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venerdì 12 maggio 2023

To Leslie (2022)

La nomination come migliore attrice protagonista ad Andrea Riseborough mi ha portata ovviamente a recuperare anche To Leslie, diretto nel 2022 dal regista Michael Morris.


Trama: dopo aver vinto la lotteria e sperperato tutti i soldi, l'alcolista Leslie si ritrova a vivere di espedienti...


Non ho seguito granché tutta la bagarre derivante dalla nomination alla Riseborough ma, per amor di completezza, il succo del discorso è che la sua performance in To Leslie è stata candidata senza nessun premio pregresso ad avvalorarla e, soprattutto, dopo una campagna di "raccomandazioni" da parte di grandissimi nomi del mondo dello spettacolo (due su tutti: Gwyneth Paltrow ed Edward Norton) durata appena un mesetto, che ha destato sospetti soprattutto nelle attrici di colore che si sono viste snobbare in favore dell'ennesima bianca privilegiata. A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, tuttavia non essendo un'addetta ai lavori mi limito a fare spallucce e ad offrirvi soltanto il mio personalissimo giudizio sul film e sull'interpretazione di Andrea Riseborough. Innanzitutto, To Leslie è un film molto "classico", di quel sapore anni '70 richiamato dallo sguardo spietato e naturalistico col quale indaga sulla protagonista, Leslie, appunto; quest'ultima è una donna allo sbando che ha sbattuto letteralmente la porta in faccia alla fortuna presentatasi in forma di enorme vincita alla lotteria, riuscendo a dilapidare 190 mila dollari in droghe, alcool e divertimenti e a finire per strada, abbandonata da figlio, genitori e amici. Non è un bel personaggio, quello di Leslie, perché ogni sua azione è spinta da una dipendenza dagli alcolici che è alimentata da un senso di colpa infinito, per qualcosa che verrà chiarito verso la fine del film, quindi per buona parte della durata To Leslie segue una protagonista che non intende redimersi e che morde la mano di chiunque cerchi di aiutarla, con somma frustrazione dello spettatore. Per estensione, To Leslie diventa non solo lo studio di un'ubriacona all'ultimo stadio, ma di tutta la squallida società di derelitti che la circonda, di un Texas fatto di locali fatiscenti, motel dimenticati da Dio e speranze perdute, dove a farla da padrone è un tristissimo rancore misto a menefreghismo egoista, e le poche persone altruiste fanno la figura dei minchioni. Per quanto mi riguarda, sono ambienti che mi repellono abbastanza e che poco mi affascinano, tuttavia ho trovato la sceneggiatura interessante, nonostante la sua natura leggermente derivativa, il che forse rischia di inficiare il mio giudizio sull'attrice protagonista.


Sulla Riseborough, per carità, non ho nulla da dire. Regge da sola l'intero film rendendo gli altri (salvo forse Allison Janney, fredda e cattivissima ex amica dalla lingua tagliente) praticamente invisibili ed interpretando un personaggio scomodo non solo dal punto di vista psicologico, ma anche "brutto" fisicamente, sporco a livello di igiene personale. Di solito queste trasformazioni sono molto gradite all'Academy e anche agli spettatori, tuttavia a me è parso che Leslie, come personaggio, avesse poco da dire e da "insegnare"; la sua lenta risalita non deriva da chissà quale forza d'animo, quanto da un unico, difficile gesto di pietà probabilmente legato al senso di colpa, come se la fortuna volesse sfidarla a girarle le spalle una seconda volta, e, in particolare, il finale è talmente facilone da fare a pugni con lo spietato realismo utilizzato nel resto del film. Per quanto mi riguarda trovo quindi che la candidatura della Riseborough sia un po' deboluccia, ma non avendo assistito alle performance delle grandi escluse, Viola Davis in primis, non posso fare confronti e mi limito a concludere dicendo che To Leslie è un film abbastanza "medio", di cui probabilmente mi dimenticherò nelle prossime settimane, e che si poteva scegliere una pellicola indipendente un po' più originale e coraggiosa per rappresentare la categoria agli Oscar. 


Di Andrea Riseborough (Leslie), Allison Janney (Nancy), Stephen Root (Dutch) e Owen Teague (James) ho già parlato ai rispettivi link.

Michael Morris è il regista della pellicola. Inglese, al suo primo lungometraggio, ha diretto episodi di serie come House of Cards, Preacher, Locke and Key e Better Call Saul. Anche produttore, ha 49 anni. 


Marc Maron interpreta Sweeney. Comico americano, ha partecipato a film come Sharknado 3: Attacco alla casa bianca e Joker; come doppiatore, ha lavorato in I Simpson. Anche sceneggiatore, produttore, compositore e regista, ha 60 anni.



mercoledì 15 marzo 2023

Women Talking - Il diritto di scegliere (2022)

Il film che ha segnato la fine del mio tentativo fallito di recuperare per tempo tutte le opere candidate agli Oscar di quest'anno, nonché l'ultimo uscito nelle sale italiane, è Women Talking - Il diritto di scegliere (Women Talking), diretto e sceneggiato nel 2022 dalla regista Sarah Polley partendo dal romanzo omonimo di Miriam Toews, che alla fine ha vinto la statuetta per la Miglior Sceneggiatura Non Originale.


Trama: all'interno di una comunità religiosa retrograda ed isolata, un gruppo di donne deve decidere del destino di tutte le altre, anziane, adulte e bambine, dopo che gli uomini si sono resi protagonisti di crimini inenarrabili...


Women Talking viene presentato come "opera nata dall'immaginazione femminile" ma ciò che lo ha ispirato è agghiacciante e, purtroppo, legato ad una storia vera. Tra il 2005 e il 2009, nella colonia mennonita di Manitoba, in Bolivia, più di 100 donne sono state stuprate da un gruppo di uomini abitanti nella stessa colonia, i quali si sono serviti di un anestetico per animali spruzzato dalle finestre aperte per rendere inerti ed incoscienti le loro vittime. Quando dico più di 100 donne, parlo di un range di età che va dai TRE ai 65 anni, quindi ci sono state anche moltissime bambine e ragazze vergini che si sono risvegliate al mattino doloranti, ferite, con le lenzuola macchiate di sangue senza sapere perché e, se ciò non bastasse, gli anziani della colonia hanno cercato di convincerle che fosse o tutto frutto della loro immaginazione, oppure opera del Diavolo. Ora, per quanto mi riguarda un posto simile avrebbe dovuto essere raso al suolo e dato alle fiamme con all'interno ogni abitante di sesso maschile, possibilmente ancora vivo e urlante, dopo essere stato castrato con forbici arrugginite, ma purtroppo i colpevoli del gesto sono stati semplicemente condannati a una ventina di anni di prigione e, non sto nemmeno a dirvelo, gli stupri non sono mai cessati, solo diminuiti, mentre alle vittime è stata negata qualsiasi forma di aiuto psicologico, poiché durante gli atti erano incoscienti e quindi, signori, quale trauma avrebbero mai potuto subire? Vi giuro che mi tremano le mani mentre scrivo, porca di quella puttana. E ulteriore nervoso si aggiunge pensando a come buona parte del pubblico (soprattutto quello maschile) troverà Women Talking una menata "femminista" nata dalla mente contorta di una rompicoglioni figlia del #metoo, perché all'interno del film non si fa menzione (nel romanzo sì, per fortuna) ad eventi realmente accorsi, ma si parla solo di "opera nata dall'immaginazione femminile", e se non è un autogol questo, non so davvero come definirlo. Anche perché un film come Women Talking, dato in pasto a un pubblico suscettibile come quello attuale, rischia davvero di non venire capito perché tiene fede in toto al suo titolo originale: nella pellicola di Sarah Polley ci sono solo donne che parlano, e la vicenda si concentra in una riunione lunga due giorni tenuta all'interno di un fienile, per decidere quale sarà il destino delle abitanti della colonia, costrette a scegliere tra restare e perdonare, restare e combattere oppure andarsene, pena la scomunica.


