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venerdì 12 giugno 2026

2026 Horror Challenge: Repulsione (1965)


Il tema della challenge questa settimana era "anni '60". Ho quindi scelto di guardare Repulsione (Repulsion) diretto e co-sceneggiato nel 1965 dal regista Roman Polanski.

Trama

Carol vive con la sorella in un appartamento a Londra e lavora come estetista in un salone. Estremamente timida e riservata, ha un atteggiamento di rifiuto nei confronti degli uomini, che peggiora quando la sorella va via per una decina di giorni assieme al fidanzato, lasciando Carol sola nell'appartamento...

RECENSIONE

Mi è venuto in mente di scegliere Repulsione perché ho avuto modo di guardarne degli spezzoni, orribilmente doppiati in spagnolo, durante una trasferta di lavoro a Barcellona, e ho realizzato di non averlo mai visto prima. Repulsione fa parte dell'ideale trilogia Polanskiana di follia e paranoia coltivate all'interno di insospettabili appartamenti, assieme a L'inquilino del terzo piano e Rosemary's Baby. E' il primo film di questa trilogia non ufficiale, oltre che il primo film in lingua inglese diretto dal regista, e col tempo è diventato un modello (soprattutto stilistico) di riferimento per tutte quelle storie in cui il protagonista viene progressivamente inghiottito da una follia senza scampo. La protagonista di Repulsione è Carol, giovane belga che vive a Londra in un appartamento assieme alla sorella. Fin dalla prima sequenza, un primissimo piano degli occhi della ragazza sul quale scorrono i titoli di testa, capiamo che il film seguirà interamente il suo punto di vista, condizionato da un trauma mai raccontato in maniera esplicita ma suggerito più volte, che la porta a provare un istintivo disgusto (una "repulsione", appunto) verso tutto il genere maschile. Questa repulsione è esasperata dall'ambiente che circonda Carol, fatto di una pletora di personaggi femminili che sembrano vivere esclusivamente in funzione degli uomini e delle dinamiche che governano il rapporto tra i due sessi; le anziane clienti insegnano alle giovani estetiste come gestire gli alti e i bassi di una relazione, le colleghe di Carol raccontano solo di serate passate con amanti o fidanzati, la sorella si porta in casa un uomo sposato, il quale si ferma a dormire nell'appartamento condiviso e lascia i suoi oggetti in bagno. Carol, costretta a vivere in una terra straniera e già introversa di suo, non ha modo di fuggire a un'idea di "normalità" femminile inestricabilmente legata alla presenza maschile; la sua bellezza e l'apparenza innocente e dimessa, inoltre, non fanno altro che renderla vittima perfetta delle mire più o meno "cortesi" degli uomini che la circondano, i cui istinti vengono solleticati da una donna-bambina da proteggere o di cui approfittarsi (nel primo caso rientra Colin, che si elegge ad innamorato e cavalier servente in quanto ossessionato dalla reticenza di Carol, nel secondo il viscido padrone di casa). Repulsione ci mostra una Carol che fatica a mantenere la sanità mentale, già proiettata verso una totale chiusura verso il mondo esterno, come dimostrano i suoi frequenti momenti di astrazione da ciò che la circonda, ma ancora aggrappata a quel minimo di sprone incarnato dalla sorella, volitiva e spiccia. Quando la sorella parte per una vacanza di dieci giorni con l'amante, Carol non ha più nulla che la protegga dall'oscurità che dimora nella sua mente. Complice la solitudine, le sottili crepe nella sanità mentale si trasformano in voragini che ne condizionano ogni percezione, generando così tremende allucinazioni e scatenando l'istinto di autoconservazione di una donna terrorizzata.

