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mercoledì 13 dicembre 2023

Diabolik - Chi sei? (2023)

Vuoi per dovere di completezza, vuoi per voglia di ridere, domenica sono andata a vedere Diabolik - Chi sei?, ispirato all'albo omonimo di Diabolik e diretto e co-sceneggiato dai Manetti Bros.


Trama: Diabolik e l'ispettore Ginko si ritrovano prigionieri di una banda di sanguinosi ladri quando entrambi, ognuno per i propri motivi, decidono di fare irruzione nel loro covo...


Credevo non potesse esserci nulla di peggio di Diabolik - Ginko all'attacco e, probabilmente, lo hanno capito anche i Manetti Bros. visto che Diabolik - Chi sei? è una spanna sopra il suo predecessore. Il che non vuol dire che il terzo ed ultimo capitolo della saga sia un capolavoro, ci mancherebbe, ma almeno non è la sagra del trash ed è dotato di una trama (per quanto semplice) sufficientemente interessante per coinvolgere lo spettatore e portarlo a sorvolare sui molti difetti dell'opera. In Diabolik - Chi sei? le scaramucce amorose tra il personaggio titolare ed Eva Kant vengono ridotte in favore di una minaccia pressante, ovvero una banda di rapinatori che sono riusciti a portarsi via una collezione di monete bramata da Diabolik; da una parte, quindi, abbiamo un protagonista impegnato a recuperare il maltolto, dall'altra c'è invece un Ginko determinato a sgominare la banda, rea di violenti e sanguinosi omicidi annessi ai furti. La presenza di un cast più nutrito serve ai Manetti per omaggiare i poliziotteschi con sequenze violente di sparatorie e inseguimenti d'auto, ma non solo, perché l'unico momento genuinamente emozionante della trilogia si verifica proprio grazie allo snodo narrativo incarnato dalla banda, e offre il fianco ad una seconda, gradevolissima svolta che parla ai cuori teneri degli spettatori come me, che in fondo in fondo a Ginko vogliono bene. Apprezzabile anche, dopo una terrificante sequenza iniziale a base di dialoghi da casalinghe disperate, la scelta di affidare un ruolo forte (ma già accadeva nel primo film) a Eva Kant ed Altea, distanti dall'essere due semplici love interest monodimensionali e pronte ad agire per il bene di due uomini che, in misura diversa, credono di essere il centro dell'universo, totalmente compresi nel loro ruolo di buono e cattivo. A tal proposito, di tutto il legnosissimo confronto tra Diabolik e Ginko (che, di regola, avrebbe dovuto essere il fulcro del film ma è emozionante quanto un documentario sul tufo, e lo stesso vale per la risposta al "chi sei?" del titolo, apprezzabile per altri motivi, non certo per le origini da Gary Stu criminale di Diabolik) è interessante giusto il momento in cui il protagonista sottolinea la loro natura ininfluente in termini di scontro tra bene e male, consapevole che la morte di uno dei due non sposterebbe di un millimetro l'ago della bilancia, né porrebbe fine a una lotta eterna.


