venerdì 12 maggio 2023
To Leslie (2022)
mercoledì 15 marzo 2023
Women Talking - Il diritto di scegliere (2022)
lunedì 13 marzo 2023
Oscar 2023
Buon lunedì a tutti! Eeeeh, lo so che non siete per nulla contenti, cari cinèfili, ma personalmente ho trovato l'ultima edizione degli Academy Awards una delle più soddisfacenti degli ultimi anni, ed è quasi paradossale pensare che non ho nemmeno visto la premiazione causa sonno devastante (Sandy mi ha svegliata in tempo per vedere il discorso dell'adorabile Michelle Yeoh e il giusto premio come miglior film ad Everything Everywhere All at Once!). Ma bando alle ciance, cominciamo con il gioioso recap dei premi! ENJOY!
Come poteva non vincere Everything Everywhere All at Once come Miglior Film? La pellicola dei Daniels è stata la mia preferita l'anno scorso, l'ho vista, tradotta per giorni, amata dall'inizio alla fine per il suo essere un riuscitissimo mix di momenti seri, faceti, trash e commoventi; la folle poetica dei Daniels e la loro celebrazione della normalità e della gentilezza mi hanno conquistata, così come la loro capacità di surclassare film ben più costosi e blasonati, arrivando a creare un mondo con un budget proporzionalmente irrisorio grazie a fantasia e perizia tecnica. A maggior ragione, trovo legittimo l'Oscar per la Miglior Regia (e mi dispiace per gli altri), quello per l'ottimo Montaggio e quello per la Miglior Sceneggiatura Originale e doverosi sia quelli per la Miglior Attrice Protagonista a un'emozionatissima Michelle Yeoh e per il Miglior Attore Non Protagonista al dolcissimo Ke Huy Quan, il cui discorso mi ha ovviamente commossa fino alle lacrime. Davvero incommentabile, invece, l'Oscar a Jamie Lee Curtis per la Miglior Attrice Non Protagonista. Non ne faccio una colpa a lei, alla quale voglio bene da sempre e che ritengo una delle più grandi attrici (nonché donne) viventi, ma la stupidità dell'Academy è palese e un premio simile offre giustamente il fianco alle critiche e agli strali piovuti addosso alla marea di premi dati al film dei Daniels, e non è così diverso da un'eventuale statuetta concessa alla Bassett. Quest'anno avrebbe dovuto vincere Kerry Condon ma, evidentemente, Gli spiriti dell'isola, partito favoritissimo e tornato a casa (a mio parere ingiustamente) a bocca asciutta, è risultato inviso ai membri dell'Academy, o non si spiega. Peccato, sono queste cadute di stile a rendere gli Oscar sempre meno credibili col passare degli anni, come se già non bastasse il rifiuto totale a riconoscere validità all'horror e ai suoi interpreti a meno che non siano mainstream e in linea con la politica attuale.
Altra gioia altro regalo! Brendan Fraser si è portato a casa l'Oscar per il Miglior Attore Protagonista, spezzando il cuore di chi gli ha sempre voluto bene con un discorso commoventissimo pronunciato con voce rotta e sull'orlo delle lacrime. Che questo sia davvero il primo, importante passo per la ripartenza di una carriera ingiustamente stroncata da un'industria senza pietà, che nasconde le brutture pluriennali sotto glamour e lustrini. The Whale vince anche l'Oscar per il Miglior Make-Up, come avevo ampiamente previsto, anche perché il lavoro dietro alla trasformazione di Fraser è stato imponente e meritevole di un riconoscimento.
Continuando a parlare di gioia, il piccolissimo, meraviglioso Women Talking (di cui parlerò nei prossimi giorni) ha vinto il premio per la Miglior Sceneggiatura Non Originale. Se non avete ancora recuperato il film di Sarah Polley è giunto il momento di farlo, magari informandovi prima sull'orribile vicenda di cronaca che ha ispirato il romanzo, prima di sparare a zero su contentini al #metoo e affini.