Girato in un bianco e nero nitidissimo, Repulsione ingigantisce a dismisura il senso di spaesamento e claustrofobia provati da Carol limitando l'azione a pochissimi ambienti chiusi e trasformando Londra in una dimensione "di passaggio", un inferno che la protagonista è costretta ad attraversare ogni giorno cercando di vederne il meno possibile. Quando Carol, interpretata da una Catherine Deneuve piena di tic e priva di qualsiasi caratteristica "glamour", è presente sulla scena, la cinepresa si concentra o sul suo sguardo perso nel vuoto mentre cammina lentamente, o sui suoi piedi e sul terreno che calpestano, talvolta su quei pochissimi dettagli di vita esterna "sicura" in grado di catturare l'attenzione della ragazza, come le suore che giocano a palla nel cortile visibile dalla finestra dell'appartamento. L'unica salvezza, per Carol, sarebbe l'appartamento, ma anche quello diventa sempre più insicuro e terrificante e, man mano che la follia della ragazza progredisce, viene abbandonato ad una totale incuria (piatti sporchi che si accumulano, un coniglio crudo lasciato a marcire, patate che germogliano senza venire cotte, la stessa protagonista che si lascia andare, negli abiti e nell'acconciatura, nonostante si passi ossessivamente le mani sul volto e sul corpo, come se qualcosa di invisibile la sporcasse). Ciò che Carol vede nella sua mente si traduce, per lo spettatore, in sequenze che mescolano la realtà agli incubi senza soluzione di continuità. Il sonno e la veglia perdono qualsiasi confine e figure misteriose superano le barriere fisiche e razionali per violentare Carol, l'appartamento si riempie di improvvise, surreali crepe, i muri diventano creta molle dalla quale spuntano mani pronte ad afferrare la protagonista, e persino lo spazio si deforma grazie all'utilizzo di sapienti grandangoli, il tutto mentre i suoni dell'appartamento vengono enfatizzati a dismisura, seguendo le percezioni distorte della donna. Repulsione è quindi un film ancora oggi angosciante, non solo per come "vomita" all'esterno gli incubi di una persona preda di una violenta nevrosi, ma anche perché racconta l'orrore urbano e modernissimo dell'essere soli anche in mezzo alla folla, divorati da traumi inconfessabili, e l'inevitabile trasformazione in mostri nel momento in cui crolla quella sottile maschera di "normalità" che consente di sopravvivere ad un prezzo altissimo. 

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski ho già parlato QUICatherine Deneuve (Carol Ledoux) e Ian Hendry (Michael) li trovate invece ai rispettivi link. 

SE VI è PIACIUTO...

Se Repulsione vi è piaciuto recuperate Rosemary's Baby, L'inquilino del terzo piano e Possession. ENJOY!

martedì 10 dicembre 2019

L'ufficiale e la spia (2019)

Abbiamo sfidato il multisala per tre settimane e abbiamo vinto: L'ufficiale e la spia (J'accuse), diretto e co-sceneggiato da Roman Polanski, è durato fino a domenica e siamo riusciti ad andarlo a vedere col Bolluomo.


Trama: il Colonello Picquart, una volta messo a capo dei servizi segreti francesi, si ritrova tra le mani le prove dell'innocenza di Alfred Dreyfus, soldato condannato per alto tradimento.


Considerato il titolo internazionale dell'ultimo film di Polanski, stavolta non sono stati solo i malvagi titolisti italiani a prendere sottogamba lo spettatore, preferendo il didascalico L'ufficiale e la spia, giusto per dare un piglio più "moderno" alla storia, al J'accuse coniato dallo scrittore Emile Zola, entrato a far parte comunque del linguaggio comune e citato all'interno della pellicola. Non stiamo a spaccare il capello; in effetti, all'interno del film si sottolinea spesso il legame "a distanza" tra l'Ufficiale, ovvero il Colonnello Picquart, antisemita ma dotato di una profonda coscienza, e la presunta spia, ovvero Alfred Dreyfus, soldato di origini ebraiche accusato di aver venduto delle informazioni all'esercito tedesco e condannato ai lavori forzati sull'Isola del Diavolo. I due si parlano direttamente solo un paio di volte ma le loro vicende si intrecciano e influenzano le reciproche esistenze, oltre alla società francese della Terza Repubblica, tra crescenti sentimenti antisemiti e la nascita dell'impegno intellettuale moderno, quello in grado di influenzare l'opinione pubblica e portare le masse ignoranti a pensare (o a rimanere ancora più ignorante). A tal proposito, mi rifiuto di mettere bocca sull'affaire Polanski. Se il regista ha deciso di girare il film eleggendo Dreyfus a suo innocente alter ego sono affari suoi e mi ritengo una spettatrice abbastanza intelligente da essermi goduta L'ufficiale e la spia come un'ottima riproposizione storica di una vicenda tristemente attuale, vergognosamente intrisa non solo di razzismo ma anche di incompetenza, menefreghismo e desiderio di parare il culo a chi lo tiene al caldo nei piani alti, trincerandosi dietro la scusa di voler "salvaguardare il nome della Repubblica e della Francia" senza ammettere di aver sbagliato, rovinando non solo la vita a un uomo innocente ma anche facendo prosperare i reali colpevoli.