A livello di regia, scenografie e costumi, chiamatemi scema ma per me è stato uno spettacolo. Mi è sembrato che i Manetti tornassero ad osare un po' di più, o ad omaggiare meglio se volete, e tra splatter pecoreccio, split screen arroganti, inquadrature strappate come pagine di un fumetto, sceneggiati Rai anni '50 che sfumano in sequenze alla Sin City con tanto di sangue color rubino, ed echi dell'Argento prima maniera mi sono divertita come una bambina. Ciliegina sulla torta è stata la "solita" colonna sonora tra il camp e il genuino fomento, col pezzo (cantato da Alan Sorrenti) Ti chiami Diabolik, messo a mo' di sigla di telefilm/cartone animato, in cima alla lista delle cose più belle viste/sentite al cinema quest'anno. Purtroppo, la vera, terribile nota dolente del film e, per estensione, dell'intera saga, è la recitazione del cast. Da due anni Mirco invocava un crossover con Boris e stavolta i Manetti lo hanno esaudito, in primis omaggiando le due cagne maledette Miriam Leone e Monica Bellucci con la partecipazione di Carolina Crescentini, la Corinna Negri originale (la quale, a scanso di equivoci, se la cava bene nonostante sia penalizzata da un personaggio orribile), e poi offrendo a Paolo Calabresi il ruolo di cattivo bondiano, con risultati egregi. Qui finiscono i pregi e cominciano gli abissi di depravazione, che sono riusciti a trascinare sul fondo persino Mastandrea, la cui mancanza di voglia è talmente palese che avrebbero potuto mettere un cartonato al suo posto. Io lo capisco, povero cristiano. La Bellucci è imbarazzante, piallata da luci che la rendono ancora meno espressiva del solito, forzata in quell'accento orrendo che tocca l'apice in un monologo televisivo di raro disagio (la contessa Wiendelmar però mi ha stesa, giuro. Capovaro!!), e ogni volta che apre bocca provoca mal di pancia, quindi la svogliatezza di Mastandrea, pur ricompensato da piogge di limoni, è comprensibile. Non meno imbarazzanti sono i duetti tra la Leone e orsotto Gianniotti, che sembrano sempre fare a gara a chi ha la voce più da centralinista dell'144, a prescindere che debbano o meno copulare, ma probabilmente l'oscar dello scult lo darei a Massimiliano Rossi, il quale di tanto in tanto viene posseduto dallo spirito della bonanima di Guido Nicheli e decide di mettere in bocca al suo personaggio un improbabile accento meneghino. Sul giovane Diabolik non mi sento di dire nulla, mi trattengo per pietà e perché il suo interprete può e deve migliorare, via, e punto in più per quella carampana piaciona della Bouchet. Se mi costringete, però, a tirare le somme della trilogia, dico con tristezza che il fiasco è stato pressoché totale, tante buone idee e stile naufragate in un delirio di scelte sbagliate, casting pessimi e poracciate della peggior specie. E pensare che a me piacerebbe tanto vedere un Alan Ford su grande schermo, ma stando così le cose incrocio le dita perché non succeda mai!


Dei registi e co-sceneggiatori Antonio e Marco Manetti ho già parlato QUIMiriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko), Monica Bellucci (Altea di Vallemberg), Paolo Calabresi (King), Barbara Bouchet (Contessa Wiendemar) e Hal Yamanouchi (Cen-Fu) li trovate invece ai rispettivi link.

Giacomo Gianniotti interpreta Diabolik. Nato a Roma, ha partecipato a film come Diabolik - Ginko all'attacco! e a serie quali Grey's Anatomy. Come doppiatore, ha lavorato per il film Luca. Anche produttore e regista, ha 34 anni.


Pier Giorgio Bellocchio
interpreta il sergente Palmer. Nato a Roma, ha partecipato a film come 6 giorni sulla terra, Il traditore, Diabolik, Diabolik - Ginko all'attacco! e a serie quali Camera Café e Il commissario Rex. Anche produttore e regista, ha 49 anni e un film in uscita. 


Carolina Crescentini
interpreta Gabriella Bauer. Nata a Roma, indimenticabile Corinna Negri della serie Boris e di Boris - Il film, ha partecipato a pellicole come Notte prima degli esami - Oggi e altre serie quali Provaci ancora prof!. Ha 43 anni. 


Segnalo il cameo di Max Gazzé nei panni di Giulio Mondan. Ciò detto, se Diabolik - Chi sei? vi fosse piaciuto, recuperate Diabolik e Diabolik - Ginko all'attacco! e... auguri!

venerdì 25 novembre 2022

Diabolik - Ginko all'attacco! (2022)

Non so quale follia mi abbia colta ma, nonostante non avessi apprezzato granché Diabolik, domenica sono andata al cinema col povero Mirco a vedere Diabolik - Ginko all'attacco!, sempre diretto dai Manetti Bros.