Un po' di delusione, per quanto mi riguarda, c'è stata a livello di Miglior Film Straniero. Niente di nuovo sul fronte occidentale ha vinto non solo un premio che, personalmente, avrei destinato a The Quiet Girl (mi si dice che anche Closer meritava molto, non stento a crederlo), ma anche un sacco di altri importanti premi tecnici che mi hanno lasciata basita: la Fotografia era da dare a Deakins e al suo impressionante lavoro in Empire of Light, mentre la Colonna Sonora Originale (nonostante sia una delle poche ad avere apprezzato lo score dissonante composto da Volker Bertelmann) e la Scenografia sarebbero dovute andare a Babylon (ma anche ad Elvis, per quanto riguarda l'ultima categoria). Poi vi lamentate di Everything Everywhere All at Once, perlomeno un po' più originale e coraggioso di questo ennesimo, banale film di guerra!
Torniamo ai mille motivi di felicità con l'Oscar più giusto di tutti, ovvero quello al Pinocchio di Del Toro che, dopo alcuni anni di egemonia, strappa dalle mani della Disney l'Oscar come Miglior Film d'Animazione riconfermandosi, se mai ce ne fosse bisogno, come un capolavoro. Disney, Pixar, prendete esempio.
Infine, riassumo quell'altro paio di premi "tecnici" andati ad altre pellicole. Giusto per non farlo rimanere senza nulla, a Black Panther: Wakanda Forever è andato l'Oscar per i Migliori Costumi a scapito di Elvis (a mio parere uno dei film più bistrattati della serata assieme a Gli spiriti dell'isola), Top Gun: Maverick, come avevo previsto, ha vinto solo l'Oscar per il Miglior Sonoro, RRR continua a fare proseliti con la sua Canzone Originale (il che richiede che io trovi tre ore per vedere 'sto maledetto film!) e James Cameron probabilmente si starà sparando nelle palle perché dopo 10 anni di lavoro il suo Avatar - La via dell'acqua vince solo un premio, quello doverosissimo per i Migliori Effetti Speciali. Aggiungo infine quelle categorie di cui non ho assolutamente conoscenza: Navalny come Miglior Documentario, Raghu, il piccolo elefante come Miglior Corto Documentario, Il bambino, la talpa, la volpe e il cavallo come Miglior Corto Animato e An Irish Goodbye come Miglior Corto. Ci risentiamo l'anno prossimo, intanto torno a festeggiare e vi lascio con un paio di immagini tra il commovente e l'esilarante!!
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| Oscar al miglior bestinetto di diritto! |
venerdì 10 marzo 2023
Empire of Light (2022)
giovedì 9 marzo 2023
BollOscar: Top Gun (1986) e Top Gun: Maverick (2022)
Curiosità: il film è dedicato allo stuntman e pilota Art Scholl, morto a 54 anni durante la produzione del film, a causa di una manovra non riuscita che ha fatto schiantare il suo aereo nel Pacifico. Le sue ultime parole sono state "Ho un problema - Ho un problema vero". Le cause dell'incidente non sono mai state chiarite né sono mai stati recuperati l'aereo o il corpo di Scholl.
Curiosità: Tom Cruise ha insistito perché l'utilizzo di green screen e riprese aeree in CGI fosse ridotto al minimo e che le sequenze di volo venissero realmente girate all'interno degli abitacoli. Di conseguenza, gli attori hanno dovuto sottoporsi ad intense sessioni di allenamento per imparare a sopportare la pressione gravitazionale.
mercoledì 8 marzo 2023
The quiet girl (2022)
mercoledì 1 marzo 2023
Marcel the Shell (2021)
Nonostante gli orari proibitivi, mi è riuscito anche di recuperare Marcel the Shell (Marcel the Shell with Shoes On), diretto e co-sceneggiato nel 2021 dal regista Dean Fleischer Camp e candidato a un Oscar per il Miglior Film d'Animazione.
Trama: la conchiglietta Marcel vive in un'enorme casa assieme alla nonna Connie, dopo che gli altri membri della famiglia sono improvvisamente scomparsi. L'incontro con un documentarista offre a Marcel la possibilità di cercarli...
