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venerdì 1 marzo 2024

American Fiction (2023)

Era il "pokémon raro" di questa edizione degli Oscar, poi, il 27 Febbraio, Amazon Prime Video ha deciso di mettere a catalogo American Fiction, diretto e co-sceneggiato dal regista Cord Jefferson a partire dal romanzo Cancellazione di Percival Everett e candidato a cinque premi Oscar: Miglior film, Miglior attore protagonista, Miglior attore non protagonista, Migliore sceneggiatura non originale e Migliore colonna sonora.


Trama: Thelonious "Monk" Ellison è uno scrittore di colore dallo scarso successo. Colpito da gravi problemi lavorativi e familiari, Monk decide di scrivere una parodia dei romanzi "neri" di successo e, inaspettatamente, editori e lettori ne sono entusiasti...


Non sarà facile separare la quantità di candidature ottenute da American Fiction da un giudizio oggettivo sul film anche perché, detto in tutta sincerità, non lo avrei neppure mai guardato se non avesse fatto parte della rosa dei candidati. Il mio timore è quello di essere eccessivamente severa verso un'opera che probabilmente è stata accompagnata da troppe aspettative, quindi cercherò di non ragionare in funzione degli Oscar e di trattare American Fiction come uno dei tanti film che escono annualmente (tenendo anche in considerazione che non ho mai letto il libro Cancellazione). Il film racconta la "lotta" di Thelonious "Monk" Ellison, professore e scrittore di scarso successo, contro un'idea ghettizzata e bianca di letteratura di colore. In pratica, Monk viene accusato dal suo agente di non vendere in quanto troppo acculturato e poco "nero", troppo borghese e tranquillo per fare breccia nel cuore di chi vuole il tragico stereotipo della povertà, della violenza, dell'ignoranza , percepito come l'unica, genuina "verità". Svariati, gravi problemi familiari e il successo di un'autrice con un'opera identica a quelle tanto odiate da Monk, lo spingono a scrivere una parodia di questi libri e ad inviarla al suo agente, cosa che gli procura da subito una prelazione a cifre da capogiro ma anche una serie di dubbi etici e filosofici non da poco. Questo, in soldoni, è il canovaccio principale di American Fiction, al quale si affianca l'approfondimento di un personaggio non particolarmente simpatico attraverso le sue interazioni con i familiari (dai quali si è progressivamente allontanato nel corso del tempo), la nuova fidanzata e un paio di fidati conoscenti che gravitano nell'orbita della casa al mare di Monk. L'aspetto più interessante del film, comunque, non è tanto vedere quanto Monk possa imparare dalla ritrovata famiglia (anzi, le malinconiche pennellate legate alle infedeltà del padre e all'omosessualità del fratello, a mio avviso, aggiungono poco alla storia e sembrano appiccicate con lo sputo) quanto, ovviamente, la critica a una percezione della letteratura asservita alle mode del momento.


American Fiction
. Letteratura americana, sì, ma anche "finzione" americana, la pretesa che la realtà si pieghi a quelle che sono le nostre aspettative, a quello che ci piace o che ci fa sentire bene. Nella fattispecie, la vera "esperienza di colore" deve passare per lo stereotipo del nero ignorante, malvivente, in lotta col mondo, perché non avrebbe senso, altrimenti, leggere di vite troppo simili a quelle dei bianchi borghesi. Come sarebbe possibile, in caso contrario, ripulirsi le coscienze dando soldi a chi percepiamo in difficoltà o bisognoso di riscatto, ergersi a eroi che danno voce agli oppressi, parlare di "genuinità" come se sapessimo con certezza che i neri DEVONO essere così, tutti interessati alle loro radici, a mantenere uno status quo probabilmente non perpetrato da loro? Un paio di dialoghi, a tal proposito, sono molto interessanti, anche perché Monk non è necessariamente un personaggio "affidabile", arroccato com'è nella sua idea di letteratura intellettuale, e altrettanto interessanti sono i tentativi di riprendere la struttura metanarrativa e metatestuale di Cancellazione, magari non originalissimi ma comunque funzionali al concetto che il film vuole veicolare. Purtroppo, questo cambiamento di registro e questa metatestualità sono sprazzi di stile in un film per buona parte convenzionale, sia a livello di regia che di interpretazioni; in particolare, il professore di Jeffrey Wright soffre di un confronto impari con un altro docente nominato all'Oscar, quello interpretato da Paul Giamatti, sicuramente molto più stronzo ma anche umanamente imperfetto e impegnato in un vero percorso di maturazione personale, in grado di coinvolgere ed interessare lo spettatore, mentre Monk sembra affrontare l'esistenza con la tristezza indolente di chi è convinto che tutti ce l'abbiano con lui. Per tutti questi motivi, mi sento un po' come Wiley Valdespino: avrei preferito guardare piuttosto uno stereotipato, dinamico film nigga, mi sarei divertita di più (anche se stranamente non mi sono addormentata!) e non mi vergogno a dirlo.  