Trama: dopo un audace colpo, Diabolik riesce a fuggire ma il suo covo viene presto scoperto dall'ispettore Ginko. Il ladro fugge lasciando indietro la compagna Eva Kant, che giura vendetta e si allea proprio con l'ispettore...


Sono costernata. Non saprei neppure da che parte cominciare a parlare di questo Diabolik - Ginko all'attacco, quindi potrei farlo con le poche cose dignitose e salvabili, premettendo che io ai Manetti Bros. non riesco proprio a volere male (e ammetto, più di una volta, di aver pensato quanto mi piacerebbe vedere un Lupin diretto da loro. Lo so, sono malata) e che tornerò in sala anche per il terzo capitolo. Il motivo di questa mia scelta scellerata è che lo stile mi piace, è inutile, mi piacciono le città di fantasia create mescolando Bologna e Trieste, lo squisito gusto per l'arredamento anni '60 e quegli aggeggi ingenui usciti dritti dal fumetto dell'epoca. Stavolta i realizzatori hanno azzeccato anche il metraggio, senza perdersi in quelle lungaggini che, a mio avviso, affossavano il primo Diabolik, il che mi ha consentito di apprezzare i lenti inseguimenti in macchina e a piedi, quel perdersi in cunicoli tutti uguali per dei minuti, accogliendo senza problemi il fascino del vintage concentrato in quel pugnale che *swish!*, senza fretta ti si pianta nel petto se sei uomo o ti scassa la capa col pomolo se sei donna (che, sia mai, Marinelli avrebbe messo paura persino a Mamma Fratelli, mentre il bietolone nuovo è un morbidone, poi ci torniamo). La scorsa volta avevo trovato molto originale la colonna sonora di Manuel Agnelli, è vero,  ma mi è piaciuto anche l'ingresso a gamba tesa di Pivio e Aldo De Scalzi, con un perfetto omaggio ai Goblin capace di cancellarmi dalle labbra la bestemmia seguita alla comparsa di Diodato come performer di una sigla iniziale così trash a livello di immagini e coreografie (preceduta dal cringissimo monologo di un guitto) che, al confronto, Spy Hard era un capolavoro. Ho apprezzato persino la trama, cosa credete? C'è chi si lamenta della sua prevedibilità ma, figlioli cari, è tratta da uno dei primi albi delle Giussani, non possiamo pretendere che sia machiavellica e, onestamente, non me lo aspettavo neppure. Anzi, devo dire che proprio il suo essere prevedibile e "rilassante", su di me, ha avuto l'effetto di aumentare la suspance, perché pensavo "dai, mica potrà andare come penso!" e io lì, scema, ad aspettare il colpo di scena che non arrivava. Quindi, mi ci sono anche divertita, anche se alla fine sono rimasta lì come l'aratro nel maggese, ovvero come Ginko. Ginko, mio adorato Ginko, povero Valerio Mastandrea che si staglia come unico baluardo di recitazione all'interno di un gruppo di figuranti dotati degli stessi nomi dei poliziotti di Aldo, Giovanni e Giacomo (anche se il baffuto Roller è caruccetto davvero) e che, nonostante indossi le vesti del personaggio attaccante, viene gabbato, perculato e finisce persino in bianco mentre i due criminali limonano felici, ebbri di sole vacanziero e Campari. Di più, gli tocca pure sopportare di dividere la scena con la Bracchetta Umbra. E qui, mi spiace, ma le cose positive finiscono ed inizia il giusto sfogo.