E' una vicenda conosciuta e che avrebbe potuto, con un altro piglio, risultare pedante o noiosa mentre Polanski decide di giocare la carta della spy story, tra complotti e attentati, e dei legal drama che vanno tanto per la maggiore oggi, riuscendo a spettacolarizzare gli svariati processi di cui si compone il film grazie a un mix vincente di dialoghi e attori bravissimi. Tutto è filtrato attraverso l'occhio di un perfetto Jean Dujardin, che interpreta il Colonnello Picquart, ufficiale dell'esercito per il quale la condanna di Dreyfus è come "aver purgato un organismo da un male terribile"; uomo nel pieno della sua carriera, nonostante l'antisemitismo e l'odio palese per Dreyfus, Picquart non si sottrae al suo senso del dovere e della morale nemmeno quando salvare Dreyfus significherebbe non solo venire degradato ed imprigionato, ma persino rischiare di essere messo a tacere in modi peggiori, mettendo in pericolo la propria vita e quella di amici, amanti e conoscenti. Il senso di angoscia che si respira dalla scoperta di documenti compromettenti è palese, par quasi che Picquart abbia tutti gli occhi addosso, sia quando effettivamente viene spiato dai suoi attuali o ex colleghi, sia quando il Colonnello è solo nel suo appartamento o nel suo studio. Assai forte è anche il senso di frustrazione che si prova guardando L'ufficiale e la spia, perché se è vero che la storia di Dreyfus è risaputa, pare comunque di essere stati inghiottiti da un incubo kafkiano, all'interno del quale la verità viene bloccata e negata tante di quelle volte da rasentare il surreale. Accanto a una storia interessante già di per sé, raccontata in modo moderno e spigliato, c'è ovviamente la messa in scena raffinata di Polanski, che non indulge nel sovraccarico visivo tipico dei film in costume ma preferisce concentrarsi sui protagonisti, sui loro sguardi e gesti, lasciando che la cinepresa indugi su piccoli dettagli fondamentali per capirne la psicologia e le motivazioni. Che siate o meno appassionati di questo genere di pellicole, che amiate oppure odiate l'"uomo" Polanski, è innegabile che L'ufficiale e la spia sia un film molto bello e lo consiglio a tutti.


Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski, che compare tra il pubblico del concerto, ho già parlato QUI. Jean Dujardin (Colonnello Jacques Picquart), Emmanuelle Seigner (Pauline Monnier), Mathieu Almaric (Bertillon) e Vincent Perez (Leblois) li trovate invece ai rispettivi link.

Louis Garrel interpreta Alfred Dreyfus. Francese, ha partecipato a film come The Dreamers - I sognatori, Van Gogh - Alla soglia dell'eternità e l'imminente Piccole donne. Anche regista e sceneggiatore, ha 36 anni e tre film in uscita.


Nei panni di Philippe Monnier compare l'attore e produttore Luca Barbareschi. Se vi fosse piaciuto L'ufficiale e le spia e vi interessasse il tema, recuperate L'affare Dreyfus. ENJOY!

mercoledì 7 marzo 2018

Quello che non so di lei (2017)

Con la tranquillità di chi ormai aveva fatto i suoi compiti per gli Oscar, domenica sono andata a vedere Quello che non so di lei (D'apres une histoire vraie), diretto e co-sceneggiato dal regista Roman Polanski a partire dal romanzo omonimo di Delphine de Vigan.


Trama: Delphine ha appena raggiunto un successo insperato con l'ultimo libro, ispirato alla storia vera della madre, affetta da una malattia mentale che l'ha portata a venire internata, e ora è priva di ispirazione. L'incontro con la misteriosa Lei le offre la possibilità di rilassarsi e ignorare le continue, pressanti richieste di editori e lettori, ma il legame tra le due prende a un certo punto una strana piega...


Se c'è un lavoro che non riesco ad immaginare è proprio quello dello scrittore, soprattutto quello degli scrittori diventati improvvisamente famosi. Quando scrivo che non riesco ad immaginarlo, intendo che non posso nemmeno cominciare a pensare a come dev'essere mettersi davanti ad un foglio word tutto da riempire mentre l'ansia comincia a rodere una mente che dovrebbe essere creativa e costantemente produttiva, perché da essa dipende la vita stessa del suo proprietario. Ansiosa ed insicura come sono (ché già se un post riceve pochi commenti o letture comincio a chiedermi dove ho sbagliato e a meditare la chiusura del blog...), l'idea di scrivere qualcosa che deluda le aspettative degli ammiratori oppure non riuscire più a cavare un ragno dal buco per la bellezza di anni mi sarebbe insopportabile e probabilmente finirei per avere un esaurimento nervoso, che è poi la stessa cosa che succede a Delphine, protagonista di Quello che non so di lei. Delphine Dayrieux, personaggio di un gioco metaletterario trasposto su pellicola, è arrivata a un punto morto della sua carriera dopo avere fatto faville con un romanzo interamente ispirato al calvario della madre, internata per problemi psichici; dopo il successo inaspettato, la donna non sa più come far proseguire la sua carriera, tra idee vaghe per la stesura di un true crime e la vergogna di avere sfruttato le proprie traversie familiari, che le impedisce di proseguire sulla stessa china autobiografica. In mezzo a tutto questo delirio, arriva Lei, affascinante ammiratrice (con una carriera da ghost writer) che di Delphine diventa dapprima consigliera, poi collaboratrice, infine musa, seguendo un alternarsi di odi et amo sempre più estremo. E' facile per Delphine, "abbandonata" dalla famiglia e con un fidanzato spesso in giro per il mondo, lasciarsi completamente andare ed affidarsi interamente ad una figura decisa, sicura di sé e senza troppi peli sulla lingua, tuttavia la dipendenza della scrittrice si traduce presto nell'acuirsi dell'impasse creativa e di un generale atteggiamento di pigrizia e inedia, mentre Lei diventa sempre più furiosa all'idea che la sua autrice preferita rifiuti di mettersi completamente a nudo e riversare il proprio animo tormentato nel nuovo romanzo.


