazione inauditi. Mi rendo conto di essere inadeguata a parlare di un film così bello ma se, come me, non lo avete ancora guardato, fondate assieme alla sottoscritta un "cineforum della vergogna" e recuperatelo immantinente!!


Del regista David Cronenberg ho già parlato QUI. Naomi Watts (Anna), Viggo Mortensen (Nikolai) e Vincent Cassel (Kirill) li trovate invece ai rispettivi link.

Armin Mueller-Stahl interpreta Semyon. Nato in territori che oggi appartengono alla Russia ma nel 1930 erano ancora tedeschi, ha partecipato a film come Momo, La casa degli spiriti, The Game - Nessuna regola, The Peacemaker, X-Files - Il film, Angeli e demoni e a serie come L'ispettore Derrick. Anche regista e sceneggiatore, ha 86 anni.


Sinéad Cusack, che interpreta la madre di Anna, è la moglie dell'attore Jeremy Irons. Detto questo, se La promessa dell'assassino vi fosse piaciuto recuperate A History of Violence, Era mio padre e The Departed. ENJOY!

venerdì 22 maggio 2015

Il racconto dei racconti (2015)

Approfittando dell'insperata fortuna di trovarmi davanti una settimana ricca per quel che riguarda la programmazione cinematografica savonese, martedì sono andata a vedere Il racconto dei racconti, diretto e co-sceneggiato dal regista Matteo Garrone partendo da tre novelle contenute nell'opera omonima di Giambattista Basile.


Trama: in tre diversi regni vicini, una regina desidera ardentemente rimanere incinta, una principessa viene data in sposa ad un orco e un re si innamora perdutamente di una vecchia, ingannato dalla sua splendida voce..


In questi giorni il Cinema mi sta davvero regalando delle gioie. Prima c'è stato il trionfo di Mad Max: Fury Road, ora lo splendore visivo di questo Il racconto dei racconti, un film talmente bello da non sembrare nemmeno italiano. E invece, per fortuna, a parte gli attori principali (e la splendida fotografia di Peter Suschitzky) con l'ultima pellicola di Garrone si gioca interamente in casa e finalmente possiamo vantarci di quella Bella Italia che dovrebbe essere il nostro fiore all'occhiello nonché il nostro schiaffo morale agli occhi del mondo intero: i personaggi da fiaba de Il racconto dei racconti vivono, soffrono e soprattutto sbagliano nelle magnifiche stanze del Castello di Sammezzano, nel verde del bosco monumentale di Sasseto, tra le mura del Castello di Donnafugata, sulle rocce mozzafiato dove s'arrocca il Castello di Roccascalegna, nelle acque misteriose delle Gole dell'Alcantara, tra le strettissime pareti di roccia di Sovana e Sorano, solo per citare i luoghi che mi sono rimasti più impressi. I re e le principesse che rivivono sul grande schermo indossano abiti sfarzosi, talmente ricchi da lasciare senza parole, e interagiscono con creature fuori dall'immaginazione, le più belle che abbia mai visto in un film italiano: il mostro che sul finale attacca gli albini Eliah e Jonas è un incubo degno di Guillermo Del Toro e il drago che si vede all'inizio è molto, molto più realistico e delicato di quanto potrà mai essere lo Smaug della WETA, per non parlare della raccapricciante pulce formato famiglia del Re di Altomonte, talmente ben fatta da indurre a temere che possa uscire dallo schermo da un momento all'altro. Tutto questo orgoglioso sfoggio di artigianalità italiana viene amalgamato dalla sapiente regia di Garrone, che smussa alcuni difetti e lungaggini insite nella trama regalandoci immagini da imprimere nella mente per non scordarle mai più, in un continuo alternarsi di poesia e trivio, di allegra luce e triste oscurità, di commozione e risate, mentre l'evocativa colonna sonora di Alexandre Desplat culla l'orecchio dello spettatore trasportandolo inconsapevole all'interno di questo mondo che affonda le radici in un passato mai esistito e allo stesso tempo terribilmente familiare.