Mirco, tra una risata e l'altra, ha espresso un desiderio. Che facciano una quinta stagione di Boris che sia anche un terzo episodio di Diabolik, con Stannis nei panni del ladro e René Ferretti con tutta la sua troupe a bazzicare nel backstage. Questo perché, se già il primo Diabolik era un po' "Occhi del cuore", qui abbiamo anche il momento love love con tanto di fotografia smarmellata e regina delle Cagne Maledette impegnata a profondersi in un improbabile accento franco/slavo/umbro, grazie al quale l'invocazione reiterata al maggiordomo Osvaldo mi è sembrata quasi un incantesimo atto alla materializzazione di una catasta di Ferrero Rocher sotto cui il povero Mastandrea potesse nascondersi. Ora, io non ho davvero nulla contro Monica Bellucci, povera cristiana, non mi sta antipatica, ci mancherebbe... ma perché si ostina(no) a (farla) recitare? Ho capito, è bellissima, ci mancherebbe, ma allora limitatevi a fotografarla, rispolverate i film muti, però basta torturare gli spettatori con 'sta dizione affaticata e 'ste espressioni vacue, basta!! Anche perché è inutile diminuire drasticamente il tempo sullo schermo di Giacomo Gianniotti, il nuovo Diabolik, in quanto palesemente incapace a recitare, se poi affidi il resto del film ad attrici peggiori di lui. No, non mi vengano a dire che Gianniotti compare poco per evitare allo spettatore di rimanere stranito dal cambiamento di protagonista; Marinelli, povero ragazzo, era legnoso e spaesato perché probabilmente il personaggio di Diabolik non gli era congeniale, mentre questo è legnoso perché sì e, ancor peggio, quando non si profonde in una blue steel degna di Zoolander ha lo stesso sguardo di quei bietoloni da fotoromanzo di Grand Hotel nel momento in cui si trovano davanti la gnocca bionda. A proposito della quale, e dai. Anche la Leone, bella stella, è innaturalmente splendida, d'accordo, ma non puoi darle la direttiva di recitare come se avesse sempre e comunque un palo su per lo sfintere e piccata col mondo, nemmeno Fujiko esce dai tombini con la pomposità di una modella a una sfilata! A farle da contraltare, per inciso, ci sono le ballerine più ruzze del mondo, protagoniste di una scena talmente imbarazzante da farmi richiedere a gran voce, per il prossimo capitolo, la partecipazione di Jerry Calà, per capire se possa essere peggio di un invecchiatissimo Andrea Roncato costretto a pronunciare la frase "Stanno arrivando delle donne nude! E' un sogno!" (cito a braccio ma più o meno... era meglio il "che ci do, che ci do!") prima di farsi "rubare" la scena da un galletto sulla munnezza. E potrei continuare per delle ore, ma anche no. Meglio che mi trattenga per il terzo capitolo!


Dei registi e co-sceneggiatori Antonio e Marco Manetti ho già parlato QUIMiriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko) e Monica Bellucci (Altea di Vallemberg) li trovate invece ai rispettivi link.


Giacomo Gianniotti, che interpreta Diabolik, è dal 2015 membro del cast di Grey's Anatomy. Se Diabolik - Ginko all'attacco! vi fosse piaciuto recuperate la serie Boris e il primo Diabolik. ENJOY!

martedì 21 dicembre 2021

Diabolik (2021)

Domenica abbiamo saltato a pié pari Spider-Covid e ci siamo infilati in una sala più sicura per vedere un altro dei film che aspettavo da mesi, ovvero Diabolik, diretto e co-sceneggiato dai registi Antonio e Marco Manetti.


Trama: dopo aver tentato di rubarle un diamante, Diabolik si innamora dell'ereditiera Eva Kant, che diventa così complice del re del terrore, aiutandolo a fuggire dall'ispettore Ginko...


