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mercoledì 3 dicembre 2025

Black Phone 2 (2025)

C'è voluto un po', ma alla fine sono riuscita a vedere anche Black Phone 2, diretto e co-sceneggiato dal regista Scott Derrickson.


Trama: dopo qualche anno dalla morte del Rapace, Gwen comincia ad avere strane visioni legate al serial killer. Assieme al fratello Finn e a un compagno di classe, la ragazza va ad indagare in un campeggio cristiano dove un tempo lavorava la loro defunta madre...


Black Phone,
uscito nel 2021 e tratto da un racconto di Joe Hill, era un horror gradevolissimo che aveva visto il ritorno di Scott Derrickson al genere a lui più congeniale, ovvero l'horror sovrannaturale con bambini e visioni/video inquietanti. Non mi aspettavo che il Rapace sarebbe tornato sul grande schermo, invece, quattro anni dopo, è successo. Il film, che ormai non si appoggia più a un'opera cartacea, segue una sceneggiatura scritta sempre da Scott Derrickson e C. Robert Cargill e riprende le vicende di Finn e Gwen qualche anno dopo la morte del Rapace. Finn è diventato un ragazzotto che picchia chi non gli va a genio e si fa le canne, traumatizzato dall'incontro col serial killer, mentre Gwen è cresciuta ma non ha perso il potere di avere sogni premonitori, anzi. A poco a poco, le sue visioni vanno fuori controllo e iniziano a collegarsi pericolosamente alla figura del Rapace, il quale torna ad ossessionare anche Finn. Per capire cosa stia succedendo, i due, assieme al fratello di uno dei ragazzini morti nel film precedente, vanno in mezzo alle montagne, in un campeggio cristiano frequentato, in passato, proprio dalla madre di Gwen e Finn, e dove il Rapace pare avere mosso i primi passi. Black Phone 2, rispetto al primo film, calca molto più la mano sull'aspetto sovrannaturale della vicenda, trasformando un serial killer umano e orribilmente plausibile in un mostro uscito dritto da un inferno di ghiaccio, e ambientando buona parte del film all'interno dei sogni di Gwen. Anzi, a dirla tutta, come avrete sicuramente letto da più parti, Black Phone 2 è praticamente un remake di Nightmare, soprattutto de I guerrieri del sogno, in quanto i rinnovati poteri del Rapace rendono i sogni di Gwen pericolosamente mortali e per batterlo i protagonisti devono imparare a sfruttare la logica del mondo onirico contro di lui. La cosa diventa un po' farraginosa a un certo punto, perché Gwen è priva del potere di trascinare gli altri nei suoi sogni, il Rapace trae forza dai ragazzini morti, e le due cose vengono omesse e/o dimenticate sul finale, ma viste quante brutture ci siamo dovuti sorbire con la saga dedicata a Freddy Krueger, direi che sono questioni sulle quali si può serenamente sorvolare.