Di Jeffrey Wright (Thelonious "Monk" Ellison), Adam Brody (Wiley Valdespino), Keith David (Willy the Wonker) e Sterling K. Brown (Clifford Ellison) ho parlato ai rispettivi link. 

Cord Jefferson è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, al primo film dietro la macchina da presa. Americano, ha lavorato come sceneggiatore per la serie Watchmen. Anche produttore, ha 42 anni.


Leslie Uggams
, che interpreta Agnes Ellison, è la Blind Al dei film dedicati a Deadpool e tornerà, ovviamente, nell'imminente Deadpool & Wolverine. Se American Fiction vi fosse piaciuto recuperate Il ladro di orchidee. ENJOY!

domenica 8 dicembre 2019

Frozen II - Il segreto di Arendelle (2019)

Nonostante l'uscita novembrina che lo ha privato dello status di "cartone Disney da vedere a Natale", mercoledì sono andata al cinema per Frozen II - Il segreto di Arendelle (Frozen II), diretto dai registi Chris Buck e Jennifer Lee.


Trama: tre anni dopo l'incoronazione di Elsa a regina, la nuova sovrana comincia a sentire un richiamo lontano, che porterà lei e la sorella Anna a scoprire nuove, incredibili cose sul loro passato e su quello di Arendelle.


Sono passati sei anni dall'uscita di Frozen - Il regno di ghiaccio, film Disney che dato un ulteriore, perfido significato alla parola "merchandising" rimpinguando di miliardi di paperdollari le casse della Casa del Topo e prendendosi anche i miei soldi vista la bellezza di tutti gli oggettini a tema Elsa/Olaf che pullulano in ogni dove, dai Disney Store ai normali supermercati. Ma sto divagando. Sei anni, dicevo, tre all'interno del regno di Arendelle, dove la vita SEMBRA scorrere lieta, governata da un equilibratissimo status quo: Elsa è regina, Anna e Kristoff vivono il loro legame da storditi innamorati, il pupazzo di neve Olaf (che non ha più la nuvoletta in testa e si sta godendo il permafrost poiché i poteri di Elsa sono diventati più forti) sta crescendo e comincia a porsi dubbi esistenziali. La bellissima regina, però, è irrequieta, perché qualcosa la chiama, il canto di una sirena che ne turba i giorni e le notti, e quando Elsa capisce che quel richiamo arriva da un passato radicato nelle favole che le raccontava la mamma da bambina, decide di partire alla volta di una foresta incantata poco distante da Arendelle, una foresta popolata da spiriti adirati e pronti a distruggere il regno per riparare a un torto passato. Altro non si può dire sulla trama imbastita per questo Frozen II, sequel assai più adulto della favola del 2013, imperniato su temi cupi e probabilmente di non facile comprensione per i bambini. Nel corso del film sono infatti ricorrenti i riferimenti allo scorrere del tempo, all'impossibilità di opporsi a cambiamenti anche dolorosi nel corso della vita, alla necessità di accettare questi cambiamenti e trovare comunque la forza di andare avanti, in primis dentro noi stessi, sperando che ci sia sempre qualcuno pronto a tenderci la mano; in poche parole, i personaggi di Frozen cambiano e crescono, subiscono degli sviluppi che vanno oltre il classico happy ending e, come insegnava Inside Out, li portano ad abbracciare emozioni complesse, come una felicità velata di profonda malinconia o una tristezza capace di rendere il cuore comunque più leggero.