Disclaimer: non ho MAI letto un Diabolik in vita mia. So che il criminale creato dalle sorelle Giussani è un esponente di quegli "eroi" neri, cupissimi, tutti con nomi dalle connotazioni negative contenenti almeno una K che andavano di moda negli anni '60 in Italia, conoscevo ovviamente Eva Kant e Ginko, sapevo che Diabolik è un maestro di veleni, armi bianche e travestimenti e che non esita a uccidere i nemici ma anche semplici "vittime collaterali" innocenti, a differenza di Lupin III. Nonostante questo, pensare di vederlo portato su grande schermo (cosa che aveva già fatto Bava) dai Manetti Bros, col volto di Marinelli, mi aveva caricata di aspettative e sono entrata nel cinema col cuore colmo di grandi speranze, ahimé in buona parte deluse. In questo periodo ho guardato tre film che mi hanno lasciata perplessa, tutti tra l'altro diretti e recitati non certo da scemi, quindi non vorrei che con l'operazione mi abbiano tolto anche il giusto senso critico, ma sia Diabolik che Il potere del cane che E' stata la mano di Dio, di cui scriverò nei prossimi giorni, mi hanno lasciata tra il freddo e l'indifferente, di conseguenza vi chiederei di prendere i miei post con le pinze, che vi devo dire. Nel caso di Diabolik, non è che non abbia apprezzato buona parte di ciò che si vede su schermo: lo stile di regia, scenografia e montaggio scelto dai Manetti Bros, "finto", naif e molto anni '60, mi è parso perfetto per la storia narrata, e anche la prima parte del film, almeno fino al punto in cui Diabolik evade, per inteso, è intrigante e a modo suo piena di suspance. La colonna sonora poi l'ho trovata strana, sì, (soprattutto i due brani cantati da Manuel Agnelli) ma comunque affascinante e adatta alle atmosfere vintagge dell'intera operazione, e anche il Ginko di Mastandrea l'ho trovato valido, tutto d'un pezzo e costretto ad ingoiare moltissimi rospi ma in qualche modo degno di stima. Poi, ovviamente, l'incensatissima Miriam Leone è un'Eva Kant bellissima, elegantissima, sexyssima e... no, ok, qui cominciano le note dolenti, mi dispiace.


Miriam Leone
è gnocca. Incredibilmente. Tuttapatata al confronto non era nulla. Però non è un motivo valido per farle ruotare attorno tutta la trama, suvvia, anche perché, diciamolo, la Leone ha preso lezioni da Corinna Negri e questo l'avevo capito fin dal trailer. Il problema è che se la Leone ha preso lezioni da Corinna, il mio povero Marinelli stavolta ha avuto come musO il vecchio Stannis La Rochelle: un blocco di tufo con l'occhio (ceruleo, bellissimo) spento, il viso di cemento e la parrucchetta di Bela Lugosi in Dracula. Hai voglia a parteggiare per Diabolik, quando ha la gamma emozionale di un tavolino da the e l'unico momento in cui sembra provare qualcosa è quando la Kant biascica le banalità tipiche della scrittrice di fanfiction che vorrebbe farsi Voldemort perché è oscuro ma "chissà cosa nasconde dietro quella oscurità". E cosa vuoi che nasconda, probabilmente l'animo di Furio e Raniero, visto il modo in cui tratta tutte le donne che gli passano per le mani (un applauso per lo spreco di Serena Rossi. Ho capito, è una storia tratta da un fumetto anni '60 e sì, alla fine la Kant si "emancipa", ma miseria, Elisabeth Gay ridefinisce il significato stesso di zerbino!)! Inoltre, se posso permettermi, più di due ore sono troppe per un film simile. Il colpo finale ha una scenografia splendida ed è molto ben realizzato a livello di regia e montaggio ma è noioso da morire e rispetto al confronto tra Diabolik e Ginko quelli tra Lupin e Zenigata sono dei capolavori di approfondimento dei personaggi, senza contare che ci sono almeno un paio di momenti di involontario umorismo in cui ho dovuto guardare altrove imbarazzata (l'armadio, Gesù. La ghigliottina!). Ribadisco che questo è il punto di vista di una ormai brutta persona, che comunque non ha mai letto un numero di Diabolik, quindi non so se le mie impressioni facciano ridere i fan del fumetto e se effettivamente il personaggio ritratto nella pellicola sia identico a quello storico delle Giussani, ma personalmente non sono rimasta granché soddisfatta. Ciò detto, il film ha comunque molti pregi ed è una produzione coraggiosamente italiana, quindi sarebbe ingiusto non consigliarvi una visione disimpegnata. Magari potreste innamorarvene, chissà.