Anche perché, a differenza dei sequel di Nightmare, i due protagonisti principali di Black Phone continuano ad essere ben delineati, e il loro saldo legame continua ad essere il cuore dell'intera vicenda. Finn è un ragazzo spezzato, che è rimasto bloccato all'interno del sotterraneo in cui lo ha rinchiuso il Rapace e, nonostante sia stato lui stesso ad ucciderlo, ciò non gli ha permesso di superare il terrore derivante dall'esperienza. Gwen, dal canto suo, vede scivolare via un fratello che comincia ad avviarsi verso lo stesso percorso di violenze e dipendenze del padre, ed è terrorizzata all'idea di fare la medesima fine della madre, suicidatasi per via delle sue visioni. Il disperato tentativo dei due ragazzi di mantenere il nucleo della forza della loro unione è toccante, anche grazie alle belle interpretazioni dei due giovani protagonisti, e coinvolge nonostante comprimari non proprio all'altezza, come per esempio il "love interest" di Gwen, ma anche lo stesso padre, impegnato in una difficile riabilitazione. A livello stilistico, Black Phone 2 mi è piaciuto molto, in primis perché trovo sempre assai suggestive le ambientazioni nevose e l'idea che l'inferno sia un posto zeppo di ghiaccio, più che di fiamme. Inoltre, come spesso accade all'interno delle opere più riuscite e famose di Derrickson, l'incubo ha i contorni di un vecchio Super-8 casalingo. Poiché i sogni di Gwen diventano preponderanti, buona parte del film è stata girata su pellicola 8mm, usando una telecamera Super-8, cosa che ovviamente richiama i terrificanti snuff di Sinister e contribuisce così ad aumentare l'ansia, oltre a differenziare chiaramente il mondo del sogno da quello reale (non c'è mai incertezza tra i due piani, diversamente da ciò che accade spesso negli horror), come se non bastasse la presenza dell'efficacissima maschera del Rapace a mettere paura. A tal proposito, per quanto mi riguarda, trovo più terrificante l'idea del Rapace "vero", ma anche l'insidiosa onnipotenza del suo spirito mette abbastanza i brividi, soprattutto perché Derrickson mostra più di quanto facesse nel primo film, nel quale la folle ipocrisia del mostro lo portava ad essere più trattenuto. Qui, il Rapace è scatenato ed assetato di vendetta, e la sua maschera non cela più un'apparenza di finta umanità, con tutte le conseguenze del caso, che potrebbero far storcere il naso agli spettatori più sensibili. Per gli amanti del genere, invece, il mio consiglio è quello di non dar retta alle tante recensioni negative che sono piombate addosso a Black Phone 2. Non è di sicuro l'horror più bello dell'anno, ma è un prodotto dignitosissimo con tante belle idee e omaggi gustosi, quindi merita almeno una visione. 


Del regista e co-sceneggiatore Scott Derrickson ho già parlato QUI. Ethan Hawke (il Rapace), Madeleine McGraw (Gwen), Demián Bichir (Mando) e Jeremy Davies (Terrence) li trovate invece ai rispettivi link. 

Mason Thames interpreta Finn. Americano, ha partecipato a film come Black Phone e Dragon Trainer. Ha 18 anni e un film in uscita.  


Miguel Mora
, che interpreta Ernesto, era già comparso in Black Phone nel ruolo di suo fratello, Robin. Ovviamente, se Black Phone 2 vi fosse piaciuto, recuperate il primo capitolo e aggiungete Sinister, Sinister 2 e la saga di Nightmare. ENJOY!

venerdì 22 dicembre 2023

Dark Harvest (2023)

L'avevo perso sotto Halloween ma, siccome è disponibile su Prime Video, ho recuperato Dark Harvest, diretto dal regista David Slade e tratto dal romanzo omonimo di Norman Partridge.


Trama: in un piccolo paesino rurale americano degli anni '60, ogni notte di Halloween, gli adolescenti maschi del luogo sono costretti a cacciare ed uccidere una creatura chiamata Sawtooth Jack, pena l'abbattersi di pesanti calamità sulla cittadina...


Era qualche anno che non mi capitava di vedere un horror a tema Halloween e Dark Harvest avrebbe tutte le potenzialità per diventare un classico del genere, ma anche un po' di difetti che hanno reso faticosa la visione, almeno per quanto mi riguarda. L'idea di fondo è molto interessante. Ambientato in una cittadina dell'America rurale (di quelle incredibilmente plausibili per fungere da ricettacolo di qualche strano culto), Dark Harvest ha come fulcro la maledizione che la colpisce tutti gli anni ad Halloween, quando lo spettrale Sawtooth Jack esce dai campi e cerca di raggiungere la chiesa del paese; gli adolescenti del luogo, dopo tre giorni di privazioni, si riversano nelle strade per cacciarlo e ucciderlo, rischiando peraltro di fare la stessa fine, e il premio per il vincitore sono soldi, una casa nella zona ricca della città in cui far vivere la famiglia e, soprattutto, un'automobile di lusso con cui andarsene a cercare fortuna nel mondo. Il bello del film è che non offre troppe spiegazioni e inizia in medias res, con giusto qualche reminiscenza del fallimento di una caccia in tempi precedenti, seguita da terribili ma non specificate conseguenze per l'intera cittadina, quindi si ha l'illusione di un luogo surreale e sospeso nel tempo, dove viene accettato come normale un evento sovrannaturale che si ripropone annualmente. Ci si chiede come possano le persone condurre una vita normale nell'attesa della fatidica notte, e in effetti la trama si concentra sui dubbi esistenziali di Richie, il cui fratello ha vinto la "gara" dell'anno precedente ed è quindi riuscito ad uscire da una cittadina che, altrimenti, costringe gli abitanti a rimanere segregati all'interno dei confini. Le azioni e, soprattutto, le domande di Richie diventano il sassolino in grado di inceppare il "perfetto" meccanismo della caccia a Sawtooth Jack, dopodiché dipende dalla scafatezza dello spettatore riuscire a sgamare il plot twist prima della sua rivelazione, oppure farsi viaggi mentali shyamalani come la sottoscritta, che nell'attesa ho viaggiato così tanto con la mente da farmi un pisolo prima del più bello.