Avrete notato che, a differenza degli altri post, ho cominciato a parlare de Il racconto dei racconti partendo dalla tecnica mirabolante con cui è stato confezionato. Questo perché, onestamente, mi hanno catturata più le immagini del contenuto ma anche i tre racconti scelti non mi hanno lasciata indifferente, anzi. Finalmente, qualcuno ha avuto le palle di voltare le spalle alla "lezione Disney" e di proporre al pubblico delle fiabe senza snaturarle, lasciando intatta la loro ingenuità e soprattutto la loro terrificante crudeltà. Genitori alla lettura, non azzardatevi a portare i bambini a vedere Il racconto dei racconti: al di là di alcune immagini che ho trovato paurose persino io e di qualche nudo frontal-posteriore (sia benedetto Vincent Cassel e la sua chiappa d'oro) le tre storie selezionate dal cosiddetto "Pentamerone" sono angoscianti perché gettano in faccia allo spettatore tutta la pochezza della razza umana senza alcuna morale di fondo, lasciando i personaggi a subire un triste o mortale destino a causa dell'egoismo e dell'avidità di chi dovrebbe proteggerli e amarli. La regina che non può avere figli e la vecchia Dora sarebbero dei personaggi verso i quali provare pietà ma i loro desideri sono talmente violenti (come giustamente dice l'evocativo Necromante di Franco Pistoni) e loro talmente prive di scrupoli nel tentare di realizzarli che automaticamente la pietà si trasforma in repulsione, soprattutto quando la loro arroganza arriva a danneggiare i più deboli. La regina di Salma Hayek e la vecchia Dora sono due protagoniste complesse e sono in grado di suscitare sentimenti ambivalenti ma la storia che più mi ha toccata nel profondo, facendomi uscire dal cinema con un magone devastante, è quella che racconta di come il Re di Altomonte abbia dato in sposa la figlia Viola ad un orco, un racconto in cui la stupida freddezza di un solo uomo (che preferisce dare attenzioni ad una pulce piuttosto che alla figlia) causa l'infelicità e la morte anche di chi, pur essendo normalmente additato come "malvagio", non avrebbe sicuramente meritato una simile sorte. E qui mi fermo, altrimenti rischio di incappare nei tanto odiati spoiler. Voi invece non lasciatevi scoraggiare da eventuali recensioni tiepide e andate a vedere questo trionfo di fantasia e fiaba tutto italiano: vi assicuro che nessun blockbuster fantasy d'oltreoceano vi lascerà in bocca lo stesso gusto dolceamaro e nostalgico de Il racconto dei racconti!


Di Salma Hayek (Regina di Selvascura), Vincent Cassel (Re di Roccaforte), Toby Jones (Re di Altomonte) e John C. Reilly (Re di Selvascura) ho già parlato ai rispettivi link.

Matteo Garrone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come L'imbalsamatore, Gomorra e Reality. Anche produttore e attore, ha 47 anni.


Shirley Henderson interpreta Imma. Scozzese, ha partecipato a film come Rob Roy, Trainspotting, Il diario di Bridget Jones, Harry Potter e la camera dei segreti, Che pasticcio Bridget Jones!, Harry Potter e il calice di fuoco, Marie Antoinette, Lo schiaccianoci 3D, Anna Karenina e a serie come Doctor Who. Ha 50 anni e un film in uscita.


Alba Rohrwacher interpreta la padrona del circo. Originaria di Firenze, ha partecipato a film come Melissa P., Mio fratello è figlio unico, Caos calmo, La solitudine dei numeri primi, Bella addormentata e Hungry Hearts. Ha 36 anni e tre film in uscita.


Massimo Ceccherini interpreta il padrone del circo. Originario di Firenze, lo ricordo per film come S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa, Cari fottutissimi amici, I laureati, Il ciclone, Fuochi d'artificio, Viola bacia tutti, Lucignolo e Faccia di Picasso. Anche regista e sceneggiatore, ha 50 anni.