Pubblico avvisato, mezzo salvato: se odiate i film di impianto teatrale e zeppi di dialoghi, con l'azione ridotta a pochi flashback di orribile, suggerita crudeltà, state pure lontani da Women Talking, nessuno ce l'avrà con voi per questo. Se, invece, dopo quello che ho scritto sopra, avete la curiosità di capire quali riflessioni possono scatenare eventi così orribili, soprattutto all'interno di una comunità di donne fortemente religiose la cui fede è in buona parte basata su pacifismo, comprensione, perdono e ricerca del "buono" in tutte le sue forme, allora questo è il film che fa per voi. Viceversa, vi perderete alcune delle più belle ed intense interpretazioni dell'anno. Ognuna delle protagoniste ha una personalità ben definita che consente, alle attrici che le interpretano, di attingere ad una vasta gamma di emozioni alimentate e modificate da importanti riflessioni su vita, salvezza, sicurezza e futuro, e che dà origine ad un'unica voce sfaccettata, formata da tanti punti di vista diversi eppure accomunati dalla natura storicamente "debole" ed ignorata di chi tenta disperatamente di farsi sentire. Rooney Mara è di una delicatezza incredibile, la sua fragilità sognante spezza il cuore quanto l'interpretazione malinconica di Ben Whishaw, l'unico interprete maschile nonché l'unico uomo della comunità che si apre alla voce delle donne, mentre dalla parte opposta c'è la giusta e feroce rabbia di Claire Foy e Jessie Buckley, che personalmente avrei seguito in capo al mondo per fare scempio di uomini malvagi (il monologo della Foy mette i brividi, considerato quello che è successo davvero in Bolivia); nel mezzo, ci sono tutte le incredibili sfumature offerte da un cast eccezionale, dalle "anziane" Judith Ivey e Sheila McCarthy, passando per Michelle McLeod, per arrivare alle esordienti Kate Hallett Liv McNeil con la prima, in particolare, dotata di un'espressività capace di renderla indimenticabile. Ciliegina sulla torta è la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, che asseconda con grazia l'atmosfera malinconica e, a tratti, persino lieve (Sometimes I think people laugh as hard as they want to cry) di un opera che riesce, nonostante i temi trattati e nonostante la fotografia "sbiadita" di un mondo chiuso ed inghiottito dal passato, a offrire un raggio di luminosa speranza sia allo spettatore che alle sue sfortunate protagoniste, a differenza di moltissimi dei candidati di quest'anno. 


Di Rooney Mara (Ona), Claire Foy (Salome), Sheila McCarthy (Greta), Jessie Buckley (Mariche), Frances McDormand (Janz) e Ben Whishaw (August) ho parlato ai rispettivi link.

Sarah Polley è la regista e co-sceneggiatrice del film. Canadese, più conosciuta come attrice, ha diretto film come Away from Her - Lontano da lei e Take This Waltz. Anche produttrice, ha 44 anni. 


Se Women Talking vi fosse piaciuto recuperate Room, Charlie Says e First Reformed (li trovate tutti su Amazon Prime Video, anche se solo Charlie Says è compreso nell'abbonamento base). ENJOY!

lunedì 13 marzo 2023

Oscar 2023

Buon lunedì a tutti! Eeeeh, lo so che non siete per nulla contenti, cari cinèfili, ma personalmente ho trovato l'ultima edizione degli Academy Awards una delle più soddisfacenti degli ultimi anni, ed è quasi paradossale pensare che non ho nemmeno visto la premiazione causa sonno devastante (Sandy mi ha svegliata in tempo per vedere il discorso dell'adorabile Michelle Yeoh e il giusto premio come miglior film ad Everything Everywhere All at Once!). Ma bando alle ciance, cominciamo con il gioioso recap dei premi! ENJOY!


Come poteva non vincere Everything Everywhere All at Once come Miglior Film? La pellicola dei Daniels è stata la mia preferita l'anno scorso, l'ho vista, tradotta per giorni, amata dall'inizio alla fine per il suo essere un riuscitissimo mix di momenti seri, faceti, trash e commoventi; la folle poetica dei Daniels e la loro celebrazione della normalità e della gentilezza mi hanno conquistata, così come la loro capacità di surclassare film ben più costosi e blasonati, arrivando a creare un mondo con un budget proporzionalmente irrisorio grazie a fantasia e perizia tecnica. A maggior ragione, trovo legittimo l'Oscar per la Miglior Regia (e mi dispiace per gli altri), quello per l'ottimo Montaggio e quello per la Miglior Sceneggiatura Originale e doverosi sia quelli per la Miglior Attrice Protagonista a un'emozionatissima Michelle Yeoh e per il Miglior Attore Non Protagonista al dolcissimo Ke Huy Quan, il cui discorso mi ha ovviamente commossa fino alle lacrime. Davvero incommentabile, invece, l'Oscar a Jamie Lee Curtis per la Miglior Attrice Non Protagonista. Non ne faccio una colpa a lei, alla quale voglio bene da sempre e che ritengo una delle più grandi attrici (nonché donne) viventi, ma la stupidità dell'Academy è palese e un premio simile offre giustamente il fianco alle critiche e agli strali piovuti addosso alla marea di premi dati al film dei Daniels, e non è così diverso da un'eventuale statuetta concessa alla Bassett. Quest'anno avrebbe dovuto vincere Kerry Condon ma, evidentemente, Gli spiriti dell'isola, partito favoritissimo e tornato a casa (a mio parere ingiustamente) a bocca asciutta, è risultato inviso ai membri dell'Academy, o non si spiega. Peccato, sono queste cadute di stile a rendere gli Oscar sempre meno credibili col passare degli anni, come se già non bastasse il rifiuto totale a riconoscere validità all'horror e ai suoi interpreti a meno che non siano mainstream e in linea con la politica attuale. 