Infatti, non so neppure dirvi il perché, ho trovato buona parte di Dark Harvest lento e pesantino. Sawtooth Jack è bellissimo, un incubo uscito da una fiaba crudele, e la parte della caccia è scritta e diretta in modo assai coinvolgente, zeppa di momenti gore e sequenze che esplicitano la disperazione di ragazzi terrorizzati e fomentati attraverso improvvisi scoppi di folle violenza o spaventose morti solitarie, ma arrivare a questa parte del film richiede molta pazienza. Bisogna infatti perdersi in un "campo di granturco" fatto di adolescenti scoglionati e musoni, picchi di razzismo fastidiosi, adulti talmente antipatici che verrebbe voglia di prenderli a schiaffi, prima che arrivi Sawtooth Jack a dare una scrollata a tutti, e sul finale qualcosa manca, come se ci fosse materiale per almeno altri dieci film ma lasciato lì a stagnare. Peccato, perché l'atmosfera da incubo, con l'arancione e il nero a farla da padrone nella fotografia, e l'angst lasciato libero di scorrere a fiumi come se Dark Harvest fosse la versione adolescenziale e fiabesca de La notte del giudizio non sono affatto male; magari sarebbe servito anche un cast più centrato, ché la maggior parte degli attori mi ha lasciata tra il freddo e il perplesso, soprattutto per quanto riguarda lo sceriffo di Luke Kirby, al cui confronto Nicolas Cage è un modello di interpretazioni trattenute e misurate. Ciò nonostante, non mi sento di sconsigliare Dark Harvest, perché è comunque dotato di un fascino tutto particolare che potrebbe riscaldarvi durante la spooky season del prossimo anno, quindi cercate di non dimenticarvelo!


Del regista David Slade ho già parlato QUIEzra Buzzington (il contadino), Jeremy Davies (Dan Shepard), Elizabeth Reaser (Donna Shepard) e Mark Boone Junior (Ralph Jarrett) li trovate invece ai rispettivi link.

venerdì 1 luglio 2022

Black Phone (2022)

Questa settimana, nel dubbio, ho fatto doppietta. Prima Elvis e poi Black Phone (The Black Phone), diretto e co-sceneggiato dal regista Scott Derrickson a partire dal racconto Il telefono nero di Joe Hill, contenuto nella raccolta Ghosts


Trama: il piccolo Finney finisce nelle grinfie del Rapace, un maniaco che rapisce e uccide i bambini. Nella sua disperata lotta per la fuga, troverà inaspettati alleati...