Stacy Martin, che interpreta la giovane Dora, era la giovane Joe in Nymphomaniac mentre il Necromante altri non è che il meraviglioso Iettatore di Avanti un altro, alias Franco Pistoni. ENJOY!

Qui trovate la recensione di Lucia e quella de I 400 calci, con le quali mi trovo assolutamente d'accordo!

domenica 9 marzo 2014

La bella e la bestia (2014)

Mercoledì sono riuscita a convincere un'amica ad andare a vedere La bella e la bestia (La belle et la bête), l'ultimo film del regista Christophe Gans, preparandomi già al peggio...


Trama: Belle, figlia di un mercante, si offre di prendere il suo posto come prigioniera di una terribile bestia che vive in un castello incantato. A poco a poco, tra i due nascerà l'amore...


Chi mi conosce sa quanto abbia amato La bella e la bestia, senza se e senza ma il cartone animato Disney più bello in assoluto. Chi mi conosce sa anche che, nonostante mia madre ami definirlo "faccia da porco e leppego", ho un debole per il buon Vincenzo Cassola che, se leggerà queste righe, ora che è single potrebbe anche fare un salto da me. Questo per dire che, all'idea che Gans girasse un film tratto da La bella e la bestia, il cor mi si spauriva molto leopardianamente ma, allo stesso tempo, l'idea di una bestia Cassoliana mi intrigava... beh, mi intrigava aBBestia. Questo dualismo mi ha accompagnata fino all'inizio del film che, per fortuna, si è distaccato completamente dall'adorato capolavoro animato e ha preso una strada tutta sua, consentendomi così di godermelo senza pregiudizi di sorta e anche di emozionarmi e commuovermi, di tanto in tanto. Partendo dalla fiaba nella versione di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, Gans aggiunge elementi che rendono la trama simile a quella dei miti dell'antica grecia e, fondamentalmente, si concentrano più sulla natura bestiale intrinseca dell'uomo che sulla capacità di vedere oltre le apparenze e accogliere l'altro da sé. Tutti i protagonisti infatti, tranne Belle, sono mossi dai più bassi istinti umani quali l'avidità e la vanità e il Principe viene trasformato in Bestia proprio in virtù di questi due difetti, che lo portano ad ignorare le richieste provenienti dall'oggetto del suo amore, fino alle estreme conseguenze. Allo stesso tempo, non esiste per Belle un percorso che la porterà con pazienza ad amare la Bestia in quanto tale ma, come si dice, "ci piace vincere facile"! Al quarto giorno la virtuosa fanciulla è già non tanto conquistata dallo charme della bestia ma dai ricordi della precedente moglie, che le arrivano in sogno nottetempo: Belle vede la donna ballare con quel figo di Vincent Cassel e testimonia pure quanto quest'ultimo fosse una bestia sì, ma a letto. Tac, innamorarsi è un attimo, chiamamela scema, anche perché la bestiola dopo cent'anni, per così dire, di solitudine, ne ha una voglia che lévati e Gans lascia intendere che il protagonista non provi un sentimento così casto e puro verso la Bella (per dire, implorarla di chiamarlo ancora "Disgustoso" per poi afferrarle corpetto e quanto sta sotto per "salvarla" non è molto Disneyano). Infatti sconsiglierei alle mamme di portare le bambine al cinema e andrei per i fatti miei, signore, che lì c'è tanta roba bella e buona.