Dei registi e co-sceneggiatori Antonio e Marco Manetti ho già parlato QUI. Luca Marinelli (Diabolik), Miriam Leone (Eva Kant), Valerio Mastandrea (Ginko), Claudia Gerini (Signora Morel) e Serena Rossi (Elisabeth Gay) li trovate invece ai rispettivi link.


Il film è tratto dal terzo albo della serie a fumetti, L'arresto di Diabolik; probabilmente lo avrete già letto, nel caso abbiate visto Diabolik, ma se siete come me e avete la curiosità di cercare differenze e somiglianze recuperatelo, magari assieme al Diabolik di Mario Bava. ENJOY!

mercoledì 9 novembre 2016

In guerra per amore (2016)

Spinta dall'amore per La mafia uccide solo d'estate, sabato sono tornata al cinema per vedere In guerra per amore, il secondo film diretto e co-sceneggiato da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.


Trama: Arturo Giammarresi, cameriere siciliano immigrato in America, è costretto a tornare nella sua terra natale per chiedere al padre di Flora (la ragazza di cui è innamorato, ricambiato, ma che sta per sposare il figlio del braccio destro di Lucky Luciano) il permesso di sposarla. In Sicilia però c'è la guerra e Arturo diventa così soldato per amore...


Galvanizzata, come ho detto sopra, da quel gioiellino imperfetto di La mafia uccide solo d'estate, in tutta sincerità mi era un po' scesa la voglia di guardare In guerra per amore dopo averne visto il trailer. Ingannata dal taglio surreale dato alla presentazione del film, troppo legata all'aspetto romantico e a quello "demenziale" della storia, mi aspettavo (come del resto anche una mia amica) una versione ridotta de La vita è bella di Benigni, coi fascisti ridicolizzati, persone che in guerra riuscivano comunque a fare cose assurde, ecc. ecc. Per fortuna, In guerra per amore si è rivelato una sorta di "prequel" de La mafia uccide solo d'estate che, col garbo che ha contraddistinto Pif fin dalla sua opera d'esordio, riesce ad unire in una sola pellicola una storia d'amore (per nulla ammorbante o reiterata), episodi di puro divertimento, sequenze incredibilmente commoventi e, soprattutto, la lucidità di continuare un discorso di tipo critico legato alla realtà delle istituzioni siciliane in particolare ed italiane in generale. Il film, infatti, può definirsi "tratto da una storia vera" in quanto prende ispirazione da un documento reale, mostrato durante i titoli di coda, con il quale un responsabile dell'esercito americano di stanza in Sicilia alla fine della seconda guerra mondiale ha cercato di mettere in guardia il governo del suo paese dai pericoli derivanti da una sconsiderata gestione della realtà amministrativa delle piccole realtà dell'isola, che ha di fatto permesso alla mafia di radicarsi ancora di più; con la Sicilia divenuta all'improvviso un obiettivo di importanza strategica per le forze alleate, gangster come Lucky Luciano sono stati "assunti" come mediatori tra gli americani e il popolo siciliano ma il risultato è stato che gli "amici rimasti al paese" sono riusciti a trarre vantaggio dalla situazione e ad ottenere indulti ed alte cariche, ovviamente avvallati dalle autorità americane. In mezzo a questo triste (ed angosciante) spaccato di realtà Pif inserisce in parallelo la storia di Arturo, soldato innamorato pronto a superare guerre ed oceani per sposare la sua Flora e costretto ad affrontare una situazione ben più difficile ed importante di quella legata al suo sogno d'amore, e di tante altre figure "minori" capaci di rispecchiare comunque al meglio le tragicomiche sfaccettature della guerra.