Il dubbio che mi ha accompagnata alla fine della rilettura de Il telefono nero, avvenuta poche settimane fa, è stato "Come hanno fatto a trarre un intero film da qui?". Il racconto di Joe Hill è, in effetti, una cosina breve e molto basica, che comincia nel momento esatto in cui il protagonista, Finney, viene rapito e si conclude dopo pochi giorni di permanenza nel seminterrato del suo aguzzino. Quest'ultimo non è particolarmente connotato a livello descrittivo o motivazionale, si dice solo che è grasso e che "non vorrebbe fare del male a nessuno", e lo stesso Finney viene lasciato molto all'immaginazione del lettore, al quale vengono fornite poche informazioni per quanto riguarda la famiglia, i passatempi e l'aspetto del piccolo. Questo perché il fulcro della storia è il telefono nero del titolo, che rende il racconto una rapida ed inquietante ghost story imperniata su una giusta vendetta postuma, non tra le più memorabili che ho letto, ma comunque gradevole. Gli stessi due aggettivi potrebbero valere per il film di Derrickson, il quale, assieme al fido C. Robert Cargill, trasforma Il telefono nero in un'opera ben più Kinghiana di quanto fosse in origine quella del figlio del Re. La cittadina portata sullo schermo da Derrickson sembra popolata solo da bambini o ragazzi impegnati nelle loro terrificanti battaglie personali, lasciati soli da insegnanti poco attenti e, soprattutto, da genitori completamente assenti, persi in demoni fatti di alcool, traumi e lutti mai elaborati. Per fare davvero paura, il Rapace di Ethan Hawke deve indossare maschere che richiamano quella de La maschera del demonio (opera, per inciso, di Tom Savini), ma i pericoli tangibili e reali, quelli che mettono davvero angoscia a protagonista e spettatore, sono incarnati dai terribili bulli che danno la caccia a Finney a scuola e, soprattutto, dal padre ubriacone e violento; le scene di pestaggio di Black Phone, riprese con crudo realismo, sono tra le più orribili che mi sia mai capitato di vedere, e sfido chiunque a trattenere insulti e magone davanti all'angosciante litigio con cinghiate annesse tra Jeremy Davies e la piccola attrice che interpreta Gwen (personaggio, tra l'altro, ben più riuscito e interessante del protagonista, soprattutto grazie alla bravura di Madeleine McGraw).


Tutta questa violenza quotidiana si contrappone a un Rapace che gioca quasi di sottrazione per buona parte del film. Come un totem malvagio, il Rapace attende, ammantato da un'aura sovrannaturale e accompagnato da troppi rimandi a It, talmente tanti da risultare quasi fastidiosi; è vero, i palloncini neri ci sono anche nel racconto originale, ma il vero "plagio" compiuto da Hill ai danni del padre, al limite, è N0s4a2, e direi che inserire nella trasposizione di Black Phone un tizio con della biacca sulla faccia, palloncini come se piovessero, una ragazzina con l'impermeabile giallo e un look generale che rimanda moltissimo al primo It diretto da Andy Muschietti, non era necessario per renderlo apprezzabile. Anche perché Derrickson riesce a dare personalità al tutto seguendo il proprio stile senza andare a pescare da altri, e si vede nel modo in cui sono realizzate non solo le sequenze in cui Finney usa il telefono (una in particolare nasconde il jump scare più efficace del film, vedere per bestemm... ehm, credere) ma anche quelle dei sogni di Gwen, resi come un filmino Super 8, senza contare lo scantinato, che richiama l'ormai iconica locandina di Sinister. A proposito, si vede che io ormai non ho più memoria per nulla e sono sempre meno fisionomista, ma un altro trait d'union tra il mondo di Derrickson e quello di King è James Ransone, che compare sia nei due Sinister sia in It. Ciò detto, ho sentito le peggio cose su Black Phone, quindi mi sento in dovere di spezzare una lancia sulla bontà dell'operazione. Sicuramente non si parla dell'horror più memorabile dell'anno e nemmeno uno dei migliori, ma è un ottimo prodotto "commerciale" che val la pena andare a vedere, nell'attesa che arrivino i pezzi grossi come X e Nope


Del regista e co-sceneggiatore Scott Derrickson ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Il Rapace), Jeremy Davies (Terrence) e James Ransone (Max) li trovate invece ai rispettivi link.

Madeleine McGraw interpreta Gwen. Americana, ha partecipato a film come American Sniper, Ant-Man and The Wasp e a serie quali Bones, Outcast, Criminal Minds; come doppiatrice ha lavorato in Toy Story 4 e I Mitchell contro le macchine. Ha 14 anni e due film in uscita. 


Se Black Phone vi fosse piaciuto recuperate Sinister, Sinister 2, It e It - Capitolo due. ENJOY!

venerdì 18 gennaio 2019

The House That Jack Built (2018)

Con un misto di timore e reverenza, ho recuperato anche La casa di Jack (The House That Jack Built), diretto e co-sceneggiato nel 2018 dal regista Lars Von Trier.



Trama: Jack è un ingegnere, architetto e soprattutto un serial killer. Nel corso del film lo ascoltiamo raccontare la sua vita criminale, in cinque episodi che coprono un arco di dodici anni.