Tornando in ambiti un po' più cinematografici prima che il fascino di Cassel (e la voce italiana di Roberto Pedicini, santo cielo!!!) mi obnubili la mente, c'è da dire che l'impianto tecnico non si differenzia molto da quello de Il patto dei lupi. Gans sceglie una via di mezzo tra l'approccio Burtoniano e quello di Paul W.S. Anderson, il franzoso adora i barocchismi e si vede; il castello della Bestia è qualcosa di incredibile sia all'interno che all'esterno, le scene oniriche dove Belle si immerge in specchi e fontane danno il capogiro e le poche scene d'azione sono ben coreografate. Gli effetti speciali sono tantissimi e, per la maggior parte, sono realistici e per nulla fastidiosi mentre altri, purtroppo, non raggiungono lo scopo e risultano forzati; uno dei peggio riusciti, purtroppo, è proprio la Bestia che, vista a figura intera, viene penalizzata da movenze troppo rigide. L'unica cosa che non perdono a Gans è quella di avere inserito a forza nella trama un branco di buffi simil-cagnolini che, innanzitutto, visivamente parlando sono un pugno nell'occhio che farebbe ribrezzo persino a Luc Besson e ai suoi Minimei e poi sono completamente inutili per quel che riguarda la storia, messi lì solo per accontentare eventuali spettatori bambini mentre le madri rimangono imbambolate davanti allo schermo e a Cassel. Che, bello lui, nei panni della Bestia/Principe è superbo, sembra che il ruolo gli sia stato cucito addosso. Meravigliosa anche la Seydoux, innocente e sensuale al tempo stesso e, soprattutto, avvolta in mezza dozzina di abiti uno più bello e colorato dell'altro. Gli altri attori invece lasciano un po' il tempo che trovano, non amo molto i francesi e il doppiaggio di solito piatto non giova alla loro recitazione, infatti tra tutti spiccano il bravo e luciferino Eduardo Noriega e la splendida e regale Yvonne Catterfeld, l'uno spagnolo e l'altra tedesca. Insomma, pensavo peggio e invece ho trovato questo La bella e la bestia particolare, avvincente e gradevole, per quanto leggermente sempliciotto e paraculo: sicuramente meglio di molte altre fiabe modernizzate di recente, meglio sicuramente de Il grande e potente Oz o Alice in Wonderland. Potere di Cassel? Probabile, ma quel che è giusto è giusto.


Del regista e co-sceneggiatore Christophe Gans ho già parlato qui. Vincent Cassel, che interpreta la Bestia, lo trovate invece qua.

Léa Seydoux (vero nome Léa Hélène Seydoux-Fornier de Clausonne) interpreta Belle. Francese, ha partecipato a film come Inglorious Basterds, Midnight in Paris, La vita di Adele e sarà anche nell'imminente The Grand Budapest Hotel. Ha 29 anni e tre film in uscita.


André Dussollier interpreta il Mercante. Francese, ha partecipato a film come 3 uomini e una culla, Il favoloso mondo di Amélie, Vidocq, Tanguy, Agents Secrets e Una lunga domenica di passioni. Ha 68 anni e un film in uscita.


Eduardo Noriega (vero nome Eduardo Noriega Gómez) interpreta Perducas. Spagnolo, ha partecipato a film come Tesis, Apri gli occhi, La spina del diavolo, Che Guevara e The Last Stand - L'ultima sfida. Anche sceneggiatore, ha 41 anni.


Se La bella e la bestia vi fosse piaciuto recuperate l'omonimo capolavoro disneyano e Il patto dei lupi. ENJOY!!

martedì 5 novembre 2013

Il patto dei lupi (2001)

Qualche giorno fa guardavo in TV un pezzetto di Elizabeth e il giorno dopo, parlando con le colleghe, si diceva che Vincenzo Cassola l’è proprio un bell’ometto e fa strano pensare che la Bellucci si sia messa con un vecchio russo bavoso, per quanto sicuramente ricco sfondato. Insomma, com’è, come non è, dopo questo momento gossip mi è venuta voglia di guardare per la prima volta un film che conta tra i protagonisti l’ex coppia, ovvero Il patto dei lupi (Le Pacte des Loups), diretto nel 2001 dal regista Christophe Gans. Muze ha pronosticato che il film mi avrebbe fatto schifo, ma ho voluto sfidare la sorte...