Polanski, qui anche co-sceneggiatore, confeziona un thriller psicologico sicuramente inferiore ad altri suoi lavori ma comunque affascinante, capace di confondere lo spettatore costringendolo a guardare il film in uno stato di tensione costante, la stessa tensione ed incertezza provata da Delphine. L'analisi psicologica stavolta rimane un po' più in superficie rispetto al passato, tuttavia le due protagoniste femminili sono figure a tutto tondo, con le quali si arriva ad empatizzare soprattutto quando viene sottolineata la loro solitudine, l'incapacità di relazionarsi con gli altri per vari motivi, il dolore di un passato impossibile da affrontare. Le due attrici scelte per interpretare Delphine e Lei non potrebbero essere più diverse, eppure entrambe offrono due prove particolarmente convincenti, con una chimica in perfetto bilico tra reciproca seduzione, interdipendenza, timore e persino fastidio. Brutto definire Emmanuelle Seigner "passatella", visto che pure struccata e all'età di 52 anni è più gnocca di quanto potrei essere io dopo una seduta dall'estetista, però l'immagine che da di donna che si sta sfaldando dentro e fuori, vinta dallo sconforto, è perfetta tanto quanto la bellezza "predatoria" di Eva Green, lei sì veramente splendida con quegli occhi che fulminano e il sorriso beffardo, sigaretta tra le dita e unghie laccate di rosso come la perfetta dark lady che è. Veder duettare le due attrici è la cosa più bella del film e fa perdonare qualche momento WTF della trama (SPOILERISSIMO Se è vero che Lei e Delphine sono la stessa persona come diamine ha fatto Delphine a guidare fino alla casa del fidanzato con la gamba rotta? FINE SPOILER), che pure a mio avviso non ha momenti morti e risulta sempre molto coinvolgente, per quanto magari un po' simile a quella di altri film che hanno trattato lo stesso argomento. Comunque, Quello che non so di lei merita sicuramente una visione, non fosse altro che per godersi l'ennesima, sensualissima performance della Green!


Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski ho già parlato QUI. Emmanuelle Seigner (Delphine Dayrieux), Eva Green (Lei), Vincent Perez (François) e Dominique Pinon (Raymond) li trovate invece ai rispettivi link.


Se Quello che so di lei vi fosse piaciuto recuperate Misery non deve morire e magari anche Open Window. ENJOY!

martedì 3 maggio 2016

Bollalmanacco On Demand: L'inquilino del terzo piano (1976)

Dopo aver giustamente ripagato il mio debito con Kara Lafayette, il Bollalmanacco On Demand ritorna alla "programmazione" originale! Oggi esaudirò la richiesta di Rosario (fan della pagina Facebook, BTW) e parlerò de L'inquilino del terzo piano (Le Locataire), diretto, co-sceneggiato ed interpretato dal regista Roman Polanski a partire dal romanzo Le locataire chimérique di Roland Topor. Il prossimo film On Demand sarà Mysterious Skin! ENJOY!


Trama: Trelkovsky, giovane impiegato polacco, affitta un appartamento a Parigi e riesce a trovarne uno nel quale si è suicidata una giovane donna. Confuso dall'atteggiamento ostile del padrone di casa e della maggior parte degli altri inquilini, Trelkovsky diventa sempre più paranoico e si convince che i suoi vicini stiano pianificando di ucciderlo...