Ora, non vorrei dire una bestemmia, eppure mentre guardavo In guerra per amore mi è capitato di pensare che Pif sia uno dei pochi autori italiani (lo chiamo autore perché comunque la sua mano c'è sia nella sceneggiatura che dietro la macchina da presa) capace di richiamare le atmosfere tanto care a Ettore Scola, al quale il film è dedicato, Mario Monnicelli e persino Roberto Rossellini; la grazia con la quale Pif è in grado di mescolare i registri, creando una pellicola dalla storia gradevole che non solo diverte e a tratti strappa anche grasse risate ma allo stesso tempo commuove senza essere patetica e fa riflettere senza essere pedante è qualcosa di radicato nel modo che avevano i nostri Maestri di fare Cinema. Anche l'utilizzo del dialetto siciliano, oltre a provocare l'ovvia risata a causa del turpiloquio diffuso o del gap linguistico tra l'italiano degli americani e i modi di esprimersi tipici del luogo, è funzionale alla storia narrata e non rispecchia quella volontà "Vanziniana" di far ridere contrapponendo il fighètto milanese al grebano meridionale. Allo stesso tempo, Pif utilizza attori capaci di recitare e di fare della dizione imperfetta tipica del nostro cinema recente (difetto in cui ricade lui stesso, beninteso) un punto di forza e non una pecca; assieme a Miriam Leone, Stella Egitto e Andrea Di Stefano, titolari dei personaggi se vogliamo più "normali" della pellicola, il film riunisce uno stuolo di caratteristi capaci di far entrare nel cuore dello spettatore, nel bene o nel male, quasi tutti i personaggi secondari della storia. La vecchina che porta la madonnina è sicuramente indimenticabile così come è esilarante il duo comico composto da Saro e Mimmo, eppure il magone causatomi dallo zio del piccolo Sebastiano (figura monodimensionale e volutamente ridicola che nel giro di una sequenza diventa incredibilmente umana) e l'odio puro davanti al discorso finale di Don Calò, reso ancora più definitivo ed angosciante dall'uso esperto della colonna sonora, sono sensazioni che mi porterò dentro per parecchio e che mi spingeranno a voler rivedere ancora In guerra per amore. E chissenefrega dello smaccato omaggio a Forrest Gump sul finale e di alcune ingenuità sparse qui e là; non date retta a testate ridicole come Libero e cercate di recuperare In guerra per amore appena possibile!


Di Pif, regista, co-sceneggiatore e interprete di Arturo Giammarresi, ho già parlato QUI.

Miriam Leone interpreta Flora. Nata a Catania, ha partecipato a film come I soliti idioti: Il film e a serie come Camera Café, Distretto di polizia, 1992 e I Medici. Ha 31 anni.


Andrea Di Stefano interpreta il tenente Philip Chiamparino. Nato a Roma, ha partecipato a film come Il fantasma dell'Opera, Almost Blue e Vita di Pi. Anche sceneggiatore e regista, ha 44 anni.


Vincent Riotta interpreta James Maone. Inglese, ha partecipato a film come Il mandolino del capitano Corelli, Sotto il sole della Toscana, Il cavaliere oscuro, Inferno e a serie come Alias, Monk e Don Matteo. Ha 57 anni e due film in uscita.


Orazio Stracuzzi interpreta zio Alfredo. Nato a Catania, ha partecipato a film come Brancaleone alle crociate, La classe operaia va in paradiso, Il merlo maschio, Il tassinaro, Mia moglie è una bestia, Il postino, Palla di neve, La mafia uccide solo d'estate e a serie come La piovra 4, Il commissario Montalbano e Don Matteo. Ha 69 anni.


Maurizio Marchetti, che interpreta Don Calò, aveva già partecipato a La mafia uccide solo d'estate nei panni del presentatore Jean Pierre. A questo proposito, se In guerra per amore vi fosse piaciuto recuperate l'opera prima di Pif e aggiungete La vita è bella, se ancora non l'avete visto, e magari Mediterraneo. ENJOY!


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