Trama: prima della rivoluzione francese, un paesino di campagna è funestato dai delitti compiuti da una fantomatica bestia. Il giardiniere del Re, De Fronsac, accompagnato dal fido indiano Mani, si reca al paesino per indagare…


Il patto dei lupi è un ibrido ben strano. Premesso che, ai miei occhi, le produzioni fantastiche francesi vanno spesso a braccetto col kitsch e il trash e questo film non fa eccezione, durante la visione mi è sembrato meno peggio di quanto in effetti mi ero aspettata, nonostante sia un calderone pressoché infinito di generi e stili. Nel corso delle più di due ore di durata infatti Il patto dei lupi, che pur presenta personaggi realmente vissuti (tranne Mani) e si basa sulla vera storia della Bestia di Gévaudan, unisce dramma storico, romanzo d’avventura, telenovela amorosa, suggestioni horror che strizzano l’occhio al satanismo e persino combattimenti dal vago sapore orientale, alternando momenti in cui tutte queste componenti riescono magicamente ad amalgamarsi ad altri in cui, complice anche la scellerata decisione di allungare il brodo a dismisura quando bastava concentrarsi solo su determinati aspetti della vicenda, il risultato è discutibile e a tratti esilarante. A dire il vero, Il patto dei lupi ricorda quei vecchissimi feuilleton che poi venivano rilegati in un romanzo e per questo avrebbe funzionato molto meglio come miniserie; sicuramente, ne avrebbe tratto giovamento la suspance visto che, una volta capito cosa sia la bestia, è facile fare due più due e intuire anche chi si nasconda dietro alla sanguinosa serie di omicidi, rendendo così buona parte degli eventi che anticipano il finale fondamentalmente inutili.


A parte queste pecche, comunque, Il patto dei lupi è un buon prodotto d'intrattenimento e, nei limiti, potrebbe venire tranquillamente paragonato ad una mega-produzione USA. E' vero, gli effetti speciali non sono proprio belli a vedersi ma il difetto viene compensato da un'incredibile fantasia per quel che riguarda i costumi (soprattutto sul finale Vincent Cassel è vestito in un modo assurdo!) e da una grande ricchezza per quel che riguarda le scenografie e la varietà degli ambienti. Anche gli attori non sono malaccio e ciò vale soprattutto per i caratteristi, dotati tutti delle facce e del phisique du role ideali, tuttavia anche i nomi importanti non sfigurano: Samuel Le Bihan è piacione quanto basta e, a tratti, ricorda o un Braveheart o un Ultimo dei Mohicani e Vincenzo Cassola è viscidoso e folle come piace a me. Non è male neppure l'idea, fondamentale ai fini della trama, di inserire un pellerossa come elemento esotico, tra l'altro l'attore che lo interpreta è molto bravo, mentre per quel che riguarda i personaggi femminili bisognerebbe far finta di nulla, perché Émilie Dequenne è una coprotagonista molla come la panissa e la Bellucci parla, purtroppo, altrimenti sarebbe meravigliosa e perfetta per il ruolo. Per concludere, Gans ha fatto di meglio, è vero, ma Il patto dei lupi è molto particolare ed è l'ideale per una serata senza pretese, soprattutto se vi piacciono i film avventurosi dal sapore nostalgico; per me, è stato come quando, da ragazzina, guardavo Fantaghirò e tutte quelle amene bagatelle che producevano alla Mediaset... con quel cappuccettoso tocco di Les Rois Maudits che non guasta mai.


Del regista e co-sceneggiatore Christophe Gans ho già parlato qui. Vincent Cassel (Jean-François), Edith Scob (Mme de Morangias), Philippe Nahon (Jean Chastel), Gaspard Ulliel (Louis) e Pascal Laugier (l'assistente di Machemort) li trovate invece ai rispettivi link.

Samuel Le Bihan interpreta Grégoire de Fronsac. Francese, ha partecipato a pellicole come Film rosso e Frontiers – Ai confini dell’inferno. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 48 anni.