Una delle grandi fortune che ho avuto nella vita è stata quella di non aver mai abitato in un condominio. Prima di cambiare casa, nel 2005, stavo in uno stabile composto da soli quattro appartamenti e, anche perché il paese era piccolo, ci si conosceva tutti e si cercava di non darsi fastidio a vicenda. Eppure, vuoi perché gli esseri umani sono incapaci di vivere senza creare dei contrasti o chissà per quale altro motivo, succedeva che anche in un edificio così piccolo si litigasse, si creassero dissapori o fazioni, soprattutto quando gli inquilini storici venivano sostituiti da altri, provenienti magari da "fuori!!", quindi non oso immaginare cosa debba succedere all'interno di un condominio vero, con tanto di amministratore e periodica riunione. Tutto questo giro intorno al mondo per dire che la fascinazione di Polanski verso il microcosmo urbano dei condomini è perfettamente comprensibile, così come è condivisibile la sua scelta di trasformarlo nel palcoscenico ove ambientare un incubo moderno fatto di solitudine, sospetto, razzismo, quotidiano squallore e paranoia. Trelkovsky è un uomo qualunque, né affascinante né tantomeno ricco, che cerca un appartamento in una Parigi agli occhi della quale lui risulta come l'ennesimo migrante in cerca di fortuna. Per puro caso riesce a trovarne uno ma Polanski si premura fin da subito di far percepire allo spettatore l'aura ostile che emana non solo dagli abitanti del palazzo, dal padrone di casa e persino dalla portinaia, ma anche la sensazione di "estraneità" che la nuova magione proietta addosso a Trelkovsky; tanto per cominciare, la vecchia inquilina si è gettata dalla finestra ma non è ancora morta, quindi il protagonista è costretto a fare letteralmente la posta alla povera moribonda aspettando di poterle subentrare, poi, una volta entrato nell'appartamento, risulta palese che la personalità di Trelkovsky non riuscirà mai a cancellare quella di Simone Choule, nemmeno cambiando la disposizione di tutti i mobili lasciati dalla defunta o togliendo i quadri.


Mattone dopo mattone, Polanski imprigiona Trelkovsky (da lui stesso interpretato) dietro a un muro di paranoia sempre più grande che trasforma qualsiasi avvenimento, anche il più sciocco, in una minaccia diretta alla sua persona. Lontano dalla patria, isolato dai colleghi di lavoro e dai nuovi, incomprensibili inquilini, il protagonista trova una sorta di affermazione della propria individualità e della propria esistenza soltanto dopo la morte di Simone e solo attraverso l'interazione con persone alle quali la donna era in qualche modo legata, come l'affascinante Stella, l'innamorato egittologo o persino il barista di fiducia ed è così che la psiche di Trelkovsky cede, arrivando a convincersi che nel palazzo esista un complotto atto a fargli fare la stessa fine di Simone. Dopo una prima parte di pellicola zeppa di situazioni grottesche ed amara ironia, la seconda parte di L'inquilino del terzo piano si assesta su quelle atmosfere inquietanti tanto care a chi, come me, ha adorato Rosemary's Baby. Laddove la povera Rosemary, subodorato il "piano satanico", cercava di fuggire onde proteggere sé stessa ed il nascituro, Trelkovsky comincia a temere per la propria vita ma, allo stesso tempo, è incapace di allontanarsi dal luogo dove non è più considerato un "signor nessuno", anche a costo di diventare, letteralmente, quella Simone alla cui dipartita lui deve tutto; laddove Rosemary era impossibilitata a penetrare la facciata di perbenismo borghese dietro la quale si nascondevano i suoi demoniaci aguzzini, Trelkovsky trasforma la realtà che lo circonda in un incubo allucinato e popolato da mostri, fantasmi che lo fissano da bagni misteriosi e quant'altro, di fatto portando alle estreme conseguenze dei semplici (per quanto negativi) sentimenti di antipatia e diffidenza. Il precipitare di Trelkovsky nella follia è graduale, un percorso fatto di tanti piccoli avvenimenti apparentemente insignificanti che concorrono non solo ad erodere il carattere già debole del personaggio ma consentono anche allo spettatore di percepire la barriera invisibile che lo separa dagli altri, rendendolo di fatto un disadattato in partenza.