Altra gioia altro regalo! Brendan Fraser si è portato a casa l'Oscar per il Miglior Attore Protagonista, spezzando il cuore di chi gli ha sempre voluto bene con un discorso commoventissimo pronunciato con voce rotta e sull'orlo delle lacrime. Che questo sia davvero il primo, importante passo per la ripartenza di una carriera ingiustamente stroncata da un'industria senza pietà, che nasconde le brutture pluriennali sotto glamour e lustrini. The Whale vince anche l'Oscar per il Miglior Make-Up, come avevo ampiamente previsto, anche perché il lavoro dietro alla trasformazione di Fraser è stato imponente e meritevole di un riconoscimento.


Continuando a parlare di gioia, il piccolissimo, meraviglioso Women Talking (di cui parlerò nei prossimi giorni) ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale. Se non avete ancora recuperato il film di Sarah Polley è giunto il momento di farlo, magari informandovi prima sull'orribile vicenda di cronaca che ha ispirato il romanzo, prima di sparare a zero su contentini al #metoo e affini. 


Un po' di delusione, per quanto mi riguarda, c'è stata a livello di Miglior Film Straniero. Niente di nuovo sul fronte occidentale ha vinto non solo un premio che, personalmente, avrei destinato a The Quiet Girl (mi si dice che anche Closer meritava molto, non stento a crederlo), ma anche un sacco di altri importanti premi tecnici che mi hanno lasciata basita: la Fotografia era da dare a Deakins e al suo impressionante lavoro in Empire of Light, mentre la Colonna Sonora Originale (nonostante sia una delle poche ad avere apprezzato lo score dissonante composto da Volker Bertelmann) e la Scenografia sarebbero dovute andare a Babylon (ma anche ad Elvis, per quanto riguarda l'ultima categoria). Poi vi lamentate di Everything Everywhere All at Once, perlomeno un po' più originale e coraggioso di questo ennesimo, banale film di guerra!


Torniamo ai mille motivi di felicità con l'Oscar più giusto di tutti, ovvero quello al Pinocchio di Del Toro che, dopo alcuni anni di egemonia, strappa dalle mani della Disney l'Oscar come Miglior Film d'Animazione riconfermandosi, se mai ce ne fosse bisogno, come un capolavoro. Disney, Pixar, prendete esempio.


Infine, riassumo quell'altro paio di premi "tecnici" andati ad altre pellicole. Giusto per non farlo rimanere senza nulla, a Black Panther: Wakanda Forever è andato l'Oscar per i Migliori Costumi a scapito di Elvis (a mio parere uno dei film più bistrattati della serata assieme a Gli spiriti dell'isola), Top Gun: Maverick, come avevo previsto, ha vinto solo l'Oscar per il Miglior Sonoro, RRR continua a fare proseliti con la sua Canzone Originale (il che richiede che io trovi tre ore per vedere 'sto maledetto film!) e James Cameron probabilmente si starà sparando nelle palle perché dopo 10 anni di lavoro il suo Avatar - La via dell'acqua vince solo un premio, quello doverosissimo per i Migliori Effetti Speciali. Aggiungo infine quelle categorie di cui non ho assolutamente conoscenza: Navalny come Miglior Documentario, Raghu, il piccolo elefante come Miglior Corto Documentario, Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo come Miglior Corto Animato e An Irish Goodbye come Miglior Corto. Ci risentiamo l'anno prossimo, intanto torno a festeggiare e vi lascio con un paio di immagini tra il commovente e l'esilarante!!


Oscar al miglior bestinetto di diritto!


venerdì 10 marzo 2023

Empire of Light (2022)

E' arrivato finalmente al cinema anche Empire of Light, diretto e sceneggiato dal regista Sam Mendes e candidato a un Oscar per la Fotografia.


Trama: in una cittadina balneare inglese di inizio anni '80 si intrecciano i destini dei dipendenti del cinema Empire, tra amori, amicizie, malattie e terribili cambiamenti sociali...


Aspettavo di vedere Empire of Light da quando ho dovuto saltare il TFF di quest'anno, dov'è stato proiettato in anteprima. Purtroppo, ho dovuto accontentarmi di un'occasione molto meno magica, ma l'importante, prima o poi, è riuscire, anche se questa volta Mendes non mi ha conquistata come avrei voluto. Empire of Light racconta la storia di Hilary, dipendente di un enorme cinema (in buona parte in disuso) in una cittadina balneare inglese che, più che vivere, sopravvive soverchiata dalla monotonia di un'esistenza fatta solo di lavoro, solitudine intervallata da insoddisfacenti rapporti sessuali col boss e visite mediche. La vita di Hilary prende una svolta inattesa quando il giovane Stephen, ragazzo di colore che non riesce ad entrare al college, viene assunto al cinema Empire; tra i due nasce un'attrazione reciproca che sfocia in una relazione clandestina, resa difficile non solo dal clima razziale sempre più teso all'interno dell'Inghilterra thatcheriana, ma anche dall'enorme segreto che nasconde Hilary, una donna più fragile di quanto sembri. La fragilità di Hilary viene rispecchiata dalla natura decadente dell'Empire, un rifugio per anime solitarie che diventa una sorta di micromondo per i dipendenti che ci lavorano, il baluardo non solo di tempi più felici e gloriosi, ma anche un mezzo per fuggire da una realtà deprimente che schiaccia i sogni delle persone in modi più o meno violenti. Hilary, dal canto suo, vive l'Empire come un'oasi di normalità, ma rifiuta di entrare in una sala che ritiene riservata agli spettatori paganti, come se il solo pensiero di sedersi e rilassarsi fosse qualcosa che a lei non sarà mai concesso, l'ennesimo "muro" pronto a separarla dal resto del mondo. Il legame tra Hilary e Stephen, per quanto non facile, serve ad entrambi per guardare oltre le loro paure e i loro limiti, li porta a conoscere realtà appena fuori dalla loro portata, ma nonostante questo la sceneggiatura di Empire of Light è il punto debole di un film che vuole mettere tantissima carne al fuoco e lo fa con un po' di superficialità, come se Mendes fosse semplicemente interessato a spuntare tante tacche di una lista comprendente ciò che va di moda di questi tempi: questioni razziali, emancipazione femminile, omaggi al Cinema, revival anni '80, impastati in un modo che non rende giustizia a nessuno di questi temi.