Monica Bellucci (vero nome Monica Anna Maria Bellucci) interpreta Sylvia. Attrice umbra, la ricordo per film come Dracula di Bram Stoker, I mitici – Colpo gobbo a Milano, Sorellina e il principe del sogno, Dobermann, Malèna, Matrix Reloaded, Matrix Revolution, La passione di Cristo e I fratelli Grimm e l’incantevole strega. Ha 49 anni e due film in uscita.


Mark Dacascos interpreta Mani. Hawaiiano, ha partecipato a film come Double Dragon, Crying Freeman e alle serie Flash, Il corvo, Più forte ragazzi e CSI - Scena del crimine. Anche stuntman, ha 49 anni e un film in uscita.

YO, Bro! Ci stai dentro!!
In mezzo alla marea di comparse più o meno famose troviamo anche, nei panni di Machemort, l'inconfondibile François Hadji-Lazaro, che in Dellamorte Dellamore interpretava Gnaghi. Detto questo, se Il patto dei lupi vi fosse piaciuto, consiglio il recupero di Il mistero di Sleepy Hollow e Spiriti nelle tenebre. ENJOY!

martedì 17 settembre 2013

In Trance (2013)

Spinta dalle recensioni contrastanti lette qua e là ho deciso di recuperare In Trance (Trance), l'ultimo film del regista Danny Boyle. Si prega di notare come, nelle foto che corredano il post, compaia SOLO Vincent Cassel. Il mio giudizio finale sulla pellicola non è stato affatto influenzato dalla presenza di quest'uomo incredibilmente sexy. No, no, giuro.

 
Trama: Simon è un battitore d'aste dipendente dal gioco d'azzardo. Per far fronte ai mille debiti contratti si impegna ad aiutare Franck e la sua banda a rubare un quadro di Goya ma durante il furto viene colpito alla testa e dimentica il nascondiglio dell'opera. Per farlo ricordare, i membri della banda lo spingono ad andare da un'ipnotista... ma la cosa non sarà così semplice!!


Guardando In Trance (intitolarlo Trance ci faceva schifo..?) mi è tornato alla mente il bel La migliore offerta del nostrano Tornatore e mi è venuto da sorridere per come due storie allo stesso modo misteriose, intricate e legate al mondo del crimine e dell'arte, vengano portate su schermo con due stili completamente differenti. Da una parte abbiamo Tornatore e le sue atmosfere hitchcockiane, la lentezza con cui viene costruita la tensione, la ricercatezza delle sontuose scenografie, il riserbo del protagonista e l'aplomb con cui viene buttato lì l'inaspettato twist finale; dall'altra, abbiamo invece un Danny Boyle moderno, rutilante e rapido nello svolgimento delle prime sequenze che ci catapultano subito nel vivo dell'azione, che immerge i personaggi in un caleidoscopio acido di suoni, luci, colori e visioni, mettendo tanta di quella carne al fuoco che, a tratti, diventa persino difficile seguire la vicenda e che la conclude in modo così onirico che sembra quasi di trovarsi davanti a Vanilla Sky. E pur stordita da questo bailamme di roba, pur consapevole di aver visto un film meno che perfetto, devo dire che In Trance mi è piaciuto, anche se meno de La migliore offerta.