La saga di Frozen si riconferma dunque una delle più innovative a livello di maturazione dei personaggi (non tanto di trama, visto che gli sviluppi della stessa, finale e twist compresi, sono intuibili dopo cinque minuti dall'inizio del film), nonché una delle più belle a livello di animazioni e character design. In questo secondo capitolo ci sono delle intere sequenze che lasciano a bocca aperta per il modo in cui riescono a fondere le esaltanti caratteristiche di una scena d'azione alla raffinata bellezza di eleganti numeri da musical, come se gli X-Men o gli Avengers incontrassero la fantasia del Cirque Du Soleil, e sono quasi tutte imperniate (chevvelodicoaffare) sul personaggio di Elsa. La fanciulla subisce una metamorfosi sottile ma innegabile, diventando la principessa Disney più elegante, sensuale, bella e potente di sempre, un trionfo da vedere ed ascoltare che, con un solo gesto della mano, fa scomparire tutti i personaggi di supporto, sorella Anna compresa. A onor del vero, in effetti, molto del contorno di Frozen II è deboluccio: le riflessioni filosofiche e le mattane di Olaf sono simpatiche ma alla lunga irritanti, Anna è spesso lagnosetta e si risolleva più o meno a metà film, il povero Kristoff fa la figura del servo della gleba (ma si ritaglia il numero musicale più esilarante, un omaggio alle love song anni '80 alla Bon Jovi e Ryan Adams con tanto di video che cita nientemeno che Bohemian Rhapsody; peccato che la versione italiana richiami "antenati" meno nobili, come i Beehive.) e dei nuovi personaggi introdotti, affascinanti ma poco incisivi, ricorderò solo lo splendido spirito del fuoco, la cosa più tenera e meravigliosa che sia mai stata creata per un film Disney. Nulla da dire invece sulle canzoni. Penso che l'adattamento italiano ne appiattisca un po' i testi ma la voce di Serena Autieri mette i brividi e in generale le melodie sono molto belle; Christophe Back ha cercato un'altra Let it Go (canzone che, peraltro, provoca a un certo punto brividi di disgusto alla bella Elsa) e ha creato le ugualmente splendide Show YourselfInto the Unknown, Nell'ignoto per gli amici italiani e per Giuliano Sangiorgi che frantuma l'ugola e non solo nei titoli di coda dell'edizione nostrana, una canzone che rimane in testa anche grazie al brevissimo, evocativo gorgheggio della cantautrice norvegese AURORA. Per concludere, devo dire che avevo letto le peggio cose su Frozen II ma io non l'ho trovato tanto diverso dal primo capitolo della saga e onestamente l'ho apprezzato molto. L'unico, vero neo? Non c'è nessun corto a precederlo. Tristezza vera.


Dei registi Chris Buck e Jennifer Lee ho già parlato QUI. Kristen Bell (Anna), Josh Gad (Olaf), Sterling K. Brown (Mattias), Alfred Molina (Agnarr), Jeremy Sisto (Re Runeard), Ciarán Hinds (Granpapà) e Alan Tudyk (Guardia/ Capo dei Nortuldri / Soldato di Arendelle / Duca di Weselton) li trovate invece ai rispettivi link.

Evan Rachel Wood è la voce originale della regina Iduna. Americana, ha partecipato a film come S1m0ne e a serie quali CSI - Scena del crimine, True Blood, What We Do in the Shadows e Westworld, oltre ad aver lavorato come doppiatrice in Robot Chicken. Anche cantante, regista e sceneggiatrice, ha 32 anni e due film in uscita.


Martha Plimpton, che doppia Yelena, era la Stef de I Goonies. Le vicende narrate in Frozen II seguono di tre anni quelle di Frozen - Il regno di ghiaccio, che vi consiglio di recuperare assieme ai corti Frozen Fever e Frozen - Le avventure di Olaf. ENJOY!

venerdì 9 agosto 2019

Hotel Artemis (2018)

Come ho scritto su Facebook, poiché debbo vergognarmi di non aver apprezzato in toto Midsommar ho deciso di tornare su film più terra terra e comprensibili anche dagli ignoranti come me. Ergo, domenica sono corsa al cinema per vedere Hotel Artemis, scritto e diretto nel 2018 dal regista Drew Pearce.


Trama: in una Los Angeles del futuro piagata da violentissime insurrezioni, un'infermiera gestisce l'Hotel Artemis, luogo dove i peggiori criminali vengono curati con metodi all'avanguardia.