Fortunatamente, a livello di regia, fotografia e attori non c'è invece nulla di superficiale. Ogni singolo frame di Empire of Light è un piccolo capolavoro, una gioia per gli occhi impreziosita dal gusto per le luci, le ombre e i colori caldi di un Roger Deakins giustamente candidato all'Oscar; il desiderio di poter andare tutti i giorni all'Empire, di poter godere della bellezza delle sue sale in disuso dalle quali si vede l'Oceano, di poter penetrare nel sancta sanctorum di Norman e spiare, non vista, gli spettatori ai quali viene regalata la più grande delle magie, sono riusciti a farmi battere il cuore più della vicenda dei due protagonisti e, sicuramente, alcune delle immagini del film mi rimarranno impresse a lungo. Per quanto riguarda gli attori, la Colman si riconferma un mostro di bravura perfettamente a suo agio nei panni di personaggi complessi, sempre sul filo della depressione ma pronti a mostrare una grinta e una decisione insospettabili, e il giovane Micheal Ward (attore giamaicano che non conoscevo assolutamente) riesce a tenerle testa con un'interpretazione misurata e piacevole; tra i due si crea un'alchimia ottima, nonostante la differenza di età, che rende plausibile ed adorabile una coppia che, sulla carta, rischiava di risultare improbabile. Per quanto mi riguarda, però, nonostante la loro presenza sullo schermo avesse un minutaggio inferiore, il cuore è volato a Toby Jones e Tom Brooke, i due colleghi che chiunque meriterebbe di avere nella vita, riservati ma dolci e sempre pronti a dare ottimi consigli, due personaggi che fanno perdonare qualunque ingenuità a livello di sceneggiatura. Quindi sì, nonostante non mi abbia soddisfatta al 100%, consiglio la visione di Empire of Light, possibilmente al cinema, su uno schermo enorme che renda giustizia allo splendido lavoro di Deakins. Non ve ne pentirete!


Del regista e sceneggiatore Sam Mendes ho già parlato QUI. Olivia Colman (Hilary), Colin Firth (Donald Ellis) e Toby Jones (Norman) li trovate invece ai rispettivi link.

Tom Brooke interpreta Neil. Inglese, lo ricordo per film come I Love Radio Rock, Morto Stalin se ne fa un altro e serie quali Il trono di spade, Sherlock e Preacher. Ha 45 anni. 





giovedì 9 marzo 2023

BollOscar: Top Gun (1986) e Top Gun: Maverick (2022)

Siccome la notte degli Oscar si sta avvicinando, ho deciso non solo di pubblicare un post di giovedì, ma anche di accorpare due commenti, uno su un film storico (Top Gun, diretto nel 1986 dal mai troppo compianto Tony Scott) e uno sul suo apprezzatissimo seguito (Top Gun: Maverick, diretto nel 2022 dal regista Joseph Kosinski). Il secondo motivo è che, per svariate ragioni, non sono rimasta folgorata da nessuna delle due pellicole, e scrivere per ognuna una "recensione" di lunghezza standard sarebbe stato un po' difficile. Scaldate i motori di aerei e moto, che si va... ENJOY!


Top Gun - Tony Scott (1986)

Top Gun è uno di quei film che avrò visto una sola volta da bambina, ché a me di Tom Cruise non è mai fregato nulla e padre era più amico di Bud e Terence, o di Stallone. Di conseguenza, non ricordavo nulla della trama, tranne che c'è, per l'appunto, un giovane Tom Cruise che vola su degli aerei superfighi, in aperta competizione con altri giovani piloti tutti pronti ad conquistare il ruolo di Top Gun. Non fossi un'appassionata di cinema e non mi documentassi un po' relativamente ai film che vedo avrei ben poco da scrivere in più: Top Gun è, fondamentalmente, uno "spokon" (passatemi il termine improprio) ambientato nel mondo dell'areonautica militare, con sfide tra ragazzi che coroneranno in un'importantissima partita/missione prima della quale, ahinoi, ci sarà l'inevitabile tragedia che metterà in discussione la disputa della stessa e rischierà di far ritirare per sempre il protagonista incredibilmente dotato. E' semplice come lo ricordate, ma ovviamente dietro ci sono tutta la passione che contraddistingueva il buon Tony Scott e un'artigianalità atta a superare i limiti di budget e di giorni in cui poter usufruire di aerei veri, due caratteristiche che hanno generato un film creato in fieri, con dialoghi aggiunti durante il montaggio, praticamente un manuale dell'arte di arrangiarsi. Un film giusto al momento giusto, con attori perfetti, una linearità in grado di conquistare gli spettatori dell'epoca e anche una bella colonna sonora, che nonostante tutto riesce ad intrattenere ancora oggi in virtù della sua trama "universale"... anche se, la vera domanda sorta spontanea a me e al Bolluomo è stata: ma quanto diamine è gay Top Gun? Tra confronti "a muso duro" durante i quali pensavo che i protagonisti si sarebbero messi a limonare e interminabili scene girate dentro docce e spogliatoi, più che tensione agonistica e testosterone si respira tensione sessuale (tifavo più Maverick e Iceman che Maverick e Charlie), ma l'apice lo tocca la meravigliosa partita a pallavolo, dotata della stessa estetica di un video dei Culture Club e subdola come il fanservice di un manga. Altro che Nightmare 2!


Oscar: ne ha vinto uno (per la canzone Take My Breath Away) a fronte di quattro nomination (le altre erano Miglior Sonoro, Miglior Montaggio, Miglior Missaggio Sonoro).

Curiosità: il film è dedicato allo stuntman e pilota Art Scholl, morto a 54 anni durante la produzione del film, a causa di una manovra non riuscita che ha fatto schiantare il suo aereo nel Pacifico. Le sue ultime parole sono state "Ho un problema - Ho un problema vero". Le cause dell'incidente non sono mai state chiarite né sono mai stati recuperati l'aereo o il corpo di Scholl.


Top Gun: Maverick - Joseph Kosinski (2022)

Comincia come una copia anastatica dell'originale, con le stesse inquadrature, la stessa colonna sonora, a momenti persino lo stesso Tom Cruise, non fosse che, per fortuna, qualche ruga di invecchiamento ce l'ha anche lui, e continua sullo stesso binario di Top Gun, riproponendo situazioni simili riaggiornate al gusto attuale (per esempio, la partita stavolta è di football americano e c'è una ragazza in mezzo, cosa che, assieme all'ampio utilizzo di ombre, priva la sequenza di ogni parvenza di dubbia gaiezza, con buona pace di chi non voleva l'infanzia stuprata). Come da titolo, però, il focus della storia è Maverick, ovvero il superamento del dolore e dei traumi passati, accompagnato non da un passaggio di testimone (chi mai potrebbe essere fico quanto Cruise?), quanto piuttosto dalla conferma che il vecchio, se ha le palle, rischia di essere molto migliore del nuovo nonostante sia ad un passo dal diventare obsoleto ed è forse questo il motivo per cui il film è piaciuto a tutti. Di sicuro, c'è da togliersi il cappello davanti a sequenze adrenaliniche realizzate con un budget inesistente negli anni '80, che ha consentito alla produzione persino l'utilizzo di aerei veri, e immagino che, visto al cinema, l'effetto sarà stato quello di ritrovarsi al posto del pilota, ma vi assicuro che anche visto su uno schermo normale il coinvolgimento è stato totale. Non posso fare altro che pensare a cosa avrebbe potuto fare Tony Scott, a cui il film è dedicato, con carta bianca e una simile quantità di soldi. Di sicuro, mi vien da dire, avrebbe ricercato molta più originalità di Kosinski e magari avrei accettato più volentieri la marea di Nomination piovute addosso a una pellicola che, alla fine, si limita a cavalcare l'onda della nostalgia e ad accontentare i vecchi fan di un film che, probabilmente, moltissimi ricordano più bello di ciò che effettivamente è. Per quanto mi riguarda sono stata molto contenta dell'omaggio a Val Kilmer, durante il quale i miei occhi hanno un po' sudato, mentre Miles Teller trasformato in un clone baffuto di Ciccio Edwards non si può guardare. So di essere in minoranza e so anche che non succederà, ma mi auguro sinceramente che Top Gun: Maverick venga fortemente ridimensionato durante la notte degli Oscar, perlomeno nelle categorie non tecniche.