Il problema del film di Boyle (che, visivamente parlando, è confezionato in maniera più che magistrale) è la parte centrale della pellicola, che sembra non arrivare mai al sodo e aggiunge tanti di quegli elementi che alla fine lo spettatore scrolla le spalle e pensa "vabbé, capirò tutto alla fine, dai". Effettivamente, sul finale i conti tornano tutti, si capisce il motivo di alcune facilonerie inserite nella prima mezz'ora di film e anche buona parte del delirio che sta in mezzo, tuttavia quest'abbondanza di elementi rallenta parecchio il ritmo della pellicola e rischia di spazientire più di una volta. C'è da dire che anche la storia in sé risulta a tratti prevedibile, così come il twist finale, ma direi che questa volta i motivi del "colpevole" sono abbastanza desueti, per quanto condivisibili. Gli attori sicuramente ci credono e accettano anche di girare un paio di sequenze che sfiorano pericolosamente il livello del trash (mi riferisco ovviamente al momento in cui Rosario Dawson, diciamo, si pela la patata con tanto di suono di rasoio in sottofondo o quando Vincenzo Cassola si profonde in invettive da maledetto fronscese mentre guarda la partita...) ma per il resto portano tutti a casa una prova dignitosa: James McAvoy non rientra proprio tra i miei attori preferiti ma sicuramente è adattissimo al ruolo, Vincent Cassel lo supera brutalmente, ahilui, per quanto riguarda carisma, fascino e capacità di far venire alle spettatrici un folle desiderio di usargli violenza (sinceramente, la visione di In Trance vale anche solo ed esclusivamente per la sua presenza...) e, last but not least, Rosario Dawson se la tira un po' troppo da femme fatale ma quando smette di fingere fa persino tenerezza e risulta incredibilmente carina. Insomma, In Trance non sarà sicuramente il lavoro migliore di Danny Boyle ma come thriller merita almeno una visione senza troppe pretese!


Del regista Danny Boyle ho già parlato qui. James McAvoy (Simon), Vincent Cassel (Franck) e Rosario Dawson (Elizabeth) li trovate invece ai rispettivi link.

Parlando di incredibili fichi, pare che Michael Fassbender fosse stato scelto per il ruolo di Franck e che avesse dovuto rinunciare per altri impegni. Quelle dommage, ma se non altro noi donzelle ci siamo beccate Cassel e non l'altra eventuale scelta Colin Firth, affascinante sì ma ormai un po' troppo agé. Per quanto riguarda il ruolo di Elizabeth, invece, si erano fatti i nomi, tra gli altri, di Scarlett Johansson ed Eva Green. Lascio ai maschietti eventuali commenti in merito e mi limito a dirvi che In Trance è il remake di un film TV omonimo del 2001. Non saprei dirvi se sia il caso di recuperarlo o meno ma, se In Trance vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di The Eternal Sunshine of the Spotless Mind e Memento. ENJOY!!

lunedì 2 gennaio 2012

Bollalmanacco on Demand - A Dangerous Method (2011)

Molto lentamente prosegue la mia folle idea di recensire, di tanto in tanto, film "su commissione". Dopo praticamente due mesi di attesa, è arrivato il momento di esaudire il desiderio della Wooder Marika e parlare di A Dangerous Method, diretto nel 2011 da David Cronenberg. Seguirà, non so ancora quando, Barry Lyndon di Stanley Kubrick (sto già sudando freddo XD).


Trama: il film racconta la storia del difficile rapporto tra Jung e Freud, ulteriormente complicato dalla presenza di un'ex paziente dello psicologo tedesco, Sabina Spielrein.


Io sono una fan accanita di David Cronenberg, che è uno dei miei registi horror preferiti. La sua costante riflessione sulla psiche che muta la carne e viceversa è qualcosa di macabro e assolutamente affascinante. Era ovvio immaginare che, prima o poi, l'horror avrebbe cominciato ad andare stretto al regista canadese, e che avrebbe dovuto iniziare a battere altre strade. A Dangerous Method è l'ultima evoluzione della poetica cronenbergiana, un film riflessivo, fatto solo di dialoghi, di ragionamenti sulla natura umana, sul rapporto tra i due padri della psicologia moderna, su come l'uomo possa essere facilmente "plagiato" e costruito dagli altri grazie ad un complicato intreccio di desideri, limiti autoimposti e convenzioni sociali. Tuttavia il fan di Cronenberg si trova davanti una pellicola che, per certi versi, è assolutamente lontana dal suo stile e che, nonostante gli argomenti trattati, risulta quasi un freddo esercizio di vuota psicanalisi.