Polanski rincara lo straniamento di una storia già di per sé disturbante mettendoci del suo per quanto riguarda regia ed interpretazione. La sua faccetta da topo, già perfetta per l'inetto ma fondamentalmente buono Alfred di Per favore non mordermi sul collo, diventa qui l'emblema dell'uomo medio, inutile e privo di personalità, un perdente nato per subire tutte le angherie di chi, al contrario, è riuscito a trovare un posto nel mondo ed impone il suo volere agli altri (emblematica la scena col collega "torturatore di vicini" o la scelta di diventare a sua volta vittima della vendetta della signora con bambina zoppa a carico)... questo, almeno finché non subentra la "personalità" di Simone, che ci regala un Polanski inedito e a tratti scioccante. A ciò bisogna ovviamente aggiungere delle inquadrature capaci di trasformare qualunque ambiente, anche il più banale, in una fonte di inquietudine; le terribili soggettive, le hitchcockiane riprese della tromba delle scale, un incubo oscuro e sghembo, o della finestra di fronte dalla quale misteriose persone fissano immobili il povero Trelkovski, per non parlare della geniale sequenza in cui tutti gli oggetti della stanza si ingrandiscono al passaggio di un protagonista ormai preda del delirio o delle scene più propriamente horror che fungono da rincalzo al terrore strisciante che nel frattempo ha già avvinto gli spettatori (bellissima la citazione in onore del nostrano Mario Bava ma il momento più agghiacciante probabilmente è lo sconvolgente ed ambiguo finale), sono tutti elementi entrati di diritto nella storia del Cinema ed omaggiati da moltissimi registi. Mi rendo conto di avere scritto molto ma di non essere arrivata neppure per sbaglio a celebrare come merita questo bellissimo film quindi la pianto qui e vi consiglio di dargli una chance (se non l'avete ancora fatto, ovvio) perché L'inquilino del terzo piano potrebbe darvi molte soddisfazioni, oltre che a portarvi a guardare con diffidenza i vostri vicini!


Del regista e co-sceneggiatore Roman Polanski, che interpreta anche Trelkovsky, ho già parlato QUI mentre Melvyn Douglas, che interpreta Monsieur Zy, lo trovate QUA.

Isabelle Adjani interpreta Stella. Francese, la ricordo per film come Adele H., una storia d'amore, Nosferatu - Il principe della notte, Possession, Camille Claudel e Diabolique. Anche produttrice, ha 61 anni e un film in uscita.


Shelley Winters (vero nome Shirley Schrift) interpreta la portinaia. Americana, la ricordo per film come La morte corre sul fiume, Lolita, Il clan dei Barker, Elliot il drago invisibile, S.O.B., Il silenzio dei prosciutti, Ritratto di signora e ha partecipato a serie come Batman, Il tenente Kojak, Love Boat e Pappa e ciccia; inoltre, ha vinto due Oscar come miglior attrice protagonista, uno per Il diario di Anna Frank e uno per Incontro al Central Park. Anche produttrice, è morta nel 2006, all'età di 85 anni.


L'inquilino del terzo piano fa parte di una trilogia informale, la cosiddetta "Trilogia dell'appartamento", che conta anche Repulsione e Rosemary's Baby quindi, se il film vi fosse piaciuto, recuperateli! ENJOY!

lunedì 13 febbraio 2012

Per favore, non mordermi sul collo (1967)

E’ venuto il momento di recensire qualcosa di vintage e leggermente atipico. Nella fattispecie, oggi si parlerà di Per favore, non mordermi sul collo (The Fearless Vampire Killers, or: Pardon me, But Your Teeth Are in My Neck), diretto nel 1967 dal regista Roman Polanski.


Trama: un eminente studioso e il suo aiutante raggiungono un villaggio transilvano per cercare le prove dell’esistenza di vampiri. Purtroppo, saranno questi ultimi a trovare loro…


Come ho detto, Per favore, non mordermi sul collo è un film atipico. È una parodia degli horror della Hammer, di quei bei filmoni in costume con l’affascinante quanto decadente vampiro, ma non è come quelle “alla Mel Brooks”, per intenderci. Si ride un po’ a denti stretti per delle gag abbastanza naif e tutte (o quasi) giocate sul rapporto tra il professore, vecchio e rincoglionito, e il suo assistente, giovine e di buon cuore ma assolutamente incapace a fare alcunché; si ride a tratti per le azioni da vecchio satiro (per non dire porco) del laido Shagall e per la strada che gli fa fare a calci il gobbo Koukol, o per l’approccio del figlio del conte, che cerca di concupire in vestaglia il povero Alfred. Personalmente, però, non ho mai ricordato Per favore, non mordermi sul collo per le sue gag, quanto per la bellezza della messinscena, per la particolare fotografia e per i colori.


Quel che salta subito all’occhio è quel meraviglioso rosso dei capelli di Sharon Tate, un colore che neppure il tempo può appannare e che verrà ripreso nel sontuoso abito indossato durante le splendide e ricchissime riprese del ballo finale. Un colore che ricorda il sangue, il peccato e l’amore, quello tenero e disperato del povero Alfred che, da piccolo e goffo aiutante, cercherà di trasformarsi in prode cavaliere per la bella Sarah, pagandone le conseguenze in un finale decisamente cinico e beffardo (anche se mai quanto la realtà dell’orribile destino toccato alla vera love story tra l’attrice e il regista, di cui parlerò nel solito post scriptum finale). La seconda cosa che rimane impressa del film è l’abbondanza di dettagli che arricchiscono le scenografie, dal castello del Conte con l’immensa biblioteca e i suoi labirintici passaggi segreti alla pur piccola locanda di Shagal, senza dimenticare le riprese esterne, dove il bianco abbacinante della neve la fa da padrone, a prescindere che sia notte o giorno. La terza cosa è la particolarissima colonna sonora, che rimane in testa a lungo con i suoi toni macabri e lamentosi a scandire la vicenda fin dai titoli di testa, dove il leone della MGM si trasforma in un vampiro stilizzato e una solitaria goccia di sangue si insinua tra i macabri credits. Ed è forse questa cura autoriale nella realizzazione del film la cosa più ironica di tutte, quella che più colpisce, quando ci accorgiamo che lo sfigatello (e un po’ rattiforme!) Alfred altri non è se non quel Roman Polanski destinato a diventare uno dei più grandi autori del nostro tempo. E questa, forse, è la gag più riuscita di un film da vedere e riscoprire.