Nomination: Miglior Montaggio, Miglior Canzone Originale, Miglior Sonoro, Migliori Effetti Speciali, Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Non Originale. 

Curiosità: Tom Cruise ha insistito perché l'utilizzo di green screen e riprese aeree in CGI fosse ridotto al minimo e che le sequenze di volo venissero realmente girate all'interno degli abitacoli. Di conseguenza, gli attori hanno dovuto sottoporsi ad intense sessioni di allenamento per imparare a sopportare la pressione gravitazionale. 






mercoledì 8 marzo 2023

The quiet girl (2022)

E' uscito in sala negli scorsi giorni The Quiet Girl (An Cailín Ciúin), diretto e co-sceneggiato dal regista Colm Bairéad a partire dal racconto Foster di Claire Keegan e candidato come Miglior Film Straniero.


Trama: poiché la madre deve dare alla luce l'ennesimo figlio, la piccola Cáit viene mandata per l'estate a vivere a casa di lontani parenti. Lì, Cáit avrà modo di capire cosa sia veramente l'amore di una famiglia...


I candidati all'Oscar in generale, e quelli irlandesi in particolare, quest'anno hanno deciso di spezzarmi il cuore. Salvo pochissime eccezioni, tutti i film che ho visto sono riusciti a sciogliermi in lacrime di disperata commozione, e lo stesso vale per The quiet girl, un film di una tristezza invereconda, al cui confronto Anna dai capelli rossi e Lovely Sara sono dei film di Mel Brooks. Cito il capolavoro di Lucy Maud Montgomery perché guardando The quiet girl mi è venuta in mente Anna, orfanella mandata a vivere da due vecchiacci stundai come Marilla e Matthew la quale, a poco a poco, conquista i loro cuori, e ho pensato a quanto Anna, in quanto priva di genitori, fosse molto più fortunata di Cáit. La povera "quiet girl" del titolo, infatti, ha una sola, enorme sventura, ovvero quella di avere un padre ubriacone, donnaiolo e dipendente dal gioco d'azzardo, e una madre cacafigli in virtù del suo essere cattolica irlandese. Ciò ha portato la piccola a non godere di una briciola d'affetto né da parte di genitori troppo impegnati a risolvere problemi di natura economica, né da parte delle chiassose sorelle ignorate quanto lei, e anche a scuola la ragazzina, per l'appunto troppo "quiet" per non essere naturale vittima di qualcuno, subisce il bullismo delle compagne, tanto da non avere imparato ancora a leggere o a scrivere. A causa dell'ennesima gravidanza della madre, Cáit viene mandata a vivere da una lontana parente, una donna che vive sola col marito assieme al quale gestisce una fattoria, e lì, dopo i primi momenti di naturale diffidenza, arriverà a toccare con mano il calore di una vera famiglia. Se il legame con Eibhlín si sviluppa fin da subito attraverso una sorta di complicità femminile rinfocolata dai sentimenti materni della donna, è più interessante vedere l'evoluzione del rapporto tra Cáit e Seán, complicato dalla natura taciturna di entrambi e, per questo, costruito più attraverso il simbolismo e la delicatezza delle immagini che attraverso i dialoghi. L'altro elemento interessante di The Quiet Girl è il modo in cui le dinamiche della vicenda (e quindi il modo in cui vengono percepiti i personaggi) cambiano sottilmente grazie ad un unica, importante rivelazione che, se ce ne fosse ancora bisogno, sottolinea la necessità di misurare sempre e comunque le parole, di prendersi il tempo di osservare gli altri così da entrare in comunione con loro, senza volontà di infliggere giudizi o critiche.  


The quiet girl è il delicato coming of age di una bambina che apre gli occhi, dolorosamente, di fronte ad una realtà fino a quel momento sconosciuta, e il valore principale del film è proprio la capacità del regista di farci mettere nei panni di Cáit, di farci riscoprire innocenti e meravigliati quanto lei, e, contemporaneamente, di lasciarci essere testimoni esterni di una storia che non può fare altro che finire male, come dimostra la terribile sequenza conclusiva in cui il sogno e la speranza, interamente racchiusi in un commovente abbraccio, si infrangono contro la prosaica camminata di un uomo che dà valore ai figli solo in quanto "oggetti" di proprietà. Gli stessi genitori che si liberano di Cáit quando la ragazzina diventa di troppo, ovviamente, non capiscono che quest'ultima ha finalmente smesso di vedersi attraverso i loro occhi e che è diventata consapevole di poter sbocciare in un ambiente colmo d'amore, di conseguenza non capiscono "cosa ci sia che non va", né perché la piccola dovrebbe voler fuggire da loro a gambe levate. Il coinvolgimento emotivo dello spettatore è legato quasi interamente alla splendida performance della bellissima Catherine Clinch, dotata di uno sguardo addolorato e vivido, e all'interpretazione misuratissima dei suoi "genitori adottivi", Carrie Crowley Andrew Bennett, due personaggi umanissimi nella loro imperfezione, che vi resteranno a lungo nel cuore sia per le poche parole che per i loro lunghissimi silenzi. Dal punto di vista dell'esecuzione, il ritmo lento del film è un valore aggiunto che permette di immergersi ancora di più nella storia e di osservare il mondo con gli occhi curiosi e diffidenti di Cáit, affidandosi a sequenze che si concentrano sulle espressioni e i gesti dei personaggi, o su inquadrature posizionate appena fuori dalla scena principale, ché anche il non visto ha la sua enorme importanza in un film come The Quiet Girl. Purtroppo, il film di Colm Bairéad non vincerà affatto l'Oscar come miglior film straniero, ma siccome è uno di quelli che più mi ha rapito il cuore, vi consiglio di recuperarlo, non ve ne pentirete.

Colm Bairéad è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al suo primo lungometraggio. Irlandese, ha 42 anni.
 





mercoledì 1 marzo 2023

Marcel the Shell (2021)

Nonostante gli orari proibitivi, mi è riuscito anche di recuperare Marcel the Shell (Marcel the Shell with Shoes On), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Dean Fleischer Camp e candidato a un Oscar per il Miglior Film d'Animazione.