Tanto è stato il trauma post-Midsommar, che persino questo Hotel Artemis mi è sembrato meno ignorante di quanto avrei preventivato e adesso mi sento in difetto a scriverne. Scherzi a parte, mi aspettavo una brutta copia di John Wick e dell'Hotel Continental dove i criminali vanno a far la bella vita o si rifugiano approfittando delle regole ferree della struttura (la prima, su tutte, è che non ci si può uccidere a vicenda all'interno dell'hotel), in realtà sia le regole dell'Artemis che le insurrezioni popolari all'interno di una Los Angeles in piena crisi idrica fungono da contorno per raccontare la storia dell'infermiera Thomas, donna piagata dalla vita e da un passato doloroso, chiusa all'interno di un hotel dotato di un regolamento rigidissimo poiché impossibilitata ad affrontare un esterno sregolato e pericoloso. All'interno dell'Artemis si intrecciano storie di varia umanità più o meno interessante e più o meno legata ai cliché del genere: se la bella e micidiale Nice, il vanaglorioso Acapulco e il pericolosissimo Re Lupo sono personaggi abbastanza monodimensionali utilizzati come meri strumenti per far proseguire la trama in una determinata direzione, altri come Waikiki e l'infermiere Everest (oltre alla stessa Thomas) offrono quel minimo di "approfondimento psicologico" che porta gli spettatori a considerarli più di carne da macello e a dispiacersi/interessarsi per il loro destino. In effetti, Hotel Artemis non è solo la sagra delle botte, anzi, di queste non se ne vedono nemmeno tantissime, almeno fino alla fine del primo tempo, mentre invece l'atmosfera è spesso malinconica e drammatica, forse grazie alla presenza di una Jodie Foster che ha palesemente preso a cuore il suo personaggio dandogli quella dignità che altre avrebbero trasformato in ridicolo involontario.


Drew Pearce, al suo semi-esordio dietro la macchina da presa dopo parecchie prove come sceneggiatore, sceglie di non sbragare come farebbero i novellini entusiasti ma si mantiene comunque nel decoro di una sceneggiatura "tranquilla" e piacevole, a modo suo, e di una regia che valorizza al meglio gli ambienti decadenti e anche un po' kitsh dell'Hotel Artemis; al montaggio, per fortuna, le poche botte non vengono sacrificate né rese confuse e in generale si ha l'impressione che l'intero reparto visivo di Hotel Artemis sia stato curato da gente che sa fare il suo mestiere. Cosa che, per inciso, vale anche per gli altri attori che affiancano Jodie Foster, salvo un paio di eccezioni nelle quali rientra, porca misera, un Zachary Quinto che tra il figlio scemo del boss e il vecchio pederasta di N0S4A2 pare non azzeccare più un ruolo. Meravigliosi, invece, Dave Bautista e Sofia Boutella. Il primo si riconferma uno dei pochi manzi capaci di rendere riconoscibili i suoi personaggi tutti muscoli dotandoli di un cuore e un'anima sempre diversi, la seconda è semplicemente una macchina da guerra sexy da morire e meriterebbe di comparire in ogni film che preveda anche un singolo pugno (o calcio) dato da una bella fanciulla a rozzi e sacrificabili henchmen. Si può dire dunque che Hotel Artemis meriterebbe la visione anche solo per vederli all'opera ma alla fine è l'intero film a confermarsi godibile e meno stupido di quanto sembrasse dal trailer. Dategli una chance, se vi va.


Di Jodie Foster (Infermiera Thomas), Sofia Boutella (Nice), Jeff Goldblum (Niagara), Brian Tyree Henry (Honolulu), Zachary Quinto (Crosby Franklin), Charlie Day (Acapulco), Dave Bautista (Everest) e Kenneth Choi (Buke) ho parlato ai rispettivi link.

Drew Pearce è il regista e sceneggiatore della pellicola, alla sua prima prova con un lungometraggio. Anche produttore e attore, ha 44 anni.


Sterling K. Brown interpreta Waikiki. Americano, ha partecipato a film come Black Panther, The Predator e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Alias, Supernatural, Medium, American Crime Story; come doppiatore ha lavorato in Robot Chicken. Anche produttore, ha 43 anni e tre film in uscita tra i quali Frozen II - Il segreto di Arendelle.


Jenny Slate interpreta Morgan. Americana, ha partecipato a film come Venom; come doppiatrice ha lavorato in Zootropolis, Pets - Vita da animali, LEGO Batman - Il film, Cattivissimo me 3, Pets 2: Vita da animali e serie come Adventure Times, Muppet Babies e I Simpson. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 37 anni e due film in uscita.


Se il film vi fosse piaciuto recuperate la trilogia di John Wick, Atomica bionda e Polar. ENJOY!


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