Il mio rapporto con Von Trier è altalenante. Non lo amo, non lo odio, a tratti mi affascina al punto da trovarlo adorabile, talvolta lo trovo talmente presuntuoso che vorrei prenderlo a schiaffi. Per questo, a differenza di molti altri spettatori, mi avvicino ad ogni sua opera senza particolari pregiudizi ma con un vago senso di ansia data dall'idea di non riuscire a capire tutto quello che vedrò sullo schermo; non si tratta di un terrore "lynchiano", ché bene o male le trame dei film di Von Trier sono sempre complesse ma comunque comprensibili, quanto piuttosto di un'inadeguatezza culturale che prevede un grande sforzo di ricerca da parte dello spettatore. Esempio banalissimo, che vi può far rendere conto di quanto sia capra: l'ultimo dei capitoli in cui è diviso The House That Jack Build si intitola Katabasis. Ora, non avendo studiato greco al liceo non avevo assolutamente idea di cosa fosse la catabasi anche perché nessuno dei professori coi quali ho analizzato la Divina Commedia alle superiori o all'università ha mai usato questo termine per definire una discesa nell'Ade e ora grazie a Von Trier lo so. Grazie ad Alessandra poi ho anche colto molti dei riferimenti "pop" presenti non solo nella catabasi ma anche nel corso del film, uno su tutti l'uso di cartelli scritti a mano dal protagonista per sottolineare alcuni dei concetti espressi, cosa che mi ha permesso di apprezzare maggiormente una pellicola che fa dell'amore per l'arte, per la cultura, per le "icone" e per l'ironica autocritica uno dei suoi punti di forza. Per dire, probabilmente se dovessi incontrare per strada Jack o, come arriva a definirsi nel corso del film, Mr. Sophistication, verrei accusata di essere "simple" o stupida come buona parte delle sue vittime e finirei uccisa nel peggiore dei modi, senza nemmeno rientrare nei cinque incidenti che il protagonista racconta al misterioso Verge, interlocutore di cui per buona parte della pellicola sentiamo solo la voce. Eppure, persino una "simple" come me capisce che il valore di The House That Jack Built non risiede nella sua anima corrotta di opera atta a sconvolgere il pubblico con una violenza insopportabile (se posso permettermi, è vero che il film di Von Trier ha delle sequenze agghiaccianti come quella di Mr. Grumpy, ma Il sacrificio del cervo sacro è MOLTO più insostenibile) ma nei botta e risposta tra Jack e Verge, all'interno dei quali una metodica, crudele follia viene combattuta con un'ironica razionalità... senza che vi sia un netto vincitore, perché a dispetto dell'apparente disinteresse di Verge, la strisciante, colta e raffinata oscurità di Jack minaccia di affascinarlo.


E dunque cos'è, in definitiva, questo The House That Jack Built? In sostanza, sono due ore di riflessione sulla fondamentale malvagità dell'esistenza, di terrificante correlazione tra arte o genialità e le peggiori cose mai capitate al genere umano, di una natura che non è meno terribile o fredda, un mix tra Dante Alighieri e Goethe all'interno del quale Von Trier entra a gamba tesa, col suo pessimismo e lo strascico di tutte le critiche che gli sono piovute addosso nel corso degli ultimi anni, riuscendo a confezionare un film molto valido dal punto di vista della regia e della parte più "riflessiva" della sceneggiatura, meno interessante dal punto di vista del mero, voyeuristico spettacolo "horror". Intendiamoci, come ho scritto sopra The House That Jack Built (titolo tratto da una nursery rhyme inglese che in pratica è la versione originale di Alla fiera dell'Est) non è privo di momenti nauseanti, ma come riflessione sulla natura di serial killer è molto meglio il recente The Clovehitch Killer, anche perché Jack è un maniaco terribilmente sfigato (benché vanesio ed arrogante) e meritevole di essere preso in giro da Verge, soprattutto nel corso del secondo incidente. Ed effettivamente, più del pur bravo Matt Dillon è lo straordinario Bruno Ganz a fare da mattatore, con la sua sola voce contrapposta a quella del protagonista; pacato, disilluso, ironico, perplesso e distaccato, l'attore tedesco diventa la nostra guida nei meandri della mente di Jack, ci consente di prenderne le distanze e talvolta anche di sbeffeggiare la sua presunta superiorità nei confronti del genere umano (sicuramente sbaglio ma l'ho letto come un invito a prendere più alla leggera anche Von Trier), a non "ragionar di lui ma guardare e passare", ché tanto la livella della morte alla fine mette tutti sullo stesso piano, geni malvagi o semplici ochette strillanti che siano. Von Trier sembra suggerire che il tempo delle icone è passato e che la modernità attuale rischia di lasciare ai posteri soltanto della grande mediocrità e la mera illusione di avere contato qualcosa o cambiato il mondo, soprattutto perché tutti sembrano concentrati solo ed esclusivamente su se stessi, sui loro piccoli desideri malvagi reiterati come se fossero davvero importanti. E considerato che questo, a quanto pare, rischia di essere l'ultimo film diretto dal regista, l'utilizzo di Hit the Road Jack! sul finale suona ancora più come autoironica presa in giro. Ci saremo liberati definitivamente del piccolo Lars?