Trama: la conchiglietta Marcel vive in un'enorme casa assieme alla nonna Connie, dopo che gli altri membri della famiglia sono improvvisamente scomparsi. L'incontro con un documentarista offre a Marcel la possibilità di cercarli...


Nonostante da anni (a meno che non sia costretta al cinema o non si parli di qualche film che non vedo l'ora che esca) non guardi un trailer né legga recensioni di pellicole che devo ancora vedere, il sembiante di Marcel mi era familiare, così come il generale entusiasmo derivante dall'attesa del primo lungometraggio dedicato alla conchiglietta creata dagli ex coniugi Dean Fleischer Camp e Jenny Slate. Quando Marcel the Shell è stato candidato agli Oscar, la mia curiosità è aumentata e sono stata contenta di sapere che il film avrebbe avuto, stranamente, una tempestiva distribuzione italiana che l'ha fatto approdare persino nei lidi Savonesi. Quello che non mi sarei aspettata, però, è che per i primi dieci minuti avrei avuto più ansia che a guardare un horror, in quanto un conto è vedere Marcel in foto, un conto è vederlo muoversi sullo schermo, piccolo e nascosto agli occhi di chiunque, inquietante creatura marina (sono ligure ma evidentemente qualcosa, del mare e dei suoi abitanti, mi respinge) dalla voce anche troppo simile a quella di Salad Fingers, quello sì un incubo partorito da un folle. Superati i primi dieci minuti di brividi, che mi hanno vista seduta rigida come un tronco, a cercare di farmi sparire la pelle d'oca dalle braccia, sono riuscita a poco a poco a farmi coinvolgere dalla dolcezza e dalla poesia di Marcel the Shell, un film piccolino e delicato, in pieno stile A24, che sfrutta il punto di vista innocente del protagonista per farci riflettere sulle molte cose che non vanno nelle nostre vite moderne. Il fulcro della trama è lo strano rapporto che si viene a creare tra Marcel e Dean, un videoamatore in crisi con la ex moglie (c'è un che di biografico in tutto questo) che, durante la permanenza in un AirBnB, scopre l'esistenza di due conchigliette parlanti e decide di girare una serie di brevi documentari su di loro. Se ho definito "strano" il rapporto tra i due, è perché per buona parte del tempo esso è unidirezionale: Dean è colui che sta dietro la macchina da presa e cerca in tutti i modi non solo di non interferire con la vita di Marcel, ma anche di non parlargli di ciò che esula dall'opera in corso, mentre la conchiglietta cerca un contatto amico, vittima di una solitudine disperata che lo porta a non capire perché mai Dean sia così schivo e pronto ad evitare ogni contatto non necessario o confidenza. 


Nel corso del film, le perplessità di Marcel diventano le nostre, in quanto al minuscolo esserino vengono messe in bocca osservazioni non banali relativamente all'uso sciocco ed egoista che viene fatto di un mezzo potente come il web (emblematico il video postato per trovare la famiglia di Marcel, visualizzato da migliaia di persone che, invece di aiutarlo, postano commenti sciocchi o si impegnano solo per diventare a loro volta "famose" facendosi un selfie davanti a casa sua) o relativamente a quanto si sia diventati incapaci di fidarci degli altri, di cercare il conforto degli amici o della famiglia, preferendo seppellirci in un dolore personale per paura di riceverne altro. In tal senso, è emblematico il personaggio di nonna Connie, conchiglia pratica e molto saggia, che tenta in tutti i modi di spronare un nipotino traumatizzato dalla tragedia accorsa alla famiglia e terrorizzato all'idea di scuotere lo status quo e ricominciare a fare nuove esperienze, bloccato in una non-vita che non giova a nessuno dei due. Tutte queste riflessioni sono tratteggiate in punta di penna, inserite in una cornice di umorismo mai sciocco né volgare e di momenti tristi che non diventano mai patetici, un miracoloso equilibrio che si riverbera anche nella natura "ibrida" ma perfettamente amalgamata del film, un documentario live action che ha per protagonisti delle creature realizzate in stop motion. Indubbiamente, Marcel the Shell è un'opera molto originale e particolare, che consiglio di vedere per avere un'idea di cosa esista oltre all'animazione tradizionale che, troppo spesso, la fa da padrona agli Oscar come se non esistesse altro modo di realizzare cartoni animati. In calce, aggiungo la risposta alla domanda che ci siamo posti io e Toto alla fine del film, tanto è la stessa che vi farete anche voi: se un oggetto viene ignorato abbastanza a lungo, riesce a sviluppare un'anima. E più non dimandate!


Di Jenny Slate (co-sceneggiatrice e voce originale di Marcel), Isabella Rossellini (Connie) e Rosa Salazar (Larissa) ho parlato ai rispettivi link.

Dean Fleischer Camp è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Dean. Americano, è al suo primo lungometraggio ma ha diretto anche i tre corti che hanno ispirato Marcel the Shell. Anche produttore, montatore e direttore della fotografia, ha un film in uscita, il live action di Lilo & Stitch.


Marcel the Shell è un lungometraggio nato dai corti Marcel the Shell with Shoes On (2010), Marcel the Shell with Shoes On, Two (2011) e Marcel the Shell with Shoes On, Three (2014), che dovrebbero tutti essere disponibili su YouTube. Se il film vi fosse piaciuto recuperateli e aggiungete Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, perché no? ENJOY!

martedì 28 febbraio 2023

The Whale (2022)

Era uno dei film che aspettavo di più per questa stagione, così il giorno stesso dell'uscita sono corsa a vedere The Whale, diretto nel 2022 dal regista Darren Aronofsky, tratto dalla pièce teatrale omonima di Samuel D. Hunter e candidato a tre premi Oscar (Brendan Fraser miglior attore protagonista, Hong Chau miglior attrice non protagonista e miglior trucco e acconciatura).


Trama: Charlie, insegnante di lettere, a causa delle complicazioni derivanti dalla sua obesità patologica ha più pochi giorni da vivere. Nel tempo che gli rimane, cerca di ricucire il rapporto con la figlia adolescente, Ellie...