Nel corso del film, le perplessità di Marcel diventano le nostre, in quanto al minuscolo esserino vengono messe in bocca osservazioni non banali relativamente all'uso sciocco ed egoista che viene fatto di un mezzo potente come il web (emblematico il video postato per trovare la famiglia di Marcel, visualizzato da migliaia di persone che, invece di aiutarlo, postano commenti sciocchi o si impegnano solo per diventare a loro volta "famose" facendosi un selfie davanti a casa sua) o relativamente a quanto si sia diventati incapaci di fidarci degli altri, di cercare il conforto degli amici o della famiglia, preferendo seppellirci in un dolore personale per paura di riceverne altro. In tal senso, è emblematico il personaggio di nonna Connie, conchiglia pratica e molto saggia, che tenta in tutti i modi di spronare un nipotino traumatizzato dalla tragedia accorsa alla famiglia e terrorizzato all'idea di scuotere lo status quo e ricominciare a fare nuove esperienze, bloccato in una non-vita che non giova a nessuno dei due. Tutte queste riflessioni sono tratteggiate in punta di penna, inserite in una cornice di umorismo mai sciocco né volgare e di momenti tristi che non diventano mai patetici, un miracoloso equilibrio che si riverbera anche nella natura "ibrida" ma perfettamente amalgamata del film, un documentario live action che ha per protagonisti delle creature realizzate in stop motion. Indubbiamente, Marcel the Shell è un'opera molto originale e particolare, che consiglio di vedere per avere un'idea di cosa esista oltre all'animazione tradizionale che, troppo spesso, la fa da padrona agli Oscar come se non esistesse altro modo di realizzare cartoni animati. In calce, aggiungo la risposta alla domanda che ci siamo posti io e Toto alla fine del film, tanto è la stessa che vi farete anche voi: se un oggetto viene ignorato abbastanza a lungo, riesce a sviluppare un'anima. E più non dimandate!
Di Jenny Slate (co-sceneggiatrice e voce originale di Marcel), Isabella Rossellini (Connie) e Rosa Salazar (Larissa) ho parlato ai rispettivi link.
Dean Fleischer Camp è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre interpreta Dean. Americano, è al suo primo lungometraggio ma ha diretto anche i tre corti che hanno ispirato Marcel the Shell. Anche produttore, montatore e direttore della fotografia, ha un film in uscita, il live action di Lilo & Stitch.
Marcel the Shell è un lungometraggio nato dai corti Marcel the Shell with Shoes On (2010), Marcel the Shell with Shoes On, Two (2011) e Marcel the Shell with Shoes On, Three (2014), che dovrebbero tutti essere disponibili su YouTube. Se il film vi fosse piaciuto recuperateli e aggiungete Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, perché no? ENJOY!
martedì 28 febbraio 2023
The Whale (2022)
mercoledì 22 febbraio 2023
Aftersun (2022)
Siccome ne stanno parlando tutti benissimo e Paul Mescal è stato candidato all'Oscar come miglior attore protagonista, ho deciso di recuperare Aftersun, diretto e sceneggiato dalla regista Charlotte Wells.
Trama: Sophie e il suo giovanissimo padre Calum sono in vacanza in Turchia, da soli. Le giornate passano nell'ozio e nel sole, ma qualcosa stona all'interno di questo apparente idillio...
Mi tocca premettere una cosa un po' antipatica. Ho cominciato a guardare Aftersun piena di aspettative, in quanto molti dei cinefili che seguo e ammiro lo hanno incensato come film dell'anno, e forse per questo sono rimasta un po' delusa dalla natura "piccola" della pellicola, la cui struttura è quella di un video diario della vacanza di un padre con una figlia. D'altra parte, il fatto che non fosse conforme alle mie aspettative, non fa di Aftersun un brutto film, anzi. L'enorme pregio del primo lungometraggio di Charlotte Wells è quello di riuscire a tenere desta l'attenzione dello spettatore nonostante "non succeda nulla" per tutta la sua durata, costruendo una sottilissima ma resistente tela di tensione che spinge a rimanere sul chi va là, ad aspettare una tragedia incombente, uno scoppio di violenza (non necessariamente fisica), una rivelazione plateale, che in realtà non arrivano e che lasciano spazio alla sensibilità del singolo in uno dei finali più malinconici della passata stagione. Un altro, enorme pregio di Aftersun è che i personaggi e il legame che li unisce vengono tratteggiati con pochi dialoghi naturali, quelli che ci si potrebbe aspettare tra una vivace ragazzina di undici anni e il suo giovane papà, messi in bocca a due attori bravissimi; l'effetto complessivo è quello di un ricordo lungo e sfaccettato, filtrato dalla giovane età della protagonista, nel quale una vacanza forse anche un po' triste, di quella tristezza fatta di villaggi turistici per famiglie, si trasforma in una memoria indelebile, in grado di segnare l'esistenza di una persona e lasciare strascichi anche nell'età adulta.