Di Roman Polanski, qui nel triplo ruolo di regista, sceneggiatore ed interprete del goffo Alfred, ho già parlato qua.

Jack MacGowran (vero nome John Joseph McGowran) interpreta il Professor Abronsius. Caratterista irlandese che aveva già collaborato con Polanski l’anno prima in Cul – de - sac, ha partecipato a film come il mitico Darby O’Gill e il re dei folletti e L’esorcista. E’ morto di influenza nel 1973, all’età di 54 anni.


Ferdy Mayne (vero nome Ferdinand Philip Mayer – Horckel) interpreta il Conte von Krolock. Attore tedesco dalla filmografia sterminata, collaborerà di nuovo con Polanski nel 1986 per il film Pirati. Ha partecipato anche a Ben – Hur, Il nostro agente all’Avana, Barry Lyndon, La vendetta della pantera rosa, Conan il distruttore, Howling II – l’ululato e persino a un episodio della serie Dynasty. Afflitto dal morbo di Parkinson, è morto nel 1998 all’età di 81 anni.


Come ho già avuto modo di accennare, l’amore tra Roman Polanski e l’attrice Sharon Tate, che interpreta Sarah, è nato proprio con questo film. I due si sono sposati l’anno successivo all’uscita di Per favore non mordermi sul collo, ma nel 1969 l’attrice è stata travolta da un’orrenda realtà che ha superato di gran lunga la più becera delle fantasie, finendo vittima della follia omicida di alcuni membri della “famiglia” Manson, assieme al figlio che portava in grembo e ad altri amici che hanno avuto la sfortuna di trovarsi con lei in quel momento. Polanski, per la cronaca, si è salvato solo perché era in Inghilterra a concludere le riprese di un film che parlava proprio di sette sataniche, lo splendido Rosemary’s Baby. Per scrollarsi di dosso il pensiero di una simile bruttura, se vi fosse piaciuto Per favore non mordermi sul collo vi consiglio la visione di La piccola bottega degli orrori e Il clan del terrore. ENJOY!

venerdì 23 settembre 2011

Carnage (2011) - Recensione

Dritto dritto dalla Mostra del cinema di Venezia arriva miracolosamente anche dalle mie parti l’ultima fatica di Roman Polanski, quel Carnage tratto dalla pièce teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza (anche sceneggiatrice della pellicola, assieme al regista).



Trama: due famiglie sono costrette a confrontarsi quando il figlio dei Longstreet viene picchiato con un bastone dal figlio dei Cowan. Inizialmente i toni della discussione sono concilianti e civili, ma l’idillio non dura a lungo…



Roman Polanski è un autore che personalmente amo molto, sebbene non abbia visto tutti i suoi film ma solo i più famosi e quelli un po’ più horror. Quello che mi piace della gran parte delle sue opere è la feroce ironia e la critica neppure troppo sottile della borghesia, delle piccole bugie che sono parte integrante della sua stessa esistenza. Queste due caratteristiche si ritrovano in questo Carnage, una commedia intellettuale nera, molto breve e di stampo teatrale, resa splendidamente dalla bravura di quattro attori a dir poco perfetti. Dopo una breve introduzione muta, ripresa da lontano (e che ritornerà nel finale come un cerchio perfetto), che ci introduce il motivo dell’incontro delle due famiglie, l’occhio del regista “viola” l’intimità dell’appartamento dei Longstreet e ci mostra impietosamente quello che può accadere dietro una facciata di civiltà ed apparente normalità, in un microcosmo che riflette, purtroppo, la realtà in cui viviamo.