Del regista e co-sceneggiatore Lars Von Trier ho già parlato QUI. Bruno Ganz (Verge), Uma Thurman (Donna 1), Riley Keough (Simple) e Jeremy Davies (Al) li trovate invece ai rispettivi link.

Matt Dillon interpreta Jack. Americano, lo ricordo per film come I ragazzi della 56ª strada, Rusty il selvaggio, Drugstore Cowboys, Da morire, In & Out, Sex Crimes - Giochi pericolosi, Tutti pazzi per Mary, Tu io e Dupree, inoltre ha partecipato a serie quali Wayward Pines e doppiato episodi de I Simpson. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 54 anni e due film in uscita.


Siobhan Fallon Hogan  interpreta Donna 2. Americana, ha partecipato a film come Caro zio Joe, Forrest Gump, Striptease, Men in Black, Il negoziatore, Dancer in the Dark, Dogville, Funny Games, ... e ora parliamo di Kevin, e a serie quali Wayward Pines e American Gods. Anche sceneggiatrice, ha 58 anni e due film in uscita.


Il film era stato annunciato come una miniserie di otto episodi ma alla fine Von Trier ha deciso di realizzare un lungometraggio. Se The House That Jack Built vi fosse piaciuto recuperate The Clovehitch Killer e Il sacrificio del cervo sacro. ENJOY!


venerdì 2 novembre 2018

L'insaziabile (1999)

Finalmente è arrivato il momento di parlare di uno dei miei film preferiti, L'insaziabile (Ravenous), diretto nel 1999 dalla regista Antonia Bird.


Trama: durante la guerra tra Messico e America, il Capitano John Boyd viene mandato in un avamposto in Sierra Nevada. Un giorno arriva lì Colqhoun, più morto che vivo e reduce da una terribile esperienza di cannibalismo...



L'insaziabile è una bestia stranissima, per questo ancora più adorabile. La sua matrice horror è cristallina (ed è ciò che mi aveva attirata all'epoca assieme al cast maschile all-star, di cui parlerò nel paragrafo successivo), radicata nel mito indiano del Wendigo, demone che arriva a possedere chiunque osi macchiarsi di un crimine orrendo come quello di mangiare carne umana e che, in generale, rappresenta la gola, la rapacità, l'incapacità di contenere i propri desideri. L'insaziabile non è però solo un horror. Il film di Antonia Bird tocca diversi generi, in primis quello della commedia nera, grottesca, popolata da personaggi involontariamente esilaranti nelle loro idiosincrasie; il film "di guerra", all'interno del quale viene sviscerato non solo tutto l'orrore di un campo di battaglia ma anche il dramma umano di chi, pur odiandosi, cede all'istinto di sopravvivenza rifugiandosi in un atto di codardia che decorati generali mai costretti a prendere parte all'azione non riuscirebbero a comprendere; il racconto "di frontiera", fatto di paesaggi brulli ed inospitali, credenze indiane e pellegrini in pericolo. Questo mix di generi crea una pellicola vivace, capace di sorprendere continuamente lo spettatore e di coinvolgerlo in un'atmosfera che diventa sempre più inquietante e claustrofobica man mano che il film prosegue, inoltre porta sullo schermo personaggi complessi che non si limitano allo stereotipo "buono vs cattivo" oppure "vittime vs killer". Anzi, nel corso de L'insaziabile vengono posti parecchi dilemmi morali che sviscerano la natura fallace dell'uomo il quale, se messo alle strette, getta alle ortiche ogni remora affidandosi al mero istinto; la differenza tra Colquhoun e Boyd è sottile, in quanto i due personaggi sono fin dall'inizio assai simili nel loro desiderio di sopravvivere anche a costo di essere considerati due mostri, ma se Colquhoun sceglie consapevolmente di abbracciare la sua disumanità, Boyd ne rifugge, disgustato dalla propria paura della morte, additato come codardo da tutti i suoi commilitoni e, per questo, ritenuto inaffidabile. In sostanza, per quanto comprensibilmente, neppure Boyd è in grado di sacrificarsi per gli altri e ciò lo rende, agli occhi di Colquhoun, deprecabile quanto lui.