"Fanculo le tesi, fanculo questo corso". Queste sono le parole scritte da Charlie sulla chat del suo gruppo di studio, verso la fine di The Whale, quando tutto attorno a lui è sul punto di crollare definitivamente. Uno passa la vita ad imparare come analizzare le opere, diventando alla stregua di un freddo robot spinto, il 90% delle volte, a scrivere o enunciare ciò che gli altri vogliono sentire dire, seguendo la scia di altri critici più eminenti che hanno sviscerato tutto quello che viene percepito come "giusto" e dogmatico, e il risultato è che di verità ce n'è ben poca, di sincerità non ne parliamo. E così è la vita, ovviamente. Una vita in cui tutto dev'essere regolare, dove anche ciò che viene percepito come aberrante deve avere un senso e riportato alla "normalità", e dove rischiamo di arrivare a sentirci in colpa anche davanti alla felicità: in un atto di egoismo, Charlie l'ha agguantata abbandonando la sua vecchia famiglia e lo stesso ha fatto il suo compagno, Alan, ma nessuno dei due è riuscito a perseguirla fino in fondo, schiacciati dai sensi di colpa e dai fantasmi delle loro vite precedenti. Se Alan ha lasciato che il suo corpo si consumasse, Charlie, quasi come per un contrappasso dantesco, ha invece deciso di diventare l'equivalente di Moby Dick, una balena bianca di incommensurabile tristezza, lontano dagli occhi di un mondo a cui è legato giusto dal filo sottile di un lavoro online e di sporadiche telefonate alla moglie, sempre concentrate sull'unica cosa "vera" che ancora gli è rimasta, la figlia Ellie. Ma se dicessi di essere in grado di capire i sentimenti dei personaggi che si muovono sul palcoscenico di The Whale contraddirei l'apologia della verità salvifica che è il fulcro del film di Aronosfsky. La verità è che io non avrei mai sopportato di stare vicina a una persona debole e rinunciataria come Charlie e che capisco tutta la rabbia di Ellie, figlia abbandonata a otto anni e mai più contattata da un padre che prima ha cercato l'amore altrove e poi non ha avuto il coraggio di condividere il proprio dolore se non con il cibo. La verità è che io sarei stata tagliata fuori dalla vita di Charlie, perché a differenza di Liz non avrei mai assecondato la sua malattia e lo avrei costretto ad un ricovero coatto, anche a costo di perdere per sempre l'unico legame rimasto con la mia famiglia. 


La verità è che non c'è un solo personaggio che non abbia disprezzato profondamente all'interno di The Whale, ognuno per vari motivi, e che solo lo sguardo mite del meraviglioso Brendan Fraser mi ha dato la pazienza di aspettare e capire, mentre ringraziavo ogni divinità di non essere costretta innanzitutto a vivere come Charlie, ma anche a dover essere coinvolta in una situazione simile. Sono forse egoista? Sicuramente, non ho mai detto il contrario. La verità è che quel formato 4:3, assieme alla stazza immensa di Charlie, mi hanno chiuso lo stomaco all'idea di vivere in quella casa sporca, di sicuro puzzolente, dove l'unica oasi di serenità e pulito è una stanza chiusa a chiave dove non entra mai nessuno; la sensazione di una depressione perenne (così simile ma così diversa dalla mia, che da qualche anno mi picchietta delicatamente sulla spalla ricordandomi la sua sgradevole esistenza senza mai esagerare), rappresentata da ambienti quasi sempre bui o male illuminati e dalla pioggia scrosciante all'esterno, mi ha talmente serrato la gola che il tanto temuto pianto è arrivato solo alla fine, per un misto purificante di tristezza e liberazione. Il sole, il mare, la voce di Sadie Sink (vergognosamente snobbata agli Oscar) che, dopo tanti urli di rabbia, declama una sincerità ingenua, disarmante eppure impossibile da prendere sottogamba, sono arrivati a trafiggere quel blocco che mi teneva rigida e a disagio sulla poltrona, indecisa su cosa pensare di tutto ciò che era passato fino a quel momento sullo schermo, e mi ha scossa con immagini di pura poesia e leggerezza, porte su un mondo da sogno che noi stupidi, fragili, brutti esseri umani passiamo la vita a negarci, appesantiti da una realtà brutale e da catene che ci creiamo da soli. Al diavolo, ho di nuovo il magone quindi la smetto, tanto la verità è che non saprei mai scrivere bene di un film come questo. Brendan, mio dolcissimo Brendan. Ti auguro con tutto il cuore che The Whale ti riporti tutto il successo che meriti perché la bellezza, quella vera, non può togliertela nessuno, e neppure il talento. E fanculo l'Oscar, fanculo l'Academy, fanculo il sistema, servono solo ai cinèfili per farsi le pippe.


Del regista Darren Aronofsky ho già parlato QUI. Brendan Fraser (Charlie), Sadie Sink (Ellie) e Samantha Morton (Mary) li trovate invece ai rispettivi link.

Ty Simpkins interpreta Thomas. Americano, ha partecipato a film come Insidious, Iron Man 3, Oltre i confini del male - Insidious 2, The Nice Guys, Insidious: L'ultima chiave, Avengers: Endgame e a serie quali CSI: Scena del crimine. Anche produttore, ha 22 anni e due film in uscita tra cui Insidious: Fear the Dark.


Hong Chau interpreta Liz. Thailandese, ha partecipato a film come Vizio di forma, The Menu e a serie quali How I Met Your Mother e CSI - Scena del crimine; come doppiatrice ha lavorato in American Dad! e BoJack Horseman. Anche sceneggiatrice, ha 44 anni e due film in uscita. 



mercoledì 22 febbraio 2023

Aftersun (2022)

Siccome ne stanno parlando tutti benissimo e Paul Mescal è stato candidato all'Oscar come miglior attore protagonista, ho deciso di recuperare Aftersun, diretto e sceneggiato dalla regista Charlotte Wells.


Trama: Sophie e il suo giovanissimo padre Calum sono in vacanza in Turchia, da soli. Le giornate passano nell'ozio e nel sole, ma qualcosa stona all'interno di questo apparente idillio...


Mi tocca premettere una cosa un po' antipatica. Ho cominciato a guardare Aftersun piena di aspettative, in quanto molti dei cinefili che seguo e ammiro lo hanno incensato come film dell'anno, e forse per questo sono rimasta un po' delusa dalla natura "piccola" della pellicola, la cui struttura è quella di un video diario della vacanza di un padre con una figlia. D'altra parte, il fatto che non fosse conforme alle mie aspettative, non fa di Aftersun un brutto film, anzi. L'enorme pregio del primo lungometraggio di Charlotte Wells è quello di riuscire a tenere desta l'attenzione dello spettatore nonostante "non succeda nulla" per tutta la sua durata, costruendo una sottilissima ma resistente tela di tensione che spinge a rimanere sul chi va là, ad aspettare una tragedia incombente, uno scoppio di violenza (non necessariamente fisica), una rivelazione plateale, che in realtà non arrivano e che lasciano spazio alla sensibilità del singolo in uno dei finali più malinconici della passata stagione. Un altro, enorme pregio di Aftersun è che i personaggi e il legame che li unisce vengono tratteggiati con pochi dialoghi naturali, quelli che ci si potrebbe aspettare tra una vivace ragazzina di undici anni e il suo giovane papà, messi in bocca a due attori bravissimi; l'effetto complessivo è quello di un ricordo lungo e sfaccettato, filtrato dalla giovane età della protagonista, nel quale una vacanza forse anche un po' triste, di quella tristezza fatta di villaggi turistici per famiglie, si trasforma in una memoria indelebile, in grado di segnare l'esistenza di una persona e lasciare strascichi anche nell'età adulta.