Comincia così un film che, nonostante si svolga all’interno di un appartamento e sia assai verboso, non è per nulla statico né noioso. Il confronto tra le due famiglie da il La ad una riflessione sulla società moderna, dove i rapporti sono resi difficili dalle convenzioni imposte dalla civiltà, convenzioni che spesso seguiamo senza esserne convinti perché cozzano con il nostro fondamentale egoismo ed individualismo: è il “dio del massacro” del titolo originale che, sotto sotto, guida ogni nostra azione, anche quando sembra essere compiuta per altruismo, o per difendere qualcuno che ci sta a cuore. E’ quella volontà di  primeggiare sugli altri, sempre e comunque, di mostrarci perfetti, di mantenere le apparenze, di combattere con le unghie e con i denti per avere successo nella vita, anche a scapito della famiglia, degli amici, della serenità. I quattro protagonisti di Carnage sono, in tal senso, dei perfetti “adepti” di questo dio, anche quelli che in apparenza si battono per l’interesse dei figli e che sono più buoni e civili degli altri.



Non entrerò troppo nel dettaglio per non togliere la sorpresa a chi vuole andare a vedere il film, ma la cosa interessante di Carnage è il continuo alternarsi dei ruoli, delle “alleanze” tra personaggi, delle dinamiche di conflitto (essenzialmente quattro, oltre ovviamente all’evento scatenante iniziale: il fatto che Alan sia sempre al telefonino, la sua causa con una casa farmaceutica, i frequenti malori di Nancy, il criceto che John avrebbe abbandonato per strada). Le certezze del pubblico e i cliché vengono intelligentemente ribaltati:  il “cattivo” della pellicola è l’unico consapevole della realtà odierna e l’unico che, quindi,  segue coerentemente i suoi valori (o meglio, i suoi NON valori, visto che del figlio non gliene frega nulla, della famiglia tanto meno e non fa niente per nasconderlo, fino alla fine). In un certo senso quindi l’unico personaggio sincero e quindi relativamente positivo è lui, sicuramente più di quanto non siano gli altri tre: Nancy è debole, vanesia e schiava delle apparenze, Penelope invece è progressista e pacifista in apparenza ma in realtà è un’egoista che sfrutta i problemi del figlio solo per mostrare le sue presunte qualità, insoddisfatta della vita e con un marito felice della propria ignoranza e mediocrità, costretto a tenere alte le aspettative della moglie. Gli attori che interpretano questi quattro personaggi sono ovviamente tutti bravissimi; personalmente, adoro Christoph Waltz quindi forse non sono molto obiettiva nel dire che il migliore è sicuramente lui, tuttavia anche John C. Reilly, che solitamente non sopporto, incarna alla perfezione il difficile personaggio di John.  Però, oltre alle interpretazioni magistrali e alla storia effettivamente accattivante ed interessante, ho amato soprattutto il finale. Senza rivelarlo, dico solo che è meraviglioso assistere ad un’ora e mezza di esilaranti scene isteriche, comportamenti a dir poco grotteschi e sceneggiate da primedonne… solo per poi vedere ribadita la loro inutilità con una conclusione ironica e pungente, dove le immagini parlano da sole, senza bisogno di ulteriori dialoghi. Insomma andate a vedere Carnage perché, nel suo genere, è davvero un piccolo gioiello.



Di Christoph Waltz, che interpreta Alan Cowan, ho già parlato qui. Kate Winslet interpreta Nancy Cowan, trovate il suo trafiletto qua. Anche John C. Reilly, nei panni di John Longstreet, ha avuto modo di comparire sul Bollalmanacco qui.

Roman Polanski (vero nome Rajmund Roman Liebling) è il regista della pellicola. Un altro dei miei registi preferiti in assoluto, lo ricordo per film come Per favore non mordermi sul collo, il bellissimo Rosemary’s Baby, Chinatown, Pirati, La nona porta, Il pianista (con il quale ha vinto l’Oscar come miglior regista) e Oliver Twist. Francese, anche attore, sceneggiatore e produttore, ha 78 anni.



Jodie Foster (vero nome Alicia Christian Foster) interpreta Penelope Longstreet. Universalmente considerata come una delle attrici più potenti di Hollywood, emblema di un tipo di cinema “di massa” ma anche molto intellettuale, la ricordo per film come Due ragazzi e … un leone, Taxi Driver, Tutto accadde un venerdì, Una ragazza, un maggiordomo e una lady, Hotel New Hampshire, lo splendido Il silenzio degli innocenti (per il quale ha vinto il suo secondo Oscar come migliore attrice protagonista, il secondo era arrivato nel 1989 con Sotto accusa) , Il mio piccolo genio, Sommersby, Nell, Anna and the King, Panic Room e il recente Mr. Beaver. Ha partecipato anche a serie come Una moglie per papà, The Addams Family, X – Files e doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttrice e regista, ha 49 anni e un film in uscita.



E ora vi lascio col trailer originale del film... ENJOY!!




Pubblicato su The Ed Wooder

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