Assieme alla bella sceneggiatura (sulla quale non ricamerei oltre per evitare spoiler), ci sono due elementi che saltano all'occhio de L'insaziabile, riuscendo a fissarsi nella mente dello spettatore per anni. La colonna sonora assurda, realizzata da Damon Albarn e Michael Nyman, spicca per la presenza di un banjo che sembra quasi voler scandire il tempo che resta ai protagonisti e si insinua nella testa come il tarlo che divora Colqhoun e Boyd, insistente ed impossibile da ignorare; zeppa di elementi elettronici distorti, la colonna sonora stride con l'ambientazione da vecchio west del film e rende alcune scene ancor più grottesche e concitate, confermandosi come l'ennesima scelta azzardata ma azzeccatissima di un film che di banale non ha davvero nulla. Il secondo motivo per cui L'insaziabile è riuscito a diventare un cult fin dalla prima volta che l'ho visto è la presenza di attori della madonna, gestiti magistralmente da una regista che è scomparsa purtroppo giovanissima e che chissà quali altre chicche avrebbe potuto regalarci. Robert Carlyle è letteralmente mostruoso, tanto che le efferatissime scene splatter di cui è gremito L'insaziabile fanno molta meno impressione di lui, con quegli occhi ferini e i movimenti animaleschi, imprevedibili sia nel bene che nel male, che caratterizzano il suo personaggio anche nel repentino cambiamento di metà film. Anche gli altri attori però non sono da meno. Guy Pearce, il quale pur essendo il protagonista non apre bocca per i primi venti minuti, lascia che sia lo sguardo terrorizzato da bestia braccata a parlare; l'aspetto naturalmente amabile e pacioso di Jeffrey Jones ci fa adorare fin da subito il suo Colonnello Hart, con tutte le conseguenze del caso, mentre tra i soldati "semplici" si distinguono il biondissimo e folle Neal McDonough e il tenerissimo, ridicolo Jeremy Davies, protagonista di una delle scene più raccapriccianti (benché solo suggerita) del film, perfetta combinazione di dialoghi, interpretazioni e montaggio. Se non avete mai visto L'insaziabile consiglio di recuperarlo appena possibile perché è davvero un gioiello che non dimenticherete facilmente, nemmeno se, come me, avete ormai il cervello zeppo di film!


Di Guy Pearce (Capitano John Boyd), Robert Carlyle (Colonnello Ives/F.W. Colqhoun), David Arquette (Soldato Cleaves), Jeffrey Jones (Colonnello Hart) e Neal McDonough (Soldato Reich) ho parlato ai rispettivi link.

Antonia Bird è la regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Il prete e Face. Anche produttrice, è morta nel 2013 all'età di 62 anni.


Jeremy Davies interpreta il Soldato Toffler. Americano, lo ricordo per film come Nell, Twister, Salvate il soldato Ryan, The Million Dollar Hotel e Dogville, inoltre ha partecipato a serie come Melrose Place, Lost, Hannibal, Twin Peaks e American Gods. Ha 49 anni.


Antonia Bird è stata chiamata, su suggerimento di Robert Carlyle, per sostituire il regista Milcho Manchevski, licenziato dopo sole due settimane; la produzione aveva suggerito di affidare il progetto a Raja Gosnell ma giustamente i membri del cast sono insorti. ENJOY!

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