Tutto ciò che Aftersun non dice, viene comunque espresso dalle sequenze incentrate sull'espressività di Paul Mescal, impegnato in un personaggio dalla psiche complessa e difficile, un momento padre "bambino" pronto a spassarsela con la figlioletta, quello dopo silenzioso e tormentato uomo che probabilmente vorrebbe essere a miglia di distanza dalla Turchia, abbandonato a un dolore impossibile da comunicare. Il tempo passato, filmato con una camera digitale a mano e, probabilmente, lasciato qualche volta all'improvvisazione degli attori, viene intervallato da sprazzi di presente vissuti da una Sophie adulta che arriviamo a conoscere poco, e da un sogno ricorrente che la vede in una scurissima discoteca a ballare con suo padre, sequenze caratterizzate dalla presenza di luci stroboscopiche che rendono difficile cogliere le immagini con chiarezza, come se il ricordo del genitore stesse a poco a poco abbandonando Sophie e il video di quella mitica vacanza fosse l'unico mezzo per mantenerlo nitido. Nonostante sia un film piccolo, dunque, Aftersun è pieno di cose da comunicare e, soprattutto, la Wells dimostra di avere moltissimi mezzi per farlo al meglio, anche nella scelta di una colonna sonora interessantissima e commovente, che fa di Under Pressure il pezzo portante di una delle scene più intense e "cult" dell'anno. Personalmente, sono molto curiosa di sapere cosa combinerà quest'autrice in futuro, intanto vi consiglio di recuperare questo Aftersun; nonostante per me non sia il film dell'anno è comunque una pellicola intensa e originale, che merita almeno una visione. 

Charlotte Wells è la regista e sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Scozzese, ha 36 anni ed è anche produttrice e attrice. 


Paul Mescal
interpreta Calum. Irlandese, ha partecipato a La figlia oscura. Ha 27 anni e due film in uscita.



venerdì 17 febbraio 2023

Tár (2022)

E' uscito qualche giorno fa, con una distribuzione abbastanza pietosa, Tár, diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Todd Field e candidato a 6 premi Oscar (Miglior Attrice Protagonista, Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia e Miglior Montaggio).


Trama: Lydia Tár è una famosissima direttrice d'orchestra all'apice del successo. Alcuni scandali e reiterate accuse di favoritismi, tuttavia, fanno tramontare la sua stella...


A dimostrazione di quanto poco mi informi sui film prima di guardarli, ero straconvinta che Tár fosse la biografia di una direttrice d'orchestra realmente esistita e ancora vivente. La prima ora del film di Todd Field, in effetti, non è riuscita a dissuadermi, in quanto è strutturata come un documentario (fotografato e diretto con tutti i crismi ed eleganza innaturale, ma pur sempre un documentario) sulla vita di questa donna straordinaria e raffinatissima, che con piglio grintoso e deciso passa le sue giornate tra interviste, prove di registrazione, importanti decisioni legate alla gestione della Filarmonica di Berlino e mille altri impegni snocciolati attraverso dialoghi talmente dettagliati e legati a termini tecnici che per buona parte del tempo ho fatto fatica a seguirli. Anzi, per la prima ora ho fatto proprio fatica a seguire il film, a farmi coinvolgere dalla storia raccontata, in quanto, di fatto, questo tempo viene utilizzato "solo" per introdurre il personaggio di Tár e l'ambiente in cui vive. La storia comincia a muovere i primi, piccoli passi, nel momento in cui un'altra direttrice d'orchestra si suicida lasciando intendere che il motivo della sua decisione sia proprio il comportamento scorretto della Tár, ed è qui che mi sono effettivamente venuti dei dubbi relativamente alla natura biografica dell'opera, perché la rappresentazione di una potenziale indagata per istigazione all'omicidio era anche troppo "personale" e distante dai canoni della crime fiction. Spoiler alert: Tár NON è un film biografico, l'avrete capito tutti, e, a dimostrazione di quanto non sia mai contenta, una volta scoperto l'arcano mi è dispiaciuto che non lo fosse, in quanto, nonostante l'impegno profuso da tutti i coinvolti per creare un personaggio e un mondo così tanto verosimili da trarre in inganno, non sono riuscita comunque a farmi coinvolgere dalla progressiva caduta dall'Olimpo di Lydia Tár. O, meglio, di sicuro il film è diventato molto più interessante, perché se non altro hanno cominciato ad evidenziarsi le crepe e le imperfezioni della protagonista, tuttavia non sono riuscita ad empatizzare con quest'ultima nonostante l'innegabile bravura di Cate Blanchett.


L'attrice australiana offre l'interpretazione strepitosa di una donna ossessionata dal potere e dall'amore per se stessa, di una persona che si sforza in ogni momento di veglia di indossare una maschera di cultura, fascino e carisma, negando la propria fragilità e le proprie radici, che ovviamente arrivano, assieme ai peccati, a tormentarne le notti allontanandola da quello che dovrebbe essere l'unico motivo della sua esistenza: la musica. La musica, in Tár, si fa status symbol, è raro che veicoli emozioni e, quando lo fa, sono emozioni da cui la protagonista tenta di scappare o che non riesce a gestire e forse è per questo, paradossalmente, che non ricordo una sola nota della colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, compositrice che solitamente riesce a toccare le corde del mio animo. In tutto questo, lungi da me definire Tár un brutto film, perché oggettivamente non gli manca nulla ed è, in primis, curatissimo sia a livello di sceneggiatura (io posso non essermi granché emozionata ma indubbiamente scava a fondo nella psiche della protagonista ed è perfetta nel rappresentare come quest'ultima si rapporta col mondo che la circonda, a cominciare dagli affetti) che di regia, quest'ultima impreziosita da una splendida fotografia che rende le immagini ancora più nitide; in più, ha vinto una marea di premi e non si contano le candidature, per non parlare del fatto che Martin Scorsese ha dichiarato addirittura che la visione di Tár riesce a spazzare via le nubi e a far tornare il sole. Tuttavia, nonostante questo, a me è sembrato che la vera forza di Tár risiedesse essenzialmente in Cate Blanchett e che, senza la sua nervosa, dolorosissima interpretazione, del film sarebbe rimasto ben poco da ricordare. Sono una capra, che volete farci. D'altronde, mi chiamo Erica Bolla, mica Henrietta Boullet. 


Di Cate Blanchett (Lydia Tár) e Mark Strong (Eliot Kaplan) ho parlato ai rispettivi link. 

Todd Field è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come In the Bedroom e Little Children. Anche attore, produttore e compositore, ha 59 anni.


Noémie Merlant
interpreta Francesca Lentini. Francese, ha partecipato a film come Ritratto della giovane in fiamme e Jumbo. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 35 anni e tre film in uscita. 


Se Tár vi fosse piaciuto recuperate Whiplash. ENJOY!

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