A costo di passare per ignorante(ssa), infatti, devo dire che A Dangerous Method non mi ha lasciato nulla, non mi ha provocato nessuna emozione. Premettendo che i miei "studi" filosofici si sono interrotti con la fine delle scuole superiori, di Freud e Jung non so praticamente nulla. Ho trovato quindi molto interessante la scelta di "semplificare" il confronto tra i due, riducendo il dibattito alla fondamentale diversità del loro approccio (mentre Freud, empiricamente, cercava solo di dare un volto alla malattia mentale ed interpretare i sogni, Jung puntava a guarire il paziente, cercando di guidarlo verso quello che credeva fosse il suo destino, minato appunto dalla malattia) così che lo spettatore potesse poi fare le opportune ricerche se la sua curiosità fosse stata stimolata. Mi è piaciuta anche l'idea di inserire questa donna malata ma estremamente acuta, Sabina Spielrein, come forza distruttiva in grado di deteriorare il rapporto tra i due studiosi e di portare alla malattia chi l'aveva curata, ovvero Jung, consentendogli nello stesso tempo di capire meglio la direzione che avrebbero dovuto intraprendere i suoi studi. Però, gira che ti rigira, mi è sembrato di stare a guardare una lunga, interminabile seduta psichiatrica imperniata su questi tre personaggi.


Non posso comunque dire che A Dangerous Method sia un film brutto, anzi. L'interpretazione dei tre attori protagonisti sfiora la perfezione: Keira Knightley, nonostante all'inizio sia assolutamente insopportabile, riesce a gestire un personaggio complicatissimo, costantemente a braccetto con la follia, mantenendo comunque la dignità di una persona realmente esistita; Michael Fassbender, oltre ad essere bellissimo, rende perfettamente l'idea dello studioso combattuto tra il desiderio di mantenere la sua professionalità e quello, molto più umano, di soccombere alla passione per la sua paziente; Viggo Mortensen, il migliore dei tre, è praticamente la reincarnazione di Freud. Quindi, riassumendo, A Dangerous Method non rientrerà mai nei miei film preferiti di Cronenberg, né lo eleggo come uno dei migliori dell'anno passato, ma è comunque una pellicola interessante, pur se adatta a pochi, pazienti e consapevoli spettatori.


Il Bollalmanacco ha già ospitato quasi tutti gli attori coinvolti, trovate i post che parlano di loro ai rispettivi link: Keira Knightley (Sabina Spielrein), Viggo Mortensen (Sigmund Freud), Michael Fassbender (Carl Jung) e Vincent Cassel (Otto Gross).

David Cronenberg è il regista della pellicola. Sicuramente il mio regista horror preferito dopo Carpenter e uno tra i più “viscerali” e complicati, sempre pronto a violare la carne e lo spirito dell’uomo per metterne a nudo il male e le perversioni, lo ricordo per film come i disturbanti Rabid, sete di sangue e Il demone sotto la pelle, Brood – La covata malefica, Scanner, Videodrome, La mosca, La zona morta, Inseparabili, l’incomprensibile (ah, ma prima o poi lo recensirò, e vedremo!) Il pasto nudo, eXistenZ, Spider e A History of Violence. Canadese, anche attore (da brividi la sua performance in Cabal) sceneggiatore e produttore, ha 68 anni e un film in uscita.


Ad interpretare Freud avrebbe dovuto essere inizialmente Christoph Waltz, che ha rinunciato per partecipare a Come l'acqua per gli elefanti (ma.... Christoph....) e anche Christian Bale era stato contattato per il ruolo. Francamente, credo che in questo caso Viggo Mortensen sia stata comunque la scelta migliore. A proposito del buon Viggo, se il film vi fosse piaciuto vi consiglierei di cercare A History of Violence, che è sempre diretto da Cronenberg e vede l'attore americano come protagonista. ENJOY!

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