Tutto ciò che Aftersun non dice, viene comunque espresso dalle sequenze incentrate sull'espressività di Paul Mescal, impegnato in un personaggio dalla psiche complessa e difficile, un momento padre "bambino" pronto a spassarsela con la figlioletta, quello dopo silenzioso e tormentato uomo che probabilmente vorrebbe essere a miglia di distanza dalla Turchia, abbandonato a un dolore impossibile da comunicare. Il tempo passato, filmato con una camera digitale a mano e, probabilmente, lasciato qualche volta all'improvvisazione degli attori, viene intervallato da sprazzi di presente vissuti da una Sophie adulta che arriviamo a conoscere poco, e da un sogno ricorrente che la vede in una scurissima discoteca a ballare con suo padre, sequenze caratterizzate dalla presenza di luci stroboscopiche che rendono difficile cogliere le immagini con chiarezza, come se il ricordo del genitore stesse a poco a poco abbandonando Sophie e il video di quella mitica vacanza fosse l'unico mezzo per mantenerlo nitido. Nonostante sia un film piccolo, dunque, Aftersun è pieno di cose da comunicare e, soprattutto, la Wells dimostra di avere moltissimi mezzi per farlo al meglio, anche nella scelta di una colonna sonora interessantissima e commovente, che fa di Under Pressure il pezzo portante di una delle scene più intense e "cult" dell'anno. Personalmente, sono molto curiosa di sapere cosa combinerà quest'autrice in futuro, intanto vi consiglio di recuperare questo Aftersun; nonostante per me non sia il film dell'anno è comunque una pellicola intensa e originale, che merita almeno una visione.
Charlotte Wells è la regista e sceneggiatrice della pellicola, al suo primo lungometraggio. Scozzese, ha 36 anni ed è anche produttrice e attrice.
venerdì 17 febbraio 2023
Tár (2022)
E' uscito qualche giorno fa, con una distribuzione abbastanza pietosa, Tár, diretto e sceneggiato nel 2022 dal regista Todd Field e candidato a 6 premi Oscar (Miglior Attrice Protagonista, Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia e Miglior Montaggio).
Trama: Lydia Tár è una famosissima direttrice d'orchestra all'apice del successo. Alcuni scandali e reiterate accuse di favoritismi, tuttavia, fanno tramontare la sua stella...
L'attrice australiana offre l'interpretazione strepitosa di una donna ossessionata dal potere e dall'amore per se stessa, di una persona che si sforza in ogni momento di veglia di indossare una maschera di cultura, fascino e carisma, negando la propria fragilità e le proprie radici, che ovviamente arrivano, assieme ai peccati, a tormentarne le notti allontanandola da quello che dovrebbe essere l'unico motivo della sua esistenza: la musica. La musica, in Tár, si fa status symbol, è raro che veicoli emozioni e, quando lo fa, sono emozioni da cui la protagonista tenta di scappare o che non riesce a gestire e forse è per questo, paradossalmente, che non ricordo una sola nota della colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, compositrice che solitamente riesce a toccare le corde del mio animo. In tutto questo, lungi da me definire Tár un brutto film, perché oggettivamente non gli manca nulla ed è, in primis, curatissimo sia a livello di sceneggiatura (io posso non essermi granché emozionata ma indubbiamente scava a fondo nella psiche della protagonista ed è perfetta nel rappresentare come quest'ultima si rapporta col mondo che la circonda, a cominciare dagli affetti) che di regia, quest'ultima impreziosita da una splendida fotografia che rende le immagini ancora più nitide; in più, ha vinto una marea di premi e non si contano le candidature, per non parlare del fatto che Martin Scorsese ha dichiarato addirittura che la visione di Tár riesce a spazzare via le nubi e a far tornare il sole. Tuttavia, nonostante questo, a me è sembrato che la vera forza di Tár risiedesse essenzialmente in Cate Blanchett e che, senza la sua nervosa, dolorosissima interpretazione, del film sarebbe rimasto ben poco da ricordare. Sono una capra, che volete farci. D'altronde, mi chiamo Erica Bolla, mica Henrietta Boullet.
Di Cate Blanchett (Lydia Tár) e Mark Strong (Eliot Kaplan) ho parlato ai rispettivi link.
Todd Field è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come In the Bedroom e Little Children. Anche attore, produttore e compositore, ha 59 anni.
Se Tár vi fosse piaciuto recuperate Whiplash. ENJOY!






















































